Sedicimila infermiere dello Zimbabwe sono state licenziate in massa perché si sono rifiutate di rientrare in servizio da uno sciopero iniziato lunedì per rivendicazioni salariali. La decisione annunciata dal vicepresidente Constantino Chiwenga, il generale che in novembre guidò l’intervento militare che costrinse l’allora presidente Robert Mugabe alle dimissioni, ha “effetto immediato” ed è il tentativo di sedare la protesta. Al loro posto saranno richiamate in servizio infermiere in pensione, neo diplomate e disoccupate. L’associazione delle infermiere ha annunciato che lo sciopero continuerà.
Consolati austriaci aperti per gli “altoatesini di lingua tedesca”
L’Austria renderà disponibili i suoi consolati ai cittadini altoatesini, di lingua tedesca o ladina. È la proposta contenuta nel disegno di legge che il governo del cancelliere Sebastian Kurz ha presentato al Parlamento. Il governo afferma che la legge recepisce una direttiva Ue, in base alla quale i cittadini dell’Unione possono rivolgersi ai consolati di un altro Stato membro quando il proprio Paese non ha rappresentanza diplomatica in un determinato Stato. Tuttavia il testo prevede che la protezione vi sia anche in Paesi in cui l’Italia abbia un consolato. Festeggia Kompatscher, presidente della Provincia di Bolzano. Ma la partita non è chiusa.
“Il Paese è mio e le urne le anticipo io”
Dopo aver recentemente esteso per la settima volta lo stato di emergenza – tipico escamotage delle dittature per tenere sotto scacco la popolazione, vedi Egitto – il presidente turco Erdogan ha deciso di anticipare di un anno e mezzo le consultazioni. Anzichè nel novembre 2019, si terranno il 24 giugno. A un anno esatto dal referendum sul passaggio da repubblica parlamentare a presidenziale, conclusosi di misura con la vittoria del Sì alla transizione nonostante brogli spudorati di cui esistono numerosi video e testimonianze degli osservatori indipendenti, Erdogan ha colto l’occasione fornitagli, non a caso e su un piatto d’argento, dal leader del partito ultranazionalista dei Lupi Grigi (Mhp).
Il controverso Devlet Bahceli, suo alleato di cordata quando si tratta di indire elezioni anticipate, come avvenne due anni e mezzo fa, gli aveva già tenuto bordone nel momento in cui Erdogan dichiarò che i motivi dell’anticipazione erano dovuti essenzialmente agli ambigui attentati dinamitardi subito attribuiti ai curdi del Pkk. Ora lo appoggia quando sostiene che queste consultazioni anticipate servono per avere il consenso sulla propria virata in favore della Russia, nonostante la Turchia sia uno storico membro della Nato. Questa volta, assieme al voto per rinnovare il Parlamento, si voterà anche per scegliere il presidente della Repubblica che avrà a quel punto tutti i poteri. Secondo le procedure, Erdogan avrebbe assunto realmente i poteri conferitigli dalla vittoria al referendum solo con le elezioni del 2019.
Perché mai aspettare fino ad allora quando si è già riusciti a distruggere completamente i media indipendenti e mandato in carcere i principali oppositori politici sollevando loro l’immunità parlamentare, come è successo per Selahattin Demirtas? Il leader del Partito filo curdo democratico dei popoli (Hdp) è sotto processo da pochi giorni dopo aver atteso un anno e mezzo dietro le sbarre in base all’accusa di aver sostenuto il Pkk. Non essendoci, stando così le cose, più nessuno a contrastarne realmente la svolta dispotica, Erdogan non ha più contrappesi e quindi nessun problema a tirare fuori dal cilindro le consultazioni anticipate. In modo tale da non avere peraltro nessun partito, Akp, contro . I fuoriusciti del partito ultranazionalista islamico come la ex parlamentare Mehrat Aksener che sta costruendo un nuovo soggetto politico di destra, nazionalista ma pur sempre basato su principi democratici, non solo non avrà tempo per fare campagna elettorale, ma non potrà nemmeno registrare il nuovo partito tra quelli in corsa. La ragione è l’esistenza di una norma secondo cui è necessario tenere un congresso generale del nuovo partito almeno 6 mesi prima delle elezioni.
