La “trumpiana” che sogna la Casa Bianca

“Se la Siria userà ancora armi chimiche, gli Usa hanno il colpo in canna e sono pronti a sparare”: parole da gente del Sud degli Stati Uniti, tosta e per nulla diplomatica, cresciuta nel culto del secondo emendamento della Costituzione statunitense, quello che consente a ognuno di possedere e portare un’arma. La frase, che ha fatto correre un brivido lungo la schiena a quanti seguivano, sabato, la riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e inarcare più d’un sopracciglio, è stata pronunciata dalla rappresentante degli Usa all’Onu, Nikki Haley, una politica di periferia – viene dalla South Carolina – prestata alla diplomazia internazionale.

“Quando il presidente Trump traccia una linea rossa, poi la fa rispettare” dice la Haley. Sottinteso, non come quel ‘mollaccione’ di Obama. E a chi accusa Trump e gli Usa di sapere solo fare “bum bum”, Nikki risponde: “Abbiamo dato alla diplomazia occasioni su occasioni”, ma i russi cattivoni hanno sempre messo il veto sulle soluzioni della crisi siriana alla American way. Più ‘trumpiana’ di così, la Haley non potrebbe esserlo. O, meglio, esserlo diventata. Perché all’inizio lei non tifava per il magnate candidato. Nel 2012, il candidato alla Casa Bianca Mitt Romney pensò a lei come a una possibile vice-presidente. Nel 2016, Nikki, che era la governatrice del suo Stato – eletta nel 2010 e rieletta nel 2014 –, fece campagna prima per Marco Rubio, senatore della Florida, poi per il più rozzo e più conservatore Ted Cruz, senatore del Texas, e solo all’ultimo si rassegnò a votare per Trump.

Tra la fine delle primarie e le Presidenziali, però, qualcosa accadde: Haley divenuta amica di Ivanka, la ‘prima figlia’, si convertì a Trump e ne conquistò la fiducia. Nimrata ‘Nikki’ Haley, nata Randhawa, 46 anni, è la prima donna di origini indiane a diventare governatrice di uno Stato dell’Unione; era già stata sotto i riflettori della politica nazionale: nel gennaio del 2016, le era stata affidata la risposta repubblicana al discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da Obama, l’ultimo del suo doppio mandato.

Stimata anche dai democratici, la sua scelta come rappresentante degli Usa all’Onu, una delle prime annunciate, fu approvata dal Senato con 96 ‘sì’ e soli 4 ‘no’. Il 25 gennaio 2017, Haley poteva già cominciare il nuovo lavoro: la discrezione e la sottigliezza non sono stati i suoi mantra nei 15 mesi trascorsi al Palazzo di Vetro, tra crisi con la Nord Corea, tensioni con l’Iran, contrasti con la Russia e, per due volte, missili sulla Siria.

La sua visibilità e le scelte lessicali spesso taglienti possono riflettere ambizioni politiche: diventare segretario di Stato e, magari, un giorno, presidente degli Stati Uniti. The Economist ne parla come d’un mix “di ferocia e di capacità di conciliazione”. E nello staff di Trump si pensa che il presidente la stia preparando a ruoli più importanti: i numerosi incontri privati fra i due a bordo dell’Air Force One hanno persino sollevato qualche diceria. Ma sulle storie alla #metoo, Nikki, sposata con due figli, ha avuto parole come staffilate, anche per il presidente.

Più Comey che guerra ad Assad. Trump nella trappola di Putin

Israele esce allo scoperto. E l’America di Trump pure, lasciando con un palmo di naso, a fare un po’ la figura del fesso, il presidente francese Emmanuel Macron. La premier britannica Theresa May vive ai Comuni un pomeriggio sui carboni ardenti, dove l’opposizione la ‘griglia’ per l’attacco sulla Siria con missili e aerei nella notte tra venerdì e sabato. Di tutti i leader coinvolti nell’operazione ‘distruzione capacità chimiche’ del regime siriano, l’unico che non pare sgualcito dall’accaduto è proprio il presidente siriano Bashar al-Assad: adesso, ha un motivo in più per massacrare l’opposizione: lui, ovviamente, dice “sradicare dal Paese i terroristi”.

