Ingiustizie a palazzo: il racconto di Iacona

Da qualche giorno è in libreria, edito da “Marsilio”, il bel volume di Riccardo Iacona dal titolo Palazzo d’ingiustizia. Il libro racconta la storia di Alfredo Robledo, pm presso il Tribunale di Milano che, dopo avere per anni indagato, con coraggio e determinazione, su gravissimi casi di corruzione politica e di criminalità economica, si trova a dover lavorare con il nuovo “capo” della Procura della Repubblica, Edmondo Bruti Liberati, magistrato “famoso”, non per essersi “mai distinto per indagini che avessero avuto un particolare rilievo mediatico”, bensì “per aver fatto soprattutto, ‘politica’ nelle correnti, nell’Anm” – ove aveva ricoperto incarichi quasi ininterrottamente dal 1986 al 2006, più volte segretario nazionale e, infine, presidente – e, naturalmente, nel Csm. Il libro narra la storia di un magistrato che si era “permesso di opporsi allo strapotere del Procuratore capo” in ordine alla gestione di delicate inchieste finite sulle prime pagine dei giornali: le indagini sul dissesto dell’ospedale San Raffaele; su Formigoni; su Gamberale e la gara d’appalto per la cessione delle quote che il Comune di Milano possedeva nella Sea; l’inchiesta sulle firme false nelle liste di FI alle regionali del 2010 e quelle su Expo 2015. “Robledo punta il dito contro Bruti Liberati, a suo dire responsabile di aver tentato di rallentare o influenzare le indagini per motivi che nulla avevano a che vedere con l’esercizio autonomo dell’attività investigativa”, motivi che tendevano a “privilegiare ‘la sensibilità istituzionale’ all’applicazione della legge”.

L’autore racconta lo scontro richiamando documenti inediti tra i quali i provvedimenti con i quali l’A.G. di Brescia (Procura e Gip) – pur archiviando le accuse contro Bruti Liberati (seppur con motivazioni non sempre molto convincenti) – censurano duramente le iniziative dello stesso (sicuramente suscettibili di accertamenti disciplinari che non saranno mai espletati). Significativo è il decreto di archiviazione del Gip ove – in relazione alla circostanza che Bruti Liberati aveva “dimenticato” in cassaforte il fascicolo dell’inchiesta sulla vicenda Sea Gamberale e non lo aveva passato per tempo a Robledo affinché potesse subito indagare – si legge che tale dimenticanza “ha fatto sì che Gamberale partecipasse indisturbato alla gara, quale unico concorrente, aggiudicandosela con un euro solo in più. Tale evento rappresenta certamente un vantaggio patrimoniale per la società di Gamberale e allo stesso tempo un danno per il Comune di Milano”. E così, ancora, il Tribunale di Brescia archivia la posizione di Bruti Liberati in relazione alle indagini sulla falsità delle firme dei candidati di FI anche se “alcune remore del Procuratore appaiono caratterizzate da valutazioni di natura squisitamente politica”. Il libro ricorda anche il provvedimento con il quale Bruti Liberati riserva a se stesso il coordinamento di tutte le indagini “Expo” esautorando l’aggiunto Robledo dalle relative indagini, provvedimento duramente censurato dal Procuratore Generale che accusa Bruti Liberati di aver “bypassato ingiustificatamente il sistema dei criteri obiettivi e automatici di assegnazione dei procedimenti all’interno di ciascun dipartimento con indubbio vulnus alla trasparenza”. E quando Robledo si rivolge al Csm – l’organo più politicizzato di tutti – non può immaginare che la vicenda si sarebbe conclusa con la sua sconfitta, con “esito per lui infausto”; non avrebbe mai immaginato che sulla vicenda vi sarebbe stato un irrituale, intervento del capo dello Stato (“Re Giorgio”) – che non sarebbe mai dovuto intervenire su un caso specifico, sul conflitto tra un Procuratore capo e un Procuratore aggiunto – il quale, con il suo “monito”, il suo “diktat” – cui obbediscono i silenti consiglieri – fa pendere la bilancia in favore di Bruti Liberati che uscirà indenne dalla vicenda. Ed è a questo punto che l’autore affronta la questione, anche con inedite interviste a vari magistrati, del “sistema delle correnti”, ritenute dal giudice Andrea Mirenda “associazioni di diritto privato che si sono impadronite di un organo di rilevanza costituzionale come il Csm distribuendo incarichi e trasformandolo in un mezzo di asservimento dei magistrati… Il Csm non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici”. Per comprendere a quale punto di non ritorno sia giunta la degenerazione correntizia basterà rifarsi alla frase rivolta a Robledo da Bruti Liberati – mai dallo stesso smentita e ritenuta una “battuta di spirito” – “ricordati che al Plenum sei stato nominato aggiunto per un solo voto di scarto, un voto di Magistratura democratica. Avrei potuto dire a uno dei miei colleghi al consiglio che Robledo mi rompeva i c. e di andare a fare la pipì al momento del voto, così sarebbe stata nominata la Gatto che poi avremmo sbattuto all’esecuzione”. A quando, allora, lo scioglimento delle correnti?