Funzionari della Farnesina denunciati per le bombe “italiane” usate nello Yemen
Mohammed, Fatima, Sarah e Taqia, quattro bambini, il loro fratellino ancora nella pancia della madre Qaboul, e il loro papà Ahmed. Tutti morti sotto le macerie di un bombardamento. Non siamo in Siria, ma in Yemen. Guerra altrettanto atroce ma ignorata, insieme ai crimini e massacri di civili che proseguono impuniti ormai da tre anni. A bombardare la casa della famiglia Husni nel villaggio di Deir al-Hajari alle tre del mattino dell’8 ottobre 2016 erano gli aerei militari dell’Arabia Saudita, alleata dell’Occidente. La bomba sganciata era prodotta in Italia, nello stabilimento sardo della Rwm Italia, venduta all’Arabia Saudita insieme ad altre migliaia su autorizzazione dell’Uama, l’agenzia del ministero degli Esteri italiano che controlla l’export militare nazionale. Sulla base di questo singolo episodio, si ipotizza la complicità italiana in un crimine di guerra. Questa l’ipotesi avanzata nella denuncia penale, annunciata ieri, che tre associazioni – Rete italiana per il Disarmo, il berlinese Centro europeo per i diritti umani e costituzionali (Ecchr) e l’associazione yemenita per i diritti umani Mwatana – hanno presentato alla Procura di Roma contro i dirigenti dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento (Uama) della Farnesina e dell’azienda Rwm Italia, controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall AG. “Forniture sono autorizzate in contrasto con la legge 185 del 1990 – spiega Francesco Vignarca di Rete Disarmo – oltre a esser in contrasto con risoluzioni del Parlamento europeo e con il Trattato internazionale sul commercio delle armi”. Contrasti ripetutamente negati dal governo uscente.
Il Papa “rapisce” Alfie: “Si curi al Bambin Gesù”
Il Papa tutto può, e ieri lo ha ampiamente dimostrato. Ha incontrato in Vaticano Thomas Evans, il giovane papà del piccolo Alfie, il bimbo di quasi 2 anni ricoverato a Liverpool per una malattia neurodegenerativa al momento non conosciuta, e quindi incurabile, per la quale i medici hanno stabilito la sospensione delle cure, contro la volontà dei genitori, innescando in questo modo una battaglia giudiziaria. Un caso molto simile a quello del piccolo Charlie Gard, il neonato di 10 mesi morto nel luglio scorso.
Al termine dell’udienza, Bergoglio ha espresso il desiderio di far ricoverare il piccolo al Bambino Gesù, l’Ospedale della Santa Sede, i cui medici propongono un piano di cure che prevede un supporto per la respirazione e l’alimentazione. Anche la presidente dell’Ospedale, Mariella Enoc, ha incontrato oggi Evans al quale ha ribadito la piena disponibilità del Bambino Gesù ad accogliere il piccolo Alfie, “in piena collaborazione con i medici inglesi, ai quali è stata comunicata tale disponibilità”.
Repentino l’intervento del ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che ha auspicato “sia accolto” questo desiderio dei genitori di Alfie, pur ricordando che “Alfie è un cittadino del Regno Unito e l’Italia rispetta le decisioni prese nella cornice della giurisdizione nazionale britannica” e che “il sistema sanitario nazionale britannico e gli standard medici sono tra i più alti del mondo”.
Il papà di Alfie, nel pomeriggio di ieri, ha poi incontrato alcuni cronisti: “Il Papa ci ha chiesto: portatelo qui!”, ha riferito. “Ho detto al Papa che nessuno nel mondo, nessun dottore, nessun ospedale ha il potere di prendere la vita di mio figlio: soltanto Dio può farlo, e il Papa si è dichiarato d’accordo con me”. E ha aggiunto: “Noi vogliamo venire qui, vogliamo che Alfie sia trasportato in Italia dove tutti gli vogliono bene”, ha detto, assicurando che suo figlio “non sta per morire, è molto stabile, è pronto per volare in Vaticano dove la gente, i dottori e l’ospedale lo vogliono”.
