Per Anna Frank basta una multa

Per la Giustizia sportiva della Figc, non vale più di una multa da 50 mila euro per la Lazio l’oltraggio alla memoria di Anna Frank, quando in occasione di Lazio-Cagliari dell’ottobre scorso gruppi di ultras avevano diffuso adesivi della ragazza ebrea vittima della barbarie nazista, raffigurata con la maglia della Roma.

In secondo grado, anche le sezioni unite della Corte federale di appello (presidente Sergio Santoro) hanno bocciato la posizione del procuratore Pecoraro che nel ricorso contro il giudizio del Tribunale federale (presidente Mastrocola) aveva insistito sulla sua richiesta originaria: 50 mila di ammenda, ma anche due turni con l’Olimpico a porte chiuse.

Nel comunicato ufficiale pubblicato ieri (udienza del 22 marzo scorso), la Figc rende nota la sentenza d’appello: è confermata solo la multa.

Ma la Procura sembra decisa ad aprire un nuovo fascicolo di indagine dopo il derby romano di domenica scorsa, quando gruppi di ultras laziali hanno intonato cori dal contenuto antisemita, che ripetevano le offese e l’oltraggio alla memoria di Anna Frank. (Arbiter)

A Venezia il sindaco imprenditore chiede ai dipendenti di votare Cisl

Vi immaginate un imprenditore che scrive ai propri operai consigliando a chi dare il voto per le elezioni di rinnovo delle rappresentanze sindacali? Nel mezzo di una stagione di scontri duri con il personale della città lagunare – dal Casinò ai musei civici, dai precari ai servizi civici e agli incentivi ai dipendenti – il sindaco Luigi Brugnaro ha fatto proprio questo. Ha inviato ai dipendenti del Comune di Venezia una lettera in cui li invita a votare le forze che sono pronte al cambiamento. Il suo ovviamente.

Brugnaro dice di parlare come un buon padre di famiglia, ma si lascia andare al paternalismo d’azienda. Divide tra buoni e cattivi. “Molti di voi in silenzio e rimboccandosi le maniche, stanno dimostrando quanto amino il proprio lavoro, hanno accettato di cogliere la sfida di partecipare attivamente alla riscossa del Comune di Venezia”. Invece, “qualcuno, anche di fronte all’evidenza, continua la sua battaglia. C’è chi ama definirli i ‘signori no’, per altri sono semplicemente ‘rancorosi’, per me sono persone che hanno scelto di mettersi all’angolo, di alzare l’asticella dello scontro, pur di trovare una sorta di legittimazione alla propria esistenza o per mantenere piccoli privilegi e rendite di posizione”. Siccome il Comune è stato condannato per comportamento antisindacale, per un accordo siglato solo dalla Cisl, Brugnaro affonda: “Il sindacato deve sedersi ai tavoli pensando che vi rappresenta tutti. Restare seduti o non presentarsi o addirittura alzarsi e andarsene sbattendo la porta, non può essere il frutto di un mero calcolo di convenienze elettorali”.

Commento di Davide Scano, che fu candidato sindaco per i Cinquestelle. “È un comportamento inqualificabile, scorretto e, a tratti, ridicolo: il Sindaco non deve occuparsi della campagna elettorale della Rsu Affibbiare nomignoli o colpe a questa o quella sigla sindacale, per favorirne forse un’altra, è un comportamento gravissimo”.

Alla faccia del commissario, Tavecchio tiene la “cassa” Figc

Continua la pacchia per Carlo Tavecchio in Federcalcio, mentre il commissario straordinario Roberto Fabbricini fa finta di niente e si rende conto che non sarà una passeggiata di salute. Insieme al suo capo, Giovanni Malagò, che lo ha voluto in quel ruolo, sta subendo in questi giorni un attacco concentrico dai tre sconfitti alle ultime elezioni federali: Sibilia dei Dilettanti, il leader dei calciatori Tommasi e Gabriele Gravina presidente di una Lega di Serie C in agonia, tra fallimenti societari e deferimenti per irregolarità amministrative, ma vittima anche di scelte gestionali della Figc che stanno mettendo in crisi anche la Lega di Serie B. Nelle ultime ore, è partito a testa bassa pure il numero 1 dell’Associazione arbitri, Marcello Nicchi, che non vuole mollare il 2% di voti riconosciuto da Carraro nel 2004 alla categoria e difende l’autonomia arbitrale agitando i fantasmi di una nuova Calciopoli. “Ma con noi – dice Nicchi, sempre muscolare e autoritario – si fanno male”.

