Noi, maschi sgomenti, alla fine siamo rimasti nudi

Molto si discusse, quando si pensava a una “costituzione” europea, delle radici dei nostri attuali valori identificandoli nelle culture classica e giudaico-cristiana, imbevute e portatrici di umanesimo. Ma pure, a chi si interroghi sulla plurimillenaria subjection of women, per usare il titolo di un saggio di John Stuart Mill del 1869, dell’idea che ogni male dell’umanità sia stato originato dalla donna (e proprio per questo ogni costituzione o dichiarazione dei diritti deve ancor oggi ossessivamente riaffermare il rispetto dell’eguaglianza tra i sessi). Quando Zeus volle vendicarsi di Prometeo e dei suoi protetti, gli umani, pensò di inviare loro una grave sventura. Ordinò agli dei di plasmare un essere “simile a una vereconda fanciulla”, Pandora, da cui iniziò “la stirpe funesta e la razza delle donne”. Funesta perché la donna cui era stato affidato un vaso con l’ordine di non aprirlo disubbidì e per il mondo si sparse ogni male. Finì così l’originaria “età dell’oro” in cui gli uomini vivevano senza il bisogno di lavorare e privi di malattie “che recano agli uomini la morte”. Solo la speranza rimase nell’orcio. Parola del più antico poeta greco la cui identità sia certa, Esiodo.

La Bibbia poi, si sa, attribuisce a Eva la cacciata dell’uomo dal paradiso terrestre. Se si guardano le cose attentamente si scorge un fatto curioso: in entrambi i casi la donna disobbedisce per due caratteri distintivi, “alti” dell’essere umano. Il serpente dice a Eva che se infrangessero il divieto impostogli da Dio “i vostri occhi si aprirebbero e diverreste come Dio conoscitori del bene e del male” (Genesi, 3, 5). Dunque, Eva agisce per desiderio di conoscenza e lo fa usando di un’altra peculiarità dell’uomo: il libero arbitrio, la possibilità di scegliere. Una prerogativa formidabile ma formidabilmente ansiogena, difficile e complicata. “Pochi – noterà Albert Einstein – si dimostrano capaci di esprimere con equità opinioni diverse dai pregiudizi del loro ambiente sociale. I più sono persino incapaci di concepirne” in quanto, nota sarcastico, “per essere l’immacolato componente di un gregge di pecore bisogna essere, prima di tutto, una pecora”. L’attribuzione dell’origine di ogni male alla donna è espressione di una società in cui il maschio è già riuscito a imporre la sua prevalenza e una visione del ruolo dei sessi che a lungo viene interiorizzata anche dalla donna. Per quanto sempre esistano donne “diverse”, capaci di battersi contro i pregiudizi. Il punto allora è: come il maschio afferma il suo predominio e, soprattutto, perché in maniera costante, seppure diversa, volge la propria forza e violenza o la “più ordinata oppressione della legge” (Adam Smith) proprio verso il soggetto con cui condivide vita, desideri, affetti, dolori.

Le spiegazioni date sono molte e ognuna ha una parte di verità. Ad, esempio, quella, diffusissima, che, una volta instaurata la proprietà, la sessualità femminile debba essere controllata per avere la certezza di una successione legittima. Osservando con attenzione le tessere del mosaico, culturale e fattuale, della plurimillenaria subjection of women ne spunta qualcosa di diverso, e assai inquietante per il maschio. La grande difficoltà a comprendere, penetrare, cogliere fino in fondo, il femminile psichico e fisico per di più in una situazione di oggettiva, naturale diseguaglianza sessuale. Ché la donna è in questo campo più forte, potente dell’uomo. Il suo istinto e desiderio non può avere paragone con quello maschile se, aveva notato Giacomo Casanova, è pronta a mettere nel conto “una gravidanza di nove mesi, (…) un parto più o meno doloroso, e qualche volta mortale”.

Per questo una testa pur acuta come quella di Erasmo da Rotterdam “traduceva” un meschino detto maschilista – “sublata lucerna nullum discrimen inter feminas”, spenta la luce ogni femmina è eguale – in un’accusa alle donne, alla loro lascivia: “Ogni donna sarebbe impudica, se le fosse data facoltà di peccare senza testimone”. Insomma il sesso femminile squassa l’io maschile mettendone in dubbio forza e virilità, che della potenza maschile è il simbolo. La soggezione imposta alla donna ne è stato il feroce ma problematico antidoto.

Oggi però, nonostante le tante forti resistenze che a lungo rimarranno, due dati essenziali sono mutati rispetto alla lunga storia della “questione femminile”: la progressiva eclissi dell’introiezione e quindi accettazione in parte cospicua delle donne della loro supposta inferiorità e lo sgretolamento dello scudo della legge. Così il re è nudo.

Sgomento, gli è inevitabile ridefinire se stesso.

