Nel giorno in cui gli Stati Uniti riaprono i confini a turisti e viaggiatori dal resto del mondo, con la ripresa dei voli dopo 18 mesi, l’Europa continua a fare i conti con gli aumenti dei casi in diversi Paesi. In Germania, dove la cancelliera Angela Merkel si dice “molto preoccupata” per la situazione epidemiologica, si è registrato il nuovo record settimanale di casi per ogni 100 mila abitanti, a quota 201,1, superando il precedente picco del dicembre 2020. Ma in alcuni distretti, il dato è arrivato a toccare quota 1.000. Inoltre, preoccupa l’allarme lanciato da diverse regioni sul sovraccarico delle strutture sanitarie (come in Sassonia, Turingia, e Baviera, dove si sta per arrivare al semaforo rosso). Sotto accusa ci sono le sacche di resistenza alla campagna di immunizzazione. I contagi rimangono a livelli record dalla Russia – dove si è conclusa una settimana di chiusura forzata di uffici e negozi – alla Grecia. Tra i governi si stanno così facendo sempre più strada le misure per scoraggiare i no vax. E sembrano dare i primi frutti. È il caso dell’Austria, dove il lockdown mirato – chi rifiuta di vaccinarsi o non può più accedere a ristoranti, movida, parrucchieri, hotel, eventi culturali e agli impianti sciistici di risalita – ha fatto impennare in pochi giorni le prime dosi. Secondo il Tirolo, da venerdì a domenica sono state effettuate 6 mila vaccinazioni, di cui 3.200 prime dosi. Nel frattempo l’Università Alpen Adria di Klagenfurt ha annunciato che dal 15 novembre negherà l’accesso al personale e ai studenti no vax. “Non è cattiveria ma buon senso che ci spinge a questo provvedimento”, ha detto il rettore Oliver Vitouch. “Chi rifiuta categoricamente il vaccino dovrebbe interrogarsi se l’università è la cosa giusta per lui”, ha aggiunto. Un pugno duro con esiti anche paradossali come in Svizzera, dove un ristorante no pass che si rifiutava di chiudere è stato sbarrato con blocchi di cemento. Una stretta si ipotizza anche in Gran Bretagna. Il governo di Boris Johnson sta valutando la possibilità di introdurre restrizioni ai viaggi per le persone che rifiutano la terza dose, in particolare per gli spostamenti all’estero.
Il Transatlantico riapre deserto
Le luci sono quelle di sempre, i divanetti pure, non fosse per i cartelli che dicono che due dei posti centrali sono vietati causa Covid. In realtà pure il deserto – essendo lunedì – è quello di sempre, sia nell’aula di Montecitorio che in Transatlantico. Non si vota, gli onorevoli non ci sono: le assenze non mettono a rischio la diaria.
E però no, non è un lunedì come gli altri alla Camera. Ieri, dopo 1 anno, 5 mesi e 28 giorni , ha riaperto il Transatlantico. Causa Covid, era diventato una propaggine dell’aula, con 120 postazioni per i deputati. Una trasformazione non da poco per quello che è sempre stato un luogo mitico, per politici e giornalisti. Ogni angolo di questa sorta di enorme salone porta il ricordo di congiure e capannelli, conversazioni semi-segrete ma anche semi-ostentate, notizie estorte, diffuse, a tratti costruite, magari pure inventate. Palcoscenico di tragedie collettive e personali. Una su tutte, l’indimenticabile voto che affondò in un sol colpo la candidatura di Romano Prodi al Quirinale, la segreteria del Pd di Pier Luigi Bersani e il partito tutto.
Il parallelo non è casuale: il Transatlantico riapre adesso – nonostante la petizione di 53 deputati al presidente della Camera, Roberto Fico – anche in vista dell’elezione del presidente della Repubblica. Evento attesissimo dal circo mediatico tutto: come carpire i segreti dei parlamentari, come raccontarli, senza divanetti? In questi mesi, a fare le veci del Transatlantico è stato il cortile. Sistemazione precaria, nella forma e nella sostanza: esposta alle intemperie e senza angoli bui, per cominciare. E poi, frutto di una scelta: dall’aula comunque si deve uscire, con il rischio di essere intercettati, ma in cortile si può tranquillamente evitare di andare. Eppure, la riapertura quasi fantasma di ieri dice qualcosa su un Parlamento sempre più esautorato, tra fiducie e premier “salvatori della patria”.