Un clima irrespirabile e un quadro così allarmante e scivoloso per l’immagine del Coni e del suo presidente che la stessa Gazzetta dello Sport ha titolato di recente “piovono su Malagò polpette avvelenate”.

Travolto dalle sue gaffe e soprattutto dal disastro della Nazionale, esclusa dai Mondiali dopo 60 anni da protagonista, l’ex numero uno della Figc Tavecchio ha presieduto qualche giorno fa, come nulla fosse, il Consiglio di amministrazione di Federcalcio Srl, la ricca finanziaria federale, da cui riceve un emolumento mai reso ufficiale ma di circa 60mila euro su base annua. Con lui, i quattro consiglieri in carica: l’immancabile Lotito, Cosentino dei Dilettanti, il dg Uva (controllore-controllato, obietta qualcuno) e un altro reduce come Mario Macalli, l’ex presidente della Lega di C, in attesa di giudizio a Firenze per appropriazione indebita: una causa relativa ai 277 mila euro pagati con i soldi della Lega ai due avvocati chiamati a difenderlo nella sua personale vicenda per l’acquisto di marchi societari. Una brutta storia che solleva qualche perplessità anche sulla scelta di Gravina (successore di Macalli) di non costituirsi parte civile come Lega di C per tentare di recuperare quell’esborso: c’è chi lo spiega sostenendo che Gravina avrebbe dovuto chiamare in causa anche il suo attuale vice presidente Baumgartner, consigliere con Macalli all’epoca dei fatti contestati.

Ma torniamo a Tavecchio e alla Federcalcio Srl : come risulta dalla visura (in data 4 aprile scorso) presso la Camera di Commercio di Roma, l’ex numero uno della Figc si fece nominare presidente della finanziaria il 27 aprile 2015 ed è tuttora in carica perché tutte le cariche non hanno scadenza, sono “a revoca”.

Ma il commissario straordinario Fabbricini non è ancora intervenuto, sta valutando e sta cercando soprattutto di verificare alcuni passaggi interni, tra cui quello che riguarda il canone dell’appartamento romano, nella lussuosa zona Coppedè, che Tavecchio prese in locazione da presidente della Dilettanti molti anni fa e che tuttora funziona da punto di appoggio nella Capitale.

Più prudente e più sollecito di Fabbricini è stato il neo presidente della Lega Dilettanti, il deputato di Forza Italia Cosimo Sibilia: caduto Tavecchio, gli ha bloccato subito gli emolumenti di circa 50 mila euro per le due cariche al vertice di altrettante finanziarie (Lega immobiliare e Lega service); ha già deciso di passare all’amministratore unico, ma tiene Tavecchio in carica per fargli firmare la chiusura del bilancio e in attesa dell’esito delle indagini ispettive della Guardia di Finanza sulla gestione delle finanziarie della Lega, incarichi che Tavecchio ha stranamente conservato anche nel passaggio dalla Dilettanti alla presidenza della Figc.

Le polpette avvelenate piovono in Federcalcio anche dalla Serie B e dalla Serie C. Nonostante il taglio dei contributi Coni, la Figc ha azzerato le convenzioni con le due Leghe su valorizzazione dei vivai e utilizzo dei giovani. Negli anni 2014/’15/’16, il dg Uva ha presentato bilanci con utili ante imposte di circa 49,6 milioni, ma con il risultato di annullare le due convenzioni – con oneri deducibili – che sono costate circa 15 milioni in meno per le società di Serie B e circa 18 per quelle di Serie C.

Di qui, l’allarme e le proteste crescenti delle società medio piccole: in Serie B, alcuni club sono già nel mirino della Covisoc (l’organo di vigilanza della Figc) per irregolarità gestionali; la Serie C è alla classica canna del gas: società fallite, organici sempre più ridotti non per le riforme ma per tracolli finanziari e negli ultimi giorni altri 7 club deferiti per mancati pagamenti delle ritenute Irpef e dei contributi Inps. E anche l’Associazione calciatori è tornata sul piede di guerra.

