Arresti e bombe: ma “la mafia non c’è” e i carabinieri lasciano

“Il Molise è un’isola felice. Terra di brava gente, di persone perbene e laboriose. Ha un tessuto sociale ed economico sano, impermeabile alla camorra e alla criminalità organizzata”. Non ha dubbi Donato Toma, ex carabiniere e oggi candidato del centrodestra alle Regionali del Molise.

Intanto a Roma si decide di ridurre la presenza dei Carabinieri in Molise accorpando il Comando Generale con quello dell’Abruzzo.Il Molise è davvero un’isola felice, come dice Toma? Strana coincidenza: proprio “Isola Felice” è il nome di una maxi-inchiesta sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Abruzzo e Molise che l’anno scorso ha portato a decine di arresti e 149 indagati.

In molti in Molise non la pensano come Toma. Anzi, parlano di infiltrazioni in questa regione al crocevia tra la Campania della camorra, la Puglia della sacra corona unita e la Calabria della ’ndrangheta. Il pericolo, ha sostenuto anche la Dia (Direzione Investigativa Antimafia) è che il Molise – terra lontana dai riflettori – diventi base operativa e zona protetta per tutte le organizzazioni criminali. Dove maturano alleanze tra le diverse mafie. Lo ha detto apertamente il Procuratore Guido Rispoli: “In Molise operano camorra, ‘ndrangheta e mafia foggiana”. Non solo: si starebbero radicando anche organizzazioni albanesi che fanno “del traffico di stupefacenti la principale fonte di guadagno”. Lo ricorda anche Christian Abbondanza della Casa della Legalità: “Molise e Abruzzo sono terre ad alto rischio perché, come il Friuli, sono porte sui Balcani”.

Gli occhi dei molisani si aprono nel 2011 quando a Termoli (una cittadina in provincia di Campobasso affacciata sul mare) viene scoperto un arsenale di fucili a pompa, pistole e armi di ogni genere. Erano nell’auto di un pregiudicato calabrese nascosta in un box affittato da un collaboratore di giustizia. Da qui parte l’inchiesta “Isola Felice”: l’ipotesi è che la ‘ndrangheta stia mettendo radici, ricostruendo il suo modello organizzativo tra Molise e Abruzzo. Magari utilizzando latitanti e anche pentiti che vivono proprio a Termoli.

L’allarme viene ripetuto in continuazione dalle relazioni della Dia e della Dna (Direzione Nazionale Antimafia). Scrive la Dia nel 2016: esiste “un sincretismo criminale che ha avuto un’eclatante manifestazione anche in regioni come il Molise, fino ad oggi solo lambite dalla presenza delle organizzazioni mafiose”. Prosegue la Dia: “L’operazione ‘Isola Felice’ dell’Arma dei Carabinieri ha avuto il pregio di portare alla luce come il capo della ‘ndrina Ferrazzo di Mesoraca (Crotone) non solo aveva scelto di stabilire la residenza in provincia di Campobasso, ma si era di fatto reso promotore di un’associazione criminale composta sia da calabresi che da siciliani, il gruppo Marchese di Messina, fortemente attivo nel traffico di stupefacenti”. La relazione della Dia parla di “cerimonie di affiliazione, che prevedevano giuramenti su ‘santini’ e altre immagini sacre, insieme a rituali di chiara matrice pagana”.

È la denuncia che da anni ripete inascoltato il consigliere regionale uscente Michele Petraroia (Liberi e Uguali), snocciolando un rosario di inchieste, attentati, e via delinquendo: “Dal gennaio 2017 si contano, tra l’altro, l’esplosione di una bomba artigianale in un minimarket a Campomarino; un attentato alla polizia a San Severo; il rinvenimento di mezzi usati dalla mafia foggiana, quella dilaniata da faide che provocano decine di morti; l’esplosione di bombe carta a Santa Croce di Magliano. Poi ancora vigneti distrutti sempre a Campomarino. Decine di episodi e c’è ancora chi nega l’emergenza. Ciliegina sulla torta: i boss della mafia foggiana ai domiciliari qui”, attacca Petraroia che è riuscito a far approvare una mozione in Regione.

L’allarme è arrivato in Parlamento. Sinistra Italiana aveva presentato un’interrogazione in cui si ricordavano i sequestri di beni alla camorra. Il senatore Giuseppe Lumia in un’interrogazione evidenzia un aspetto allarmante: “Il Molise con sempre maggior frequenza viene individuato come sede di domicilio per collaboratori di giustizia della criminalità organizzata o per esponenti condannati al confino o a scontare i domiciliari, come nei casi recenti dell’ex sottosegretario di Stato per l’Economia e le Finanze, Nicola Cosentino, e di Enrichetta Avallone, moglie del boss Antonio Jovine, che seguono un lungo elenco di figure simili, aperto, nel lontano passato, dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, inviato nel basso Molise”.

E qui arriva la decisione dei Carabinieri: “L’accorpamento della legione Molise a quella dell’Abruzzo – stigmatizzavano Lumia e i parlamentari di Si – voluta per il contenimento e l’abbattimento dei costi va valutata meglio”.

