Cercate i guardacoste libici? Telefonate a Roma: 06/…

È un numero di telefono a rivelare il rapporto, forse un po’ troppo stretto, tra Roma e Tripoli. Una utenza che corrisponde a un interno della Marina militare italiana, stampato, come recapito del mittente, su un modulo di messaggi utilizzato dalla Guardia costiera libica. Il documento, di cui pubblichiamo il dettaglio, ha consultato porta la data del 15 marzo 2018, quando la nave Open Arms, poi sequestrata e dissequestrata ieri l’altro, affronta le motovedette di Tripoli durante un salvataggio di migranti. Si tratta di un messaggio inviato al coordinamento delle operazioni di salvataggio italiano, il Mrcc di Roma, al comando dell’operazione navale Eunavformed e al Cincnav, il comando della flotta italiana, con la dichiarazione di un evento Sar, ovvero di un salvataggio in mare. Un fax, secondo quanto riportano le carte dell’inchiesta su Open Arms. L’intestazione è chiara: “Libyan Navy – Libyan Navy Coast Guard”, ovvero la Guardia costiera libica dipendente dalla Marina di Tripoli. Nei recapiti del mittente c’è l’email di contatto (un account Gmail) e il numero italiano. Lo stesso avviene con altri messaggi, inviati quello stesso giorno.

“Non commentiamo – dichiara lo Stato Maggiore della Difesa, contattato dal Fatto Quotidiano – perché c’è un’inchiesta della magistratura in corso. Appena possibile daremo tutte le spiegazioni”. Gli atti, a ogni modo, sono depositati. Per seguire il filo che parte da Roma e porta a Tripoli basta chiamare il numero della Marina militare riportato nella carta intestata della Guardia costiera libica: “Buongiorno è la nave Capri”, rispondono con gentilezza gli ufficiali. Quel numero è attestato sulla unità della flotta italiana che il 15 marzo 2018 era di stanza a Tripoli, oggi in navigazione nel Mediterraneo. È la stessa nave da dove partono i messaggi – italiani in questo caso – diretti al centro di coordinamento dei salvataggi di Roma il 15 mattina. Dalla Capri, circa un ora dopo l’avvistamento del gommone carico di migranti e la chiamata della nave Open Arms per i soccorsi da parte delle autorità italiane, gli ufficiali della Marina militare avvisano Roma dell’intervento della Guardia costiera libica. Poco dopo, sempre dalla nave italiana di stanza a Tripoli, chiedono al Mrcc di Roma di non far intervenire la nave dell’Ong. In altre parole il cuore della gestione dei salvataggi in mare quel giorno di marzo. Da lì parte la linea telefonica utilizzata dai libici e da lì vengono spediti due messaggi che cambiano radicalmente lo scenario del salvataggio. Un crocevia, uno snodo, una sorta di incrocio tra Roma e Tripoli.

Alcune fonti della Difesa, che chiedono di non essere citate, azzardano una spiegazione rispetto al numero italiano in uso ai libici: “Nei contesti operativi all’estero spesso si utilizzano utenze che passano nel centralino di Roma. In questo caso quello che è avvenuto è semplice: un libico porta un fax da spedire in Italia alla nave Capri, che lo invia utilizzando una linea della difesa”. La Guardia costiera libica non disporrebbe, dunque, neanche di una linea telefonica da usare per gli eventi Sar. Ma chiamando la nave Capri gli ufficiali dicono di non ricordare l’utilizzo del fax di bordo da parte della Guardia costiera di Tripoli. E, in ogni caso, il numero che appare sulla carta intestata non è il numero di fax, ma una linea voce della Marina militare.

Quello che appare sullo scenario libico – soprattutto nella gestione degli interventi di salvataggio dei migranti – è una sorta di nebulosa dove è difficile distinguere la reale linea di comando. Se chiami Roma risponde Tripoli. Anzi, Capri.

