La pasdaran di B. torna in tribunale

Cinque anni dopo sul luogo del delitto, anzi della marcia, ma forse è la stessa cosa. Maria Elisabetta Alberti Casellati è tornata ieri al Tribunale di Milano. Stavolta da presidente del Senato, la seconda carica dello Stato. Casellati è donna di diritto e da berlusconiana è stata esperta anche di leggi ad personam. La legge e l’ex Cavaliere, l’ossimoro della Seconda Repubblica. Quella di Casellati è stata una visita privata, meno eclatante dall’assedio azzurro del marzo del 2013. Quel giorno si compì la profezia morettiana del Caimano, con l’assalto al Tribunale di Milano.

Un’orda di parlamentari forzisti manifestò infatti sulle scale del palazzo di giustizia contro la persecuzione del loro Capo assoluto. E nell’orda c’era appunto l’attuale presidente del Senato. Che per inciso un anno dopo venne eletta dal Parlamento nel Csm, il Consiglio superiore della magistratura. Chissà se, ripercorrendo quei gradini, avrà meditato sul suo cambio d’abito politico: da eversore di cinque anni fa a istituzionale.

O forse no, ché Casellati è berlusconiana tosta e coerente. Appena qualche giorno fa ha detto che emarginare B. è una ferita per la democrazia. Emarginare, cioè, un condannato.

Virzì prende la tessera dem: “Salgo sul carro degli sconfitti”

“Ho l’abitudine di salire sul carro degli sconfitti”. Il regista Paolo Virzì ha motivato così la decisione di prendere la tessera del Pd, ieri a Roma, unendosi al circolo democratico dell’Ostiense, composto da 400 iscritti.

Ieri Virzì si è rivolto direttamente al segretario reggente Maurizio Martina, invitandolo a cercare fra i giovani per trovare nuovi iscritti che possano dare ossigeno al partito: “Il Pd non ha bisogno di buttafuori ma di buttadentro – ha detto il regista -. Stiamo facendo opposizione? Ho sentito parlare di orgoglio ma bisogna fare scouting tra i giovani, nelle scuole. Lo state facendo?”.

Il regista livornese ha fatto un riferimento anche al Movimento 5 Stelle, invitando i democratici a non sottovalutare alcuni dei punti del loro programma: “Attenzione a irridere certi temi come la democrazia diretta. Su questo i Cinque Stelle vanno sfidati. Non si può irridere il reddito di cittadinanza perché pezzi grandi di società si sentono perduti e non hanno idea su cosa riserva loro il futuro. La narrazione di un’Italia smart non aiuta”.

La carota della crescita, il bastone delle riforme: il Fmi “minaccia” l’Italia

Da Washington avvertono chiunque governerà in Italia: a Palazzo Chigi – si legge tra le righe del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale – vada chi deve, ma il programma c’è già ed è quello messo nero su bianco dagli ultimi governi, vale a dire ulteriori manovre restrittive sui conti pubblici per far scendere il deficit e, si spera, il debito. Per l’Italia, oltre al solito bastone, c’è anche la carota: la crescita del Pil del 2018 viene rivista al rialzo di un decimale all’1,5%, come nel 2017 (mentre nel 2019 viene confermata la contrazione a +1,1%). Una buona notizia relativa visto che il nostro Paese resta il fanalino di coda di Eurolandia per aumento del Pil, l’unico assieme al Belgio a crescere meno del 2% quest’anno.

Si diceva del “programma”. Il Fmi lo individua senza mezzi termini: “l’incertezza politica”, scrivono i tecnici di Christine Lagarde (foto) citando Brasile, Colombia, Italia e Messico, “aumenta i rischi per l’attuazione delle riforme e quelli per un possibile riorientamento dell’agenda politica” (cioè, appunto, un cambio di programma). Non solo: l’Italia e la Spagna devono ridurre il loro elevato livello di debito che, insieme ai trend demografici sfavorevoli, richiede un miglioramento dell’avanzo primario strutturale (quindi ancora quella che sui giornali viene definità “austerità” e ha già dimostrato di non funzionare). Perché il gioco regga, però, è però necessario anche altro: che la Bce continui la sua “politica monetaria accomodante” almeno fino a quando l’inflazione non tornerà a salire verso l’obiettivo del 2%. Al momento, nonostante i miliardi del Quantitative easing, non accenna a farlo e senza l’inflazione il debito difficilmente scenderà.

