Ora Renzi aprirà al dialogo con Fico. Ma per farlo fallire

“Le mattinate di primavera a Firenze sono una delle cose più belle del mondo”. Matteo Renzi consegna questo imprescindibile pensiero a Facebook, mentre le trattative per un nuovo governo si infittiscono e non risolvono. Facendo notare la sua assenza, il senatore di Scandicci, ricorda che il disgelo primaverile dipende da lui. Che pare ben intenzionato a rientrare in gioco, per sparigliare ancora le carte. “Quando il mandato della Casellati fallirà, se il presidente della Repubblica darà il mandato esplorativo a Roberto Fico, il Pd andrà a dirsi disponibile a un governo con i Cinque Stelle, con la benedizione di Renzi”. A raccontarlo è un alto dirigente dem. Ma nei palazzi della politica, ieri, lo scenario va per la maggiore. Si racconta che l’ex segretario avrebbe fatto arrivare per interposta persona qualche segnale a Sergio Mattarella in questo senso.

Da qui a lunedì, quando dovrebbero iniziare le consultazioni di Fico, il tempo è lungo e le incognite tante. Davvero l’ex premier sarebbe pronto a un cambio di strategia così forte? Quel che è certo è che a questo punto il pressing su di lui – dentro e fuori il partito – sta diventando insostenibile.

L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è ormai convinto che il Movimento sia diventato il minore dei mali. Andrea Orlando, Dario Franceschini, Francesco Boccia, ma anche Maurizio Martina, stanno lavorando per costruire un terreno di dialogo con il Movimento ormai da settimane. Ma a pensare che sarebbe il caso di andare almeno a scoprire le carte sono ormai in molti, anche tra i più vicini all’ex premier. Ieri sul Foglio c’era un’interessante riflessione di Alfredo Bazoli: “È un rischio enorme per il Pd, perché rischiamo di essere il vaso di coccio: se le cose vanno bene è merito loro, se le cose vanno male è colpa nostra. Però riflettendo su questo stallo, mi sono chiesto se esista un’alternativa migliore per il Pd e per il Paese, e no, non c’è”. Ora Bazoli, per quanto atipico, perché autonomo, è un renziano della prima ora. L’intervista non è fatta sotto impulso del quartier generale dell’ex premier, ma è comunque un segnale.

Renzi il Pd sulla linea del no a priori non lo tiene più. Tanto è vero che nella minoranza stanno pensando di chiedere una direzione per discutere. E dunque l’ex segretario – che mantiene un potere di veto – non può stare fermo. Quello che sta maturando è di mettere una tale serie di “se” e di “ma” da farla fallire un’eventuale intesa tra Cinque Stelle e Pd. Attribuendo il fallimento agli altri. Primo: niente premiership a Di Maio. E Fico? È il nome su cui sta lavorando la minoranza, difficile che lui dia l’assenso. Secondo: il programma. Ieri Dario Parrini ricordava la distanza abissale tra Pd e M5S, tacciando di propaganda il reddito di cittadinanza e l’abolizione della Fornero. E per i renziani il Jobs act non andrebbe rimesso in discussione. Insomma, questa volta una disponibilità Renzi la darebbe pure, ma alzando il prezzo in maniera insostenibile. Tanto è vero che ieri i suoi continuavano a smentire l’apertura: “Io sono particolarmente divertito da queste ricostruzioni che ci vedono al governo. Sono cose di straordinaria fantasia”, nella versione di Ettore Rosato.

Quel che è vero, però, è che i giochi si faranno tutti in una terza fase, dopo il fallimento dell’esplorazione di Fico. Se continua la rottura tra Lega e Cinque Stelle, l’ipotesi di un terzo nome e di un governo istituzionale, con i voti di Cinque Stelle e di tutto il Pd (compreso Renzi), diventa concreto, basato su una serie di punti programmatici e con una durata di partenza di un anno. Così come rientrerebbero in gioco altre ipotesi: come quella di un governo guidato dal numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti, che andrebbe in Parlamento a chiedere i voti di tutti. E in molti scommettono che arriverebbero anche quelli del Pd.

La targa: “Riservato al presidente della Camera”

La linea del trasporto pubblico di Torino è la numero 56. Su uno dei posti qualcuno ha incollato una scritta nera su sfondo grigio: “Riservato agli invalidi di guerra e ai presidenti della Camera”. Non è una trovata dell’azienda dei trasporti, ma un riferimento ironico al presidente della Camera Roberto Fico e alla sua scelta di raggiungere il Parlamento con i mezzi pubblici (perché, spiegherà poi, la fila per prendere il taxi era troppo lunga).

