Migliaia di cittadini, imprenditori, commercianti e amministratori hanno sfilato a L’Aquila per protestare contro la restituzione delle tasse – richiesta dalla Commissione europea – che erano state sospese (per imprese e professionisti) dopo il terremoto del 2009. In cima al corteo uno striscione che recitava “No al terremoto fiscale” e un camion con un cartello su cui era scritto: “È incomprensibile. Reduci dal terremoto, vittime dello Stato”. Per Bruxelles le somme non versate a L’Aquila sono da considerare aiuti di Stato. “Questa manifestazione serve a rispondere a questa assurda iniquità – dice il presidente dell’associazione costruttori de L’Aquila, Ettore Barattelli – se non basterà andremo a Roma”. Tra i parlamentari presenti anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “Nel caso de L’Aquila – ha detto – siamo di fronte a un’Europa sorda, cieca, muta e pure un po’ cretina, perché non distinguere aiuti indebiti di Stato dal sostegno per quello che accade in momenti di emergenza non può essere definito in un’altra maniera”.
Di Maio lo avverte: “Pochi giorni e chiudo il forno”
Dà l’ultimatum a Matteo Salvini, allineandosi al Colle. Rifila uno sberleffo e anche di più a Silvio Berlusconi, accennando a eletti forzisti pronti ad abbandonarlo. Però traccia anche una linea meno “atlantista” sulla Siria in vista dell’informativa di Paolo Gentiloni di oggi alle Camere: perché deve ricompattare il M5S, dove le sue parole concilianti dopo l’attacco avevano irritato parecchi.
Nel lunedì che pareva tutto uno stallo, Luigi Di Maio scuote l’albero delle trattative. Perché il segretario del Carroccio che rivendica di voler aspettare le Regionali e oltre lo provoca, per misurarlo. E il candidato premier del M5S raccoglie la sfida. Così dagli schermi di Otto e mezzo detta a Salvini una (mezza) scadenza: “Per aspettare i suoi comodi non dovremmo avere un governo prima del 15 maggio? Ho proposto un accordo su due forni, ma aspetto ancora qualche giorno e poi uno di questi due forni si chiude”. Insomma, non si possono aspettare le urne. Ed è un messaggio anche per ostentare lealtà al Quirinale, che vuole tempi rapidi.
Poi per mordere meglio il Carroccio Di Maio torna a chiamare al tavolo il Pd, tutto: “Mi rivolgo al Partito democratico nella sua interezza, non ho mai voluto spaccarlo”. Ed è un nuovo segnale a Matteo Renzi, nonché l’ennesimo amo alle minoranze. Certo, la strada di un accordo con il Pd rimane impervia, innanzitutto per i numeri stretti. E la prima opzione resta la Lega, per mille motivi. Ma dopo aver riunito i suoi nel pomeriggio, Di Maio ha deciso di togliersi i guantoni. E picchia duro, sul Salvini che doveva strappare con il Caimano e invece finora è rimasto dov’era: “Si sta assumendo una responsabilità storica nel continuare con Berlusconi. Il capo di Forza Italia lo ha umiliato al Quirinale, su questo ha ragione Alessandro Di Battista”. Tradotto, l’ex deputato romano che aveva sparato contro Berlusconi giorni fa non faceva crepitare fuoco amico: “Non credo che Alessandro abbia detto quelle cose per sabotare qualcosa, ma ha tutta la libertà di dire quello che vuole”. Parole molto diplomatiche. Ma di certo ora il Di Battista bellico gli torna utile. E infatti picchia pure lui: “So che parlamentari di FI vogliono uscire”.
