Romeo Gestioni, udienza per illeciti amministrativi

Rinvio a giudizio per la Romeo Gestioni, che secondo la Procura di Roma avrebbe violato la legge 231 sulla responsabilità degli enti. La prima udienza, per l’illecito amministrativo è fissata al 10 maggio. In quella data si deciderà se riunire il processo con quello che vede imputato Alfredo Romeo, titolare dell’azienda. Cuore dell’inchiesta che ha portato nel marzo del 2017 all’arresto di Romeo è la gara FM4, di “facility management”, ovvero servizi per la Pubblica amministrazione, del valore di 2,7 miliardi, bandita dalla centrale acquisti nel 2014 e suddivisa in 18 lotti, alcuni dei quali puntava ad aggiudicarsi Romeo. L’imprenditore prese parte alla gara per il lotto da 143 milioni di euro per l’affidamento di servizi in una serie di palazzi istituzionali a Roma, che andavano dalla pulizia alla manutenzione degli uffici. Per raggiungere il risultato, Romeo, secondo quanto detto da Marco Gasparri ai pm, avrebbe corrotto il dirigente Consip con 100 mila euro in tre anni, affinché gli desse una serie di informazioni indispensabili per avere la meglio sugli altri partecipanti. Nel processo Gasparri, accusato di corruzione in concorso con Romeo, ha patteggiato un anno e otto mesi di carcere.

Ventimiglia, ruspe sul Roja: migranti cacciati fuori e 110 tende devastate

Le ruspe sono state inviate nell’accampamento che ospita i migranti sul greto del torrente Roja a Ventimiglia: i mezzi meccanici hanno eliminato circa 110 tende dopo che gli occupanti erano stati fatti allontanare. Da ieri, è stato spiegato, non sarà più possibile allestire accampamenti vicino al confine con la Francia: i migranti che vorranno dormire sul greto del fiume sotto il lungo ponte stradale dovranno farlo senza ripari di alcun genere. Dopo lo sgombero, l’obiettivo è di impedire in futuro l’allestimento di altri ripari di fortuna anche con un apposito servizio d’ordine. La decisione è stata presa dal Comitato per l’Ordine e la sicurezza pubblica di Imperia presieduto dal prefetto Silvana Tizzano.

Una settimana fa, è stato spiegato, i migranti sono stati avvertiti tramite i mediatori culturali di portare via le proprie cose. A differenza di altri interventi passati, è stato spiegato loro, questa volta non ci si sarebbe limitati a pulire l’area ma a togliere le stesse tende. Momenti di tensione si sono registrati quando uno di loro alla vista delle ruspe ha preferito dare fuoco al riparo invece di vederlo distrutto. Sono intervenuti i vigili del fuoco per spegnere le fiamme.

“Il Comitato per la sicurezza ha deciso di ripristinare la sorvegliabilità di questo contesto ambientale – ha spiegato il questore Cesare Capocasa – Ultimamente si erano verificate aggressioni ed episodi di violenza e si era anche venuto a creare un business del posto tenda. Era necessario ripristinare una sicurezza interna agli accampamenti”.

Le ruspe mandate dal Comune hanno rimosso le tende nelle quali da più di un anno vivevano a rotazione quasi 200 stranieri, con punte più alte in estate. In gran parte sono soprattutto persone provenienti dall’Africa: molte hanno accettato di farsi ospitare nel più attrezzato centro di accoglienza del Parco Roja gestito dalla Croce Rossa.

“Fatture false” sugli outlet: i Renzi a rischio processo

Due fatture false da 20 e 140 mila euro per operazioni inesistenti: è quanto contesta la Procura di Firenze a Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori dell’ex premier. Ieri i magistrati toscani titolari del fascicolo, Christine von Borries e Luca Turco, hanno notificato l’avviso di chiusura indagini ai coniugi di Rignano sull’Arno e al loro amico imprenditore Luigi Dagostino, ex amministratore della società Tramor.