Non c’è democrazia senza eguaglianza

Vita dura per chi, negli estenuanti negoziati all’inseguimento di ipotetiche alleanze di governo, cerca col lanternino non solo qualche rada dichiarazione programmatica, ma un’idea di Italia, una visione del futuro, un orizzonte verso cui camminare, un traguardo.

Al cittadino comune non resta che gettare un messaggio in bottiglia, pur temendo che naufraghi in un oceano di chiacchiere. La persistente assenza di un governo è un problema, certo. Ma molto più allarmanti sono altre assenze, sintomo che alcuni problemi capitali sono stati tacitamente relegati a impolverarsi in soffitta. Per esempio, l’eguaglianza.

Di eguaglianza parla l’articolo 3 della Costituzione, e lo fa in termini tutt’altro che generici. Non è uno slogan, un’etichetta, una predica a vuoto destinata a restare lettera morta. È l’articolo più rivoluzionario e radicale della nostra Costituzione, anzi vi rappresenta il cardine dei diritti sociali e della stessa democrazia. E non perché annunci l’avvento di un’eguaglianza già attuata, ma perché la addita come imprescindibile obiettivo dell’azione di governo. L’articolo 3 dichiara che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma non si ferma qui, anzi quel che aggiunge è ancor più importante, e non ha precedenti in altre Costituzioni. “La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. L’eguaglianza fra i cittadini è qui affermata attraverso la loro dignità sociale. La dignità, raggiunta mediante il lavoro, è identificata con il pieno sviluppo della persona. Dignità, sviluppo della persona e lavoro convergono per creare equilibrio fra i diritti del singolo e i suoi “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). La democrazia secondo la Costituzione è dunque “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, e il suo protagonista è il cittadino-lavoratore: perciò l’art. 4 garantisce il diritto al lavoro. Questa idea di democrazia risulta dalla somma di dignità personale e sociale, lavoro, eguaglianza, solidarietà. Dà forma concreta alla sovranità popolare dell’art. 1, ed è il fondamento di larga parte della Carta: non solo gli articoli sui diritti e doveri dei cittadini e sui rapporti etico-sociali (artt. 13-34), ma anche quelli sui rapporti economici (artt. 35-47) e politici. Una parte, questa, che include anche la seconda parte della Costituzione (Ordinamento della Repubblica).

Irraggiandosi su tutta la Costituzione, il principio di eguaglianza sostanziale introdotto dall’art. 3 comporta il progetto di una profonda modificazione della società. Qualcosa da cui siamo, in tempi di impoverimento crescente, di alta disoccupazione e di crescita delle disuguaglianze, più lontani che mai. Quel testo così rivoluzionario fu il “capolavoro istituzionale” di Lelio Basso e Massimo Severo Giannini, allora capo di gabinetto del ministero della Costituente, retto da Pietro Nenni. Dal libro sull’art. 3 di Mario Dogliani e Chiara Giorgi (nella bella serie sui principi fondamentali della Costituzione pubblicata da Carocci) risulta anche il contributo in Costituente di Moro, La Pira, Fanfani. Ma questa “norma-cardine del nostro ordinamento costituzionale” (Romagnoli), che dovrebbe ispirare ogni legge e ogni atto del Parlamento e dei governi, è stata troppo spesso ignorata. Eppure il traguardo costituzionale dell’eguaglianza, data la sua straordinaria, visionaria forza e ricchezza, dovrebbe essere la stella polare di qualsiasi programma di governo.