Sillabe che riflettono segni concreti, spiegano: “Diversi forzisti ci hanno detto di volersene andare, e noi gli abbiamo risposto di rivolgersi alla Lega”. Nell’attesa Di Maio parla pure di Siria. Lo spunto per l’ennesimo attacco a Salvini (“le dichiarazioni sulla Siria di Salvini sono irresponsabili anche perché fatte da un palco elettorale”). Ma anche e soprattutto per un aggiustamento di rotta. Necessario, visto che dopo l’attacco Di Maio era stato più che filo-Nato: “Restiamo al fianco dei nostri alleati, mi auguro che l’attacco resti un’azione limitata”. E diversi parlamentari ed eletti si erano infuriati, assieme a una bella porzione della base, perché il M5S è sempre stato contro i raid. E le proteste piovute sui social lo hanno ricordato a chiare lettere. Così ieri Di Maio si è corretto: “Il faro rimane l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra, bene ha fatto Gentiloni a non partecipare all’attacco”.
Linea che verrà rispecchiata dagli interventi dei capigruppo oggi in Parlamento. Però l’ossessione è il governo, subito. “Voglio capitalizzare il consenso in questa legislatura” scandisce Di Maio. Ovvero, niente voto anticipato. Ma in serata Salvini risponde secco: “Se Di Maio preferisce il forno di Renzi si accomodi”. Ergo, la partita è ancora lunga.
Schiaffo di Salvini al Colle: “Governo dopo le Regionali”
Oggi scade l’ultimatum del capo dello Stato a Matteo Salvini, dopo la sceneggiata berlusconiana di giovedì scorso al Quirinale, durante il secondo giro di consultazioni. Una settimana che doveva chiudersi con l’incarico a Luigi Di Maio in base allo schema Cinquestelle-Lega e che invece ha prolungato lo stallo. Di qui le dure parole di Sergio Mattarella del successivo venerdì, “nessun progresso”. E che comunque registravano un’ulteriore attesa di altri quattro giorni per le decisioni del leader leghista sul nodo di B. nella trattativa con il candidato premier dei grillini.
La risposta di Salvini è arrivata ieri dal Molise, dove si vota domenica prossima, il 22 aprile. Più che una risposta, uno schiaffo alla pazienza maieutica del presidente della Repubblica: “È chiaro che se in Molise e in Friuli verrà premiata la forza e la chiarezza delle battaglie della Lega, nell’arco di 15 giorni chi deve capire capisce e ci sarà un governo”.
In una fase di stallo anche il tempo è sostanza e per la prima volta il capo del Carroccio esce allo scoperto sulla sua strategia dilatoria: aspettare la fine del mese quando questo mini-turno delle elezioni regionali si completerà con le urne in Friuli Venezia Giulia, in cui è favorito un fedelissimo salviniano, Massimiliano Fedriga. L’esatto opposto, cioè, delle raccomandazioni del Colle contro i perditempo tatticisti.
Ché un conto è offrire al capo dello Stato “un innesco di trattativa” e poi arrivare in tempi brevi a una soluzione con tanto di incarico. Altro invece continuare a non dare segnali concreti e rinviare tutto alla fine di aprile, a quasi due mesi dalle elezioni politiche d’inizio marzo. Non solo. Nei fatti, la dichiarazione di Salvini brucia la carta del mandato esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Se domani o giovedì Casellati dovesse ricevere il mandato quali speranze avrebbe di tessere con successo una tela dopo l’uscita leghista?
In pratica, nessuna. L’unico vantaggio, chiamiamolo così, del Colle sarebbe quello di “certificare l’impotenza” dei due schemi che si sono rincorsi la scorsa settimana: Cinquestelle-Lega oppure Cinquestelle-centrodestra. Di ritorno da Forlì – dove ha ricordato i trent’anni dalla morte di Roberto Ruffilli, ammazzato dalle Brigate Rosse – Mattarella ieri sera al Quirinale si è riunito con i suoi consiglieri per mettere a punto i passi da compiere tra oggi e domani. Sul tavolo c’è sempre l’opzione anti-stallo per non assecondare, appunto, i giochini di Salvini sulle elezioni regionali. Ovvero aprire una nuova fase che accantoni la trattativa tormentata tra Di Maio e Salvini (e i due, domenica scorsa, hanno accuratamente evitato di incrociarsi al Vinitaly di Verona).
È la strada questa del governo di transizione che dovrebbe muoversi su uno schema con un nome “terzo”, che comprenderebbe pure un nuovo velocissimo giro di consultazioni.