Le foto della finta targa sui bus torinesi le ha condivise ieri sul suo profilo Facebook Luca Cassiani, consigliere regionale del Pd in Piemonte: “Ho ricevuto queste foto e ho deciso di pubblicarle – ha scritto – L’artista è un genio”. Cassiani era stato consigliere comunale a Torino quando sindaco era Piero Fassino. Da un paio di settimane ha sostituito in regione Davide Gariglio, dopo la sua elezione lo scorso 4 marzo alla Camera.

Il giorno del suo esordio a palazzo Lascaris, sede torinese del Consiglio regionale, Cassiani ha condiviso sul suo profilo Facebook un suo selfie sull’autobus, imitando ironicamente proprio il presidente della Camera.

Fumata nera per l’elezione dei membri di Consulta e Csm

Nessun colpo di scena da questo Parlamento rinnovato. Alla prima votazione per eleggere due consiglieri del Csm, “laici” e un giudice della Corte costituzionale c’è stata la prevedibile fumata nera. Non c’è alcun accordo politico, l’unico nome l’ha fatto Fratelli d’Italia per il Csm: Raimondo Orrù, giudice onorario. Poiché l’8 e il 9 luglio i magistrati voteranno per eleggere i nuovi componenti togati del Csm, è probabile che il Parlamento eleggerà tutti e 8 i membri laici dopo il voto delle toghe. Adesso avrebbe dovuto votarne due in sostituzione di Elisabetta Casellati e Pierantonio Zanettin, che hanno lasciato Palazzo dei Marescialli per candidarsi, con successo, con FI. La prima al Senato (di cui è diventata presidente) e il secondo alla Camera. Per quanto riguarda il giudice della Consulta sono oltre 18 mesi che il Parlamento deve votare il successore di Giuseppe Frigo, l’avvocato penalista, eletto in quota Pdl, dimessosi per motivi di salute. Uno stallo che stride con l’operato del capo dello Stato Sergio Mattarella che nel giro di pochi giorni, a fine febbraio, ha nominato il professor Francesco Viganò al posto di Paolo Grossi che ha terminato i 9 anni in Corte.

Lotti, forzisti (e Salvini): tutti in pressing su Orfeo per il renziano Gaia a Rai Pubblicità

Ce la farà Mario Orfeo a resistere ai partiti che pressano – e come se pressano, dal centrodestra al centrosinistra – per la nomina del renziano Mauro Gaia al vertice di Rai Pubblicità? Questa è l’ultima domanda che accompagna l’ultimo tratto (breve) del Cda di Viale Mazzini in scadenza a giugno.

Il direttore generale è prudente, o almeno non è indifferente al risultato elettorale, e pare intenzionato a non assegnare il posto di amministratore delegato di Rai Pubblicità. Dopo una strategica ritirata, però, i renziani – con il solito supporto di Forza Italia e l’inedita sponda dei leghisti di Matteo Salvini – insistono parecchio con il dg Orfeo, strattonato un po’ dal ministro Luca Lotti e un po’ – novità – dal sottosegretario Maria Elena Boschi, da tempo legata al presidente Monica Maggioni. Ex responsabile marketing di Pagine Gialle, Gaia è un renziano in senso stretto, in passato ha intrattenuto rapporti d’affari con Tiziano Renzi, il papà di Matteo. Pleonastico illustrare le ragioni di Forza Italia, o meglio del partito Mediaset all’interno di Forza Italia: (quasi) dismessa l’attività a pagamento di Premium, gli introiti pubblicitari sono essenziali per Cologno Monzese, e dunque è più facile confrontarsi con un dirimpettaio non ostile. Chissà la settimana scorsa, a Roma, quanti minuti del pranzo fra Fedele Confalonieri e il “lampadina” Lotti sono trascorsi parlando di Rai Pubblicità. Chissà. Più semplice decifrare l’interesse dei leghisti.

