“Non ricordo Ruby, alle cene di Arcore c’era un bel viavai”

Quante ne ha viste, il maggiordomo. Giuseppe Brumana entra come testimone della difesa nel processo Ruby 3 e spiega che cos’è il bunga-bunga: “È la saletta dove dopo pranzi e cene ci si ritrovava, è una specie di discoteca dove c’era musica e si ballava”. Brumana, cameriere ad Arcore dal 1997 e dal 2009 maggiordomo della villa, è un collaboratore storico di Silvio Berlusconi, imputato nel Ruby 3 di corruzione in atti giudiziari con l’accusa di aver pagato una trentina di testimoni per indurli a mentire sui festini di Arcore.

“Sì, nel febbraio del 2010 lavoravo ad Arcore”, ha detto rispondendo al pm Luca Gaglio. “Di sicuro avrò incontrato Ruby, ma chi se la ricorda? Sa, a quei tempi c’era un bel via vai”. Ruby è Karima El Mahroug, che ai tempi aveva 17 anni e, secondo le celle telefoniche, ha partecipato alle feste del bunga-bunga, qualche volta fermandosi anche a dormire. “L’avrò incontrata una volta, ma non si è fermata in villa, perché le ragazze dopo la serata andavano via”.

Riforma Cartabia, Cascini: “Un fucile puntato sui pm”

“Un fucile puntato sui pm”. L’immagine, forte, è stata usata da Giuseppe Cascini, magistrato di Area, fra i togati che ieri sono intervenuti in VI Commissione del Csm criticando la riforma Cartabia e, in particolare, le sanzioni previste nei confronti dei pm che parlano con la stampa di attività di indagine, anche in discovery. Lunedì prossimo il voto definitivo sul già critico parere espresso nella relazione anticipata dal Fatto. Cascini ha parlato di norma “gravissima” che avrà “effetti pesanti sul diritto all’informazione”. Fra i critici anche Nino Di Matteo: “È una pessima riforma che accentua la burocratizzazione il controllo politico del ruolo del pm”. Strali anche da Antonio D’Amato di Mi e Michele Ciambellini di Unicost. Il Ministero della Giustizia all’Ansa ha replicato: “Ci sono state interlocuzioni con la Procura generale della Cassazione, che ha avanzato suggerimenti (…) Prima della riforma già c’erano divieti e sanzioni per il pm” che parlava con la stampa, dunque ora “si rende la norma omogenea, rispettando la presunzione d’innocenza”.

Saluti da Gazprom, o della complessità

I riformati alla leva in elmetto e mimetica, categoria che abbonda nei meglio media nostrani, continuano nella caccia al collaborazionista putiniano: da ultimo abbiamo scoperto che anche il richiamo alla complessità potrebbe considerarsi indizio di sospetta intelligenza col nemico. Il problema è che la situazione pare davvero complessa. Martedì, per dire, sulle agenzie finanziarie girava un comunicato di Gazprom che informava il colto e l’inclita che “il transito di gas russo nelle condotte del Nord Stream attraverso l’Ucraina è ai livelli massimi a marzo” e il gasdotto Yamal continua a funzionare al suo solito ritmo – sempre attraverso l’Ucraina – come stabilizzatore del flusso. Scrive Bloomberg: “Gazprom ha incrementato i suoi flussi giornalieri di gas naturale verso i principali clienti stranieri a marzo al massimo da sette mesi” (verso l’Europa andava il 77% circa del flusso, in aumento del 17% rispetto a febbraio). Il motivo è semplice: i prezzi dei contratti a lungo termine della società russa sono assai più convenienti del gas che si trova sul mercato spot. Ovviamente, va ricordato, Gazprom è controllata dal governo russo, che noi gentilmente riforniamo di valuta pregiata dopo aver bloccato le riserve della Banca centrale. Forse va anche ricordato che la maggior parte di quel gas russo è intermediato da Eni, che ci fa bei soldi, i quali in parte finiscono in parte pure in pubblicità sui media che danno la caccia ai putiniani. E quindi – si dirà – bisogna tagliare i cordoni con le fonti fossili russe! Parole sante, che avremmo voluto sentire dieci anni fa, però suona strano in questo contesto magnificare il Tap, il gasdotto che porta in Puglia il gas dell’Azerbaijan: gli azeri il gas lo comprano dalla Russia. La situazione è davvero complessa: lo è per il passato, per il presente e per il – si spera pacifico – futuro. Però se i riformati con l’elmetto non possono sopportar l’oltraggio che l’Italia e l’Europa finanzino, di fatto, entrambe le parti in guerra, possono presentarsi dal loro commerciale a chiedere di ritirare la pubblicità Eni e poi sotto Palazzo Chigi per chiedere di bloccare subito l’import di idrocarburi dalla Russia: siccome Draghi li manderà a stendere, possono già iniziare a definirlo “il capo dei filo-russi in Italia”.

