Rivoluzione Volkswagen. Dopo il dieselgate arriva Diess

“Auf Wiedersehen Matthias Müller, willkommen Herbert Diess”: suona così l’avvicendamento avvenuto al vertice del gruppo Volkswagen. Müller, il manager traghettatore che aveva preso le redini del colosso tedesco subito dopo la deflagrazione dello scandalo emissioni (a fine 2015), ha ceduto lo scettro a Diess, già capo del marchio Volkswagen.

Müller ha portato Volkswagen group fuori dal pantano dieselgate, dando avvio al processo di elettrificazione della gamma. Impresa, bilanci alla mano, riuscitissima: nel 2017 Vw Group ha venduto 10,7 milioni di veicoli, totalizzato 13,8 miliardi di profitti operativi (incluse le spese per il dieselgate) e un risultato netto di 11,6 miliardi (5,4 nell’esercizio precedente). Cifre record.

Tuttavia Muller, “nato e cresciuto” in Vw Group, aveva una stigmate: essere da sempre un uomo dell’establishment della multinazionale teutonica. Macchia assente dal curriculum di Diess, arrivato in Vw a inizio 2015, dopo un passato in Bmw. A lui, che ha riportato la marca Volkswagen alla redditività – con una ristrutturazione completa di tagli di personale e dei costi produttivi – gli azionisti chiedono di far scintillare ancor di più i conti di VW Group.

Le grandi manovre sono già iniziate e ora la struttura societaria prevede 3 famiglie di marchi: quella dei brand che generano volumi di vendite (Vw, Seat e Skoda), una orientata al mercato premium (Audi) e l’altra al superpremium (Porsche, Bugatti e Lamborghini). Lo scopo? Rendere più definiti e redditizi i rispettivi profili operativi.

In ballo ci sono pure lo scorporo della divisione Truck & Bus del Gruppo – preliminare per la quotazione in Borsa, auspicata da molti analisti – e una razionalizzazione delle cariche aziendali per ottimizzare le sinergie: lo stesso Diess sarà responsabile anche delle attività di R&D sulla connettività (e i bookmakers lo danno come prossimo anche al vertice di Audi). Rupert Stadler, attualmente a capo di Audi, curerà altresì le vendite dell’intero gruppo. Oliver Blume, ceo Porsche, sarà al contempo reggente delle attività produttive, mentre il direttore finanziario Frank Witter gestirà pure l’Information technology (It).

Il nuovo grande capo del gruppo tedesco avrà, inoltre, un altro compito: far tornare al profitto il brand Volkswagen sul mercato nordamericano, obiettivo che a Wolfsburg rincorrono da 15 anni. Diess, da capo della marca Volkswagen, aveva assunto personalmente il controllo degli affari in quella regione: è convinto che Vw possa passare da una quota di mercato Usa del 2% a una del 5% nel giro di una decade, attraverso prodotti appositamente concepiti per gli Stati Uniti.

Carlot-ta, questa volta la sua opera è estrema

È un’opera “estrema”, in un mondo tecnologico come quello di oggi, il terzo disco della talentuosa pianista e cantautrice Carlot-ta, intitolato Murmure, descritto come “un canzoniere gotico per organo a canne, voce e percussioni”. Composto da 11 canzoni che sono una commistione di sonorità arcaiche, folk intimo e contaminazioni elettroniche (consigliate Sputnik 5, Sparrow, e Virgin of the noise), l’approccio minimalista adottato nel comporle punta alla raffinatezza più che all’impatto. Brani che tendono al cielo, con le loro atmosfere un po’ cupe, nordiche, dotate di un impeto che si sviluppa in uno stile verticale, come a ricordare quelle cattedrali gotiche che tendono verso l’alto con le loro torri e guglie. Molte immagini emanate dai brani sono collegate al luogo in cui sono state registrate, una chiesa, ma non è un disco che ha a che fare con la religione ed è profondamente Pop: consigliato a chi pensa che se l’arte deve rimanere tale e non venir degradata a mero divertimento, sia necessario ricorrere a opere e strumenti classici e alla musica colta.