“Il Papa ci ha suggerito di cominciare a chiedere l’asilo, e lui stesso si è preso questo impegno, ha cominciato ad agire in questo senso”, ha dichiarato Thomas: “Alfie è un figlio di Dio, e come tutti i figli di Dio, se deve morire, morirà nei tempi che Dio ha previsto per lui”. “Voglio ringraziare ancora una volta Papa Francesco perché ci ha aperto le porte”, ha chiosato.
Scorretti e premiati, i rapper antisemiti tedeschi
Il rap antisemita travolge la Germania della musica. L’assegnazione dei premi Echo doveva essere una formale e spettacolare passerella. Come lo era stata per artisti italiani del calibro di Andrea Bocelli, che ha già vinto 7 oscar della musica tedesca, di Claudio Abbado (9), della mezzosoprano Cecilia Bartoli (13) e perfino dei Kastelruther Spatzen (13), i Passerotti di Castelrotto, un gruppo altoatesino di grandissimo successo in Germania. Invece, per i riconoscimenti nelle categorie “miglior album dell’anno” con la raccolta “Jung, brutal, gutaussehend 3” (Giovane, brutale, di bell’aspetto) e “hip-hop/urban national”, la Deutsche Phono Akademie (emanazione dell’associazione delle case discografiche, la Bvmi) ed i due vincitori sono stati investiti delle polemiche.
Si tratta del 33enne Flix Blume, noto come Kollegah, e del 31enne Farid Hamed El Abdellaoui, in arte Farid Bang, musicista tedesco di origini marocchine nato nella enclave spagnola di Melilla, in nord-Africa. Sull’interpretazione di alcuni passaggi del brano “0815” non ci sono dubbi. Due frasi sono agghiaccianti, soprattutto nella delicata fase politica che sta attraversando l’Europa, scossa da rigurgiti xenofobi e neonazisti. “Il mio corpo scolpito meglio di un detenuto di Auschwitz” e “faccio di nuovo l’Olocausto, arrivo con le molotov”, cantano i due. Anche durante la proclamazione il pubblico ha mostrato il proprio dissenso, accompagnando il verdetto con bordate di fischi. Il premio ha innescato reazioni forti, in un paese che non smette di fare i conti con il proprio ingombrante passato. I populisti di destra della Alternative für Deutschland non hanno raccolto solo i voti del ceto medio deluso e non pochi sono i movimenti che si ispirano al Terzo Reich.
Nel paese esiste una frangia di estremisti che i servizi segreti tengono sotto controllo. In seguito all’assegnazione dei riconoscimenti, vari artisti hanno deciso di restituire i premi ricevuti in passato. È il caso del quartetto Notos, del musicista rock Marius Müller-Westernhagen, del produttore Klaus Voormann, del pianista Igor Levit e del direttore d’orchestra, Enoch zu Guttenberg. Voormann ha diffuso una nota per esprimere la sua incapacità di comprendere “la mancanza di responsabilità” da parte degli organizzatori ai quali imputa di “non essere riusciti a trarre per tempo le dovute conclusioni”. Voormann ha contestato alla Deutsche Phono Akademie di aver anche consentito ai due una “esibizione marziale”. Cristoph Hübner, vice presidente del Comitato di Auschwitz, ha parlato di un “eclatante fallimento del comitato etico”, liquidando come “spettrale” la manifestazione.
Il ministro degli Esteri Heiko Maas ha bacchettato come “vergognosa” la scelta. Già nel corso della serata, la scelta era stata criticata dal cantante Campino. Gli allori dipendono da vendite e classifiche e la Bvmi ha fatto sapere di voler rivedere la procedura d’assegnazione.