Quattro mesi fa, dopo le dimissioni di Fabrizio Piscopo, Orfeo ha affidato l’incarico ad interim all’ormai esperto Antonio Marano, leghista di estrazione maroniana, perciò inviso a Salvini. Se Orfeo non schiera Gaia, Marano potrebbe restare a Rai Pubblicità – di cui è già presidente – per almeno un semestre. E mentre l’Orfeo assediato rifletteva nell’ufficio al settimo piano di Viale Mazzini, i corridoi di Montecitorio – per circostanze fortuite, raccontano gli onorevoli protagonisti – hanno ospitato l’incontro (colloquio è troppo?) fra il berlusconiano di Forza Italia, Adriano Galliani e il dimaiano del Movimento, Stefano Buffagni. S’è discusso di pallone, la spiegazione. Il milanista Galliani e l’interista Buffagni. Pur sempre un derby, con le antiche connessioni. Per esempio, un’amica in comune: Lara Comi, parlamentare europea di Forza Italia, compagna all’università di Buffagni, commercialista milanese, deputato esordiente, membro della commissione speciale, voce influente sui dossier economici-finanziari. Galliani è soddisfatto della prima volta con un esponente dei Cinque Stelle: “Perfetto”. Derby finito.

Altro tema politico e non soltanto politico: il Parlamento, Tim, lo Stato. Circondati dal fondo americano Elliott, i francesi di Vivendi stanno per perdere il controllo di Tim e un colpo – forse il decisivo – l’ha assestato il governo (lo Stato) che ha schierato la Cassa depositi e prestiti, entrata nel capitale di Tim rastrellando il 4,2 per cento in Borsa. Ieri la commissione speciale – che opera in assenza di maggioranze di governo – ha bocciato la richiesta di audizione dei dirigenti di Cdp. Per la precisione: proposta di Pd e Leu, no di Lega, Forza Italia e Cinque Stelle. E anche qui, il Parlamento preferisce aspettare.

Adesso il problema è Di Maio: nessuno vuole che sia premier

Si è dato altri quattro giorni per provarci con Matteo Salvini. Poi da lunedì si dedicherà all’altro forno, al Pd. Ma il Luigi Di Maio che cerca un alleato e quindi la quadra per un governo, sa bene che cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non può cambiare: ossia, per costruire un esecutivo serve un suo passo di lato. Perché la Lega che gli lancia un amo, chiedendogli di “rinunciare ad almeno uno dei due veti” (no a Berlusconi e lui a Palazzo Chigi), come il Pd che si mostra un po’ più aperto, insistono sulla stessa nota. Ossia l’intesa ci sarà solo con un altro nome per la presidenza del Consiglio. Ed è un nodo che può diventare un macigno, per Di Maio. Per il quale Matteo Salvini resta l’alleato più naturale, nonostante tutto. E infatti appena uscito dall’incontro con Casellati ricorda: “Noi e la Lega siamo gli unici partiti che non si sono posti veti a vicenda”. Tanto che il renziano Delrio punge: “Di Maio vuole fare l’accordo solo con il Carroccio”. E al dimaiano doc Alfonso Bonafede tocca precisare: “Di Maio rispondeva a una domanda su un governo con l’intero centrodestra”.

Ma il tempo scorre veloce, per il candidato premier e per il Quirinale. E allora, come anticipato ieri dal Fatto, Di Maio aspetterà fino a domenica che Salvini strappi con Berlusconi, “perché deve decidere entro questa settimana”. Poi si passerà definitivamente all’altro forno, al Pd: e a un nuovo esploratore, che ha già la fisionomia del presidente della Camera Roberto Fico. Il 5Stelle “rosso”, che nel discorso di insediamento ha citato le Fosse ardeatine e i beni comuni. Un collante naturale per un accordo con Dem e Leu, che vedrebbe l’appoggio esterno del Pd. E che secondo le voci “di dentro” potrebbe prendere forma in una data simbolica, il 25 aprile: il giorno della Liberazione dal nazifascismo, ma anche il decennale del secondo V-Day di Beppe Grillo, a Torino.

Suggestioni, forse, che valgono comunque come indizi dell’aria che tira. Ma la strada verso un esecutivo resta piena di buche e angoli bui. Perché Fico è anche l’ortodosso per eccellenza, l’ultimo rivale del capo assoluto Di Maio. A cui da sinistra sussurrano di provare a scavalcare il candidato premier, per saltare da Montecitorio direttamente a Palazzo Chigi. Ma dai piani alti del Movimento giurano di fidarsi ciecamente di Fico, e di augurarsi la sua investitura: “Roberto è in totale linea con il Movimento: se avrà un incarico esplorativo lavorerà solo sull’ipotesi di Di Maio premier, lavorerà per noi”. Anzi, “un incarico a lui sarebbe solo un anticipo di un pre-incarico a Luigi”. E su un punto hanno ragione: Fico non pensa affatto a colpi di mano. Non è nella sua natura, “e poi sta benissimo dov’è”, come conferma un parlamentare a lui vicino. Però l’insidia è nelle cose. E si percepisce nelle chiacchiere dei parlamentari di entrambi i fronti nel Transatlantico affollato. Con i 5Stelle che raccontano la loro grande paura: “Se danno l’incarico esplorativo a Fico, il Pd sfrutterà questa cosa per pretendere che a Palazzo Chigi ci vada lui. E Mattarella potrebbe pure adeguarsi, pur di chiudere”. Tradotto: il presidente della Camera non vuole farlo, ma da sinistra proveranno in ogni modo a tirarlo dentro. E comunque verrà pretesa come condizione che Di Maio faccia un passo indietro. Quello che torna a chiedergli per la milionesima volta la Lega, con il capogruppo alla Camera Giancarlo Giorgetti. Il motore del Carroccio, che apre uno spiraglio: “Di Maio rinunci ad almeno uno dei due veti”. Ossia, se dovesse rinunciare a Palazzo Chigi, forse la Lega potrebbe convincere Berlusconi a starsene fuori.

