“Doveva tutelare i migranti”. La nave Ong torna in mare

Potrà tornare in mare la Open arms, nave dell’omonima Ong spagnola, attiva nel salvataggio di migranti nel Mediterraneo centrale, sequestrata a Pozzallo il 18 marzo scorso su richiesta della Dda di Catania. Un provvedimento che conteneva una dura accusa per gli operatori umanitari, associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Ieri il Gip di Ragusa – che il 28 marzo aveva ricevuto il fascicolo dai colleghi di Catania, dopo l’esclusione dell’ipotesi di associazione e l’invio per competenza alla procura ordinaria – ha rigettato la richiesta di sequestro, liberando la nave dal provvedimento cautelare. Cade così – almeno in questa fase – l’accusa di violazione del Testo unico sulla migrazione: per il Gip la Ong ha agito in stato di necessità, evitando di rimandare i migranti in Libia, paese dove sono a rischio i diritti umani fondamentali.

L’accusa contro la Proactiva Open Arms si basa su tre informative redatte dallo Sco della Polizia di Stato e dallo Scico della Guardia di finanza (documenti alla base dell’ipotesi di reato, poi caduta a Catania, di associazione per delinquere), dalla Guardia costiera e dalla Marina militare. L’organizzazione umanitaria è stata indagata per non aver rispettato gli ordini di consegna dei migranti, già salvati in mare durante una serie di operazioni del 15 marzo scorso, alle motovedette della Guardia costiera libica e per non aver chiesto lo sbarco dei 218 naufraghi a Malta, dirigendosi verso la Sicilia.

Le note del Comando generale del corpo delle Capitanerie di porto citate dal Giudice di Ragusa affermano che l’affidamento del coordinamento delle operazioni di salvataggio ai libici deriva dall’esistenza di una regione Sar (area di competenza di uno Stato per il Search and Rescue) dichiarata da Tripoli il 14 dicembre dello scorso anno. Il riconoscimento della competenza libica non è ancora disponibile sui database dell’Organizzazione marittima internazionale Imo. Fatto che – secondo le note del Comando generale delle capitanerie di porto citate dal Gip – non “toglie efficacia costitutiva e riconoscimento alla suddetta dichiarazione Sar”. Per la Guardia costiera “le funzioni e le operazioni di ricerca e soccorso – si legge nel decreto di dissequestro – vengono svolte di fatto dalla Libyan Navy Coast Guard”. La sola esistenza di una Sar zone libica non è però sufficiente per giustificare la consegna dei migranti alle motovedette di Tripoli, aggiunge il giudice di Ragusa. Le convenzioni internazionali prevedono che i naufraghi una volta salvati devono essere portati in un “posto sicuro” (Place of safety). Nel caso dei migranti questo luogo “comprende necessariamente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone”, contesto sicuramente estremamente critico per quanto riguarda la Libia, “luogo dove avvengono gravi violazioni dei diritti umani”. Dunque la Open Arms non consegnando i migranti ai libici ha rispettato il principio di non respingimento, evitando “un pericolo di un danno grave alla persona”, agendo in “stato di necessità”. Per quanto riguarda l’accusa di non aver sbarcato i migranti a Malta, secondo il Gip su questo punto c’è una “situazione di fluidità e incertezza”, dovuta anche alla mancata ratifica degli ultimi emendamenti ai trattati sui salvataggi da parte delle autorità maltesi.

Il decreto del Gip di Ragusa ricostruisce nel dettaglio i drammatici momenti del salvataggio del 15 marzo, quando la Open arms si trovò di fronte una unità libica, che intimava – “minacciando di utilizzare le armi” – la consegna delle donne e dei bambini appena salvati. Il capitano lanciò l’allarme antipirateria, chiedendo il supporto della Marina italiana. La risposta fu netta: “Rivolgetevi a Madrid”. Su questo episodio +Europa ha presentato una interrogazione, chiedendo di avere risposte sulle minacce dei libici e sulla sorte dei migranti riportati a Tripoli.