Ieri, in aula, c’era la discussione generale sul decreto legge 30 settembre 2021, n. 132, “recante misure urgenti in materia di giustizia e di difesa, nonché proroghe in tema di referendum, assegno temporaneo e Irap”. Presenti, sì e no una ventina. Nonostante il brivido, causato dall’intervento di Vittorio Ferraresi (M5s) che a un certo punto dal nulla tira fuori la certa colpevolezza dell’ex sindaco di Lodi, Uggetti (“aveva commesso attività, che, politicamente, contrastavano con i princìpi di trasparenza e di onore con cui si devono portare avanti le funzioni pubbliche”) nonostante la sua assoluzione. Replica il dem, Stefano Ceccanti. Il duetto di certo sarebbe stato degno di maggior pubblico. E magari di un assembramento per commentarlo nella rinnovata buvette, tre tavolini al centro, ognuno con un divisorio in plexiglass. E plexiglass protettivo pure sui banconi. Ma Ceccanti si riduce a commentare gli eventi con Riccardo Magi. Altro reduce. La democrazia, di lunedì, resta in sordina.
I contagi ancora in salita. Ema spinge per la pillola
La curva dei contagi scende – ieri i nuovi casi sono stati 4.197 contro i 5.822 del giorno precedente – ma risalgono il tasso di positività in rapporto ai tamponi effettuati, che passa dall’1,3 all’1,7%, e il numero delle persone attualmente positive al Covid, che ora sono oltre 101 mila. Crescono anche i ricoveri nelle terapie intensive, arrivati a 415 (17 in più) e quelli ordinari, sempre ieri a quota 3.362. Il picco lo raggiunge la Campania che, con 780 nuovi casi, è tra le regioni con la più alta percentuale di non vaccinati, 15,7% contro una media nazionale del 13,7. “Per ora l’occupazione nelle aree mediche e nelle terapie intensive degli ospedali è sotto il livello di guardia”, ha tranquillizzato ieri ai microfoni di Radio 1 il sottosegretario alla Salute Andrea costa. Che non esclude la possibilità di estendere la terza dose a tutti, anche se allo stato attuale “è ragionevole pensare che entro fine anno ci possa essere l’estensione ai 50enni”. La quarta ondata mette però una ipoteca sulle festività natalizie.
“Oggi è sicuro che avremo un Natale con molti più casi di quelli che abbiamo adesso”, prevede il virologo Andrea Crisanti. E anche se non saranno raggiunti i numeri del Regno Unito, che domenica viaggiava su quasi 30 mila nuovi casi in 24 ore, tutto dipende, dice Crisanti, “da quante persone si vaccinano e da quante faranno la terza dose”. Questione dirimente, dato che le somministrazioni delle dosi aggiuntive (per gli immunodepressi o quelli con gravi insufficienze renali) e delle dosi booster (per le quali finora è scattato il via libera per over 60, ospiti delle case di riposo, operatori sociosanitari) non hanno avuto una forte accelerata. Ieri le terze dosi a livello nazionale non hanno raggiunto quota 33 mila. I richiami per ora hanno riguardato il 35,46% della platea, le dosi aggiuntive circa il 39%, per un totale di poco più di 2,1 milioni. E anche i dati più recenti sul rilascio dei Green pass dimostrano che difficilmente chi finora non si è vaccinato sarà disponibile a un ripensamento e a fare retromarcia. I certificati emessi a seguito di un tampone negativo continuano a essere la stragrande maggioranza. Domenica, per esempio, ne sono stati rilasciati 266 mila (circa 100 mila in più di quelli ottenuti con la vaccinazione). Mentre sabato sono stati addirittura 549 mila quelli emessi dopo il tampone, più del doppio di quelli che vengono garantiti a chi ha completato il ciclo vaccinale. Un andamento che non accenna a cambiare, si trascina più o meno nello stesso modo dalla metà di settembre. Anche per questo molte speranze sono riposte nel molnupiravir, la medicina contro il Covid sviluppata dalla casa farmaceutica Merck. Un antivirale in pillole per il quale Ema, l’Agenzia europea del farmaco, ha appena avviato la revisione dei dati disponibili. Questo per sostenere eventuali decisioni da parte dei Paesi Ue su un utilizzo di questo antivirale prima dell’ok dell’ente regolatore. L’Ema e le agenzie nazionali del farmaco hanno concordato sulla necessità di ulteriori indirizzi sui trattamenti Covid. Inevitabile, dato l’aumento dei tassi di infezione e dei decessi in area Ue.
La conferma è arrivata con una nota della stessa Ema, che “sta riesaminando i dati disponibili per supportare le autorità nazionali che potrebbero decidere di usare questo medicinale per il trattamento del Covid prima della sua autorizzazione”. Questo mentre prosegue la rolling review, vale a dire quella revisione continua e più completa possibile che è l’obbligata anticamera prima dell’immissione in commercio del farmaco. Ema fornirà “raccomandazioni nel più breve tempo possibile per aiutare le autorità a decidere sul possibile uso precoce del farmaco, ad esempio in contesti di emergenza”.