Mail Box

 

L’allargamento Nato e la democrazia

Spero che il direttore Travaglio si stia cospargendo il capo di cenere per le cose dette dalla Gruber. La questione Ucraina non è incentrata sull’adesione alla Nato, ma sul principio che un giovane Paese indipendente possa essere invaso manu militari perché Putin non sopporta democrazie troppo vicine a casa sua, e consideri gli ucraini dei russi di serie B. Sostenere che l’allargamento Nato a Est legittimi l’intervento russo significa sancire il principio che i Paesi grandi dettano le regole a quelli meno potenti, anche con la violenza, e anche se non attaccati o minacciati. Significa tornare al concetto di sfere di influenza immutabili in cui la potenza è diritto. La Nato potrà non essere simpatica, ma rimane un’alleanza difensiva, militare e non politica, a cui ogni Paese ha diritto di aderire liberamente. Altro che equidistanza e cerchiobottismi, qui ci sono aggressori e aggrediti: non mi pare che la Russia rientri nella seconda categoria. Ci sono momenti in cui fare scelte di campo è necessario; in questo caso Travaglio fa quella sbagliata, a meno che sia così miope da non vedere che perdere l’Ucraina per l’Occidente significa perdere la battaglia – ideale e concreta – tra democrazie e “democrature”.

Stefano Failla

 

Se avessi detto che l’allargamento della Nato legittima la guerra di Putin dovrei cospargermi il capo di cenere, ma siccome non l’ho mai detto mi sa che il capo di cenere deve cospargerselo lei.

La Turchia viola tutti i diritti democratici, umani, civili e di stampa, dunque se la Nato difendesse quei valori dovrebbe sbatterla fuori. Se non lo fa, vuol dire che non li difende affatto.

Se la Nato fosse “difensiva”, non avrebbe aggredito la Serbia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia e altri Paesi che non l’avevano aggredita, ma rimasero ugualmente vittime delle nostre belle “democrazie”.

M. Trav.

 

Draghi intervenga su benzina e gasolio

Sull’esorbitante aumento del prezzo di benzina e gasolio, Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, parla di “aumento ingiustificato” e di “colossale truffa ai danni di imprese e cittadini”: verrebbe da complimentarsi col ministro, se non fosse che le tasse, tra Iva (22%) e accise (introdotte dallo Stato per fronteggiare situazioni emergenziali che si sono accumulate – quali la guerra d’Etiopia del 1935 e la tragedia del Vajont del 1963 – e mai tolte ad emergenza finita) pesano a oggi per oltre la metà sul prezzo finale dei carburanti. Ora, se è vero che, stante la situazione internazionale, è difficile intervenire per calmierare il prezzo della materia prima (il petrolio), il governo potrebbe invece intervenire rapidamente per attenuare l’abnorme incidenza delle tasse che gravano su benzina e gasolio: potrebbe, ma non interviene. Dunque l’applauso al ministro Cingolani è rinviato alla prossima esternazione.

Alberto Ratti

 

Che dicono gli Usa di Calipari e il Cermis?