Penalisti in sciopero per accelerare le riforma delle carceri

Il governo superi lo stop della Camera e approvi definitivamente il decreto che dà attuazione al cuore della riforma dell’ordinamento penitenziario, ampliando innanzitutto il ricorso alle misure alternative al carcere. La richiesta è stata espressa in una conferenza stampa convocata ieri dall’Unione delle camere penali, che ha proclamato due giornate di sciopero, il 2 e il 3 maggio prossimi, contro il mancato inserimento del decreto nei lavori delle Commissioni speciali di Camera e Senato. Attorno allo stesso tavolo – accanto al presidente dell’Ucpi Beniamino Migliucci, al responsabile dell’Osservatorio carceri Riaccaro Polidoro e al presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin – Rita Bernardini del partito Radicale il Garante per i diritti dei detenuti Mauro Palma (con Emilia Rossi componente della stessa Autorità) e il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. Le Camere avevano dieci giorni dalla trasmissione del decreto (già in seconda lettura) per esprimere il loro parere (non vincolante e non sul merito, ma sulla conformità alla delega). Termine trascorso inutilmente, con la scelta di affidare l’incarico alle Commissioni ordinarie. Di qui la richiesta al governo di procedere comunque.

Principato con Davigo: “Md si è appiattita su logiche spartitorie”

Oggi pomeriggio nella Sala Europa della Corte d’appello di Roma il gruppo di Piercamillo Davigo, Autonomia e Indipendenza, ha organizzato un convegno, “Il momento del cambiamento, proposte per un nuovo Csm”, in vista delle elezioni fissate per l’8 e il 9 luglio. AeI è nata dalla scissione di Magistratura Indipendente, corrente di destra, ma i simpatizzanti sono trasversali. Lo dimostra un neo ingresso destinato a fare rumore. Dopo decenni di adesione a Magistratura Democratica, la corrente di sinistra, Teresa Principato si è iscritta ad AeI. È uno degli storici pm antimafia di Palermo, già al fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ora in Dna.

Da Md ad AeI, è la caduta del Muro di Berlino in magistratura?

Mi sono iscritta a Md nel 1980, quando per un giovane magistrato che voleva fare carriera tale scelta era penalizzante: eravamo sprezzantemente definite “le toghe rosse”. Ma io aderii perché Md incarnava i miei ideali di uguaglianza sociale, di autonomia della magistratura. La mia convinta adesione è durata per molto tempo fino a quando la mia corrente ha iniziato una sua fase dapprima di appannamento, poi di declino e quindi di perdita d’identità. L’unione con Movimenti per la Giustizia, che ha portato alla nascita di Area (il gruppo maggioritario al Csm, ndr) non credo abbia portato cambiamenti positivi.

In che senso declino?

Appiattimento sulle logiche correntizie, spartitorie, per le nomine che competono al Csm. Un aspetto molto grave, per una che ha sempre creduto e ispirato il proprio lavoro alle regole e a sistemi meritocratici. Da molto tempo la mailing list dell’ Anm ma anche quella di Area è piena di messaggi della base della magistratura che esprime sfiducia nei confronti dei metodi della corrente.

Si riferisce alle polemiche per la nomina in Cassazione di Donatella Ferranti, rientrata in ruolo dopo essere stata in Parlamento?

È l’ultimo caso palese di violazione delle regole, al di là dei suoi meriti.

La Terza Commissione ha rivendicato la legittimità della proposta, approvata dal Plenum a maggioranza, perché da ex segretario generale del Csm Ferranti ha il titolo per stare in Cassazione…

Il regolamento del Csm prevede che per saltare la valutazione si debba già aver esercitato la funzione di legittimità.

Qualcuno potrebbe obiettare che Il suo giudizio sul Csm è rancoroso dato che le sue domande presentate in questa consiliatura sono state bocciate…

Il mio non è che uno dei casi di stravolgimento delle regole da parte di questo Consiglio. Le mie domande, con stupore di tutti, non sono state prese in considerazione, nonostante nella mia carriera io mi sia sempre occupata, sin da epoca precedente alle stragi, di lotta alla mafia a ogni livello, mentre sono state accolte quelle di chi non ha esercitato la giurisdizione per anni. È stato un periodo di forti disillusioni, ma parliamo di fatti di un anno fa. Da allora io non ho più presentato alcuna domanda. A maggior ragione oggi non ho alcun “obolo” da chiedere; sono alla Dna e per me va benissimo così.

Ci ha pensato molto prima di lasciare Md?