Il caso di Kolleagh e Farid Bang, che in passato si sono già visti negare ripetutamente esibizioni per via dei testi dei loro brani, non è isolato. Anche a Xavier Kurt Naidoo, 46 cantante tedesco figlio di una sudafricana con radici irlandesi e di un indo-tedesco, sono state attribuite posizioni antisemite, tanto che la sua partecipazione alla Eurovision Song Contest del 2016 era stata annullata. In sua difesa – i testi sono stati definiti anche anti-americani ed anti-democratici – erano tuttavia intervenuti fior di artisti, al di sopra di ogni sospetto. Nella Germania cosmopolita, interrazziale e interreligiosa (sull’appartenenza dell’Islam al paese è in corso un durissimo scontro politico fra la cancelliera Angela Merkel e il suo ministro degli Interni Horst Seehofer) il dibattito su cosa sia consentito e cosa no è aperto. Soprattutto dopo che anche l’ironia pubblica su Hitler era sbarcata al cinema con il docufilm “Lui è tornato” e che dopo era stata autorizzata la rilettura (critica) del testo chiave del Führer, “Mein Kampf”.
No Douma, no prove. La missione Opac è un flop
Sta assumendo i contorni di una telenovela tragicomica la missione degli esperti dell’Opcw (l’Organizzazione per la proibizione all’uso delle armi chimiche) all’interno di Douma, alla periferia est di Damasco. Invitati, poi bloccati, quindi costretti a una marcia indietro. Ieri addirittura, ed è l’ultima puntata della saga, una squadra speciale dell’Onu, in ricognizione a Douma per garantire la piena sicurezza del sopralluogo, è stata oggetto di una sparatoria: “Nessuno è stato ferito, ma la missione è stata rinviata”, ha riferito un portavoce dell’Onu.
Per ore il team di chimici ha atteso il via libera proprio dall’organo di sicurezza in avanscoperta per avviare le analisi su quanto rimasto dopo il presunto – ormai bisogna considerarlo tale – attacco al cloro del 7 aprile scorso dove sono morte circa 75 persone: “Al momento non sappiamo quando potremo entrare a Douma, la nostra squadra lo farà solo in assenza di impedimenti e pericoli” ha ammesso il capo degli ispettori dell’Opcw, Ahmet Uzumcu. Adesso è chiaro: qualcuno sta cercando di tenerli lontani dal luogo dei fatti, ma non è così facile stabilire chi stia facendo di tutto per ostacolare la missione. L’attacco missilistico di sabato scorso da parte della coalizione anglo-franco-americana era stato visto da molti analisti come il modo più efficace per stoppare il personale dell’Onu. Quasi l’occidente temesse di prendere un granchio, accorgendosi che il gas, alla fine, lo avevano davvero usato gli ultimi, irriducibili ribelli del fronte Jaysh al-Islam. Difficile non essere di parte in situazioni del genere, tra colpi di scena, in alcuni casi autentiche bufale, compreso l’attacco, poi smentito, alla base aerea di Shayrat, nei pressi di Homs. Gli osservatori tirati per la giacchetta, addirittura invitati dai ‘Caschi Bianchi’, i volontari della protezione civile siriana, a seguire le loro coordinate per individuare il punto esatto dell’attacco chimico. Trump, Macron e May continuano ad ostentare sicurezza, certi di avere in mano prove inattaccabili. Mosca ha risposto annunciando di aver scoperto un laboratorio clandestino dove i ribelli avrebbero costruito ordigni chimici. Sia a Douma che nella Ghouta orientale, periferia di Damasco, i ribelli sono stati evacuati assieme ai civili. Il regime di Assad sarebbe in totale controllo dell’area. Chi sono i cattivi, chi non vuole gli ispettori?