La Casa Bianca prepara nuove sanzioni contro la Russia – l’annuncio è imminente –, per il sostegno di Mosca al regime di al-Assad. Il Cremlino prepara risposte colpo su colpo, ma auspica la ripresa di un “dialogo” con Washington. Riti della diplomazia senza seguito, per ora, al Palazzo di Vetro. L’Opac, l’Agenzia dell’Onu che sorveglia la distruzione degli arsenali chimici, non ha ancora iniziato a ispezionare a Douma la scena dell’attacco chimico del 7 aprile all’origine della reazione tripartita Usa-Gbr-Francia. Gli ispettori sono sul posto, ma forze lealiste e polizia russa non hanno finora permesso loro d’avvicinarsi ai luoghi dove sono morte una settantina di persone. E, intanto, all’Aja, al Vertice dell’Opac, si intrecciano le accuse tra Usa e Russia: “Non volete che scopriamo quel che è davvero accaduto”, “Con il vostro attacco avete compromesso la scena del crimine”.

Andiamo con ordine. Da Israele arriva la conferma che le esplosioni e i morti nei pressi di Aleppo, nella notte tra sabato e domenica, erano un attacco israeliano su obiettivi iraniani in Siria. Ed era opera di Israele anche il precedente raid sulla base aerea T-4 vicino a Palmira: risposte al lancio d’un drone carico di esplosivi sullo spazio aereo israeliano. Il che rischia d’innescare un’escalation regionale ben più che i missili e i raid sui siti chimici di Damasco e Homs: perché l’Iran, con le milizie o con Hezbollah, può benissimo progettare di ‘fargliela pagare’ a Israele. A Washington, Trump, smentisce Macron sui tempi della missione in Siria. Il presidente francese pensava di “avere convinto gli Usa a restare” in Siria ma non è così: Trump vuole che i soldati americani – sono 2.000 – “tornino a casa appena possibile”. A mettere le cose in ordine in Siria e magari a pagare per la ricostruzione, ci pensino gli europei.

Negli Stati Uniti, c’è chi contesta a Trump l’attacco e chi gliene rimprovera l’inutilità: “Se l’obiettivo – scrive il New York Times – era di evitare che l’Occidente fosse ulteriormente coinvolto in un conflitto che va avanti da sette anni, missili e raid non hanno minimamente inciso sulla dinamica del conflitto”.

Sulla dinamica della presidenza di Trump, invece, rischiano di incidere i vari casi giudiziari che l’assediano. L’ex capo dell’Fbi James Comey, che pubblicizza il suo libro, bolla il presidente come “un mentitore seriale”, “moralmente inadatto” al suo compito, e ne incoraggia l’impeachment. Trump replica dandogli a ripetizione del “verme”: “Se mi attaccano, io rispondo il doppio”.

Il presidente deve pure guardarsi dagli sviluppi del Russiagate, affidato al procuratore speciale Mueller, e dall’inchiesta sul suo avvocato personale Michael Cohen, alla cui udienza preliminare, di fronte alla magistratura ordinaria, s’è ieri presentata “Stormy Daniels”, pornodiva pagata per tacere una storia con Trump – i fatti sono del 2006 –. Si tratta di decidere se gli inquirenti possano utilizzare, o meno, il materiale sequestrato nello studio dell’avvocato paraninfo.

Alitalia, trattativa su cassintegrazione per 1680: scade a fine mese

È iniziata la trattativa sulla proroga della cassa integrazione in Alitalia. Sindacati e azienda si sono seduti al tavolo del ministero del Lavoro e si rivedranno il 23 aprile. La nuova procedura coinvolge 1.680 dipendenti: 1.230 di terra, 360 assistenti di volo e 90 comandanti. “Abbiamo chiesto all’azienda come si è arrivati a questi numeri”, ha spiegato Gianni Platania della Filt Cgil. Prima del nuovo round al ministero ci saranno approfondimenti in sede aziendale il 19 aprile con tavoli separati, uno per il personale di terra e uno per i naviganti, in vista dell’incontro del 23. Non è comunque scontato che il confronto si possa chiudere il prossimo lunedì dato che la scadenza della Cigs è il 30 aprile. Sul fronte vendita per il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda “bisogna arrivare a una soluzione strutturale che non costi più ai cittadini – spiega – ma c’è bisogno del nuovo governo altrimenti gli investitori non compreranno”. Per questo l’esecutivo oggi in carica farà un decreto, nei prossimi giorni, per spostare i termini della vendita e la scadenza del prestito ponte all’autunno. Per i possibili compratori, infine, Calenda conferma che l’offerta di Lufthansa “è la più promettente”.

Amianto all’Enichem sarda: tante vittime senza diritti

Al petrolchimico di Ottana (Nuoro), che cinquant’anni fa promise il riscatto industriale alla miseria della Sardegna centrale, sono morti di amianto in 137, altri 160 sono gravemente ammalati. La Cgil ha messo in campo il segretario confederale Maurizio Landini per chiedere giustizia e, soprattutto, un risarcimento per vittime e vedove: “La salute e la sicurezza dei lavoratori deve essere un tema centrale della cultura d’impresa”, ha detto. La proposta, avanzata insieme all’associazione delle vittime dell’amianto (Aiea), è di istituire un tavolo nazionale che si occupi del caso Ottana.