Tributo a Elton, prima del suo (lungo) ritiro

Premessa: Elton John ha annunciato il ritiro dalle scene al termine di un tour lunghissimo – almeno tre anni con oltre 300 date in cinque continenti, con le prime sessanta già sold out – e, giustamente, ci voleva un album per celebrare l’icona glamour per antonomasia. Le più belle canzoni scritte a quattro mani con Bernie Taupin – un sodalizio non inferiore a Jagger-Richard, Lennon-McCartney, Mogol-Battisti – sono state reinterpretate dalle star del pop attuale, con alcuni outsider. “Per me è un gigantesco complimento quando un artista, che ama la tua musica, impegna il proprio tempo e sforzo per reinterpretarla”, ha dichiarato Elton. Due sono i “tributi” più significativi: “Candle In The Wind” ottimizzata per Ed Sheeran, dominatore delle chart mondiali con il suo stile a metà tra country e pop e “Your Song” ad opera di Lady Gaga, in un iperbolica versione “senza filtri”.

La sorpresa è “Bennie And The Jets” nella nuova interpretazione di Elton insieme a P!nk e al nuovo astro dell’hip hop a stelle e strisce, Logic. Più classiche le rielaborazioni in forma ballad dei Coldplay (“We All Fall In Love Sometimes”) e “Daniel” di Sam Smith. Deludente la ridimensionata “Don’t Go Breaking My Heart” nella quale Demi Lovato sostituisce Kiki Dee, il tutto con la “regia” di Q-Tip. La parte più intrigante è quella propriamente più rock: i Killers si cimentano in “Mona Lisas And Mad Hatters” con il loro tradizionale marchio di fabbrica mentre i Queen of The Stone Age infiammano “Goodbye Yellow Brick Road”. Si scende in profondità con la cover di “Someone Saved My Life Tonight” (Mumford & Sons) e, soprattutto, con la voce di Mary J. Blige in “Sorry Seems To Be The Hardest World”, senza dubbio l’interpretazione più sentita. Chiudono l’omaggio “I Guess That’s Why They Call It The Blue” con una maiuscola versione di Alessia Cara, “Tiny Dancer” di Florence+The Machine e “Don’t Let The Sun Go Down On Me” – a cura di Miley Cyrus – completamente da dimenticare. Elton ha anche pubblicato Restoration, con i suoi successi reinterpretati dagli artisti della scena country.

Eels, non si sta poi così male sull’orlo del precipizio

C’è una regola non scritta, nel prontuario dell’ascoltatore di musica pop, che è tanto inconfutabile quanto imbarazzante da ammettere. Ed è che gli artisti che ci raccontano il loro malessere e le loro sofferenze, quelli che mettono a nudo la loro anima tormentata sciogliendo le ali ai demoni personali, ci sembrano inizialmente più interessanti degli altri, perché tutti apprezziamo l’onestà emotiva (così come tutti coltiviamo segretamente una certa propensione al voyeurismo). Ma dopo un po’ annoiano, e prima o poi li si abbandona senza pietà al loro auto-compatimento. Mark Oliver Everett, alias Mr. E, colui che da venticinque anni è “gli” Eels, deve averlo intuito. Nel nuovo album, arrivato dopo quattro anni di silenzio e la gioia di una paternità a 54 anni (seguita immancabilmente, in pieno stile Everett, da un divorzio), il musicista tempera il consueto mood malinconico e spesso dolorosamente cinico con più di una concessione all’ottimismo. “I just want to sing my song about change”, proclama nella gioiosa Today Is The Day, uno dei momenti più programmaticamente pop del disco e forse dell’intera carriera dell’artista. Sentimenti positivi che vengono sottolineati anche dalla rockeggiante You Are The Shining Light, e che trovano il loro coronamento in canzoni più sobrie come Premonition e In Our Cathedral. Nella prima, la classica ballata scarna e col pathos a pieni giri nella quale il sig. Eels è maestro, la voce rauca dell’autore dice che “you and I can really live much more than survive”, mentre la seconda su un austero tappeto di organo ci rassicura sul fatto che “there’s a place where your heart can still be open/in our cathedral”. La solita vecchia ricetta, nella quale nonostante tutto vogliamo continuare a confidare: l’amore come rifugio dalle tempeste dentro e fuori di noi, il rapporto sentimentale con un altro-da-sé come una cattedrale privata dove vivere davvero e non semplicemente lasciarsi vivere. Tutto molto poetico e confortante. Persino troppo, viene il sospetto conoscendo Everett. Che infatti intitola sardonicamente il lavoro The Deconstruction. La canzone omonima, sospinta da archi che ricordano i Love di Forever Changes, oltre a far da controcanto negativo (“la ricostruzione comincerà solo quando non resteranno altro che frammenti di me sparsi per terra”) è anche, perversamente, il vertice qualitativo dell’album. Alla fine, Mark Everett rimane un personaggio imperscrutabile.

