Serve un esploratore per far diventare i Borgia la famiglia del Mulino

Dunque arriverà l’esploratore, mandato dal Colle. Mi piace immaginarlo con il casco coloniale e la tenuta color cachi, seguito dai portatori indigeni, che si addentra nella giungla, tra Salvini acquattati nell’ombra, grillini con le cerbottane e i dardi al curaro, Renzi immobili appollaiati a vedere la scena. Ci sarebbe anche Silvio, sì, il capotribù mattacchione, quello che rovina le cerimonie con una parola di troppo, tutti gli sorridono, ma non vedono l’ora di strappargli il cuore e gettarlo da una rupe. Ambientino amichevole, insomma.

Cosa dovrebbe esplorare questo esploratore non è facile capire, ma possiamo fare delle ipotesi. Avvertenza: non aspettatevi grandi cose, il meraviglioso qui pro quò di andare alle Indie e scoprire l’America non si ripeterà. Più facile che qualcuno riesumi vecchi talenti, come fece Stanley quando ritrovò Livingstone nel cuore dell’Africa: “Dr, Livingstone, I presume”. Tenetevi forte: potrebbe accadere con nomi che nemmeno lontanamente pensate, antiche personalità, vecchi garanti, sfingi della mediazione, alchimisti di maggioranze.

Si tratterà anche di una specie di esplorazione antropologica, di capire come abbia potuto Salvini, nel giro di una notte, passare dal Klu Klux Klan al sorriso rassicurante dell’uomo di governo in pectore ed essere preso sul serio. O come possa Di Maio uscire dalla sua trappola “O io o niente” ripetuta per settimane come un mantra autoipnotico. Ci vorrà un esploratore psicologo, ma di quelli bravi, anche per Berlusconi: la sua faccia quando dice “Matteo Salvini, il nostro leader” non ce l’aveva nemmeno Mimì nel quarto atto della Bohème, poverina. E quanto a quegli altri, quelli che sostengono che i loro elettori li hanno votati per vederli paralizzati e immobili, lì di dottori ce ne vuole un plotone intero.

È probabile che l’esplorazione venga condotta col pallottoliere, in modo da mettere insieme un numero sufficiente di persone, un certosino lavoro di oliatura, in modo che alcuni interessi, anche contrapposti, girino insieme in un delicato meccanismo, che nessuno alzi troppo i toni, e infatti si anela – tu pensa l’ampio orizzonte politico – la partenza del Di Battista per le Indie, o un arroccato silenzio del Silvio Ligneo Restaurato: non è il momento di intemperanze. In questo caso l’esploratore sembrerà più un mediatore di quelli che entrano in scena nelle rapine con ostaggi: “No, non posso darti un elicottero”, oppure: “No, la flat tax non è possibile, ma parliamo, avete fame? Come stanno gli ostaggi?”.

Forse l’esploratore riuscirà nel miracolo di trovare una specie di Eldorado, la terra di cui si favoleggia: un governo con dentro tutti, chi ha vinto, chi ha perso, chi vorrebbe ma non può, chi potrebbe ma non vuole, chi pensa ancora maggioritario in un sistema proporzionale, chi l’Aventino e chi aspetta di leggere il voto in Molise come fondi di caffè o interiora di pecora.

In pratica si aprirebbe una specie di permanente campagna elettorale con ogni opposizione rappresentata al governo, gloriosa sintesi del Rosatellum: creato perché nessuno possa governare, potrebbe finire per far governare tutti, chi più, chi meno, in una specie di fratellanza governativa al cui confronto la corte dei Borgia era la famiglia del Mulino Bianco. Ma ammesso che l’esploratore riesca nel suo titanico compito di mettere d’accordo i capitribù, non si capisce il guadagno per gli indigeni: quella di cui si sta parlando, infatti, persino sottintesa e accettata da tutti, è una specie di eterna continuità che scolora le esigenze (ma anche le speranze, in molti casi le illusioni) del Paese. Un governo di tutti sarebbe infine l’esplorazione perfetta, la quadratura del cerchio, un drappello a cavallo, con gli elmi scintillanti e le armature e una grande bandiera al vento con la scritta “Abbiamo scherzato”.

