Un elicotterodei vigili del fuoco ha rimosso ieri mattina quel che resta della funivia del Mottarone, precipitata il 23 maggio provocando 14 morti. I rottami sono stati trasportati con un camion al Tecnoparco di Verbania-Fondotoce. “Oggi stesso (ieri, ndr) i periti con i consulenti di tutte le parti, compresi i nostri, si recheranno nel luogo di custodia della cabina per iniziare ad analizzare carrello e testa fusa”, ha annunciato il procuratore di Verbania, Olimpia Bossi. Che ha aggiunto: “Sono previste operazioni sul posto; se poi ci saranno accertamenti di laboratorio, vedremo il da farsi”. La fune che reggeva la cabina verrà analizzata a Trento, presso il Laboratorio tecnologico impianti a fune (Latif) della Provincia di Trento.
Cade dall’impalcatura, muore operaio a Roma
Ieri mattinaun operaio è caduto da una impalcatura a Roma, perdendo la vita. Secondo la ricostruzione della Procura, l’uomo, un 41enne di origine rumena, stava lavorando su un ponteggio posizionato all’altezza del secondo piano di un palazzo in piazzale Gregorio VII, in zona San Pietro, quando è precipitato morendo sul colpo. Inutili i soccorsi del 118, con il medico legale che ha potuto solo dichiararne il decesso. I pubblici ministeri indagano per omicidio colposo. Armando Valiani, segretario regionale dell’Ugl Lazio, auspica “controlli più frequenti sui cantieri per garantire agli operai di agire in tranquillità e di non dover rischiare la vita per portare a casa lo stipendio”.
Caso camici, Fontana non si farà interrogare. Il legale: “Utopistico convincere la Procura”
In pubblico aveva spiegato la sua innocenza: “Non scherziamo (…). Era per dare una mano all’emergenza Covid”. Giugno 2020. Sui giornali il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, così tentava di spiegare il caso dei camici del cognato Andrea Dini prima venduti alla centrale acquisti della Regione (Aria) e poi donati. Indagato per frode in pubbliche forniture con il rischio di finire a processo, dopo aver protestato la sua innocenza sui giornali e in Consiglio regionale, ieri Fontana ha scelto di non rispondere alle domande della Procura. Lo aveva chiesto, ha rinunciato. Era suo diritto. “È utopistico che i pm cambino idea”. Così ha detto per voce del suo legale. Peccato. Avrebbe potuto spiegare perché tentò un bonifico da 250mila euro al cognato il giorno prima che la fornitura diventasse donazione così come da email del cognato Andrea Dini all’ex dg di Aria Filippo Bongiovanni. Un tentativo di risarcimento al cognato secondo l’accusa. Così Fontana evita l’interrogatorio e attende il processo che ancora non è stato chiesto dall’accusa. Il Presidente si porta avanti e spiega “di riservare le proprie difese alle fasi processuali successive di fronte a giudici terzi”. Il fascicolo, coordinato dall’aggiunto Maurizio Romanelli e dai pm Furno (ora al Tar), Scalas e Filippini, è stato chiuso nel luglio scorso. Parte dell’indagine è stata stralciata e si avvia verso l’archiviazione. Riguarda Dini e l’ex dg di Aria Filippo Bongiovanni (entrambi indagati anche per la frode) per l’accusa di turbativa d’asta. Secondo la Procura, dei 75mila camici iniziali ne furono consegnati 49mila perché dopo il palese conflitto ci fu il tentativo di Dama di trasformare la fornitura in donazione. La conseguenza, secondo i pm, fu che l’ordine non venne perfezionato per la mancata consegna di un terzo del materiale. Da qui l’accusa di frode in pubbliche forniture. E, secondo l’indagine, il tentativo di Fontana di risarcire, per il mancato introito, il cognato con un bonifico da 250mila euro poi segnalato dalla Banca d’Italia come operazione sospetta. Denaro che Fontana avrebbe prelevato da un conto svizzero. Particolare che ha fatto nascere una seconda indagine sui conti esteri del governatore e su una presunta eredità materna da 5 milioni di euro scudata nel 2016. Per questo al momento il presidente è indagato per autoriciclaggio e falso in voluntary. La Procura di Milano ormai mesi fa ha inviato una rogatoria in Svizzera per ottenere i documenti dei conti. Rogatoria che al momento non ha avuto risposta.