Ergo, le pressioni per un terzo nome sono sempre più forti. Di Maio lo sa perfettamente: e non a caso ieri sera è tornato a riunire i gruppi parlamentari. Innanzitutto, perché vuole condividere ogni passaggio con l’assemblea, così da attenuare l’immagine di un Movimento guidato da un capo assoluto. Ma anche per tastare il polso agli eletti, capire se la tentazione di un terzo nome prende piede anche tra i suoi. Poi, in serata, l’assemblea. E il Di Maio che fa il test agli eletti: “La Lega mi ha chiesto di prendermi Berlusconi e Meloni e di fare un passo di lato: chi è d’accordo?”. Tutti ridono, nessuno alza la mano.

Insomma, ufficialmente si scherza. Ma di fatto il candidato controlla la temperatura ai parlamentari. Perché l’ossessione era ed è mantenere la compattezza, tenere i ranghi uniti. Poi parlano anche i suoi. Il senatore lucano Vito Petrocelli cita il famoso, ultimo discorso di Aldo Moro del 28 febbraio 1978, in cui il presidente del Consiglio insisteva sulla necessità di accettare l’appoggio del Pci a un monocolore della Dc. Un deputato molisano invece contesta la definizione della sua regione come l’Ohio italiano, ossia come un voto decisivo per il futuro. E Di Maio conferma che le Regionali non peseranno sulla formazione del governo. Ammesso che se ne faccia uno. Con lui premier, ovviamente.

La Casellati ha già fallito, ora Mattarella aspetta il Pd

Cronaca di una morte annunciata. Banale dirlo, ma rende l’idea. E Maria Elisabetta Alberti Casellati più che un’esploratrice si appresta al macabro ruolo di medico legale per fornire al capo dello Stato il certificato di morte del doppio schema seguito sinora, a un mese e mezzo dalle elezioni politiche: Cinquestelle-Lega o Cinquestelle-centrodestra.

Dopo quattro giorni di intense riflessioni Sergio Mattarella ha fatto dunque la sua mossa ieri mattina. Iperscontata. Un mandato esplorativo alla presidente del Senato, berlusconiana ortodossa. La seconda volta di una donna, con questo compito. La prima fu nel 1987: la comunista Nilde Iotti, presidente della Camera, nella crisi del secondo governo Craxi. Finì male. Si andò a votare dopo pochi mesi, nel 1988.

A suo modo, però, il presidente della Repubblica ha innovato questa figura della prassi costituzionale. Il mandato affidato nella tarda mattinata di ieri a Casellati ha infatti due caratteristiche: la velocità, ché entro domani lei deve tornare al Quirinale a riferire; e il perimetro ben delimitato, “esplorare” cioè le residue possibilità di un accordo tra Salvini e Di Maio con o senza il Condannato. Una morte annunciata, appunto. Come dimostra l’ira dello stesso leader leghista che, irritato dalla velocità imposta dal Colle, ieri ha disertato il primo giro di Casellati. Ci sarà invece oggi per quello conclusivo.

Eppure Salvini doveva attendersi una risposta decisa da Mattarella dopo lo schiaffo dato nei giorni scorsi, con l’annuncio-provocazione di voler dilatare lo stallo sino alla fine del mese, per aspettare l’esito delle Regionali in Friuli Venezia Giulia. E il rapporto mai nato tra Mattarella e Salvini, a differenza dell’altro “vincitore” Di Maio, è un dettaglio non secondario di queste tormentate settimane. Nelle valutazioni del Colle è entrato anche l’arroccamento del Giovane “Matteo” su atlantismo ed Europa, in particolare nei giorni “trumpisti” della crisi siriana. Una circostanza che ha provocato stupore e preoccupazione al Quirinale. Detto di Salvini, pure la faccia ceronata dell’ex Cavaliere all’uscita dallo studio di Casellati, a Palazzo Giustiniani, va nella direzione del fallimento di questo tentativo. Ancora una volta Berlusconi ha accusato il M5S per il veto su di lui e ha ribadito che il centrodestra non è una “coalizione artificiale”.