Alle nove di ieri sera queste le ipotesi sulla scrivania del presidente dopo aver preso atto che per tutta la giornata non sono giunti “input dai partiti”. Tocca quindi solo a lui “pensarci” e comunicare la sua decisione tra domani e giovedì, dopo che a Forlì un passaggio del suo discorso per l’amico democristiano Ruffilli è stato un chiaro messaggio alle forze politiche, nessuna esclusa. Questa la lezione del senatore ucciso dalle Br e valida ancora oggi: “Adeguare il nostro modo di stare insieme ai mutamenti che si realizzano nel corso del tempo. Ricercare punti di convergenza e di alleanze, senza restare arroccati. Seguire la lezione sul senso di comunità che lega tutti i cittadini della nostra Repubblica”.
Frasi che sono lontane anni luce dalla propaganda elettorale di Salvini ieri in Molise, in cui a prevalere sono gli interessi di parte nella contesa infinita tra lui e il Condannato.
Mediaset Premier
Chi vuole sbirciare dietro le quinte della politica di questi giorni deve ricordare quel che accadde cinque anni fa. Anche allora si era votato da poco, le urne avevano partorito tre blocchi non autosufficienti e pareva quasi impossibile che due di essi facessero un governo. Allora però c’era un presidente – Napolitano, fra l’altro in scadenza – smaccatamente di parte (la sua), portatore di un progetto politico ben preciso: l’inciucio Pd-Pdl-Centro, già sperimentato col governo Monti e platealmente bocciato dagli elettori, per tagliar fuori i 5Stelle. Oggi invece c’è Mattarella, che applica la Costituzione e attende di sapere dai partiti quale maggioranza vogliono formare. Bersani puntava a un “governo di cambiamento” e di minoranza (almeno al Senato, dove neppure col Porcellum la coalizione Pd-Sel aveva i numeri), presieduto da lui con l’appoggio esterno dei 5Stelle, e giurava di non volersi alleare con B.: proprio come oggi Di Maio, pronto a governare col Pd o con la Lega, ma non con B.. Il quale nel 2013 smaniava per rendersi indispensabile a un governo purchessia, da ricattare per i soliti affari suoi: proprio come oggi. I 5Stelle, atterrati su un pianeta inesplorato, sospettavano di tutti e non volevano allearsi con nessuno: proprio come il Pd oggi.
In quello stallo – culminato nel famoso incontro-scontro in streaming fra Bersani & Letta e Crimi & Lombardi – si infilò B., con la complicità delle sue quinte colonne del Pd, che lavorarono con lui a logorare Bersani fino a scippargli il partito. In pochi giorni, complice l’iniziale ottusità degli inesperti grillini che si fecero usare dal partito dell’inciucio senza neppure accorgersene, il Caimano che aveva appena perso 6 milioni e mezzo di voti tornò protagonista e si riprese il centro della scena piazzando chi voleva lui prima al Quirinale e poi a Palazzo Chigi. Anche allora, come sempre e come oggi, a fare la spola fra i palazzi del potere c’erano gli eterni mediatori del Partito Mediaset: Fedele Confalonieri e Gianni Letta. Due fiduciari di un’azienda privata, mai eletti da nessuno né investiti di incarichi politici in FI, eppure regolarmente ricevuti con tutti gli onori come ambasciatori di uno Stato sovrano e alleato. Il loro obiettivo, tramontata la candidatura al Colle dell’amico Franco Marini (scelto da B. in una rosa di nomi proposti dal Pd), era lasciare Re Giorgio lì dov’era, per sventare la minaccia di un antiberlusconiano storico e impenitente come Prodi al Quirinale e il coinvolgimento dei 5Stelle nell’area di governo. Però B. non aveva i numeri per farcela: gli occorreva una sponda nel Pd.