Borsellino Quater: “Strage mafiosa con zone d’ombra”
La Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza sulla strage di via d’Amelio che nel luglio 1992 costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina). Il 5 ottobre sono state confermate in via definitiva le condanne all’ergastolo per i boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, mentre per i falsi pentiti Calogero Pulci e Francesco Andriotta le pene sono rispettivamente di 10 anni e di 9 anni e 6 mesi per calunnia.
I giudici hanno confermato che quel massacro fu una “vendetta” di Cosa Nostra “nell’ambito di una più articolata strategia stragista”. La Corte ha poi precisato che non si trattò soltanto di mafia. Rimangono infatti diverse “zone d’ombra”, a cominciare dalla sparizione della famosa agenda rossa di Borsellino, “smaterializzata dal luogo infuocato della strage dalla borsa del magistrato” e “ricomparsa dopo alcuni mesi nelle mani del dott. La Barbera che la riconsegnava alla moglie”.
Secondo la Cassazione, tutto ciò conduce “a ipotizzare la presenza di altri soggetti o di gruppi di potere (co)-interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino, ma ciò non esclude il riconoscimento della paternità mafiosa dell’attentato”. I giudici hanno descritto come “abnormi” gli “inquinamenti delle prove che hanno condotto a plurime condanne di innocenti” con la figura centrale di Vincenzo Scarantino.
Droga una coppia e stupra la donna ‘È maniaco seriale’
Ha dato appuntamento in un bar vicino alla casa della coppia “per la compravendita di un box” e ha versato di nascosto un farmaco contenente benzodiazepine in alcune bevande. Poi è andato con loro a casa, dove i due sono arrivati già in stato confusionale. Lì Omar Confalonieri avrebbe abusato della donna. Il fatto è avvenuto il 2 ottobre ma è emerso ieri, dopo che il professionista 48enne di Rho già condannato nel 2009 per una violenza sessuale su una 18enne, è stato arrestato su ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano il 5 novembre e si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di garanzia. L’accusa per lui è di violenza sessuale aggravata, sequestro di persona e lesioni personali aggravate.
A inchiodare l’agente immobiliare ci sono i filmati del sistema di videosorveglianza della casa, che avrebbe ripreso tutto. Nell’inchiesta è emersa “la presenza di numerosi contatti intrattenuti” da Confalonieri “con le proprie clienti”. Due casi sarebbero già venuti allo scoperto, e non si esclude che ne possano emergere altri.
Nomine di Fuortes rinviate a Natale: i tre tg in proroga
Si vede che incontrare politici non è servito. E in Rai le nomine slittano ancora. Carlo Fuortes, dopo aver visto Gianni ed Enrico Letta, e poi ancora Matteo Salvini e Luigi Di Maio, è stato avvistato pure alla festa di compleanno di Goffredo Bettini, dove c’era molto Pd romano e non solo, oltre a Giuseppe Conte. Bettini e Fuortes si sono anche appartati a confabulare, raccontano le cronache. Fatto sta che la partita delle nomine s’è incagliata. Soprattutto le quattro in scadenza: Tg1, Tg2, Tgr e Raisport. Sembrava fatta per Monica Maggioni al Tg1 e invece no, ed è a rischio anche Gennaro Sangiuliano al Tg2. I membri del Cda, infatti, prima di procedere hanno chiesto i dati di ascolti degli ultimi mesi che conclamano i buoni risultati di Giuseppe Carboni a fronte delle difficoltà del Tg2. E ora Fuortes potrebbe decidere di prorogare tutti e nominare direttori di generi e testate insieme, entro fine anno. Nel frattempo, per la nuova direzione approfondimento, girano i nomi di Francesco Giorgino e Giuseppina Paterniti.
