Nuova strategia della tensione? Questa Italia ha insegnato a non stupirsi di nulla

Ho appena letto tre libridel compianto giudice Ferdinando Imposimato sul terrorismo degli anni Settanta e oltre (Doveva morire, La Repubblica delle stragi impunite e I 55 giorni che cambiarono l’Italia), dai quali emerge un quadro a dir poco inquietante. Senza che mi debba dilungare su fatti e retroscena che senz’altro conoscete, la domanda che mi sorge spontanea, alla luce di quanto ho letto – che in parte non conoscevo – è la seguente: ma ora che il Movimento 5 Stelle sta per accedere (si spera) alle stanze del governo, quelle dei bottoni e delle decisioni che influenzano anche finanza, economia, rapporti con l’estero e altro; e che da loro ci si aspetta (anche qui, speriamo) norme serie nella lotta alle mafie, alla corruzione, all’evasione fiscale ecc., ci dobbiamo aspettare un’altra fase della cosiddetta – rivista e corretta all’oggi – strategia della tensione?

Massimo Bordoni

 

Io ho qualche resistenza ad accettare tutte le interpretazioni dietrologiche e complottiste che cercano di spiegare la storia italiana. Quelle che sembrano plasmate sul principio di quel columnist del Boston Globe che diceva: “Never spoil a good story with the true”, cioè “Mai rovinare una bella storia con la verità”. La storia italiana, però, ci ha insegnato – con evidenze ormai solide e accertate – che i complotti esistono, che lo Stato ha pianificato stragi o le ha lasciate fare, che ha utilizzato le organizzazioni criminali, che ha trattato con le mafie. Nei momenti di crisi e di passaggio, quando la politica appariva più debole, entravano in scena le bombe: è successo nel 1969 di Piazza Fontana, nel 1973-74 delle stragi nere e dei tentati golpe, nel 1992-93 del crollo della Prima Repubblica. Oggi assistiamo a un altro delicato momento di passaggio, con la dissoluzione del sistema politico bipolare e l’affermazione di una nuova forza, il Movimento 5 Stelle. Ci sarà qualcuno che, in continuità con la storia italiana, vorrà far “parlare” le minacce e le bombe, per tentare di influenzare il corso degli eventi? Non lo sappiamo. Non sappiamo se gli apparati sotterranei forgiati nel fuoco dello scontro Est-Ovest, in cui valeva tutto, sono ancora attivi e pronti a innescare una nuova strategia della tensione. È ipotizzabile che oggi come in passato, come ai tempi della P2, si confrontino due linee: quella che indica lo scontro frontale, anche cruento; e quella che preferisce tentare il condizionamento, alternare blandizie e minacce, dossierare, comprare e infiltrare. Staremo a vedere chi prevarrà.

Gianni Barbacetto

La Russia blocca la chat Telegram: “Non collabora”

Annunciato venerdì, recepito ieri. Il Roskomnadzor, l’autorità per le telecomunicazioni, ha iniziato a bloccare in Russia la popolare app di messaggistica Telegram, con 15 milioni di utenti. Una decisione – presa in seguito alla sentenza del tribunale Tagansky di Mosca – che il fondatore dell’app, Pavel Durov, ha definito “incostituzionale”. Ora bisognerà vedere se il blocco avrà effetto. Il Roskomnadzor ha chiesto ai provider di telefonia di dare seguito alle restrizioni e il suo direttore, Alexander Zharov, ha detto che intimerà ad Apple e Google di rimuovere l’app dai negozi online. L’autorità inoltre darà la caccia ai servizi di Vpn che permettono di aggirare le misure. Mosca fa sul serio e d’altra parte è un test per verificare la forza delle autorità in rete: è la prima volta che nel Paese viene bloccata un’applicazione. Il braccio di ferro è dovuto al rifiuto di Telegram di fornire le chiavi di accesso ai servizi segreti per decrittare le chat degli utenti. Durov, che si dice fiero della scelta poiché “i diritti e la privacy non sono in vendita”, ha polemizzato con le autorità. secondo lui il blocco indebolirà la sicurezza nazionale: “Una parte” dei dati personali dei russi passerà infatti a WhatsApp e Facebook, “controllati dagli Usa”.