Leggo che il giornalista americano Brent Renoud è stato ucciso in Ucraina da colpi sparati dai russi dopo aver attraversato un check-point in auto. Gli americani hanno subito affermato che reagiranno “in maniera adeguata”. I responsabili saranno per caso gli stessi che nel 2005 in Iraq uccisero il nostro funzionario Calipari, che aveva appena oltrepassato un check-point, e che qualche anno prima, scorrazzando tra i cieli del Cermis, avevano ammazzato un po’ di civili?

Francesco P. Tosti

 

Quando era l’America a occupare Grenada

Vi prego di ricordare anche l’invasione che gli Usa hanno fatto nel 1983 della piccola isola di Grenada, con morti e feriti, nonché bombardando per errore una clinica psichiatrica, provocando la morte di 18 pazienti. Sono arrivati addirittura con una portaerei oltre a un cacciatorpediniere e altri mezzi pesanti.

Sandro Marzialli

 

La mia solidarietà a Don Patriciello

Desidero anch’io, dopo il presidente Mattarella, esprimere la più viva solidarietà a Don Patriciello, attivo parroco del Parco Verde di Caivano, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente in occasione di una sua vivace presenza in prefettura. È un solerte parroco in un rione che, da tempo, è sotto lo scacco della camorra e della delinquenza. I residenti vedono e sentono ma tacciono, allorquando gli accadimenti riguardano altri e non loro direttamente. Don Patriciello ci ricorda Don Riboldi, battagliere vescovo di Acerra, noto per le sue continue battaglie contro le ingiustizie e l’illegalità.

Mario De Florio

Pandemia “I fragili muoiono ancora: rassegniamoci a convivere col virus”

Gentile professoressa Gismondo, sembra che i due anni di pandemia trascorsi ci abbiano abituato a tutto, lasciandoci ormai sostanzialmente indifferenti rispetto ai dati quotidianamente diffusi. Continuiamo, però, ad avere centinaia di morti ogni giorno e questo nonostante i vaccinati siano oltre l’80 per cento. Come è possibile? Si pongono così domande a cui mi sembra che nessuno dia risposte esaurienti: chi sono le persone che continuano a morire per il Covid? Quanti sono tra loro i vaccinati e non? A quali classi di età appartengono? Sorge il dubbio che i dati siano appositamente opachi per lasciare ai decisori politici ampio spazio di manovra in tema di misure restrittive per il futuro.

Paolo Rizzati

 

Gentile signor Rizzati, certamente la continua perdita di vite umane attribuite al Covid non può lasciare indifferenti. Già mesi addietro, l’ipotesi che tale virus non ci avrebbe abbandonato ha ispirato riflessioni, a livello internazionale, su quale sarebbe stato il prezzo “equo” da sopportare, convivendo con tale virus. È vero che parlare di “equità”, quando di mezzo ci sono morti, non è un argomento facile, purtuttavia, dobbiamo rassegnarci a ciò. Il virus costituirà per lungo tempo una minaccia per i più fragili e sono loro i soggetti da tutelare. Chi sono coloro che muoiono oggi per Covid? Sicuramente i decessi si annoverano fra pazienti molto anziani e comunque con altre gravi patologie in atto. Che non tutti quelli che vengono registrati come morti per Covid lo siano è una convinzione diffusa tra noi esperti. Il fatto che un deceduto sia positivo al test non significa che sia stata questa la causa della sua morte. Pertanto, credo, che un buon 20-30 per cento dei numeri comunicati giornalmente sia erroneamente attribuito al Covid. Sono vaccinati o non vaccinati? Per paradosso, i decessi avverranno sempre più fra i vaccinati perché la popolazione ormai lo è in altissima percentuale. Le caratteristiche relative a sesso, età, eccetera sono tutte contenute nei bollettini che vengono periodicamente pubblicati dall’Iss. Certamente, il dubbio che qualche eccesso comunicativo possa essere stato utilizzato a fini politici non può essere escluso. Pensi che ancora, dopo decine o centinaia di tentate correzioni, si continua a parlare di “casi”, senza distinzione tra positivi (spesso asintomatici o pauci-sintomatici) e casi veri, cioè ammalati.