Tantopiù che intanto il M5S era uscito dal freezer candidando Rodotà al Quirinale, appoggiato da Sel e molto amato dagli elettori di centrosinistra. E Grillo aveva dichiarato al Fatto: “Abbiamo proposte come l’anticorruzione, la legge sul conflitto d’interessi e quella sull’ineleggibilità della Salma (Berlusconi, ndr). Bersani ci pensi. Eleggere Rodotà insieme sarebbe il primo passo per governare insieme”. Non un governo di minoranza appoggiato dall’esterno, ma un governo politico con tutti i crismi: un incubo, per il Partito del Biscione e per tutto l’Ancien Régime, che avrebbero perso il controllo. B. mosse le sue pedine nel Pd, fece balenare a D’Alema un possibile appoggio per il Colle e allo scalpitante Renzi le elezioni anticipate che gli avrebbero consentito di candidarsi a premier. La mattina del 19 aprile, per tenere unito il Pd, Bersani propose Prodi all’assemblea dei suoi grandi elettori. Il Professore – in Mali per una missione Onu – conosceva bene i suoi polli: un pezzo del Pd era di proprietà di B., infatti il Corriere parlava di 120 parlamentari dem pronti a firmare un documento contro di lui. Dunque pregò Bersani di procedere con voto segreto. Ma appena il segretario disse “Prodi”, l’assemblea scattò in piedi: standing ovation, approvato per acclamazione. E Sel si accodò. Bersani avvertì telefonicamente il Prof, ma non lo convinse. Prodi chiamò la moglie Flavia, a Bologna: “Vai pure alla tua riunione tranquilla, tanto presidente non lo divento di sicuro”. La sua candidatura fu lanciata alla quarta votazione, la prima con maggioranza del 50% più 1. Bastavano 504 voti su 1007 elettori. Pd e Sel ne avevano 496: con una decina di centristi montiani in libera uscita era fatta. E infatti alcuni montiani e qualche grillino votarono Prodi. Al quale però mancarono 101 voti. Quindi i franchi traditori erano almeno 120. Tutti targati Pd: Sel aveva marchiato tutte le sue schede facendo scrivere dai suoi “R. Prodi”.
Renzi, da Firenze, fu il più lesto ad annunciare: “La candidatura Prodi non esiste più”. Anche perché, con Prodi, spariva pure il suo rivale Bersani, che si dimise subito. Fu un’operazione di killeraggio in grande stile, studiata a tavolino nei minimi dettagli, col concorso attivo di tutte le correnti (prodiani esclusi). Tanti sicari in simultanea, come i 12 pugnalatori dell’Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie. E un solo utilizzatore finale: B., che chiamò subito Napolitano per chiedergli di restare. Questi, che ancora il 14 aprile definiva “pasticcio ridicolo” l’eventuale rielezione, l’indomani accettò. Previo pellegrinaggio al Colle di tutti i leader sconfitti alle elezioni. Il Corriere riferì di un “lungo, caloroso abbraccio” fra B. e Re Giorgio, che lo ringraziò per il suo “comportamento da statista”. Così Napolitano fu rieletto il 20 aprile e il 24 incaricò Letta jr. per il governo di larghe intese. E l’Italia, dal possibile rinnovamento, ripiombò in piena Restaurazione. Chissà quanti di quei 120 traditori siedono ancora tra i banchi del Pd. Lo vedremo presto, quando dovranno scegliere fra un premier di cambiamento e un Mediaset Premier. L’ennesimo.
I fidanzatini che scappano dal balcone
A papà piaceva Luca. Lo tranquillizzava. Era troppo simile a lui, vestiva come lui, blazer e mocassini di cuoio; parlava con spiccato accento lombardo come lui, profumatissimo come lui, usavano la stessa acqua di colonia; come lui si dava delle arie da leader, col fare di chi non è che creda di essere meglio di tutti, no, sono gli altri che sono tutti peggio di loro. Insopportabili, malgrado affascinanti.
Al contrario odia Pasquale, il mio fidanzato attuale. Non lo capisce. Pasquale, nonostante la brillantezza d’eloquio, parla con accento calabro lucano, ma soprattutto ascolta, inconcepibile per papà, pensa che abbia qualcosa da nascondere. Pasquale odora di lenzuola stese al sole, indossa dei sandali da marzo a ottobre, sorride quando è giusto e a volte si commuove. Come un uomo mi verrebbe da pensare!