Per fare solo qualche esempio: il diritto alla salute prescritto dall’art. 32 della Costituzione è palesemente uno strumento di eguaglianza, dunque dev’essere identicamente garantito a tutti. Ma ognun sa che vi sono regioni (specialmente nel Sud) dove il costo pro capite della sanità è assai più alto che in altre (Centro-Nord), mentre i servizi offerti sono molto meno efficienti; per non dire della quota di famiglie impoverite che, a causa delle crescenti spese (ticket etc.), tendono a rinunciare a ogni cura (28.000 nuclei familiari in Calabria, 69.000 in Sicilia). C’è forse un piano per correggere questa stortura? E come rimediare alla crescente disoccupazione giovanile (58,7 per cento in Calabria)? Il “reddito di cittadinanza” è un rimedio ma non una risposta, e una vera politica del lavoro e della piena occupazione è di là da venire. A fronte di una Costituzione che individua nel lavoro l’ingrediente essenziale della dignità della persona e della democrazia, quali sono i progetti dei partiti? Per fare solo un altro esempio: anche la cultura, e in particolare l’istruzione scolastica, è secondo la Costituzione un ingranaggio irrinunciabile della dignità personale, dello sviluppo della persona, e dunque della democrazia. Ma che cosa si intende fare per invertire la rotta di una crescente disuguaglianza di classe favorita da una scuola che è stata battezzata “buona” proprio nel momento in cui da cattiva diventava pessima? E da cosa nascerà l’innovazione e lo sviluppo (dunque anche l’occupazione), se l’Italia investe in ricerca l’1,3 per cento del Pil, contro il 3,3 per cento della Svezia, il 3,1 per cento dell’Austria, il 2,9 per cento della Germania? E se l’università è mortificata da pessimi criteri di valutazione della ricerca, strangolata dalla persistente carenza di fondi, umiliata dalla precarizzazione crescente dell’insegnamento?

L’eguaglianza non è un traguardo facile, ma ignorarlo vuol dire calpestare quella stessa Costituzione che i cittadini hanno difeso nel referendum del 4 dicembre 2016. Quel voto, e così quello del 4 marzo di quest’anno, chiedono radicali cambiamenti, ma in quale direzione? Per uscire dalla palude bastano volti nuovi, nuove alleanze, nuovi slogan? Da questo Parlamento e dal futuro governo dovremmo esigere la competenza e l’immaginazione necessarie a indicare un traguardo degno della nostra Costituzione e della nostra storia. Un futuro per cittadini-lavoratori che nella dignità della loro persona e nella solidarietà riconoscano l’alfabeto della democrazia e la speranza per le nuove generazioni.

È Rivoluzione Youtuber: tutto sulle “nuove rockstar”

È sera, ristorante, una tavolata di persone tra i 25 e i 40 anni: “E tu che lavoro fai?”, chiede un quarantenne al ragazzo che ha di fronte. “Sono uno youtuber”, è la risposta. “No – si corregge il quarantenne – intendo, cosa fai per vivere?”. Il ragazzo sorride: “Produco video che poi carico sul mio canale YouTube e sui miei social”. L’uomo non si dà pace: “E come vivi? Ti mantengono i tuoi?”. Il ragazzo abbassa la voce e si avvicina al suo interlocutore: “Veramente guadagno circa 10 mila euro al mese, senza contare gli eventi”.