Non solo. B. ha detto di avere una “soluzione” per lo stallo ma “non è questo il momento”. Che tradotto vuol dire: Berlusconi ha un altro schema e porta altrove, magari dalle parti del Pd di Matteo Renzi e Maurizio Martina, il convitato di pietra della veloce esplorazione di Casellati. Quella di Mattarella, in ogni caso, è stata “un’iniziativa politica” molto raffinata. Pur consapevole che il doppio schema tra Cinquestelle e centrodestra non ha più margini dopo la settimana scorsa, e paziente ogni oltre limite con l’arroganza di Salvini, il capo dello Stato ha chiesto alla presidente del Senato, cioè una diretta espressione di Berlusconi eletta coi voti della destra e dei grillini, di certificare la fine di questa prima fase.

L’esplorazione di Casellati sarà archiviata domani, se non oggi, e a quel punto al Quirinale si aprirà una nuova fase. A meno che Salvini ci ripensi e rompa pubblicamente con B. per accordarsi con i grillini. Impossibile visto che oggi i tre alleati andranno insieme da Casellati in risposta alla convinzione di Di Maio che li vuole divisi.

Secondo le riflessioni di Mattarella di questi giorni, il secondo ciclo dello stallo potrebbe replicare il mandato di Casellati. In questo senso. Per verificare se si può cominciare a “smuovere” qualcosa di concreto tra Pd e Cinquestelle stavolta l’esplorazione dovrebbe andare al presidente della Camera, Roberto Fico. L’annuncio potrebbe esserci lunedì, se non prima. E se Fico dovesse riportare al Quirinale il fatidico “innesco” che Mattarella ha atteso invano per settimane sul fronte opposto, allora concederà altro tempo per la trattativa tra M5S e Pd. Con un’incognita che potrebbe tramutarsi in un macigno o in una trappola, in base alle valutazioni del Colle: il ruolo di Matteo Renzi, che non è “soltanto il senatore di Rignano” come vuol far credere.

E se Renzi e i renziani faranno saltare l’innesco, dopo Fico non resta che l’ultima carta del capo dello Stato, a cui ieri perfino il leghista Giorgetti non ha chiuso (“Siamo una forza responsabile”): offrire ai partiti un nome “terzo” per quel governo di transizione che si spera possa arrivare al 2019. Prospettiva vicina o lontana?

Vadi, contessa, vadi!

Maria Elisabetta Alberti Casellati, seconda donna della storia a ricevere l’incarico al Quirinale con gran sollievo del genere maschile, è appena stata nominata esploratrice con un’autonomia di 48 ore per lubrificare la Duplice Intesa fra centrodestra e 5Stelle. E già la sua missione in kepì, sahariana, pantaloncini alla zuava, scarponcini e binocolo è miseramente fallita. Infatti, come tutti sapevano benissimo tranne Maria Elisabetta Alberti Casellati, i 5Stelle sono disponibili a fare un governo con la Lega, ma non con Forza Italia e Salvini non può (ancora?) divorziare da Berlusconi. Ora lo sa anche la piccola esploratrice. E fra oggi e domani dovrà comunicarlo al capo dello Stato, che lo sapeva benissimo ma voleva sentirselo dire da una turboberlusconiana come lei, per farla finita una volta per tutte con una patacca che dura da 45 giorni: cioè con il cosiddetto “centrodestra”. Si tratta, com’è noto, di una finta coalizione fra partiti litigiosi e incompatibili su quasi tutto, creata appositamente dal Rosatellum di Ettore Rosato, cioè del trust di cervelli Renzi-B.-Salvini, per fregare gli elettori il giorno del voto, impedire al M5S di fare man bassa di collegi uninominali, gonfiare i consensi di FI e del Pd e dei loro finti alleati con la scusa del “voto utile”, per poi sciogliere le due compagnie la sera stessa e passare all’inciucione renzusconiano. Sappiamo com’è poi andata a finire: persino il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, figurarsi Rosato. Infatti gli elettori hanno ritenuto più utile il voto ai 5Stelle che non al Pd, lasciando senza numeri l’ideona di lorsignori. E regalando la vittoria proprio ai due partiti che dovevano uscirne a pezzi.