Rossella Ferro: “Noi imprenditori senza chiedere favori a nessuno”

“Non sa che orgoglio nel dire: noi acquisiamo questa azienda senza chiedere un euro di finanziamento pubblico. Senza la solita questua, senza la carezza di un politico, solo con i nostri soldi”.

Nel Molise che ha finanziato anche le lacrime, bruciando quattrini e sotterrandoli nella grande cesta delle clientele, la vicenda della famiglia Ferro sembra un film girato altrove. Rossella, quarta generazione di una famiglia di mugnai, oggi gestisce insieme a suo fratello e ai cugini il pastificio La Molisana, raccolto in disgrazia nel 2011.

Mai un passo più lungo della gamba. E il passo si fa solo se la gamba lo permette. Il marchio sette anni fa era decotto e ora invece è nelle posizioni preminenti della classifica nazionale.

Beh, la soddisfazione di non dover far fronte a tutte le future raccomandazioni dei politici non è di tutti.

Infatti dalla politica non giunge alcuna richiesta. Le domande di lavoro sono tante e io le ricevo tra le mie amiche, quando vado al supermercato, oppure via mail. Abitiamo tutti a Campobasso, ed è naturale che si pensi al futuro del proprio figlio e si chieda a noi di farvi fronte. Quando diciamo no è sempre un dispiacere.

Gli imprenditori italiani sono definiti, e giustamente, dei “prenditori”.

Sto parlando della mia azienda, non guardo in casa d’altri.

Quanti occupati?

Qui dentro siamo 207, ma stiamo acquisendo terreni perché abbiamo bisogno di immaginare un futuro ancora più importante.

In città si dice che siete molto parsimoniosi.

È una tradizione di famiglia, lo sfarzo non è un nostro amico. Oggi hai i soldi ma domani?

Pasta di grano italiano?

Ora va forte l’illusione che il grano italiano sia il migliore del mondo. Invece quello dell’Arizona è nettamente superiore. Non le dico il kazako. Ma a noi piacciono tanto gli spot del Mulino Bianco. Comunque, se il consumatore chiede, il produttore risponde. Anche La Molisana offrirà la pasta con grano italiano. Faremo tutti felici e contenti.

Campobasso – Tempo di transumanza: buoi e politici in marcia

Una mucca non ci sta nel corridoio. È capace di fare salti di due metri.

“Anche tre”, dice Carmelina Colantuono a capo delle mandrie e dei mandriani che in andata e ritorno di bestie, uomini e dei dagli Abruzzi alle Puglie fanno del Molise – la terra di Campobasso dove tutto è tormento: o nevica, o piove, o tira vento – il transito della Transumanza. Un transito che si riflette, visto l’intreccio sociale, nella metafora più immediata. In politica – e domenica si saprà – tutti fanno un po’ qua e poi anche là. Come Vincenzo Cotugno che quando è di centrosinistra fa la lista “Rialzati Molise” e quando è di centrodestra, invece, fa “Orgoglio Molise”.

Come Massimiliano Scarabeo, già sgargiante ultras del Venafro calcio, fondatore del Circolo An “Gianfranco Fini”, quindi capogruppo del Pd di Matteo Renzi in Regione e adesso collocato in Forza Italia, al seguito del potentissimo cognato di Cotugno: Aldo Patriciello, il Gran Commendatore della sanità privata, il Don Rodrigo del contado molisano che dice sempre no. Un pastore, o un mandriano, ci vuole. E Patriciello ha detto no perfino all’avvenente Annaelsa Tartaglione, amica di Francesca Pascale, che la sua elezione in Parlamento se l’è dovuta faticare in transumanza, in Puglia (ma è ben vendicata; tutte le volte che Patriciello chiama al telefono Silvio Berlusconi non c’è verso: la Pascale spegne lo squillo).

Una mucca fa fatica a incamminarsi sull’asfalto. Cerca i tratturi e trascina negli zoccoli essenze e fragranze che vanno a vivificare – nei 200 chilometri delle autostrade fatte di verdissimi prati – la civiltà della transumanza. Ed è quella “bella immagine dell’avventura di bivacchi, coperte, fuochi, bellezza e il respiro incontaminato che tutti cercano” e su cui oggi scommettono Carmelina Colantuono (che pure gareggia alle Regionali nella squadra di Cotugno, uno dei politici in perenne transito), e con lei Nicola Di Niro (parente di Robert De Niro!).

Sarà comunque grazie a loro due, infatti, e ai mille pastori molisani eredi di una tradizione di oltre due secoli, se nell’anno 2018 verrà accolta all’Unesco la candidatura della “Transumanza come patrimonio immateriale dell’Umanità”.

Ogni transito si lascia percorrere dalla muta pazienza dei greggi e delle mandrie.