Macron, la guerra incivile del giovane Napoleone

Al suo debutto al Parlamento europeo (accolto da Antonio Tajani, o tempora o mores) il presidente francese Emmanuel Macron ha tenuto un discorsetto di cui riassumeremo i punti essenziali. “ C’è un dubbio che attraversa molti dei nostri Paesi europei sull’Europa, una sorta di guerra civile europea sta emergendo: stanno venendo a galla i nostri egoismi nazionali e il fascino illiberale”. Sui migranti: “Entro la fine della legislatura dobbiamo sbloccare il dibattito avvelenato sui migranti, sulla riforma di Dublino e la relocation. Propongo di creare un programma europeo per finanziare le comunità locali che accolgono e integrano i rifugiati”. Sulle bombe in Siria: “Colpendo in maniera mirata e senza provocare alcuna vittima umana tre siti di produzione di armi chimiche in Siria, Usa, Francia e Gran Bretagna hanno difeso l’onore della comunità internazionale”. Enfin, la ciliegina sulla torta: “Rifiuto quest’idea, che guadagna terreno in Europa, secondo la quale la democrazia sarebbe condannata all’impotenza. Di fronte all’autoritarismo, che ci circonda dappertutto, la risposta non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia”. Quando uno parla come Matteo Renzi, con quei suoi calembour che non vogliono dire nulla, dovrebbe cominciare a porsi qualche domanda (o fare gli scongiuri).

Pare evidente che la parola chiave è “guerra”, in primis quella “civile”, completamente inventata (quali Paesi? in che forme?). Il fascino “illiberale” sarebbe quello di chi mette in discussione un modello che sta facendo acqua da tutte le parti, con un enorme crescita della povertà e delle disuguaglianze. Ma del resto tacciare gli altri di illiberalità è il leit motiv dei sinceri democratici (vedere alla voce libertà d’opinione). Ma la spiegazione è presto data: “Non è il popolo che ha abbandonato l’idea d’Europa. È la trahison des clercs, il tradimento degli intellettuali, che la minaccia. Alcuni ci dicono con aplomb che il popolo non vuole più Europa”. No, non è il popolo: il popolo sta benissimo, come del resto dimostrano gli scioperi di ferrovieri, netturbini, piloti, addetti al settore energia, studenti barricaderi che stanno paralizzando la Francia in queste settimane. E qui cascano i missili sulla Siria contro le armi chimiche (di cui non si sa se siano state usate a Douma e eventualmente chi l’abbia fatto) e la “difesa dell’onore” della comunità internazionale (o di un operato del presidente che, secondo un recente sondaggio Elabe, sarebbe deludente per il 44% dei francesi?). In questi anni abbiamo sentito sciocchezze di ogni sorta, per giustificare guerre travestite da pace, che calpestavano la sovranità dei popoli. E attenzione: sovranità reali, non declamate come la supposta “sovranità europea”, espressione che mira esclusivamente a confondere (con dolo) i termini della questione. Di sicuro i missili hanno spostato l’attenzione su altro (anche se la mobilitazione Oltralpe continua). Come che sia, il discorso del Presidente è stato immediatamente applaudito dagli esponenti del Pd (con più cautele anche dal M5S). I dem, è noto, guardano a Macron come modello da quando ha vinto le elezioni (in un sistema semipresidenziale con il doppio turno). Il modello si sa dev’essere vincente: non importa a quale prezzo (vedi alla voce miseria). Ma quanto durerà il giovane Napoleone? Forse non molto. Perché non basta dirsi contro il dumping sociale e poi affamare la gente; non basta condannare il “dibattito avvelenato” sui migranti e poi respingere al confine le donne incinte; non basta fare il maquillage agli attacchi missilistici con qualche frasetta demagogica. Le bugie restano bugie, anche En marche.

La reazione italiana e il rigore tedesco

Forse gli arbitri internazionali di oggi sono tecnicamente più bravi di quelli di una ventina di anni fa. Ma mancano di psicologia. Non si dà un rigore dubbio all’ultimo minuto di una partita esaltante. Detto questo la reazione di Gigi Buffon in campo e soprattutto dopo è inaccettabile. Andrés Iniesta, detto “don Andrés” per la sua signorilità in campo e fuori, non avrebbe avuto una reazione così scomposta. E qui sta la differenza. Iniesta, che con il Barça e con la Spagna ha vinto tutto, non solo è un grandissimo campione, certamente superiore a Buffon, ma è anche un grande uomo, Gigi un po’ meno, sia sul campo sia fuori.