5S socialisti: Letta va a Bruxelles
Per restare leader dei 5Stelle l’avvocato deve uscire incolume dalla partita per il Quirinale. E ne dovrà discutere anche con Beppe Grillo, previsto a Roma domani. Ma Giuseppe Conte deve stare molto attento anche a un altro fronte, quello in Europa. Perché il prima possibile va chiusa un’operazione decisiva per traghettare il M5S a sinistra, cioè l’entrata dei 5Stelle nel gruppo dei Socialisti e democratici, di cui fa parte il Pd.
Sarebbe il passaggio formale tra gli europeisti, mentre ora il M5S è nel Gruppo Misto, dopo che nella legislatura precedente sedeva nel gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta insieme, tra gli altri, agli inglesi dell’Ukip. E che non si possa attendere a Conte lo ha fatto capire pochi giorni fa sul Mattino anche Luigi Di Maio, che di questi tempi ci tiene a far avvertire il proprio peso: “In Italia stiamo lavorando a una coalizione progressista e nel Parlamento europeo, dobbiamo guardare a quell’area aderendo all’Alleanza dei Socialisti e dei Democratici”. Dal suo staff sostengono: “Il ministro ha risposto solo a una domanda”. Ma in diversi dal M5S assicurano che Di Maio abbia parlato per spingere l’ex premier ad accelerare sul dossier europeo. Così ieri sera Conte a Otto e mezzo ha ribadito che la linea la detta lui: “Sui Socialisti in Europa sono d’accordo con Di Maio, che ha dato atto di un percorso. Darò io l’annuncio quando si concretizzerà questo passaggio e quando matureranno tutte le condizioni”.
Quel che è certo è che giovedì Enrico Letta sarà a Bruxelles per incontrare gli eurodeputati dem, seduti in S & D. Tra gli argomenti all’ordine del giorno, proprio l’eventuale adesione dei 5Stelle al gruppo socialista. Un incontro che in realtà era in programma da giorni, perché il dossier è sul tavolo del segretario. Ieri Repubblica scriveva di un freno del Movimento alla trattativa a Bruxelles, perché aspetterebbe garanzie sulla conferma di Fabio Massimo Castaldo a vicepresidente del Parlamento Ue. Fonti del M5S a Bruxelles negano: “Certe ricostruzioni giornalistiche sono fuorvianti: l’eventuale confronto con S&D non è ancora formalmente cominciato”. Tradotto, il negoziato deve ancora partire, “e non potremmo mai parlare di ruoli in questa fase”, affermano le stesse fonti. Letta va a Bruxelles proprio per capire se ci sono le condizioni per questo ingresso. Dal Nazareno sottolineano che i processi politici non si improvvisano e che ci sono una serie di valori che vanno verificati, dalla posizione euroatlantica ai modelli di welfare. Per entrare la richiesta va fatta al gruppo, ma la mediazione della delegazione italiana è centrale.
E la discussione tra gli europarlamentari dem non è ancora cominciata.
Manovra ancora fantasma: riscritta in segreto al Tesoro
La legge di Bilancio per il 2022 sta diventando – a seconda che si sia inclini al sarcasmo o all’indignazione – una barzelletta o una vergogna. Come forse il lettore ricorda, per legge andrebbe approvata entro il 20 ottobre e contestualmente inviata alle Camere, che devono a loro volta approvarla – per evitare l’esercizio provvisorio del bilancio – entro l’anno.
Ebbene, il governo di Mario Draghi avrebbe approvato la manovra 2022 il 28 ottobre: usiamo il condizionale perché quel ddl non è mai comparso in Gazzetta Ufficiale, né è mai arrivato in Parlamento. Dopo quasi due settimane è ancora al Tesoro, dove – ci dicono senza neanche imbarazzo – viene modificato con una procedura largamente illegittima, visto che leggi e regolamenti prescrivono – e non consigliano – un voto informato sui singoli testi, e fino ai più minuti dettagli, dell’intero Consiglio dei ministri. Come Il Fatto ha scritto venerdì, è il Cdm che “determina la politica generale del governo e l’indirizzo generale dell’azione amministrativa” e “delibera su ogni questione relativa all’indirizzo politico”. Il Regolamento, poi, prevede che ogni ministro riceva i testi almeno 5 giorni prima del Consiglio e possa esprimere il suo parere in una riunione preparatoria almeno due giorni prima.