Gesuina Porcu ricorda il calvario di Luigi, ucciso da un tumore ai polmoni nel 2011: “Mio marito l’ho conosciuto a 17 anni. Ci siamo sposati che ne avevo 20, sono nati 3 figli. Il lavoro in fabbrica è arrivato quasi subito. La lettera d’assunzione sembrava una benedizione: stipendio sicuro, la possibilità di costruire un futuro e una famiglia. Era un lavoro ambito. Si diceva, beato te che lavori a Ottana. Poi piano piano ci siamo resi conto. Quando è morto mancavano pochi giorni all’anniversario dei 35 anni di matrimonio”. Aveva sessant’anni. “Una vita in fabbrica, fino al 2004. Poi la mobilità e infine la pensione, a 58 anni. Purtroppo non se l’è goduta”. Già nel 2003 il marito aveva inoltrato la domanda all’Inail per il riconoscimento della malattia professionale. “Ma dicevano che a Ottana l’amianto non c’era: la domanda fu respinta”. La storia di Luigi è identica a quella degli altri operai dell’ex stabilimento Enichem Fibre morti per patologie asbesto-correlate, cioè legate all’inalazione di amianto anche in quantità infinitesimali. L’adenocarcinoma polmonare è una di queste. Con i malati ancora in vita si arriva a oltre 300 casi. Eppure, dal 1994 a oggi, dagli stabilimenti Enichem sono partite soltanto 55 domande di riconoscimento di malattia professionale, 37 delle quali negli ultimi due anni.

“Ho visto i miei colleghi di lavoro morti all’Hospice a Nuoro”, racconta Giuseppe Fadda, che come Luigi Porcu lavorava nel Reparto AT5, uno di quelli a più alta incidenza di malattie e di decessi dell’intero stabilimento: su 35 operai e tecnici, oltre la metà sono già morti, mentre i superstiti sono quasi tutti gravemente malati. “L’amianto era dappertutto, nelle guarnizioni, nei rivestimenti delle tubazioni che in caso di manutenzione dovevamo smontare. Chi ha sottostimato il rischio amianto ha la responsabilità di queste morti perché negando l’evidenza ha fatto si che venissero ritardate le cure e gli aiuti ai malati e alle vedove”.

Solo di recente, grazie ai dati raccolti dall’Aiea, la Commissione parlamentare d’inchiesta per gli Infortuni sul lavoro presieduta nella legislatura appena conclusa da Camilla Fabri (Pd) è stata in grado di ribaltare l’assunto dell’Inail: nel 2003 aveva decretato per Ottana la presenza di amianto “in quantità irrisoria” e comunque non tale da consentire l’accesso ai diritti previdenziali stabiliti dalla legge 257 del 1992. “I numeri dei malati sono in continuo aggiornamento”, spiega Sabina Contu, presidente regionale Aiea, “per la maggior parte si tratta di carcinomi polmonari, al colon, esofago, laringe. Dieci i casi di asbestosi, 3 mesoteliomi, diversi linfomi e leucemie”. Numeri destinati a crescere ancora dato il tempo di insorgenza delle malattie, dai 20 ai 30 anni. Non è un caso abbiano iniziato ad ammalarsi a partire dalla fine degli anni ’90: il primo caso di mesotelioma pleurico, ad esempio, risale al 1997. La conclusione della commissione Fabbri apre la strada a due importanti novità. Rivedere le decisione “negazionista” presa dall’Inail nel 2003, e riconoscere Ottana come Sin (Sito di interesse nazionale) consentendo di far arrivare le risorse pubbliche per il risanamento dell’area tramite il piano nazionale di bonifiche dell’amianto.

A Ottana non c’era solo l’amianto. “Noi facevamo il solvente dimetilacetammide”, spiega Tore Nieddu, un ex operatore del reparto AT5, “il solvente grezzo veniva raffinato fino a raggiungere lo stato puro. A quel punto veniva impastato col polimero prodotto in un reparto vicino, per ottenere la fibra. Questo processo generava degli scarti solidi, i quali venivano messi in un macchinario, il Pandryer che lavorando sottovuoto ad alte temperature riusciva ad estrarre quasi tutto il solvente residuo. Alla fine di questo ciclo rimanevano dei fanghi rossi, estremamente tossici. Una volta al mese costringevano la gente a entrare dentro il Pandryer per togliere questa poltiglia maleodorante, che dopo un breve passaggio in un impianto di pre-trattamento veniva messa dentro sacchi da mille chili e avviata allo smaltimento. Avremmo dovuto fare delle docce alla fine di ogni turno di lavoro e lasciare lì gli indumenti, che invece portavamo a casa esponendo anche le nostre famiglie al contatto”.

