Senato Usa, a processo il padre di tutti i mali: Mark Zuckerberg

Mollate Zuckerberg. Lasciatelo tornare nella sua casa d’intelligenza artificiale, perché tanto lui, di aprirsi un chiringuito sulla costa e salutare tutti caldamente, non ne vuole sapere. Tanto ha fatto, la politica americana, da riuscire a spostare l’asse dell’empatia dalla parte di uno degli uomini più potenti del mondo, che ha costruito un impero così grande da contenere la sua stessa concorrenza (vedere alla voce “Instagram”).

Ma quello che hanno messo in scena le audizioni al Senato e alla Camera del Congresso degli Stati Uniti (nelle commissioni competenti) sembrava un processo alla persona. Un “ti aspettiamo al varco”, quando a quel varco ci si è trovata la politica stessa, incapace di legiferare a dovere negli ultimi decenni. Questo è stato palese, specie al Senato, dove il ceo si è fatto scappare persino un sorrisetto diventato poi il meme migliore in circolazione da mesi. Gli hanno chiesto come facesse a essere gratuito il suo servizio, portandolo a rispondere: “Senatore, abbiamo la pubblicità”. Gli angoli della bocca si sono inarcati per una frazione di secondo. Eh già, senatore. E come funzionerà mai questo internet, lo strano mostro che come un Frankestein sfugge al controllo degli stessi creatori?

Che qualcosa sia andato storto, nel grande sogno democratico della rete, lo aveva confermato Tim Berners Lee, il papà del World Wide Web (esatto, www), quando commentò, via Twitter, lo scandalo di Cambridge Analytica: “Immagino che Mark Zuckerberg sia devastato dal vedere come la sua creazione sia stata abusata e usata impropriamente (certi giorni, ho la stessa sensazione)”.

Più che una pacca sulla spalla al ceo, era un avvertimento per tutti: ragazzi, tocca rimboccarsi le maniche. Tocca capire, come ha sottolineato in un’analisi Thomas Baekdal su Baekdal.com, tradotto per l’Italia da Valigia Blu, che bisogna spostare la discussione sull’ottica di sistema, sulla “tendenza generale sulla privacy”, sulla condivisione dei dati e su cosa i politici sono autorizzati o meno a fare.

Linea intrapresa dai Paesi europei in questi anni: la Germania, sull’hate speech, la Francia sul tracciamento. E ancora il Regno Unito e anche l’Italia, con il garante per la Privacy. Quell’Europa che da spina nel fianco ora viene spizzata come modello giuridico per l’entrata in vigore del nuovo regolamento sulla protezione dei dati, il Gdpr.

Molte delle domande che hanno rivolto i rappresentanti del Congresso a Zuckerberg, erano domande che riguardavano il funzionamento di molti altri servizi. E lui ci ha pure un po’ provato, a farlo presente, qua e là. Come quando ha risposto al deputato John Shimkus (Illinois), citando Google, tra i servizi che hanno un sistema pubblicitario sovrapponibile.

L’espressione di Mark Zuckerberg prima degli interrogatori, immortalata egregiamente da Chip Somodevilla per Getty Images, sopra tutti, avrà smosso le penne di sceneggiatori e registi in tutto il mondo: quello che è già andato in onda, però, è un processo sommario a una persona, assurta a volto unico di un sistema.

Beatrice siamo noi. Basta fregarsene di essere “troppo” per qualcuno

 