E anche se in questo caso manca quella sensazione di paralisi emotiva che caratterizzava il capolavoro Electro Shock Blues (un disco letteralmente impregnato di morte e di assenza), rimane la sensazione che da un momento all’altro possa esserci un altro tracollo nonostante tutta la serenità riconquistata (ed esibita). In un universo parallelo, di quelli teorizzati per primo dal padre fisico, Mark Oliver Everett forse è una persona felice. Ma sicuramente non ha fatto così tanti bei dischi.

“Full Metal Jacket”, addio al sergente Ronald Lee Ermey

Dopo due illustri generali, Milos Forman e Vittorio Taviani, se ne va un sergente della storia del cinema. È morto a 74 anni, per le complicazioni di una polmonite, Ronald Lee Ermey, il sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket. Per il capolavoro di Stanley Kubrick del 1987 ottenne una nomination ai Golden Globe, il soprannome Gunny e, ancor prima, delle linee di dialogo da annichilire qualsiasi istanza politically correct: “Se voi signorine finirete questo corso e se sopravvivrete all’addestramento… sarete un’arma! Sarete dispensatori di morte e pregherete per combattere! Ma fino a quel giorno siete uno sputo! La più bassa forma di vita che ci sia nel globo!”. “SemperFidelis”, ha twittato il compagno di set Matthew Modine, e il motto dei marines non era mera finzione: nato nel 1944, Ermey ha servito per 11 anni nel Corpo. Aveva iniziato quale elicotterista in Apocalypse Now di Coppola, nei suoi oltre 60 credits cinetelevisivi trovano posto Mississippi Burning, Seven, il remake di Non aprite quella porta e la saga di Toy Story, dove metteva in riga i soldatini verdi di plastica.

Rossi e “I miei vinili”, la storia è tutta su disco

“I dischi sono fotografie virtuali dei loro proprietari: sono ideologie”. Questo aforisma di Theodor W. Adorno è perfetto per raccontare I miei vinili, il delizioso programma in onda su Sky Arte HD e Sky1 condotto da Riccardo Rossi e scritto da lui con Giulia Rossi e Alberto Di Risio da un’idea del produttore Claudio Donato.

Rossi è un maniaco. Tecnicamente, è affetto da feticismo maniacale con tendenza cumulatoria. A casa ha una libreria piena di musicassette autoprodotte classificate per anno, colore e casa di produzione. Dentro Goody music, lo storico negozio di dischi al Flaminio dove lavorava a 18 anni, lo stesso che con ossessiva meticolosità è stato riprodotto nella scenografia de I miei vinili, ha dei “pezzi” che mostra fiero (ci conduce sul retro a vedere una cassa di un certo tipo esclusivissimo; poi un’altra, di legno; poi, e gli brilla negli occhi l’allucinazione del collezionista, il giradischi originale usato in trasmissione).