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Consob, è già scontro su Nava

La nomina di Mario Nava a neopresidente della Consob è già sotto giudizio. Ieri mattina ha fatto il suo esordio alla guida dell’Authority a Milano lasciando di stucco i commissari, che hanno così deciso di rivolgersi agli uffici giuridici per dirimere una vicenda oramai surreale. “Dichiaro sul mio onore che non esistono incompatibilità”, ha spiegato ai membri del collegio prima di fornire la sua teoria a supporto: in quanto dipendente della Commissione europea, a lui non si applicherebbe la legge italiana ma quella comunitaria.

Come noto, Nava ha ottenuto, con il consenso del governo Gentiloni, un distacco da Bruxelles invece di mettersi in aspettativa come gli impone la legge istitutiva dell’Autorità che vigila sulla Borsa. Un fatto senza precedenti, anche perché il distacco è triennale (rinnovabile) mentre l’incarico in Consob è di 7 anni.

Il regolamento imponeva perciò ai commissari di chiedergli titoli ed eventuali incompatibilità. Nava ha ammesso di aver ottenuto il distacco, ma ha chiarito di non essere incompatibile. La spiegazione fornita è che nel diritto comunitario l’aspettativa per un incarico del genere non sarebbe prevista e quindi era possibile solo il distacco e in quanto funzionario europeo a lui non si può applicare la legge italiana ma solo quella comunitaria. Una spiegazione che non pare aver convinto i commissari: non essendosi mai verificata una situazione simile, gli hanno fatto presente che sottoporranno la questione agli uffici giuridici della Consob. Dalla risposta dipenderà il destino della sua nomina: se la linea di Nava dovesse essere smentita, la questione finirebbe sul tavolo del premier Paolo Gentiloni.

La legge istitutiva della Consob stabilisce le “situazioni di incompatibilità” per il presidente e i commissari, a tutela della loro indipendenza e di quella dell’Autorità: non possono “essere dipendenti di enti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura” e per questo “per tutta la durata del mandato i dipendenti statali sono collocati fuori ruolo e i dipendenti di enti pubblici sono collocati d’ufficio in aspettativa”. Se questo non avviene, tocca al presidente (in questo caso la reggente Anna Genovese) riferire al premier “sulle cause di decadenza sussistenti nei confronti del componente medesimo”.

Optando per il distacco, Nava – che a Bruxelles guida la direzione per il monitoraggio del sistema finanziario – resta nei fatti un dipendente della Commissione, un ente pubblico (per di più sovranazionale) e conserva gli scatti di carriera e stipendio. Questa scelta ha rallentato la sua nomina, al punto che ci sono voluti quattro mesi, da quando il governo lo ha designato prima di Natale, per sciogliere tutti i nodi e vederlo insediato alla guida dell’Authority. Intanto i malumori crescono, così come il rischio ricorsi.

Ieri Consob ha dato notizia dell’insediamento con una nota laconica. Ma la vicenda non è affatto chiusa.

La Corrida secondo Conti, dilettanti allo sbadiglio

Icasi sono due: o si comprano i format televisivi dall’estero, con effetto fotocopia non privo di una certa surrealtà (tutto il mondo ha le stesse malattie rare), oppure si riesumano i gloriosi sarcofaghi di quando i format ce li inventavamo in casa. L’anno scorso Fabio Fazio ha resuscitato il Rischiatutto, perché il suo sogno era rifare Mike, quest’anno è Carlo Conti a rimettere in piega La Corrida (Rai1, venerdì sera) perché il suo sogno era rifare Corrado. Ci avevano già provato Gerry Scotti e Flavio Insinna, mettendoci del loro, consapevoli che Corrado è stato il più inimitabile dei padroni di casa, La Corrida era il suo programma manifesto (la feroce parodia paesana del varietà ufficiale, vero bersaglio più dei concorrenti) e i dilettanti allo sbaraglio si sono ridotti a un’esigua minoranza (ormai allo sbaraglio ci vanno tutti). Conti invece ha riprodotto nel dettaglio il vecchio show; non una riedizione, ma un modellino identico a quella storica, dilettanti allo sbadiglio. Bisogna fargli credito della buona fede: il Conti televisivo è sempre uguale a se stesso (al massimo può far rimpiangere qualcun altro), per lui il tempo non esiste, tutti gli anni sono i migliori, tali e quali, è il nostro Einstein on the beach (come dimostra l’abbronzatura).