Tradotto: non si può far finta di approvare il Bilancio in Cdm e poi far riscrivere norme su fisco, pensioni, Rdc, etc. al ministro Daniele Franco e a un gruppo di tecnici per 2 settimane. E ancora: non si può legiferare attraverso trattative segrete tra soggetti che non hanno titolo a farle col risultato, o forse l’intenzione, di comprimere il passaggio parlamentare, in cui posizioni e voti sono invece pubblici e legittimi.
Nonostante questo sia un tema non proprio secondario – che investe il livello di democrazia del procedimento legislativo e sul ddl più importante dell’anno – non pare sia di interesse di politica e grande stampa: domenica Il Corriere della Sera ci assicurava che “è improbabile” che il Bilancio arrivi alle Camere “prima di mercoledì” e che la colpa è “dei partiti”. Ma Draghi non era quello che a un certo punto “tira dritto”? O – è il sospetto – sta tirando dritto nel senso di svuotare di fatto i poteri di Parlamento e Consiglio dei ministri?
Si badi, nonostante quest’anno siamo a livelli record, assenza di critiche al conducator compresa, questo modo di procedere non è certo un fatto nuovo. Formalmente il record appartiene al ddl Bilancio dell’anno scorso: approvato “salvo intese” il 20 ottobre, fu riportato – giustamente, almeno per salvare la forma – in Consiglio dei ministri il 16 novembre e arrivò in Gazzetta Ufficiale il 18, un mese dopo il termine di legge. Si disse, con qualche ragione, che nell’anno del Covid era tutto più complicato e che il Bilancio doveva coordinarsi coi vari decreti Ristori. E vabbè. Nel 2019 la manovra era invece arrivata alle Camere il 2 novembre, comunque due settimane dopo il limite di legge, ma va ricordato che il governo Conte-2 si era insediato solo a settembre. Nel 2018, esecutivo gialloverde, le Camere videro un testo il 31 ottobre, ma i saldi della manovra furono riscritti a Bruxelles un mese dopo e imposti al Parlamento via maxi-emendamento e fiducia. Nel 2017 il premier Gentiloni e il ministro Padoan avevano mandato il testo il 29 ottobre, lo stesso giorno in cui era arrivato l’anno prima, il 2016 del referendum di Renzi.
Nelle ultime due legislature, la migliore performance appartiene al governo di Enrico Letta, che presentò la sua manovra il 21 ottobre 2013, in ritardo di un solo giorno: da allora ogni anno è andato peggio.
“Da B. a Matteo: politica e affari il peccato originale dell’Italia”
“Per fare il giro del mondo, Renzi dovrebbe almeno aspettare di essere fuori dalla politica”. Alicia Romay, corrispondente da Roma per il dorso spagnolo di Huffington Post, sintetizza il pensiero di molti colleghi della stampa estera, impegnati a raccontare l’ennesima anomalia italiana sul conflitto d’interessi. Un tempo c’era Silvio Berlusconi, oggi ecco Matteo Renzi, che nonostante l’impegno da senatore ha avviato una florida attività da conferenziere e uomo d’affari per conto di imprenditori e persino Stati stranieri, come nel caso dell’Arabia Saudita. Circostanza che meraviglia molti giornalisti stranieri.
Valèrie Segond è corrispondente per Le Figaro, forse il più noto quotidiano francese: “Renzi è ancora senatore, mi sembra chiaro che ci sia un problema etico che riguarda la deontologia degli eletti. Normalmente queste attività si fanno dopo il mandato, non durante”.
Segond ci racconta che in Francia hanno affrontato spesso casi simili, tanto che nel 2014 il Senato si è dotato di un codice di autoregolamentazione per stabilire un limite alle attività private degli eletti, che possono essere sottoposte al vaglio di una commissione di deontologia. Stando a una norma approvata nel 2018, i senatori “svolgono il mandato liberi da qualsiasi rapporto di dipendenza nei confronti di interessi privati o potenze straniere”. Anche se poi alcune zone d’ombra restano: “L’ex primo ministro Jean-Pierre Raffarin – ricorda Segond – per anni è stato sostenitore di una politica di dialogo con la Cina. Poi, appena terminati gli incarichi politici, è entrato nel board di una società che lavora in Cina. Questo può portare i cittadini a sospettare che ci fosse già prima un conflitto di interessi”.
Dietro le mosse di Renzi c’è poi un tema di investimento sul proprio futuro. Ne è convinto Peter Lowue, che scrive per l’importante testata svedese Dagens Nyheter: “Visto che non ha grande consenso, forse ha scelto di prendere altre strade ed emergere un poco nel dibattito pubblico”. Ma se il senatore è pagato dall’Italia e da un altro governo straniero, di chi farà gli interessi? “Forse di tutti e due, quando è possibile. Ma per la verità non ho capito bene fino in fondo la sua strategia”.