Consegnate ai pm le email tra il ministro Lotti e l’ex Ad Marroni

Decine di email con i resoconti sull’attività di Consip e comunicazioni che testimoniano il rapporto col governo. È il carteggio tra l’ex ad di Consip, Luigi Marroni e il ministro dello Sport, Luca Lotti, consegnato alla procura di Roma e che finirà nel filone dell’inchiesta Consip sulla fuga di notizie arrivata ai vertici della stazione appaltante. È stato proprio Marroni infatti a dire ai pm napoletani, il 20 dicembre 2016, di aver saputo delle intercettazioni anche dal ministro, che per questo è stato indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto. Stesso reato è contestato anche ai generali Saltalamacchia e Del Sette. Il legale di Marroni, l’avvocato Luigi Ligotti, come annunciato dopo il faccia a faccia del 29 marzo tra l’ex ad e Lotti, ha affidato ai pm le mail inviate e ricevute tra il giugno del 2015 e il giugno del 2017, per dimostrare che tra i due c’era un sereno rapporto di collaborazione e che Marroni non aveva alcun risentimento nei confronti di Lotti, come invece sostenuto da quest’ultimo durante il confronto. Le email riguardano report sull’attività svolta in Consip, ma anche pareri su nomine interne all’ente. Marroni, sentito dai pm romani, ha ribadito le proprie accuse, che il ministro ha sempre negato.

La consigliera Pd sfida Appendino: “Registrate il bimbo con due madri”

Niccolò Pietro non è stato registrato dall’anagrafe del Comune di Torino. Impossibile, secondo la legge italiana, registrare un bambino nato con la fecondazione assistita eterologa con il gamete maschile di un donatore anonimo. La mamma che lo ha partorito, Chiara Foglietta, consigliere comunale Pd a Torino e militante Lgbti+, avrebbe potuto ovviare al problema rifiutandosi di indicare il padre. Ma dice: “Mi sono rifiutata di dire il falso così come consigliato dal mio avvocato. Abbiamo un documento che attesta come sia avvenuto il concepimento in una clinica danese”. Alexander Schuster, il legale che assiste lei e la sua compagna, Micaela Ghisleni, precisa: “Ciò che il Comune chiede a Chiara è di dichiarare il falso in atto pubblico con conseguenti gravi responsabilità penali”. C’è poi la questione di principio: “Oggi a noi viene negato il diritto di inserire dichiarazioni veritiere nell’atto di riconoscimento e a nostro figlio il diritto ad un’identità corrispondente alla realtà”, continua Foglietta. La sua compagna, Ghisleni, afferma di aver “fortemente voluto questo figlio insieme a Chiara”: “Mi sono assunta l’impegno e le responsabilità proprie di un genitore nel momento stesso in cui ho firmato l’atto per il consenso alla Pma nella clinica danese. È un impegno che voglio e devo onorare”.

“L’anagrafe – spiega l’avvocato Schuster – usa le formule previste dal ministero nel 2002. Queste ignorano completamente la riproduzione assistita, anche in contesti di coppie di sesso diverso, o donne senza partner, e obbligano a dichiarare che la nascita deriva da un’unione naturale (cioè dal rapporto sessuale) con un uomo, di cui si può non fare il nome, ma che si garantisce non essere né parente né nei gradi di parentela vietati dall’ordinamento italiano”. Anche la sindaca Chiara Appendino sa del vuoto normativo, ma si dice “favorevole e disponibile a procedere con la registrazione”: “Il mio impegno e quello dell’amministrazione è massimo; con il supporto degli uffici e dell’avvocatura abbiamo avviato una serie di azioni e percorsi volti a una definitiva e generale risoluzione dei problemi, coinvolgendo tutte le istituzioni preposte”. Ma per Foglietta il punto diventa politico e punzecchia l’amministrazione M5s, tra cui l’assessore alla Pari opportunità e alle famiglie Marco Giusta, ex leader dell’Arcigay a Torino, e la collega delegata all’anagrafe Paola Pisano. Su Facebook, in serata, ricorda che da tempo lei e la compagna hanno avviato l’iter per il riconoscimento del nascituro. “Davanti hanno un mese di tempo (Appendino, Giusta e Pisano) per capire come si sono mosse altre pubbliche amministrazioni, per chiamarmi magari”. Tuttavia “non si muove niente”. Secondo Foglietta si poteva fare qualcosa: “Tanti sindaci l’hanno fatto in questi anni di fronte a matrimoni registrati all’estero, di fronte a figli di coppie omogenitoriali. Sono stati proprio sindaci coraggiosi ad aprire varchi nella legge. Sono stati amministratori aperti e lungimiranti a metterci la faccia, a prendersi la responsabilità di scardinare il sistema”. E adesso sprona l’altra Chiara a fare qualcosa di più.