Torino, uccise il padre per salvare la madre Pm: “Io costretto a chiedere 14 anni di cella”
“Sono costretto a chiedere 14 anni di carcere”. Così ieri il sostituto procuratore Alessandro Aghemo ha sollecitato la corte d’assise di Torino a condannare Alex Pompa, 20 anni, per aver ucciso il padre Giuseppe, 52 anni, il 30 aprile 2020 a Collegno in seguito all’ennesima violenza sulla madre. Omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela è l’accusa della procura. Il 20enne lo ha ucciso per difendere la donna e per porre fine a un clima di terrore all’interno della famiglia: “Mio padre era indemoniato. Andò verso mia madre sbattendole il telefono in faccia con violenza – ha raccontato in aula il ragazzo l’11 ottobre, ricordando quella sera del primo lockdown –. Sono intervenuto per evitare che lei subisse un’aggressione fisica”. Il padre, “con gli occhi fuori dalle orbite e incontrollabile, continuava a dire ‘Fatevi sotto, vi faccio a pezzetti e vi ritrovano in un fosso’”. Così, quando l’ha visto andare verso il cassetto dei coltelli, è intervenuto: “Il mio istinto di sopravvivenza ha pensato ad anticiparlo. Poi non ricordo niente”. In seguito ha chiamato i carabinieri, ha confessato ed è stato arrestato.
Per quanto il padre fosse violento, “era un uomo che aveva bisogno di cure, ma di certo non meritava di essere ucciso”, ha detto il pm Aghemo, secondo il quale il giovane ha avuto “reazione spropositata” anche perché – stando a quanto ricostruito nel processo – in quel momento “la situazione non era così pericolosa, così completamente ingestibile”. La reazione spropositata consisterebbe nelle “35 coltellate usando sei diversi coltelli” che Alex ha sferrato alla schiena e in zone vitali del padre: “Quando ha agito, Alex ha voluto commettere un omicidio”, ha ribadito il pm. Nel calcolo della pena, Aghemo ha tenuto conto della parziale infermità per la sindrome post traumatica da stress provocata dalle violenze del padre. Il 20enne è stato ritenuto seminfermo di mente, ma “non totalmente incapace di intendere e di volere”, ha ricordato il sostituto procuratore. In cuor suo il magistrato avrebbe voluto chiedere una pena più bassa, ma “il codice – ha concluso – mi impedisce di chiedere la prevalenza delle attenuanti (per la provocazione subita e per la condotta processuale, ndr) sull’aggravante del vincolo di parentela”. Secondo il difensore di Alex Pompa, l’avvocato Claudio Strata, quella del suo cliente è stata una legittima difesa. La sentenza è attesa per il 24 novembre.
“L’uomo dei clan e i rifiuti in Iran con l’ok dei Servizi”
“Ci vediamo a Dubai e poi andiamo in Iran”. “I’m ready”. “Siamo pronti a mandare la nave”. “Ho tre montagne”. “Ne avrò 1.300 tonnellate in casa di fluff… ma non voglio fare mille tonnellate solamente… 5mila al mese”. “Carichiamo 5mila, ne dichiariamo 3mila”. E gli altri: “Non si può fare in mezzo al mare?”. L’inchiesta “Mala Pigna” sul traffico di rifiuti gestito dalla ’ndrangheta va oltre gli arresti eseguiti il 19 ottobre dalla Dda di Reggio Calabria. Quella di Rocco Delfino, detto “u Rizzu” non è la storia di un semplice rapinatore di uffici postali, riabilitato e diventato, a 59 anni, l’imprenditore di riferimento prima della cosca Molé e poi dei Piromalli. È una storia di ’ndrangheta, massoneria e barbe finte.
Nel mezzo c’era lui, Delfino, legato alle logge “ma anche ad ambienti di forze di polizie infedeli e ai servizi segreti ai quali ha fornito informazioni negli anni, ottenendone in cambio favori personali ed economici”. Un do ut des con i servizi che gli garantivano protezione. Tra gli atti secretati dal procuratore Giovanni Bombardieri e dall’aggiunto Gaetano Paci c’è pure un’intercettazione registrata il giorno prima del blitz “Rinascita-Scott”, l’inchiesta della Dda di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri. Una telefonata con il nome di chi avrebbe avvertito Delfino del suo imminente arresto. “‘U Rizzu” viveva in una sorta di camera di compensazione: pezzi deviati delle istituzioni gli hanno assicurato – scrivono i pm – “una sostanziale impunità tanto da accrescerne il potere criminale nel territorio di Gioia Tauro ma anche nell’intero territorio nazionale e all’estero”.