Un grande manifesto blu squilla solo “Scarabeo” ma – non si sa mai – non mostra alcun simbolo elettorale. Campeggia lungo la strada che dallo svincolo autostradale di San Vittore porta nel cuore antico del Sannio. Dal paesaggio fanno capolino il campanile e il minareto del cimitero militare islamico. Lì riposano i fucilieri franco-marocchini della Seconda guerra mondiale e anche lì arriva il clangore dei campanacci delle mucche in cerca di quei passaggi da dove un punto porta in ogni altro punto.

Tutto arriva a tutto. Il primo Pellerossa ritratto tra le vestigia, con un tacchino in braccio, è qui, a Venafro.

Tutto porta a tutto. Dall’alto di Civita Superiore di Bajano o da Frosolone i ragazzi se ne scappano. Via da Campobasso, come da Pietracupa, da Vinchiaturo, da Isernia o da Guasto. Il Molise è l’unica regione italiana che ha perso dalla fondazione della Repubblica il 25 per cento della popolazione passando da 410mila abitanti a 310mila; l’unica a cui è stato negato un ospedale pubblico attrezzato con i servizi di secondo livello; l’unica in cui la cardiochirurgia – “fino a quando papa Francesco, ricorda Aida Trentalange, qualche tempo fa non ha fatto visita al capoluogo – chiudeva il venerdì pomeriggio e riapriva il lunedì successivo. L’unica ad aver prodotto e venduto polli (Arena) e zucchero prima di accompagnare al fallimento le aziende e nella nullafacenza i lavoratori clientes. L’unica senza strade e senza treni decenti (da Roma si fa prima a raggiungere Milano che Campobasso). Questo della fuga dei giovani “è un esodo le cui cifre – dice Franco Valente, un po’ architetto, un po’ furetto e gran commediante – replicano quelle dell’emigrazione ottocentesca e quelle dell’immediato Dopoguerra”.

Lo sguardo di Valente, spiritosamente borbonico, è tagliente.

“L’inverno è lungo, e il Molise stanca gli eroi!” sentenzia. E chissà se pensa ai giovani che si dileguano, o ad Antonio Di Pietro, l’eroe che fu, originario di queste terre sempre sfiorate dalle piume di San Michele Arcangelo e sempre in transito – manco a dirlo – tra gli impetuosi urti delle rivoluzioni.

Altro che le manette di Tangentopoli, tutte inchiavardate a Milano e da lì, da ogni altrove, tornate tra il Matese, il Volturno e Campobasso, il capoluogo che è un conglomerato urbano di impiegati pubblici, prova provata che il reddito di cittadinanza in alcune aree d’Italia esiste già, mero accidente amministrativo e, popolato, come si dice qui, di “conigli ‘nzertati a volpe!”. Conigli travestiti da volpe, identità remota eppure attualissima.

La Dc era al 70% dei consensi e oggi – e domenica si vedrà – tutta questa storia troverà transito, transumanza e croce: “Ma lo sapete che nelle schede elettorali delle passate elezioni politiche, quelle dove il M5S in Molise ha stravinto, le crocette sul simbolo dei Cinque Stelle erano tracciate grandi, ma proprio grandi e ben caricate?”

E cosa significa? “Significa che si vogliono trasformare in volpi, a colpi di matita, anche a volere restare conigli!”.

Altro che manette, qui è sempre rivoluzione. Davide Casaleggio, lo spirto secreto del Portale Rousseau, molto s’attende dal Molise – e domenica si vedrà – e questa terra si presta al primo esperimento visto che le rivoluzioni, sebbene ‘nzertate nella dissimulazione impiegatizia di oggi, covano da sempre. Abitando i dettagli. E sempre in forza di croce.

Nell’angolo riparato del colonnato della cattedrale di Campobasso, a sinistra, una croce che non è un crocifisso – in ferro, inastata in un cilindro di pietra grezza – porta in mezzo il Triangolo. Giusto quello lì: quello del Grande Architetto dell’Universo.

All’interno del tempio, c’è nientemeno che Ermete Trismegisto con in pugno il Globo terracqueo e, inoltrandosi oltre la porta ad arco gotico, accarezzando le mura medievali, guidati da Pino Ruta – un giovane avvocato, tra i più raffinati esegeti della scienza arcana – la città diventa come un libro aperto.

C’è, incredibilmente sopravvissuto ai secoli, un sigillo di Bernardo da Chiaravalle, il fondatore dei Templari. Ci sono le stelle d’Iside, i tanti segni egizi portati dai marescialli di Napoleone, quindi – misteri della municipalità – il numero civico 33 proprio dove il portone ostenta le lettere P di Gabriele Pepe e C di Vincenzo Cuoco: “Qui ebbe luce il Circolo Giacobino di Olimpia Frangipani, la prima officina che generò la Rivoluzione Partenopea ed è qui che si stabilisce – con Pepe, Cuoco, Gaetano Filangieri e Giuseppe Zurlo – la pietra angolare del giacobinismo meridionale: Campobasso, Bisceglie, Crotone e Santa Maria Capua Vetere”.