Mamma Rai s’inventa il Giornalismo Costruttivo

Siamo venuti fortunosamente in possesso di una circolare di Rai Academy – che è, copiamo pari pari, “un sistema di formazione continua che accompagna le persone di Rai (sic) verso la trasformazione dell’Azienda in Media Company digitale di Servizio Pubblico”, qualunque cosa ciò significhi – che ci ha molto colpito. Da oggi autori, giornalisti, programmisti registi e addetti stampa, insomma le persone di Rai che lavorano al progresso culturale del Paese, potranno formarsi non solo attraverso corsi classici, tipo “consultare le agenzie di stampa” o “apprendere il corretto utilizzo della voce e le tecniche di comportamento davanti alla telecamera”, ma anche del modulo di (tenetevi forte) “Constructive journalism”. Proprio così: giornalismo costruttivo.

Trattasi, si spiega con solennità, di “un approccio alla professione giornalistica centrato sul mettere maggiormente in luce soluzioni rispetto agli aspetti negativi e problematici delle storie raccontate”. Siamo in grado di anticipare la probabile obiezione: non sarà, questo giornalismo costruttivo, una sonora buffonata anche un po’ degradante della professione, del genere stolido-ottimista che andava di moda 4 anni fa, simile anche nella dicitura a quel “giornalismo di rinnovamento” che l’appena insediata ministra Madia disse di preferire a quello normale (di non rinnovamento), rifiutandosi di rispondere a un cronista troppo critico che a suo avviso non ne rispettava i criteri? No, affatto: il giornalismo costruttivo Rai è “un modo di pensare e affrontare le questioni presenti nel contesto sociale attraverso storie stimolanti che mettano in luce soluzioni piuttosto che focalizzarsi su problemi e traumi” (era ora: l’inviato nelle periferie dovrà imparare a guidare bus, bruciare immondizia e a riparare buche invece di star lì ad evidenziare i disservizi), e di “scrivere le notizie concentrandosi su narrative e angoli di osservazione diversi, non mettendo in secondo piano gli aspetti positivi”. Un esempio: la persona di Rai deve fare un servizio sull’inchiesta Consip, in cui sono coinvolti il ministro renziano Lotti, il babbo renziano Tiziano, l’imprenditore Romeo, i vertici ex renziani di Consip e due generaloni dei carabinieri. Noi, insipienti di giornalismo costruttivo, metteremmo in luce gli aspetti negativi della storia, tipo avere avuto un Capo del governo il cui padre, il cui socio-ministro e i cui amici trafficavano con gente che faceva affari col governo; la persona di Rai formata all’Accademy per trasformare il servizio pubblico in Media Company digitale no, non scherziamo; guardarebbe la cosa da una angolo di osservazione diverso, e di conseguenza, nel frangente attuale, metterebbe in luce l’aspetto positivo di non avere un governo.

Il carabiniere su Cucchi: “Mi ordinarono un falso”

Che quel ragazzo fosse stato menato, “gonfiato come una zampogna” (“i carabinieri si sono divertiti con me”, confida al suo compagno di cella Luigi Lainà) dai militari che lo avevano arrestato per possesso di stupefacenti, era noto ai vertici dell’Arma. E ben prima che la famiglia e i giornali sollevassero il caso. Per questa ragione le prime annotazioni e le relazioni dei carabinieri che lo avevano ricevuto in custodia e accompagnato in tribunale per l’udienza di convalida dell’arresto, andavano, nel migliore dei casi, “ammorbidite”, nel peggiore falsificate del tutto o nelle parti più compromettenti.

Stiamo parlando di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato a Roma il 17 ottobre 2009, pestato a sangue e morto cinque giorni dopo. Cinque i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, abuso di autorità e altri reati come falso e calunnia. Decisiva l’udienza di ieri al processo bis, con le testimonianze di Gianluca Colicchio e Francesco Di Sano, i due carabinieri che sorvegliarono Cucchi la notte dell’arresto. Sono due le annotazioni di servizio, datate alle 18:40 del 26 ottobre 2009 scritte dal piantone di Tor Sapienza Gianluca Colicchio, e riferite all’arrivo di Cucchi (il 16 ottobre), consegnato dal personale della stazione Roma-Appia e al suo trasferimento nella cella di sicurezza. “Trascorsi circa 20 minuti Cucchi suonava al campanello di servizio presente nella cella e dichiarava di aver forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia”. La nota riporta sul foglio lo stesso numero di computer di una seconda versione, più sfumata, più soft. “Cucchi – si legge – dichiarava di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere generale verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza e lamentandosi del freddo e della scomodità della branda in acciaio”. In aula, Colicchio ha detto di ricordare “di avere fatto una sola relazione; la seconda è strana perché porta la mia firma, ma io non la ricordo. Nella seconda ci sono dei termini che io non uso, non la riconosco”.