Alpi-Hrovatin, nuove intercettazioni: si può riaprire il caso

È stata rinviata all’8 giugno prossimo la camera di Consiglio del gip di Roma che dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sul duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La Procura di Roma ha depositato a sorpresa nuovi atti, ritenuti utili per la parte civile e potenzialmente in grado di avviare nuove indagini. Si tratta di alcune intercettazioni telefoniche provenienti da un fascicolo della Dda di Firenze, dove alcuni somali parlano dell’agguato contro la giornalista di Rai e il suo operatore. I legali della madre di Ilaria, Giovanni D’Amati e Carlo Palermo, si erano opposti all’archiviazione chiedendo l’avvio di ulteriori indagini, soprattutto sul fronte del traffico di armi. La Somalia, soprattutto dopo il 1991, anno dello scoppio della guerra civile, era un crocevia di traffici, alcuni dei quali documentati dalle Nazioni unite. In un rapporto del 1992 gli ispettori Onu avevano identificato un carico di armamenti gestiti da Monzer Al Kazar e trasportati dalla compagnia italo-somala Shifco. Un nome, questo, trovato sui quaderni di Ilaria Alpi.

Il colpo di spugna per i calciatori evasori fiscali

Patteggiamento con multe irrisorie per la giustizia sportiva, richiesta di archiviazione per la giustizia penale. I sospetti di evasione fiscale tra i calciatori di grido possono andare in cavalleria: qualche migliaio di euro di sanzione da versare alla Figc, e un grazie al governo Renzi che alzò da 50 mila a 150 mila euro la soglia di punibilità per l’imposta evasa.

I pm di Napoli Vincenzo Ranieri, Stefano Capuano e Danilo De Simone, coordinati dal procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, hanno così firmato una richiesta di archiviazione per alcuni calciatori ed ex calciatori che militano o hanno militato in squadre importanti, fino a vestire l’azzurro o a vincere la Champions League. Tra loro c’è il centravanti della Lazio e della nazionale Ciro Immobile, accusato nell’inchiesta Fuorigioco di una sospetta evasione fiscale da 106.898 euro nell’anno 2012, quello del passaggio dalla Juventus al Genoa.

Richiesta di archiviazione anche per l’ex terzino del Milan Marek Jankulovski (titolare nella finale di Champions vinta nel 2007 dai rossoneri contro il Liverpool), accusato di una evasione fiscale da 66.672 euro nell’anno 2011; per l’ex fantasista di Cagliari, Sampdoria e Lazio Pasquale Foggia, al quale la Procura ha contestato una imposta evasa da 88.859 euro nel 2011; per il difensore del Torino Cristian Molinaro (due presenze in Nazionale), accusato di una evasione fiscale da 110.447 euro nell’anno 2009; e per l’attaccante del Parma Emanuele Calaiò (ex Napoli di Mazzarri), per il quale il pm sospettavano una imposta evasa di 87.208 euro nell’anno 2012.

Il fascicolo è ora sul tavolo del gip Luisa Toscano, al quale spetta la decisione sulla definitiva archiviazione dell’inchiesta a carico dei cinque calciatori, tutti assistiti dallo stesso agente, Alessandro Moggi, rinviato a giudizio con altre accuse. Secondo i pm, Immobile, Foggia (difesi dall’avvocato Vanni Cerino) e gli altri avrebbero goduto dei benefici di un sistema fraudolento messo in piedi per consentire loro di evadere le imposte sul reddito e alle società sportive di evadere l’Iva. Moggi era notoriamente il loro procuratore sportivo, ma al momento delle trattative avrebbe vestito i panni finti del consulente dei club. Erano questi a retribuirlo in occasione della cessione o del rinnovo contrattuale dell’atleta. Se a pagare l’agente fosse stato il calciatore avrebbe dovuto destinargli circa il doppio di quanto pattuito al “netto”, perché contributi e tasse sul reddito (aliquota al 50%) avrebbero divorato buona parte del profitto.