Cara Selvaggia, a proposito del suicidio di Beatrice che ha deciso di smettere di vivere perché derisa per il suo peso, siamo state tutte Beatrice, chi per lungo tempo, chi ancora oggi. Perché veniamo bombardate non solo da modelli irraggiungibili, ma da richieste improponibili di uomini narcisisti e superficiali, che ti impongono il confronto con donne ricreate a colpi di pc e make up, e che si incistano nelle tue fragilità per tirarti giù nell’abisso. Anche io sono stata Beatrice. Alle elementari diventavo Beatrice a ricreazione. Messa in un angolo del cortile, mi gettavano pietre e mi urlavano “Strega devi morire”. Prendevo calci e pugni perché sapevo costruire un solido con il cartoncino, mentre i miei compagni disegnavano i quadrati contando i centimetri nel quaderno millimetrato. Diventavo Beatrice a mensa, perché cercavo di buttare la carne in bagno e per ribellarmi bevevo a canna dalla bottiglia del refettorio così da impedire agli altri di dissetarsi. Ero Beatrice alle medie, perché il mio unico pensiero era l’allenamento per le gare di ginnastica artistica. E quindi ero una sfigata. Mi prendevano in giro perché ero troppo brava a scuola, e quindi smisi di studiare. Peggio. Riscossi l’odio anche della prof. di italiano. Ero Beatrice al liceo. Prima perché troppo bella, poi perché troppo anoressica, poi perché troppo brutta in quanto anoressica. Smisi l’artistica e passai alla danza. Ma ero Beatrice anche lì, cazzo. Troppo muscolosa per una ballerina, troppo grassa. “Ma come, se sono anoressica?”. Anche l’anoressica è troppo grassa per la danza. Arrivai ad essere Beatrice anche all’università. Ero così fottutamente brava da tenere lezioni di Psicologia della personalità. Ma ero così detestata dagli studenti che avevano diffuso la voce che andassi a letto con i professori per avere 30 e lode. Arrivai a Parigi, e continuavo a essere Beatrice! Eh già, ero troppo straniera. Troppo italiana. E Beatrice si sa, è dantescamente italiana per eccellenza. Animalista e vegan equivaleva a essere due Beatrice. Animalista, vegan e attivista a tre Beatrice. Diventai modella, alla faccia di quelli che dicevano che la Beatrice di prima era troppo brutta. Ma la mia fisionomia non rappresentava né l’italiana né la francese tipo. “Ma se prima da italiana ero Beatrice, perché ora da francese continuo a essere Beatrice?”. Perché fai irlandese, e quindi sei come Beatrice: sbagliata. Ma vaffanculo. Torno in italia e mi dicono che sono troppo francese. “Oui, je suis Béatrice!”. Ricominciamo da capo. Sono Beatrice, non riesco a uscire da questo circolo vizioso. Sono Beatrice per chiunque. Per i miei genitori, per la società, per i vecchi amici. Sono Beatrice e sono quindi sbagliata per tutti gli uomini. Sono troppo impegnata, troppo particolare, troppo punkabbestia, troppo borghese, troppo povera, troppo ricca, troppo intelligente, troppo stupida, troppo sensibile, troppo coriacea. Allora decidetevi, sono o non sono Beatrice? Ve lo dico io. Sì, lo sono. Sono Beatrice e sono tutte le Beatrici perdenti e vincenti, che hanno sofferto e che si sono rialzate, che hanno spalato merda e che hanno goduto di piccole fortune, che hanno incassato e che le hanno anche date. Io sono Beatrice e sono ancora viva. Per me, per la piccola Beatrice, per tutte noi, Donne.

Laura

Cara Laura, leggendo la tua bella lettera si ha una forte sensazione: malvagità altrui a parte – a cui credo fermamente – appare evidente la tua forte dipendenza dal giudizio altrui. Che te ne frega di essere troppo qualcosa per qualcuno? E se ora, il problema, non fosse più l’essere troppo per qualcuno, ma il “non abbastanza” per te stessa?

 

L’indecente ingerenza del capo nella nostra vita privata

Ciao Selvaggia, il mio ufficio è spaccato tra chi sta dalla parte del capo e chi dalla parte di una collega che ha ingaggiato una battaglia con la nostra piccola azienda. Noi curiamo la comunicazione di varie imprese, alcune delle quali in segmenti molto seri. La collega è tanto brava, quanto esibizionista. Da un anno pubblica su Facebook foto di lei al mare in costumi succinti, delle sue lezioni di lapdance, selfie in camera da letto con vestagliette minimal. La scintilla è stata una sua foto sulla moto del fidanzato semi nuda in un post aperto a tutti con circa 300 commenti anche di un paio di clienti, della serie “alla prossima riunione spero mandino te, non i tuoi colleghi maschi” (qui è l’unica donna). Il capo, avvisato da non si sa chi, l’ha convocata e le ha chiesto di avere un atteggiamento più serio su Fb per non danneggiare l’immagine dell’azienda rispetto ai clienti. Lei inizialmente ha fatto finta di abbozzare, poi ha ricominciato a pubblicare foto svestita, scrivendo cose che sono chiare sfide al divieto e chiedendo solidarietà a noi colleghi per “l’indecente ingerenza nella nostra vita privata del capo”. Qualcuno le ha dato ragione, qualcuno no. Io sono a metà, capisco le ragioni di entrambi, ma temo che la cosa finirà in un ufficio legale. Che ne pensi?