Questa conversazione c’è stata davvero ed è stata la scintilla che ci ha spinto a scandagliare il mondo di YouTube e l’economia che genera, la profonda trasformazione nell’universo della comunicazione e dell’intrattenimento. Il Tubo oggi si pone infatti come alternativa alla televisione, soprattutto per chi ha tra 12 e 25 anni: gli adolescenti non stanno più sul divano col telecomando, ma hanno lo smartphone. I loro idoli non sono Carlo Conti e Gerry Scotti, ma Sofia Viscardi e Leonardo Decarli. Perciò abbiamo cercato di cristallizzare nel libro Rivoluzione Youtuber, per la prima volta, questo momento epocale, la nuova generazione di artisti – comunicatori, cercando di prefigurare gli scenari futuri in un contesto che ha generato circa 2 miliardi di dollari di profitto per gli youtuber. Se il mitico Rosario Fiorello ha 1,2 milioni di follower su Twitter e il duo lombardo iPantellas 3 milioni di iscritti sul canale di YouTube, secondo voi, il futuro di chi è? E se Gordon, webstar milanese, ogni volta che pubblica un video genera 3-4 milioni di visualizzazioni, più delle prime serate medie di Rai 1 e Canale 5, secondo voi, non è in atto il più violento tsunami culturale e mediatico dall’invenzione della Tv?

Nel libro abbiamo dato voce agli idoli delle nuove generazioni, le rockstar di oggi, per capire come hanno iniziato, le ambizioni e i guadagni: Daniele Doesn’t Matter, Leonardo Decarli, Gordon, IlvostrocaroDexter, iPantellas, Luis, Elisa Maino, Nirkiop, Francesco Sole, Sofia Viscardi, Willwoosh e Zootropio. E anche ai loro manager, Francesco Facchinetti, Luciano Massa ed Eugenio Scotto, che ci hanno spiegato come funziona la Youtubeconomy, nuovo eldorado per le aziende.

C’è Gordon, parrucca bionda e luoghi comuni femminili, con un target al 98% composto da donne, che è il testimonial più ambito dalle griffe di cosmetici: “Ormai vivo una vita da donna, leggo riviste femminili, guardo programmi che parlano di cellulite e ciclo. La mia è una preparazione immersiva”. E Francesco Sole che con due libri di poesie è riuscito ad andare in classifica, sorprendendo tutti: “Ognuno ha una concezione diversa del video. Nel mio modo di girare m’ispiro a Paolo Sorrentino, Neil Burger e Xavier Dolan, invece quando scrivo poesie m’ispiro a Brizzi. Mi piace essere un comunicatore positivo, credo nell’amore e nelle persone”. E poi c’è Elisa Maino, quindicenne di Riva del Garda, in vetta alla classifica mondiale diMusical.ly, il social in grado di influenzare l’industria musicale. Ormai è una star planetaria, ogni evento a cui partecipa blocca le strade: “I like e le visualizzazioni corrispondono a persone in carne e ossa. È straordinario vedere ragazzi che fanno anche centinaia di chilometri per incontrarmi”.

Cosaresterà di questa rivoluzione? Una generazione di spettatori più consapevole, che non subirà passivamente un palinsesto deciso da altri. In un mare sterminato di contenuti, appariranno gli influencer di consumi culturali e soppianteranno quelli da infradito e borsette griffate. Come in tutte le rivoluzioni non mancheranno le vittime. Sappiatelo.

Inchiesta prosciutti e formaggi Dop, stop ai certificatori

Sospensione di sei mesi per i certificatori di qualità di numerosi prosciutti, salami e formaggi Dop. È il primo risultato dell’inchiesta aperta nei mesi scorsi dalla Procura di Torino sulla non conformità di numerosi maiali al disciplinare del Prosciutto di Parma e del San Daniele. In particolare, alcuni allevatori del Nord Italia avrebbero utilizzato maiali di razza Duroc danese, più redditizia, per inseminare interi allevamenti, in violazione appunto delle stringenti disposizioni del disciplinare. È arrivata così la sospensione delle autorizzazioni concesse a Ifcq per la certificazione di diverse produzioni, fra cui Prosciutto di San Daniele, Cinta Senese, Pecorino Romano e Sarso, Mortadella di Bologna e Cotechino di Modena. La sospensione scatterà dal primo maggio e prevede che i certificatori rimuovano le cause che hanno portato al provvedimento, anche tramite “la rigorosa applicazione dei piani di controllo” tramite “la verifica del tipo genetico dei verri” e “della corretta esecuzione delle operazioni di classificazione delle carcasse”.