Le fatture individuate dagli uomini della Guardia di Finanza, si legge nelle cinque pagine di provvedimento, sono relative a prestazioni mai svolte per le operazioni di sviluppo connesse all’outlet The Mall di Reggello. La prima, da 20 mila euro, emessa dalla Party srl, società fondata da Tiziano Renzi (40%) e dalla Nikila Invest (60%) amministrata da Ilaria Niccolai, compagna di Dagostino. La seconda, da 140 mila euro, emessa dalla Eventi 6, società della famiglia Renzi di cui è oggi presidente Laura Bovoli che detiene l’8% delle quote mentre le figlie Matilde e Benedetta, sorelle di Matteo, possiedono rispettivamente il 56 e il 36%. Fatture pagate dalla Tramor, società impegnata nello sviluppo dell’outlet The Mall a Reggello e della quale è stato amministratore Dagostino. Quest’ultimo è sotto inchiesta da oltre un anno proprio per l’ipotesi di reato di emissione di fatture false per operazioni inesistenti ed è ora accusato anche di truffa per aver attestato la veridicità della fattura da 140.000 euro più Iva con il successivo amministratore della società, Remì Leonforte, il quale fu da lui indotto ad autorizzare il versamento.

Dagostino, infatti, seppur ormai non più amministratore, scrisse una email a Carmine Rotondaro, procuratore speciale del gruppo Kering – del quale Tramor era amministrata – pregandolo “di mettere in pagamento urgentemente” la fattura da 140 mila euro più 30.800 di Iva a favore della Eventi 6. Rotondaro, secondo i magistrati indotto così in errore, si rivolse al tesoriere con un messaggio dall’oggetto: “Tramor – fattura da pagare con estrema urgenza” e nel testo “avrei bisogno di far pagare con estrema urgenza la fattura allegata”.

L’intera vicenda è stata portata alla luce ormai due anni fa dai colleghi Pierluigi Giordano Cardone e Gaia Scacciavillani del fattoquotidiano.it che hanno rivelato la ragnatela societaria e di interessi dei genitori del segretario dimissionario del Pd attorno al fortunato outlet The Mall, a pochi chilometri da Rignano sull’Arno. All’inchiesta giornalistica, Tiziano Renzi rispose con una querela. Poi lo scorso marzo Giacomo Amadori sul quotidiano La Verità ha rivelato l’esistenza di alcune specifiche fatture, in particolare quella da 140 mila euro emessa dalla Eventi 6. La Guardia di Finanza ha perquisito la sede dell’azienda e il 22 marzo è emerso che i coniugi Renzi erano iscritti nel registro degli indagati.

Il padre dell’ex premier scelse di difendersi sui giornali diffondendo una nota. “All’improvviso e del tutto casualmente dal 2014 la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata: da cittadino modello a pluri-indagato cui dedicare pagine e pagine sui giornali”, scrisse. “Ribadisco con forza e determinazione che non ho mai commesso alcuno dei reati per i quali sono stato, e in alcuni casi ancora sono, indagato. Se devo essere processato che mi processino il più velocemente possibile, se possibile. Passerò i prossimi anni della mia vita nei tribunali per difendermi da accuse insussistenti e per chiedere i danni a chi mi ha diffamato. Ma almeno potrò dire ai miei nipoti che la giustizia si esercita nelle aule dei tribunali e non nelle fughe di notizie e nei processi mediatici”, riferendosi anche al caso Consip che lo vede indagato dalla Procura di Roma. Il giorno dopo acquistò un’intera pagina del quotidiano Qn per pubblicare la stessa nota e poi decise di non presentarsi davanti ai pm per essere interrogato.