Dario

Penso che ci siano delle ragioni di eleganza, rispetto e opportunità che la collega dovrebbe rispettare. Quando lavoriamo per qualcuno, quello che facciamo fuori dal lavoro in una dimensione “pubblica” riguarda anche l’azienda, perché in qualche modo la rappresentiamo. Mettere delle foto osè in una bacheca PUBBLICA se si curano le pr di aziende che hanno una certa immagine, secondo me è una scemenza. E fa bene il suo capo a chiederle discrezione. Non si tratta di ingerenze o censure, ma di opportunità. Il giusto compromesso potrebbe essere, intanto, che la collega lasciasse aperta la sua bacheca Fb solo agli amici. Se poi 5.000 persone che mettono like alle sue foto non le bastano, forse fa male a fare la pr per gli altri: è una promettente pr di se stessa. Ma è un altro lavoro. Citofonare @EmilyRatajkowski.

 

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il Fatto Quotidiano
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Pir, è caccia al cliente da spolpare tra trappole e commissioni gravose

Una spontanea comunione di ostili intenti nell’ipotesi migliore, un illecito accordo occulto in quella peggiore. Il punto sono i Piani individuali di risparmio (Pir), una formula in vigore dal 2017, che esenta i risparmiatori da varie imposte. Bisogna investire in titoli di imprese anche medio-piccole, rispettando determinate regole, fra cui in particolare mantenere l’investimento per cinque anni.

Di per sé la legge concede i vantaggi fiscali senza imporre le forche caudine del risparmio gestito. Peccato che praticamente tutte le banche e società d’intermediazione mobiliare (sim) mettano i bastoni fra le ruote. Spingono i Pir, obbligando però alla sottoscrizione di fondi comuni o simili, al fine di spolpare il cliente con gravose commissioni e disporre, all’occorrenza, di contenitori dove scaricare immondizia finanziaria.

Penoso al riguardo un recente documento di ricerca del Consiglio nazionale e della Fondazione nazionale dei commercialisti: “I piani individuali di risparmio: quadro normativo e aspetti operativi” di Roberto De Luca e Nicola Lucido. Elenca infatti le diverse alternative, omettendo bellamente i Pir autogestiti. Che non venga a qualcuno la tentazione di svincolarsi dall’abbraccio soffocante del risparmio gestito!

Da un’altra pubblicazione del mese scorso, “I piani individuali di risparmio (Pir)” del Politecnico di Milano e Intermonte emerge un 2,3% annuo per il primo quinquennio fra commissioni d’ingresso e di gestione. Già così un Pir risulta una scelta perdente salvo il caso davvero eccezionale di rendimenti di mercato superiori all’8% annuo. Si aggiungono per altro commissioni di incentivo, nonché vari costi occulti. Un piano di risparmio ha senso, solo evitando tali pesanti balzelli.

Peccato che permettano ai clienti di farsi un Pir con acquisti diretti di azioni e obbligazioni solo una banchetta toscana (Investbanca) o una società torinese (Directa sim) con tutt’altro ordine di costi, cioè nell’ordine dello 0,3% annuo.

Quanto abbia funzionato l’ostruzionismo del sistema a danno dei risparmiatori salta agli occhi dai numeri dei piani aperti. Nel profluvio di articoli plaudenti, in effetti questa informazione latita, mentre vengono sbandierato quelli gli 11 miliardi di euro raccolti nel 2017. Dato che permette di stimare sopra i 500 mila i risparmiatori con Pir zeppi di fondi, sicav ed etf. Quelli fai-da-te sono invece intorno ai 200-300. Meno dell’un per mille. In Italia sfuggire al predominio delle grosse banche e sim è davvero dura.

Pellegrini di Napoli, è rischio chiusura

C’è una finestra che ha un telo di plastica al posto del vetro, ce n’è un’altra rattoppata con del nastro adesivo e c’è una porzione di muro che è saltato via. Questo non è un campo di guerra, ma l’anticamera della terapia intensiva di un ospedale: il Pellegrini di Napoli. Un luogo che dovrebbe isolare il più possibile il reparto dall’ambiente esterno per tutelare lo stato di salute già molto grave dei pazienti ricoverati. E invece sembra un posto scampato alle bombe. La Regione Campania con una delibera del 2012 ha stanziato 1,8 milioni di euro per ammodernare il pronto soccorso e la rianimazione. Dopo sei anni, solo una parte dei locali dell’emergenza sono stati rifatti. Quelli dei codici verdi e gialli devono ancora essere riconsegnati dalla ditta appaltatrice e tutta quanta la terapia intensiva è nelle stesse condizioni di prima. Non sanno dove parcheggiare i pazienti. Ma un posto così una Regione farebbe bene a chiuderlo subito. Perché qui l’igiene non è garantita e il rischio di contagio e di infezioni è molto alto. Dopo l’ennesima sollecitazione, la Asl Napoli 1 ha tempo due mesi per sgomberare il reparto e far partire i lavori.