Anche i giochi e le Gif ti spiano: il controllo dove non lo aspetti

È il bello degli scoop: puntano i riflettori su un caso e spingono a indagare su altri. Così, dopo il datagate di Facebook, l’attenzione sulla questione privacy fa affiorare nuovi problemi e dà loro risonanza. Nei giorni scorsi un gruppo di ricercatori ha rilevato possibili violazioni del regolamento sulla privacy dei bambini delle app disponibili sul sistema Android, un altro si è accorto che nella informativa delle mail Aol e Yahoo! si avvisavano gli utenti dell’eventuale monitoraggio del contenuto della loro posta mentre l’ultima acquisizione di Google fa sospettare che le brevi animazioni (Gif) dell’azienda Tenor possano tracciare i sentimenti. Potenziali nuove Cambridge Analytica? Ai regolatori la sentenza, a noi intanto l’analisi.

Nei giorni scorsi è stato diffuso (e pubblicato da siti specializzati come Gizmodo ed Engadget) uno studio elaborato da un team di ricercatori universitari e scienziati informatici di importanti atenei, da Berkeley alla British Columbia, che ha analizzato i comportamenti delle applicazioni digitali per i bambini messe a disposizione dei dispositivi Android. Un’analisi sistematica e automatizzata: “Su 5.855 applicazioni testate – scrivono i ricercatori – abbiamo rilevato che 256 (4,4%) raccolgono dati di geolocalizzazione o sufficienti per dedurre la posizione, 107 condividono l’indirizzo email del proprietario del dispositivo e 10 il numero di telefono”. I dati di geolocalizzazione, secondo il paper (“Qualcuno penserà ai bambini?”) non solo rivelano dove vivono le persone “ma potrebbe anche consentire deduzioni sulla loro classe socioeconomica, le abitudini quotidiane e le condizioni di salute”. Circa 280 delle applicazioni analizzate avrebbero poi raccolto i dati di contatto o di posizione senza chiedere il permesso di un genitore. E sarebbero almeno 1.100 le informazioni sensibili condivise con terze parti, seppure per scopi limitati, mentre 2.281 sembrerebbero violare i termini di servizio di Google che proibiscono alle app di ricorrere all’“Id pubblicità Android”, l’identificatore che in pratica traccia le preferenze dell’utente.

Queste segnalazioni arrivano a pochi giorni dal reclamo di alcuni avvocati statunitensi contro Youtube, accusato di tracciare i gusti dei minori. “In questo documento – scrivono i ricercatori – non intendiamo mostrare un giudizio definitivo sulle responsabilità: richiamiamo l’attenzione su potenziali violazioni della legge federale, che limita l’uso dei dati nel caso di minori di 13 anni”. La ricerca si basa sulla loro interpretazione della legge e non esclude che alcuni casi che possano rientrare in specifiche esenzioni. “Stabilire la responsabilità legale – dicono – richiede analisi caso per caso”. Engadget, intanto, ha chiesto a Google di rispondere allo studio, per ora senza esito.

È invece Jason Kint del centro di ricerca Digital Content Next a portare alla luce il caso legato alla posta elettronica di America Online (Aol) e Yahoo!, che hanno introdotto una recente modifica alla privacy. A imporla è stata Oath, la società che controlla entrambi i servizi, e prevede la scansione delle email e delle informazioni utilizzate per vendere meglio la pubblicità mirata. Oath è una sussidiaria di Verizon, la maggiore società di telecomunicazioni americana, e ha confermato il cambiamento al sito Cnet. “Il lancio di una politica sulla privacy e dei termini di servizio Unified Oath è un passo fondamentale verso la creazione di ciò che è vicino ai nostri consumatori, consentendo loro trasparenza e controlli”. Oath, si legge nell’informativa, “analizza e archivia tutti i contenuti delle comunicazioni, incluso il contenuto email dalla posta in arrivo e in uscita”. Secondo la società, questo processo aiuta a “personalizzare e sviluppare funzionalità, contenuti, pubblicità e servizi”. Certo, l’utente può disattivare la pubblicità basata sugli interessi ma sarebbe un duro colpo per Verizon che ha acquisito una morente Yahoo! per oltre 4,5 miliardi di dollari proprio per la sua platea di utenti e il mercato pubblicitario.