Ieri l’avvocato di Renzi, Federico Bagattini, contattato dal Fatto, ha stigmatizzato “l’ennesima fuga di notizie avvenuta pochi secondi dopo la notifica della chiusura indagini al legale del diretto interessato”. Con l’atto di ieri, ha aggiunto, “si è verificato quello che auspicavamo: subito i processi”. Il legale ha ora venti giorni di tempo per presentare eventuali memorie difensive ma, ribadisce, “vogliamo i processi”. Potrebbe essere accontentato: la richiesta di rinvio a giudizio potrebbe essere formulata già tra un mese. Poi deciderà il gip.

La Kyenge “tradita” dal marito: “Ho votato la Lega”

Il marito dell’ex ministro Cécile Kyenge ha votato Lega e Cinque Stelle, perché “il Pd è bollito”. E non c’è il razzismo dietro al raid di un vicino di casa, che nei giorni scorsi aveva imbrattato il giardino e la parete della sua casa con le feci di un cane. Domenico Grispino, intervistato nella trasmissione radiofonica di Radio 24 La Zanzara, smentisce così la moglie che aveva parlato di “un atto di odio” motivato dal razzismo. In realtà si tratta solo di una bega fra vicini.

Succede tutto a Gaggio di Castelfranco, in provincia di Modena. Il cane Zimì è stitico – racconta il suo proprietario, che è appunto il marito della Kyenge – e per questo deve piegarsi più volte prima di riuscire finalmente a fare i suoi bisogni. In un paio di occasioni, Grispino non si è accorto di aver lasciato sulla strada delle piccole tracce delle sue feci. Un vicino di casa – anche lui intervistato da la Zanzara – ha ammesso di aver imbrattato la casa dell’ex ministro, ma solo come ripicca per la presunta “inciviltà” del marito.

Quest’ultimo ha inoltre ammesso di aver votato Lega e Cinque Stelle durante le ultimi elezioni politiche.

Le cimici di Stalin e Secchia contro Togliatti e Nilde Iotti

Il 22 agosto 1950, poco dopo mezzogiorno, un’Aprilia grigia targata Roma percorre la strada provinciale Ivrea-Aosta. Al termine di un tratto in salita, ci sono una curva e un bivio e c’è un camioncino fermo in mezzo alla strada. L’auto grigia prosegue e il camioncino, un ambulante di verdura, svolta bruscamente a sinistra. L’autista dell’Aprilia frena ma l’impatto sembra inevitabile. A quel punto sterza a destra e l’auto va a sbattere contro un paracarro, ribaltandosi completamente.

Sull’auto ci sono quattro adulti e una bambina: Palmiro Togliatti, segretario generale del Partito comunista; la sua compagna Nilde Iotti e la piccola Marisa Malagoli, sorella di Arturo, uno dei sei operai uccisi quell’anno a Modena dalla polizia del dc Scelba; l’autista di nome Zaia; la guardia del corpo del compagno “Ercoli”, Giacomino Barbaglia. Reduce dalla Valsesia, la “comitiva” è diretta in Valtournenche, in Valle d’Aosta, dove abita Cristina Togliatti, sorella del segretario. Il “Migliore” è il ferito più grave. Solo “contusioni multiple”, però. E sulla fronte ha un grosso livido. Viene ricoverato all’ospedale di Ivrea.

L’inizio degli anni Cinquanta è il cuore della stagione centrista della feroce repressione anticomunista della Dc di De Gasperi e Scelba. Gli americani hanno calato completamente il loro ombrello, economico e politico, sull’Italia e i governi dell’unità antifascista sono finiti nel 1947. Poi il 18 aprile 1948, con l’epica vittoria scudocrociata contro il Fronte socialcomunista. Dal maggio dal 1947 alla metà del 1950 le forze dell’ordine ammazzano 87 lavoratori, in gran parte comunisti. È la Guerra fredda. L’Italia sceglie il Patto atlantico e il Pci è fedele all’Urss di Stalin. Il grande Partito comunista ha oltre due milioni di iscritti, 10mila sezioni e 52mila cellule. Nella sede nazionale di Botteghe Oscure il capo dell’Organizzazione è il “rivoluzionario” Pietro Secchia, vicesegretario. Il Partito è strutturato militarmente e l’Ufficio Quadri e la Vigilanza controllano fino all’ossessione dirigenti e militanti.