“Io vengo dalla musica classica”, dice. “A casa mia era vietato comprare altri dischi. Quando portai a casa il 45 giri di Felicità tà tà di Raffaella Carrà mia madre me lo fece riportare indietro. Andavo all’Auditorium a sentire i concerti con la mia prozia”. Un giorno, nel ’79, sente le prime note di Don’t Stop ’Til You Get Enough di Michael Jackson. È “l’esplosione di una supernova”, il dionisiaco che irrompe nella sua vita. Il paradiso sottile di Mozart squassato dalle noterelle di un brano barbaro, trascinante. “Sono venuto qui. Il titolare, Claudio (Donato, ndr) mi ha portato in una sala di registrazione. Immagina un ragazzo di 17 anni che entra in uno studio e vede le trombe, la chitarra, il basso, la batteria. Il batterista sul charleston consumava le bacchette, si rompevano. Dal mondo rarefatto, borghese, dell’Auditorium entravo in questo mondo fisico, ormonale”.

Il ritorno affettuoso ai dischi è un fenomeno planetario. Nel 2017, per la prima volta nella storia, la vendita dei vinili nel Regno Unito ha superato i download di mp3. “Abbiamo pensato a un format dove un personaggio noto racconta la sua adolescenza attraverso 5 vinili”. (Tra i 12 protagonisti, Margherita Buy, Giovanni Malagò, Gianni Minoli, Walter Veltroni).

“Questo mondo mi ha richiamato a sé. Ho ricomprato qui la testina, le casse, l’amplificatore. Dopo i 50 anni rimetti a posto quello che avevi”. È la poetica del “ricomporre l’infranto”, espressione di Walter Benjamin, la traccia rossa de I miei vinili. Nell’amigdala, nel sistema limbico, la musica riattiva le emozioni come un profumo. “Il vinile ha riportato un suono più caldo. E una meccanica, una ritualità. Apri la copertina di cartone; prendi il disco con cautela; lo metti sul piatto; togli la polvere; scegli la velocità, 33 o 45; levi il ferma-braccetto; metti il braccetto (prima hai regolato l’antiskating); lo appoggi”. Alza la voce: “Non si sente la cassa destra, il cavetto, rosso, nero, vai dall’elettricista, quanto è lungo, devi cambiare la cinghia… Ti impegna fisicamente: finalmente faccio qualcosa”.

È questo “qualcosa”, nell’epoca dell’ascolto random, erratico, immateriale, il magnetismo del disco. “Dentro c’è un valore aggiunto. C’è il surplus dell’emozione dell’epoca”.

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità digitale ha sottratto alle cose la loro aura, quell’incanto unico, imperfetto e ruvido dell’esemplare. “Quando uscì Sgt. Pepper’s c’era la fila fuori. Stavo facendo un puzzle quando l’ho sentito. Il lato A mi è entrato dentro come una ninna nanna. Ogni volta che lo sento, io rivedo quel puzzle, il cielo diviso dalla terra, i quattro angoli messi da parte”.

Poi iniziava quell’azione ignota a un nativo digitale che era l’ascolto. “Ascoltavi. Non squillavano i cellulari, non c’erano i social, non succedeva niente”.

È la qualità del disco fisico di fluttuare sulla superficie delle giornate, come la luce solare sul capo dell’onda, ad affascinare Rossi. “L’album era un’opera. Le cose che ripeto a memoria in trasmissione le ho lette migliaia di volte sulla copertina. L’ascolto shuffle fa perdere la sequenza, la scaletta era una regia”. Rossi non è un misoneista: “Io amo la tecnologia. Ma mi interessa la sua applicazione umana. A casa di Boncompagni il sabato pomeriggio ‘scavettavamo’: spostavamo le tastiere, il mixer, fino a mezzanotte”. Forse ci siamo un po’ stufati dell’epica dell’identità multipla: “Basta social: che un vino è cattivo te lo devi imparare. Che lì la amatriciana è buona devi saperlo senza cercare su Google. Sbaglia strada, senza navigatore, leggi i cartelli, perditi”. Il futuro è analogico, e pieno d’aura.