No, per papà non è un uomo e sicuramente non quello giusto per me, quindi… “in casa non lo voglio vedere”. Ma io lo amo. Quindi a casa lo faccio venire, di nascosto da papà. Mamma invece adora Pasquale, gli ricorda il suo amore di ragazza, un aviatore, ma i genitori si erano messi di traverso e quello era volato via. Forse per questo fa il tifo per noi, e quando papà rientra lei ci viene ad avvertire, allora Pasquale sgattaiola fuori in terrazzo, scavalca il davanzale e si cala lungo la grondaia per un piano, fino al giardino condominiale, poi mi lancia un bacio e s’allontana, tutto con angelica grazia e felina agilità. E pensare che anche Luca ci aveva provato, la prima volta, quando ancora non era di casa, solo che scavalcando si era strappato il pantalone di velluto ed era atterrato sull’erba con un tonfo sinistro e bestemmia soffocata. Vuoi mettere? Non c’è paragone.
(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)
Cesare come Renzi. È ora di varcare il fiume Rubicone
Èil 49 a.C., i legionari attendono un segnale da Cesare. Essi sono pronti a varcare un piccolo, insignificante fiume che passerà alla storia proprio perché il futuro dittatore decide di infrangere un tabù: attraversare quel confine con un esercito in armi. Alea iacta est!, disse Cesare, secondo Svetonio (vita di Cesare 31), quando ruppe ogni indugio in quella notte del 10 gennaio. E da quel momento si accese irreversibilmente il conflitto tra Cesare e il senato di Roma e soprattutto tra Cesare e Pompeo. Ancora una guerra civile che avrebbe fatto precipitare sempre più Roma nella violenza, nel caos, nella distruzione sociale ed economica. Oggi, la politica italiana si trova così impantanata da suscitare la suggestione (o la paura) della medesima metafora di 2000 anni fa: varcare un Rubicone. Il fiumiciattolo stavolta starebbe nella scelta del Pd di interloquire con il M5S per tentare di varare un governo possibile per l’Italia e chi potrebbe indurre davvero quel partito a fare il grande passo non sarebbero né Franceschini né Martina bensì Renzi. Il paradosso però è che nonostante l’analogia sia stringente, in qualche misura appare capovolta: Cesare era un politico in ascesa, un vincente mentre Renzi è un capo duramente sconfitto; Cesare varcando il Rubicone dava inizio alle ostilità, mentre Renzi liberando i gruppi parlamentari potrebbe pacificare o attenuare le tensioni politiche che attraversano il parlamento italiano. Resta un ultimo fatto fondamentale: Caio Giulio Cesare era un vero leader, Matteo Renzi… in verità, un po’ meno! Ecco perché c’è da disperarsi, oggi come allora, perché se nessun dado verrà tratto, saranno dolori.
Scorpione, dovresti darti più da fare. Toro: ti tocca obbedire, e in silenzio
ARIETE – “Banalmente avrei potuto prenderlo per amore e infatti, certo, c’entra l’amore, ma era anche il silenzio che c’è tra volere qualcuno e non volerlo”: la tua indecisione ti costerà caro. Consolati con Sara Gamberini (Hacca): Maestoso è l’abbandono. E se lo dice lei…
TORO – Alessandro Masi parla di Idealismo e opportunismo della cultura italiana (Mursia): “Agli ‘ingegneri delle anime’ è chiesto di interpretare la volontà del capo supremo, Stalin”. Così nel dopoguerra, ma anche per te oggi: in ufficio ti tocca obbedire, e in silenzio.
GEMELLI – Nei suoi Racconti scelti (Guanda), William Trevor è pessimista: “S. non chiederà la sua mano, né stamattina né mai, perché nel suo futuro non c’è il matrimonio”. Io invece credo che qualcuno si dovrà ricredere, e per qualcuno intendo il tuo corteggiatore.