Il 31 ottobre 1950, Togliatti è nella clinica Salus di Roma. A distanza di due mesi dall’incidente in Valle d’Aosta le sue condizioni sono peggiorate. Ha frequenti mal di testa e quel giorno ha perso conoscenza. Deve essere operato alla testa e ad autorizzare l’intervento sono Secchia e Luigi Longo, l’altro vicesegretario. Nell’operazione vengono asportati due grossi grumi di sangue. Tutto va nel verso giusto e Togliatti si risveglia subito. Il problema è un altro, però. Dal suo letto il compagno segretario ha chiesto a Secchia di indagare sul periodo che va dal misterioso incidente del 22 agosto al ricovero di fine ottobre. Il sospetto, Secchia, già lo conosce. Glielo ha confidato Mario Spallone, il medico personale di Togliatti: avvelenamento. Già dal 1948, dopo l’attentato di Pallante, i sovietici accusano i compagni italiani di non fare abbastanza per la sicurezza del “Migliore”. In tutto il Paese il clima è cupo e gli americani hanno allestito l’operazione Stay- Behind. La famigerata Gladio per reprimere un’eventuale insurrezione comunista. Ma l’inchiesta “interna” sul presunto avvelenamento non dà riscontri.

Roma un anno dopo. Alla fine del 1951, a dicembre. Una squadra della Vigilanza di Botteghe Oscure è nei pressi della casa di Togliatti, in via Arbe a Roma. Sono in tre. Aspettano che il loro segretario vada via. Poi entrano e piazzano vari microfoni: nel tinello, nello studio, nella camera da letto. L’ordine è arrivato dall’Ufficio Quadri, dove il vice è Giulio Seniga, comunista ambiguo e fedelissimo di Secchia, che poi scapperà con la cassa nel 1954 provocando la fine politica del suo capo. L’inaudito blitz del Partito per spiare Togliatti origina dalla diffidenza verso Nilde Iotti, considerata vicina al Vaticano. La via parlamentare e italiana al socialismo indicata dal “Migliore” coincide, secondo Mosca e i “rivoluzionari” di Secchia, con una linea troppo morbida di fronte alla repressione dc. E dieci mesi prima, Togliatti, ha rifiutato “l’invito” di Stalin e della direzione del Pci di andare a Praga a dirigere il Cominform. In quell’occasione Secchia accusò Togliatti di farsi influenzare troppo da Iotti.

La storia dei misteri del togliattismo negli anni Cinquanta, prima della morte di Stalin nel 1953, è stata ricostruita da Vindice Lecis, studioso e giornalista del gruppo Espresso, nel suo ultimo libro: Il nemico. Intrighi, sospetti e misteri nel Pci della Guerra fredda. Un lavoro che ne segue altri due analoghi, La voce della verità e L’infiltrato. E la conferma che negli archivi del Pci c’è ancora tanto da raccontare.

Aiutò Bisignani, condannata per riciclaggio

La Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione, coperti da indulto, per Stefania Tucci, ex moglie del ministro socialista Gianni De Michelis. La Tucci, consulente finanziaria, ha ottenuto un compenso di 350 mila euro, dopo aver riciclato quattro miliardi di lire con varie operazioni di rientro di capitali e schermature societarie in favore di Luigi Bisignani, con il quale ha avuto anche una relazione sentimentale. I quattro miliardi provenivano dalla “riserva Bonifaci, che custodiva 20 miliardi della maxi tangente Enimont da circa 150 miliardi.