Dunque aspettiamoci che al prossimo giro rifaccia Canzonissima. Ci sarebbe anche una terza via, quella di immaginare format originali e cucirseli su misura, come fecero Corrado e Mike; ma evidentemente è chiedere troppo.

B. vince per colpa nostra: l’anomalia è diventata normalità

Èquasi sacrilego parlare in questa rubrica di un colosso come Silvio Berlusconi, ben consci di come di solito ci occupiamo qui di pesci assai piccoli e nardellici. È però necessario tornare, nel nostro infinito piccolo, sulla performance del leader di Forza Italia dopo il secondo giro di consultazioni. Obnubilati dalle sue cadute culminate nel risultato elettoralmente stitico del 4 marzo, ci era tornata la voglia scema di dare per finito il Berluska. Era lì, mezzo rincitrullito, che parlava di redditi di dignità da 13 mila euro al mese e “curve di Laser”, quasi che la rinascita economica dipendesse da Mazinga, e stupidamente abbiamo pensato che fosse al crepuscolo. Macché: Egli è Immortale, come la pizza e i riff di Keith Richards. Per un mese ha dato a Salvini l’illusione di avercelo più lungo, poi ha tirato di nuovo il guinzaglio e il capo della Lega ha subito tradito il fiato corto. Al secondo giro di consultazioni il centrodestra è andato unito, o così han provato a farci credere, ma una volta usciti da Mattarella mancava solo che i tre si accoltellassero. Le facce di Salvini e ancor più della Meloni, mentre Berlusconi rubava loro la scena, erano quelle dei nipotini ambiziosi che vorrebbero strozzare il nonnetto mezzo citrullo però non possono, perché senza di lui non vanno neanche in bagno.

Salvini leggeva il comunicato d’ordinanza ma nessuno lo ascoltava, perché Berlusconi gigioneggiava. La Meloni lo guardava ogni tanto di sbieco, augurandogli forse un filotto di cancheri lividi, ma lui proseguiva da fenomeno d’avanspettacolo qual è sempre stato. Così volgare, e così caricaturale, da incarnare al meglio il peggio di noi italiani. A fine lettura Berlusconi ha pure spostato di peso i due sottoposti, esortando i giornalisti a “fare i bravi”. In pochi secondi ha distrutto tutta l’apparente quiete che mai ha albergato nel centrodestra, accozzaglia composta da figure presentabili (Bernini, Carfagna), cariatidi bollite (quel che resta di Sgarbi) e ominidi abbandonati perfino dai due neuroni che gli restavano (qua i nomi metteteli voi: purtroppo son troppi). Al resto ha pensato la situazione in Siria e lo stallo del Rosatellum, che hanno dato a Berlusconi l’aggancio per riparlare di “Governo del Presidente”. Ovvero un mega-inciucio: un Renzusconi in salsa salviniana, con Casellati presidente del Consiglio e una cinquantina di peones grillini, poco inclini a restituire il denaro e assai prossimi a farsi comprare. Quando ancora aveva voglia di esporsi, Nanni Moretti diceva che Berlusconi aveva vinto anche se aveva perso. Perché? Perché ormai ci ha cambiato dal profondo: ci ha abituato all’anomalia. Quel che ieri ci pareva inaccettabile, oggi ci sembra normale. Ci sembra normale avere il peggiore centrodestra d’Europa. Ci sembra normale avere come “leader” di “centrosinistra” la sua bruttissima e sommamente caricaturale copia. Ci sembra normale che, nonostante il terremoto politico del 4 marzo, a dare le carte sia ancora lui. Se da più di vent’anni Berlusconi è ancora lì, non è solo perché abbiamo avuto una finta opposizione esecrabile come nessuno: è perché il Berlusconi che alberga in tanti di noi tifa sempre per quell’ometto lì. Prendiamone atto: ha vinto lui. E vincerà anche quando non ci sarà più, perché siamo e saremo sempre il Paese in cui la “questione morale” è giusto una citazione stanca di Berlinguer. Il Paese in cui di uno stalliere mafioso o di una tessera P2 non frega niente a nessuno, mentre dalle cazzate a casaccio del primo Buffon che passa paion dipendere le sorti del mondo. Buona catastrofe.

Qualcuno osa sfidare la lobby della sanità?

Fate una prova: fingete di avere una spalla rotta e dover fare un intervento chirurgico per istallare una protesi. Ipotizziamo di essere in una Regione “virtuosa” come la Toscana: secondo le linee guida regionali (quasi identiche in ogni Regione), a ciascun paziente in attesa di un intervento viene dato un codice di priorità che varia da A1 per i casi più gravi che necessitano intervento immediato fino a D per quelli che possono attendere.