Attraversando le “vie nuove”, il tracciato segnato da Gioacchino Murat, i tanti negozi aperti fino a quattro anni fa, come in via Ferrari, sono oggi chiusi. Dalla facciata imponente del Teatro Savoia, orgoglio del grande spettacolo, respira l’amore di tutti per Fred Bongusto, celebrato sanpaolano (nativo del quartiere storico di San Paolo), un monumento della canzone italiana cui il 6 aprile scorso è stato tributato un omaggio in assenza perché poi, questa città – questa terra fatto transito – si trasfigura in cattedrali destinate al deserto.

È pur sempre la capitale della Cassa per il Mezzogiorno, Campobasso.

Ago della bilancia? Il filo a piombo piuttosto, il tracciato di un transito di rivoluzione dove ogni mucca è capace di saltare due metri. “Ma anche tre”, ricorda Colantuono. “E trentatré” direbbe – ma oggi voterebbe Cinque Stelle? – donna Olimpia Frangipani.

Scuola, oggi la firma del contratto. Gilda in forse, Snals dice no

È prevista oggi la firma del contratto della scuola, dopo la trattativa con i sindacati e il via libera della Corte dei Conti (tra i 37 e i 52 euro netti di aumento e 435 euro lordi medi di arretrati). “Il traguardo raggiunto – commenta la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli – ci consente di dare il giusto riconoscimento professionale ed economico, dopo oltre 8 anni di attesa”. Restano però le voci critiche: se la Snals ha deciso e già annunciato di non sottoscrivere l’accordo mentre la Gilda si riunirà stamattina per decidere. “Viene da chiedersi – commenta invece Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – cosa ci sia da essere soddisfatti: gli incrementi non sarebbero dovuti andare sotto i 300 euro”. Ieri, poi, i sindacati hanno dovuto smentire la notizia circolata online sull’intenzione – scaturita da un gruppo di lavoro al ministero – di aumentare le ore di lavoro dei docenti. “È materia contrattuale. Il comitato potrà elaborare delle proposte ma poi queste dovranno essere confrontate con i sindacati. Non è comunque materia che rientra nel contratto che si firmerà oggi, scritta così è una bufala” ha detto Lena Gissi, della Cisl, in linea con quanto riferito anche da Cgil, Uil e Gilda.

Per rifare la sinistra serve la “solidarietà”

La condizione preliminare per recuperare credibilità politica a sinistra è il “fare da sé”, agire da sé. Fare da sé significa soprattutto ridare senso pratico a una parola confinata nei sentieri della carità cristiana: solidarietà. Più che una parola è un concetto forte, figlio di un pensiero forte. Inizia a sostituire l’ultimo termine della triade francese, Liberté, Egalité, Fraternitè, nelle giornate gloriose, anche se sconfitte, della rivoluzione del 1848.

Come sottolinea Stefano Rodotà , “la solidarietà nasce come concetto strutturato, come ideologia, alla fine del XIX secolo: essa implica allora una nuova rappresentazione del legame tra sociale e politico [corsivo nostro], che porta a una profonda trasformazione dei modi di gestione del sociale e delle forme di intervento pubblico. Il solidarismo è quindi il mezzo per radicare la repubblica dotandola di una nuova legittimità”. La solidarietà fonda, scrive ancora il compianto giurista, “il sentiment républicain” e quel termine construit sta a indicare proprio la separazione del termine “solidarietà” dall’ancestrale “fraternità”.

La forza della sorgente classe operaia, a partire dal 1848, conferirà a quella definizione il suo carattere, appunto, “costitutivo” che viene codificato nelle Costituzioni sociali del secondo dopoguerra. A partire dall’esperienza francese, la solidarietà “si distacca sempre più nettamente dalla matrice caritativa, si fa strumento di organizzazione politica e di emancipazione sociale e così si manifesta con particolare intensità come solidarietà operaia o di classe ponendo le premesse per una forma di stato connotata dal riconoscimento pieno dei diritti sociali e dal principio di solidarietà che ne costituisce il solido fondamento”.

Solidarietà, però, per non essere confinata nel recinto delle buone intenzioni, deve avere un significato concreto, tradursi in una pratica operativa quotidiana e da qui costruire legami e connessioni che reggano nel tempo. Dopo le rivoluzioni o i cambiamenti epocali, il movimento operaio costruisce la propria continuità su strati e strati di solidarietà che resistono agli urti, impediscono il riflusso della marea di movimento, rispondono alla repressione. Anche la storia del Partito comunista italiano, del “partito nuovo” da Togliatti in poi, non si spiega senza l’organizzazione di “società nella società” come abbiamo già visto.

Il mutuo soccorso è una forma alta di solidarietà perché lascia sul terreno piccoli accumuli di coscienza da utilizzare per espandere la solidarietà di classe (…)

“Fare da sé” seleziona le figure che possono dedicarsi a un nuovo volontariato militante, definisce le relazioni e i linguaggi, perimetra gli spazi di azione. Costituisce un significante che dura nel tempo e non viene smentito dal significato (…) Il meccanismo di formazione di una coscienza politica comincia non solo nel momento, importante, della critica all’esistente (…) ha bisogno dell’associarsi, del coordinamento delle idee e delle esperienze, della pratica comune, della solidarietà.