I sospetti pendono dalla parte del fronte siro-russo, ma è pur vero che il tempismo dell’attacco del 14 aprile resta molto sospetto. Insomma, tutti intenti a stabilire chi sia il colpevole, senza avere la conferma sul cosa sia realmente accaduto la notte del 7 aprile a Douma. I medici di un ospedale di Damasco dove sono stati portati alcuni dei feriti, gli stessi finiti dentro video drammatici dove mostravano gli effetti dei gas, avrebbero raccontato una versione diversa. A causare i pesanti effetti respiratori non sarebbero state armi chimiche, ma un’incredibile quantità di polvere respirata dopo un normale, se così si può considerare, bombardamento da parte dell’aviazione russa. Le discussioni e le accuse vanno avanti, intanto Assad non sta perdendo tempo e si prepara al prossimo step. Secondo fonti militari, Damasco è pronta a sferrare l’attacco per liberare sacche di ribelli asserragliati a Yarmouk, a sud della capitale. E, in avvicinamento all’attacco finale nella provincia di Idlib, blitz contro piccole enclave nei dintorni di Homs e di Dara’a, al confine con la Giordania.
“Senza svolta, comanda ancora il partito”
È davvero la fine di un’era? Si può definire questo passaggio come l’inizio della de-castrizzazione di Cuba? E cosa rimane della rivoluzione dei barbudos guidata da Fidel Castro, con il cambio della guardia?
“Mi dispiace smentire tutti, ma a Cuba non sta succedendo molto di sostanziale: i poteri del presidente sono nulli. E non è neppure vero che non c’è più un Castro al comando all’Avana, dato che Raul mantiene la guida del Partito comunista – nel quale di fatto risiede il potere”. Ridimensiona e contestualizza Loris Zanatta, professore di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna, impegnato nella stesura di una monumentale biografia di Fidel. “Il ruolo direttivo della società è saldamente nelle mani del Partito, dell’esercito e in sostanza di Raul Castro che ne è alla guida”.
È anche vero, concede il professore, che il quasi 90enne fratello di Fidel, non è eterno. Entro un orizzonte temporale non lontano si intravvede un passaggio di poteri che potrebbe rappresentare davvero una svolta. “Ad esempio fra tre anni, quando si giocherà la partita dell’avvicendamento alla guida del partito e potrebbe arrivare un nuovo erede della famiglia Castro”. Ma anche se, sottolinea Zanatta, Cuba è una monarchia dinastica egemonizzata dai Castro, quando un regime autarchico comincia a introdurre cambiamenti, è possibile che aprano spiragli più consistenti. “Inutile sperare nella transizione: il regime a Cuba si ritiene perfetto. Diaz-Canel è un uomo di apparato, piazzato al vertice per conservare, non certo per innovare. Però il mondo tutt’intorno sta cambiando e perfino Raul non può ignorare questo fatto”.
Critico verso il regime comunista, l’accademico descrive il lider maximo come la figura che ha plasmato Cuba dalla rivoluzione in poi, creando un sistema totalitario e pervasivo che regola la vita dei cittadini attraverso ogni singolo ganglio dell’apparato statale. Fidel è stato, nella visione di Zanatta, il fondatore di una religione civile nazionale, mentre Raul un uomo di nomenclatura, che ne ha perpetuato l’aura, creando però a differenza di Fidel, un apparato capace di sopravvivergli. “Come le vere autorità di tipo religioso, i Castro a Cuba si amano o si odiano, ma non si discutono” ragiona il professore. “La loro definitiva scomparsa futura significa la fine anche dell’aura di tipo spirituale che avvolge il potere politico nell’isola. In questo modo, da regime religioso Cuba diventerà finalmente politico. E così, insieme alla devozione, scomparirà anche l’altro elemento che accompagna ogni culto: la paura”.
Il passaggio alla generazione postcastrista e postrivoluzionaria – di cui Diaz- Canel è almeno per ragioni anagrafiche certamente un rappresentante, essendo nato nel 1960 – si manifesta quindi non sul versante dell’effettivo esercizio del potere, ma su quello simbolico che ne è alla base. “Ribellarsi a Castro è dura, a Diaz-Canel molto meno”, conclude Zanatta.