La mia decisione è maturata dolorosamente dopo una lunga riflessione e dopo aver visto tante sopraffazioni di fronte alle quali la mia corrente è rimasta a volte in silenzio per paura di rimanere isolata. Ho voluto, però, esprimere un atto di speranza e aderire a una corrente che sostiene i principi essenziali nei quali credo: corretto riconoscimento del merito, autonomia del pm. Ha pure centrato il problema della corruzione come uno dei principali mali che oggi devastano il Paese, come l’interfaccia della mafia, indicando anche dei validi rimedi da adottare. Non prendo neppure in considerazione il fatto che AeI sia una corrente di destra. Ormai ogni distinzione tra destra e sinistra è purtroppo superata. D’altra parte, mi trovavo sempre d’accordo con le valutazioni di Paolo Borsellino, notoriamente uomo di destra. Spero che questa corrente qualora arrivi al Csm perseveri nelle sue buone intenzioni.

Non è che l’ha convinta Davigo a passare con AeI?

Non ho parlato con nessuno della mia sofferta decisione. Ho scritto una lettera a Md motivando le ragioni del mio passo indietro e contestualmente al coordinatore di AeI Alessandro Pepe per chiedere l’iscrizione. Un’esigenza assolutamente mia, venuta dalla presa d’atto del mio scollamento ideologico con Md.

Trattativa, Mancino pentito. “Non ritelefonerei al Colle”

“Ci sono state espressioni estreme e inopportunamente polemiche da parte delle difese che hanno travalicato la dialettica processuale”, dice il pm Vittorio Teresi prima dell’ingresso in camera di consiglio della Corte. Dopo 220 udienze, 250 testi, e una trentina di collaboratori di giustizia ascoltati in cinque anni nell’aula bunker di Palermo, cala il sipario sul dibattimento della trattativa Stato-mafia con l’ennesima schermaglia tra accusa e difesa. “Questa dialettica non ci appartiene e la respingiamo”, prosegue il pm che rinuncia, anche a nome del collega Roberto Tartaglia, alle repliche finali. E se l’avvocato di Dell’Utri, Giuseppe Di Peri, protesta, facendo rilevare che le parole del pm costituiscono già una replica, il collega Basilio Milio, difensore di Mori, si scusa: “Si è parlato di espressioni estreme e asseritamente diffamatorie nei confronti della Procura. Se così sono state percepite, me ne scuso”.

Poco prima l’ex ministro Nicola Mancino, nell’ultima dichiarazione spontanea, ripropone la sua versione dell’incontro con Paolo Borsellino, il 1° luglio ’92: “Non conoscevo fisicamente il compianto magistrato, ma quel giorno non esclusi di avergli potuto stringere la mano come stavo facendo con tutti quelli, non sempre da me conosciuti, che facevano ressa avanti al mio ufficio’’. E legge il verbale di Vittorio Aliquò che quella mattina accompagnò Borsellino al Viminale: “È entrato prima Borsellino, una piccola stretta di mano, non abbiamo avuto la possibilità manco di parlare – legge Mancino –. Può bastare la dichiarazione del dottor Aliquò per seppellire tutte le insinuazioni, per mettere definitivamente da parte le tante ricostruzioni che vennero erette col deliberato desiderio di demolire la mia immagine’’. A sorpresa, l’ex ministro fa autocritica sul pressing telefonico al consulente dell’ex capo dello Stato, Loris D’Ambrosio: “A posteriori penso che sarebbe stato meglio non telefonargli”. Ma precisa: “Ho sempre sostenuto non l’avocazione delle indagini, ma il coordinamento da parte della Procura nazionale antimafia”.

Sono state le ultime battute di un’udienza durata meno di un’ora nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, al termine della quale il presidente Montalto ha dichiarato chiuso il dibattimento ritirandosi in camera di consiglio con la giudice a latere Stefania Brambille e i sei giudici popolari. Dalla presenza di numerosi e robusti bagagli, trolley e beauty case, si può ipotizzare una permanenza di alcuni giorni per giungere alla sentenza che in qualche modo si preannuncia “storica”.

Interpellato dai giornalisti fuori dall’aula, Mancino non ha azzardato previsioni: “Quando prevedo che la mia squadra di calcio vinca la sua partita le cose non vanno come penso, quindi sto più attento e non faccio pronostici… – dice –. Io tifo per il Torino dal 1946”.