CANCRO – “Non volevo allontanarmi da lui e dal suo odore così maschile, ma mi feci forza perché non c’era più tempo”: anziché chiederti Chi ha ucciso Alex? – a quello ci pensa già Janeth G. S. (Fabbri) – domandati se non vale la pena concedere più tempo a chi sai tu.
LEONE – Siamo tutte delle gran bugiarde, disse Paolo Poli (Giulio Perrone). Però non è una buona scusa per imboscarsi e mercanteggiare favori in azienda: “Io non credo a niente e quindi i santi vanno bene. La verità è che bisogna darsi da fare da sé”.
VERGINE – Per una volta fidati di Nando Mainardi e del compianto Enzo Jannacci: “L’era lì/e l’amore lo colpì”. L’importante è esagerare (Vololibero), ma occorre innanzitutto credere: ai colpi di fulmine, agli sguardi a prima vista, alla svista proprio.
BILANCIA – Uno canta: “Mi sono innamorato/ Ma sono inciampato nel mio cuore indeciso”. Anche i tuoi sentimenti suonano un po’ fuoristagione, come la Neve rossa di Susumu Katsumata (Coconino). Poco male: aspetta solo a predisporre il cambio degli armadi prima che il flirt finisca.
SCORPIONE – Nei Racconti del sesso e della depravazione (Rizzoli), Leïla Slimani ricorda che “due amanti hanno dichiarato pubblicamente di combattere il vizio”: tranquillo che non sei tu con la tua compagna/o! Al contrario, dovresti darti più da fare.
SAGITTARIO –Secondo Francesco Frank Lotta “è importante ispirarsi a persone che dimostrano di aver inseguito valori o concetti profondi”. Per trovarle, lui ha dovuto far Ritorno alle terre selvagge (Sperling & Kupfer); a te, invece, basterà guardarti intorno in ufficio.
CAPRICORNO – Scrive Daniel Hume in Fire (Piemme): “A volte persino i legnetti più improbabili, se ben asciutti e manipolati con destrezza, posso servire egregiamente allo scopo”, ovvero accendere un fuoco. Vale soprattutto per la tua sonnecchiante passione.
ACQUARIO – “Pensavamo di avere figli? Il nostro era un matrimonio felice?… Non è innocente fare quel genere di domande, neppure quando puzzi d’alcol alle 10 del mattino”: ecco, evita di porle, così come di sbevazzare; insinua Cristopher Bollen in Orient (Bollati Boringhieri).
PESCI – Non dar retta a Marco Amerighi (Mondadori): Le nostre ore contate valgono solo per lui e il suo plurale maiestatis. Tu invece puoi stare “sicuro: qualunque cosa fosse successa, l’avremmo affrontata insieme”. Insieme a chi? Sono affari tuoi, ma per favore non deludermi.
Facce di casta
Bocciati
Né veti né voti
Mara Carfagna in un’intervista ha annunciato al Tg1 i progetti di Forza Italia nei giorni che verranno: “Il centrodestra è la coalizione che ha vinto le elezioni del 4 marzo. Siamo disponibili a confrontarci con chiunque, ma non accettiamo veti da nessuno”. Possibilmente neanche voti.
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Miracolo stellato
Prima delle consultazioni al Quirinale, Maria Stella Gelmini ha mandato un messaggio diretto ai Cinque Stelle: “Parteciperemo a un governo solo se ci sarà una dichiarazione esplicita e chiara da parte del Movimento 5 Stelle che ci sia pari dignità tra tutte le componenti del centrodestra, Forza Italia e Berlusconi”. Gelmini, guardi che sono i Cinque Stelle mica il Padre Eterno.
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Razza etero
Attilio Fontana, nuovo governatore della Lombardia, ha comunicato che non darà il patrocinio al Gay Pride per la difesa dei diritti Lgbt che avrà luogo a giugno in varie città della regione: “Il Gay Pride è una manifestazione divisiva e quando le manifestazioni sono divisive non sono mai da sostenere. Io sono eterosessuale, ma non è che faccio una manifestazione per accreditare la mia eterosessualità. Le scelte in questo campo devono rimanere personali, sbandierarle è sbagliato”. Notoriamente, infatti, gli eterosessuali sono stati discriminati a causa del loro orientamento sessuale e si sono sentiti costretti ad accreditare le proprie scelte pubblicamente; ed altrettanto notoriamente hanno privilegiato la discrezione sul tema, non perchè non ci fosse nulla da rivendicare, ma perchè temevano che un’ostentazione etero potesse risultare ‘divisiva’. Non c’è che dire, gli eterosessuali sanno proprio comportarsi meglio: sono di un’altra razza.