Guarda come s’offre il ministro dello Sport

Per dire come sta messa la politica intesa come il bacino di retroscena, chiacchiere, scenari e futurologie a cui al momento è costretto ad attingere l’elzevirista, oggi ci occupiamo delle esternazioni di Luca Lotti, ministro uscente dello Sport nonché autore di memorabili tweet a tema. L’Ansa sono due giorni che lancia dichiarazioni del neodeputato di Empoli, già sottosegretario alla presidenza di Matteo Renzi con “delega in materia di informazione e comunicazioni del Governo, editoria e anniversari di interesse nazionali” (bah), il quale a differenza del suo ciarliero pigmalione temporaneamente afono parla poco ma quando parla fa tremare i vetri. A una cerimonia per i 1000 anni della basilica di San Miniato al Monte (alla quale era presente non si sa se in quanto toscano, o se nella basilica un tempo si giocasse alla pallacorda), Lotti avrebbe detto: “5Stelle e Lega hanno il compito di formare il governo. Che la smettano di usare i personalismi. Facciano l’interesse del Paese se ne sono capaci”.

Non stupisce che Lotti, legato a Renzi da solida amicizia dal giorno in cui si conobbero alla Fiera della ceramica di Montelupo Fiorentino e da questioni di mutui che legano i rispettivi babbi, ripeta pedissequamente quel che vuole il maschio alfa della compagine del Giglio, col tono ultimativo di chi crede di contare ancora moltissimo. Che uno come lui, cresciuto alla corte del Re Sòla, moniti contro i “personalismi” farebbe “ridere se non facesse piangere”, per citare il Lotti dell’“Ora basta” intimato sui social non si sa bene a chi quando venne fuori che era indagato nell’inchiesta Consip. Ma a chi gli ha chiesto cosa farebbe il Pd qualora Mattarella chiedesse una mano, Lotti ha risposto: “Questo è un altro discorso”. Noi eravamo rimasti che gli elettori li avevano “messi all’opposizione”, ora Renzi manda avanti il ministro allo Sport a offrirsi per le chiese di Firenze. Sta’ a vedere che questo famoso “interesse per il Paese” contempla l’ipotesi di andare anche contro la volontà dello stesso.

5 Stelle, il forno leghista si chiude domenica: “Novità o si passa al Pd”

L’ultimatum al primo forno, quello con il Carroccio, ha una scadenza: questo fine settimana. Ovvero, da qui a domenica “Matteo Salvini dovrà darsi una mossa”. Altrimenti il M5S cambierà priorità. E il forno principale diventerà quello con il Pd, da dove ieri il segretario reggente Maurizio Martina ha lanciato tre proposte di programma che parlano di lotta alla povertà e salario minimo, perfette per i 5Stelle.

Un segnale, quello che gli avevano chiesto dal M5S nei colloqui dei giorni scorsi. Con i renziani che però prendono le distanze, come sempre. E con lo stesso reggente che poi sminuisce: “Posizioni strumentalizzate, erano note da mesi”. Ma quelle righe pesano. Tanto che il M5S medita di usarle per il contratto di governo sul modello tedesco, a cui lavora il comitato scientifico presieduto dal docente di Diritto amministrativo Giacinto della Cananea: allievo dell’ex giudice della Consulta Sabino Cassese, culturalmente affine al Pd.