Dichiarazione precompilata: la bussola tra spese e risparmi

In attesa del 2023, o giù di lì, quando secondo il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, verrà abolita la dichiarazione dei redditi (“Accumulando sempre più dati e non chiedendo più quelli che già abbiamo, deve venir meno il concetto stesso di dichiarazione”), tocca di nuovo armarsi di santa pazienza per affrontare la nuova stagione delle tasse. Da oggi, infatti, è possibile visualizzare via web il proprio modello e consultare l’elenco di tutte le informazioni che sono state utilizzate per elaborarlo. Quest’anno, con l’ingresso degli asilo nido e delle erogazioni liberali in favore del terzo settore, la precompilata parte da 925 milioni di dati se si considerano quelli relativi agli sconti fiscali (detrazioni e deduzioni) e ai redditi di 20 milioni di contribuenti che presentato il 730 e ai 10 milioni del modello Redditi, ex Unico). Nel dettaglio, sono 720 milioni (4,3% sul 2017) i dati delle spese sanitarie comunicati da farmacie, studi medici, cliniche e ospedali, 16 milioni (1,5%) le informazioni relative ai bonifici per ristrutturazioni edilizie, 95 milioni (1,6%) i dati che riguardano i premi assicurativi, oltre 3,8 milioni i rimborsi di spese sanitarie (20,3%) e quasi 3,5 milioni (1,2%) le spese universitarie.

Fin qui, tutto bene. Il quarto anno della dichiarazione precompilata sembrerebbe partire sotto i migliori auspici, ma con un grande scoglio da superare: il riscontro degli italiani. Avrebbe, infatti, dovuto risolvere tutti i problemi dei cittadini nel rapporto con il Fisco e, invece, la precompilata stenta a decollare. Lo scorso anno sono state solo 2,4 milioni, su 20 milioni, le dichiarazioni presentate da dipendenti e pensionati tramite la piattaforma web messa a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, ma in aumento del 18% sul 2016. Chiaro il flop: nei primi anni di sperimentazione c’erano a disposizioni pochi dati (perlopiù mutui, polizze, contributi previdenziali e assistenziali) che hanno spinto i contribuenti a continuare a riversarsi in massa presso commercialisti e Centri di assistenza fiscale che hanno dovuto modificare la dichiarazione, diventando anche responsabili dei nuovi dati che inseriscono. Così per quest’anno con l’aumento dei dati e della diffusione della dichiarazione sono ottimistiche, anche se resta arduo far coesistere un modello “facile” che necessita ancora di 96 pagine, più 16 di appendice, di istruzioni.

Ma chi ben inizia, è a metà dell’opera. E per farlo c’è bisogno delle credenziali per accedere al sito delle Entrate: si può utilizzare il pin dispositivo dell’Agenzia, dell’Inps (deve essere “dispositivo”, un codice per così dire di secondo livello), del NoiPa (per i soli dipendenti pubblici), la smart card Cns (bisogna avere a disposizione un lettore attrezzato) e lo Spid (il sistema pubblico di identità digitale il cui obiettivo è fallito lo scorso marzo).

Per chi, invece, non possiede ancora le credenziali di accesso al sito delle Entrate, la via più rapida è rivolgersi direttamente a un ufficio territoriale (servono un documento di riconoscimento e il modulo di richiesta) che consegnerà le prime 4 cifre del Pin e la password per il primo accesso. Se, invece, si sceglie l’opzione online, il contribuente deve avere a portata di mano il codice fiscale, il tipo di dichiarazione presentata nel 2017 e il reddito complessivo dichiarato. Poi, inseriti questi dati, si riceve la prima parte del Pin, mentre la seconda e la password di primo accesso arriveranno per posta entro 15 giorni. Certo, il procedimento non è dei più semplici, ma comunque si tratta di un passo verso il risparmio (il costo medio ai Caf è di 50 euro) e la semplificazione.

Poi, una volta entrati nel sito, appare una prima schermata nella quale sono presenti tre percorsi: visualizza, modifica o accetta. Ma solo dal 2 maggio al 23 luglio sarà possibile farlo. Fino ad allora si può, infatti, solo visualizzare il modello. Che è così composto: dalla sezione “Visualizza i dati” si accede a una serie di menu a tendina che li mostra nel dettaglio. Tra le novità di quest’anno: la cedolare secca, i redditi dei contratti di locazione non superiori a 30 giorni, i bonus aziendali, il sisma-bonus, l’eco-bonus per gli interventi di riqualificazione energetica di parti comuni degli edifici condominiali, le spese d’istruzione e quelle dagli studenti universitari e l’Art-bonus. E se non ci si è ancora persi, nelle sottocategorie si possono vedere i dettagli su oneri, detrazioni, deduzioni e con un altro paio di click si ottengono le spese tra cui quelle sanitarie divise tra ricevute mediche e ticket per farmaci ottenuti con la tessera sanitaria elettronica.