La Juventus ha poco da lamentarsi. Io tengo a una piccola, modesta, tragica squadra, il Toro, e quante volte, come tante altre piccole squadre, abbiamo visto gli arbitri favorire, con rigori fasulli o rigori negati, le cosiddette ‘grandi’, Juventus, Milan, Inter? Ciò che la Juventus ha subìto a Madrid è esattamente la stessa cosa che le piccole squadre subiscono nel Campionato italiano. Esiste indubbiamente una questione Real, perennemente favorito in campo internazionale. Tant’è che la stessa sorte della Juve, e anche peggio, era toccata l’anno scorso al Bayern di Monaco che non è proprio l’ultimo della pista. Ma i tedeschi non ne hanno fatto un caso. Perché son tedeschi. E qui sta un’altra differenza: quella fra la Germania e tutti gli altri Paesi europei. Non solo nel calcio. Ma qui il discorso ci porta a una questione che parrebbe molto lontana dal calcio, ma non lo è. Ci porta in Siria dove i francesi, questo popolo di codardi, hanno voluto fare, per l’ennesima volta, i fenomeni sulla pelle altrui. Sul moralismo ipocrita del cosiddetto Occidente abbiamo scritto tante volte. Adesso c’è la questione delle ‘armi chimiche’ che il dittatore siriano Assad avrebbe usato a Douma. Ma chi fornì a suo tempo a Saddam Hussein le ‘armi chimiche’ perché le usasse contro i curdi e i soldati iraniani? Gli americani e i francesi (oltre ai sovietici, via Germania Est). Compito che il raìs di Baghdad eseguì diligentemente ‘gasando’ in un sol colpo 5.000 civili curdi nella cittadina di Halabja e usando quelle armi contro l’esercito iraniano. In realtà sono stati proprio gli occidentali a violare le poche norme di diritto internazionale che ancora esistono o dovrebbero esistere.

1. A Helsinki nel 1975 quasi tutti gli Stati del mondo firmarono un accordo che sanciva il principio dell’“autodeterminazione dei popoli”. Cioè ogni popolo ha diritto di farsi da sé la propria storia senza pelose intromissioni altrui. Se questo principio fosse stato rispettato nel 2011 la questione siriana sarebbe risolta da tempo: o con la vittoria dei ribelli o con quella di Assad. Adesso al posto di una guerra ne abbiamo sei combattute, si fa per dire, per interposta persona che vede al centro inquietanti potenze e medio-potenze: Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Iran e il sempre, e da sempre, intoccabile Israele.

2. L’Ayatollah Khomeini, in base al Corano, impedì l’uso di armi chimiche al proprio esercito che proprio con armi chimiche veniva attaccato. Il Mullah Omar, sempre in nome del Corano, impedì ai suoi l’uso delle ‘mine antiuomo’. Però Khomeini e Omar sono stati inseriti nella galleria dei ‘mostri’, mentre le ‘anime belle’ siamo noi. Se le cose stanno così io sto con i ‘mostri’.

La guerra siriana mette in luce tutte le contraddizioni dell’Occidente che hanno al centro la Nato. Così vediamo che la Turchia, membro Nato, sta con i russi per poter meglio massacrare i curdi, ingenuo nemico di sempre, sempre utilizzato, all’occorrenza, e sempre, alla fine, gabbato. La Nato ha avuto un senso fino al 1989, cioè finché è esistita l’Urss, perché gli americani (la Nato è cosa loro) erano gli unici ad avere il deterrente atomico necessario per scoraggiare ‘l’orso russo’ dal tentare avventure in Europa Ovest. Ma oggi la situazione è radicalmente cambiata e i russi più che dei nemici dovrebbero essere considerati, per ragioni energetiche, per vicinanza geografica e anche culturale, dei possibili amici, se non proprio degli alleati, come mi pare abbia detto chiaramente Matteo Salvini. Se l’Europa vuole mantenere un ruolo nel mondo dovrebbe denunciare il Patto Atlantico e uscirne. Dovrebbe anche riarmarsi autonomamente e non seguire lo sciagurato avventurismo yankee che ci ha provocato solo drammatiche conseguenze, migrazioni incluse. E’ la politica che, con la necessaria cautela, sta seguendo da anni la Germania, in particolare sotto la guida di Angela Merkel. I tedeschi non hanno partecipato all’invasione dell’Iraq né a quella della Libia e, a differenza dell’Italia, non hanno prestato le loro basi, neppur per un utilizzo logistico, all’avventura anglo-franco-americana in Siria. Il divieto alla Germania, imposto dai vincitori della Seconda guerra mondiale, di possedere l’Atomica è diventato del tutto anacronistico. Non si vede perché la Bomba possa averla Israele e non il più importante Paese europeo e guida inevitabile dell’Europa unita.

Il leader del Pt ringrazia i supporter: “Un giorno sarà fatta giustizia”

L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha inviato la sua prima lettera pubblica dal comando della polizia di Curitiba, dove è rinchiuso da dieci giorni per scontare una pena di 12 anni di carcere per corruzione. Lula ha ribadito che sfida “la polizia federale, la procura e (il giudice) Moro perché forniscano le prove del delitto che dicono che io abbia commesso”, aggiungendo di avere la “certezza che non è lontano il giorno in cui verrà resa giustizia” nel suo caso.