Di certo nel Parlamento dove lo stallo semina tensione e sfinimento, alcuni 5Stelle ieri tradivano un sorriso. Perché la mossa del segretario dem è comunque un problema per il Salvini che ha detto di voler aspettare le Regionali “per poi fare un governo in 15 giorni”. E infatti in serata a Otto e mezzo il leader della Lega rilancia: “Di Maio torni sulla terra, ci vediamo, ragioniamo di tasse, lavoro e pensioni e si parte”. Effetto anche del post di Martina, che ieri mattina su Facebook ha messo in fila tre proposte. E si parte dal totem del Movimento, la lotta alla povertà, “con l’idea di allargare il reddito di inclusione”. Per passare a un “assegno universale per le famiglie con figli” e a “nuovi strumenti di welfare a favore dell’occupazione femminile”. Infine, c’è l’introduzione del “salario minimo legale” e l’ulteriore “taglio del carico fiscale sul costo del lavoro a tempo indeterminato per favorire assunzioni stabili con priorità a donne e giovani”.

E allora si capisce perché nel pomeriggio dal Movimento abbiano reagito con una nota dei due capigruppo, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, che gronda istituzionale soddisfazione: “La proposta di Martina rappresenta un’iniziativa utile ai fini del lavoro che sta svolgendo il comitato per l’analisi dei programmi. Abbiamo sempre detto di voler dai temi che interessano ai cittadini”. Ma la sostanza politica è che il reggente del Pd ha fatto un passo concreto, consentendo ai 5Stelle di ricordare a Salvini che non è proprio indispensabile. E di dare corpo al messaggio lanciato da Di Maio due giorni fa al segretario della Lega: “Qualche giorno, e uno dei due forni si chiude”.

E la data per abbassare le serrande dovrebbe essere domenica, dicono dai piani alti. Dove sperano che il Quirinale dia un incarico esplorativo a un nome del centrodestra, “così sarà chiaro quanto sono divisi, e che quella non è la via per arrivare a un governo”. Mentre si dicono convinti che il Colle non potrà chiamare come esploratore il presidente della Camera Roberto Fico, 5Stelle della prima ora. “Mattarella non ci è ostile” assicurano, con l’aria di chi valuta l’opzione Fico come una vera grana, per lui e per il Movimento. Meglio pensare ad altro, a come tessere i fili. Ripartendo comunque dal Carroccio.

E l’ennesimo segno concreto è arrivato ieri, con il deputato veneto Mattia Fantinati che in un convegno dell’Assohotel Confesercenti ha condiviso il palco con il capogruppo in Senato della Lega, Gian Marco Centinaio. Ed entrambi hanno rilanciato l’idea di un ministero per il Turismo. Poi c’è il Salvini che riparla di un voto anticipato e perfino di governissimo “per fare la legge elettorale”. E però insiste con Di Maio e sulla necessità di un suo passo di lato a favore di un premier terzo. La chiave per un accordo, è la sensazione diffusa. “Ma Luigi deve andare a Palazzo Chigi, su questo non si tratta” ripetono per la milionesima volta dal Movimento.

Intanto il renzianissimo Andrea Marcucci smonta Martina: “I tre punti sono rivolti a tutti i presidenti che riceveranno l’incarico dal capo dello Stato, il Pd non prevede aperture nei confronti di esecutivi del M5S e della Lega”. Ma nel Movimento ostentano calma: “Noi non ci muoviamo, sono gli altri che devono venire a cercarci. E poi bisogna aspettare le scelte del Quirinale”. Un faro, per il M5S. O forse una coperta di Linus, nel freddo della palude.

La fuga da Forza Italia in Molise anticipa il tracollo alle Regionali

“E in Friuli va anche peggio. Solo che il presidente non lo sa”. Più d’uno ormai, dentro Forza Italia, ritiene che il fu partitone berlusconiano si stia rapidamente dirigendo contro un muro all’insaputa dello stesso “proprietario”. La preoccupazione immediata sono le regionali di domenica prossima in Molise e di quella successiva in Friuli Venezia Giulia: in entrambe le regioni gli azzurri sarebbero, a stare ai sondaggi commissionati, assai sotto i voti racimolati alle Politiche. Se all’estremo nordest – visto pure il candidato del centrodestra, cioè il “salviniano” Fedriga – nessuno si stupirà di vedere la Lega sopra al 30% (partiva dal 25,8 del 4 marzo con FI al 10,6) e gli azzurri scendere ancora, è il piccolissimo ex feudo molisano la vera spia della dissoluzione del berlusconismo politico, tanto più che il fu Caimano, assai malconsigliato, ci è persino andato a fare campagna elettorale (e ci tornerà domani con 50 parlamentari, all’inseguimento di Salvini che ne porterà invece 80).