Vannini, 14 anni al padre della fidanzata

La mamma di Marco Vannini, il ventenne ucciso il 18 maggio del 2015 nella casa della fidanzata Martina, lancia un grido quando la presidente della prima Corte di Assise di Roma legge il dispositivo di condanna nei confronti dell’uomo che sparò il colpo mortale contro il figlio: “Vergogna, vergogna, riconsegnerò la mia scheda elettorale perché mi vergogno di essere una cittadina italiana”. Quattordici anni di reclusione per Antonio Ciontoli, il padre della fidanzata di Marco; tre anni per la moglie, Maria Pezzillo e per i suoi due figli, Martina – la fidanzata della vittima – e Federico, sono le conclusioni del collegio e dei giudici popolari. Molto più dure erano state le richieste del pubblico ministero Alessandra D’Amore: ventuno anni per Ciontoli e quattordici per la moglie e i figli, imputati di concorso in omicidio volontario con dolo eventuale.

Marco Vannini tre anni fa era morto dopo una agonia durata a lungo, colpito da un colpo di pistola sparato da Ciontoli, mentre si trovava a casa della fidanzata, Martina. C’era tutta la famiglia Ciontoli a casa, quella sera. Il capo d’imputazione parla della simulazione di “uno scherzo, ritenendo erroneamente che la pistola semiautomatica Beretta fosse scarica”. È la versione che l’uomo ha alla fine ammesso, dopo aver inizialmente parlato di un incidente.

Il ragazzo non è però morto sul colpo. Secondo i magistrati Antonio Ciontoli quella sera ha ritardato i soccorsi, fornendo “al personale paramedico informazioni false e fuorvianti, così cagionando, accettandone il rischio, il decesso” della vittima. Un’azione deliberata, per l’accusa, che ha visto partecipi e solidali la moglie e i due figli. È stata invece assolta la fidanzata di Federico Ciontoli, Viola Giorgini, inizialmente imputata per omissione di soccorso. Il motivo del ritardo nella chiamata dei soccorsi è stato l’oggetto principale del dibattimento in corte d’Assise. Secondo le ricostruzioni Marco Vannini poteva essere salvato se trasportato subito in ospedale. Dal momento dello sparo fino alla prima telefonata per la richiesta di soccorso sono passati venti minuti. Ma questa chiamata viene annullata. Ne passano altri venti, per un totale di quaranta minuti dopo il ferimento del ragazzo, prima che l’allarme venga finalmente lanciato. Tre ore dopo il colpo mortale muore, mentre un’eliambulanza lo trasportava verso Roma. Quell’uomo ha fatto sì che mio figlio morisse, Marco urlava come un disgraziato in quella casa… e gli dai solo 14 anni?”, è stato il commento della madre di Vannini, mentre usciva dall’aula della corte di Assise, ricordando quella notte di tre anni fa.

Antonio Ciontoli è un sottufficiale della Marina militare ed era in servizio, all’epoca dei fatti, al Rud, il Raggruppamento unità difesa, articolazione dei servizi di informazione militari. La sentenza lo ha interdetto, per la durata della pena, dal pubblico servizio.

Disposta una nuova perizia sulla bomba che fece 85 morti

Una nuova perizia tecnica sulla bomba della Strage di Bologna. A disporre le verifiche sull’ordigno che il 2 agosto 1980 distrusse un’ala della stazione ferroviaria, provocando 85 morti e 200 feriti, è stata la Corte di Assise di Bologna. L’approfondimento è stato deciso e comunicato nel corso del processo a Gilberto Cavallini, ex Nar imputato di concorso nell’attentato. La perizia sarà in sostanza un accertamento in prevalenza sulle carte dell’epoca, lette però con lo sguardo scientifico di oggi, senza chiudere alla possibilità di esperimenti mai fatti prima. Nella sentenza della Corte di Appello del 1994, l’appello bis del processo sulla Strage, furono sollevati – ha spiegato in aula il presidente del collegio Michele Leoni – pesanti dubbi in ordine alle percentuali di composizione dell’esplosivo, con eventuali e conseguenti riflessi sulla provenienza. Si dovrà appurare inoltre se è più plausibile l’ipotesi di un temporizzatore chimico oppure di un timer elettrico nella bomba: nel secondo caso l’attentatore avrebbe avuto più tempo per allontanarsi, sapendo con esattezza quando sarebbe esplosa. Il punto è cruciale, per stabilire se la miscela è compatibile con gli esplosivi all’epoca nella disponibilità dei terroristi dei Nar di cui Cavallini faceva parte, insieme a Mambro, Fioravanti e Ciavardini. I tre, condannati in via definitiva, saranno sentiti nelle prossime due udienze.