Gli Istituti tecnici creano lavoro, ma in Italia ce ne sono troppo pochi

Gli istituti tecnici superiori (Its), i percorsi post-diploma nati nel 2010 per creare figure professionali super-specializzate, sono sempre più una porta privilegiata verso il lavoro. Secondo il monitoraggio del centro ricerche Indire, l’82,5% di chi li ha frequentati nel 2016 ha trovato occupazione entro un anno dal conseguimento del titolo. Eppure, questo tipo di istruzione in Italia resta chiuso nella sua minuscola nicchia: in tutto il territorio nazionale abbiamo solo 95 istituti, aperti a solo 10.447 studenti. Una (incolpevole) casta, insomma, se pensiamo che in Germania queste scuole ospitano 800 mila ragazzi. Da noi, inoltre, la distribuzione è molto disomogenea. In Lombardia abbiamo ben 18 Its, mentre sommando quelli di Calabria, Campania e Sicilia ci si ferma a 13.

I dati Indire riguardano 2.193 diplomati nel 2016. In 1.810 hanno trovato lavoro, che per 1.581 di loro è coerente con il settore di studi. Le aree disciplinari nelle quali operano gli Its italiani sono sei. A registrare le performance migliori sono quella sulla Mobilità sostenibile e quella sulle Tecnologie del Made in Italy, entrambe con tasso di occupazione all’84%. Meno positivo è il risultato dei percorsi dell’area Beni culturali (78%) e Informazione e Comunicazione (79%). In mezzo, abbiamo l’area Efficienza energetica (83%) e Nuove tecnologie per la vita (82%). Ma di che tipo di occupazione parliamo? Il 47,5% degli occupati ha ottenuto, almeno per il momento, solo un contratto precario, mentre il 29,9% può contare su un rapporto stabile. Il restante 22,7% è stato inquadrato come apprendista.

Gli Its nascono come fondazioni che annoverano tra i soci le scuole, le università, gli enti locali e le imprese. L’obiettivo, tramite questa sinergia, è formare specialisti maggiormente richiesti dalle aziende del territorio. Non sempre, però, la ciambella esce col buco. Un esempio: mentre i “tecnici per l’automazione e i sistemi meccatronici” hanno avuto grande successo sul mercato del lavoro, i “tecnici per la nobilitazione di articoli tessili” si sono scontrati con una bassissima richiesta (solo nove gli occupati con questa figura). Gli altri punti di debolezza sono il numero basso di iscritti provenienti da istituti professionali (il 9%) e il fatto che le fondazioni non sempre sono costanti nell’attivare corsi di studio. In conclusione, il sistema Its – nel quale il ministro uscente Carlo Calenda ha sempre detto di credere molto – andrebbe rinforzato ma anche migliorato, e per questo servono investimenti. Per il momento, bisognerà accontentarsi di quanto messo sul piatto dall’ultima manovra: 10 milioni per quest’anno, più altri 20 nel 2019 e altri 35 ancora nel 2020.

Freeman, Mokyr, Roventini per discutere di lavoro e tecnologia

Ieri la casa editrice Laterza ha presentato i contenuti della nuova edizione del Festival dell’Economia 2018, come sempre a Trento e come sempre diretto da Tito Boeri, economista della Bocconi oggi presidente dell’Inps. Dopo l’edizione dello scorso anno dedicata alla sanità e al welfare diseguale, ora si discute di lavoro e tecnologia, delle ripercussioni dell’automazione e dell’intelligenza artificiale sull’economia ma anche sulla politica. Gli incontri sono decine, ecco i nostri suggerimenti su quelli imperdibili (il programma completo con luoghi e orari è su www.festivaleconomia.it).

Si comincia il 31 maggio con Tito Boeri che discute con l’economista di Harvard Richard Freeman di “Robot-mania”: cosa ci resterà da fare quando saranno le macchine a lavorare e guadagnare?

Da non perdere il primo giugno Joel Mokyr che discute di stagnazione secolare. Mokyr è uno dei più brillanti storici dell’economia in circolazione e parlerà del legame tra progresso tecnologico e stagnazione economica. Lo stesso giorno un altro famoso economista che attinge spesso alla storia, Barry Eichengreen, affronterà la questione del populismo e delle politiche redistributive necessarie per contenerlo. Evgeny Morozov, il più brillante dei tecno-scettici, discuterà di “Geopolitica (e geoeconomia) dell’Intelligenza Artificiale”, mentre il ministro in pectore dei Cinque Stelle, Andrea Roventini, spiegherà le sue proposte di “riformare” la riforma Fornero proprio a Elsa Fornero. Da segnalare tra gli incontri del 2 giugno Daniel Susskind sulla “disoccupazione tecnologica” e il filosofo Remo Bodei, “quando il logos si fa macchina”.