Scrive Karl Marx nei Manoscritti economico-filosofici: “Quando gli operai comunisti si riuniscono essi hanno come primo scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società e ciò che sembra un mezzo è diventato uno scopo”. In queste poche frasi c’è tutto il problema degli strumenti, dei tempi, delle modalità, dei ritmi dei processi di soggettivazione politica.

Meno salari e addetti, tanta Cig: il lato oscuro della Fiat in Italia

A marzo 2018, le immatricolazioni di Fiat Chrysler (Fca) sono diminuite dell’8% rispetto allo stesso mese del 2017. Tre giorni fa, mille operai Maserati sono stati spostati da Mirafiori – sede con gli ammortizzatori sociali in scadenza a luglio – al vicino stabilimento di Grugliasco, dove i contratti di solidarietà sono appena partiti. Il rilancio di Termini Imerese, affidato da Fiat al “fornitore” Blutec, traballa sempre di più e ieri ha subito un nuovo colpo: come anticipato dal Fatto, Invitalia, l’agenzia pubblica per lo sviluppo delle imprese, ha revocato i 20 milioni di finanziamenti anticipati nel 2016. Tutte circostanze che raccontano l’altro lato di Fiat, quello che riguarda i lavoratori, ai quali Sergio Marchionne aveva promesso la piena occupazione e la crescita dei salari con il piano “fabbrica Italia”. Così non è stato e i due stabilimenti che ospitarono i referendum di sette anni fa, Mirafiori e Pomigliano, lo dimostrano.

Partiamo dalla Maserati, in Piemonte. Guardando i calcoli della Fiom, oggi abbiamo 3.659 occupati alla Carrozzeria di Mirafiori e 1.683 alla sede del lusso di Grugliasco. Nel 2013 erano in 6.400, oggi passati a 5.300 e, di questi, 3 mila sono esuberi temporanei. L’eccedenza di personale finora ha riguardato soprattutto Mirafiori, dove i contratti di solidarietà non potranno essere rinnovati. È in quest’ottica che la Fiom legge le ragioni del travaso compiuto da Fca: mille operai passeranno da a Grugliasco dove gli ammortizzatori sono appena partiti e potranno essere reiterati. “Da quanto ci dicono – spiega Federico Bellono della Fiom di Torino – ci sarà un addestramento in vista dei nuovi investimenti, ma nessuno ancora sa quali saranno”.

C’è grande attesa per il 1º giugno, data dell’investor day nel quale Marchionne svelerà i piani industriali. L’amministratore delegato deciderà le prossime mosse per poi congedarsi nel 2019, lasciando il successore a metterle in pratica. Di certo, la piena occupazione promessa per le sedi italiane entro il 2018 è tramontata. E la situazione descritta fa presagire che anche in futuro si ricorrerà a cassa integrazione e solidarietà. Un colpo per quei lavoratori che, negli ultimi otto anni, con la produzione ridotta dagli ammortizzatori sociali, hanno perso circa 40 mila euro a testa, come calcolato dalla Fiom. Non che lo stipendio pieno sia così ricco, anche perché Fca non applica il contratto nazionale dei metalmeccanici. La Fiom ha confrontato la busta paga di un operaio del Lingotto con i pari livello di Leonardo, Lear, Ge Avio e Oerlikon. In Fca sono più bassi sia il salario base che i premi e la differenza con i colleghi metalmeccanici può arrivare a 3.600 euro annui.

Se il Nord piange, il Sud non ride. Un altro sito sensibile è Pomigliano: anche qui gli occupati Fiat sono diminuiti di un migliaio dal 2013 (da 5.800 a 4.792). Si guarda con ansia al primo giugno, perché la solidarietà scade a settembre e servono nuovi investimenti per ripartire a pieno regime. Le operazioni messe in campo da Fiat dopo il 2010 non bastano.

Altro esempio è Termini Imerese: in Sicilia il Lingotto ha chiuso nel 2011, poi ha messo lo stabilimento nelle mani della Blutec di Roberto Ginatta, amico e socio di Andrea Agnelli. L’azienda, quasi mono-committente di Fiat, aveva promesso di rimettere al lavoro i 700 operai entro quest’anno, ma finora ne ha reimpiegati solo 123, poi il progetto si è arenato. Nel frattempo ha incassato i 20 milioni di prestiti agevolati (sui 67 previsti) anticipati da Invitalia. Doveva rendicontare le spese e invece ha inviato un documento che ne certifica solo un decimo. E così è scattata la revoca. Il prestito è garantito da un’ipoteca sullo stabilimento. Se scattasse sarebbe una beffa clamorosa.