Le intercettazioni, infatti, descrivono un Delfino che pensava in grande, “pienamente inserito nel mercato internazionale di acquisto e vendita di rifiuti e rottami metallici provenienti o destinati a Paesi esteri come la Cina, l’Iran, gli Emirati Arabi, la Tunisia e la Thailandia”. Tutto ruotava attorno al porto di Gioia Tauro. Da lì, nel 2019, voleva far partire tonnellate di rifiuti destinate all’Iran. Container pieni di fluff, materiale di scarto non metallico, polveri, sostanze tossiche. L’affare gli era stato proposto da tale “Simone”, un fiorentino sposato con una iraniana. “Mio suocero è il direttore del porto (di Bandar Abbas, ndr) – si sente in un’intercettazione – puoi fare uscire tutto quello che vuoi… fanno come se viene dalla Tunisia”. Lì Delfino voleva realizzare un’area di stoccaggio, a 50 chilometri da Tunisi dove scaricare migliaia di tonnellate di car-fluff. Ne discute a Reggio Calabria con Leone Sergi, detto “Lillo”, un ex dipendente dell’Ansaldo Breda. Nel giugno 2019, è lui che spiega a Delfino come funzionerebbe la mega discarica in Africa, “un’area franca che è proprio al fianco del porto… non ci sono spese doganali”. Lillo avrebbe garantito gli agganci istituzionali: “Vai al ministero e vedi dove possiamo arrivare e come fare. Facciamo tutte le strade”.
“Figuratevi se non avevo smosso il mondo”, è stata la risposta dell’imprenditore che il mondo lo aveva smosso per l’affare del rame proveniente dalla Cina. Un’operazione da 36 milioni di euro gestita dal broker palermitano Salvatore Priore: 500 tonnellate di rame al mese stivati in “almeno 20 container del valore di circa 150mila euro l’uno”. “Le protezioni… – sono le parole di Priore – quelle te le faccio io”. Si riferiva al “suo amico generale di Bologna, tale Gianni, a sua volta amico di un generale di Roma”: “Li gestiamo – spiega il broker – con delle protezioni proprio sotto tutti gli aspetti”. Non a gratis: “Hanno la loro parcella… il 2-3 %”. “Non c’è problema”, replicava “‘u Rizzu” che il mese prima, in Calabria, aveva incontrato un “soggetto degli Emirati Arabi interessato alla vendita di carri armati destinati alla demolizione”. Affari su affari. “Dobbiamo fare business” era il mantra di Rocco Delfino, l’amico dei clan e dei servizi segreti.
Lo racconta ai pm il collaboratore di giustizia Marcello Fondacaro. Nel 2011 sarebbe stato avvicinato a Roma da due persone che gli hanno chiesto di ritrattare le dichiarazioni per “scagionare il Delfino dalle accuse di usura”. Gli incontri avvenivano in una caserma alle spalle di piazza Re di Roma. “È verosimile – scrivono i pm – considerato che in prossimità di piazza dei Re di Roma lungo la via Etruria trova sede la Caserma ‘Goffredo Zignani’ e l’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, luogo individuato dall’ex Sisde come sede del suo reparto Roc”. Che i servizi abbiano rapporti con le cosche lo dice un altro pentito, Antonio Russo: “Volevano darmi una scheda telefonica intestata alla Presidenza del Consiglio”. In cambio volevano “informazioni”. Tra i confidenti c’era proprio Rocco Delfino: “Era a loro completa disposizione. Infatti, lui non è stato mai colpito in operazioni”. “Due più due fa quattro – è la frase di Russo al pm Gianluca Gelso – La matematica, dottore, è una scienza esatta”.
Milano bene, la zona grigia del potere. ’Ndrangheta, Politica, Ultradestra
Al pranzo elettorale un senatore, un uomo vicino alla ’ndrangheta, e un presunto massone. Benvenuti a Milano. A seguire: feste con vista Duomo, dove politici della Lega anche vicini all’estrema destra del “Barone Nero” Jonghi Lavarini, oggi indagato per riciclaggio e finanziamento illecito con l’eurodeputato di Fratelli d’Italia (Fdi) Carlo Fidanza, incrociano i bicchieri con chi, nelle indagini della Procura, è risultato collegato a boss calabresi e a Cosa Nostra. Un puzzle invisibile, in parte toccato dalle indagini, emerso nel 2018 durante la campagna elettorale per le Politiche e per l’elezione del nuovo governatore lombardo Attilio Fontana.