RaiDue, Forza Italia dà l’assalto alle vicedirezioni

La lega accelera per prendersi il Tg1? E Forza Italia risponde con l’assalto alle vicedirezioni di Rai2, in collaborazione con il Pd. Le voci da Viale Mazzini confermano che, nonostante lo stallo sul governo (o magari grazie a), nel centrodestra sono attivissimi per conquistare posizioni. E l’attivismo del Carroccio sta spingendo gli alleati-rivali di FI a muoversi. Per esempio a Rai2, dove si parla di due vicedirezioni in bilico. E di Forza Italia già attivissima per accaparrarsele giocando di sponda con il Pd. Tanto che c’è già chi sussurra di un mini-Nazareno per le due poltrone, sempre in funzione anti-leghista. Mentre crescono i timori tra i Cinque Stelle, che temono di ritrovarsi con una Rai dove i posti di comando saranno tutti in mani ostili, prima che la matassa del governo venga risolta in un modo o nell’altro. “Se stiamo così fermi rischiamo di ritrovarci al palo”, circolava anche a tra alcuni partecipanti al convegno organizzato a Ivrea da Davide Casaleggio, Sum 02, una decina di giorni fa. Ma la linea ufficiale per ora resta quella: restare fuori dal gioco della lottizzazione.

Sky blocca il bando di Mediapro: la Serie A può partire senza tv

La partita dei diritti tv del pallone è diventata una battaglia legale: Sky ha chiesto e ottenuto dal Tribunale di Milano una sospensione fino al 4 maggio del bando di MediaPro, la società di Barcellona che ha acquistato i diritti della Serie A per 1,05 miliardi a stagione e deve rivenderli alle emittenti. Due i punti contestati: l’assenza di un prezzo minimo per i pacchetti, previsto dalla Legge Melandri (in realtà c’è, ma è segreto); la presenza di prodotti preconfezionati, con tanto di pubblicità e telecronache, che sconfinerebbe dal ruolo di “intermediario” imposto dall’Antitrust. “Il bando solleva così tante perplessità da rendere necessario verificarne la legalità prima di presentare offerte”, spiega Sky. Con la cautelare i tempi si allungano: prima gli operatori avevano tempo fino al 21 aprile per le offerte, e MediaPro fino al 26 per la fideiussione da un miliardo. Adesso è tutto rinviato al 4 maggio e gli spagnoli devono presentare la garanzia a “scatola chiusa”, senza conoscere l’esito del bando e la sua legittimità. Un salto nel vuoto che spaventa soprattutto i presidenti della Serie A, a rischio collasso senza i soldi dei diritti tv, che infatti invocano “una soluzione rapida”. Difficilmente saranno accontentati e giovedì in assemblea si tornerà a parlare del canale della Lega. Mentre gli spagnoli avvertono: “Chi ci pede è il calcio italiano”.

Governo: 4 milioni ai Bernabei per produrre la serie sui Medici

Le riprese sono in corso in queste settimane e la messa in onda è prevista per il prossimo autunno. Si tratta della seconda serie de I Medici, la fiction sulla signoria fiorentina la cui prima stagione, 4 serate trasmesse nel 2016 (8 episodi da 50 minuti l’uno), è stata un grande successo di pubblico. Coprodotta dalla Rai e realizzata da Lux Vide, è stata venduta in oltre cento Paesi. La serie è stata co-finanziata da Viale Mazzini con 8,3 milioni di euro nel 2014 (prima serie) e 11 milioni nel 2016 (seconda serie). Il piano 2018 di Eleonora Andreatta (direttrice di Raifiction) dovrebbe prevederne altri 11 per la terza.

E fin qui tutto normale. A essere insolito è un aiutino da 4 milioni di euro ricevuto dallo Stato. Si parte con una delibera del Cipe (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che il 23 dicembre 2015, all’interno degli interventi del FSC (Fondo di sviluppo e coesione), concede 11 milioni e 50 mila euro alla Regione Toscana “per il finanziamento del programma di interventi a sostegno dell’industria audiovisiva localizzata nel territorio della regione, nell’ambito del progetto Sensi contemporanei”, si legge. Uno stanziamento stipulato attraverso il ministero dei Beni culturali: 9,5 milioni per il 2016; 1,05 milioni per il 2017; 500 mila euro per il 2018.

L’anomalia sta in quei 4 milioni destinati espressamente alla realizzazione de I Medici: “Per il sostegno alla produzione audiovisiva sono stanziati 5,430 milioni, di cui 4 milioni per il co-finanziamento della produzione di una fiction televisiva dedicata alla storia della famiglia Medici di Firenze”, recita la delibera che porta la firma dell’allora premier, Matteo Renzi, e del sottosegretario con delega al Cipe, Luca Lotti.