Mail Box

 

Mattarella non avrebbe dovuto ricevere Berlusconi

Ormai siete abituati a definire nei talk show Berlusconi un pregiudicato e sulla prima pagina del Fatto un delinquente. Debbo supporre che Mattarella sia informato sulla fuoriuscita dal Senato del leader di Forza Italia perché condannato per frode fiscale.

Detto questo mi sarei aspettato che il nostro presidente non lo ricevesse al Quirinale. Sono rimasto molto deluso di vedere Berlusconi fare uno show per ben due volte da Mattarella. Fino a quando dovremo assistere a queste pagliacciate?

Nicola Nicodemo

 

Io, giovane e precaria al Sud, ho votato per il cambiamento

Ho 32 anni e vivo in un piccolo paese del Gargano, in Puglia. Scrivo perché vorrei chiedere la cortesia, se possibile, di far leggere questa lettera anche ai politici eletti da non molto, il cui tira e molla mi sta disgustando. Alla mia età sono costretta a vivere con mia madre, non ho un lavoro, anzi, pulisco le scale di un condominio che non mi permette di vivere in modo dignitoso in una casa tutta per me. Non ho parenti o centri per l’impiego disposti a offrirmi una possibilità per uscire da questa situazione.

Qui dove vivo le leggi dello Stato italiano non vengono applicate poiché si crede uno Stato estero. Chiedo ai politici, coloro che hanno vinto, di smetterla di bisticciare e rendersi ridicoli; si mettano d’accordo, perchè così non si può andare avanti. Io non posso aspettare i loro comodi, sono sola, abbandonata e nessuno vuole aiutarmi. Persino mio padre, mia sorella, che vivono al nord, non si sono mai preoccupati di me pur conoscendo la mia situazione. Non voglio un governo di centrodestra che ha già fatto e ha fallito: ho votato per il cambiamento, il M5S, ed è ciò che voglio perché non posso aspettare per uscire definitivamente da questa casa.

Mapi Rollo

 

La presidente “esploratrice” non sbloccherà lo stallo

Il capo dello Stato Sergio Mattarella, davanti allo stallo per la formazione del governo, ha dato un mandato “esplorativo” alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Non si capisce cosa possa fare in pochi giorni di diverso da quello che non è stato fatto finora. Ormai pare improbabile un accordo M5S-Lega, l’unico che avrebbe rispettato il volere dell’elettorato, dal momento che Matteo Salvini non lascia Berlusconi (del resto è la coalizione con cui si è presentato agli elettori) e il M5S non vuole, giustamente, un governo con dentro B.

Ora scende in campo pure il Pd, con Martina, portavoce di Renzi, che ha dormito finora. Di Maio continua a volere con loro un accordo, cosa alquanto incoerente con quanto detto fino al 3 marzo e che scontenterà molti dei loro elettori.

Monica Stanghellini

 

Il Movimento rimanga lontano dal circo mediatico

Ho sempre apprezzato, sin dai loro esordi, la “misura” che esponenti di primo piano del M5S si danno nel partecipare a dibattiti nel circo mediatico (senza offesa per il circo) che ogni giorno occupa gli spazi televisivi da mane a sera, dove ospiti in servizio permanente effettivo discutono sul tema politico del momento: il possibile governo prossimo.

Conduttori e personaggi di varie tipologie, che in una condizione minima di democrazia decente nessuno conoscerebbe e soprattutto apprezzerebbe, si concedono a ipotesi di scenari possibili. Fa male vedere giornalisti (lo sono?) che inseguono con affanno con un microfono in mano Di Maio o Salvini mentre escono da un bar con l’unico commento in studio che Di Maio ha pagato lui il caffè a Casaleggio.

Dovrebbero ringraziarli se il governo tarda a realizzarsi invece di criticarli, perché nel caso inverso credo che molte trasmissioni chiuderebbero i battenti e dovrebbero cambiare lavoro come tutti i mortali.

Michele Lenti

 

La globalizzazione è giusta ma non a condizioni impietose

Ci sono buone notizie. Il presidente francese Emmanuel Macron ha scoperto che l’Europa è una macchina che va senza pilota. Ma è così da sempre, dalla nascita di questo monstre che si è costituito sulla pelle dei più deboli. Si scopre ora (anche in America, il carneade si chiama Trump) che la globalizzazione dei mercati, condotta senza testa e senza cuore (ma solo con la pancia) ha creato, e crea tuttora, danni incalcolabili e ovvie reazioni popolari.

Anche Macron dovrebbe imparare dalla Merkel come si fa politica. Va detto che sostanzialmente la globalizzazione è giusta, ma non a condizioni impietose. Tutto questo caos è stato fatto da politici disattenti, prigionieri della finanza, palesemente incapaci di risolvere il puzzle.

Il vero problema sta nella classe politica che da anni se la suona e se la canta senza sentire la necessità di una buona direzione d’orchestra. La classe politica va totalmente ripensata, e al più presto.

Lo si capisce benissimo dalle esibizioni dialettiche nei talk show, dove effettivamente prevale nettamente la logica della Commedia dell’Arte, salvo rarissime eccezioni.