Stesso, inquietante scenario per le due annotazioni di polizia giudiziaria firmate dal carabiniere scelto Francesco Di Sano, nella stessa data. “Alle 9.05 circa, giungeva presso questa Stazione personale della Casilina, addetto al ritiro del detenuto… Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare, veniva comunque aiutato a salire le scale…”. Versione non gradita ai vertici dell’Arma, che Di Sano è indotto a ritoccare, perché troppo dettagliata. “Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza”. “La modificai, mi chiesero di farlo – ha dichiarato Di Sano – perché la prima era troppo dettagliata”. Chi chiese al carabiniere di “aggiustare”, addolcendola la relazione sullo stato di Cucchi? “Non ricordo per certo chi è stato; certo il nostro primo rapporto è con il comandante della Stazione, ma posso dire che si è trattato di un ordine gerarchico”.

Anomalie, ricostruzioni modificate al computer. Uno scenario già visto durante il G8 di Genova e l’irruzione nella scuola Diaz. “Oggi – commenta l’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta la famiglia Cucchi – abbiamo fatto un passo formidabile per raggiungere la piena verità sulla tragica fine di Stefano. Dall’inchiesta e dal processo stanno emergendo una serie di inquietanti anomalie, ricostruzioni modificate, ematomi che diventano eritemi. E poi le testimonianze dei due carabinieri sulle relazioni di servizio addolcite per nascondere la verità. A questo punto i vertici dell’Arma devono chiarire: chi, quali comandi, indusse i carabinieri a ritoccare quelle relazioni. E perché”.

Grosseto intitola una via ad Almirante. Rossi: “Fascista”

A Grosseto una via sarà intitolata ad Almirante, un’altra a Berlinguer, mentre una piazza alla “Pacificazione nazionale”. Lo ha deciso lunedì il consiglio comunale della città toscana, con una mozione votata dalla maggioranza di centrodestra. Il centrosinistra ha votato contro, esibendo il “bando della morte”, firmato da Almirante contro chi era renitente alla leva. I consiglieri del M5S, contrari, hanno lasciato l’aula come segno di protesta.

Dura la reazione di Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana: “Chiedo che nella via dedicata ad Almirante, sotto il suo nome, sia scritto: ‘fascista e collaboratore con gli occupanti nazisti’ – ha scritto su Facebook – come attesta il documento rinvenuto nel 1971 dagli storici dell’Università di Pisa, pubblicato da l’Unità e confermato in sede processuale nel 1974”.

I consiglieri del centrodestra a Grosseto hanno spiegato che era loro intenzione superare lo scontro ideologico, dedicando una via ad Almirante e una a Berlinguer. “Ma accostare questi due nomi è una vergogna colossale, ancora di più a pochi giorni dal 25 aprile”, ha detto il senatore del Pd Dario Parrini.

Pippo “il Santo” re del Bingo sostenuto alle urne dai boss

Sale a otto il numero di deputati regionali siciliani indagati dalla magistratura. Questa volta ai domiciliari è finito Giuseppe Gennuso, per gli amici Pippo, imprenditore del settore dei giochi d’azzardo, titolare di alcuni centri Bingo nell’isola e a Roma. Gennuso dal 2006 è ininterrottamente seduto a Palazzo dei Normanni, conquistando a novembre il suo quarto mandato con oltre seimila preferenze, a sostegno della coalizione del centrodestra del presidente Nello Musumeci che, quindi, perde un altro pezzo in Assemblea regionale dove le forze di governo sono in minoranza.

Secondo la Dda di Catania guidata da Carmelo Zuccaro, l’onorevole è accusato di voto di scambio politico-mafioso, in concorso con “esponenti del clan Crapula” Francesco Giamblanco e Filadelfo Buscemi, e insieme al “procacciatore di voti” Massimo Rubino.