 

Debitori, come e perché lottare contro la piaga dei “fondi locusta”

Nel Libro dell’Esodo si narra delle 10 piaghe d’Egitto e, tra queste, dell’invasione delle locuste. Nel linguaggio colorito della finanza, si chiamano fondi locusta alcuni fondi finanziari speculativi per indicare il senso della loro missione: spolpare tutto ciò che è spolpabile, lucrare il più possibile da coloro che non sono stati in grado di onorare totalmente i debiti che hanno contratto con le banche, anche a costo di rovinarli completamente. Nel linguaggio finanziario questi fondi vengono anche chiamati fondi avvoltoio, perché come gli avvoltoi si nutrirebbero degli animali morti abbandonati dai predatori.

Il paragone è crudele, ma implica che i fondi svolgano una funzione salutare, liberando l’ambiente dai resti infetti di animali che erano troppo deboli per sopravvivere. Il nome di sofferenze bancarie sottolinea invece il disagio della banca e di chi non è in grado di onorare totalmente i debiti. Tuttavia, piuttosto che cruenti paragoni con la cieca lotta animale per la sopravvivenza o di nomi ispirati alla compassione umana, la stampa preferisce spesso usare un linguaggio più neutro. Si parla allora di Non performing loan (“prestiti che non funzionano”), o in modo cifrato di “Npl”. E sono proprio gli Npl, erogati ieri anche con superficialità e azzardo a chi non poteva restituirli, che qualifica il fenomeno della degenerazione del “capitalismo di relazione”, ma su questa degenerazione non si fa luce. Invece, le banche sono “spintaneamente” costrette a vendere gli Npl, anche a un tozzo di pane (tra il 5% e il 25% del loro valore bilancistico), per curiosa convergenza di indicazioni perentorie della Banca centrale europea e degli appetiti speculativi.

Funziona così. La banca vende il credito in sofferenza a un fondo locusta, e sarà il fondo il nuovo proprietario del credito e delle garanzie correlate. Le garanzie sono la componente golosa dell’affare finanziario dei fondi locusta.

Gli ultimi governi hanno aggravato la situazione per i debitori perché hanno approvato leggi per accelerare i tempi delle azioni giudiziarie e incrementare gli strumenti giuridici di aggressione contro il debitore e il suo patrimonio. La banca tradizionale tendeva a non diventare troppo aggressiva. Il fondo locusta, al contrario, non ha nessuna remora e tenderà ad aggredire il debitore con tutti gli strumenti giuridici a sua disposizione; tale è infatti la natura della locusta.

Il valore delle vendite di Npl delle banche è impressionante: nel 2017 oltre 70 miliardi e raggiungono l’agghiacciante cifra di 118 miliardi nello scorso quinquennio. Nel 2018 si stimano vendite tra i 70 e gli 80 miliardi. Insomma, in soli sei anni quasi 200 miliardi di Npl che, ineluttabilmente, si trasformano in centinaia di migliaia di azioni esecutive immobiliari, delineando la preoccupante prospettiva di arrivare a mezzo milione di sfratti nel corso del solo 2018.

Dal punto di vista della banca, la vendita di Npl all’ammasso e a prezzi vili, appare metodica autolesionista; anche perché studi quantitativi dimostrano che il recupero eseguito direttamente dalla banca rende almeno il doppio rispetto alla vendita agli speculatori. Nessuno è poi stato in grado di dimostrare che la banca possa riprendere con vigore l’erogazione del credito e dunque dello sviluppo economico, dopo aver consegnato i propri clienti sofferenti alle mandibole giuridiche dei fondi locusta. Eppure la Bce appare dominata dalla inflessibile determinazione che vi sia necessità di una effettiva soluzione finale del problema degli Npl e che questa sia quella di utilizzare la tecnica di incentivare la speculazione finanziaria.

Occorre ricordare che i fondi locusta promettono pingui lucri ai loro finanziatori con un rendimento variamente oscillante intorno al 15% l’anno e che i costi d’asta e connessi raggiungono anche il 25% del valore dell’incanto. Mentre gli speculatori si arricchiscono, il debitore assiste impotente alla cessione del suo credito da parte della banca.

Rischia di vedersi così come gli viene suggerito: come un cattivo pagatore, un peso inutile, un inetto che merita di essere stritolato dalla competizione sociale. È importante invece che, per salvaguardare se stesso e la sua incolpevole famiglia, il debitore che è stato ceduto ai fondi locusta lotti con energia sin dal primo momento, ingaggiando una corsa contro il tempo delle scadenze dei termini di opposizione ai decreti ingiuntivi. Ma in questa lotta è importante che la situazione sia resa chiara sin da subito: qui non ci sono in ballo piaghe bibliche a cui non si può sfuggire, né sigle inglesi comprensibili solo ai tecnici, ma la ben nota ingordigia degli speculatori, contro cui è necessario e giusto difendersi e lottare, anche ricordando l’ammonimento del professor Federico Caffè ai suoi allievi: “Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”.

*Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale CORIS, Sapienza Università di Roma.
*Analista finanziario indipendente

In Italia 8 milioni di incapienti e per 3 milioni niente sconti Irpef

Sugli “oltre 7,73 milioni di contribuenti italiani ‘incapienti’, per i quali l’Irpef dovuta si azzera per effetto delle detrazioni”, ve ne sono “più di 3,12 milioni che non riescono a sfruttare in tutto, o in parte, le detrazioni per carichi di famiglia”. È quanto emerge da un’elaborazione dei dati del Dipartimento delle Finanze sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2017 e nel 2016, realizzata dalla Fondazione nazionale dei commercialisti: “Oltre 750.000 contribuenti che, per incapienza dell’imposta, non sfruttano nemmeno un euro di detrazione Irpef non solo per le numerose detrazioni esistenti per oneri e spese”, ma anche per quelle destinate a chi ha familiari a carico. Mentre 2,36 milioni “riescono a sfruttare, in parte, quelle previste a favore di chi ha familiari a carico”.

Google contro le app “illegali”. Class action in Usa contro Facebook

Il problema della privacy, reso attuale dallo scandalo Facebook, non riguarda solo l’azienda di Mark Zuckerberg, che ieri si è difesa affermando che “così fan tutti”, facendo nomi , fra cui Twitter, Linkedin e Google. E ieri è inoltre arrivato il via libera negli Usa a una class action contro Facebook per il sistema di riconoscimento facciale.

A finire nel mirino è stato Google, dopo che una ricerca (pubblicata dal Fatto) ha rivelato che migliaia di app per i bambini violano le leggi sulla protezione dei dati personali. La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings on Privacy Enhancing Technologies dall’Università della California a Berkeley, è stata condotta su quasi 6.000 app, scaricate almeno 750.000 volte. La maggior parte dei programmi raccolgono dati personali di bambini con meno di 13 anni senza il consenso dei genitori. “Prendiamo in seria considerazione lo studio – ha commentato Google – Proteggere i bambini e le famiglie è una priorità assoluta. Se un’app violerà le nostre policy, prenderemo provvedimenti”.

Derivati, al via il processo a Tesoro e Morgan Stanley

Il caso è a suo modo storico. La Corte dei conti chiede danni miliardari per alcuni contratti derivati alla banca che li ha venduti, la Morgan Stanley, e ai dirigenti del Tesoro che li hanno gestiti. Giovedì ci sarà la prima udienza di un processo osservato anche fuori dai confini italiani per le cifre e gli attori in causa. Le associazioni dei consumatori, come Codacons e Federconsumatori hanno già aderito.

La vicenda è nota. La Procura contabile del Lazio, dopo una lunga inchiesta guidata dal pm Massimiliano Minerva ha contestato un danno erariale di 3,9 miliardi di euro, di cui 2,7 alla banca d’affari Usa e 1,2 ai dirigenti del ministero dell’Economia che gestirono a vario titolo la stipula dei contratti: l’ex responsabile del debito pubblico Maria Cannata, il direttore generale Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli. Tra fine 2011 e inizio 2012, nel pieno delle turbolenze finanziarie, il Tesoro (governo Monti) versò 3,1 miliardi a Morgan Stanley che aveva chiesto il rientro dall’esposizione in derivati entro un limite fissato da una clausola (Ate) prevista in un accordo quadro siglato con la banca nel 1994 (dg del Tesoro era Mario Draghi), negli anni degli sforzi fatti per entrare nell’euro, anche a costo di alcune, diciamo, cosmesi contabili.

Secondo la Corte dei conti la gestione di quei derivati oggetto della transazione è stata “sconcertante”, e caratterizzata da mala gestione, gravi imprudenze e irregolarità. L’esistenza della clausola, il cui tetto fu superato quasi subito, avrebbe dovuto spingere il Tesoro a gestirli diversamente. O a non farli, visto che molte delle operazioni contestate sono “swaption”, opzioni che permettono a chi le vende (nel caso, il Tesoro) di incassare un premio e a chi le acquista (la banca) di sottoscrivere un derivato a determinate condizioni, che ovviamente esercita solo se gli conviene. Per i pm contabili quei contratti erano “speculativi”, quindi inidonei alla ristrutturazione del debito pubblico, l’unica finalità consentita per usare i derivati.