Tutto lecito, anche se è davvero insolito che il titolo della serie venga espressamente citato in una delibera del governo. Il Cipe, però, in questo caso non ha fatto altro che prendere atto di una richiesta del ministero seguita a una legge regionale del 30 marzo 2015. La Toscana ha chiesto di destinare quei soldi al progetto, il Mibact ha avallato la richiesta e il Cipe ha erogato i fondi: “Quando la richiesta arriva sul nostro tavolo, i giochi sono fatti, possiamo solo prenderne atto. Poi sta alla Corte dei conti rilevare eventuali irregolarità, che in questo caso non ci sono”, spiegano dal Cipe. Andiamo, dunque, a Firenze. “Un ruolo rilevante dell’intero programma è riservato alla realizzazione della serie sul Rinascimento e famiglia Medici, progetto a cui la società Lux Vide sta lavorando da anni, riuscendo a farlo includere nel piano di produzione di Rai fiction con un finanziamento Rai pari a 8 milioni e 300 mila euro, ai quali si aggiungono i 4 milioni previsti dalla presente proposta”, si legge nella relazione tecnica della Regione Toscana.

Ribadiamo, tutto regolare. Ma l’interrogativo è: perché una serie tv già finanziata in maniera considerevole dalla Rai, con oltre 30 milioni per tre stagioni, deve ricevere altri 4 milioni da Palazzo Chigi (anche se attraverso l’utilizzo di fondi regionali)? Il Cipe, infatti, non sovvenziona direttamente serie tv. L’unico caso è stato Agrodolce, la serie siciliana voluta da Giovanni Minoli, andata in onda nel 2008 e nel 2009 e poi stoppata, con la revoca di fondi pubblici per 24 milioni. Le Regioni, invece, hanno anche questa funzione ma il processo di erogazione è più complesso e avviene quasi sempre tramite bandi.

Il finanziamento a I Medici, insomma, sembra un bel regalo alla Lux Vide, la società di produzione fondata dall’ex direttore generale della Rai Ettore Bernabei (scomparso nel 2016) e guidata da due suoi figli, Matilde (moglie di Giovanni Minoli, ancora lui) e Luca. Peraltro nell’agosto 2015, cioè poco prima della delibera Cipe, era arrivato a Palazzo Chigi come vicesegretario generale, e proprio dal Mibact, Salvo Nastasi, rampante manager pubblico che è il marito di Giulia Minoli, figlia di Giovanni Minoli e Matilde Bernabei.

Lux Vide è una delle più importanti e potenti case di produzione italiane, una di quelle che più lavora per mamma Rai, per cui produce, tra gli altri, Don Matteo, Sotto copertura, Un passo dal cielo, Che Dio ci aiuti. La prima stagione de I Medici narra le vicende di Lorenzo e Cosimo de’ Medici e in Italia è stata vista da oltre 7 milioni di telespettatori, con una media del 27% di share su Raiuno. Nel cast, stellare, c’è pure Dustin Hoffman.

“Regione e Cipe si sono dimostrati buoni imprenditori, dando una mano a un prodotto che ha fatto conoscere la Toscana e il Rinascimento italiano nel mondo. Per avere quei soldi siamo stati sottoposti a 5 audit. I 4 milioni sono spalmati sulle tre serie, quindi 1,3 milioni a stagione”, spiega l’ad Luca Bernabei. Che poi aggiunge: “Per realizzare la prima serie abbiamo recuperato 12 milioni in Italia e 12 all’estero. Abbiamo girato solo in Toscana portando un indotto considerevole e generando un aumento del turismo del 10-15%”. In autunno, dunque, partirà la seconda serie. Viale Mazzini e Lux Vide sperano di confermare, o superare, il successo del 2016.