Il verdetto, pronunciato a metà gennaio ma depositato solo ieri, ha confermato la condanna in appello del settembre 2016. In primo grado la consulente era stata condannata anche per associazione a delinquere, reato poi prescritto in appello. Secondo la Cassazione, la professionista aveva “fatto rientrare in Italia ingenti somme di illecita provenienza che il Bisignani deteneva all’estero”. Il denaro era servito all’acquisto di una società di proprietà della famiglia Salini. Le quote erano state cedute a una società belga e poi riacquistate per consentire a Bisignani di acquistare un complesso immobiliare a Milano.

SOS Rousseau: Casaleggio si affida a un tecnico

L’estate scorsa fu un ventiseienne padovano: si infilò, come un coltello nel burro, nel sistema operativo Rousseau, solo per il gusto di farlo: “Volevo testarne la vulnerabilità”, disse ai poliziotti della postale che erano andati a perquisirgli casa.

Svelò , quell’hacker “buono”, quello che un po’ tutti sapevano e che la stessa Casaleggio associati fu costretta a confessare: la piattaforma dei Cinque Stelle, dove si vota, si organizzano eventi e si propongono leggi, non è sicura. Poi arrivò l’hacker “cattivo”: quel Rouge_0 che sosteneva di aver venduto in cambio di bitcoin nomi, cognomi, email, password e donazioni fatte al sito del Movimento Cinque Stelle. Così a Milano hanno deciso di correre ai ripari. L’intera architettura informatica va rifatta da capo e per questo Davide Casaleggio si è affidato a un esperto, un partner tecnologico che si occuperà di reingegnerizzare Rousseau. Il termine tecnico indica proprio una riprogettazione del sistema e ovviamente non riguarderà solo il tema della sicurezza. L’esigenza fondamentale è quella di rendere più sicura la piattaforma e di garantire la gestione dei dati, anche per evitare di incorrere nelle sanzioni già paventate dal Garante della privacy.

L’istruttoria dell’Authority – aperta proprio in seguito alle incursioni informatiche dell’estate scorsa – si era conclusa a inizio anno con il rilievo di una serie di illeciti nel trattamento dei dati personali e soprattutto con la dimostrazione che chi partecipa alle votazioni on line non ha la tutela dell’anonimato. Così, il Garante chiedeva ai Cinque Stelle di attivare una serie di misure per risolvere i problemi assodati. Nodi finiti tutti sul tavolo dell’associazione Rousseau, l’ente operativo voluto da Gianroberto Casaleggio e ora controllato dal figlio Davide, che ha tre soci: il capogruppo a Bologna Massimo Bugani, grillino della prima ora; la capogruppo a Pescara Enrica Sabatini e il motore della Casaleggio, Pietro Dettori, ora fisso a Roma con Di Maio. Assieme, hanno consultato vari esperti. E hanno deciso di affidarsi a un tecnico, che dopo una serie di riunioni preparatorie sta cominciando a lavorare concretamente sulla piattaforma assieme aMarco Maiocchi: “progettista e sviluppatore di architetture software dal 1991”, nella Casaleggio associati dal 2006. Oltre alla sicurezza, il “reset” tecnologico servirà anche a implementare alcune funzionalità di Rousseau. Ma soprattutto, dovrà rendere molto più semplici l’iscrizione alla piattaforma e le votazioni, risolvendo i notevoli e ricorrenti guai tecnici.

Evidenti soprattutto durante le ultime Parlamentarie, quando molti iscritti ebbero problemi ad accedere. Per completare il lavoro, il tecnico e la sua equipe si sono dati circa tre mesi di tempo. E i fondi non gli mancheranno, visto che i parlamentari del M5S sono tenuti dal regolamento a versare “per il funzionamento delle piattaforme” 300 euro al mese dal loro stipendio.