Il Tesoro ha sempre spiegato di esseri attenuto alle regole. Stessa linea della banca Usa, a cui i pm contestano la responsabilità principale del danno. Come ha rivelato il Fatto, Morgan Stanley ha provato a chiudere la vicenda ventilando in via informale una transazione di circa 30 milioni. Vista la cifra, ha trovato le porte chiuse. Stando ai rumors finanziari, la strategia difensiva della banca è incentrata a dimostrare di aver rispettato tutte le norme, di non aver imposto nulla al ministero e di non poter essere assoggettata alla giurisdizione della Corte dei conti. Quest’ultimo è un punto dirimente. Morgan stanley sembra orientata a chiedere ai giudici contabili il difetto di giurisdizione (riservandosi di sollevare la questione in Cassazione) negando di aver avuto un ruolo di consulente contrattuale, che per la giurisprudenza corrente può rispondere del danno erariale. Secondo i pm contabili Ms si è invece mossa come se lo fosse, nel doppio ruolo di controparte nei contratti derivati e di “Specialist” – cioè di banca che assiste il Tesoro nelle aste dei titoli di Stato e che avrebbe un canale privilegiato nella vendita dei derivati. In audizione in commissione Banche, i pm contabili lo hanno definito un “rapporto di fatto o anche contrattuale, di servizio con lo Stato” caratterizzato dall’elemento fiduciario, con un ruolo “predominante” della banca a fronte della tendenza del ministero a “subire le scelte”.

La gran parte dei derivati sottoscritti dallo Stato italiano serviva a proteggersi da un rialzo dei tassi, che però non si è verificato. A fine 2016 il Tesoro aveva derivati in essere su 145,9 miliardi di titoli sovrani. Lo scorso anno l’impatto negativo sul bilancio è stato di oltre 8 miliardi. È probabile che l’esito del processo sia attenzionato dalle banche specialist – in alcune delle quali peraltro sono finiti Grilli e Siniscalco (il secondo proprio in Morgan Stanley) – visto il loro rapporto col Tesoro e che la disputa sarà accesa. Domani c’è il primo round.

Zero burocrazia, ma anche rischi: la vera rivoluzione digitale estone

Al gate 7 dell’aeroporto c’è un albero dalle foglie rosse. Attorno, un circuito di poltrone con presa per lo smartphone. A caratteri cubitali c’è il nome di chi ha pagato questa accortezza: “Cybernetica”. Siamo a Tallinn, Estonia, e Cybernetica è l’azienda che ha creato X-Road, il sistema che collega i database della nazione e permette il funzionamento di quella che viene definita “la prima società digitale”: la carta d’identità è digitale, le tasse si pagano online, la cartella clinica è digitale, non si fanno file, tutte le pratiche sono virtuali. Qui sono orgogliosi dell’abbattimento della burocrazia. Efficienza è la parola chiave: si stima un risparmio tra il 2 e il 6 per cento del Pil ogni anno.

Lo showroom. Anna Piperal è il direttore generale dell’e-estonia showroom, dove passano 650 delegazioni l’anno, tra politici e ricercatori. Raccontano che la chiave di volta è la carta d’identità digitale. “È obbligatoria e non hai bisogno di altri documenti. Neanche la patente”. Dà accesso online al 99 per cento dei servizi statali. I lettori per collegarla al pc si acquistano per pochi euro. Il governo estone fornisce anche la firma digitale, un lungo codice che blinda il documento quando viene apposta. Se viene modificato, bisogna riapporla. “I cittadini inseriscono i loro dati una volta sola, poi i database se li scambiano. Se ci si registra per il servizio di pagamento delle tasse, non ci sarà bisogno di re-inserirli per il servizio sanitario”. I dati sono conservati nei database di chi fornisce i servizi: ministeri, banche, ospedali. Non ci sono copie cartacee, per sicurezza, l’Estonia ha creato dei database di recupero in Lussemburgo. È X-Road, di proprietà del governo, a mettere in collegamento le banche dati. Le informazioni sono criptate. “La banca non può vedere i miei dati fiscali, se non è autorizzata – spiega Anna – Ma può interrogare il database della tax authority per sapere se ho pagato le tasse”. Ogni cittadino è identificato con un codice personale. “Se sei un cattivo ragazzo, puoi cambiare il tuo nome, ma rimani questo codice e un cattivo ragazzo”.

Il voto.Per votare online basta scaricare un’applicazione sul pc. Si accede con la carta d’identità o la mobile id (una sim speciale) e un codice di sicurezza che arriva sul telefono. Si clicca sul candidato e si conferma con la firma digitale. Durante il periodo di votazione si può cambiare il proprio voto quante volte si vuole. Viene conteggiato solo l’ultimo espresso. Nell’area personale di Anna, sul portale di Stato, c’è tutto: i dati anagrafici, il nome del suo dottore, la sua ultima prescrizione, la sua situazione familiare, le attività finanziarie, la patente, i contributi, i vaccini dei suoi animali domestici. “Solo io posso vederli. Anche la polizia ha limiti, può accedere solo ai dati autorizzati per le indagini”. Ogni movimento è tracciato: si può sapere chi ha guardato cosa e quando. Nella sanità, il paziente è considerato l’unico proprietario dei suoi dati e può condividerli con chi vuole. I medici devono redigere digitalmente osservazioni, ricette e diagnosi e tutto è conservato nella storia medica digitale del cittadino.