Febbraio 2018, un ristorante a Monza. Pranzo elettorale per Federico Romani candidato al Pirellone e figlio di Paolo, senatore, ex ministro, con carriera quasi tutta all’ombra di Silvio Berlusconi e oggi nella squadra di Giovanni Toti. L’incontro, immortalato su Facebook, non rientra ufficialmente nell’inchiesta “Mensa dei poveri” che pur in quel periodo ha intercettato le manovre elettorali per la Regione ordite in particolare da Nino Caianiello. Alla tavolata, oltre ai Romani padre e figlio, partecipa anche Max Buonocore, che di quell’incontro è uno degli organizzatori. Suo padre, tra i fondatori della Maggioranza silenziosa, compare fra i primi 100 iscritti al Popolo delle libertà. Per Buonocore junior però non c’è solo la politica, ma anche rapporti con la ’ndrangheta lombarda e con la cosca Flachi. Il tutto è spiegato nell’inchiesta “Redux-Caposaldo” che ha messo a fuoco oltre alla “gestione mafiosa” della sicurezza nei locali della movida anche i rapporti con la politica. In quell’inchiesta Buonocore, citato più volte, non sarà indagato. E nonostante questo, l’allora giudice per le indagini preliminari Giuseppe Gennari scrive: “Max Buonocore è uno dei collettori osmotici del gruppo Flachi. È uno di quei personaggi che garantiscono alla consorteria criminale la partecipazione coperta alla vita politica ed economica della città”. E ancora. “Quando si valuta la posizione di uno come Buonocore – per il quale pure nulla chiede il pm, stante la difficoltà, a oggi, di inquadrare dal punto di vista penale i comportamenti di collaborazione esterna –, al di là degli stilemi giuridici, non si può dimenticare di rimanere saldamente ancorati al senso del reale. Buonocore non può non sapere chi sono i Flachi”. Buonocuore è stato politicamente vicino a Fabio Altitonante, già sottosegretario regionale all’Expo oggi a processo per corruzione. Dopo quell’incontro, il 4 marzo, Federico Romani entrerà in Regione con FI, per poi scegliere Fdi. Al pranzo, oltre “al collettore del clan” e al senatore, partecipa Francesco Ferri, ex presidente di Aria, centrale acquisti della Regione, coinvolta anche tramite il suo ex dg nell’inchiesta sui camici del cognato di Fontana. In quel momento Ferri, che viene dalla dirigenza di Lombardia informatica, corre per il Parlamento. Non eletto, finirà ad Aria. Tra gli ospiti anche Davide Bernardini, “sedicente” massone e referente lombardo per il movimento “Rivoluzione cristiana” fondata da Gianfranco Rotondi.
Chiuso il pranzo, la scena con altri protagonisti si sposta nei locali alla moda di Milano. È qui che troviamo un personaggio molto vicino a Buonocore, tanto da gestire con lui il giornale online La Critica con sede in viale Jenner 51. È Letizia Bonelli nata a Gela nel 1970, ma da sempre milanese con appartamento in centro a Milano. Bonelli e Bonocuore hanno condiviso interessi nel mondo della formazione e convegni anche legati al movimento “FareAmbiente” vicino a leghisti come Angelo Ciocca (eurodeputato) e Riccardo Pase, presidente della Commissione ambiente in Regione. Bonelli ha però altro nel suo curriculum: secondo la Procura di Milano legami con la malavita organizzata tanto da essere inserita in un elenco di “nomi di (…) interesse” stilato dal Comando provinciale dei carabinieri di Milano. È agli atti la sua parentela con i fratelli Gaspare ed Emanuele Greco, quest’ultimo “affiliato a Cosa nostra di Gela, clan Emmanuello”. Un particolare che emerge dall’inchiesta Mentore della Dia di Milano sull’infiltrazione dei clan nella sanità lombarda. L’indagine fotografa i rapporti di Bonelli (non indagata) con i vertici dei clan milanesi. Tra questi Salvatore Muià, trafficante e parente del boss di Cittanova Vincenzo Facchineri, entrambi recentemente arrestati dalla Dda di Brescia per un giro di estorsioni. Facchineri risulterà in contatto con l’attuale capo della curva dell’Inter. Bonelli ha rapporti anche con uomini del clan camorristico Guida, mentre sentimentalmente, spiega la Dia, è risultata legata a Gianluca Favara, boss in doppiopetto considerato il fiduciario milanese per diverse cosche del Reggino. Qui, stando alle carte giudiziarie, Bonelli e Favara partecipano ad alcuni summit mafiosi. E ricordandone uno, Favara racconta che Bonelli “avrebbe addirittura vantato un ruolo in seno alla commissione in provincia di Milano”. Dice Favara: “Sai che ha detto lei? Io ho qua i calabresi i siciliani. Io ho la poltrona a Milano (…). Io ho la poltrona faccio parte della commissione a Milano”. In altra intercettazione il cugino Gaspare Greco così la descrive: “È una donna a cui devi parlare di mafia (…) Perché lei vuole vincere sempre”.