L’ex presidente ha anche inviato un messaggio ai suoi sostenitori, che hanno organizzato una “vigilia di resistenza” fuori dalla sede della polizia di Curitiba.

“Vi sento cantare e vi sono molto grato per la vostra resistenza e la vostra presenza in questo atto di solidarietà”.

In programma per Lula anche una visita di un gruppo di senatori della Commissione per i diritti umani, in un incontro autorizzato dal magistrata Carolina Lebbos, la stessa che la settimana scorsa non aveva permesso la visita di nove governatori che volevano parlare con il leader del Partito dei lavoratori. Nei sondaggi in vista delle elezioni di ottobre, Lula resta in testa.

“Lava Jato è come Mani Pulite. I giudici non fanno politica”

“È un film che noi in Italia abbiamo già visto”, dice sorridendo Antonio Di Pietro. È appena rientrato dal Brasile, dove ha incontrato il giudice Sergio Moro, “il Di Pietro brasiliano” che dalla città di Curitiba ha dato il via a Lava Jato, l’inchiesta sulla corruzione che, al suo culmine, il 7 aprile 2018 ha portato all’arresto di Luiz Inacio Lula da Silva, ex operaio, sindacalista e infine presidente del Brasile dal 2003 al 2011. Condannato a 12 anni per corruzione. “Negli anni di Mani Pulite, noi magistrati abbiamo subito molti degli attacchi che oggi toccano a Sergio Moro e ai suoi colleghi”.

Il giudice brasiliano ha sempre dichiarato che Mani Pulite è il modello a cui si è ispirato, tanto da scrivere la prefazione all’edizione brasiliana del libro Mani Pulite (Maos Limpas, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio, edizioni Citadel). E un collega di Moro, il procuratore Rodrigo Chemim, per lo stesso editore ha scritto Maos Limpas e Lava Jato, un serrato confronto tra l’indagine italiana e quella brasiliana.

Ora il caso Lula ha riaperto anche in Italia le polemiche su Mani Pulite. Un articolo di Paolo Mieli sul Corriere della Sera e un appello a favore di Lula sottoscritto da personaggi della sinistra italiana (da Romano Prodi a Massimo D’Alema, da Piero Fassino a Susanna Camusso, da Pier Luigi Bersani a Guglielmo Epifani) hanno fatto scattare un cortocircuito tra Mani Pulite e Lava Jato, tra Italia e Brasile.

Si può sostenere la prima, che ha portato alla scomparsa di cinque partiti politici italiani (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli), e condannare la seconda, che ha estromesso dalla competizione elettorale presidenziale il favorito Lula? Per non sembrare troppo incoerente, una parte dei sostenitori italiani di Lula se la cava accomunando le due operazioni giudiziarie, ma sostenendo che sono entrambe operazioni politiche, o perlomeno forzature giudiziarie per ottenere un risultato politico. Insomma: 26 anni dopo Mani Pulite, si può difendere Lula senza finire a difendere i boss di Tangentopoli?

“Non c’è stata alcuna forzatura giudiziaria né in Italia né in Brasile”, sostiene Di Pietro. “Sono convinto non solo che il confronto tra le due esperienze si possa fare, ma anche che entrambe siano inchieste condotte in modo esemplare, nel rispetto della legge e delle garanzie degli indagati. Gli attacchi li abbiamo subiti noi, nel 1992-93, quando ci criticavano dicendo che stavamo facendo un’operazione politica, e ora tocca ai magistrati brasiliani, accusati di fare una specie di golpe contro la democrazia. Invece stanno facendo soltanto il loro dovere, come facemmo noi con Mani Pulite. Hanno scoperto una corruzione sistemica e ambientale molto diffusa, proprio come è toccato di scoprire a noi in Italia con Mani Pulite. Quello a Lula non è stato affatto un processo politico”.

Di Pietro è convinto che le prove che hanno portato alla condanna del leader del Partido dos Trabalhadores siano solide, non deboli e inconsistenti come ritengono i sostenitori di Lula in Brasile e in Italia. “Certo, in Brasile c’è un sistema processuale perfino più farraginoso di quello italiano”, spiega Di Pietro, “con due livelli di giustizia, quello statale e quello federale, a cui si aggiunge per i politici un terzo livello, il cosiddetto ‘foro privilegiato’. Ci sono poi tre gradi di giudizio e la possibilità per tutti, a richiesta, di ricorrere infine alla Corte Suprema Federale, composta da soli nove membri: e qui si intasa tutto, con il possibile arrivo della prescrizione. Ma nonostante questo sistema, Lava Jato sta funzionando ed è riuscita a portare a giudizio molti corrotti e corruttori”.