Prof. Maria Rita Gismondo

Covid e guerra: breve apologo sui nostri valori

Nei due anni infernali della pandemia abbiamo deciso che la vita era il valore primario (e ci mancherebbe). La vita di tutti: degli anziani, dei fragili in primis, la vita di ciascun singolo individuo. E per due anni abbiamo stravolto completamente le nostre vite in nome della vita, accettando questo assunto come un assoluto. In un primo momento siamo stati travolti dalla violenza del virus, poi abbiamo cominciato a piccoli passi a “convivere” con il virus. I vaccini ci hanno aiutato a riconquistare un po’ di tutto quello che abbiamo sacrificato nel lungo inverno chiamato Covid: la vita sociale, la possibilità di circolare liberamente, di andare all’asilo, a scuola e all’Università, di accedere a cure mediche, di andare al lavoro. Le nostre libertà sono ancora sotto condizione: senza il super green pass non si può fare quasi nulla, anche ora che la pandemia sta allentando la sua morsa. Va ricordato – nel Paese campione intergalattico di autorazzismo – che gli italiani sono stati bravissimi: non solo perché siamo uno dei popoli più vaccinati del pianeta, ma perché abbiamo accettato senza sostanziali resistenze i molti sacrifici che ci sono stati chiesti. E se solo si provava a dire che le limitazioni delle libertà costituzionali erano accettabili per periodi brevissimi perché costituivano (anche) un pericoloso precedente si veniva immediatamente additati come irresponsabili, no vax, se non untori di manzoniana memoria. Quante volte abbiamo letto e sentito usare la metafora della guerra nella lotta al virus… Poi però la guerra è arrivata davvero, non molto lontano dalle nostre case e il Covid – insieme a tutte le parole urlate che lo accompagnavano – è scomparso, letteralmente, dalle pagine dei giornali e dai talk show. Sono rimaste solo le urla.

“Questa guerra non è solo contro gli ucraini, ma contro i valori che ci uniscono, contro il nostro modo di vivere in Occidente”, ha detto il presidente ucraino Zelensky. Le parole del patriarca di Mosca gli hanno fatto una sinistra eco (“Questa guerra è contro chi sostiene i gay”). Ma, al di là delle uscite medievali, vale la pena interrogarsi sui “nostri valori”. La pace era uno di questi. Oggi, mentre guardiamo le foto dei civili in fuga, delle madri morte e dei bambini mutilati, non abbiamo dubbi sul fatto che di nuovo è la vita il valore da tenere presente. Ed è per questo che quel che resta del movimento pacifista, domenica a Roma la manifestazione, vede con sfavore l’invio delle armi in Ucraina e l’aumento delle spese militari, votato ieri in Parlamento. Perché le armi servono per uccidere e l’Italia ripudia la guerra, come spiega senza equivoci la nostra Carta, scritta da quelli che la guerra l’avevano fatta in montagna (e non in uno chalet). Ma, di nuovo, appena si prova ad argomentare una posizione dissonante con l’interventismo (e che evoca scenari ogni giorno più apocalittici, alimentando l’ansia dei cittadini) si è immediatamente filoputiniani, nostalgici dell’Urss e anti-americani: prima il nemico pubblico erano Cacciari e Agamben, ora sono Canfora, Spinelli e Orsini. Non è chiaro cosa c’entri l’antiamericanismo con la attuale situazione, ma anche volendo accettare il continuo slittamento della discussione (il caro vecchio buttare la palla fuori dal campo) è un’eresia dire che uno stato dove si curano solo i ricchi, il lavoro non ha tutele, c’è il diritto alla felicità ma nessuna forma di solidarietà sociale, studiano i figli dei ricchi, il welfare è privato e il mito nazionale è la ricchezza individuale, è un modello quantomeno rivedibile? Ora, comunque, il valore supremo – ci dicono – non è più la vita, ma la libertà. Non è chiaro perché il dibattito pubblico abbia assunto toni sempre più violenti, ma la guerra di parole svilisce le sofferenze di un popolo che la guerra vera la sta subendo.