La Procura ha scandagliato anche i trasferimenti di Foggia dalla Lazio alla Sampdoria (nel 2011), l’adeguamento contrattuale di Jankulovski al Milan tra il 2010 e il 2011 e i passaggi di Calaiò e Molinaro al Siena. Poi nel 2016 ha notificato l’avviso. Nel frattempo la soglia di punibilità si era alzata. A gennaio 2017 alcuni di questi calciatori hanno patteggiato con la giustizia sportiva: Immobile 6.000 euro, Jankulovski 5.500 euro, Calaiò 6.000 euro. Spiccioli, per loro.

Gli ultrà in Piazza del Popolo spaventano il Campidoglio

Immaginate 15 mila tifosi, se va bene festanti, qualche volta ubriachi o peggio, fare baldoria fra i preziosi capolavori di Piazza del Popolo: uno dei luoghi altamente simbolici della Capitale rischia di essere invaso dagli ultrà. L’allarme è scattato per gli Europei 2020, di cui l’Italia ospiterà la partita inaugurale e sarà una delle sedi principali del torneo itinerante, ma il problema potrebbe porsi anche prima, forse già per il ritorno della semifinale di Champions League, Roma-Liverpool.

Quella dell’accoglienza nella Capitale per i grandi eventi calcistici è una questione annosa, vista la collocazione dello Stadio Olimpico in una zona semicentrale. Di recente ci si è appoggiati su Ponte Milvio e Piazza delle Canestre (a Villa Borghese), ma non poteva durare in eterno. Così da mesi si ragiona su una soluzione definitiva e a fine 2017 la Questura ha messo nero su bianco che, per ragioni di sicurezza, “l’unica località idonea a superare i punti di criticità e ospitare la Fan-zone è Piazza del Popolo”. La lettera del questore Marino non era rivolta specificatamente agli Europei, ma è chiaro che la conclusione del percorso è la rassegna del 2020. E infatti anche la Uefa avrebbe dato la stessa indicazione per il torneo che si svolgerà fra due anni.

Già quando la Figc aveva ottenuto l’assegnazione si era parlato di coinvolgere il Circo Massimo, Piazza di Siena e Piazza del Popolo. Cosa diversa, però, è allestire la Fan-zone nel salotto buono della Capitale. Si tratta dello spazio dove si riuniscono i tifosi per guardare le partite sul maxi-schermo, bere, mangiare, festeggiare: recintato, con imponenti controlli, metal-detector e lunghe file d’ingresso, stand e chioschi per la vendita di alimentari e gadget. Si va da 5 mila persone per singoli match, a oltre 15 mila nelle rassegne lunghe: la maggior parte semplici appassionati e famiglie con bambini, ma poi ci sono anche gli ultrà (e ancora non sappiamo quali Nazionali arriveranno da noi). Una massa di persone difficile da gestire. Aggiungiamo il precedente della Barcaccia (nel 2015 un gruppo di fan olandesi sfregiò la fontana del Bernini in piazza di Spagna) e si capisce perché l’ipotesi abbia già mandato in fibrillazione la Sovrintendenza capitolina, che ha risposto alla Questura che non se ne parla: “Pur comprendendo le priorità della sicurezza, esprimiamo forti perplessità in ragione dell’estremo pregio e della fragilità dal punto di vista monumentale della piazza”.

Il sovrintendente Claudio Parisi Presicce pensa alle facciate delle chiese gemelle, ai Caravaggio che sono dentro la Basilica, alle fontane del Nettuno e della Dea Roma che le transenne a 5 metri non basterebbero a proteggere (senza dimenticare che non sono ammesse le attività commerciali e promozionali tanto care alla Uefa e agli sponsor). C’è il rischio di danni, o nella migliore delle ipotesi di “sequestrare” per settimane la piazza a turisti comuni e residenti.

Il problema è che mancano le alternative: il Circo Massimo sarebbe l’ideale ma è lontano dallo stadio, Villa Borghese è poco illuminata; si ragiona sul complesso del Foro Italico (che almeno minimizzerebbe gli spostamenti), un’altra idea porta a Tor di Quinto che però non è abbastanza suggestiva.