Dario Menor Torres, corrispondente per diverse testate spagnole (El Correo, Diario Sur) ammette che il problema è soprattutto la vicinanza al regno saudita: “Non vedo tanto il problema se Renzi si occupa di aiutare alcune aziende, come nel caso della società di car sharing Delimobil. Ma quando Renzi incontra Bin Salman allora c’è quantomeno una questione estetica, diciamo così, al di là del fatto che violi una legge oppure no. Ricordiamo che Bin Salman è accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Khashoggi”. E di certo, dice Menor Torres, “è giusto che i giornali possano pubblicare i pagamenti ricevuti da Renzi”, perché “su questo non può appellarsi alla privacy”.
La già citata Ramoy ne fa anche una questione psicologica: “La disperazione di alcuni politici quando perdono la poltrona è così enorme che fanno tutto ciò che riescono per guadagnare soldi e, in più, ottenere attenzione mediatica”.
Michaela Namuth, corrispondente tedesca in Italia dal 1994 (tra gli altri Die Tageszeitung, W&V, Weltreporter), richiama invece quel peccato originale che l’Italia si porta dietro da decenni: “Mi sembra che anche quella di Renzi sia una questione di leggi più che opinioni. Fin dai tempi di Berlusconi, non è mai stata approvata dal Parlamento italiano una norma più severa ed efficace per contrastare il conflitto di interessi dei politici. E forse è proprio questo il problema”. Così da arrivare, con una norma, dove non arriva il criterio di opportunità dell’interessato.
La destra lo difende: “È accanimento come è accaduto a Silvio”
Nel processo di avvicinamento ideologico a Silvio Berlusconi, a Matteo Renzi mancava la celebrazione del calvario giudiziario da parte della destra. La pubblicazione dei compensi per le conferenze in giro per il mondo gliene ha offerto l’occasione e così da tre giorni Renzi è l’idolo di Forza Italia, Lega e cespugli vari della coalizione. Ieri bastava leggere Il Giornale di casa Berlusconi per farsi un’idea. Secondo il direttore Augusto Minzolini, il motivo per cui Renzi è stato “attenzionato” (sic) è “palese”, ovvero condizionare la corsa verso l’elezione del Capo dello Stato: “Per questo va sottoposto al solito trattamento, cioè va azzoppato, gli va appiccicata addosso l’etichetta del politico finito”. L’intera vicenda, neanche a dirlo, ricorda “il processo farsa” a Berlusconi che portò “alla scissione di Alfano”. All’interno ecco poi due interviste a specchio col coraggioso titolo di “Dibattito sull’inchiesta Renzi”, visto che più che un dibattito pare uno scambio di complimenti. Da un lato c’è Sabino Cassese che ragiona sul “diritto alla riservatezza garantito all’accusato dalla Costituzione”, dall’altro Carlo Nordio che parla di “processo politico” e di “pubblicazione indegna” da parte del Fatto. Non sorprende allora la trincea forzista in difesa di Matteo.
Ieri si è esposta la vicecapogruppo in Senato Gabriella Giammanco: “Pubblicare l’estratto conto personale di Renzi non è informazione ma barbarie giustizialista. La commistione fra una certa stampa e una certa magistratura fa male alla democrazia”. D’accordo anche il deputato Andrea Ruggieri, che sentito dal Fatto si sfoga: “È ridicolo che ci sia un inquirente che allega dati non rilevanti penalmente negli atti di un’inchiesta e che la stampa li pubblichi con tutta questa enfasi. Lo direi per tutti: vale per Renzi, Conte, Di Maio, Berlusconi, Salvini. Renzi fa tutto secondo la legge, paga le tasse in Italia, ha dichiarato quei soldi e fa un lavoro remunerativo. Che problema c’è? Forse gli si imputa il fatto che guadagni troppo. Qui si sta esagerando. Da quando Renzi ha fatto cadere il governo Conte è in atto una sassaiola mediatico-giudiziaria nei suoi confronti”. E al fronte dei salva-Matteo partecipa pure Enrico Costa, ex forzista oggi in Azione: “Quell’estratto conto non doveva essere allegato perché è penalmente irrilevante. Nei confronti di Renzi c’è un accanimento mediatico-giudiziario come quello contro Berlusconi”. Lorenzo Cesa, leader dell’Udc che in passato ha avuto diversi guai con la giustizia, ci va giù ancora più pesante: “Il giustizialismo rappresenta un danno per la democrazia – attacca – La vicenda che ha coinvolto Renzi ne è la dimostrazione. La pubblicazione sui media del suo estratto conto è inaccettabile”.