Un’altra importante acquisizione è di qualche settimana fa: Google ha acquisito Tenor, la piattaforma per la ricerca e la condivisione delle Gif animate (le brevissime clip video che si inviano tramite Whatsapp e Facebook Messenger) per fare in modo che appaiano anche nella ricerca su Google Immagini. Tenor continuerà a operare come marchio indipendente, ma sotto il controllo di Google. Fino a qualche mese fa, infatti, il Ceo dell’azienda David McIntosh parlando del suo business faceva riferimento al cosiddetto “Emotional Graph”, un grafo in grado di tracciare in modo capillare le emozioni degli utenti in base alle loro ricerche. Che nel caso delle Gif sono specifiche e incentrate sui loro stati d’animo. Un business enorme: secondo gli ultimi dati della società di ricerca di mercato Magid Advisors, circa il 70% degli americani tra gli 8 e i 64 anni sanno come inviare una Gif e quasi la metà ne invia almeno una a settimana. Una platea di almeno 200 milioni di utenti solo negli Usa.

Le aziende potrebbero pagare milioni per fare in modo che il proprio marchio compaia come risultato. O per i dati. Se si ricerca una Gif con la parola “tristezza”, comparirà ad esempio anche una donna triste che mangia un gelato. Ad ammetterlo a Forbes, Jason Krebs, oggi chief Business officer di Tenor, a settembre: “Siamo in grado di offrire agli inserzionisti informazioni dettagliate sulle emozioni umane che non hanno precedenti nel marketing. Nessuno spot tv può competere con un’emozione”.

Convegno di islamici, coperta la statua. Le destre protestano

In occasionedi un convegno sul dialogo interreligioso organizzato dalla Confederazione islamica italiana con la Federazione islamica ligure, in un teatro di Cairo Montenotte nel Savonese, i musulmani hanno coperto la statua di Epaminonda, il politico e militare tebano, nonostante il corpo non fosse integralmente nudo. Poi, è stato fatto rimuovere un quadro che rappresentava le nudità di Poppea. Le polemiche non si sono fatte attendere: “Solo a me questa sembra una follia?” twitta il leader del Carroccio Matteo Salvini. Dura anche la reazione di Ylenia Lucaselli, di Fratelli d’Italia: “Il sospetto è che sia emerso ancora una volta l’effetto collaterale del multiculturalismo fallimentare. Ciò deve chiamare tutti noi ad una presa di coscienza sulla necessità di tutelare le nostre espressioni artistiche.”. Tempestiva la replica di Chams Eddine Lahcen, presidente della Comunità musulmana valbormidese e della Federazione islamica della Liguria, che ha detto: “Nessuna censura. Ho coperto io la statua ma soltanto per esigenze cerimoniali e per poche ore. Il nostro Islam è moderato, questa polemica ci ferisce. Non ci permettiamo di coprire statue per motivi culturali”.

Palazzi storici, la Variante sui lavori spacca Firenze

Il centro di Firenze, patrimonio dell’umanità dell’Unesco, rischia di perdere – dopo i residenti – anche i palazzi storici a favore dei privati che potranno intervenire quasi liberamente modificandoli senza avere più vincoli. Questo quanto denunciano varie associazioni, a partire da Italia Nostra, alcuni gruppi di urbanisti e tutti i consiglieri d’opposizione a Palazzo Vecchio. “Viene di fatto abolito l’obbligo del restauro conservativo sugli edifici storici”, dichiarano Leonardo Rombai e Mariarita Signorini, rispettivamente presidente di Italia Nostra Firenze e Italia Nostra Toscana. Con la finalità, aggiunge il consigliere comunale di Potere al Popolo, Miriam Amato, “di favorire la rendita edilizia e turistica di costruttori, speculatori e fondi immobiliari”.