Storicamente, infatti, la Fan-Zone dev’essere un luogo importante: a Parigi per Euro 2016 fu allestita sotto la Tour Eiffel (che però presentava meno problemi di tutela), Roma non può essere da meno. E il Comune di Virginia Raggi si trova di fronte a una scelta difficile: deve pensare alla buona riuscita dell’evento, ma pure a salvaguardare i suoi tesori. Se ne parlerà in questi giorni all’Uefa, dove è in programma un vertice fra le 12 sedi di Euro 2020, ma in calendario c’è una scadenza molto più immediata e imprevista: dopo l’impresa della Roma, il 2 maggio per la semifinale di Champions col Liverpool arriveranno migliaia di inglesi e, trattandosi di un evento storico per il calcio nella Capitale, non è escluso che si voglia organizzare una piccola Fan-zone (come fece Milano per la finale 2016). Da qualche parte bisognerà pur metterla.

“Lo ammetto, neanche io so se Rossi è stato ucciso”

Chi ha letto libri e atti giudiziari sulla morte di David Rossi non può non accorgersi del fatto che Le Iene, nella serie di servizi sul caso (con un paio di scoop), hanno omesso sempre e con furbizia tutto quello che potesse indebolire la tesi del suicidio, tanto che oggi è tutto un fiorire di “l’hanno ammazzato”. Se il tema fosse rimasto “le indagini sono state fatte male” senza la seconda, fumosa costola dei festini, Le iene avrebbero fatto cosa buona e giusta, raccontare un’inchiesta della Procura di Siena fatta con i piedi. Chiedo qualche spiegazione all’autore dei servizi, Antonino Monteleone.

Leggendo il libro di Davide Vecchi e vedendo il documentario su Rossi di Bersaglio mobile, si nota che i tuoi servizi sono sbilanciati su una tesi che non è quella del suicidio.

Il mio convincimento non è mai stato definitivo.

Braccare i due amici di Rossi che per primi si avvicinarono al corpo, Filippone e Mingrone, e rimproverarli di freddezza non è un modo neutro di raccontare la vicenda.

Rivendico il diritto di dire che il linguaggio del corpo di Filippone e Mingrone mi fa impressione, ma ogni testa è un tribunale.

Salvatore Parolisi, assassino di sua moglie, piangeva.

Non seguo la cronaca nera.

Piangeva disperato.

Ok, il linguaggio non verbale non è indicativo, ma in un video il miglior amico di Rossi lo guarda, da morto, con distacco da medico legale. E non vuole aiutarci a ricostruire i fatti.

Ma uno può non aver voglia di parlare con voi e non essere sospettato?

Mai detto che sia colpevole di qualcosa.

Perché non dite che quel lampo, che per la difesa, sarebbe la caduta dell’orologio di Rossi successiva al suicidio, è simile ad altri 20 lampi nel video? Lo dice Zavattaro del Ris.

Concordo con Zavattaro, l’unico fatto strano legato all’orologio è il luogo di ritrovamento e che i soccorritori non l’avessero visto (Però la questione lampo/orologio è in tutti i servizi, ndr).

Non dite nulla dei tagli che si procurava da solo David Rossi sui polsi. Ne aveva parlato con la figlia Carolina: “il dolore alle volte serve a riportarti nella realtà”.

Non era fondamentale per sostenere che si possa essere suicidato.

L’autolesionismo mi pare importante in un quadro che ha a che fare con un suicidio.

Il fratello di David dice che la direzione dei tagli non è compatibile con la mano dello stesso corpo che se li procurava.

Aveva cerotti sui polsi, se glieli ha fatti un altro poi glieli ha medicati, strano.

Comunque abbiamo mandato in onda Carolina che parlava dell’autolesionismo nel primo servizio (Lo riguardo e riguardo anche gli altri filmati ma non se ne parla mai, ndr).

Che fine hanno fatto i vestiti di Rossi che tu dici “dissequestrati e mai analizzati”?

Non lo so (Dopo un’animata discussione ci ripensa).

Certo che lo so, tu lo sai?

Sì e mi chiedo perché sia sempre omesso nei servizi.

Metti in discussione la mia correttezza argomentativa?

Dove sono finiti i vestiti?

Infilati in una busta della Coop e messi nelle mani di Ranieri Rossi, fratello di David.

Parliamo di escort e festini: la tesi è che grazie a questi presunti festini con politici, magistrati e imprenditori, si sia creata un’alleanza tale da viziare le indagini e magari occultare un omicidio.

Queste cose falle tue, però non me le attribuire.

Allora dimmi tu a che scopo colleghi i festini a Rossi.