Se avete la spalla rotta e la situazione è grave ma non gravissima vi assegneranno il codice B, massimo 60 giorni di attesa per l’operazione. Ma tale attesa è solo teorica, e nella realtà questo tempo non è mai rispettato: in una Regione “virtuosa” come la Toscana, per esempio, si prevede una attesa di almeno 1 anno e 2 mesi per questo tipo di interventi, sei volte quanto previsto dalla normativa regionale. Ma c’è una scappatoia: pagare. Se infatti siete disposti a spendere 23 mila euro (questo il costo di una operazione protesica di spalla al Careggi), lo stesso medico che vi ha visitato nello stesso ospedale pubblico dove siete in visita vi può operare quando volete, entro otto giorni dalla visita.

Questo sistema, disciplinato da ultimo dalla legge 189 del 2012, si chiama “intra-moenia” e consente l’esercizio di attività libero professionale intramuraria da medici di ospedali pubblici trasformando, così, il luogo pubblico in una clinica privata a disposizione del professionista.

Secondo la normativa vigente il paziente, in questo caso, deve pagare interamente l’equipe medica, il personale anche infermieristico di supporto, i costi pro-quota per l’ammortamento e la manutenzione delle apparecchiature nonché assicurare la copertura di tutti i costi diretti e indiretti sostenuti dalle aziende. Il medico e l’ospedale che ospita tale attività guadagnano sul paziente facendo leva sul suo stato di bisogno: il professionista sarà libero di farsi remunerare come un collega di una clinica privata e l’ospedale potrà chiudere i bilanci in attivo grazie al significativo contributo del paziente. Questo sistema pone una serie di problematiche giuridiche, economiche e, soprattutto, etiche.

Secondo il XX Rapporto Pit Salute di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato (Tdm) pubblicato a fine dicembre, le liste d’attesa negli ospedali pubblici si allungano sempre di più con attese medie di 13 mesi per una mammografia, un anno per una colonscopia, stesso periodo per una visita oncologica o neurologica.

A trarre un vantaggio diretto da questo stato di cose sono proprio i medici che esercitano la libera professione negli ospedali oltre agli stessi ospedali perché spesso il paziente, sconfortato dai lunghi tempi per un esame o un intervento, procedono in “intra-moenia” ricorrendo a prestiti e debiti pur di potersi operare.

Il meccanismo è perverso perché si basa su un doppio ruolo affidato dalla legge alla stessa persona: da un lato c’è il medico in quanto dirigente pubblico dell’ospedale che dovrebbe assicurare il rispetto delle linee guida regionali e che avrebbe come obiettivo per la propria performance la riduzione delle liste d’attesa; dall’altro c’è lo stesso medico in quanto libero professionista che ha interesse a tenere lunghe le attese così da incentivare i pazienti a ricorrere a lui privatamente. Si tratta di un meccanismo favorito dallo Stato stesso che, in tal modo, grazie al costo dell’intra-moenia, può coprire taluni costi del servizio sanitario.

È proprio in ciò la perversione di fondo di tale sistema che avvantaggia una specifica lobby a danno della tutela della salute dei cittadini.

È un punto che varrebbe la pena essere inserito nel programma del prossimo governo: ma chi governerà avrà la forza di fare gli interessi della comunità?

 

Siria, la guerra che cambia il M5s

Caro direttore, continuo a pensare che un governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dal Pd (un governo il cui presidente, la cui composizione e il cui programma dovrebbero essere l’oggetto di un confronto libero da qualsiasi pregiudiziale) sarebbe il modo migliore di uscire da questa situazione: che è del tutto fisiologica, in un sistema parlamentare, e che solo l’inadeguatezza del nostro ceto politico trasforma in uno ‘stallo’.

Lo penso perché guardo all’aspetto più clamoroso del voto del 4 marzo: quello sociale. In quel voto è tornata la lotta di classe. Senza programmarlo, senza tematizzarlo, senza nemmeno dirlo. Anche se non lo sanno, o non sono interessati a vedersi così, i 5 Stelle e la Lega sono di fatto partiti delle classi subalterne. Votati in massa soprattutto (anche se non solo) dagli ultimi, dai sommersi, da coloro che sono sul filo del galleggiamento (iniziando dai giovani precari, i nuovi schiavi), in un Paese con 18 milioni di cittadini a rischio di povertà (al Sud quasi uno su due). Mentre il Pd (e anche Liberi e Uguali) e Forza Italia sono stati votati dai salvati, dai relativamente sicuri, dai benestanti. Dunque, la faglia sistema-antisistema è sociale, prima ancora che di opinione, ed è una faglia che spacca in due il centrodestra. E quando il Pd spinge i 5 Stelle tra le braccia della Lega non obbedisce solo al puerile, irresponsabile ricatto renziano o al retaggio dell’inciucio del Nazareno, ma risponde a una logica più profonda, quella del blocco sociale che condivide con Forza Italia.