Oltre a questa identità “segreta” Bonelli ha contatti diretti con Bonocuore e con la politica lombarda. Con Mario Mantovani, ad esempio, già senatore e già vicepresidente della Lombardia. Ma è tra calici di cristallo e locali affacciati su piazza Duomo che si comprendono i contatti di Letizia Bonelli. A una delle ultime feste per il compleanno del suo compagno hanno partecipato tra gli altri, la neo consigliera comunale della Lega Silvia Sardone, uno dei fondatori dell’ormai dimenticato movimento Grande Nord (fondato con l’ex deputato della Lega Marco Reguzzoni) e Pietro Marrapodi, leghista di origini calabresi vicino a Salvini anche lui neopromosso a palazzo Marino. Brillante carriera quella di Marrapodi, iniziata sotto l’ala dell’ex assessore regionale Stefano Maullu già in Forza Italia. Marrapodi è poi finito alla corte di Matteo Salvini che lo vorrà nella lista Fontana per le regionali del 2018. Primo fra i votati, non sarà eletto. Il suo nome spunterà dalle carte della “Mensa dei poveri”, intercettato (ma non indagato) con l’ex consigliere comunale di Milano Pietro Tatarella (oggi imputato a Milano per corruzione e finanziamento illecito) per favorire gli interessi di un imprenditore. Nel 2019 Marrapodi punterà alle Europee. Durante quella campagna presenzierà a un aperitivo elettorale a Como con Francesco Scopelliti, ex assessore e fratello dell’ex governatore calabrese, già in contatto, Francesco, con personaggi legati alla ’ndrangheta del Comasco. Marrapodi è poi molto vicino a Daniela Javarone che da presidentessa dell’associazione “Amici della lirica” ogni anno organizza il compleanno per Salvini all’hotel Principe di Savoia. Non manca lo scatto tra Bonelli e il consigliere regionale della Lega Max Bastoni, vicino all’estrema destra milanese di cui è interpreteJonghi Lavarini, neofascista indagato per finanziamento illecito e riciclaggio con il commercialista Mauro Rotunno in passato coinvolto in un’indagine per fatture false.
Eni, il rompicapo delle chat “fabbricate” da Armanna
False o vere, le chat tra il manager Eni Vincenzo Armanna e i massimi dirigenti della compagnia, Claudio Descalzi e Claudio Granata? Cerca ora di rispondere la perizia tecnica disposta dalla Procura di Milano, stabilendo che esiste certamente una “alterazione della base dati sottostante a Whatsapp” nei 45 messaggi del 2013 delle due chat di Armanna con Descalzi e Granata. “Alterazione che ha informato proprio i 45 messaggi in analisi”. La perizia conclude però che “non è possibile stabilire come questa alterazione sia stata compiuta”. Non può dunque affermare che i messaggi siano certamente falsi, “fabbricati” da Armanna. Sicuramente però esistono numerose anomalie informatiche, e questo fa dubitare della loro genuinità.