Un paese in rivolta contro le élite

Nell’inquietante video Dominations du monde, esposto al Palais de Tokyo in una personale dedicata allo smascheramento e alla critica del potere (Il nemico del mio nemico, fino al 13 maggio), l’artista franco-algerino Neïl Beloufa rappresenta diversi meeting ufficiali di decisori e dirigenti i quali, dopo aver profuso analisi del declino dei rispettivi Paesi, le portano alle estreme conseguenze giungendo a proclamare la necessità della guerra.

Non è chiaro se Emmanuel Macron, che nella questione siriana ha indossato l’elmetto (almeno a parole) prima contro la Turchia e ora contro la Siria di Assad, voglia deflettere sul piano internazionale una situazione di politica interna divenuta delicata. È un fatto però che si sta rivelando rischiosa la sua idea di poter fare a meno, nella Francia en marche, dei corpi intermedi, nello spirito che l’ex premier Manuel Valls ammirò durante il suo primo incontro romano con Matteo Renzi, in una sala vuota di Palazzo Chigi, che il collega italiano gli definì come “quella in cui i miei predecessori incontravano le parti sociali, ora non serve più”.

Le parti sociali imperversano ovunque, in questa turbolenta primavera francese: i ferrovieri lavorano tre giorni e ne scioperano due, gli studenti occupano sempre più università (da Montpellier alla Sorbona, da Strasburgo ad Angers), gli spazzini e i piloti di Air France scioperano a singhiozzo. Ma se questi ultimi avanzano anzitutto rivendicazioni salariali, i dipendenti della Sncf protestano contro una riforma che vuole liberalizzare il mercato delle ferrovie (si cita come esempio virtuoso l’Italia!), cambiando contratto e condizioni dei lavoratori e mettendo a repentaglio ben 9000 km di binari “rami secchi”. Gli studenti, invece, si scagliano contro possibili tagli ma soprattutto contro un sistema di selezione che giudicano iniquo ed elitario: il cosiddetto parcoursup si baserà sul rendimento degli allievi nella scuola secondaria (voti ottenuti a 15-17 anni) per formare le graduatorie che sanciranno il diritto dell’aspirante studente a frequentare o meno questa o a quella università, anche se la facoltà prescelta non è a numero chiuso.

In vista di una grande manifestazione del 5 maggio, la mobilitazione nel Paese raggiunge i livelli del novembre 1995, quando Alain Juppé tentò un analogo assalto alla Sbcf, finendo sconfitto dal blocco che paralizzò la Francia per settimane: oggi come allora, è sulla difesa del servizio pubblico che converge una larga parte del Paese, non ingannata dalla retorica dell’efficienza. Nel settore ferroviario, i 50 miliardi di debito non sono stati infatti creati dalle tessere gratuite dei ferrovieri, bensì da faraonici investimenti spesso privi di coperture, da ingenti debiti finanziari (pesano per il 60 per cento), da un management poco attento alle perdite; e quanto ai privilegi, chi ritiene che il problema stia nel diritto di sciopero farebbe bene a guardare il libro di V. Jauvert, Gli intoccabili di Stato (Laffont 2018), dove, nel contemplare con nomi e cognomi l’élite uscita dalle Grandes Écoles e oggi al vertice del Paese, si enumerano una tale quantità di compromissioni, conflitti d’interessi, porte girevoli con banche e multinazionali, amicizie sospette, stipendi rubati, cumuli d’incarichi da far impallidire la Casta di Rizzo e Stella. E sono questi énarques, dal compagno d’anno di Macron Mathias Vicherat (ora direttore aggiunto della Sncf) al segretario generale dell’Eliseo Alexis Kohler (già manager di Msc Crociere), sono questi strapagati frequentatori dei circoli più esclusivi della Capitale a imporre ora a migliaia di lavoratori una flessibilità che non riguarderà mai né loro né le loro famiglie.