La condanna di Lula è stata resa possibile da quella che in Brasile è stata chiamata “la legge sulla delazione”, che ha permesso la testimonianza determinante di un “pentito”, l’imprenditore Leo Pinheiro, il quale ha raccontato di aver messo a disposizione dell’ex presidente brasiliano un attico al mare come compenso per i contratti Petrobras del 2009.

In Italia sappiamo che la legislazione premiale per i collaboratori di giustizia è stata voluta da Giovanni Falcone ed è stata preziosa, anzi insostituibile, nelle indagini antimafia. “Ed è stata preziosa anche in Brasile”, continua Di Pietro, “perché il matrimonio tra corrotto e corruttore si spezza soltanto se uno dei due parla. Arrestare qualcuno in flagranza di reato può capitare qualche volta, come è successo a me con Mario Chiesa, l’imputato numero uno di Mani Pulite. Ma poi per smantellare il sistema della corruzione è necessario che qualcuno lo riveli dall’interno”. L’arresto di Lula ora gli impedisce di candidarsi alle elezioni presidenziali. Così il giudice Moro, dicono i suoi accusatori, si è fatto interprete di un interesse politico che fa molto comodo alle forze economiche che erano preoccupate per il suo possibile ritorno alla presidenza. Così, dicono, ha messo in atto una cospirazione che cambierà il corso della democrazia in Brasile. “Lo dicevano anche a me ai tempi di Mani Pulite”, sorride Di Pietro. “Ma i magistrati brasiliani indagano e condannano tutti quelli su cui trovano le prove. Sono convinto che proseguiranno in ogni direzione e che non guarderanno in faccia nessuno, né a destra né a sinistra”.

Festival trendy ma “sessista”: fobia #Metoo al Coachella

“Mi rifiuto di andare al festival di una persona anti Lgbt e pro-armi. Sono contro quell’uomo e il suo festival.”, parola di Cara Delevingne, celebre top model ed ex musa della maison Chanel.

In California, a Indio, da più di trent’anni si celebra il Coachella, festival musicale primaverile, ma anche raduno para-hyppie in stile trendy-chic. Negli anni l’evento, più che lasciar spazio alla musica, è diventata una vera macchina da soldi, passerella per celebrità da tutto il mondo, e una occasione per i più importanti brand di moda internazionali, che addirittura creano linee di abbigliamento ispirate alla kermesse e pagano modelle perchè vi partecipino (l’ingresso costa 429 dollari per tre giorni). La grande giostra è finanziata da Philip Anschutz, che ne è anche il fondatore: nato in Colorado, cristiano conservatore, diventato ricco con il petrolio, e propietario tra l’altro del colosso dell’intrattenimento Aeg. Negli anni ha donato, secondo un’inchiesta del Washington Post del 2016, ingenti somme all’Alliance Defending Freedom per la difesa della “famiglia cristiana tradizionale”, al National Christian Foundation associazione contro l’affermazione dei diritti Lgbt, e al Family Research Council, che sul sito pubblica frasi tipo: “Gli omosessuali sono pericolosi per la società”. Ha foraggiato anche il Partito repubblicano, e associazioni anti-aborto, così come quelle per il controllo dell’immigrazione e contro la legalizzazione della marijuana. Tutto questo mal si sposa con i “valori” dei figli dei fiori, i pantaloni a zampa, e le coroncine fiorate.

Delevingne ha invitato poi tutti a disertare e boicottare il festival al grido di #NoChella. Battaglia rigorosamente social.

Armeno come Putin: ma Erevan non ci sta

Filo spinato. Da un lato scudi di ferro della polizia. Dall’altro barricate, striscioni, volti arrabbiati della protesta. Per disperderla scie di lacrimogeni nel cielo bianco del Caucaso del sud. C’è già sangue: i manifestanti, se non vengono trascinati via dalle divise, rimangono feriti sul cemento di piazza di Francia, Erevan. In Armenia “la situazione è rivoluzionaria”.

“Le persone non andranno a lavoro, scioperi massivi sono cominciati”: Nikol Pashinyan, leader dell’opposizione, ha battezzato la disobbedienza civile: “Annuncio l’inizio della rivoluzione di velluto in tutta la Repubblica, dobbiamo paralizzare l’intero sistema statale, il potere deve andare al popolo, Serzh Sargsyan deve vedere che non ha alcuna Armenia su cui governare ”. Il traffico è bloccato, le strade del centro occupate, le squadre antisommossa schierate dalle autorità.