Perché una fonte qualificata e molto influente a Siena, l’ex sindaco Piccini, che ha lavorato per Mps con Rossi, ci ha suggerito di indagare su cosa accadesse nelle ville vicino Siena… un avvocato sua amica che ha il marito nei Servizi gli ha detto questa cosa.

Piccini però vi ha detto che sicuramente Rossi è stato ammazzato, ma in un suo libro del 2014 scrive che si buttò dalla finestra.

Sai, i politici… poi non è che siccome l’ha detto Piccini è vero. Forse nel 2014 sposò la tesi del suicidio pensando che fosse la più conveniente politicamente.

Magari ora che si vuole ricandidare gli serve sposare la tesi dell’omicidio.

Ma se mi ha fatto una telefonata dicendo che politicamente, secondo i sondaggi, lo abbiamo ucciso…

Lui vi aveva dato la pista dei festini ma non voleva esporsi: l’avete ripreso di nascosto.

A chi ci vuole usare gli dice sempre male.

L’incappucciata che parla dell’organizzatore dei festini è attendibile?

Quando usciamo da quell’intervista diciamo che quello che dice è così enorme che non vogliamo crederci.

Allora perché la mandate in onda?

Dopo l’intervista a Piccini ci sono arrivate decine di segnalazioni e abbiamo reso il senso di tutte queste dichiarazioni con un’intervista. Dopo diciamo che è lunare, fantasia.

Quindi avete mandato in onda una persona a cui non credete e la definite “ex funzionario”, termine generoso per un’ex vigilessa licenziata perché andava al mare anziché a lavorare, con decine di querele, hater di fama sul web. È stata denunciata pure da un amico di Rossi…

Mi stai chiedendo di rivelarti una fonte e non lo farò, ma non l’abbiamo presentata come autorevole.

Potevi cestinarla.

Mi sono fatto il culo per questa inchiesta e lo stesso culo me lo sto giocando. Se questa cosa conduce a esiti che demoliscono la mia credibilità, mi sono suicidato. Più io di David Rossi. Non ho l’ambizione di risolvere il caso, troppe prove sono andate perse. E non sono abituato ai giornalisti che intervistano giornalisti su quello che fanno.

Cane non morde cane?

Il mio approccio giornalistico ha basi solide, poi Le Iene dà spazio a linguaggi che offrono la possibilità di mettere un mio punto di vista, cosa che per un tg non avrei fatto.

David Rossi si è suicidato?

La verità? Non lo so.

Mail Box

 

Una nuova legge elettorale dovrebbe vietare le coalizioni

Una cosa utile a tutti gli italiani sarebbe quella di avere a disposizione una legge elettorale che sia innanzitutto costituzionale, comprensibile per tutti, che dia la possibilità di governare al partito che prende più voti. Visto che la Corte costituzionale ha ritenuto incostituzionale il premio di maggioranza al partito primo classificato, se non supera il 40%, la strada maestra dovrebbe essere il doppio turno, dove i primi due partiti vanno al ballottaggio dopo 15 giorni e il vincitore governa.

Per far funzionare questo sistema è necessario abolire la possibilità di fare coalizioni tra partiti e la suprema Corte dovrebbe accorgersi che l’ingovernabilità è generata soprattutto dalle liti che si creano nelle coalizioni stesse.

Maria Tudisco

 

Ci sono troppi pochi medici nel nostro sistema sanitario

Le liste d’attesa per ottenere prestazioni assistenziali dal servizio sanitario regionale o nazionale sono lunghe non perché i medici fanno la libera professione intra moenia, ma perché le dotazioni di personale medico e infermieristico sono paurosamente carenti. Quello che andrebbe inserito nel programma di governo è l’abolizione del numero chiuso dell’accesso alla facoltà di medicina e scuole di specializzazione e il rimpolpamento degli organici del personale ospedaliero.