Gli elementi per la débâcle ci sono tutti, a partire dalla transumanza silenziosa di quadri politici verso altri lidi che continua persino in queste ore. Com’è noto, Berlusconi ha affidato Forza Italia in regione alla giovane e avvenente Annaelsa Tartaglione, neodeputata. La sua presa sul partito, però, non è delle più salde: l’accusa più recente, non del tutto campata in aria, è di aver riempito le liste per le regionali di ex dem sostenitori del governatore uscente Paolo Di Laura Frattura (che viene a sua volta da Forza Italia) e di aver lasciato proliferare nel centrodestra liste e listarelle di ex forzisti in appoggio al candidato Enzo Di Giacomo – sono 13 in totale – che alla fine prosciugheranno proprio il voto azzurro.

Gli esempi sono rivelatori: non solo sulla scheda c’è il movimento dell’ex governatore Michele Iorio, ma pure un partitino messo in piedi alla bisogna da un altro campione delle preferenze, Aldo Patriciello, che di lavoro fa l’europarlamentare di Forza Italia. E così da febbraio è iniziata la grande fuga, diventata esodo tra marzo e aprile: se n’è andato Giacomo Papa, responsabile nazionale di Forza Italia per i rapporti con la P.A. e già braccio destro in regione dell’ex commissaria Nunzia De Girolamo; via pure Adriano Iannacone, responsabile regionale “difensori del voto”, e un po’ di altri consiglieri comunali in entrambe le province. Alcuni tra quelli rimasti, peraltro, hanno firmato duri documenti contro Tartaglione e i vertici nazionali del partito.

Il risultato, secondo le previsioni della vigilia, si vedrà nelle urne. Il 4 marzo era finita così: 5 Stelle al 44,7% (favoritissimi anche oggi), centrodestra poco sotto al 30% con Forza Italia al 16,1 e la Lega all’8,6. Lunedì si potrebbe scoprire che le percentuali interne alla coalizione si sono rovesciate, forse peggio. Per questo è sorprendente vedere Berlusconi impegnarsi in campagna elettorale in regione: il Cavaliere autosospeso (dalla carica) non ha mai amato mettere la faccia sulle sconfitte, piuttosto sparire e poi dar la colpa al fatto che non c’era. Stavolta, invece, alla fine in Molise si fermerà per due volte dedicandosi ad attaccare i grillini e, soprattutto, l’alleato leghista. L’anziano leader però – isolato in un tramonto gestito da consiglieri, famigli e familiari – non sa che il suo partito nella regione non esiste quasi più e che per riempire la sala della sua cena elettorale a Campobasso è stato necessario “importare” qualche decina di partecipanti da regioni vicine: rischia di scoprirlo domenica notte, come la notte tra il 4 e il 5 marzo scoprì il sorpasso di Salvini.

A quel punto, bisognerà valutare l’effetto della cosa sugli equilibri nazionali: “Le regionali potranno avere un loro ruolo sul futuro governo per l’effetto psicologico che creeranno, anche se questo non è razionale”, dice Gaetano Quagliariello. E alla fine torneremo a dimenticarci del Molise. Michele Petraroia, una vita in Cgil e nella sinistra politica, vicepresidente della Regione in quest’ultima consiliatura, la mette così: “Nessuno avrebbe potuto immaginare che 2.100 anni dopo le devastazioni perpetrate da Silla nell’ultima guerra sannitica, questo lembo di un Sud nascosto anche a se stesso, si venisse a trovare al centro di una contesa politica capace di influenzare la nascita del primo governo della Terza Repubblica”. Davvero.