Giamblanco è il marito di Desiré Crapula, figlia del boss Michele, detenuto per associazione mafiosa, e referente dell’omonimo clan che controllerebbe il territorio di Avola. L’indagine condotta dai carabinieri di Siracusa inizia nell’ottobre scorso, quando nel corso di un’uscita in bicicletta sono intercettati Giamblanco, Rubino e Buscemi. I tre discutono delle imminenti regionali, partendo dal presupposto di poter contare su un bacino di “400-500 voti”, a un prezzo di “50 euro”. Nel corso della chiacchierata, salta fuori la possibilità di sostenere “Giancarlo Cancelleri dei cinquestelle”, in modo da poterlo “bruciare” per la corsa a governatore. Rubino propone ai due amici il nome di Gennuso, confidando che l’onorevole “non si spaventa dei soldi” ed è interessato ai voti. “Noialtri, anche un paese di carte gli riempiamo, il paese di Avola solo fotografie sue trova”, risponde Buscemi.

“Contatti assidui” tra Rubino, Gennuso e i suoi figli, Riccardo e Luigi, che non risultano indagati, emergono durante “la fase della conclusione dell’accordo elettorale”. Il procacciatore di voti si sarebbe dileguato in seguito “per non rischiare di compromettere il candidato” e accostare i “Crapula a Gennuso”, dato che il clan era balzato agli onori della cronaca per gli articoli del giornalista Paolo Borrometi, oggi sotto scorta. La contropartita promessa sarebbe stata di “diecimila euro” e l’impegno dell’onorevole di occuparsi di sistemare una “strada siracusana notoriamente frequentata da ciclisti”, passione condivisa da Rubino e Giamblanco. A conferma ci sarebbe l’intercettazione del genero di Crapula che scherzando con altri ciclisti rivela sull’accordo: “Diecimila di sponsor, facciamo tutti Crapula, facciamo i completini Gennuso-Crapula, il santo nostro Pippo Gennuso”.

A elezioni vinte, Rubino e i suoi uomini si sarebbero fatti vivi per ottenere quanto dovuto. “Ha n’escere i soddi…”, deve uscire i soldi, dice Rubino nel corso del comizio di ringraziamento a Rosolini (Siracusa) dall’onorevole.

Gennuso era già finito nell’elenco degli “impresentabili” della coalizione di Musumeci, per via dell’indagine per truffa aggravata, adulterazione delle acque e frode dell’esercizio del commercio in un’inchiesta sul consorzio Granelli di Pachino: l’onorevole avrebbe distribuito acqua non potabile agli abitanti.

Sull’imprenditore dei Bingo pesa anche l’accusa di corruzione in atti giudiziari e rilevazione di segreto d’ufficio, in concorso con gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, che avrebbero tentato di “influenzare l’esito del giudizio presso il Consiglio di giustizia amministrativa” di Palermo: l’inchiesta si riferisce alla sentenza del giudice Raffaele Maria De Lipsis, anch’egli indagato, che accolse il ricorso di Gennuso e ottenne nel 2014 di tornare al voto solo nei seggi di Pachino e Rosolini.

Le beghe grilline non contano più

Come si cambia. In questa rubrica è stato già scritto nei giorni dopo le elezioni: i Tg della Rai si sono riallineati alla velocità della luce. Se prima le interviste nei notiziari del servizio pubblico erano generalmente ambientate sulla terrazza del Nazareno e il mezzo busto era tipicamente quello di Matteo Renzi (o al massimo di Paolo Gentiloni), il cambio della guardia dopo il 4 marzo è stato cruento: Fico, Di Maio, Salvini; i vincitori sono spuntati ovunque. Il fenomeno è ormai consolidato (e per occhi meno ingenui, forse, pure abbastanza prevedibile). Eppure qui ci si sorprende ancora. Ieri, per esempio, è stata ignorata dai Tg Rai una notizia che in altri tempi sarebbe stata ghiottissima: Il Foglio ha mostrato come sono cambiati a ridosso delle elezioni i programmi dei 5Stelle; le parole più coraggiose e radicali sono state mitigate e in certi casi sbianchettate (ne scriviamo sotto). Una volta il servizio pubblico si esaltava per molto meno: chi non ricorda le lunghe inchieste sui rifiuti a Roma, sui cambi di assessori, su Spelacchio, sulle Olimpiadi, su ogni piccola o grande bega dei grillini? Era un’altra epoca: ieri l’articolo del Foglio – ripreso dai siti dei principali giornali – è stato scansato da tutti i Tg delle prime tre reti nazionali. Come si cambia. E con quale classe.