A corollario di questo quadro, arriva in votazione un altro provvedimento-simbolo del nuovo corso macroniano, la nuova legge Collomb sull’immigrazione, che prevede tempi più lunghi di detenzione nei Centri di accoglienza (anche per i minori; fino a 90 giorni), tempi più brevi per il ricorso contro il rifiuto della domanda d’asilo (da 11 a 6 mesi), rimpatri facili, nonché infine la possibilità per la polizia di intervenire a identificare e “scremare” i migranti fin dentro i Centri (chi si è stupito dell’incidente di Bardonecchia non è a giorno delle nuove prassi d’Oltralpe, dove secondo alcuni osservatori i migranti ormai trattati “peggio degli animali”). Si sono indignate non solo le ong, ma anche una parte dello stesso movimento del presidente.

La “lepenizzazione delle menti”, penetrata ben dentro la società (anche i ministri di Hollande sbandieravano le cifre degli espulsi, e perfino la sinistra di Mélenchon mantiene un atteggiamento ambiguo), trova poco argine nella politica, e si specchia nell’affiorare di gruppi estremisti, come Bastion social (ispirato a CasaPound), o Génération Identitaire, che dopo le ronde anti-immigrati e la propaganda securitaria ora mirano alle università e attaccano i sinistrorsi che occupano le facoltà.

Nello slancio europeista (poi rivelatosi un simulacro di retorica unitaria che mascherava atti ostili a spese degli altri, anzitutto l’Italia); nella politica anti-xenofoba (poi rivelatasi un modo poco più soft di reprimere l’immigrazione, “perché altrimenti vince il Front National”); nelle dichiarazioni di voler rottamare il vecchio sistema delle élite e delle corporazioni promettendo un sistema liberale “di tutte le concorrenze e di tutte le competizioni” (come se il suo potere non dipendesse in realtà da quegli stessi “intoccabili” che hanno condiviso con lui formazione, ambienti, ideologie); nella sbandierata laicità (schiantata sul discorso alla Conferenza episcopale francese, in cui ha promesso impegno nel ricucire il “legame rovinato” tra Chiesa e Stato); nell’intento di difendere il “pubblico” (dimenticando che egli stesso viene da anni a Rothschild, e compromissioni con banche e corporation interessano buona parte dei quadri dello Stato): in tutto questo Macron sembra ripercorrere la parabola di Renzi (forse sottoporrà anch’egli a referendum la propria riforma del Parlamento, che prevede il taglio del 30% degli eletti, e l’inserimento di una quota proporzionale del 15% nel sistema maggioritario a doppio turno).

Ma Macron procede con qualche rischio, in un Paese che mantiene ancora un grado di vigilanza da noi quasi smarrito, e che non rinuncia alla memoria della denuncia dell’elitarismo di Pierre Bourdieu, né allo spirito del maggio di 50 anni fa, i cui manifesti campeggiano in riva alla Senna dentro il Palais des Beaux-Arts (Images en lutte, fino al 20 maggio).

Del resto, quando un presidente della République afferma al Collège de France che la democrazia “è il sistema più bottom up di tutti”, non serve il fine antiamericanismo di Régis Debray (Civilisation, Gallimard 2018) per capire che siamo dinanzi a un modesto ufficiale liquidatore dello spirito europeo dinanzi al (momentaneo?) trionfo dell’homo oeconomicus.