Tutto ciò è dovuto alla variante dell’articolo 13 del regolamento urbanistico di Palazzo Vecchio che è stata approvata ieri in consiglio comunale. Una variante che abolisce, di fatto, il vincolo di restauro e introduce la cosiddetta ristrutturazione “limitata” o “leggera” per intervenire anche sugli immobili tutelati per interesse storico e architettonico, consentendo pure il cambio di destinazione d’uso.

Alla levata di scudi, la giunta guidata dal sindaco Dario Nardella ha risposto spiegando che il provvedimento era necessario per far ripartire interventi fondamentali fermi ormai dal 2017 a seguito di una sentenza della Cassazione che nel settembre 2016 ha stabilito come per intervenire nei palazzi storici non fosse più sufficiente adottare la procedura semplificata Scia (segnalazione certificata d’inizio attività). La Corte si era espressa in merito all’intricata vicenda dei lavori di trasformazione di palazzo Tornabuoni in residenze di lusso.

Le motivazioni, arrivate all’inizio del 2017, hanno gettato nel panico i tecnici degli uffici comunali, architetti e ingegneri perché decretava che, a prescindere dall’entità dei lavori, la destinazione d’uso è sempre da qualificare come ristrutturazione edilizia pesante, quindi soggetta a permesso di costruire e penalmente rilevante. Il Comune ha quindi bloccato tutti i cambi di destinazione d’uso proposti con la Scia. Firenze come molte altre città in Italia. A fine anno è intervenuto il governo Gentiloni prevedendo, nell’ultima manovra finanziaria, che con le opere di restauro e risanamento si possono fare anche i cambi di destinazione d’uso. In base a queste nuove linee Palazzo Vecchio ha calibrato la variante. “Ma il Comune ha consentito anche le modifiche interne che prima erano vietate”, dice Tommaso Grassi, capogruppo di Firenze riparte a sinistra. “Ora si può intervenire su solai, decorazioni, sagome ed è tutto demandato alla Sovrintendenza”. A quest’ultima, infatti, è stato assegnato il compito di valutare ogni singola richiesta. Ma non varrà la clausola del silenzio-assenso: se dopo 120 giorni dalla richiesta di intervento non viene espresso un parere, si potrà ricorrere al Tar per ottenerlo. Da notare che “la Sovrintendenza non è stata neanche sentita in commissione”, afferma Cristina Scaletti di Firenze Viva. “Potenzialmente questa variante potrebbe avere effetti devastanti sull’intero patrimonio cittadino”, aggiunge Grassi.

Il governo spaventa Atac: tra 2 mesi può perdere i suoi bus

Banche e assicurazioni, per ora, non concedono più garanzie ad Atac così l’azienda del trasporto pubblico romano rischia la revoca dell’autorizzazione all’esercizio della professione. Il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture ha scritto al Campidoglio per notificare che la sua società partecipata deve mettersi in regola entro 60 giorni con i requisiti finanziari per mantenere l’iscrizione nel registro delle imprese. In caso contrario, la Motorizzazione civile sarebbe costretta a portare a compimento l’iter per la revoca dell’esercizio e ritirerebbe l’autorizzazione per l’immatricolazione dei bus. Ovvero: i mezzi pubblici della Capitale non potrebbero più circolare, con ripercussioni negative incalcolabili sulla mobilità cittadina. Una catastrofe.

Insomma, una nuova tegola, stavolta di natura finanziaria, nel difficile percorso di risanamento dell’Atac. A settembre scorso l’azienda – gravata da un debito da 1,3 miliardi di euro accumulato in decenni di gestione opaca – ha avviato la procedura di concordato preventivo in continuità. Il prossimo 30 maggio si terrà l’udienza presso il Tribunale fallimentare sul piano preparato dall’azienda per spalmare nel tempo i suoi debiti.