Toti fa pace con B.: gli regala il pesto e rinvia la scalata

Giovanni Toti si rassegna all’armistizio. Dopo settimane di critica serrata alla leadership di Silvio Berlusconi, il governatore ligure di Forza Italia è stato ricevuto dall’ex Cavaliere per la cena dell’armistizio. Una cena a quattro – fanno sapere dalle rispettive ambasciate – che si è svolto “in un clima ottimo” nella nuova residenza di Francesca Pascale: oltre ai due leader azzurri erano presenti anche le rispettive partner. L’incontro è stato anche preceduto da una telefonata tra lo stesso Toti e Niccolò Ghedini, con cui i rapporti si erano raffreddati nel periodo della composizione delle liste. Berlusconi avrebbe chiesto al presidente della Liguria di avere una presenza più assidua nella gestione del partito e Toti da parte sua avrebbe garantito di non essere a capo di nessuna fronda. “Gli arancioni”, ovvero i gruppi di “totiani” che sarebbero pronti a costruire un nuovo partito con il governatore, non sarebbero una minaccia – ha rassicurato il presidente della Liguria – ma una serie di liste civiche arruolati per sostenere il centrodestra alle elezioni regionali. Toti, infine, ha regalato a Berlusconi una maxiconfezione del pesto di Pra.

L’establishment ex renziano benedice il M5S

Pier Ferdinando Casini in un’intervista al Corriere della Sera nota l’impegno “atlantico” di Luigi Di Maio e del Movimento 5 Stelle; Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, in un’intervista a Repubblica propone un “governo di tutti” affiancato da una Commissione bicamerale per le riforme con Presidenza del Movimento. Ma l’endorsement forse più pesante è quello di Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, che conta tra i suoi allievi due figli “illustri”, Giulio Napolitano e Bernardo Mattarella.

La scelta del leader M5S Luigi Di Maio di affidare al professor Giacinto Della Cananea la guida di un comitato scientifico con l’obiettivo di individuare le eventuali convergenze programmatiche tra 5 Stelle, Lega e Pd è “una buona idea”. Di Maio è in grado di fare il premier? “Per 5 anni ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Camera. Ma non posso dare un giudizio. Manca l’evidenza empirica”. Lo stesso Della Cananea, peraltro, è un allievo di Cassese, è direttore dell’Italian Journal of Public Law insieme alla giudice costituzionale Marta Cartabia e amico di Mattarella e Napolitano jr.

I segnali si moltiplicano ed evidenziano un dato: nell’establishment italiano, e in particolare in quello che ha saldi contatti col Colle, M5S e Di Maio sono considerati come un oggetto non più da combattere, ma casomai da inglobare nel sistema. Sono mesi che il leader del Movimento è sotto osservazione e l’interesse si è moltiplicato negli ultimi giorni. La svolta è stata evidente con la crisi in Siria: Di Maio si è saldamente collocato nell’Alleanza atlantica, Salvini si è scagliato contro i missili.

Così è cominciata a trapelare la preoccupazione di Mattarella per una politica estera non in linea con le tradizionali alleanze italiane. Mentre Giorgio Napolitano, che fino all’altroieri considerava i 5 Stelle più o meno come il peggiore dei mali, ha notato non senza una certa curiosità il posizionamento di Di Maio: il leader del M5S, insomma, è meno preoccupante del segretario leghista.

A tutto questo si aggiunge un dato: mentre il capo del Carroccio rinvia tutto a dopo le Regionali, dentro l’eterno potere italiano si ritiene “necessario” un governo “istituzionale”. Nel quale deve entrare “a garanzia” il Pd. Tifosi di questa soluzione – oltre a Casini, Calenda e Cassese – tutta quella parte dei democratici (da Franceschini in giù) che lavora per uno “scongelamento” del partito e che è sempre più ostile all’Aventino renziano.

L’ex premier, peraltro, si prepara anche lui a scendere, su richiesta di Mattarella (come dice esplicitamente Valeria Fedeli), mentre uno degli identikit che si fanno per la guida di un governo di questo tipo è proprio una figura alla Cassese. Convergenze.

Ieri, però Renzi non era sull’Aventino e, per la verità, neanche a Roma. Come ha rivelato l’Ansa era in Qatar per partecipare all’Inaugurazione della National Library e visitare gli uffici di Qatar Airways (che ha acquistato Meridiana). Tra gli incontri, anche quello coi vertici della Qatar Foundation, protagonista dell’investimento “Mater Olbia” in Sardegna.

Dallo staff di Renzi le definiscono “relazioni”, ma è l’ennesima prova dello stretto legame tra l’ex segretario e il paese arabo spesso sospettato di vicinanza al terrorismo islamico (il fondo del Qatar veniva citato a suo tempo come salvatore di Mps). La notizia – scrive l’Ansa – arriva da fonti dem. In un momento in cui Renzi è ancora in grado di condizionare le scelte per il governo suona come un avvertimento: non sembrano fonti amiche.