È poi selezionando il link “Scegli il modello” (tra 730 e Redditi) che si può passare a stampare la dichiarazione in formato pdf. Accettando la dichiarazione senza modifiche si verrà esonerato dai controlli del Fisco, mentre scatta in automatico l’eventuale rimborso Irpef sul rateo dello stipendio e della pensione di luglio o agosto.

Quelle avventure creative di Olivetti e di Carlo Scarpa

Adriano Olivetti sembra il protagonista di una leggenda che, mentre trascorrono i decenni, si fa più difficile da spiegare. Forse, se tutto ciò che Elena Tinacci racconta nel suo libro (Mia Memore et devota gratitudine. Carlo Scarpa e Olivetti 1956-1978, Edizioni di Comunità, 2018 ) accadesse oggi, Olivetti sarebbe incriminato per associazione a delinquere, con i migliori architetti del suo tempo, al fine strano e oscuro di creare bellezza, così come i Medici senza Frontiere adesso sono incriminati, in combutta con chi prova ancora solidarietà, per la loro ostinazione a salvare vite.

Infatti, allo stesso modo, la storia italiana non ci spiega perchè il polo magnetico del pensiero, dell’attività culturale e di quella imprenditoriale di Adriano Olivetti sia rimasto (o sia stato tenuto) a distanza da una Italia contemporanea brutta, pomposa, cerimoniosa, ancora intenta a trasportare scorie del passato (che infatti ci presentano di nuovo come pensiero politico).

Il libro di Elena Tinacci (una scrittura deliberatamente forte, un tono netto, una voce alta) è la testimonianza che qualcosa di grande è davvero accaduto in questo Paese. E che la storia imprenditoriale e di cultura (prima di tutto di architettura ) di Adriano Olivetti non è un “Camelot” da rivisitare in sogno, non è la leggenda del re buono che vuole dare, attraverso la bellezza, felicità ai sudditi.

È un pezzo della nostra storia che, salvo pochi autori, la storiografia italiana continua a dimenticare, archiviando fuori dai grandi eventi parti fondamentali della vita di questo Paese. Per fortuna autori come Tinacci (ma è giusto ricordare che non è sola, da quando sono rinate le Edizioni di Comunità ) impediscono di credere al buon re di un’isola felice che non c’è più e forse non c’è mai stato. E riportano in campo protagonisti come Carlo Scarpa, l’eroe giustamente celebrato di questo libro, l’architetto creatore a cui viene restituito il peso e la portata del suo lavoro nel mondo.

Il lettore distingue subito, fra le tante voci della intensa ed essenziale conversazione che è questo libro, la voce di Bruno Zevi. Basta seguirla, lungo l’intrico di sentieri aperti dall’autrice, con un intenso lavoro di ricerca, per ritrovare il luogo caldo di una splendida discussione.

Un anno senza Bonco: “Ancora ridiamo per tutti i suoi scherzi”

“Una mattina vedo mio figlio Brando, allora 13enne, più stanco del solito. Età? Studio? Pensieri? Fidanzate? Mi preoccupo, gli domando il perché di quello stato catatonico. Lui all’inizio non risponde. Insisto. Alla fine, a bassa voce, rivela: ‘Scusa mamma, è per il nonno: gioca tutta la notte alla Playstation e fa un casino assurdo, non riesco a dormire’. Papà abitava al piano superiore”. Il nonno era ed è Gianni Boncompagni, la mamma preoccupata si chiama Barbara Boncompagni, ultima delle tre figlie cresciute da uno dei più grandi visionari della tv italiana, morto esattamente un anno fa.

16 aprile 2018…

Sia ben chiaro: non c’è da essere tristi.

Non sarebbe da Boncompagni.

Appunto, la sua eredità più importate resta la leggerezza, e tale deve restare.

L’eggerezza sia…

E non vuol dire “superficialità”, perché quando si parla di mio padre bisogna sempre tenere conto della sua grandissima capacità di crescere tre figlie. E da solo.

Vostra madre è andata via di casa quando eravate piccole.

Io avevo solo un anno, le mie sorelle 3 e 6 e papà doveva anche lavorare.

Eppure…

È sempre riuscito a sdrammatizzare ogni situazione, se una di noi tornava in lacrime, magari perché era stata lasciata dal fidanzato, lui si metteva a ballare e cantare: “Ne trovi un altro più bello che problemi non ha…”.