A quel punto Salvini ha provato a convincere Di Maio a fare da stampella al centrodestra: invano. E B. sta ancora provando a convincere il Pd: per ora, invano. Siccome però i giornaloni scrivono da un mese e mezzo che Di Maio ha un patto d’acciaio con Salvini e alla fine cederà su B. pur di andare al governo, e molti non solo li leggono, ma addirittura ci credono, ecco la superbufala del governo centrodestra-M5S. E l’incarico alla piccola esploratrice di studiarne la fattibilità. Risultato: un immediato, spettacolare, fragoroso, catastrofico schianto. La scena ricorda quella de Il secondo tragico Fantozzi, protagonista una parente stretta di Maria Elisabetta Alberti Casellati: la contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, grande azionista della Mega Ditta che, alla cerimonia del varo della nave aziendale, lanciava ripetutamente la rituale bottiglia di champagne verso la chiglia del natante con rincorse da 32 e da 46 metri.

Ma non prima di aver ottenuto il via libera (“Capo-Varo, posso andare?”, “Vadi, contessa, vadi!”). Purtroppo mancava regolarmente il bersaglio, riuscendo invece a colpire nell’ordine: il ragionier Fantozzi (due volte), il sindaco con fascia tricolore, il ministro della Marina Mercantile e la centoduenne Baronessa Filiguelli de Bonchamp, mascotte a vita della società. Esaurita la riserva di champagne, si decise di cambiare rituale della cerimonia: taglio di un cavetto metallico che avrebbe messo in moto il meccanismo del varo. Ripartì da 76 metri la Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare: “Taglio, in nome di Dio!”. E recise di netto il mignolo dell’arcivescovo con anello pastorale, suscitandone un bestemmione parzialmente coperto dalla banda musicale. Ecco, ora spiacerebbe – soprattutto al mondo dello spettacolo, in particolare della commedia all’italiana – se l’avventura esplorativa della Alberti Casellati Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare durasse così poco. Se insomma oggi o domani Mattarella le sottraesse di già il kepì, il binocolo e tutto il resto del corredino per passarli a qualcun altro. Anche perché, diciamolo, la piccola vedetta padovana, già incredula per la promozione da vice-Ghedini in gonnella nonché zia della nipote di Mubarak a presidentessa del Senato, si era preparata con gran cura e compunzione all’ancor più prestigioso incarico. Aveva fatto aviotrasportare nella Capitale il guardaroba delle grandi occasioni, con quei tailleurini color tenda da bagno che fanno tanto fine. Non aveva mancato un solo taglio di nastro, dal Salone del Mobile al Vinitaly.

Aveva reso visita al presidente della Corte d’appello di Milano (il procuratore Greco aveva invece preferito darsi, per un imprecisato impegno fuori città), per spiegare come quella Alberti Casellati che l’11 marzo 2013 prese parte al sit-in davanti al Palazzo di giustizia contro i processi Ruby e Mediaset fosse soltanto un’omonima (del resto l’Italia, e ancor più Forza Italia sono piene così di Marie Elisabette Alberti Casellati). Aveva imbarcato un mezzo esercito di collaboratori per il suo Mega Staff a Palazzo Madama, roba mai vista neppure alla corte dei Faraoni. E aveva avviato il giro delle sette chiese sui giornaloni, con interviste a raffica in cui non diceva assolutamente nulla, se non che era pronta alla fatal Chiamata perché “sarebbe impossibile dire di no a una richiesta del Presidente”. Ora, è vero che il no dei 5Stelle al governo col centrodestra non le lascia grandi margini di manovra. Ma chissà, mai dire mai. Noi, al posto del capo dello Stato, la lasceremmo vagare per qualche altro giorno ancora. Intanto, nella grigia noia di questa morta gora, lo svolazzare zampettante dell’Alberti Casellati di palazzo in palazzo dà comunque un tocco di colore e anche di buonumore. E poi, da una che giurava in tv su Ruby (marocchina) nipote di Mubarak (egiziano), c’è da aspettarsi di tutto. Anche che interpreti il no di Di Maio per un sì e salga al Quirinale con la lista dei ministri. O che balzi sul primo aereo per il Cairo e vada a consultare Mubarak, facendosi annunciare dalla comune nipotina.