Casellati favorita, oggi il Quirinale dà le carte

Il mandato esplorativo che oggi arriva dal Quirinale dovrebbe servire a smuovere lo stallo ma rischia di essere praticamente inutile perché la partita è ancora lunga e terminerà probabilmente a fine maggio. Eppure, nonostante la premessa, il mandato di oggi si è trasformato in una sorta di thriller politico da cui dipendono le sorti dell’intero orbe terracqueo, non solo dell’Italia.

Al Colle, infatti, da due giorni hanno chiuso accuratamente tutti i vari canali ufficiosi d’informazione e questo silenzio stampa alimenta indiscrezioni più o meno fondate. Sul tavolo, la prima opzione dovrebbe essere sempre quella di Maria Elisabetta Alberti Casellati. La presidente del Senato non farebbe altro che un terzo giro di consultazioni al posto del capo dello Stato, che ne ha già fatti due a vuoto.

Ieri Salvini si è sbilanciato a suo favore e questo chiarisce in particolare la missione di Casellati: certificare almeno per il momento l’impossibilità dei due schemi su cui si è trattato sinora. Cinquestelle e Lega o Cinquestelle e centrodestra. Del resto è stato lo stesso leader leghista a bruciare l’altro giorno questa carta di Mattarella con l’annuncio pubblico di voler aspettare il mini-turno delle Regionali di fine mese. Insomma, la berlusconiana al vertice di Palazzo Madama farebbe un giro più utile alla sua visibilità che allo stallo del quadro politico.

Basta però lo scontato mandato a Casellati a spiegare il rigoroso riserbo del Colle di questi ultimi due giorni? No che non basta. Ed è per questo che la mossa di Mattarella potrebbe riservare una sorpresa. È lo schema del terzo uomo che forse aprirebbe una fase nuova.

In che direzione? Quello che è certo è che al Quirinale l’attesa da ieri si è assestata su due fronti, per la prima volta. Da un lato i tatticismi dei due vincitori Salvini e Di Maio, protagonisti delle prime due settimane di consultazione. Dall’altro l’inizio dello scongelamento del Pd nei confronti del M5S, per tanti versi l’ipotesi migliore anche per Mattarella. E oggi la risoluzione del giallo “esplorativo” fornirà comunque un’indicazione.

Chi muore si rivede

Toh, chi si rivede: il Pd. Quando ormai disperavamo di trovare traccia del secondo partito italiano, votato dal 18,7% degli elettori, s’odono dal Nazareno i primi timidi vagiti e qualche prudente pigolio. Martina, Calenda, Fassino, Serracchiani, Rosato, oltre agli antemarcia Emiliano e Boccia e ai più recenti aperturisti Orlando e Franceschini. Segnali di vita, o almeno di coma vigile. Anche dal fronte renziano. E in quale direzione? Quella di un dialogo con i 5Stelle, la forza politica da sempre più vicina o meno lontana alle idee e ai valori del centrosinistra. Che, se finora non se n’era accorto, è perché non aveva idee e si era scordato i valori, a furia di copiare da B.. Noi, modestamente, l’avevamo scritto più di un anno fa, subito dopo il trionfo del No al referendum. L’unica via d’uscita per Renzi, in alternativa al ritiro dalla politica prima promesso e poi smentito, era un bell’esame di coscienza e un ritorno alle (sue) origini. Quelle del rottamatore anti-casta e anti-establishment che si era presentato alle primarie del 2012 e 2013 come l’ultimo salvagente del Sistema dalla marea montante dei 5Stelle: fronteggiando Grillo senza demonizzarlo, anzi copiandogli le idee per fargli concorrenza. Se Renzi torna Renzi e riavvolge il nastro fino al 2013 – dicevamo – rimangiandosi o correggendo le politiche berlusconiane del suo governo e ripartendo dalla lotta alle diseguaglianze, ai privilegi, alle mafie, alle lobby, alla corruzione, all’evasione, ai conflitti d’interessi, alle grandi opere inutili, non potrà che trovare un’intesa col M5S e risparmiarci un triste ritorno al passato berlusconian-leghista.