Sperare che questa cristallizzazione si rompa, significa sperare che il Pd possa ritrovare la forza di rappresentare i ceti più deboli: non si tratta di de-renzizzarsi (è solo una misura di necessaria igiene), ma di invertire la rotta rispetto a un tradimento delle ragioni elementari della sinistra iniziato negli anni Novanta, con la genuflessione a Blair e allo stato delle cose che fu indifferentemente compiuta da un Veltroni e un D’Alema.

È l’ultima chiamata, e se il Pd avvertisse lo strappo dei milioni di suoi elettori che hanno scelto i 5 Stelle potrebbe avere la forza di cambiare. Non sarebbe facile, certo: ma l’alternativa è trasformarsi, culturalmente e numericamente, in una specie di Scelta Civica. Volendoci provare, il terreno del confronto possibile con i 5 Stelle è quello dell’attuazione della Costituzione, a partire dai principi fondamentali: il terreno in cui il Pd potrebbe tentare una palingenesi, e il Movimento rimanere fedele a se stesso.

Se queste sono le speranze, l’osservazione della realtà non spinge all’ottimismo. Perché l’ansia di Luigi Di Maio di andare al governo rischia di far saltare ai 5 Stelle il fosso verso il sistema: e a tempo di record. Prendiamo la vicenda della guerra: la più cruciale di tutte. Dopo qualche sbandamento, i 5 Stelle hanno usato le stesse parole scelte da Martina: “Siamo fedeli all’alleanza atlantica”. Che tradotto vuol dire: se Trump ci chiede le basi per una ulteriore azione di guerra, noi le daremo. Alla faccia della Costituzione (art. 11) che si dice di voler attuare.

Dopo mesi di grottesca campagna sulle fake news, culminata nell’idea di un fact checking di Stato affidato a Minniti (!), i 5 Stelle non sanno reagire esercitando e argomentando una critica sulle ‘prove’ esibite dal fronte atlantico e supinamente accettate come tali dalla stampa. I canali della Chiesa cattolica dalla Siria, per esempio, raccontano un’altra verità, riassunta in un tweet dell’ex priore di Bose, Enzo Bianchi: “Sono in contatto telefonico con monaci e vescovi ortodossi in Siria. L’attacco degli Usa e dei francesi e l’ipocrisia del governo italiano mi rattrista e mi indigna. Menzogne e menzogne per continuare una guerra che vuole umiliare il medio oriente arabo”. Non sarà così semplice, e certo la situazione è complessa: ma proprio per questo non è possibile acconsentire a una guerra a scatola chiusa.

Contemporaneamente, Matteo Salvini denuncia la follia delle armi. Collateralismo alla Russia di Putin? Può darsi: ma anche sintonia profonda con la metà del Paese che è convinta che questo sistema, il sistema globale, è insostenibile. Una metà del Paese in cui si trova anche chi ha firmato l’appello della Rete della Pace contro questa guerra: tutta la sinistra (quella sociale, visto il suicidio di quella politica), il mondo cattolico, i sindacati, l’Anpi, Libera, Libertà e Giustizia.

Naturalmente non voglio ‘riabilitare’ la Lega perché oggi è per la pace. Non dimentico la trasformazione della Lega in un partito lepenista, simboleggiata dalla foto in cui Salvini dava la mano al terrorista fascista di Macerata, già candidato con la stessa Lega.

Se il rapporto tra Cinque Stelle e Pd, invece di far cambiare il Pd, facesse cambiare i 5 Stelle, lasciando solo la Lega a rappresentare chi è contro questo orrendo sistema, allora sarebbe un disastro.

Mail box

 

Un governo M5S-Pd è una soluzione ragionevole

A meno di colpi di scena e di rientro di insulti, a Salvini l’ingombrante Berlusconi non gli permetterà di fare un governo con Di Maio. E, se ciò accadrà, auspicherei che Mattarella sciogliesse la riserva affidando l’incarico pieno a Di Maio per tentare di fare un governo con un Pd rinsavito.