Giuseppe Gigliobianco

 

DIRITTO DI REPLICA

Egregio dottor Travaglio, facendo seguito a tutte le mie precedenti che qui si intendono integralmente trascritte, con la presente, che scrivo nuovamente in nome e per conto dell’Avv. Alfredo Romeo, richiamo la Sua attenzione su un articolo pubblicato il 3 aprile u.s. su Il Fatto Quotidiano, a firma del dott. Marco Lillo, dal titolo “Altro che complotto: le tracce dell’incontro Tiziano-Romeo”, per rappresentare quanto segue. Detto articolo riferisce di presunte intercettazioni telefoniche dei Carabinieri del Noe dalle quali si desumerebbero indizi di un incontro che “potrebbe essere avvenuto intorno al 16 luglio del 2015, nel primo pomeriggio, a Firenze” tra l’Avv. Alfredo Romeo e il Sig. Tiziano Renzi al fine di ottenere un illecito vantaggio, per la Romeo Gestioni Spa, nelle gare pubbliche bandite da Grandi Stazioni Rail Spa. Nella vicenda in parola sarebbero coinvolti, a Vs. dire, anche l’imprenditore toscano Carlo Russo, l’On. Italo Bocchino, nonché il Sig. Silvio Gizzi, manager della cennata società del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane. Ebbene, senza voler entrare nel merito dei fatti da Voi riportati – piuttosto contraddittori e privi di attendibile riscontro, e che l’Avv. Romeo contesta risolutamente – osservo invece, con grande stupore, che il Suo giornale a corredo della notizia riporta l’immagine del Sig. Tiziano Renzi accanto a quella di un uomo corpulento, identificato come “lo stesso imprenditore Romeo”, che non corrisponde assolutamente all’Avv. Alfredo Romeo. In buona sostanza sul corpo di un’altra persona (piuttosto robusta e con piedi di dimensioni importanti, mentre l’avvocato Romeo indossa scarpe di nr. 39) è stato, sorprendentemente, fotomontato il volto dell’Avv. Alfredo Romeo, con evidenti danni, per quest’ultimo, ai suoi diritti della personalità.

Tutto ciò premesso e confidando nel fatto che Lei e i Suoi collaboratori terrete conto, nell’immediato futuro, delle mie odierne puntualizzazioni, svolgendo a riguardo ogni più ampia riserva, contesto la suddetta immagine come identificativa del mio assistilo e chiedo che la stessa non venga più utilizzata.

Prof. Avv. Francesco Di Ciommo

Il difensore dell’Avv. Alfredo Romeo ha ragione a lamentarsi per l’immagine pubblicata. Non è lui: evidentemente è più magro e con piedi più aggraziati dell’immagine pubblicata senza alcuna nostra volontà di diffamare. Nella lettera dell’avvocato del dottor Romeo cogliamo, oltre alle consuete riserve di azione legale, traccia dell’ironia napoletana del cliente. Pertanto confidiamo che tutto si risolva senza l’ennesima causa nei nostri confronti. Dal nostro canto possiamo impegnarci fin d’ora a cercare nel nostro archivio le migliori foto di Romeo nella sua splendida forma per corredare i nostri futuri pezzi. Il miglior modo – almeno in questo caso – per rendergli giustizia.

ML

 

In riferimento agli articoli “Rider di tutta Italia uniamoci, a Bologna la prima assemblea” e “Paghe basse e multe, i riders fanno squadra” pubblicati venerdì 13 e lunedì 16 aprile sul Fatto Quotidiano, si precisa che Nexive – citata negli articoli insieme a Foodora, Ubereats, Glovo e Justeat – non è un’azienda che opera nel settore della food delivery, ma è il primo operatore privato del mercato postale nazionale.

L’azienda non fa quindi parte di quella che viene definita Gig Economy e offre ai suoi dipendenti un contratto di lavoro che rientra nella contrattazione collettiva di riferimento, sottoscritta dalle associazioni sindacali confederali di categoria.

La ciclo-logistica fa parte del dna dell’azienda in linea con l’impegno per la sostenibilità ambientale, ma i portalettere Nexive sono stati erroneamente citati nei due articoli, poiché non possono essere accomunati ai riders della food delivery e non hanno preso parte all’assemblea europea di Bologna.