Naturalmente Renzi preferì perseverare ed ebbe ciò che meritava: il disastro del 4 marzo, col centrosinistra al minimo storico in 72 anni di storia repubblicana. Ora che il suo tempo è scaduto, tocca ad altri rimettere insieme i cocci di una catastrofe che si sarebbe potuto almeno limitare invertendo per tempo la rotta. Dal voto a oggi, il Pd era un pugile suonato che, incapace di reagire e di pensare, abbandonava il campo portandosi via la palla e ripeteva mantra demenziali del tipo: “Gli elettori ci hanno mandati all’opposizione”, “Di Maio e Salvini sono già d’accordo per governare insieme”, “M5S e Lega sono due destre populiste incompatibili con noi” e altre scemenze. Chi osava scrivere il contrario veniva manganellato in Rete dai troll organizzati (l’unica organizzazione rimasta nel Pd è quella dei webeti) con l’hashtag idiota “senzadime”: come se cercare intese con altri in un sistema parlamentare e proporzionale fosse un favore privato a qualcuno.

Invece è il dovere pubblico di chi ha governato per 7 anni ed è stato votato dagli elettori superstiti per dare al Paese il governo più vicino o meno lontano al proprio programma. Provare, ovviamente, non vuol dire riuscirci. Significa anzitutto parlarsi, senza fare gli schizzinosi. E mettere sul tavolo non i rancori che – come tutti i sentimenti e i risentimenti – dalla politica dovrebbero restare fuori. Ma le proposte minime possibili per un’intesa, nella consapevolezza che in democrazia non si può pretendere che i vincitori abiurino e passino sotto le forche caudine degli sconfitti. Dopo una disfatta elettorale, è sconsigliabile ripetere che non si è sbagliato nulla ed è tutta colpa degli elettori che non hanno capito, e riproporre lo stesso programma appena bocciato nelle urne. Molto meglio individuare non tanto i colpevoli (lo sono tutti, nel Pd, pro quota), quanto gli errori. E dire come si intende correggerli. Sette anni di governi di larghe intese hanno dimezzato i voti di Pd e FI e spazzato via il cosiddetto Centro, dunque l’ultimo obiettivo da inseguire sarebbe un nuovo governo di larghe intese. Il che dovrebbe escludere l’ennesimo “dialogo” con B. Restano la Lega e i 5Stelle: se per il Pd queste due forze pari sono, non resta che confermare l’opposizione a prescindere. Se invece, come ripetono tutti i capi e capetti dem, il peggio del peggio sarebbe un governo con la Lega, non resta che lavorare al meglio o al meno peggio guardando all’altro “forno”: quello dei 5Stelle, che Di Maio lascia loro aperto, anzi spalancato, mentre annuncia che sta per chiudere l’altro (con Salvini, avvinto come l’edera a B.). Ieri l’autoreggente Martina, dopo 44 giorni di freezer, ha indicato tre priorità: reddito d’inclusione allargato per azzerare la povertà assoluta in tre anni (che poi è un principio di reddito di cittadinanza); assegno universale per le famiglie con figli; salario minimo legale e tagli al cuneo fiscale.

Tre punti programmatici molto simili – come ripetiamo da tempo – a quelli dei 5Stelle. Se ora Martina riuscisse a incontrare Di Maio senza svenire nel tragitto, potrebbe dettagliare meglio e dire la sua sui 20 punti che il M5S ritiene a sua volta irrinunciabili. E valutare insieme, con l’aiuto degli esperti arruolati da Di Maio per studiare le compatibilità sui programmi, se esistano le basi per quel contratto alla tedesca che è il migliore antidoto sia agli inciuci sottobanco, sia ai pasticci tipo governi di minoranza, appoggi esterni, ministeri tecnici, soluzioni balneari a tempo. Per non parlare dei governissimi-ammucchiata, destinati a fallire sul nascere o a restare paralizzati dai veti incrociati. Mai i 5Stelle entrerebbero in un governo con FI e mai la Lega sosterrebbe un governo col Pd. Dunque il governo di tutti non solo non farebbe nulla, ma escluderebbe i due vincitori delle elezioni e non avrebbe la maggioranza. Insomma, sarebbe un governo di nessuno. Almeno questo, dopo 44 giorni buttati, è chiaro: i soli governi possibili, se Salvini resta ostaggio di B., sono quello sull’asse M5S-Pd e quello sull’asse centrodestra-Pd. Gli esploratori hanno poco da esplorare. E il terzo uomo è un film di Totò.