 

Sì alle armi all’Ucraina per poi costringere putin a trattare

La risposta più sensata contro la Russia è quella data dal governo Draghi: sì all’invio di armi all’Ucraina, sì alle sanzioni, no alla no fly zone che potrebbe portare alla terza guerra mondiale. A chi obietta che in altri casi non siamo intervenuti si può far notare che la politica estera è influenzata dalla vicinanza strategica. Certamente non forniamo armi ai ribelli houthi, e per fortuna abbiamo smesso di fabbricare le bombe usate dai sauditi per bombardarli, ma non è assurdo dedicare maggiore attenzione all’invasione dell’Ucraina rispetto al conflitto in Yemen. L’Ucraina è una democrazia europea che ci ha chiesto di entrare nell’Ue e nella Nato. Dopo averla illusa è stata invasa e bombardata anche per questo. Possiamo girarci dall’altra parte?

Il punto non è quindi il “se” ma i rischi e gli scopi di sanzioni e forniture di armi. Non bisogna esagerare con i proclami in stile Johnson. Non ha senso esporre le armi inviate in Ucraina per colpire i tank russi. Non ha senso definire Putin ‘un animale’. Bisogna invece lasciare sempre aperta la strada alla revoca delle misure se Putin cambiasse atteggiamento.

Non possiamo illudere gli ucraini: le nostre armi quasi certamente non riusciranno a fermare l’invasore e le sanzioni non scalfiranno il suo consenso interno. Putin potrebbe radere al suolo le città ucraine con ancora maggior cattiveria. Se non lo fa è merito della resistenza, ma anche di una sua scelta politica. Ha letto Hobbes e sa che non è la conquista, ma il consenso la cosa più importante. Deluso dagli ucraini che si sono stretti attorno a Zelensky invece di cedergli, Putin si comporta come uno stupratore folle che sognava di far innamorare la sua preda e ora la violenta. Il suo disegno (finora) è fallito grazie anche ai 17 mila sistemi anti-carro inviati da Usa e Gran Bretagna. Le perdite ingenti potrebbero spingerlo a cercare una via d’uscita negoziale. Lo scopo realistico resta l’apertura di un dialogo vero. Questa è la scommessa che non è detto sia vincente e comunque è rischiosa perché ci espone alla rappresaglia. Qual è in questo momento la pace possibile? Zelensky potrebbe esser costretto a cedere la Crimea e il riconoscimento delle Repubbliche del Donbass più la neutralità dell’Ucraina. Praticamente tutto quel che Putin voleva, a parte la sua testa. Una pace amara. In cambio di cosa? Il ritiro dell’esercito russo, la rinuncia al disegno della ‘Grande Russia’ e il riconoscimento della sovranità dell’Ucraina. Sembrava poco a febbraio. Oggi è molto.

I terzismi non sono ammessi. Da un lato c’è un autocrate imperialista invasore e dall’altra una democrazia invasa. Ciò detto, il disegno di Putin non è quello di Hitler. Non vuole sterminare un popolo ma ricreare l’impero russo con le buone o le cattive ai danni dei vicini. Si tratta di un disegno nefasto e inquietante per i Paesi baltici e la Moldavia, ma diverso da quello di Hitler. Ed è bene tenerlo a mente per evitare di scatenare la terza guerra mondiale senza nemmeno aver compreso le ragioni sbagliate del nemico. Le armi e le sanzioni non sono gli strumenti di una guerra del bene contro il male. Putin in un saggio lunghissimo sul sito della presidenza russa (On the Historical Unity of Russians and Ukrainians) aveva enunciato la sua ideologia e la sua strategia con una sorta di ultimatum agli ucraini. Era il 12 luglio 2021. Sarebbe stato importante prestare più attenzione allora. Invece abbiamo illuso l’Ucraina con l’inserimento nel Map (Membership action plan) per l’ingresso nella Nato approvato dal Parlamento ucraino a gennaio. Anche per questo ora non possiamo abbandonarla senza aver fatto di tutto – anche con le sanzioni – per convincere Putin a sedersi a un tavolo, che rifletterà le posizioni raggiunte in quel momento sul campo dalle due parti. Le armi potrebbero servire proprio a questo: a far sì che quel giorno, di fronte a Putin, ci sia ancora un governo ucraino e un presidente legittimo.