Anche la Lega, che ha promosso la raccolta firme per i referendum anti-magistrati, si schiera in difesa di Renzi. Matteo Salvini non commenta pubblicamente, ma chi ci ha parlato racconta che, sul tema del garantismo, i due “Matteo” siano perfettamente allineati: “La Lega è stata presa di mira dai magistrati prima delle elezioni – va dicendo il leader del Carroccio – lo stesso succede da tempo anche con Renzi”. Anche i parlamentari leghisti ci mettono la faccia in difesa del leader di Italia Viva. Stefano Candiani, senatore molto vicino a Salvini, spiega che “la curiosità è sempre golosa ma riguarda i guardoni”. Poi, specificando che i senatori fanno una denuncia dei propri redditi, difende il collega di Italia Viva: “Che escano sulla stampa elementi delle indagini dà l’idea che su Renzi ci sia un’attenzione ad personam della magistratura. Occorrerebbe maggior cautela nelle indagini. Fare gossip, sciacallaggio o killeraggio di un politico non mi è mai piaciuto”. Anche il deputato leghista Massimiliano Panizzut spiega che la chiave saranno i referendum leghisti: “La magistratura è una casta e spesso quando si finisce sotto le sue grinfie non se ne esce più. Noi siamo sempre attenzionati prima delle elezioni, ogni tanto ci finisce anche qualcun altro” conclude parlando di Renzi. Poi c’è il deputato Manfredi Potenti, avvocato e componente leghista della commissione Giustizia: “Dispiace che si usi il sensazionalismo e che questioni riservate vengano usate per combattere un avversario politico. I referendum sulla Giustizia serviranno per cambiare il rapporto tra politica e magistratura”. E onorare il martire Matteo.
Conte: ora una legge contro i soldi esteri ai parlamentari
Ora la questione della pioggia di finanziamenti – leciti – a Matteo Renzi si fa politica. Perché Giuseppe Conte e i Cinque Stelle vogliono rilanciare una proposta di legge già depositata alla Camera per vietare a eletti e membri del governo di percepire soldi oltre un certo tetto da Stati o società estere. “Mi colpisce molto che un senatore prenda soldi da enti pubblici di uno Stato estero – ha detto ieri l’ex premier a Otto e mezzo –, ma lo risolveremo con una legge sul conflitto di interessi. Mi ha colpito poi che un pagamento arrivi da parte di uno dei Benetton proprio mentre noi ci battevamo contro la concessione di Autostrade. Mi chiedo come Iv si sia approcciata alla cosa”. Un attacco dritto, mentre anche anche Fratelli d’Italia vuole presentare un testo sul tema.
Però prima bisogna ripartire dalla proposta di legge depositata dal M5S alla Camera, a prima firma dal deputato Francesco Berti. Un testo che all’articolo 1 prevede il divieto per parlamentari membri di governo, presidenti delle Regioni e loro assessori di percepire “contributi, prestazioni o altre utilità di valore complessivo superiore a 5.000 euro, erogati, anche indirettamente, da governi o da enti pubblici di Stati esteri o da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia”. Norma presentata mentre l’Italia parlava dei viaggi di Renzi in Arabia Saudita da Bin Salman, fautore – a dire del fu premier – di un “nuovo Rinascimento”. In questi mesi la proposta di legge del M5S era rimasta ferma. Ma ora i 5S vogliono inserire la norma di Berti nella proposta di legge sul conflitto di interessi, finora rimasta ingolfata nella commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Vittoria Baldino, capogruppo M5S in commissione: “Vogliamo evitare la commistione tra interesse pubblico e privato. Quindi vorremmo assicurarci che ogni parlamentare faccia gli interessi del proprio Stato”.
Non solo. Il 23 novembre a Montecitorio dovrebbe arrivare in aula un testo unificato per regolamentare l’attività di lobbying, che ha tra i primi firmatari anche il 5Stelle Francesco Silvestri. Una legge importante, sostiene Silvestri, “perché a oggi non esiste ancora un testo che regoli il rapporto tra lobby e decisori pubblici, mentre con questa legge ogni rappresentante di interessi dovrebbe iscriversi a un registro e aggiornare l’agenda degli incontri”. Un’ipotesi, quella della legge, a cui sta lavorando anche FdI, che sul rapporto Renzi-Arabia Saudita si stacca dagli alleati del centrodestra che gridano all’accanimento giudiziario. Il partito di Meloni sta studiando un ddl per evitare che un parlamentare possa ricevere soldi da uno Stato estero. “Non è possibile che un rappresentante del popolo venga finanziato da un altro Paese” spiega al Fatto il capogruppo alla Camera di FdI Francesco Lollobrigida. Anche Andrea Delmastro, responsabile Giustizia di FdI, è sulla stessa linea: “Se Renzi non capisce che i finanziamenti dall’estero sono inopportuni politicamente, servirà una legge per impedirglielo”. Opinioni e proposte che in passato sarebbero piaciute anche ai renziani.