Dario Lodi

Contro il bullismo. I nostri insegnanti devono poter stare bene a scuola

 

Si legge troppo spesso di odiosi fenomeni di bullismo. Ma non si dice del timore dei docenti di entrare in classe nelle turbolenti scuole di periferia.

Da tempo, ormai, in alcune famiglie il permissivismo costituisce il criterio pedagogico dominante. In altri tempi si esagerava, forse, in senso opposto. Viene in mente l’avvocato Gianni Agnelli.

Una volta ricordò che da studente fu punito con la perdita dell’anno scolastico perché aveva gettato dalla finestra della scuola su un camion la cartella di un compagno di classe, che finì smarrita. Suo padre, che era già qualcuno, accettò la punizione e non interferì.

Ezio Pelino

 

Gentile Ezio, il suo accenno alle scuole di periferia è uno dei punti che il nostro governo a differenza di quello francese ha dimenticato.

Il governo del presidente Emmanuel Macron ha scelto di sdoppiare (a soli dodici allievi) le classi di prima elementare nelle aree che sono “socialmente a rischio”.

E così, nelle zone dove il livello sociale è più basso e gli immigrati più numerosi, le classi devono essere più piccole (la metà della norma) per riuscire in questo modo a seguire meglio i bambini.

Combattere i fenomeni di bullismo significa mettere gli insegnanti nelle condizioni migliori per riuscire a lavorare: non si possono affidare gli stessi numeri di docenti a una scuola del centro di Milano così come a un istituto della periferia di Napoli, di Roma, di Milano o di Palermo.

È altrettanto chiaro che la comunità scolastica (che non esclude i genitori) deve ripensare al suo ruolo pedagogico a partire dall’educare al rispetto dell’istituzione.

Ciò è possibile solo se sapremo mettere i nostri insegnanti nelle condizioni di “star bene” a scuola; se avremo un “esercito” di maestri e professori che oltre a preoccuparsi di trasmettere contenuti sappiano essere educatori autorevoli (non autoritari) capaci di leggere e prevenire i fenomeni di bullismo o di “domarli” quando si manifestano.

Facile? No. Possibile? Sì, ma noi adulti, noi docenti dobbiamo diventare tutti più credibili.

Un cattivo esempio per essere più chiaro: gli insegnanti che urlano di non urlare non servono.

Alex Corlazzoli

Vedere le carte è nell’interesse democratico

La politica non è la matematica. E tuttavia anch’essa risponde a regole e logiche a essa immanenti. Persino in Italia, persino dopo il voto del 4 marzo. Dopo quaranta lunghi giorni nei quali abbiamo assistito alla fiera delle velleità dei “vincitori” e al nullismo degli sconfitti, finalmente si comincia a ragionare come si conviene dentro una democrazia parlamentare a base proporzionale: con tre schieramenti nessuno dei quali autosufficienti per esprimere una maggioranza a sostegno di un governo, se si vuole uscire dall’impasse ci si deve acconciare a verificare la misura delle distanze ideali e programmatiche tra i tre attori e regolarsi di conseguenza. Accettando mediazioni e compromessi ed eventualmente sottoscrivendo accordi politico-programmatici di governo. Li si chiami pure “contratti” e non alleanze, in omaggio a una certa ipocrisia minimalista.

Si spiega così che, dopo il tormentone inconcludente Di Maio-Salvini, si affacci l’ipotesi di una interlocuzione tra 5 stelle e Pd. E si evidenziano talune sciocchezze propagandistiche delle scorse settimane, sui due fronti. Quello dei 5Stelle: la pretesa autosufficienza del primo partito; la sacralizzazione del programma votato dagli elettori (corretto o meno nella stesura, ma di sicuro cambiato nella interpretazione evolutiva che ne sta dando Di Maio); la leggenda del “governo del cambiamento” (quale?) con una Lega che si affranchi da Berlusconi; la singolare, andreottiana “teoria dei due forni” (in nome del cambiamento?), come se Pd e Lega fossero equivalenti. Sul versante Pd: un immobilismo sterile da parte di un partito che sembra avere rovesciato la propria nativa “vocazione maggioritaria”; l’appello strumentale a Mattarella quasi che toccasse a lui surrogare l’inerzia dei partiti; l’assunto smentito dai fatti secondo il quale l’accordo Di Maio-Salvini era cosa fatta; infine la banalità secondo la quale 5Stelle e Lega sarebbero la stessa cosa.

Il carattere estemporaneo e acerbo di certe visibili correzioni di rotta dei 5Stelle deve essere sottoposto a severa verifica. Ma come farlo se non andando a vedere le carte? Come non comprendere che è nell’interesse della democrazia italiana la istituzionalizzazione di un movimento che raccoglie il consenso di un terzo degli italiani, nato protestatario e ora orientato a farsi carico di responsabilità di governo? È significativo che lo abbiano suggerito vecchi democristiani pensanti come Marco Follini e Virginio Rognoni. Come ci si può acconciare a cuor leggero, da parte di un partito che si dichiara di centrosinistra ed europeista, a un governo Di Maio-Salvini per natura sua votato ed esaltarne le inclinazioni sovraniste e populiste?