Una delle innovazioni riguarda la “e-residency”, la residenza digitale. La può richiedere chiunque da qualsiasi parte del mondo. La carta si ritira nelle ambasciate ma serve solo ad aprire un’azienda senza dover mettere piede nel Paese. Bastano identificazione, impronta digitale e due ore. Le tasse si pagano lì dove “l’azienda genera valore”. In tre anni, ci sono state oltre 33mila richieste e 5mila aziende nate.

La fiducia.I dati dei cittadini sono conservati in 2.046 database, pubblici e privati. Alla Ria, l’agenzia che si occupa della cybersecurity, incontriamo Gert Auvaart, responsabile per i rapporti internazionali. Spiega che ogni detentore dei database ne è responsabile per la sicurezza. “Evitiamo di centralizzare le informazioni perché tutto può saltare in una volta sola”. Il voto digitale, racconta Gert, in dieci anni è cresciuto del 30%. “Si fidano. Quando arriva al data center non ha più nessuna connessione con chi lo ha espresso”. Come ci si assicura che non siano manomessi? “È come per il conteggio manuale: ci sono così tanti passaggi che non puoi sapere cosa succeda. Non abbiamo mai avuto problemi”.

L’anno scorso alcuni ricercatori hanno segnalato che la crittografia utilizzata per le carte d’identità poteva essere in qualche modo decodificata. “Abbiamo sospeso le carte vulnerabili e sviluppato la soluzione. Nessuno è stato hackerato”. Ripete una parola: resilienza. “È una società digitale. Queste cose accadono e accadranno”. Negli ultimi due anni hanno attivato una sorveglianza 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Nel 2017 si sono registrati circa 12mila “cyber-incidenti. Qualcuno che cercava di fare qualcosa di brutto nel sistema”. L’agenzia fissa gli standard di cybersecurity (2mila pagine di linee guida) e invia team per assicurarsi che i database siano sicuri. Gli investimenti valgono quasi 10 milioni l’anno.

L’Italia. In Italia sarebbe possibile una simile rivoluzione digitale? “Qui gli abitanti sono 1,3 milioni, in Italia 62 milioni. Tecnologicamente se ci sono le risorse basta un anno, culturalmente ne servirebbero 25. Convincere le persone richiede tempo, una strategia di lungo termine e un governo stabile”. Linnar Viik, fondatore del Think Tank E-governance academy, spiega: “Ogni paese ha il suo sentiero. Alcuni iniziano con il percorso democratico, altri con quello culturale, altri con la digitalizzazione”. Bisogna però andare oltre le aspirazioni politiche. “Molti dei paesi che hanno avuto successo non lo strombazzano, il digitale accade nella routine, non è sexy”. E c’è bisogno di sostegno costante: “Tutto ciò che inizia in Italia poi finisce dopo poco tempo perché non riceve supporto nazionale”. Linnar ha una regola: mai lavorare con amministrazioni che siano a meno di un anno dalle elezioni. “Si rischiano promesse irrealistiche”. Gli estoni, poi, sono un popolo pragmatico: non importa chi fornisce il servizio, basta che funzioni. “L’identità digitale è iniziata con le banche, solo in seguito il governo ha deciso di collaborare. E quando ha creato l’infrastruttura, le banche hanno smesso di usare la loro”. La commistione tra pubblico e privato è estrema.

Non è tutto oro.In un bar circondato da grattacieli e banche, incontriamo Dario Cavegn, editor responsabile di Err News, la tv pubblica estone. Ci parla degli abusi a cui può prestarsi la digitalizzazione spinta: “L’e-residency è una buona opportunità di business ma può attrarre persone sbagliate”. Fa un esempio dei rischi: “Immagina di essere un imprenditore. Ottieni una licenza per un Casinò on line in Belize o a Malta, ma gestisci il lato tecnologico in Estonia. L’azienda offre design, contenuti, consulenza. Con un numero minimo di impiegati ti fai pagare a prezzi stellari e convogli i soldi dei giocatori”. A quel punto, la compagnia può concedere un prestito a un’altra impresa in un paradiso fiscale, che a sua volta può indirizzare il denaro a un trust che può di nuovo pagare o concedere prestiti. “Se qualcuno in questa catena è inadempiente e la società estone non recupera il prestito, non è un problema: prendi il tuo mobile id, crei un’altra compagnia, trasferisci tutti i tuoi dipendenti in mezza giornata e lasci che l’azienda fallisca. Con meno di 200 euro”. Infatti gli e-residenti hanno problemi ad aprire conti bancari perle precauzioni contro il riciclaggio.

In Estonia le aziende pagano poi il 33,8 per cento di tasse sui salari. “Il sistema invoglia gli imprenditori a non assumere ma a spingere i potenziali dipendenti ad aprire un’azienda con cui lavorare”. L’Estonia è infatti il regno delle startup. “Non ci sono tasse sulle aziende. Vengono tassati solo i soldi in movimento”.