Nel 2015, la ministra delle Riforme del governo Renzi, Maria Elena Boschi, annunciò che “maggio” sarebbe stato “il mese del conflitto d’interessi”. Sparito nel nulla. A inizio 2016 ricomparve un testo base annacquato scritto da Francesco Paolo Sisto e affossato da un inedito asse Pd (renziano)-M5S. Da allora non se n’è saputo più niente. Anzi sì. Nel gennaio 2018, dopo le polemiche sull’intercettazione con Carlo De Benedetti sul decreto Banche, Renzi andò a Matrix e chiese ai politici di pubblicare i conti correnti sventolando il suo da 15mila euro: “Se volete fare i soldi, non fate politica. Se vuoi fare i soldi non ti metti a fare il politico. Chi fa il politico ha questi conti correnti, non ne ha altri. Se ne ha altri c’è qualcosa che non torna”. Oggi ha cambiato idea.
CoeRenzi
Uno dei motivi per cui ai politici andrebbe applicata la data di scadenza, come ai generi alimentari, è che col tempo accumulano una tale collezione di detti e contraddetti da diventare i migliori testimonial dell’antipolitica (quella vera). Prendete Mister Zerovirgola che, anche se sembra lì da una vita, infesta la ribalta nazionale da appena 10 anni. E in questi 10 anni gli è capitato persino di dire cose sensate. Ma è stato un attimo: poi è guarito. Il 17 gennaio 2018 i giornali raccontavano la sua soffiata di tre anni prima sul decreto Banche a De Benedetti, che ci aveva guadagnato in Borsa 600 mila euro in un nanosecondo. Lui andò a Matrix e tenne un’eccellente lezione di etica pubblica: “Se volete fare i soldi, non fate politica. Fai politica perché hai interesse, ideale, passione. Se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari, prendi i contratti milionari che ti offrono, non ti metti a fare il politico. Chi fa il politico ha questi conti correnti, non ne ha altri. Se ne ha altri c’è qualcosa che non torna… Mi piacerebbe che per trasparenza tutti quelli che fanno politica presentassero tutti i conti correnti, dove li hanno e come tirano fuori i soldi”. E sventolò il suo estratto conto con soli 15.859 euro, visto che non era più premier, non era ancora parlamentare e non aveva un mestiere.
Così fu lui, giustamente, a trasformare il suo conto corrente in un fatto politico e pubblico, oltreché in un’arma propagandistica per travestirsi da frate trappista durante uno scandalo di vil denaro. E, per coerenza e trasparenza (parlando con pardòn), avrebbe dovuto essere lui, senza aspettare la Procura, a pubblicare il nuovo estratto conto, schizzato in due anni a 2,6 milioni, con nomi e cifre dei donatori. Non perché ci siano reati (questo lo decideranno i giudici). Ma perché i suoi eventuali elettori e tutti i cittadini che rappresenta come senatore hanno diritto di conoscere le ragioni della sua repentina fortuna. Invece ha scatenato la sua Bestiola sui social per accusare il Fatto di reati e condotte inesistenti: gli atti dell’inchiesta Open sono depositati agli avvocati, anche al suo, e non sono più segreti; e noi non abbiamo mai pubblicato il suo estratto conto, anche perché non l’abbiamo, ma solo la lista di chi lo paga tratta dal rapporto della Guardia di Finanza, anch’esso depositato agli atti. Il fatto che, a quasi 30 anni da Mani Pulite, battaglioni di politici e giornalisti fingano di non sapere che gli atti depositati non sono segreti e che i guadagni extra dei politici non sono coperti da privacy, la dice lunga su come sono ridotte l’informazione e la politica. E fa sorgere una domanda: come mai il politico più detestato dagli italiani resta il più amato dagli editori? Dovranno mica ricompensarlo per qualcosa?