Amianto all’Olivetti, assolti pure Passera e i De Benedetti

“Sapevo di essere innocente”. Appoggiato al suo bastone da passeggio l’ingegnere Filippo Demonte Barbera, 82 anni, non si scompone. Ha appena sentito il giudice Flavia Nasi, presidente della terza sezione penale della Corte d’appello di Torino, leggere la sentenza d’assoluzione per lui e altri dodici manager e dirigenti dell’Olivetti, tra cui figurano imputati eccellenti come l’ex presidente e ad Carlo De Benedetti, suo fratello Franco Debenedetti e l’ex ministro Corrado Passera, co-amministratore delegato per due anni. Tutti assolti con formula piena: “Il fatto non sussiste”. Erano accusati a vario titolo di 13 omicidi colposi, avvenuti dal 2004 in poi, e due casi di lesioni colpose provocati dall’amianto presente negli stabilimenti di Ivrea e dintorni e usato per produrre macchine da scrivere almeno fino al 1986.

Il 18 luglio 2016 il Tribunale di Ivrea li aveva ritenuti responsabili. L’ingegnere De Benedetti e il fratello si erano beccati cinque anni e due mesi di carcere per le lesioni e la morte di sette persone, mentre l’ex ministro Passera aveva avuto una pena di un anno e undici mesi per morte di un operaio nel 2009 e per il mesotelioma pleurico diagnosticato nel 2011 a un’ex impiegata. “Io ero stato condannato a un anno e otto mesi”, spiega Demonte Barbera, all’Olivetti dal 1962 fino al 1994 e ai vertici dello stabilimento Ope tra il 1985 e il 1987, ragione per cui è stato ritenuto responsabile insieme ad altri della morte dell’operaio Emilio Ganio Mego, avvenuta il 2 giugno 2012. “Ero sicuro di essere innocente – prosegue – Sono sempre stato attento a tutti i problemi di salute dei dipendenti e all’ecologia”.

La Procura generale, rappresentata in aula dal sostituto pg Carlo Maria Pellicano e dai sostituti procuratori Laura Longo e Francesca Traverso, aveva chiesto la conferma delle condanne con alcune variazioni: due morti erano ormai prescritte, mentre un malato è deceduto nel corso del processo. I difensori hanno fatto leva su alcune sentenze recenti della Cassazione: “Questi processi si basano su leggi ‘scientifiche’ – spiega l’avvocato Alberto Mittone, legale di Franco Debenedetti – Nel corso del tempo l’elaborazione di questi principi scientifici muta e di conseguenza quello che qualche anno fa poteva essere sostenuto come un principio per condannare oggi non lo è più”. Uno di questi principi è l’“effetto acceleratore”, secondo il quale l’esposizione all’amianto accelera il decorso dei tumori e anticipare la morte: “La Cassazione dice che questo è un principio ancora incerto e non può essere posto a base di una sentenza di condanna”, spiega Mittone. La spiegazione precisa arriverà con le motivazioni della sentenza entro 90 giorni.

E l’avvocato Tommaso Pisapia, difensore di Carlo De Benedetti, afferma che “la corte è stata molto coraggiosa nel distruggere questa sentenza ingiusta e finalmente ha reso giustizia a tutte queste persone”. Restano invece senza giustizia i familiari dei malati e dei defunti: “Questa vicenda è una ferita aperta per la città e per il territorio”, dice il sindaco di Ivrea Carlo Della Pepa. Federico Bellono, segretario generale della Fiom di Torino, definisce il verdetto “un colpo di spugna”: “Decine di lavoratori sono morti per l’esposizione all’amianto in Olivetti e non hanno avuto giustizia. Le famiglie delle vittime non meritano una tale scandalosa impunità”. Alla Procura di Ivrea, intanto, c’è un’inchiesta per la morte di undici persone decedute dopo l’inizio del primo processo.