I manifestanti la chiamano “la presa di potere” di Serzh Sargsyan. Superato il limite di due mandati presidenziali, nominato tra i fischi della piazza fuori dal partito repubblicano al potere, l’ex presidente è diventato primo ministro e rimane ancora al comando del paese. Dieci anni fa, con il sangue di 8 morti negli scontri delle proteste per i brogli elettorali, iniziò la sua presidenza nel 2008. Dieci anni dopo il suo mandato da primo ministro comincia con decine di arresti, fumogeni, urla che pretendono che vada via.

Non uno, ma due Sargsyan. Non parenti, ma amici: il secondo è Armen Sargsyan, ex premier ed ex ambasciatore in Gran Bretagna, che ha giurato da presidente la settimana scorsa (Si chiamano tutti e due Aargsyan ma Armen si firma Sarkissian, nella traslitterazione francese del cogonome, ndr). Sostituirà il primo, Serzh, ma avrà un ruolo puramente rappresentativo, dopo gli emendamenti costituzionali approvati nel 2015 con un referendum di transizione da repubblica presidenziale a parlamentare. “Un cambiamento di sistema avvenuto per favorire lui solo: Serzh”, criticano gli avversari politici.

Quando l’opposizione è scesa per strada a protestare, l’ha seguita il popolo. Le nuove barricate caucasiche “violano l’articolo 33 sulla libertà di raduno. I manifestanti mettano fine alle azioni illegali per evitare conseguenze indesiderate”. È l’ultimatum delle forze dell’ordine. A protestare erano centinaia cinque giorni fa, ma adesso, a rivoluzione annunciata, sono migliaia. La campagna di “disobbedienza totale” è iniziata, ha detto ancora Pashinyan, del blocco avversario al premier, Elk. Alcuni membri dell’opposizione sono stati arrestati per aver forzato l’accesso alla radio statale, altri fermi hanno raggiunto cittadini che tentavano di raggiungere da altre regioni le proteste nella capitale.

Gli armeni sono in strada, da Erevan fino a Gyumrin. A Vanadzor non si va a scuola, gli universitari bloccano le lezioni. I manifestanti violano la legge sul raduno pubblico, le autorità fanno sapere che per fermare le proteste prenderanno “legittime misure per assicurare il normale funzionamento delle strutture statali”. È arrivato già l’appello di Human Right Watch per non ricorrere alla forza contro chi protesta, una “cattiva pratica tradizionale” della repubblica.

Parigi chiama: l’Unione fa la forza contro i populismi

Stop agli egoismi nazionali: c’è il rischio di una guerra civile europea, Nord contro Sud su rigore e flessibilità, Est contro Ovest su apertura o chiusura; a macchia di leopardo per il ritorno, fin dentro il nucleo duro dell’integrazione, di populismi e nazionalismi. Emmanuel Macron parla a Strasburgo al Parlamento europeo in sessione plenaria e dice: “La risposta è l’autorità della democrazia, non è la democrazia autoritaria”.

Un discorso caricato di molte attese. Un bel discorso, come quello della vittoria, il 7 maggio 2017, o quello sull’Europa alla Sorbona, il 26 settembre. Ma pure molto criticato: da destra, per l’apertura; da sinistra, per il rigore; più parti, per l’allineamento sulla Siria della Francia all’America di Trump.

Da Berlino, la cancelliera tedesca Angela Merkel lancia una ciambella di salvataggio a Macron, che un po’ annaspa tra idealismo e realismo. “La Germania darà un proprio contributo autonomo… Troveremo entro giugno con la Francia una soluzione comune per la riforma della governance dell’eurozona… Metteremo in piedi un pacchetto forte”. Sul tavolo temi come difesa comune, diritto d’asilo, solidità finanziaria, unione bancaria, bilancio Ue 2020/’27. Nel dibattito che segue il discorso, numerosi europarlamentari contestano l’attacco sulla Siria fatto da Usa, Gran Bretagna e Francia. Macron s’infiamma, rivendica l’azione, va oltre: “Non abbiamo dichiarato guerra a nessuno”, ma “abbiamo salvato l’onore della comunità internazionale”.