Il castrismo senza Castro. Díaz-Canel “Líder Minimo”
In diretta tv è iniziato ieri quello che ormai molti cubani – con un misto di speranze e ironia – chiamano “l’anno zero”. Ovvero il primo nel quale tutti i poteri dell’isola non saranno concentrati – come avviene da quasi sessant’anni – nelle mani di un dirigente col cognome Castro. Come previsto, il personaggio incaricato per acclamazione di proseguire il castrismo senza i Castro è l’ex numero due del regime, Miguel Díaz-Canel.
Dopo la morte del fratello maggiore Fidel, Raúl Castro aveva confermato l’intenzione di non ricandidarsi per un terzo mandato presidenziale. Così i 605 deputati dell’Assemblea nazionale del Poder popular (Parlamento unicamerale), eletti lo scorso 11 marzo, si sono riuniti in pompa magna e con un giorno di anticipo rispetto al calendario previsto, per iniziare le procedure e i dibattiti per eleggere gli organismi direttivi sia del Parlamento (è stato riconfermato Esteban Lazo), sia dello Stato e del governo. Secondo la Costituzione, infatti, il presidente del Consiglio di Stato (capo di Stato di Cuba) è anche il presidente del Consiglio dei ministri, massimo organo esecutivo che per gran parte dell’anno governa con decreti legge. Una speciale commissione di deputati è stata designata per “lo storico compito” di elaborare la candidatura – scelta tra i parlamentari – del presidente che inizierà “l’era del dopo Castro”…
Miguel Díaz-Canel, 57 anni, primo vicepresidente del Consiglio di Stato e membro dell’Ufficio politico del Pc cubano ieri era seduto in prima fila in completo grigio alla sinistra di Raul – in completo blu scuro e raggiante. Del resto lo stesso Raúl aveva deciso la sua promozione ai vertici dello Stato e del partito nel 2012 proprio per “prepararlo” alla massima carica. Da allora, Díaz-Canel ha progressivamente affiancato o sostituito il presidente nei maggiori eventi, nazionali o internazionali. Con annessa copertura televisiva.
Díaz-Canel è stato il deputato più votato nelle elezioni politiche di marzo (97% di approvazione) dopo lo stesso Raúl (più del 98%). Giovane – rispetto agli attuali dirigenti ultraottantenni – di bell’aspetto – una vaga somiglianza con l’attore Richard Gere – con una trentennale esperienza nella macchina del Partito-Stato (segretario del Pc prima a Villa Clara poi a Holguin), poi ministro dell’Educazione e infine vicepresidente: è il candidato che più sembra adatto al compito di continuare il castrismo senza i Castro.
Vi sono dati della sua biografia che ne fanno un personaggio non decisamente “ortodosso”, anche se lontano da quell’“uomo nuovo” che – secondo Che Guevara – avrebbe dovuto essere il prodotto della Rivoluzione. Alcune immagini lo mostrano infatti giovane, con i capelli lunghi, che si reca in bicicletta al suo posto di lavoro di segretario del Pc a Villa Clara salutando con ampi gesti i vicini. Un’immagine che contrastava con i dirigenti storici quasi sempre in uniforme verde olivo e accompagnati dalla scorta. Si ricorda anche che amava ascoltare i Beatles in un periodo in cui erano considerati “decadenti” e praticamente messi al bando – anche se alla fine degli anni 90 sono stati “sdoganati” dallo stesso Fidel, inaugurando una statua dedicata a John Lennon. Anche nelle ultime elezioni, lo scorso marzo, Díaz-Canel ha voluto riproporre questa immagine di dirigente popolare, mettendosi i coda assieme alla moglie di fronte al suo seggio elettorale.
Man mano però che la sua candidatura alla massima carica istituzionale è avanzata Díaz-Canel si è progressivamente spostato verso posizioni più “ortodosse” attaccando i dissidenti – accusati di essere al soldo degli Stati Uniti – e anche i blogger cubani critici del regime.