Arezzo, picchiavano gli anziani: indagati sette infermieri

Violenze in una casa di riposo contro gli anziani ospiti, tutti sopra gli 80 anni, per lungo tempo presi a schiaffi, umiliati e offesi dalle infermiere che si dovevano prendere cura di loro. Sette operatori della struttura Casa Albergo per anziani ubicata a Strada in Casentino, nel comune di Castel San Niccolò, in provincia di Arezzo, sono indagati, anche sulla base delle riprese delle telecamere che documentano maltrattamenti e percosse. La casa di riposo, che fa capo all’Unione dei Comuni, è affidata a una associazione temporanea di imprese cooperative. L’ente pubblico si è dichiarato pronto a costituirsi parte civile nel processo. Le indagini continuano per accertare eventuali reticenze o complicità. Alle prime luci dell’alba di ieri mattina i carabinieri della compagnia di Bibbiena hanno eseguito un’ordinanza applicativa della misura interdittiva del divieto dell’esercizio della professione sanitaria, emessa dal gip del tribunale di Arezzo, Giampiero Borraccia, nei confronti di sette infermieri della casa di riposo: tutti italiani tra i 40 e i 60 anni. Secondo l’accusa, le infermiere avrebbero sottoposto gli anziani non autosufficienti a botte, umiliazioni, ingiurie e minacce.

“Mettiti in ginocchio e dammi 6”. Le minacce dello studente al prof

Minacce e offese a un professore per un’insufficienza. Protagonista uno studente di una scuola superiore di Lucca che ha aggredito l’insegnate dopo il brutto voto, cercando di stappargli il registro elettronico e ordinandogli di inginocchiarsi. L’episodio – ripreso con il cellulare da un altro studente che ha poi fatto circolare il video – è accaduto in una classe del biennio dell’istituto tecnico commerciale Carrara.

Tutto è cominciato dopo che il professore ha dato l’insufficienza al compito del ragazzo. Lo studente si è prima avvicinato alla cattedra insultando il docente ad alta voce davanti a tutta la classe (“Non mi faccia incazzare”), poi lo ha minacciato (“Mi metta sei”) e subito dopo ha cercato di strappargli di mano il registro elettronico dove l’insegnante stava per scrivere il voto. Lo studente si è quindi rivolto con fare prepotente al professore: “Chi è che comanda qui?”. E poi, sempre di fronte ai compagni, ha urlato: “In ginocchio”.

Il video filmato da uno dei compagni di classe in breve tempo è finito su chat e social network. L’accaduto ha sollevato la reazione del dirigente della scuola che ha annunciato “punizioni esemplari” per tutti i protagonisti della vicenda, a partire dallo studente che ha offeso e minacciato il professore.

Provvedimenti saranno adottati anche per i compagni di classe che hanno fatto circolare il video. È stato indetto per venerdì prossimo un consiglio di classe per decidere le sanzioni da adottare.

Le varianti urbanistiche per l’hotel di Marcucci

“Salve, io sono il padrone dell’Universo”. Il proprietario dell’hotel Universo si presentò così a Vittorio Emanuele in visita a Lucca. E lui rispose: “Fortunato lei, io mi accontento di essere il re di questa Italietta!”. L’aneddoto spiega quanto i lucchesi ci tengano allo storico albergo di piazza del Giglio, 60 camere in pieno centro. E ora che di passaggio in passaggio tra i padroni dell’Universo c’è Andrea Marcucci, il capogruppo del Pd al Senato, in città l’hotel è finito al centro di un caso. A far litigare opposizioni e maggioranza del sindaco Alessandro Tambellini, anche lui del Pd, è il progetto di ristrutturazione dell’edificio cinquecentesco. Per il segretario provinciale di Fratelli d’Italia Marco Chiari, ex assessore all’Urbanistica, nelle carte presentate in Comune ci sono irregolarità. E, sorpresa, lo studio Archea di Firenze, che ha curato il progetto, all’improvviso, e a cantiere aperto da mesi, ha lasciato la direzione lavori, chiedendo l’annullamento in autotutela di quanto presentato.