Formula E, il campionato dove nessuno può perdere

Qualcuno l’ha già etichettata come il politically correct delle gare. Niente fumo, niente rumore. Questa Formula E è veramente il futuro? Il Gran Premio di Roma (in foto il vincitore Sam Bird) ci ha detto che l’interesse di gente, media e sponsor non mancano. A mancare, oltre al rombo dei motori, è invece la polemica. Quella che infiamma le domeniche di Formula 1 e MotoGP. Eppure contatti, incidenti, manovre al limite (e oltre) del regolamento non fanno difetto: le monoposto a elettroni (e i loro piloti) sono in linea con le competizioni più tradizionali.

Perché allora tutto sembra così ovattato, confuso oltre che nel ronzio delle auto da competizione anche in una sorta di melassa buonista? La risposta sta nella natura stessa di una competizione dove le auto, pur portando nomi diversi, sono tutte uguali. Dal telaio alle gomme, passando per batterie e powertrain: stessi fornitori, stesse specifiche tecniche. Un furbo e colossale trofeo monomarca travestito da qualcos’altro (solo livree e sponsor sono liberi) dove nessuno vince o perde, veramente. Almeno per ora, visto che per il futuro sono allo studio diversi cambiamenti, proposti dai costruttori stessi. Il loro progressivo spostamento (Audi da quest’anno; Porsche e Mercedes dai prossimi) dalle gare tradizionali alla Formula E, è subordinato allo sviluppo di tecnologie più competitive rispetto a quelle degli altri. Quando questo sarà possibile, qualcuno comincerà a perdere sul serio. E il ronzio diventerà frastuono.

Generazione Focus, 20 anni e non sentirli

Vent’anni esatti. Tanto è passato da quando la prima Ford Focus arrivò sui nostri mercati. E l’ultima generazione, la numero quattro, è stata da poco svelata a Londra. Nel mezzo, 16 milioni di esemplari venduti nel mondo di cui 7 in Europa, dove ha dato battaglia ai mostri sacri del segmento delle berline compatte, Volkswagen Golf in testa. Insomma, un’auto di quelle che non si possono sbagliare. Perché farlo significherebbe rimetterci tanti soldi, oltre alla credibilità.

Così si è scelto un design più dinamico, andando oltre la linea già tracciata con Fiesta. Particolare attenzione è stata data anche allo spazio interno e alla dotazione tecnologica. La nuova Focus è la prima Ford destinata al mercato europeo a disporre di head-up display e la prima di segmento C ad avere l’evasive steering assist, sterzo “attivo” che aiuta a evitare incidenti con mezzi fermi o lenti sulla strada. È poi disponibile il parcheggio automatico, insieme al sistema di infotainment Sync 3 con schermo touch e modem integrato FordPass Connect, per essere sempre connessi in viaggio. Quanto ai sistemi di assistenza alla guida, vanno citati il cruise control adattivo con funzione di stop&go, il riconoscimento della segnaletica sui limiti di velocità e il lane centring, ideali per muoversi in città. Così come lo sono, di notte, i fari adattivi con funzioni di predictive curve light e sign-based light. Quanto ai motori, è disponibile il 1.0 Ecoboost benzina da 100 e 125 Cv, mentre sul versante gasolio si può scegliere tra il 1.5 da 95 e 120 Cv ed il 2.0 da 150 Cv. La Focus arriverà in estate con un listino che parte dai 20 mila euro.