Ermey e gli altri: grandi nomi a insaputa dell’intero mondo

È quando muore uno come Ronald Lee Ermey, il maggiore Hartman di Full Metal Jacket, che si capisce quanto avesse ragione Stanislavskij: “Non esistono piccole parti, esistono solo piccoli attori”. Una manciata di pose, eppure, uno su cento ce la fa, prende l’arte e la mette da parte, anzi, nella particina e trova domicilio nella Storia del Cinema. Ermey, da poco scomparso, ha fatto di professione, 11 anni nel Corpo dei Marines, ruolo, e l’ha stampigliato sul nostro immaginario collettivo: “Io sono il sergente maggiore Hartman, vostro Capo Istruttore. Da questo momento potete parlare soltanto quando vi sarà richiesto, e la prima e l’ultima parola che dovrà uscire dalle vostre fogne sarà ‘signore’! Tutto chiaro, luridissimi vermi?”. Succede ai caratteristi, attori chiamati a incarnare personaggi singolari, particolari, appunto, caratteristici, di fare necessità virtù, elevando a potenza una natura secondaria, subalterna, comprimaria: è stato così per Ermey, il cui Hartman è diventato pupazzetto da collezione e modello da cartoon (Toy Story); è stato così per Vincent D’Onofrio, che ne interpretava la vittima, l’icastico Palla di lardo, per cui impugnò il Metodo e ingrassò 35 chili. Croce e delizia, siffatte occasioni: se condannano vita natural durante a quella parte, nondimeno permettono di costruirci sopra una carriera, tra coazione a ripetersi e copie conformi. Piccolo è bello, e potenzialmente ricco. Chi si ricorda Hattie McDaniel? E la Mami di Via col vento? Ebbene, è lei, Hattie McDaniel, che per la tosta cameriera degli O’Hara ebbe un Oscar, il primo conquistato da un’afroamericana, nel 1940: avrebbe salutato due stelle sulla Walk of Fame, recitato in 80 titoli, eppure, è rimasta quella di “Miss Rossella, dove andare senza scialle? Essere tardi e fare freddo!”. Idem Marty Feldman, l’indimenticato Igor di Frankenstein Junior, diretto nel 1974 da Mel Brooks: dopo quello di Notre-Dame, il gobbo più icastico è lui, ai servizi del dottor Gene Wilder. Chi conosce Jane Darwell? Nel ’41 vinse una statuetta per Furore, ma all’anagrafe popolare è segnata quale “vecchina dei piccioni” nel Mary Poppins di Robert Stevenson. E che dire di Joe Pesci? Caso limite, per i ruoli corposi e una statura alla Harvey Keitel, Chris Walken e, più giovani, Steve Buscemi e Paul Giamatti: nomen omen, tutti pesci grossi. Pensi a Joe e lo visualizzi chez Martin Scorsese, soprattutto in Quei bravi ragazzi (1990, è il survoltato Tommy DeVito) e Casinò (1995, è l’ingestibile Nicky Santoro): mafioso, con licenza d’uccidere e di conquistarci, tanto da meritarsi un Joe Pesci Show al Saturday Night Live. Caso contemporaneo, e speciosissimo, è Andy Serkis, per tutti il Gollum del Signore degli Anelli: tra motion e performance capture, il caratterista principe del CGI è lui, e lui solo. A tal punto che dal secondario, tolkeniano Gollum s’è ritrovato protagonista e scimpanzé, il Cesare del Pianeta delle scimmie. Un Serkis nostrano non c’è, ma anche l’Italia brinda al carattere. Basti pensare a Mario Brega: dopo una pregevole sequenza leoniana, prestò faccione e battuta a Carlo Verdone, da Un sacco bello a Troppo forte. I personaggi potevano chiamarsi o meno come lui, lo spartito variare, Brega no: caratterista di se stesso. Ancora, Franco Fabrizi, che del dongiovanni Fausto dei Vitelloni felliniani fece stampino: Antonioni, Zampa, Germi, sempre seduttivo e provinciale. Il sardo Tiberio Murgia preso da Monicelli, mutuato in siciliano e tradotto nei Soliti ignoti, alias Ferribbotte: replicò a soggetto. Stesso film e analoga sorte per Carlo Pisacane: l’affamato e famelico vecchietto bolognese gli lasciò addosso il nome, Capannelle. Sardo per tutte le stagioni fu Sandro Ghiani: Puddu, Porcu, Cuccureddu, al cospetto di Banfi, Pozzetto, Calà e Verdone. Sempre in orbita Carlo, il compianto Angelo Infanti, ossia il Manuel Fantoni di Borotalco, e come scordare Galeazzo Benti (il gagà dell’Imperatore di Capri con Totò), Dorian Gray, al secolo Maria Luisa Mangini, Malafemmina sempre per de Curtis, Carlo Delle Piane (Cicalone nell’Americano a Roma), Paolo Stoppa (Casotto), Silvano Spadaccino (il fantozziano Birkenmaier), l’ineffabile Riccardo Garrone del primo Vacanze di Natale e il Cumenda, aka il Dogui Guido Nicheli. Poche pose, ma per l’eternità: taac!