Marta Grassini, Ufficio stampa Nexive

Bollette luce. Quei costi fissi che fanno lievitare sempre i prezzi dell’elettricità

 

In attesache la politica faccia il suo corso continuiamo a subire situazioni che se non chiedono vendetta perlomeno esigono spiegazioni urgenti. Mi riferisco al costo dell’elettricità o meglio del “servizio elettrico”, perché a una “spesa per l’energia” di 10 euro la mia bolletta ne aggiunge ben 17 per “costi di gestione e di sistema”. Fatta la tara delle tasse alla fine della giostra 10 euro di consumo reale ne costano 30. Tre volte il consumo. Credo sia una situazione del tutto anomala, non solo in Europa ma in tutto il globo terracqueo. Con tale sistema si rendono inutili i risparmi energetici visto che quel che influisce di più sono i costi fissi.

Franco Prisciandaro

 

È proprio il caso di farle i complimenti, Prisciandaro: non solo è uno dei pochissimi a leggere con attenzione la bolletta della luce, ma fa anche parte del 12% degli italiani che, secondo una recente indagine di Estra, sa effettivamente distinguere i costi fissi da quelli variabili. Per tutti gli altri, invece, la fattura resta una nebulosa: non è mai chiaro quanto si paga e, soprattutto, perché, come sottolinea lei, il prezzo dell’energia alla fine di complicatissimi calcoli sia meno del 50% del conto finale a causa di uno strano mix di tasse, imposte varie e voci misteriose, tra cui trasporto e gestione del contatore e la spesa per gli oneri di sistema, che da sola rappresenta il 35,78% sul totale della bolletta in maggior tutela. Si tratta, cioè, di una voce slegata dal consumo della luce e che serve ad alimentare la dismissione delle centrali nucleari, la copertura degli incentivi alle fonti rinnovabili, i regimi tariffari speciali a favore delle ferrovie, la copertura del bonus elettrico e, soprattutto, le agevolazioni alle imprese grandi consumatrici di elettricità. Insomma, una sorta di bancomat in cui il nostro ruolo è di pagare e basta. E che per i proprietari delle seconde case si trasforma in un vero salasso. Tanto che la somma degli oneri e delle imposte fanno del sistema italiano il più caro d’Europa, dopo la Germania. Il problema, però, non è affatto nuovo: tanto che alla base della decisione di abolire il mercato tutelato (dopo molti rinvii il processo di liberalizzazione partirà a luglio 2019)c’è la spinta alla concorrenza che dovrebbe portare a una diminuzione dei costi delle bollette. Una rivoluzione che riguarderà oltre il 65% dei clienti domestici (mentre uno su tre ha già scelto il mercato libero), ai quali converrà però avere ben chiaro il costo di materia prime, imposte fiscali o altri oneri per scegliere l’offerta che meglio soddisfi le proprie esigenze. A oggi sono in pochi a credere che gli italiani abbiano gli adeguati strumenti per farlo.

Patrizia De Rubertis

I forni di Di Maio, Manzoni e la democrazia (etero)diretta

“Al forno, al forno!”. Alessandro Manzoni, che forse non è tra le letture preferite di Luigi Di Maio, sapeva bene che quando s’inizia a parlare in piazza di forni e di pane poi è un attimo che ci si infila in brutte situazioni. Il panettiere a 5 Stelle, com’è noto, di forni ritiene di averne due e non sa se cuocere il governo in quello di sinistra o in quello di destra. Uno dirà: ma è lo stesso pane! Nient’affatto: il fornaio movimentista fa il pane a seconda del forno. Solo che non sa decidersi: la folla preme, la farina non basta (“era quello il second’anno di raccolta scarsa”) e le grane non finiscono mai. Allora il capo politico, Don Gonzalo Di Maio, ha fatto “ciò che il lettore s’immagina certamente: nominò una giunta, alla quale conferì l’autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l’altra”. Ora la giunta (dei professori) è lì che cerca di stabilire – scientificamente – quale pane fare e con chi: ce lo dirà il 30 aprile a partire dalla ricetta contenuta nei “20 punti di Pescara” (non proprio il discorso di Gettysburg), che poi sono il programma depositato al Viminale dal M5S, che è una versione molto asciutta (e pure un po’ diversa) di quello votato dagli iscritti su Rousseau, che poi è stato a sua volta asciugato (e un po’ cambiato) pure lui. La Nato sì o no? Contro l’austerità o “40 punti di debito in meno in dieci anni”? Non è importante, l’importante è avere la farina e fare il pane: al come ci pensa il fornaio. E qui si nota la differenza tra democrazia diretta e democrazia eterodiretta (che non è cosa di sesso).