 

L’ipocrisia dei conflitti, da Napoleone a Mosca

“Ho dimostrato, mi pare, che un governo dedito allo spirito d’invasione e di conquista dovrebbe corrompere una parte del popolo ond’essa attivamente lo servisse nelle sue imprese. Ora proverò che, mentre attendesse a depravar questa parte eletta, sarebbe costretto ad agire sul resto della Nazione, da cui esigerebbe l’obbedienza passiva e i sacrifici, così da turbarne la ragione, falsarne il giudizio, sconvolgerne tutte le idee… Ai giorni nostri, poiché la guerra non procura ai popoli alcun frutto e non è per essi che una fonte di privazioni e di sofferenze, l’apologia del sistema delle conquiste potrebbe fondarsi soltanto sul sofisma e sull’impostura.

Pur abbandonandosi ai suoi progetti giganteschi, il governo non oserebbe dire alla Nazione: ‘Marciamo alla conquista del mondo’; che essa all’unanimità gli risponderebbe: ‘Non abbiamo nessuna intenzione di conquistare il mondo’. Il governo parlerebbe allora dell’indipendenza nazionale, dell’onore nazionale, dell’allargamento delle frontiere, degli interessi commerciali… e di non so cos’altro ancora, perché inesauribile è il vocabolario dell’ipocrisia. Parlerebbe dell’indipendenza nazionale, come se l’indipendenza di una nazione fosse compromessa perché altre nazioni sono indipendenti. Parlerebbe dell’onore nazionale, come se l’onore nazionale fosse ferito perché altre nazioni conservano il proprio.

Codesto governo invocherebbe gli interessi commerciali, come se significasse giovare al commercio spopolare un altro Paese della più fiorente gioventù.

Codesto governo aggredirebbe i più pacifici tra i vicini, i più umili tra gli alleati, attribuendo loro progetti ostili, come a prevenire aggressioni meditate. Se gli sventurati oggetti delle sue calunnie venissero facilmente soggiogati esso si vanterebbe di averli preceduti; se avessero il tempo e la forza di resistergli, esclamerebbe: ‘Come vedete, volevano la guerra, poiché si difendono’”.

Questo durissimo pamphlet (Dello spirito di conquista) di Benjamin Constant fu scritto nel 1813 e ha come bersaglio Napoleone che portò la democrazia in Europa sulla punta delle baionette. Ma sembra una fotografia, quasi una pantografia precisa al millimetro, del Putin e della Russia di oggi, delle giustificazioni usate dallo Zar per aggredire l’Ucraina e dei suoi metodi. Solo qualche esempio tratto da questo densissimo discorso: se gli aggrediti si ostinano a resistere si dice “come vedete, volevano la guerra, poiché si difendono”; se si ha l’intenzione di usare armi chimiche si accusa l’aggredito di averci pensato prima (“codesto governo attribuirebbe ai nemici progetti ostili come a prevenire aggressioni meditate”).

Ma il pamphlet di Constant riguarda molto da vicino anche gli americani, benché Constant non potesse ovviamente prevedere la teoria della “esportazione della democrazia” di George W. Bush elaborata sulla base del libro del cosiddetto politologo Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo del 1996), per il quale il mondo sarebbe inesorabilmente e ineluttabilmente portato verso “la Terra Promessa della Democrazia, la diffusione di una cultura generale del consumo, del capitalismo su base tecnologica”.