La popolazione.L’Estonia è stato il primo dei Paesi dell’ex-blocco sovietico ad adottare la flat tax. Fissata nel 1994 al 26%, è arrivata al 20% nel 2015. A spiegarlo è Federico Plantera, ricercatore e giornalista in Estonia per Err News: “Il sistema è stato efficiente negli anni del boom, ma nel medio-lungo termine la flat tax, accoppiata a una crescita graduale delle tasse sui consumi e dell’Iva ha avuto un effetto regressivo sulla distribuzione della ricchezza. Il 21.1% della popolazione vive oggi in condizioni di povertà relativa, e il 40% dei lavoratori con forme contrattuali non-standard resta nella fascia con i salari più bassi”.

E la privacy?L’Estonia sta realizzando quella che amano definire “società in real time”, l’economia in tempo reale. “Se una impresa sta per andare in bancarotta – dice Viik – riusciamo a prevedere l’effetto domino sulle sue associate”. Esiste poi un sistema legato alle sim card. “Se duecento telefoni cellulari si muovono lungo la stessa linea e alla stessa velocità, è chiaro che sono in un treno. Se all’improvviso tutti questi telefoni si fermano fuori da una stazione, il servizio di emergenza estone automaticamente allerta la polizia”. Il rischio è che si sfoci nel controllo di massa. “Vale lo stesso per Google e Facebook. Qui i dati sono sotto il controllo delle leggi e delle authority. Chi controlla invece le aziende che hanno i loro server in Delaware? Google sa più dei cittadini di quanto sappia lo Stato. E i cittadini si fidano più di Google che dello Stato”.

Lo strano caso delle sanzioni contro l’Italia

I partiti italiani sembrano avere opinioni molto diverse sulla Siria, ma almeno sul rapporto con la Russia, sponsor del regime di Damasco, hanno una certezza: le sanzioni sono sbagliate. Eppure questa posizione sembra più ideologica che frutto dell’analisi dei dati. Nel 2018 la Federazione Russa si annette la Crimea, violando l’integrità territoriale dell’Ucraina che si stava spostando verso l’Europa. L’Unione europea e gli Stati Uniti reagiscono con il blocco di alcune operazioni finanziarie e l’embargo per vari prodotti. Mosca risponde e mette limiti ai prodotti occidentali vendibili nel suo mercato domestico. Crollano le esportazioni italiane di carne, frutta secca, derivati del latte. Ma a quanto ammonta il danno?

È difficile dirlo. Sulla base di dati dell’agenzia delle dogane russa, l’Istituto per il commercio estero italiano parla di 346 milioni nel 2015, il primo anno in cui i contro-dazi russi hanno fermato l’export italiano. Altre associazioni di categoria danno cifre più alte perché considerano anche prodotti italiani che prima di arrivare in Russia transitavano da altri Paesi europei. Ma non si sa neppure se sia tutta colpa delle sanzioni: nel 2015 il Pil russo è crollato del 2,8 per cento, l’anno dopo si è ripreso solo dello 0,2, una contrazione dei consumi e dunque delle importazioni ci sarebbe stata comunque.

La catena produttiva russa si è subito riadattata, le imprese hanno cambiato fornitori, i consumatori hanno adeguato i propri gusti, le sussidiarie licenziato il personale non più necessario. Cancellare le sanzioni europee per far cadere le barriere russe, insomma, non garantirebbe alle imprese italiane di tornare ai livelli di esportazione del 2014. Quindi, forse, è ora di affrontare la questione dei rapporti con la Russia al netto delle pagliuzze e concentrarci sulle travi, come la dipendenza dal gas (e quindi la questione del Tap in Puglia), gli accordi commerciali con gli Stati Uniti, le guerre combattute per procura in Medio Oriente. L’energia conta molto più che la frutta secca.

Alitalia è riuscita nel paradosso: fallire per il crollo del petrolio

Per comprendere quanto poco si sa delle cause del dissesto di Alitalia, nonostante sia trascorso quasi un anno dal commissariamento, bisogna prendere a prestito una famosa affermazione di Winston Churchill: “È un rebus avvolto in un mistero all’interno di un enigma”. Gli ultimi dati ufficiali sul vettore risalgono al bilancio del 2015, pubblicato nella primavera 2016. In seguito non è più uscito alcun numero, neppure dalla gestione commissariale. Il bilancio 2016, che avrebbe dovuto fotografare la crisi dell’azienda e identificarne le cause, non è stato presentato, come previsto dalle norme, ad aprile 2017, né allegato alla domanda di amministrazione straordinaria, come richiesto dalla legge Marzano. Pertanto si può ben dire che Alitalia sia stata la prima impresa di cui si ha notizia a portare i libri in tribunale senza tuttavia portarli.