A Strasburgo, il presidente gioca in casa, perché è Francia, perché è Europa. Ma negli ultimi tempi il clima per lui s’è deteriorato, a Parigi e nelle sedi dell’Unione, dove, tra fascinazione illiberali e tentazioni autoritarie, “guadagna terreno l’idea che la democrazia è condannata all’impotenza”. Macron consegna all’Assemblea un discorso molto più realista e meno idealista dei suoi precedenti: c’è lo schizzo d’un disegno dell’Europa che verrà, ma c’è pure un campanello d’allarme, il richiamo a serrare le fila.

“Serve una nuova sovranità europea – ripete il presidente – per dimostrare che sappiamo proteggere i nostri cittadini: in questo momento la democrazia europea è la nostra chance migliore, il peggiore degli errori sarebbe abbandonare il nostro modello, la nostra identità, la democrazia rispettosa dell’individuo, delle minoranze, dei diritti fondamentali”. Nazionalismi e populismi sono progetti che “indicano una strada che riporta alle spaccature di ieri”: “È comodo eccitare il popolo”, ma “non è il popolo che ha abbandonato l’idea europea”, minacciata “dal tradimento dei chierici” (che la dovevano custodire).

“Rischiamo di diventare la generazione dei sonnambuli, che si prende il lusso di dimenticare quel che altri prima hanno vissuto”: la guerra.

Quattro i punti chiavi su cui lavorare prima del voto europeo del maggio 2019, per scongiurare la paralisi: il primo è l’immigrazione. “Il dibattito avvelenato sui migranti, sulla riforma di Dublino e il ricollocamento va sbloccato”, dice Macron, che propone finanziamenti europei alle comunità locali che accolgono e integrano i rifugiati. Secondo, rilanciare la Web Tax come risorsa autonoma del bilancio europeo. Terzo, portare avanti il progetto delle Università europee e ampliare il programma Erasmus, e poi realizzare la riforma dell’Eurozona e completare l’Unione bancaria. L’eco che arriva da Berlino è positiva, ma è lì che il rilancio dell’unione economica s’è tramutato in stallo.

A caccia delle prove impossibili di Douma

Dieci giorni dopo l’attacco chimico che ha innescato l’attacco punitivo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, e oltre 72 ore dopo i missili e i raid su tre siti chimici siriani, gli ispettori dell’Opac, l’agenzia dell’Onu anti-armi chimiche, sono finalmente arrivati a Douma, alle porte di Damasco: qui, cercano tra le macerie tracce e prove, per capire se e quali gas sono stati usati e da chi. Ma, intorno agli ispettori, c’è tensione e diffidenza: Damasco e Mosca non si fidano della loro indipendenza; Washington, Londra e Parigi temono che siriani e russi abbiano avuto il tempo di ‘ripulire’ la scena del crimine. Il ritrovamento a Douma d’una fossa comune alimenta visioni d’orrore, anche se l’area è stata teatro di combattimenti con numerose vittime. Militari russi durante un’ispezione sostengono di avere individuato proprio a Douma un laboratorio chimico e un deposito di sostanze chimiche bandite, entrambi messi in piedi e utilizzati dai ribelli anti-Assad. Rinvenuto, secondo i russi, anche un contenitore di cloro “simile a quello usato dai miliziani per inscenare il falso attacco da parte delle forze del governo di Damasco”.

Le cronache di guerra delle ultime 24 ore sono scarne, anche se Israele ora teme ritorsioni iraniane sul suo territorio, dopo le sue incursioni su obiettivi iraniani in territorio siriano: il rischio d’escalation militare su quel fronte è oggettivo; domani, la festa dell’indipendenza può esserne l’occasione. L’esercito regolare siriano continua da avanzare e, dopo la Ghuta orientale, vuole riprendere Yarmouk, per consolidare le posizioni intorno a Damasco. Nella notte tra lunedì e martedì, un falso allarme, forse scattato per un’incursione di hacker, ha fatto temere un bombardamento su Homs e Damasco. “È un’aggressione”, ha tuonato l’emittente siriana, segnalando l’entrata in azione della contraerea e annunciando l’abbattimento di missili.

C’è voluta qualche ora per accertare che non era successo nulla: al di là dei falsi allarmi, la diplomazia ha ripreso il sopravvento, con segnali contraddittori. Il presidente Usa Donald Trump fa un passo indietro sulle sanzioni a Mosca, poche ore dopo che Nikki Haley, la sua rappresentante alle Nazioni Unite, le aveva annunciate, e punterebbe a sostituire le truppe Usa in campo, circa 2.000 uomini, con una forza araba fornita da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar (lo scrive il Wall Street Journal).

La cancelliera Angela Merkel, che s’è tenuta fuori dall’azione militare, sta cercando di aprire un canale diretto con il russo Putin.