La miseria umana, ma con ironia. Il ritorno di Sandro Luporini

Il Maestro è tornato, ma in realtà non se n’è mai andato. Bastava, come sempre, rispettarne i silenzi. Riguardarne le opere, rileggerne le trame. E tentare ogni tanto di stanarlo nella sua tana viareggina. A più di quindici anni dalla scomparsa dell’amico fraterno Giorgio Gaber, Sandro Luporini torna a scrivere uno spettacolo teatrale inedito. Si intitola Lo stallo, immagine che andrebbe bene anche per descrivere la miseria della politica di oggi, ma per fortuna l’opera parla d’altro. Lo stallo debutta domani al Teatro Giglio di Lucca, dopo l’anteprima di stasera al Teatro Puccini di Torre del Lago. C’è ancora l’alternanza di monologhi e canzoni, come nella tradizione di quel Teatro Canzone che in Italia hanno portato – inventato – proprio Luporini e il Signor G. Più prosa che poesia, cantava Rino Gaetano, anche se con Luporini coesistono entrambe.

Gli interpreti sono David Riondino, qui anche regista, e la sorella Chiara. Con loro il gruppo musicale Khorakhanè e Luca Ravagni, già polistrumentista con Gaber. Produzione di DeepSide Music e MPL Communication, con patrocinio del Comune di Viareggio e del Comune di Lucca. Musiche di Simone Baldini Tosi, Marco Canepa, Fabrizio Coveri, Giulio D’Agnello, Pier David Fanti, Fabrizio Federighi, Meme Lucarelli, Chiara Riondino, David Riondino e Matteo Scheda. La locandina, che allude allo stallo negli scacchi, recupera un dipinto dell’autore oggi 87enne. Sin dal brano iniziale, Ai margini del buio, si è catapultati nell’universo luporiniano: “Siamo appena arrivati/e già mi piace cominciare/con l’agonia di essere nati/e come fanno i poeti maledetti/ inveire contro tutto e tutti./ Ma non è più di moda/e penso che mi si chieda di non piagnucolare/e di evitare il rimpianto/di un altro mondo e di un altro tempo/. Perché l’uomo infelice e devastato/ quasi certamente c’è sempre stato.” C’è già tutto Luporini (e dunque tutto Gaber): l’iconoclastia mai fine a se stessa, l’ironia dolente, la rabbia e la disillusione, la ritrosia alle mode. E quel pessimismo che non cede mai alla rassegnazione.

Nel monologo successivo, che Gaber avrebbe reso da Dio ma che anche un talento navigato come Riondino saprà valorizzare eccome, una formichina suscita riflessioni esistenziali: “Signora Formica, come mai tutta sola? Non vede che là c’è una sua collega? Ero abituato a vedervi marciare tutte insieme, voi formiche. Insomma, non è che mi state diventando un po’ troppo individualiste? Dov’è finito quel senso di rivoluzione collettivista che vi contraddistingueva?”. E lei, la formichina, risponde: “Quella è roba tua, sei rimasto all’Ottocento”.

Alla fine degli Ottanta, per mandare l’uomo in crisi, bastava un topolino immaginario (accadeva nello spettacolo Il Grigio). Adesso è sufficiente una formichina. Luporini riesce come pochi a scandagliare le miserie umane, e a farti perfino ridere di esse. Le nevrosi del presente. La difficoltà di amare, la “questione femminile” (una volta si diceva così). La sessualità, centralissima in “Lupo” (e in Gaber). La solitudine, la vecchiaia. La violenza. La morte, quella propriamente detta e quella persino peggiore, ovvero la “mancanza di slanci”.

Sandro Luporini è uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo: lo è forse suo malgrado, quasi che tutto quello smisurato talento lo avesse sempre vissuto come un peso. Dal Dialogo tra un impegnato e un non so ad Anche per oggi non si vola, da Libertà obbligatoria a Polli di allevamento. Ieri anni affollati e oggi in stallo, che Luporini attraversa con la lucidità illuminata di chi non ha mai letto Pasolini invano.