Tocco magico.

Una volta gli racconto dell’amico di mio figlio perennemente insieme a una collaboratrice domestica, quasi messo da parte dalla madre, e lui: “Che culo, meglio crescere con la tata che con quella donna”.

Si poteva ridere di tutto…

Infatti noi figlie lo abbiamo fermato quando pensava di pubblicare un libro dal titolo ironico: “Lati negativi del cancro”.

Suo padre è nato così, o ha imparato dalla vita?

Non lo so, in gran parte credo sia stata l’indole toscano-aretina, anche suo padre, quindi mio nonno, era simile: dopo la sua morte abbiamo trovato una corrispondenza fantastica tra loro…

Nata in quale periodo?

Quando papà a 18 anni è partito per vivere in Svezia, e poi ci è rimasto ben dieci anni, nonno gli scriveva: “Cosa combini? Ergiti!”.

Perché in Svezia?

Credo per le donne.

Lì ha conosciuto vostra madre.

Lui povero, seduttore di una donna ricchissima ed esponente di una famiglia molto conosciuta.

Sembra una piccola sceneggiatura all’Alberto Sordi.

Mia madre credo sia rimasta affascinata dalla sua simpatia, dai modi cazzoni; lei era una ragazza annoiata dalla realtà iper borghese, dove in casa era normale ospitare il Re di Svezia.

Parlava svedese con voi?

Papà? Mai, ogni tanto solo con Mario Marenco, anche lui per un periodo in Svezia. Anzi, li ha presentati mamma.

Boncompagni è celebre per la pigrizia.

Diceva sempre: “Ancora non ho trovato il modo di fare la radio senza farla”.

Però non andava in vacanza…

Odiava le ferie, erano solo una perdita di tempo, “e poi il nostro lavoro è meraviglioso”, per questo ad agosto organizzava sempre le prove delle sue trasmissioni, e i collaboratori costretti a restare a Roma.

In particolare, di lui cosa le manca?

La sua visione moderna della vita.

“Moderna” associata a un genitore, è una concezione rara.

Era veramente avanti, nella vita come nel lavoro.

È famoso per i suoi scherzi.

Noi figlie le sue prime vittime. Da piccole ci ha spedito da tutti i giocattolai di Roma a cercare la novità dell’anno: “Robotti”; entravamo negli esercizi con la solita richiesta, i negozianti spiazzati a volte balbettavano “ci dispiace, non lo conosciamo”. Dopo molto tempo abbiamo scoperto che non esisteva.

Avete protestato?

Noooo, abituate, anche perché non era mica solo lui: Renzo Arbore ogni tanto fingeva di essere suo fratello gemello di nome Giuseppe.

Il socio di Bonco.

Una volta papà è tornato a casa da Disco ring con ancora il trucco di scena: la faccia piena di cicatrici e il sangue ovunque, “ho avuto un incidente”.

Raffaelle Carrà è stata per voi una mamma.

Sempre insieme specialmente io, tanto da seguirla in tournée, e infatti abitiamo vicinissimi, siamo una famiglia.

Siete mai state gelose di vostro padre?

Impossibile, da quel punto di vista ne abbiamo passate di tutti i colori, e appena maggiorenni si sono ribaltati i ruoli.

In che senso?

Fino alla nostra maggiore età siamo state figlie, dopo il messaggio indiretto è stato: “Ora sono cacchi vostri”, e siamo diventate le sue mamme.

Gli ultimi tempi…

Non si è mai lamentato, e per fortuna ha vissuto in maniera decente fino alla fine, e dopo un’esistenza decisamente fortunata.

Oggi, cosa accade?

Amava la natura, quindi pianteremo un bellissimo ciliegio giapponese. Gli sarebbe piaciuto…

La più grande disgrazia del “mondo libero” è stata la caduta dell’Urss

Bomba o non bomba, il nemico c’è: è la Russia. Bombe o non bombe, strike mirati, missili intelligenti o pretestuosi che siano, il mondo – messa a dimora l’innocenza sotto una coltre di malafede – ha finalmente chiaro, per tramite di russofobia, chi è il nemico: è Mosca, ancora una volta nella traiettoria di un regolamento di conti atteso nei secoli.

Tamerlano, Napoleone Bonaparte, Adolf Hitler hanno già mancato il colpo. Hanno dovuto lasciarsi alle spalle le chiese dalla cupole a forma di cipolla per non tornare mai più. Ma il mondo mondialista, nella sua accezione liberal, si ritrova a tambureggiare, con le minacce – ma ancor più con la mistificazione – in direzione degli Urali e così scatenare il sabba delle ostilità dopo avere esaurito le cartucce con nemici dai contorni sfuggenti.