In quelle chat, Descalzi, allora direttore generale di Eni e oggi amministratore delegato, e l’allora capo del personale Claudio Granata, tentavano di convincere Armanna a ritrattare le accuse rivolte alla compagnia di corruzione internazionale in Nigeria, a proposito dell’acquisizione del grande campo d’esplorazione petrolifero Opl 451. Lo facevano con pesanti minacce e con suadenti promesse: di essere di nuovo assunto in Eni, da cui era stato cacciato, e di essere lautamente ricompensato attraverso la società nigeriana Fenog.
Era il 1 novembre 2020 quando il Fatto pubblicava uno stralcio di quelle chat, che lo stesso Armanna ci aveva mostrato. Il Fatto scrisse che, se vere, dimostravano un comportamento scorretto di Eni; se false, dimostravano un inqualificabile attacco “per colpire Descalzi (non sappiamo a quali fini)”. Le chat furono acquisite dalla Procura milanese che poi, il 5 novembre, sequestrò il telefono di Armanna per analizzarne il contenuto.
Nel novembre 2020 fu realizzata “copia forense” del contenuto del telefono, ma Descalzi e Granata pretesero, con i loro consulenti, che quel contenuto fosse esaminato con un software più sofisticato, il Full File System, capace di un’analisi più profonda dei dati informatici, che fu cercato e infine impiegato nel luglio 2021. A questo punto, i consulenti dei due manager Eni pretesero di ottenere dalla Procura copia integrale dei dati estratti con il Full File System, per avere a disposizione tutto il contenuto del telefonino di Armanna. Il procuratore aggiunto Laura Pedio rispose di no, perché l’“accertamento in contraddittorio con le parti” che era in corso riguardava soltanto le due chat di Granata e Descalzi e non tutto il materiale del cellulare, che conteneva molti altri dati e molte altre chat. Per tutta risposta, le parti Descalzi e Granata il 25 ottobre 2021 si ritirano dalla consulenza e si rivolgono al gip Anna Magelli, chiedendo di ottenere copia integrale dei dati. Proprio ieri la gip ha rigettato le loro richieste ritenendole illegittime. Intanto il consulente Maurizio Bedarida ha concluso i suoi accertamenti. Ha verificato che i 45 messaggi del 2013 tra Armanna e Descalzi e Granata sono numerati dall’1 al 45 e appaiono tutti assegnati a un’unica data, l’8 dicembre 2015. Poi nel database c’è un salto di 75 messaggi, vuoti. Infine i messaggi riprendono, dopo un apparente “silenzio” di oltre due anni, con il numero 120 e con datazioni che ripartono dal 2016.
Ecco le “alterazioni”, che il consulente ritiene “inspiegabili”, nella “base dati sottostante a Whatsapp”. È evidente che il telefono sequestrato ad Armanna, un iPhone 8, è un modello che nel 2013 non era ancora in commercio. È avvenuta dunque una trasmigrazione delle chat dal telefono precedente, oppure Armanna ha “fabbricato” le chat con qualche diavoleria elettronica? Il pm Paolo Storari, che aveva chiesto l’arresto di Armanna, in disaccordo con i colleghi della Procura aveva ipotizzato la falsità delle chat, a inizio 2021, già sulla base del fatto che i numeri di telefono di Granata e Descalzi con cui Armanna chattava, secondo Vodafone nel 2013 non erano ancora attivi, essendo stati assegnati ai due manager Eni rispettivamente nel 2017 e nel 2018. Il procuratore Francesco Greco e la sua aggiunta Pedio avevano obiettato che in questa storia non si poteva escludere per principio l’utilizzo di numeri coperti e riservati.
Ora la consulenza Bedarida dovrà essere attentamente analizzata dalla Procura di Milano che dovrà prendere decisioni su Armanna e sugli altri indagati (tra cui Granata e l’avvocato Piero Amara, quello che ha raccontato l’esistenza di una presunta loggia Ungheria) nell’inchiesta sul “complotto” Eni ormai giunta alla conclusione. All’intreccio di depistaggi e false denunce ora si aggiungono le “alterazioni” delle chat. Certificare “l’alterazione” delle chat, ma non la loro falsità, è la conclusione peggiore: un’alterazione talmente raffinata da impedire qualsiasi certezza. Così l’attendibilità di Armanna è ulteriormente crollata: è l’unico risultato certo. E le sue “artefazioni” sembrano una bomba a orologeria innescata per far esplodere le inchieste di Milano.