Si potrà poi concludere che non vi sono le condizioni per un’intesa. Ma molti elementi suggeriscono comunque di provarci: gli elettori ex Pd approdati non a caso ai 5Stelle; la sensibilità sociale ed egualitaria (c’è la differenza tra reddito di cittadinanza, certo da rimodulare, e flat tax); le rassicurazioni circa l’ancoraggio dei 5Stelle alle storiche alleanze internazionali, a differenziale di Salvini, come si è visto sulla Siria; il profilo dei “ministri” che contano – a cominciare dai tre proposti per economia e lavoro – indicati dai 5Stelle alla vigilia del voto, tutti di estrazione di sinistra. Sappiamo cos’è il centrodestra a guida Salvini: lepenismo versione italica.

I 5Stelle, invece, ancora non sappiamo esattamente cosa siano, quale sia la cifra he ne connota il profilo. È un profilo in via di definizione. Interagendo anche dialetticamente ma positivamente con esso si può e si deve concorrere a determinarne uno sviluppo anziché un altro. La prova del governo gioverebbe alla loro maturazione, ma anche ai suoi competitor: hanno essi un modo diverso di sfidarli rispetto all’alternativa di lasciarli a lucrare sulla rendita di posizione da opposizione al sistema?

Calamandrei: oggi perfino lui sarebbe un “anti-sistema”

“Bisogna ricominciare a distinguere che altro è il lavoro professionale redditizio e altro l’ufficio politico gratuito, e che chi mescola le proprie cariche politiche con i propri affari personali, inquinando nello stesso tempo la vita privata e la vita pubblica, le ragioni della politica e quelle della scienza e dell’arte, non è un grande politico, né un grande scienziato, ma è semplicemente un miserabile cialtrone”. Chi pensate lo abbia scritto? Un antiberlusconiano invasato, da anni in attesa di veder finalmente approvata una vera legge sul conflitto d’interessi? Un antirenziano moralista che storce il naso davanti alle riunioni di corrente tenute da Matteo Renzi negli uffici dell’azienda farmaceutica di famiglia del capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci? O peggio ancora un indefesso populista demagogicamente convinto che “la politica non è una professione e che gli onori si chiamano così perché non danno guadagno”. No, questa frase non esce dalla penna e dalla mente (per molti malata) di nessuno di loro. A metterla nero su bianco, nell’agosto del 1943, è stato Pietro Calamandrei, il più citato, ma meno ascoltato, tra tutti i nostri Padri costituenti. A lui nel corso degli anni sono state intitolate decine di scuole, aule, lapidi, luoghi di riunione e, per celebrare e ricordare il fine giurista, anche un palazzo di giustizia. È l’omaggio ipocrita di una nazione da sempre condannata a commettere gli stessi errori.

Così, rileggendo le 23 pagine di La politica non è una professione, ben ristampate in tiratura limitata dalle Edizioni Henry Beyle, viene da chiedersi quante e quali polemiche susciterebbe oggi il pensiero di Calamandrei se in Parlamento qualcuno ripetesse che “affinché si crei una classe politica capace di dirigere il Paese, occorre (…) gente che sappia prima di tutto governarsi in modo onesto in casa sua e nella propria professione, perché non possono aspirare a dirigere il proprio Paese coloro che nella loro cerchia famigliare e nella propria economia privata ostentano esempi clamorosi di malgoverno o di malcostume. Educazione politica ed educazione morale sono la stessa cosa: per esercitare con purezza gli incarichi politici a beneficio della collettività ci vuole (…) quello stesso senso del dovere che si dimostra prima di tutto nel compiere con onestà il proprio lavoro o nel sacrificarsi con semplicità per i figliuoli”.

Sì, non è difficile capire che nell’Italia capovolta di questi anni, le parole di Calamandrei verrebbero bollate in tv come antisistema e che frotte d’intellettuali, sulle ali di un revisionismo sempre più di moda, definirebbero falsa pure la sua analisi sui comportamenti dei tanti gerarchi fascisti. Uomini che si “erano mossi sapendo con lucida freddezza cosa volevano: invece che la via degli studi, lunga e faticosa e raramente fertile di guadagni cospicui, essi videro nella violenza politica il mezzo sbrigativo per arrivare rapidamente alla ricchezza; e nella prepotenza connessa ai pubblici uffici il mezzo per difenderla e per accrescerla”.

Oggi fortunatamente il fascismo non c’è più e non c’è nemmeno il rischio che ritorni. Restano invece i gerarchi. Questa volta in apparenza democratici. E resteranno sempre se, chi si presenta come nuovo, non comprenderà che “per risanare la nostra Italia dolorante” non basta “cacciar via i profittatori dai posti che occupavano” se poi ci si mette “in loro vece nei posti ancora caldi del loro passaggio”. Sì, rileggere Calamandrei conviene. A tutti.