C’è un’agenda per un incontro nelle prossime settimane, mentre non c’è nessuna indicazione su un vertice tra Trump e Putin, nonostante l’americano torni a dire di volere buone relazioni con il russo; l’ennesima giravolta, strategica o tattica o improvvisata che sia.

L’orizzonte non è però sgombro di nubi. Parigi avverte che ci saranno ulteriori attacchi, se Damasco dovesse di nuovo ricorrere alle armi chimiche. E l’Eliseo si prepara a ritirare l’onorificenza della Legion d’Onore al presidente al-Assad. Stati Uniti e Gran Bretagna mettono in guardia amministrazioni e privati da possibili cyber-attacchi russi.

Siria chi? Gentiloni premier “pacifista” a uso interno

Quando Danilo Toninelli, capogruppo Cinque Stelle in Senato finisce di parlare, dopo l’informativa di Paolo Gentiloni sulla Siria, Giorgio Napolitano applaude, certificando che nei palazzi della politica il Movimento a questo punto non solo è sdoganato, “normalizzato”, ma viene anche considerato più affidabile di altri soggetti, a partire dalla Lega di Matteo Salvini. Le istantanee della giornata di ieri che vedono il premier per gli affari correnti riferire prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama fanno emergere prima di tutto questo dato. Alla Camera, la capogruppo M5s Giulia Grillo legge un breve intervento scritto. L’Italia, “pur restando sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica”, deve promuovere “iniziative di pace, non di guerra”. Maglietta glitterata, ma tono istituzionale. Il passo politicamente più denso è dedicato all’Italia: “Il bisogno di un governo legittimato è improcrastinabile”.

Si parla della Siria, ma la Siria appare una scusa per guardare al dibattito interno. Gli interventi, gli applausi, sono tutti segnali che i partiti si mandano. In linea i commenti dei renziani all’intervento della Grillo: “Sono diventati più istituzionali, ma di politica estera ne capiscono poco”. Citano l’intervento di Piero Fassino, quello che più sta nella linea storicamente seguita dall’Italia. Irridono: si sentono marginalizzati, in particolare da chi nel Pd lavora a un governo con il Movimento.

L’intervento di Gentiloni è pacato, ma fermo. Su Assad chiarisce: “Siamo davanti alla tragedia di un regime orribile, eppure da anni il negoziato è inevitabile”. E poi: “Il veto della Russia all’Onu blocca l’accertamento della verità”. Sottolinea che l’azione italiana è stata condizionata al “supporto logistico”. Messaggi forti al nuovo Parlamento: “L’Italia non è un Paese neutrale, che sceglie di volta in volta con chi schierarsi tra l’alleanza atlantica e la Russia: è un coerente alleato degli Stati Uniti”. A questo passaggio, alla Camera, applaude solo il Pd. E poi: “Nessuna stagione sovranista può portare al tramonto dei valori dell’Occidente”. L’atmosfera a Montecitorio è surreale. Impietriti ai banchi del governo ci sono i quasi ex, dalla Boschi a Orlando. I deputati dem passano dall’incredulità alla risata.

Se è per il centrodestra, salta agli occhi la scelta degli oratori. Per Forza Italia parla Valerio Valentini, fedelissimo di Berlusconi e da sempre suo consigliere per le relazioni internazionali, soprattutto sul fronte russo, conosciuto per la riservatezza. “L’attacco sembra più un gesto che un’iniziativa strategica”, dice. E pur ribadendo che l’Italia non può fare a meno della Nato e dell’Europa, sottolinea come la Russia non deve essere considerata nemica. Schierando lui, Berlusconi ci tiene a mostrare che il partito è suo. E l’Alleanza atlantica va difesa, ma con qualche distinguo. Per la Lega, Picchi sottolinea come “il mandato Onu non c’è”. Ma tiene i toni bassi. Accanto a lui c’è Giancarlo Giorgetti, capogruppo e referente numero 1 degli esteri. Per il Carroccio meglio non esporre una figura che può tornare utile in ogni tipo di governo.

In Senato, l’applauso a Gentiloni lo fa partire il senatore di Scandicci Matteo Renzi. Lo segue Forza Italia. Mentre il premier parla ha davanti a sè una lista con i senatori assenti e presenti. Quando finisce, stringe la mano a Gentiloni, poi a Napolitano e se ne va. Troppo occupato a bloccare i passi in avanti di Martina verso Di Maio. Dopo Gentiloni se ne va anche Salvini, non senza aver “condiviso” le parole di Gentiloni. Più prudente degli scorsi giorni.

Tra i gruppi, nessuno strappo e nessuna convergenza decisa: lo stallo in Parlamento è plastico.