Breve galleria degli orrori dal mondo del “può darsi”

Non sappiamo come andrà a finire, dubitiamo che possa essere “la settimana decisiva”, ma indubbiamente tra oggi e domani il Quirinale darà (o dovrebbe dare) un segnale per fare capire in quale direzione si andrà (o non si andrà) per dare (o non dare) un governo all’Italia a quasi 50 giorni dal voto del 4 marzo. Di un simile disgustoso, illeggibile incipit inzeppato di se, forse, chissà, può darsi, l’autore di questo Diario molto si duole augurandosi che il direttore di codesto giornale lo sollevi da un incarico superiore alle sue (mie) forze. In attesa degli eventi vorremmo lasciare ai lettori superstiti una breve galleria degli errori (e orrori). A nostra parziale discolpa.

Matteo Salvini. Ecco un uomo felice. L’istantanea che ne coglie il ghigno brillo al Vinitaly mentre brinda con l’altrettanto gioiosa presidente del Senato Casellati (vedi più avanti) rende l’idea di un uomo in pace con se stesso a cui tutto va bene anche se dovesse andare male. Si gode la rendita di posizione di chi ha saputo fare due passi indietro per mandare a sbattere chi si sporge avanti (prego Cavaliere si accomodi). “Adesso sono altri che devono muoversi” dice pregustando l’inevitabile casino generato da esploratori, pontieri, traghettatori, governi di scopo e di scopone, di larghe intese e strette vie. Nel frattempo, confida, il cospicuo tesoretto elettorale leghista produrrà nuovi dividendi. Virtù è stare fermi nella palude (Zarathustra). E ricevere in omaggio il Tg1. Per essere invocati, adulati, serviti non occorrono grandi meriti. Basta mettere nelle vele lo spirito del tempo. Un solo grande rischio: che alla fine Mattarella l’incarico lo dia a lui.

Luigi Di Maio. A Vinitaly (la nuova Città del Sole) afferra il calice con un mezzo sorriso perplesso. C’è qualcosa che gli sfugge (e ci sfugge). Forse è astemio. Forse è l’attimo sparito di una maggioranza che sembrava fatta – Palazzo Chigi a un passo – fino a quando il “male assoluto” non ha bucato puff il palloncino. E poi, diamine, era proprio necessario chiamare il possibile alleato Salvini “Dudù” come il barboncino? Tutto copy Di Battista (ma quando se ne va nelle Americhe?). In agguato, la legge di Murphy (se qualcosa può andare male andrà male): l’eventuale incarico a Roberto Fico. Dagli amici mi guardi Iddio.

Silvio Berlusconi. Intercettato (nel senso buono ) mentre tra un inciampo e un sonnellino batte il Molise palmo a palmo. Lui che accoglieva i grandi della terra oggi rimpiange “lo spirito di Pratica di Mare”. Con lo spirito di Campobasso spera di dare una piallata al fidanzato della Isoardi. E poi si vedrà. Dagli amici lo guardi Iddio.

Matteo Renzi. Come Michelangelo il Corriere della Sera gli dà una martellata: perché non parla? Un silenzio che non pesa (nel Pd di sicuro) ma pregno di congetture. Aspetta che i ragazzi Luigi e Matteo si brucino a puntino? Quindi tornare in pista con lo “spirito” di Berlusconi per un governo istituzionale? Lavora a un nuovo partito? Boh. Non è Mosè ma un leader disperso che forse non sa più cosa dire.

Giorgia Meloni. Lei tace ma non acconsente. Se aprisse bocca ne sentiremmo delle belle sulle baruffe dei maschietti alfa Silvio e Matteo che mandano tutto a puttane (non solo nel senso di Silvio). Non è affatto strano che nel centrodestra nessuno la candidi per l’incarico. Potrebbe farcela.

Casellati. Non disdegnerebbe, dice, un possibile incarico di “esploratrice”. Gli crediamo senza problemi. Con quattro tra nomi e cognomi, berlusconiana al cubo (tendenza nipote di Mubarak), una che sfida la poveraccite politica di chi va a piedi o in bus. E si fa scarrozzare trionfante con scorte, lampeggianti e in gondola da parada. Una che potrebbe servire a Mattarella come ultimo avvertimento ai due giovanotti perché la piantino di giocare ai veti incrociati. La restaurazione dopo la rivoluzione. Un po’ come se dopo la ghigliottina Maria Antonietta tornasse a Versailles. Stessa permanente ma senza brioche.