Scrive Constant: “Durante la Rivoluzione francese si era inventato un pretesto di guerra sino allora sconosciuto: liberare i popoli dal giogo dei rispettivi governi, che si supponevano illegittimi e tirannici. Con tale pretesto si è portata la morte tra uomini di cui gli uni vivevano tranquilli sotto istituzioni mitigate dal tempo e dalla consuetudine, e gli altri fruivano, da parecchi secoli, di tutti i benefici della libertà. Epoca quanto mai ignominiosa, nella quale si vide un governo perfido incidere parole sacre sui suoi stendardi colpevoli, turbare la pace, violare l’indipendenza, distruggere la prosperità dei vicini innocenti, accrescendo lo scandalo europeo con mendaci dichiarazioni di rispetto per i diritti degli uomini, e di zelo per l’umanità . ‘La conquista peggiore è l’ipocrisia’ disse Machiavelli, come se avesse predetto la nostra storia”.. L’Illuminismo pose le basi di quello che aveva predetto Machiavelli e che si concreterà negli ultimi trent’anni con la politica di aggressione americana: attacco alla Serbia per il Kosovo (1999), invasione e occupazione dell’Afghanistan (2001-2021), l’aggressione all’Iraq di Saddam Hussein avendo come pretesto una menzogna (2003) e infine, e per ora, l’attacco del 2011 alla Libia del colonnello Muhammar Gheddafi con le devastanti conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di tutti.

E infatti Constant aggiunge: “L’acquisizione di Paesi remoti, il possesso dei quali non accresce minimamente la prosperità nazionale, a meno che non si chiami prosperità nazionale la vana rinomanza di alcuni uomini e la loro funesta celebrità”. E ciò, all’interno delle cosiddette democrazie, non riguarda solo la filiera yankee, George H. W. Bush, Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama, Joe Biden, ma anche capi di Stato europei, da Sarkozy a Macron fino a Berlusconi che diede l’avallo, in totale contrasto con i nostri interessi nazionali, all’aggressione alla Libia e all’assassinio di Gheddafi, torturato, sodomizzato, massacrato e alla fine ucciso. All’epoca Berlusconi, che aveva ritratto Gheddafi come un suo quasi fratello, disse cinicamente: “Sic transit gloria mundi”.

 

Lo zar Evaristo combatte i dissidenti, persino quelli nella sua famiglia

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con 5.000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. Per comprendere meglio gli avvenimenti in corso, va tenuto presente che Evaristo Tracchia, il capofamiglia, non è tutta la famiglia Tracchia, una realtà variegata dove il dissenso contro il padre-padrone serpeggia perché 1) malgrado le previsioni di Evaristo, quasi tutto il mondo si è schierato dalla parte delle gemelle, anziché dalla sua; 2) le aziende di famiglia, colpite da sanzioni di portata inusitata, sono alla bancarotta; 3) i bancomat non erogano più contanti ai Tracchia. “Evaristo non ci ha avvertito dell’invasione perché sapeva che nessuno di noi sarebbe stato d’accordo”, dice Mauro Tracchia, il fratello, che da anni vive in esilio a Parigi, dove fa il pittore vendendo le sue croste a Montmartre (si scarnifica la pelle in più punti, aspetta che crescano le crosticine, e quando sono pronte le stacca e le vende in bustine: sono molto più gustose, dice, delle mandorle caramellate, che non si perita di declassare, in un raffronto sapido, al rango di pallini ovini). “Evaristo temeva e teme un’insurrezione interna, non si fida più di nessuno, nemmeno di sua moglie, della quale ha comprato la lealtà e il silenzio, in questi anni, con gioielli e pellicce, acquistati con fondi sottratti alle proprie aziende e rubricati nei bilanci con la causale ‘regali alla stronza’. Ora che i soldi sono finiti, stiamo assistendo all’agonia del suo regime. Mentre i famigliari non si fidano più l’uno dell’altro (c’è una praverka, un controllo incrociato), Evaristo sta cercando di capire chi sia l’informatore che anticipa alle gemelle gli spostamenti dei suoi carri armati. Sospetta il barbiere che gli fa la barba ogni mattina da una vita: deve dei favori a Carminati, con cui le gemelle nel 1980 combatterono in Libano contro i palestinesi”. L’Occidente confida che il malcontento porti tutti i famigliari di Evaristo a ribellarsi e a destituirlo; Evaristo cerca di tenerli a bada con la propaganda (“Non sto attaccando nessuno. Guardate: sono qui”) e li obbliga a informarsi soltanto attraverso fonti ufficiali: video che registra lui stesso in tinello da dentro una tv vuota, dove mistifica cosa sta succedendo (“Non sto attaccando nessuno. Guardate: sto dando l’ordine di attaccare. Ah ah ah! Scherzo”). Incendiata nella notte l’edicola sotto casa: “Un gesto disperato” commenta Giampiero Massolo (Ispi). “A Roma ci sono un migliaio di edicole, a cui si aggiungono stazioni di servizio, bar, supermarket e punti vendita di giornali nelle stazioni e negli aeroporti: cosa fa, appicca il fuoco a tutti?”.