Nel frattempo è trascorso l’anno 2017 e tutto il primo trimestre del 2018 e tra poche settimane sarà passato un anno dal commissariamento. Come è andata Alitalia negli ultimi nove trimestri? Quanto ha prodotto, speso, incassato e perso? E per quali ragioni ha perso? Perché l’azienda è andata così male in un periodo estremamente favorevole per il mercato aereo e per tutti i vettori? Nessuno lo sa, anche perché i pochi che eventualmente lo sanno non lo dicono. I commissari hanno appena pubblicato la loro “Relazione sulla cause di insolvenza” ma le cause non vi sono, si presume si trovino negli oltre due terzi della relazione coperti da omissis. Il mistero resta fitto.

In assenza di informazioni irrinunciabili, e contraddicendo il detto di Einaudi “Conoscere per deliberare”, il governo ha da subito indirizzato i commissari sulla strada di una rapida cessione, senza peraltro sapere se vi fossero acquirenti interessati e se quella che si metteva in vendita era un’azienda gestita malissimo ma potenzialmente profittevole oppure un caso irrimediabile. Non sapendolo neppure loro, gli acquirenti non si sono presentati o hanno chiesto uno spezzatino che porterebbe a esuberi e costi sociali e di finanza pubblica enormi.

Eppure le ragioni vere del dissesto sono state rivelate dai vecchi gestori in alcune pagine di un documento illustrato ai sindacati il 22 marzo 2017 nel corso della trattativa che si sarebbe conclusa con la vittoria del no al referendum. Esso riporta una versione non definitiva del conto economico 2016 dalla quale risulta una perdita industriale di 337 milioni. Il peggioramento rispetto ai 149 milioni del 2015 è dovuto per 158 milioni a riduzione dei ricavi e per 30 a incremento dei costi. Perché i ricavi sono diminuiti del 4,9%, per effetto della riduzione dei prezzi a fronte di passeggeri in lieve crescita, mentre i costi sono rimasti stazionari?

La risposta è in ciò che è accaduto negli altri grandi vettori. Nel 2016 Lufthansa ha ridotto i costi industriali per passeggero km del 5,4%, principalmente grazie al calo del carburante, e del 5,2% i proventi unitari. In sostanza ha trasferito ai suoi clienti, attraverso minori prezzi, i risparmi conseguiti e così han fatto gli altri vettori, low cost e tradizionali. Alitalia non è riuscita a ridurre i costi, ingessati da contratti sfavorevoli, ma ha dovuto lo stesso ridurre i prezzi a causa della concorrenza, peggiorando il disavanzo. È la semplice ma sinora non divulgata ragione del dissesto.

Nel 2015 Alitalia ha speso 721 milioni per il carburante, di cui 52 da perdite su contratti derivati di fuel hedging che scelte più oculate avrebbero evitato. Se i restanti 669 milioni si fossero ridotti nel 2016 nella stessa misura di Lufthansa, Alitalia avrebbe registrato un costo di 551 milioni, con un risparmio di 142 milioni sulla spesa effettiva (693). Riguardo ad altre voci di costo è la stessa Alitalia a quantificarne nella trattativa del marzo 2017 il disallineamento rispetto al benchmark delle altre compagnie. Sul leasing della flotta indicava un sovra-costo del 23% per i velivoli di medio raggio, del 41% per la flotta regionale e del 63% per il lungo raggio, con una media stimabile nel 36% che, applicata alla spesa del leasing 2016 dà luogo a 86 milioni di possibili risparmi. Riguardo alle manutenzioni riconosceva extra-costi pari al 19%, cioè 46 milioni di possibile risparmio sui 287 spesi; in relazione ai servizi di handling un extra-costo del 25% rispetto a un benchmark calcolato sui principali aeroporti che genera un possibile risparmio di 59 milioni. Infine i costi commerciali erano indicati nel 7,8% del fatturato, ma ritenuti riducibili al valore benchmark del 3,3%, con un risparmio stimabile in 125 milioni.

Se sommiamo i risparmi ottenibili tagliando gli extra-costi riconosciuti dalla stessa Alitalia arriviamo già a minori costi industriali annui per 316 milioni, quasi pari alla perdita industriale 2016 (337 milioni). Tuttavia questi risparmi salgono a 458 milioni se vi includiamo anche il taglio degli extra-costi sul carburante, una voce che la vecchia gestione aveva occultato, preferendo sostituirla con una ingiustificata richiesta di tagli del costo del lavoro. Con 458 milioni di minori costi il risultato industriale del 2016 sarebbe divenuto positivo per 121 milioni e così forse anche il bilancio finale. In sintesi, l’azienda già perdeva in passato per gli extra-costi e ha perso molto di più nel 2016 perché ha dovuto abbassare i prezzi come i concorrenti ma, a differenza loro, senza poter ridurre il costo del carburante. Alitalia è fallita per il crollo dei prezzi petroliferi di cui non ha potuto avvantaggiarsi. Questa è la spiegazione e da essa discende che sia stato un grande errore metterla in vendita prima di aver messo mano ai suoi rimediabili problemi.