Eccoli: Al Qaeda, quindi Isis e poi ancora qualche sprazzo di stato canaglia o satellite che dir si voglia del ba-bau che fu (Corea del Nord compresa).

Infine un nemico vero, con tanto di cancellerie e rappresentanze diplomatiche. Ed è quel Cremlino che già fu l’irriducibile avversario del “mondo libero”. È un ritorno in grande stile – e con molto più fuoco – di quel che si ebbe con l’Unione Sovietica e le virgolette sul “mondo libero” ci stanno tutte perché la narrazione del poi, la mobilitazione retorica e la scienza esatta del liberalismo vanno a far capitombolo.

Ezio Mauro, l’ex direttore di Repubblica – esperto di Russia, oltre che raffinato analista – in un suo recente articolo rende merito al “mondo libero” di avere, con la Seconda Guerra mondiale, sconfitto le dittature.

Il testacoda è proprio qui: senza l’Urss di Giuseppe Stalin – la più spietata tra le dittature – l’Inghilterra, gli Stati Uniti e tutti i loro alleati (badogliani compresi) non avrebbero mai sconfitto l’Asse, tanto è vero che a Berlino, e alla liberazione nei lager, ci arrivano i sovietici, non certo lo Zio Tom.

La libertà del “mondo libero” è merito della Russia e bomba o non bomba, quella atomica, gli americani – dopo Hiroshima e dopo Nagasaki, la prova generale – gliela stavano sganciando su Mosca. Qualunque mediocre storico può spiegarne i dettagli di quella tentazione perché ormai il gioco della spartizione era chiaro, come pure la dottrina del mondo libero, in quell’aberrazione giuridica qual è il Tribunale di Norimberga che a Winston Churchill fa dire: “Ci toccherà vincerla la prossima guerra, altrimenti spetterà a noi salire sulla forca”.

La più grande disgrazia toccata in sorte al “mondo libero” è stata la caduta dell’Urss. Col crollo del comunismo e la fine della Cortina di Ferro è venuta meno la ragione della Nato comunque tenuta in piedi col collante di un’inimicizia, a questo punto, pretestuosa. Meglio: sempre in cerca di un pretesto. E quello di oggi, Dio ne abbia Misericordia, si chiama Siria.

Augusto e Giuliano: gli amici ritrovati, compagni di battaglie

Gli amici ritrovati. Che bella cosa che sono. Lampi di affetti e di passato che trafiggono il tempo. Improvvisi. Come se una mano invisibile avesse apparecchiato l’incontro. O come se non potesse che essere così. Vai a Trieste per un corso di formazione sul movimento antimafia nella storia d’Italia e, mentre parli, indovini nel pubblico un paio di volti profani, tratti all’apparenza da altri incompatibili scenari. Volti non identici a quelli che ti consegnerebbe la memoria, un po’ come in sogno. Ma non è l’effetto sogno a cambiarli. È il tempo, prodigioso concentrato di realtà. Chi sarà quel signore con la barba bianca che mi sembra di conoscere? Si direbbe Augusto, ma non è possibile. Abita a Milano. Non ci vediamo da 30 anni ma con certezza abita a Milano. E invece è lui.

Venuto da un anno a vivere qui, mi spiega alla fine, con sua moglie triestina, lei sì insegnante. Augusto Galli fu più di quarant’anni fa animatore entusiasta e infaticabile del Centro di cultura popolare, legato al Movimento studentesco milanese e che in università fece cose bellissime, nella cultura cinematografica e musicale soprattutto. Dimostrò, ad esempio, che la musica napoletana non era solo quella delle ugolette d’oro e del canto flautato, genere schiantato dall’arrivo dei Beatles e dei complessi rock. Ma che aveva cuore e ritmo per i tempi della rivolta. “Sono qui in pensione. Mi guardo intorno. Non faccio più consulenze professionali. A Trieste la vita ha prezzi abbordabili. Prima di tutto perché puoi andare a piedi. E poi perché un bicchiere di vino non costa dieci euro come a Brera. Tutto ha più senso”. Un amico ricomparso d’incanto. Lo abbracci a lungo. Perché gli vuoi bene, ma forse perché vorresti fissare una buona volta il tempo e salvarne quel che non è riuscito a trasformare.