Le tappe della vicenda. A settembre 2017, con la chiusura del bilancio 2016, Atac ha certificato una perdita di 212 milioni di euro e il ministero dei Trasporti ha notificato all’azienda il venir meno di uno dei requisiti di idoneità finanziaria previsti dai regolamenti comunitari. È stata concessa allora alla municipalizzata una proroga di sei mesi, scaduta il 31 marzo, per dimostrare di essere in possesso della solidità finanziaria per andare avanti. Ma il 26 marzo Atac ha notificato allo stesso ministero che “i tentativi esperiti sul mercato” di individuare “un istituto bancario o una compagnia assicuratrice che possa garantire la sussistenza del requisito di idoneità finanziaria sono purtroppo risultati infruttuosi”.

Traduzione: impauriti dal rischio che il concordato in corso non ottenga il via libera dal Tribunale, gli istituti di credito non stanno più concedendo finanziamenti alla municipalizzata. Eppure la fideiussione di cui l’azienda necessità si aggirerebbe attorno ai 12 milioni di euro, una cifra tutto sommato modesta se confrontata con l’entità del piano di rientro che l’azienda ha portato in tribunale.

Confidando in una via libera entro fine anno, il piano di Atac prevede di pagare 150 milioni di euro di crediti privilegiati nel 2019 – assieme a 12 milioni di spese – ed entro il 2021 il 31% dei crediti chirografari, pari a 193 milioni. Finora la Procura nel suo parere ha parlato di assenza di “sufficienti garanzie sulla fattibilità” del piano e individuato criticità negli strumenti scelti dall’azienda per monetizzare come la vendita di 19 tra ex depositi e immobili per un valore stimato in 91,9 milioni sulla base di una perizia definita “inidonea” e di un iter amministrativo “nemmeno iniziato”. Dopo questi rilievi l’azienda si è impegnata a fornire al Tribunale dei correttivi al piano.

Nella serata di ieri, uscita ormai la notizia della lettera, il ministero guidato dal dimissionario Graziano Delrio ha usato parole distensive: “È immotivato ogni allarme di interruzione di servizio, si tratta di una comunicazione nell’ambito delle normali interlocuzioni tra le due amministrazioni”. La Giunta di Virginia Raggi si è detta, dal canto suo, “tranquilla” sostenendo che sarebbero già state individuate diverse soluzioni alternative per fornire ad Atac le garanzie finanziarie richieste. Secondo Atac, infine, la Motorizzazione civile “ha soltanto riconosciuto” all’azienda “un termine di 60 giorni entro cui presentare memorie o documenti per riscontrare la propria idoneità finanziaria all’esercizio del trasporto pubblico, un adempimento previsto dalla legge al quale l’azienda sta ottemperando”. Il prossimo mese e mezzo sarà decisivo per Atac, tra la ricerca di garanzie bancarie e l’udienza in Tribunale per la prosecuzione del concordato.

Il vescovo di strada dai rossi. “Cerchiamo ciò che unisce”

“La prossima volta celebrate la messa?”, butta lì qualcuno. Proprio al Tpo. Ma non è solo una battuta quando ieri sera nello storico centro sociale di Bologna arriva l’arcivescovo. C’è un attimo di silenzio quando Matteo Zuppi – “don Matteo”, lo chiamano i ragazzi – entra nella sala. Giacca a vento, clergyman come un parroco. C’è qualcosa che sfugge a una definizione: “Rispetto!”, azzarda Roberto che da anni bazzica il Tpo.

L’arcivescovo rompe subito il ghiaccio: “Sarebbe stato strano se non fossi venuto. Se la gente che dialoga fa notizia, siamo messi male”. Non teme di essere strumentalizzato? Zuppi sorride, scrolla la testa: “Il Tpo che fa propaganda al Papa? Noi che facciamo pubblicità al centro sociale?”. Poi scherza con i ragazzi del Tpo: “Vedete che qui in sala ci sono parecchi sacerdoti, tranquilli, non facciamo incursioni. Non siamo venuti a benedire!”. Zuppi è schietto: “Su certi argomenti pensiamo le stesse cose, su altri no. Ma cerchiamo ciò che ci unisce. E ci sono tanti problemi concreti che dobbiamo affrontare e ci costringono a ricollocarci nel mondo di oggi. Rendono antiche le nostre posizioni”.