Vola dal quinto piano il cronista che indagava sui soldati-fantasma

Maksim Borodin, giornalista di Novy Den, l’11 aprile è nel suo appartamento al quinto piano di Ekaterinburg, nella regione russa degli Urali; alle 5, poco prima dell’alba si affaccia e nota uomini col volto coperto: sembrano reparti speciali. Un suo amico, Vyacheslav Bashkov racconta che riceve una telefonata intorno a quell’ora, durante la quale il cronista gli descrive ciò che vede. Un’ora dopo Borodin si fa risentire, dicendogli che si trattava di agenti di sicurezza durante una esercitazione. È l’ultima volta che i due amici si parlano, perché Borodin vola dalla sua abitazione e muore il 15 aprile per le ferite riportate nell’impatto al suolo. Per il portavoce della polizia della regione di Sverdlovsk, è improbabile che si tratti di una storia criminale: l’appartamento della vittima, dicono gli investigatori, era chiuso dall’interno e non ha segni di effrazioni. Polina Rumyantseva, direttrice di Novy Den, invece non crede al suicidio e l’organizzazione ‘Reporter senza frontiere’ ha parlato di “circostanze sospette”.

Borodin, che da alcune fonti viene dipinto come inquieto e deluso per la sua carriera, nei suoi ultimi articoli si era occupato del gruppo Vagner, i “soldati fantasma” che hanno combattuto in Ucraina con i filo russi, e ora lo fanno in Siria con i governativi.

Nella battaglia del 7 febbraio scorso a Deir ez-Zor, fra lealisti di Damasco opposti ai curdi appoggiati dagli americani – la contesa era per i pozzi di petrolio – fra i 100 morti nelle file siriane vi sarebbero stati almeno 13 russi. La notizia è stata data da Novaia Gazeta e ripresa dalle agenzie Bloomberg e Reuters. Fra quei russi, c’erano specialisti del Vagner. Sebbene l’organizzazione abbia perso molto del suo mistero, resta pur sempre una forza armata che sta in prima linea senza che il Cremlino la riconosca. Eppure il fondatore di Vagner, Dmitry Utkin, è un ex membro delle forze speciali che ha ricevuto nel 2016 una onorificenza dal presidente Putin in una occasione pubblica: il Giorno degli Eroi. In Russia dal 1992, sono stati assassinati 58 reporter.

Il sottomarino Usa della discordia De Magistris: “Nucleare no grazie”

Sei degli oltre cento missili che hanno colpito la Siria sono stati lanciati da un sottomarino nucleare americano dislocato nel Mediterraneo che, alcune settimane prima, si trovava in rada a Napoli. Circostanza stigmatizzata dal sindaco Luigi De Magistris, secondo cui il transito di questo tipo di mezzi a Napoli “non è gradito e non deve essere autorizzato”.

Non è escluso che anche di questa questione si parli oggi al Senato e alla Camera dove, a partire dalle 15:30, è prevista l’informativa sulla Siria del premier Gentiloni, seguita dal dibattito, ma non sono previste né mozioni né votazioni.

De Magistris ha reso noto di aver inviato al comandante della Capitaneria di Porto di Napoli una nota riguardante la presenza in rada, il 20 marzo, del sottomarino americano a propulsione nucleare “John Warner”, che si è fermato a 3 miglia nautiche (circa 6 chilometri, ndr) dall’imboccatura del porto. Nella lettera il sindaco ricorda che nel 2015 il Comune ha approvato, su sua iniziativa, una delibera che dichiara il Porto di Napoli “area denuclearizzata”: un “atto che pone in evidenza la volontà di interdire l’attracco e la sosta, di qualsiasi natante a propulsione nucleare o che contenga armamenti nucleari”, scrive il sindaco, chiedendo che simili situazioni non si ripetano in futuro. Nella nota di De Magistris non si faceva riferimento alla partecipazione del “John Warner” all’attacco in Siria. Circostanza però emersa pochi minuti dopo. Il fatto che il sottomarino, dopo la sosta a Napoli, abbia poi partecipato all’attacco “rafforza ancora di più la giustezza della nostra delibera”, ha poi affermato De Magistris.

Rassicurazioni sono arrivate dal comandante della Capitaneria di Porto di Napoli, l’ammiraglio Arturo Faraone, il quale ricorda che allo stato attuale “non è consentito l’ingresso in porto a unità a propulsione nucleare” e che, in ogni caso, le decisioni sull’arrivo e il transito del sommergibile non spettano all’autorità marittima, che si è limitata a disciplinare la navigazione nell’area, a fini di sicurezza, una volta ricevuta dalla Difesa comunicazione della presenza del John Warner.