Díaz-Canel non è un personaggio che ha attratto l’attenzione della popolazione. È infatti un leader della generazione dei cinquantenni, nato e cresciuto nella Rivoluzione, come molti vicini di casa. Il vantaggio di essere “giovane” lo paga con la mancanza di carisma di chi – come l’attuale vertice politico- militare – la Rivoluzione l’ha fatta.
Il nuovo capo di Stato e di governo – a differenza di quanto accadeva per i fratelli Castro – non sarà il primo segretario del Partito comunista, carica che Raúl conserverà fino al prossimo congresso, previsto nel 2021. Secondo l’articolo 5 della Costituzione il Pc rappresenta “la forza dirigente superiore della società e dello Stato”. La separazione dei poteri, quello istituzionale e quello politico, renderà più difficile il compito del nuovo presidente di far avanzare le riforme per affrontare la grave crisi economica che attanaglia l’isola.
Quell’odio-amore tra politici e magistrati
Il governatore accusa il pm che indagava su di lui. Il pm viene trasferito e finisce sotto processo. Ma poi il magistrato è assolto “perché il fatto non sussiste” e il governatore è indagato per calunnia.
Che pasticcio! La storia di Fabio Papa – tornato il 12 marzo in Procura generale a Campobasso – è una parabola del potere molisano dove si fatica a tirare i fili e tutto si intreccia. Finché nulla si capisce: politica, magistratura, informazione. Cognati, parenti, figli. Destra e sinistra si mischiano.
Papa è stato per anni magistrato di punta della Procura di Campobasso. L’uomo che ha messo sotto inchiesta il potere di Michele Iorio, ex governatore del Molise e perno della regione. All’improvviso lo scandalo: Papa viene accusato da Paolo Di Laura Frattura (ex sostenitore di Iorio poi passato al centrosinistra). Il governatore e il suo avvocato in sostanza accusano Papa di aver aperto l’indagine ‘Biocom’ quale ritorsione giudiziaria per il mancato varo di una legge sull’editoria favorevole a Telemolise, emittente diretta dalla compagna del giudice, Manuela Petescia. Insomma: il pm cane da guardia del potere molisano legato sentimentalmente – “Una relazione alla luce del sole”, ha sempre detto lei – con la giornalista più potente della regione. A sua volta, in passato, vicina a Iorio. E moglie dell’allora senatore (ex alfaniano) Ulisse Di Giacomo.
Papa respinge ogni accusa. Alla fine entrambi vengono assolti. E, automaticamente, scatta l’indagine per calunnia nei confronti degli accusatori. Chissà come finirà. Ma il punto è un altro: in Molise è impossibile distinguere.
Così, come ha ricordato Sergio Rizzo su Repubblica, raccontando la dinastia di Aldo Patriciello, l’uomo più potente della regione. Nato democristiano, poi assessore con Iorio, infine europarlamentare di Forza Italia da tre mandati. Nonché padre del gruppo sanitario Neuromed, colosso della sanità privata del Centro Italia. Patriciello ha due cognati: Mario Pietracupa e Vincenzo Cotugno – entrambi già presidenti del consiglio regionale (con maggioranze diverse). Cognati e famiglie che si ritrovano anche in società e fondazioni vicine a Patriciello. Ma in Molise, soprattutto in ambienti giudiziari, c’è chi ha sollevato il sopracciglio per alcuni dettagli: prendiamo il signor Vincenzo Acanfora.
“È vero, in passato ha collaborato con società del gruppo Patriciello. Poi oggi lavora per società di Cotugno. Ed è stato assistente dello stesso Cotugno alla presidenza della Regione”, racconta la moglie, Maria Carmela Andricciola, pm di Isernia, procura che ha competenza territoriale sulle zone dove opera Neuromed. Aggiunge Andricciola: “Non vedo che male ci sia. Il Molise è piccolo, si conoscono tutti”. A Strasburgo, a lavorare con Patriciello, è poi andato Giuseppe La Rana, figlio del sostituto procuratore di Campobasso che indagò sulla sanità in Molise.