Cita le encicliche, Zuppi, e nessuno fiata. Sottolinea quelle parole: “Iniquità”, “Ingiustizia”. Di nuovo sdrammatizza: “Una volta si diceva che la religione è l’oppio dei popoli. Oggi questo Papa è un anti-anestetico. Risveglia”.

Nella sala, strapiena, due mondi si incontrano: la Chiesa e il mondo dei centri sociali bolognesi. Lo vedi nelle persone che si mischiano: i ragazzi che per anni hai incontrato ai cortei. E i sacerdoti, la gente di parrocchia, del quartiere Porto-Saragozza; qui dove la città diventa periferia, dove crescono palazzi disordinati. Periferia sì, ma bolognese, che in questi giorni sa di primavera e campi. E si confondono anche i simboli: il libro del Papa (edito da il manifesto, quotidiano comunista, ed è presente Luciana Castellina) sul banchetto. Accanto a un volume sul 1968.

A colpire non è il contrasto, ma proprio che il contrasto non si avverta più. “Diritti”, “Lavoro”, “Pace” è scritto a caratteri cubitali sui muri dai ragazzi del Tpo. Sono le stesse parole che Zuppi e tanti preti di strada – qui al Tpo è venuto tante volte don Gallo – pronunciano a messa. Sono ancora le stesse parole che usa Domenico Mucignat, una delle anime del Tpo: “Ci unisce il desiderio di aiutare gli ultimi… di lottare anche… di affrontare le contraddizioni”. Mucignat che ieri sera parlava di quel passo del Vangelo “in cui i discepoli prendono il frumento in un campo per darlo ai poveri”. E non sembra stupita di esserci nemmeno Luciana Castellina: “Il Papa parla della società che rende schiavi. Condanna la mitizzazione dell’efficienza”.

L’occasione è stata il libro di Francesco sui Movimenti Popolari. Ma il merito vero è di Souf, un ragazzo gambiano in cerca di accoglienza. Era finito a dormire sulle panchine della stazione di Bologna. La Curia non riusciva a trovargli sistemazione. Lo hanno ospitato i centri sociali. “Ci ha colpito – prosegue Mucignat – l’atteggiamento di Zuppi verso migranti e poveri”. Ma il dialogo con le istituzioni, con il centrosinistra? “Alcuni, quelli di Governo, ci trattano peggio della destra”.

Accade al Tpo di Bologna. Come era avvenuto a Roma dove le tute bianche, i disobbedienti dei centri sociali, avevano scritto a Francesco. E avevano ottenuto la risposta che da altri non arrivava.

Zuppi parla: “Il denaro, dice il Papa, ci deve servire, non governare… a qualcuno dà fastidio l’etica, dà fastidio che si disturbino i manovratori”, i signori dell’economia. Dietro Zuppi c’è la scritta “No borders”. Ci volevano forse i migranti per far capire che i vecchi confini non ci sono più. Anche quelli nelle nostre città.

Una svastica incisa sulla porta del bagno di Montecitorio

Una svasticaseguita dal verso di un inno dei canti della Wehrmacht è stata incisa sullo stipite interno di uno dei bagni degli uomini di Montecitorio, comunemente utilizzati dai deputati. Il verso che campeggia sotto il simbolo nazista riporta queste parole: “Es braust unser panzer”, cioè “Il nostro carro armato romba”. Sotto la svastica, un’altra scritta, decisamente dissacrante, in risposta alla provocazione: “Ma vai a cagare”. Appena scoperta, è stato avvisato il presidente della Camera Roberto Fico e l’amministrazione ha aperto una verifica, chiedendo la rimozione della scritta. Nel corso della verifica sono state fatte diverse valutazioni su chi avrebbe potuto compiere questo gesto, ma una soluzione definitiva per quanto accaduto sarà difficile averla perché il Palazzo è frequentato non solo da deputati funzionari e giornalisti, ma anche dalle scolaresche che vengono regolarmente in visita guidata.