I 5Stelle cambiano programma: realpolitik da usare con cautela

Che modi sarebbero, non si cambiano così le carte in tavola, ha pensato, sul momento, l’autore di questo diario alla lettura dell’articolo del Foglio sul programma dei Cinquestelle riveduto e corretto. Poi ha assistito al diluvio d’insulti contro i grillini: “Truffatori”, “incoerenti”, “opportunisti”. Quindi ha preso atto delle precisazioni: “Un semplice editing”, “il programma definitivo è sempre stato quello di gennaio, i precedenti erano provvisori e c’era scritto”. Infine, ha cercato di farsi una sua idea in proposito. Partendo da due cifre. Quarantamila circa. Undici milioni circa. Ovvero: i militanti che hanno partecipato alle Parlamentarie del movimento. E i voti raccolti dal movimento lo scorso 4 marzo.

Da un semplice identikit delle due categorie meglio si comprendono le differenze del programma incriminato, prima e dopo la cura. Non sorprende certo che il grillino movimentista guardi, per esempio, con un certo sospetto istituzioni sovranazionali come Nato, Patto Atlantico, Unione europea e moneta unica. Senza gli eccessi sovranisti della destra ma nella convinzione che i superpoteri di Bruxelles o di Francoforte non curino sempre gli interessi dei popoli. Non a caso nella versione provvisoria si chiedeva il “disimpegno dell’Italia da tutte le missioni Nato”. Mentre a proposito dell’euro c’era scritto: “Siamo succubi di una moneta unica che rappresenta solamente un vincolo di cambi fissi tra economie troppo diverse”.

Poi sul M5S sono piovuti i quasi undici milioni di voti. La stragrande maggioranza dei quali ha scelto sulla scheda quel simbolo come atto di fiducia. Come un’apertura di credito nella capacità di cambiamento di una forza politica discutibile quanto si vuole ma certamente innovativa, nelle facce e nella comunicazione.

Non è azzardato definirlo un gigantesco voto d’opinione. Per cui dubitiamo fortemente che quel quasi 33 per cento di italiani conoscesse a menadito il succitato programma, nella prima, seconda o terza versione. Mentre siamo convinti che se Di Maio e soci avessero, per dire, impostato la campagna elettorale sull’uscita dalla Nato e/o dall’euro di quei voti, il 4 marzo, ce ne sarebbero stati molti di meno. Certo, le variazioni sui predetti temi, o su altri come lo ius soli (prima sì poi no) o le unioni civili (prima si poi mah) non depongono a favore della granitica coerenza del gruppo dirigente Cinquestelle. Ma è quella che in genere viene chiamata realpolitik. Misurare, cioè, i propri comportamenti sugli interessi del Paese e sulla realtà interna e internazionale del momento piuttosto che su sentimenti e categorie ideologiche. In questo caso: la formazione di una maggioranza per conquistare Palazzo Chigi. Pratica normalmente apprezzata e rispettata ma che il partito di Grillo dovrebbe adoperare con cautela. Non tanto per le inevitabili accuse esterne dei prevenuti in servizio permanente. Quanto per il dislivello (numerico e valoriale) tra la realtà elettorale e i sentimenti della base, che potrebbe allargarsi ancora. Perché in assenza di un equilibrio definito a lungo andare il movimento rischierebbe di non sapere più cosa è e dove andare.

Taglio ai vitalizi, incontro con Boeri a Montecitorio

Il presidente della Camera Roberto Fico ha ricevuto ieri pomeriggio a Montecitorio il presidente dell’Inps Tito Boeri. L’incontro è stato definito come “cordiale e costruttivo”.

“La presidenza della Camera – ha dichiarato Fico – sta lavorando e continuerà a lavorare in modo approfondito sul tema dei vitalizi”. E proprio dalle dichiarazioni di Boeri sui vitalizi è nata l’idea dell’incontro. Intervistato domenica da Lucia Annunziata a In 1/2 ora, Boeri ha detto che il taglio dei vitalizi non è una misura puramente simbolica o demagogica. Con un ricalcolo dei vitalizi su base contributiva – ha detto Boeri –”si sarebbero avuti risparmi importanti, non solo simbolici, nell’ordine dei 150 milioni di euro ogni anno”.