“La ragazza giusta” è solo un’illusione del maschio
Come poi avrebbe raccontato lui stesso, Martin Amis ha quattordici anni quando incontra per la prima volta Elizabeth Jane Howard, la sua “malvagia ed eccezionale matrigna”. È il novembre 1963 e con il fratello Philip mette piede per la prima volta nell’appartamento che suo padre Kingsley (scrittore anch’egli) ha preso a Knights bridge dopo la separazione dalla loro madre. È mezzanotte, il volo ha fatto molto ritardo, e con il padre devono passare un fine settimana. Stanchi e affamati, insieme a lui già in pigiama trovano una dea avvolta da una vestaglia bianca immacolata fino ai piedi e con lunghi capelli biondi, che non si scompone e inizia a preparare uova e bacon. Alla fine di quei giorni divertenti passati a far bagordi tra i bar di Harrod’s, i ristoranti, i negozi di dischi, il cinema nel West End – la cui felicità è spezzata da una telefonata, piovuta proprio durante l’ultima sera, che informa circa l’assassinio di Kennedy –, il giovanissimo Amis non può prevedere che qualche anno dopo, quando si sta trasformando in uno scioperato dedito alle scommesse delle corse dei cani e un mediocre studente, sarebbe stata proprio Elizabeth ad accendere la sua carriera di scrittore, mettendogli in mano Orgoglio e pregiudizio, che in capo a poche pagine, lo folgorerà.
Nata a Londra nel 1923 nella middle-class, Elizabeth ha una vocazione per i perdenti, per quelle che lei descrive “anatre zoppe”. In effetti, lo ammette nello spietato memoir Slepstream (2002), lei stessa lo era: già da piccola, tra nanny e collegi, conosce il disamore di una madre russa ex ballerina che lasciò le scene per lei e gli abusi di un padre che le mise le mani addosso, e finisce per sposare a diciannove anni il primo che passava di lì e che un poco la fa sentire speciale. Durata quattro anni, l’unione termina nel ’46 e la obbliga ad ascoltare i propri desideri e capire cosa vuol combinare nella vita. Così, nel 1950 esordisce con The Beautiful Visit, che fa subito sensazione e vince il premio John Llewellyn Rhys, imponendola nella scena culturale londinese.
Quello con Kingsley Amis è il suo terzo e ultimo matrimonio, che durerà fino al 1980. Sebbene per i primi anni, il sodalizio – sentimentale e lavorativo – sembra fortunato, lui si dimostrerà presto un ubriacone molto versato nell’adulterio. Ed è dopo questo divorzio, che pubblica nell’82 Getting It Right (che esce oggi per Fazi, nella sempre accurata traduzione di Manuela Francescon, con il titolo gustosamente capzioso La ragazza giusta), ultimo titolo prima che la scrittrice dia il via alla fortunata Saga dei Cazalet, tanto fortunata da diventare anche una serie tv per la Bbc, dove ormai sulla sessantina su consiglio del figliastro geniale Martin, riavvoltola le istantanee della propria parabola biografica.
La ragazza giusta è quella che deve trovare il giovane Gavin, un timido e sensibile parrucchiere di estrazione modesta. Siamo nella Londra anni 70, ammantati da quel senso di generale confusione e ambiguità morale che ha scortato una fase storica di grande cambiamento, soprattutto per quanto concerne i rapporti tra uomini e donne. E Gavin, che molti ritengono omosessuale – forse anche sua madre, di sicuro sulle prime anche il lettore – è invece solo molto goffo con l’altro sesso e, ancorché abbia superato i trent’anni, è vergine e lontano dal maritarsi. Essere appassionato di opera e letteratura russa, certo non lo aiuta. Un po’ immalinconito che alle ragazze non piacciano i tipi come lui, una sera chiede aiuto al suo migliore amico, Harry, lui invece gay dichiaratissimo. E sarà proprio quest’ultimo a introdurlo alle feste mondane del bel mondo dove conoscerà due donne: la colta Joan, moglie infelice, adulta e molto carismatica, e la giovanissima e inquieta Minerva, ricca e psicopatica, bisognosa di essere amata da chiunque. Ma non sceglierà nessuna delle due.
Esatta nell’intreccio, capace di una sensibilità chirurgica per l’incursione tra realtà esterna e mondo interiore, Elizabeth Jane Howard narra questa storia, fatta di inciampi, lacrime e risate, in uno stile levigato ma cangiante, ruscellato da scossoni profondi, e allestendo una struttura semplice fatta di incontri e flashback in cui ritroviamo l’umorismo delizioso e l’acuminata capacità di osservazione che le consentono di modellare situazioni romantiche originali e mai stucchevoli. Tuttavia, il romanzo fa perno altrove: non tanto sulla difficoltà di amare ed essere amati, ma sulla problematicità delle scelte sentimentali. Muriatica nel giudicare la società patriarcale degli uomini, freddi e meschini, più tenuemente le donne, però smaniose e insicure, in quell’inferno privato che è la vita di coppia, Howard riflette su come siano proprio le unioni sbagliate le più diffuse. Alle sue contemporanee, nelle perbenista Inghilterra come altrove, sembra suggerire di evitare quel- l’aggancio, spesso insano, che porta le donne a ricercare nel matrimonio l’invincibile sottomissione culturale e fisica dei loro padri, l’abitudine a tacere come un destino.