In famiglia, Evaristo ha soppresso la libertà d’opinione e di pensiero. Oltre a Giulia, la primogenita ribelle, chiusa in camera perché criticava l’operato del padre (rischia fino a 15 anni); relegato in camera anche il secondogenito Filippo, colpevole di aver portato dei fiorellini alla sorella: oggi non andrà all’asilo; e pure nonna Bice, già sopravvissuta a un campo di sterminio: avrebbe commesso l’errore di manifestare in soggiorno esibendo un Bristol bianco. Poco dopo, l’associazione per i diritti umani Ovd-Info ha pubblicato sui social un video pre-registrato in cui nonna, sferruzzando un pullover a maglia rasata, dice di vergognarsi del genero, invita la popolazione a non credere alle sue menzogne, li sprona a opporsi al conflitto, e spiega come sferruzzare un pullover a maglia rasata (lavori il primo ferro a dritto e il secondo ferro a rovescio). L’amante di Evaristo ha detto a Novella 2000 di averlo visto fare la pace con le gemelle: “Ma quando Putin ha fatto un pompino a Zelensky ho capito che stavo sognando”. (13. Continua)

 

Se un missile intercetta un talk show

Mentre il missile termobarico russo puntava il suo bersaglio, per effetto di un’imprevista interferenza intercettò il calore polemico sprigionato da un popolare talk show italiano. Come ogni razzo intelligente riuscì a mantenere la traiettoria programmata e a registrare l’acceso scambio di opinioni che riportiamo qui di seguito.

“Grazie alla resistenza del popolo ucraino l’aggressione di Putin si sta progressivamente impantanando, resta dunque nostro dovere incrementare l’invio di armi della Nato al governo Zelensky per rallentare l’invasione”. “Ah, davvero molto comodo fare la guerra sulla pelle del prossimo, armare gli ucraini è da irresponsabili, significa solo rinviare il cessate il fuoco esponendo le città a nuove distruzioni e la popolazione civile già massacrata a una incessante catastrofe umanitaria”. “Dimenticavo che per le anime belle del pacifismo, il solo uso delle armi consentito è consegnarle al nemico con la resa incondizionata. Fosse stato per quelli come voi in Italia non ci sarebbe mai stata la Resistenza e l’Europa si sarebbe dovuta inginocchiare a Hitler senza colpo ferire”. “Voi servi degli americani conoscete solo il linguaggio delle bombe. Che tuttavia non hanno impedito allo Zio Sam e ai suoi manutengoli di scappare a gambe levate dal Vietnam”. “Parli bene tu, ma quando il comunismo internazionale faceva affluire burro e cannoni ai vietcong a voi servi di Mosca e di Pechino andava benone e il pacifismo ve lo mettevate in quel posto. Me le ricordo, sai, le vostre manifestazioni contro la guerra, pagate a suon di rubli”. “E io ricordo perfettamente che allora c’eri anche tu a sventolare la bandiera rossa, salvo poi saltare dall’altra parte della barricata quando per gli opportunisti della tua risma risultò molto più conveniente vestirsi a stelle e strisce”. “Bugiardo”. “Cialtrone”. “Ora vengo lì e ti spacco il muso”. “Provaci e ti rispedisco a calci dai tuoi padroni”.

A questo punto, il missile (che era molto intelligente) valutò l’opzione di cambiare obiettivo in corsa. Ma quando il calore sprigionato da quelle teste, in quello studio, stava per farsi irresistibile, si udì la voce giuliva del conduttore annunciare la pubblicità: “Restate con noi”.