E Marcucci che c’entra? Il senatore, oltre al politico, fa l’imprenditore. Lui e i fratelli Paolo e Maria Lina, ex vicepresidente della Toscana, sono proprietari della Kedrion, il colosso del gruppo farmaceutico fondato dal padre Guelfo. Ma la famiglia Marcucci dice la sua anche in campo immobiliare: con Shaner Italia, società del gruppo degli hotel Marriott, è proprietaria del Ciocco, un resort immerso nella campagna toscana. E sempre con Shaner due anni fa la famiglia ha acquisito all’asta, attraverso la Sestant, l’hotel Universo: il 50% ora è di Shaner e il 50% dei Marcucci. I vecchi proprietari erano sempre Marcucci, Maria Cristina e Luigi, cugini di Andrea: la loro società Profilo Toscana nel 2015 è finita in concordato preventivo dopo una perdita da 5,7 milioni del 2014, dovuta alla svalutazione da 5,3 milioni messa a bilancio per l’albergo dopo la perizia di un geometra di Barga. Che poi è il paese vicino a Lucca da dove vengono i Marcucci. Ma ora a Lucca non si discute di passaggi in famiglia, ma di aspetti urbanistici. Nel marzo del 2017 la società Universo Real Estate, con soci appunto il ramo che conta dei Marcucci e il gruppo del Marriott, ha presentato il progetto di ristrutturazione tra gli applausi della maggioranza comunale di centrosinistra. Ma il progetto prevedeva la costruzione di una scala antincendio esterna che finisce su una piazzetta pubblica, e la prevedeva ancor prima che il Comune desse l’area in concessione ai proprietari dell’hotel. Anzi, a maggio 2017 il dirigente comunale responsabile delle occupazioni di suolo pubblico aveva scritto alla giunta di ritenere che si dovesse passare “per l’approvazione di un atto di competenza del Consiglio comunale, finalizzato alla futura sdemanializzazione dell’area interessata (quale conditio sine qua non)”. Desmanializzazione, cioè cessione definitiva. Così quando a luglio 2017 la Soprintendenza delle Belle arti guidata da Luigi Ficacci s’è trovata a valutare il progetto, ha dato l’ok a tutto tranne che alla scala. Ma poi in Comune un altro dirigente ha autorizzato per nove anni l’occupazione di 47 metri quadri. E a ruota anche il soprintendente Ficacci ha detto sì.

Le opposizioni in Comune hanno protestato. Il consigliere del M5S Massimiliano Bindocci ha presentato un’interrogazione: “Quando vogliono gli uffici sono di una velocità impressionante, alcune pratiche sembra siano state svolte in un solo giorno”. E l’ex assessore Chiari accusa: “L’amministrazione non ha ancora fissato un canone per la concessione. E dopo i nove anni di occupazione l’albergo chiude?”. Per Chiari, oltre alla scala su suolo pubblico, ci sono altri problemi: “La modifica del tetto e di alcune finestre prevista nei rendering richiederebbe una variante al regolamento urbanistico e un passaggio in Consiglio comunale, sinora mai avvenuti”. Chiari a gennaio ha presentato un esposto in procura, ma un mese dopo il pm Piero Capizzoto ha chiesto l’archiviazione.

Chiari ora vuole rivolgersi alla Corte dei conti, mentre Bindocci fa notare che il soprintendente Ficacci figura tra i docenti dell’università Campus, fondata grazie al contributo determinante di Maria Lina Marcucci, ancora oggi tra i vertici dell’ateneo: “Qualcuno ha ipotizzato una situazione di potenziale conflitto di interessi”. A Lucca si continua a litigare, insomma. E nei giorni scorsi lo studio Archea ha chiesto di annullare in autotutela la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività), un’autocertificazione sulla regolarità del progetto presentata per tutti i lavori, scala, finestre e tetto compresi.

“Forse si sono resi conto che c’erano irregolarità”, dice Chiari. Inutile chiederlo ad Archea: a telefonate, sms ed email mai nessuna risposta. “Per le modifiche a tetto e prospetti ci vorrà un permesso a costruire in deroga al piano urbanistico su cui dovrà esprimersi il Consiglio comunale”, assicura l’assessore all’Urbanistica Serena Mammini che promette controlli per verificare se siano già stati eseguiti lavori non a norma di piano regolatore. Dallo staff di Marcucci dicono: “Il senatore non si è mai occupato, né si occuperà dell’hotel”.