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Pagina 777 delle consultazioni
Durante il discorso successivo all’incontro con il capo dello Stato, Berlusconi attraverso una notevole interpretazione mimica ha dimostrato di essere l’unico a pensare veramente a coloro che hanno più difficoltà: per i non udenti ha tradotto il discorso di Salvini nel linguaggio dei segni.
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Promossi
Due piccioni con una foto
Sumaya Abdel Qader, consigliera comunale del Pd di Milano, è riuscita a prendere due piccioni con una fava, anzi con una foto. La donna ha postato, in risposta ad Elisa Isoardi che ha pubblicato una sequenza di foto di lei in sottoveste che stira la camicia del compagno Matteo Salvini, una foto che la ritrae comodamente seduta sul divano a leggere, con indosso velo e abiti tradizionali, mentre il marito accanto a lei, chino sulla tavola, sta stirando una maglietta. La foto è corredata dalla didascalia “Isoardi prendi appunti”. Con una sola immagine e molta ironia, la nota esponente della comunità islamica milanese, ha replicato sia alla conduttrice first lady e all’idea da lei recentemente esposta che una donna debba fare un passo indietro per dare luce al suo uomo, sia a Matteo Salvini e alla sua convinzione che l’Islam sia sempre e comunque esempio di fanatismo e di sottomissione femminile. Insomma, uno strike di stereotipi in un click.
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“Ma quale Airbnb, l’Europa la giro grazie a Tinder”
Avete mai sentito parlare del Tindersurfing? Si tratta di un neologismo coniato dal venticinquenne belga Anthony Botta. Occhi scuri, ciuffo pettinato e fisico latino, Anthony voleva girare l’Europa ma non aveva un soldo e così, come un novello Giacomo Casanova digitale, ha usato il suo profilo Tinder realizzando ben 3.000 incontri grazie all’app di appuntamenti più famosa al mondo. “Non ho speso un euro in Airbnb o alberghi e per due mesi, nella scorsa estate, sono stato a casa delle ragazze che ho conosciuto online”. E così Anthony ha visitato Belgio, Olanda, Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia. Difficilmente lo ricorderemo come un neuroscienziato, ma la sua impresa gli sta facendo guadagnare visibilità. E altre conquiste.
“Avevo appena finito l’università e prima di iniziare a lavorare nel marketing volevo un grande roadtrip. Il Tindersurfing significa accettare in pieno il rischio”. E, dovendo fare i conti con la possibilità di finire a dormire sotto un ponte, in un paese straniero e senza un soldo in tasca, Anthony non è andato per il sottile. Come funziona questa app? Su Tinder quando facciamo swipe verso destra segnaliamo un gradimento e, se confermato, si apre la possibilità di un incontro e da lì parte il gioco. Ogni giorno, prima di trovarsi nella città scelta, Botta avviava Tinder e iniziava la sua ricerca impostando il range fra 22 e 45 anni: “Un margine abbastanza ampio, ma – ammette – due o tre volte mi sono trovato in grossa difficoltà”. Tanto che ha deciso di saltare direttamente Vienna (“ero nei guai”), puntando verso Bratislava, “a colpo sicuro”.