La speranza di Boeri è che l’impegno della nuova legislatura sia autentico. Per questo ha chiesto pubblicamente che sia fornito all’Inps l’elenco dei contributi versati in passato dai singoli parlamentari. La stessa richiesta era già stata fatta nella scorsa legislatura, ma la Camera non aveva fornito i dati, un fatto definito “scandaloso” dallo stesso Boeri.

“Un governo serve, guai se si torna al voto”

“Credo che un governo lo si debba fare. Se a guerra finita democristiani, liberali, Partito d’Azione e comunisti sono riusciti a scrivere la Costituzione, anche Salvini, Di Maio, Berlusconi e Renzi possono riuscire a mettere insieme un esecutivo”. A parlare è Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, il cui nome in queste settimane di stallo politico è rimbalzato come possibile premier di un governo targato 5 Stelle. “Ma io non sono stato contattato da nessuno. Il tutto è frutto dell’ingegnosità di Giuliano Ferrara, che ha lanciato l’idea forse per pagare pegno, visto il trattamento che mi riservava quando ero ministro della Giustizia (nel primo governo Prodi, ndr). L’unico rapporto che mi lega ai pentastellati è la collaborazione con l’assessore Luca Bergamo al Comune di Roma, dove mi sono impegnato a portare la Costituzione nelle scuole”, spiega Flick.

L’occasione d’incontro è la presentazione dell’ultimo libro di Carlo Smuraglia il cui oggetto è proprio la Carta. Con la Costituzione nel cuore, è il titolo del testo, una sorta di viaggio del presidente dell’Anpi – insieme a Francesco Campobello – tra antifascismo, Resistenza e nascita della Costituzione visti con gli occhi del partigiano, del professore universitario, del membro del Csm e dell’uomo delle istituzioni quale è stato ed è, appunto, Smuraglia.

Ma torniamo a Flick. “La situazione si è molto ingarbugliata, ma credo che questo incarico a Casellati possa servire a capire da che parte bisogna andare. Vedo tanti veti e controveti, anche all’interno degli stessi partiti. Bisognerebbe ricordare a tutti, però, che la campagna elettorale è finita e ora siamo in una fase nuova dove ognuno dovrebbe dismettere certi toni, fare un passo indietro e, al contempo, uno in avanti verso gli altri”, sostiene l’ex ministro della Giustizia. Ma lei sarebbe disponibile? “Io potrei fare il premier come possono farlo tanti altri. Non è questo il punto. Il problema è dare vita a un governo in breve tempo, perché l’Italia non è la Germania e nemmeno la Spagna. Ci vuole qualcuno a Palazzo Chigi, vista anche la delicata situazione internazionale, dalla Siria alle scadenze dell’Unione europea”, risponde il giurista. Insomma, secondo Flick, “un modo per far nascere un esecutivo bisogna trovarlo, perché tornare a votare sarebbe una iattura, dato che c’è il rischio di andare alle urne con una legge elettorale peggiore di questa: non vorrei che la prossima volta si voti con il ‘diabolicum’”.

Il vero problema, però, secondo l’ex presidente della Consulta, non è dar vita a un esecutivo, ma governare. Sulla soluzione, però, non si sbilancia: “Per Di Maio e Salvini ora è più dura, non so se per colpa di Berlusconi o altro. La partita si può riaprire dall’altra parte, tra M5S e Pd, ma per vedere il futuro ci vuole la palla di vetro, che io non ho”, dice Flick. Che invita a tenere come bussola proprio la Costituzione che, nel 2016, “qualcuno ha tentato di mettere sotto una lapide, mentre gli italiani ne hanno rimarcato il valore”. Guardare alla Carta, dunque, anche adesso, sottolinea il giurista.