E il M5S alla Camera dice sì (e forse) a comprare droni per 766 milioni

Sono i deliziosi, per i cultori, paradossi della politica: gli ex oppositori duri e puri ora guidano il vaporetto e finiscono per mantenerlo nella rotta gradita ai padroni (del vapore, s’intende). Fuor di metafora, da ieri sono iniziati in Parlamento i lavori delle Commissioni Speciali, quelle che lavorano finché non c’è una maggioranza e si formano i normali organismi parlamentari.

La divisione dei ruoli è tutto un programma, politico: i relatori dei provvedimenti importanti sono tutti grillini o leghisti, con qualche scampolo per FdI e FI. Oltre alla solita divisione dei posti tra “dimaiani” e “salviniani” – a dimostrazione che il forno destro dei 5 Stelle va ancora che è un piacere – ci sono poi i deliziosi paradossi creati, se non dalla realpolitik, dalla realtà: ieri alla Camera, per dire, s’è cominciato a parlare di soldi alla Difesa ed è stata subito festa.

Succede questo. In Parlamento c’è uno schema di decreto firmato Roberta Pinotti che stanzia i fondi per l’acquisto di droni: 760 milioni in una quindicina d’anni. Spese, però, che fanno riferimento a un più generale piano per la Difesa per 10 miliardi, la metà dei quali a valere su un fondo del ministero dell’Economia destinato agli investimenti in infrastrutture tecnologiche.

Relatore è il grillino Davide Crippa, che ieri ha letto diligentemente la relazione preparatagli dagli uffici: un sostanziale e burocratico via libera, che ha raccolto il plauso del centrodestra e il maldestro tentativo di stop del collega M5S Luca Frusone, che ha tentato di bloccare il decreto in attesa del prossimo governo. Risposta dell’attuale: non si può. Controreplica: peccato. Per quei paradossi di cui sopra, gode il Pd: “In Commissione il M5S – quello che tuonava contro le spese militari – chiede al governo rassicurazioni sul fatto che le previste spese militari vengano comunque portate avanti. Come si cambia”, se la ride il renziano Luigi Marattin.

Stefano Fassina di LeU fa un passo più in là: “Larga parte dei 766 milioni di spesa previsti per i droni vengono dal bilancio del Tesoro e, in particolare, sono sottratti a investimenti per mobilità sostenibile, sicurezza stradale, infrastrutture relative alla rete idrica…” (la lista continua per concludersi con la domanda: “È questo il cambiamento che il M5S ha promesso agli elettori?”). La tesi di Crippa è che non si può tornare indietro: “Spenderemmo comunque 600 milioni”. Un po’ come fu per l’inceneritore di Parma…

Oggi Francesco Boccia (sempre Pd) metterà un altro chiodo alla croce dei 5 Stelle: la richiesta di audire i vertici di Cassa depositi e prestiti in merito a un altro dlgs, quello che si occupa di reti tlc e in cui c’è pure la trappola della depenalizzazione del trattamento illecito dei dati personali (criticata dal garante Ue per la privacy). Relatore è l’uomo che per Di Maio tratta coi “poteri forti”, Stefano Buffagni: Cdp dovrà rispondere sulla compatibilità dell’ingresso nell’azionariato di Tim, avallato dai grillini, con la presenza nella concorrente Open Fiber di Enel.

Toni più morbidi e voci sparite. Addio al programma Rousseau

Le parole sono importanti, strillava Nanni Moretti in Palombella Rossa. Quelle dei programmi elettorali del Movimento 5 Stelle sono cambiate sensibilmente nel tempo. Sono stati modificati nella forma e talvolta nei contenuti: i documenti che si trovano ora sul “blog delle stelle” sono diversi da quelli votati dagli iscritti su Rousseau, la piattaforma con cui M5S mette in pratica la sua idea di democrazia diretta.