“Non appena ricevevo un match – prosegue – inviavo il link del mio canale Youtube dicendo esplicitamente “Tu sei il mio primo incontro in città, seguito da “Mi ospiti?”. Come immaginate la maggior parte delle risposte non erano di gioia. “La metà delle donne mi ha insultato o cancellato, altre hanno rifiutato con garbo perché magari vivevano con i genitori ma ci sono state ladies che hanno accettato al volo”. Ovviamente non tutte hanno accettato di essere filmate (“a Monaco sono finito in una villa con piscina, sauna, idromassaggio e palestra. Viveva nella stessa strada di molti famosi calciatori del Bayern Monaco ma aveva i figli con sè”) e ogni tappa si fermava al massimo 5 notti. Sempre senza spendere un euro in albergo. Fra alti e bassi, il bilancio finale è stato più che soddisfacente. A Colonia, nella terza tappa, ha sfiorato l’amore (“ma siamo rimasti in contatto”) sino all’avventura in Polonia con una ragazza che “lavava i piatti sotto la doccia”. Ma finché sei ospite non c’è diritto alla replica. E infine, Anthony, da buon ragazzo di famiglia che non si prende meriti che non ha, spiega: “Non sempre c’è stato il lieto fine. A volte scattava qualcosa, altre volte ho dormito sul divano, pazienza. Il Tindersurfing è stato un gran bel trip ma a una donna non consiglierei mai un viaggio così perché su Tinder è pieno di ragazzi raccapriccianti…”. E se lo dice Anthony Botta, bisogna fidarsi.
La Settimana Incom
Bocciati
La nostra canzone d’amore che va
Durante le blind audition di “The Voice of Italy” Al Bano si lascia andare a dichiarazioni personali. J-Ax gli chiede: “Qual è il tuo tipo ideale di donna?”. E lui: “Io ne ho avute solo due… Hai presente Romina? Pensa a lei, quella è la mia donna ideale”. Poi dicono che sono i giornalisti a fare gli sciacalli…
Capri e cavoli
I residenti sull’isola più chic (e bella) del mondo si sentono “svantaggiati”, vittime di disservizi, sovrapprezzi, limitazioni. Così tanto da raccogliere firme per un referendum che modifichi l’articolo 119 della Costituzione, inserendo un nuovo comma: “Lo Stato riconosce il grave e permanente svantaggio naturale derivante dall’insularità e dispone le misure necessarie a garantire una effettiva parità e un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili”. Ad Afragola sì che si vive bene.
Cuore bianconero
Il capitano Gigi Buffon, acclamato come un premio Nobel, dopo il rigore e l’espulsione europea: “L’arbitro deve avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Ah ma era questo lo stile Juve…
N.c.
Sono mazzi
“Non lo voglio più” ha detto don Antonio Mazzi, il sacerdote fondatore della comunità Exodus che ha accolto Fabrizio Corona quando è stato affidato ai servizi sociali. “Mi hanno fatto perdere tempo”, ha dichiarato in una lunga intervista al Corriere parlando anche di Lele Mora. “Fabrizio ero convinto di portarmelo a casa, ma si sente la divinità di se stesso. È personaggio anche quando si pente, non c’è niente di autentico in lui”. Che dire? Amen.
Promossi
Quanto sei bello Carlo
Verdone al nostro giornale racconta – e sembra di vederlo – la sua notte pazza di Champion’s League, Barcellona-Roma, tra bidoni tirati ad Antonello Venditti, tachicardia, video girati sul divano di casa. “La prossima volta sarò allo stadio, se devo morire, voglio capiti lì, in mezzo a tutti gli altri, e non in solitaria davanti al televisore”. ‘O famo strano? E famolo!
Alza la testa
Definitivo Sergio Castellitto su Gq: “I molestatori sono semplicemente merde umane, e va detto: tu sei una merda umana e io non lo sono. Bisogna schierarsi, dire da che parte si sta, e da che parte bisogna stare? Semplice: dalla parte delle vittime. Si sta dalla parte delle donne. Io sto dalla parte di Asia Argento. Diciamo che in Italia, unico Paese, gran parte del gotha delle artiste è stato molto ambiguo e questo la dice lunga sul fatto che da noi quello della gestione maschile del potere è un tema molto più grave che altrove. L’ambiente fa quadrato. La reazione dei maschi non mi stupisce: mi ha stupito nelle artiste questo essere d’accordo sulle parole d’ordine da usare per circoscrivere lo scandalo”. Ci voleva un uomo.