Alemanno arriva con gli ex Nar e divide i fratelli Mattei superstiti

“Dopo anni di percorso oggi succede questo. Mi sento offeso”. Il quartiere tappezzato di croci celtiche, il codazzo di “alcuni politici”, il corteo partecipato da militanti neo-fascisti e ultras, un ex Nar e capo tifoso estremista ad assistere alla deposizione istituzionale delle corone. Giampaolo Mattei non la voleva così la commemorazione dei 45 anni della strage di Primavalle, nella quale il 16 aprile 1973 morirono i suoi due fratelli Virgilio e Stefano Mattei, rispettivamente di 22 e 8 anni, per mano di tre estremisti di sinistra di Potere Operaio, Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo. Soprattutto, dopo il tempo trascorso per la costruzione di una memoria condivisa di quegli anni – abbracciò Carla Zappelli, mamma di Valerio Verbano, ucciso dai fascisti il 22 febbraio 1980 – non avrebbe voluto la presenza di Luigi Ciavardini, condannato in via definitiva, fra gli esecutori della strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, e Guido Zappavigna, già capo tifoso della Roma e vicino agli ambienti dell’estrema destra. Presenza per la quale ha accusato l’ex sindaco Gianni Alemanno. “È stata la cosa più vergognosa è più bassa che un essere umano potesse fare. Tradire la fiducia, far finta di non capire, buttare la palla dall’altra parte dicendomi di non fare polemica e non alzare i toni”. A invitarli, però, è stata Antonella Mattei – l’altra figlia dell’allora dirigente Msi, Mario – che conferma: “Guido è uno di famiglia, è stato con noi quando avevamo paura, ci accompagnava a trovare papà in ospedale, è stato vicino a nostra madre, è una persona che c’è sempre per me. E anche Luigi non ci ha mai lasciati soli. Mi ha fatto piacere la loro presenza e, poi, il corteo che ha visto tanti giovani, dopo 45 anni, ricordarsi della nostra famiglia”.

L’ex tesoriere FdI alla Camera va ai domiciliari per riciclaggio

Èil 23 dicembre 2015. L’avvocato di Latina Paolo Censi fa un’ultima telefonata per poi suicidarsi nel suo studio. Nel cestino delle carte, sotto la sua scrivania, la Squadra mobile di Latina troverà il pezzo fondamentale che mancava per chiudere le indagini, in corso da tempo, su una delle più grosse operazioni di riciclaggio della zona. Sigle di società svizzere, una pista che porta a un tesoro di 60 milioni di euro chiuso in conti a Lugano. E un nome di peso, Pasquale Maietta, all’epoca tesoriere del gruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, già al centro di un inchiesta sul sistema di potere dei clan dei Di Silvio.

È nata così l’inchiesta della Procura di Latina che ieri si è conclusa con tredici provvedimenti cautelari e una cinquantina di indagati. Maietta, non ricandidato dal partito di Giorgia Meloni, è finito ai domiciliari, mentre la lente degli investigatori si è avvicinata a quello che appare come uno schema di riciclaggio ramificato ed efficiente. Il sistema prevedeva, secondo gli inquirenti, un flusso di soldi in nero, derivanti da diversi reati tributari, verso società e conti svizzeri, da dove ritornavano in Italia. Tra le persone sottoposte a indagini ci sono commercialisti di Lugano, imprenditori romani e pontini e gli amministratori delle società accusate di riciclaggio e reati tributari. Tre finanzieri sono stati sospesi dal servizio con l’accusa di aver passato informazioni sull’inchiesta agli indagati. Nelle indagini è coinvolta anche la vecchia gestione del Latina calcio, presieduta fino all’ingresso della nuova proprietà – estranea alle indagini – dallo stesso Pasquale Maietta. Oltre all’ex tesoriere di Fratelli d’Italia è finita agli arresti la sua socia nel Latina calcio, Paola Cavicchi.