E di chi sarà mai quel viso con gli occhiali, e lo sguardo ammiccante e impaziente, come a dire “ci sono anch’io?”. Che si mette in fila alla fine per potere esigere più tempo degli altri? Ma certo, è Giuliano, compagno di tante battaglie. Altro che “non perdiamoci di vista”. Per due decenni di fila ci siamo persi. E ora a cena si racconta confessando “la matematica certezza che il mondo lo lasceremo così com’è; e che ad altri, forse, toccherà l’immane fatica e l’immenso piacere di provare a raddrizzarlo”. Per poi proporre con amarezza il balsamo più classico: “Noi abbiamo la forza, la malinconia e la serenità di quelli che, almeno, ci hanno provato”. Giuliano Comici lo conobbi più di 30 anni fa. Seguiva dalla più mitteleuropea delle città italiane i movimenti civili milanesi. Sempre disponibile a sobbarcarsi il viaggio in più, a sostenere ogni nuova speranza.

Voleva fare il giornalista, ma un giorno si arrabbiò quando scrisse, a proposito di un alto funzionario statale ucciso a Palermo da Cosa Nostra, che era stato, appunto, “assassinato dalla mafia” e si trovò in pagina “morto per mano omicida”. Poiché scrive bene, si è chiesto a lungo, e ancora si chiede, se la sua carriera locale sia abortita per avere rifiutato cordate e fedeltà di corrente. Ora scrive di ippica, e non fate battute, perché anche in questo mette serietà. “Lavoro parecchio meno di prima, causa una crisi abissale, e non avrò una pensione che mi eviti le preoccupazioni”. Non so se la mia narrazione del movimento antimafia lo abbia gettato nello sconforto per non avere più l’età degli studenti di cui ho cantato le gesta, o gli abbia procurato la nostalgia dei tanti tentativi compiuti per dare a questo Paese un destino diverso. Sogghigna che la storia a cui ci siamo ribellati è “passata tutta, come una colorata sfera di vetro, nella gobba di Andreotti”.

Penso che la birra che beve deve essere la più amara del mondo. Mi spiega di guardare ai giovani “con immenso affetto”, ma pure con la malinconia per non essere come loro, e soprattutto con la voglia di capire perché non si ribellino tutti insieme, “come generazione, intendo”. Dice che anche se “ci hanno voluto fare vivere come sudditi”, lui, Giuliano, ci ha messo “tutto il senso del dovere di dignità e di ribellione che ho potuto”. Parla. E penso a quante storie individuali e collettive stiano approdando oggi o già siano approdate a queste convinzioni, in un’Italia che è pur stata generosa di slanci e di passioni. Alle amarezze che diventano, per tanti utopisti, senso della vita. Ci alziamo. Non perdiamoci di vista. Ma alla fine proprio gli scappa: “Hasta la victoria siempre!”. E si incammina sotto la pioggia.

A Roma è morta l’ironia: rimossa l’opera di street art di Sirante

“E arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi, con i pennacchi. E arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi”. Tranquillo, caro Leonardo Coen, non voglio canticchiarti la bellissima canzone di De André, mi difettano corde vocali e talento canoro. Citavo solo per dirti che a Roma i gendarmi sono arrivati davvero. Ed erano in quattro, in divisa ma senza pennacchi, accompagnati da solerti funzionari dell’ufficio decoro del Comune. So che stai sorridendo sotto i baffi che non porti, ma nella Capitale esiste un ufficio che si occupa del decoro urbano. Ha una sua sede, un probabile capufficio, forse un direttore generale, tanti sottocapi e mille soldati. Tutti in campo per vigilare sulla tutela della bellezza della città eterna. Eternamente sola e disamministrata. Ma veniamo al punto. Tale dispiegamento di forze si è reso necessario per rimuovere un oltraggio. Cancellare un’offesa. Rendere invisibile agli occhi delicati e sensibili dei cittadini dell’Urbe la scandalosa immagine.

Quale? Quella disegnata da Sirante, originale e sconosciuto artista della street art, in via dei Lucchesi. A due passi dal Quirinale. In una cornice dorata, Sirante aveva riprodotto una celebre opera di Caravaggio, “i bari”. Non nel senso della città pugliese al plurale, ma proprio quelli, i bari, fetentoni che imbrogliano al gioco delle carte. Le facce, però, erano cambiate. Il baro anziano era Silvio Berlusconi, i due giovani erano Salvini e Di Maio (disegnato col cappello e la piuma svolazzante). Offesa. Dileggio. Sberleffo ai tre vincitori assoluti delle elezioni. Ai tre uomini (il Cavaliere solo nella parte del mimo) che hanno in mano le sorti dell’Italia. Finale della storia quadro rimosso a tempo di record. Offesa lavata. E così a Roma morì anche l’ironia. Vietata. Posso giurarlo ho visto la statua di Pasquino piangere.

Ps. Non dirlo in giro che mi prendono per matto.