Il Foglio – il giornale che ha scoperto queste modifiche – ha scritto che è “una truffa”. I 5Stelle replicano così: “La vera truffa è proprio l’articolo (…). Il programma definitivo è stato pubblicato il 21 febbraio 2018 (…), le versioni precedenti a quelle definitive, pubblicate il 21 febbraio 2018, erano chiaramente versioni provvisorie, sviluppate all’interno di gruppi di lavoro ad aprile dello scorso anno e che poi sono state oggetto di ulteriori modifiche (…) fino alla stesura definitiva”.

La verità, banalmente, è nel mezzo. Il programma elettorale dei 5 Stelle è stato depositato da Luigi Di Maio presso il ministero dell’Interno il 18 gennaio 2018. È una versione semplificata e snellita di quello sul blog, riassunto in 20 punti (dal reddito di cittadinanza al superamento della legge Fornero e della Buona Scuola). È quello l’atto ufficiale presentato dal capo dei 5Stelle agli elettori: non sono stati “truffati”.

Però c’è un dato sostanziale: la maggior parte dei documenti programmatici dei 5Stelle sono cambiati nel tempo. Non come scrive Il Foglio dopo il 4 marzo, ma prima. La versione provvisoria del programma è quella uscita da Rousseau, ogni singola voce (Esteri, Lavoro, Giustizia, ecc.) è stata votata nel corso del 2017. Ma poi – e lo ammettono gli stessi 5Stelle – sono state “oggetto di ulteriori modifiche”. Secondo i grillini, “piccole modifiche di forma”. Non è sempre così.

Esteri. Il vecchio programma “parziale” era uscito da Rousseau il 13 aprile 2017, risultato di 69.891 voti da parte di 23.481 iscritti certificati. Si leggeva: “Sottoporremo al Parlamento il disimpegno dell’Italia da tutte le missioni militari della Nato”. Questo passaggio è stato molto mitigato. Ora si legge: “Il Movimento 5 Stelle sostiene l’adeguamento dell’Alleanza Atlantica al nuovo contesto multilaterale, contemplando un inquadramento delle sue attività in un’ottica esclusivamente difensiva”. Nel tempo è scomparso un passaggio durissimo sulla Siria (molto lontano dal nuovo Di Maio filo atlantista): “I nostri governi – si leggeva – hanno distrutto intere popolazioni, come quella siriana, seguendo l’interventismo occidentale della Nato, cui l’Italia ha colpevolmente prestato il fianco rompendo le relazioni diplomatiche con Damasco”. Sull’euro prima c’era scritto: “Siamo succubi di una moneta unica che rappresenta solamente un vincolo di cambi fissi tra economie troppo diverse”. Parole scomparse. La Russia veniva definita “un partner commerciale, economico, culturale e storico imprescindibile per il futuro dell’Europa e dell’Italia”. Ora è semplicemente “un partner strategico fondamentale”.

Lavoro. Il testo che era stato votato da 24.050 iscritti è stato stravolto. È scomparsa l’iniziativa di tagliare i “privilegi dei sindacati” insieme alla voce “più democrazia sul posto di lavoro”, nella quale si ipotizzava il modello di “co-gestione alla tedesca”. Sparita soprattutto la proposta di “ridurre l’orario di lavoro al di sotto delle 40 ore settimanali”.

Immigrazione. Il programma è stato riscritto, anche se i contenuti di fondo restano gli stessi. Cambiano specie le “premesse” sul ricollocamento dei richiedenti asilo. Nella vecchia versione si leggeva: “L’Italia non è il campo profughi d’Europa. Il nostro Paese è diventato una trappola per tutti i migranti che cercano di raggiungere i parenti sparsi per l’Europa”. Parole sparite.

Scuola. È stata cancellata la voce dedicata all’“inclusione”: disabilità e didattica di sostegno.

Sicurezza. Scompare il capitolo cybersicurezza. La proposta era di disciplinare “forme di cooperazione tra pubblico e privato nello scambio di dati informatici” e incentivare “misure di defiscalizzazione per le aziende che investono sulla sicurezza”. Nel nuovo programma c’è solo un generico impegno a investire sulla cybersecurity.

Pareggio di bilancio. Il vecchio programma era perentorio: “Va subito abolito l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio”. Ora la linea è assai più morbida: “Siamo del parere che debba essere il Parlamento italiano a decidere quanto tagliare e quando è il caso d’investire per lo sviluppo, anche ricorrendo al deficit”.

Ha collaborato Daniele Erler