Tale governo, oltre a individuare alcuni punti di piena convergenza per entrambi i partiti, potrebbe proporre a Mattarella alcuni ministri già collaudati dal governo Gentiloni (longa manus del Pd renziano) e altri ministri tecnici del M5S. La cosa sarebbe, tuttavia, troppo ragionevole per un Paese levantino come il nostro, ma non si può mai dire. E, come diceva Dante Alighieri, “poscia più che il dolor poté il digiuno”.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

I politici riuniti al Vinitaly: mancano solo i tarallucci

Giornali e tv sono invasi da immagini che immortalano i nostri politici con il calice in mano mentre brindano, con sorrisi a 34 denti, in quel di Verona al “Vinitaly”. Se si intravedessero anche dei tarallucci la scena sarebbe perfetta!

Le bombe in Siria? Il dramma dei migranti? La disoccupazione giovanile? Lo stallo politico che paralizza il Paese? È meglio un brindisi a favore di telecamere e poi si torna a far finta di litigare.

Tanto chi annaspa (e sono tanti in Italia) a Vinitaly non può permettersi di andarci.

Mauro Chiostri

 

In Giappone ci sono i corrotti, ma tutto funziona comunque

Ho molti amici giapponesi, apprezzo la loro cultura e mi reco spesso da loro in Giappone. Mi dicono gli amici di Tokyo che anche là il livello di corruzione dei politici è molto elevato e gli scandali relativi inframmezzano spesso la vita sociale del Paese.

Mi chiedo però come mai allora le cose in Giappone non funzionino male come in Italia, dove il livello di corruzione è molto simile. In Giappone si può mettere in punto l’orologio sull’orario di arrivo dei treni, la precisione del servizio postale sfiora quello svizzero, le buche per strada non sanno neppure cosa siano, l’evasione fiscale, l’immigrazione illegale e la criminalità sono quasi sconosciute. Un insegnante picchiato dal genitore di un alunno per un rimprovero è specie sconosciuta, i danni degli ultimi due terribili eventi sismici, il terremoto di Kobe e lo tsunami di qualche anno fa, sono stati riparati nel giro di sei mesi, le vittime risarcite e l’economia non ha subito grossi contraccolpi neppure dal raddoppio della base monetaria effettuato dal governo Abe, tanto che dai miei dati la disoccupazione resta intorno al 4,5% e l’inflazione è bassissima pur in presenza di un forte debito pubblico simile a quello italico.

Persiste quindi il mio dubbio amletico: va bene la diversa mentalità, ma come possono esistere due livelli di corruzione quasi identici ma dai risultati così diversi? I politici italiani sono forse “diversamente corrotti”?

Enrico Costantini

 

I missili lanciati per inganno e l’atteggiamento di Gentiloni

Il resoconto sul Fatto Quotidiano del generale Fabio Mini fa capire a tutti qual è la vera posta in gioco di Trump, May e Macron, forse con il beneplacito di Putin di aver aggredito proditoriamente la Siria, purtroppo in mano ad Assad. Concordo con il generale che i missili abbiano colpito in gran parte fabbriche di concimi e di prodotti chimici che sono utilizzati per i più vari e pacifici scopi, persino per i medicinali, e che le ragioni adombrate dai loschi figuri siano dovute in maniera equanime per risolvere i loro problemi interni e per impadronirsi, come hanno fatto in altre parti del mondo (Libia docet), delle risorse che potrebbero trovarsi nel mare antistante la Siria. La situazione servirà per far risalire il prezzo del greggio e del gas alimentando la paura di un conflitto.

Mi ha meravigliato l’atteggiamento codino del governo “reggente” di Gentiloni con la Pinotti ministro della Difesa che ha sempre voluto gli F-35 e in scadenza di mandato anche i sommergibili miliardari. Il premier si è vantato di non aver concesso le basi Usa in Italia che nessuno gli aveva richiesto.

Comunque è offensivo che, ancora una volta, siano state prese per oro colato le dichiarazioni di un attacco chimico senza prove su chi lo avesse provocato, dimenticandosi che la stessa tecnica è stata usata altre volte. Invece di credere alle dichiarazioni di certi governanti, non ci si dovrebbe invece basare su quanto recita l’articolo 11 della nostra Costituzione? Diceva Sandro Pertini, ultimo grande presidente della Repubblica: “Si svuotino gli arsenali e si riempiano i granai”. Più chiaro di così!

Franco Novembrini

 

Le nuove tipologie di lavoro hanno bisogno di più diritti

La vicenda dei lavoratori Foodora, al netto degli aspetti giuridici, chiama in causa vent’anni di responsabilità politiche e sindacali: vent’anni in cui nessuno ha saputo o voluto porre al centro dell’agenda la questione del precariato, delle nuove tipologie di lavoro sempre più dominanti.

Questo argomento dovrebbe entrare al più presto nel dibattito politico: è indispensabile costruire un sistema dignitoso di diritti e di tutele per tutti i lavoratori, non solo per i dipendenti.

Antonio Maldera