Fronte interno e sondaggi le vere grane di Macron

Proprio ora che è quasi tempo di bilanci, Emmanuel Macron si ritrova con le proteste nelle strade e nelle facoltà e si fa anche zittire dalla Casa Bianca sull’intervento militare in Siria. Un anno fa esatto, i francesi si preparavano a eleggere un presidente neanche quarantenne, che piaceva all’Europa e prometteva di “trasformare” il paese.

Ora, sul piano interno, l’ultimo sondaggio Elabe indica che il 44% dei francesi trova deludente l’operato presidenziale. Non erano mai stati così tanti. Aumentano le distanze con le classi popolari per le quali Macron è “il presidente dei ricchi”.

La fronda cresce contro la batteria di riforme del servizio pubblico che altri capi di stato avevano tentato in passato, prima di gettare la spugna di fronte alla rabbia della strada. Macron sapeva che non sarebbe stato facile: “La Francia non è un paese riformabile” aveva detto lo scorso agosto, ancora fresco di Eliseo. Da stasera i dipendenti delle ferrovie avviano un nuovo ciclo di scioperi contro l’apertura alla concorrenza e la fine dello statuto per i nuovi assunti. Protesta il personale degli ospedali per la mancanza di infrastrutture. E manifestano persino i motociclisti contro la limitazione della velocità sulle statali a 80 km/h. Gli studenti occupano le università per dire ‘no’ al numero chiuso. Tre giorni fa la Sorbona è stata evacuata dalla polizia. Ieri, a Nanterre, dove era nata la scintilla del maggio ‘68, i giovani che occupano l’ateneo da settimane hanno alzato barricate per impedire ai compagni di entrare a fare gli esami. Le prove di diritto sono state annullate. Se per Julie Le Mazier, sociologa dei movimenti studenteschi all’Università Paris 1, è presto per parlare di un nuovo 68, “più si imbavagliano i giovani e si sopprime la protesta con la forza, più la contestazione cresce, proprio come allora. Sono anni che le condizioni di studio negli atenei si degradano. La riforma ha reso la situazione esplosiva”. Per pura coincidenza di tempi, la legge, introducendo la selezione all’ingresso, “mette infatti fine a quell’ideale di democratizzazione dell’università che era stato figlio del ’68”.

L’atteggiamento di Macron non aiuta ad appianare i conflitti. Minimizzando le rivendicazioni studentesche, sostenendo che a bloccare gli atenei non sono “i veri studenti” ma dei “professionisti del disordini”, il presidente non fa altro che alimentare la rabbia. Ora gli studenti sono pronti a scendere di nuovo nelle strade assieme ai ferrovieri in nome della “convergenza delle lotte” che in passato ha piegato i governi.

Sul piano internazionale, dopo essere stato applaudito per la sua politica riformista sull’Europa, Macron non riscuote più le simpatie degli inizi e anzi viene spesso tacciato di essere arrogante. Una serie di episodi alla frontiera franco-italiana creano tensioni nella crisi dei migranti. Nell’intervento militare in Siria, al fianco di Stati Uniti e Regno Unito, il leader francese si è fatto riprendere dal presidente americano. “Fino a dieci giorni fa Donald Trump si stava per disimpegnare in Siria. L’ho convinto io a restare”, ha affermato. Ma Trump ha smentito poco dopo: “Niente affatto. La missione Usa non è cambiata”. Per rilanciare la sua immagine, Macron ha avviato una vera e propria campagna mediatica e rilasciato due interviste tv in pochi giorni. Quella di domenica, con Edwy Plenel, fondatore del giornale Mediapart, e Jean-Jacques Bourdin, abile intervistatore politico, è stata definita un “incontro di pugilato”.

Le sue performance in televisione hanno convinto solo a metà.