Solo poetastri che imbrattano i palazzi con troppi refusi

All’angolo tra via Salasco e via Cesare Balbo, in zona di Porta Romana, hanno appena ristrutturato una palazzina che adesso sembra una di quelle case berlinesi dallo stile essenziale. Vanno di moda. E rialzano di brutto le quotazioni immobiliari. La palazzina brillava per la sua pulizia, per i suoi muri color biondo che cambia al primo piano, diventando di un pastoso fulvo. Potevo sperare di vederla sempre così? Pia illusione… Subito si sono precipitati a imbrattarla i writer con un graffito, una semplice tag (la firma? non l’ho decifrata) incomprensibile a noi profani, realizzata con uno spray giallo. Non bastasse, si è aggiunto uno scellerato aspirante poeta che ha fatto crossing – cioè ha coperto la tag – pittandoci sopra alcuni versi, utilizzando un marker (un grosso pennarello) blu.

Il problema, caro Enrico, è che la poesia fa schifo. Il titolo – già, c’è pure il titolo – inganna: “Meriti qualcuno”. Premette, non promette: “Meriti qualcuno/ a cui ballino/ le ginocchia ad ogni/ tuo sorriso/ E meriti qualcuno che/ riesca a far ballare le tue/ Daltronde quando si balla/ non si può mica farlo soli”. Testuali errori, orrori e apostrofo omesso. Dimenticavo: sotto la tag gialla se ne intravede un’altra marrone. A fianco della parola “ballino” un lettore-passante, infastidito dalla modestia del componimento, ha appiccicato un foglio dove ha stampato il suo spietato commento: “Ne meriti uno civile”. Il poetastro murale riesce persino a nobilitare gli ingenui ritornelli di un tempo, quando i muri erano offesi dai manifesti abusivi o da qualche slogan politico. Negli anni del Dopoguerra e dei primi motorini, uno dei motivetti più popolari era quello ispirato dallo spartano Cucciolo della Ducati. Lo cantavano Gino Latilla, Carla Boni, Adolfo Consolini: “Se vuoi venir con me/ ti porterò sul Cucciolo/ il motorino è piccolo/ ma batte come il mio cuor…”. È primavera, Enrico, e ancora non ho visto le rondini. Non ci sono più, sostiene categorico Eugenio, l’edicolante sotto casa. Sparite, come i lettori dei giornali.

Il calvario di Mauro, crocifisso al Var

Se qualcuno pensa che lo juventino uscito maggiormente a pezzi dalla burrascosa notte del Bernabeu sia Gigi Buffon, sconfitto e cacciato dal campo da un arbitro “animale e con una pattumiera al posto del cuore” (ipse dixit), si sbaglia. Lo juventino che dalle 23 di mercoledì 11 aprile non riesce più a chiudere occhio, la notte, è Massimo Mauro, che nella Juve giocò una trentina di anni fa, ai tempi di Laudrup e Platini, ma che la casacca bianconera ha continuato a vestirla anche nella sua nuova vita di commentatore televisivo per Sky. Ed è vero, gli ex juventini trasformatisi in opinionisti tv sono un esercito: da Vialli a Del Piero, da Ferrara a Tacchinardi. Mauro però, a differenza di tutti si è distino per la guerra senza quartiere portata avanti, fin dal pronti-via!, contro il Var: l’innovazione tecnologica introdotta in serie A a partire da agosto ed entrata subito in collisione col malcontento della Juventus, il club da sempre più discusso in fatto di polemiche arbitrali.

Forte dei pronunciamenti apertamente negativi espressi fin da subito dai maggiori esponenti del club bianconero (come il presidente Agnelli: “È stata una leggerezza, non si fa una sperimentazione così in campionati importanti come la serie A o la Bundesliga”; o il direttore Marotta: “Col Var si è perso il romanticismo del calcio: elimina tutte le emozioni”; o il capitano Buffon: “Col Var si perdono la valutazione e la sensibilità dell’arbitro nel gestire la gara e il tempo, si è sempre fermi, sembra pallanuoto”), Massimo Mauro, nei secoli fedele, ha ingaggiato una lotta al malefico strumento così rabbiosa e virulenta da costringere il direttore di Sky Sport, Federico Ferri, a emettere un giorno un comunicato dal titolo: “Var, per noi di Sky è sì”, nell’intento di rimediare alle terribili cose dette da Mauro sul Var dopo un gol di Mandzukic annullato in Atalanta-Juventus 2-2. Lui però non s’è dato per vinto. E non ha mai smesso di ammonire e predicare che il Var era la maledizione del calcio. “Il Var è una barzelletta: quello che vedi in tv è una finzione rispetto all’azione in campo. E’ una tecnologia messa in mano ai burocrati che di pallone non capiscono nulla. Questo non è più calcio”, sentenziava. Tre giorni prima di Real Madrid-Juventus, alla presenza del designatore arbitrale Rizzoli, Mauro era addirittura arrivato a dire: “La Var mi fa cagare”. Per dire quanto cazzuto si sentisse, in questa sua missione. Era carico ma sicuro di sé, il marmittone Mauro.

Poi, alle 23 di mercoledì 11 aprile, a Real Madrid-Juventus appena conclusa ecco apparire in tv il volto torvo del presidente Agnelli. Che dalla Spagna in mondovisione dice: “L’arbitro ha sbagliato, non era rigore. Qui non si tratta di vincere o no una partita, qui si tratta di andare avanti in Champions League. È evidente che l’introduzione del Var va accelerata. Abbiamo la tecnologia per evitare questi errori”. La Voce del Padrone. Chiara. Definitiva. Inequivocabile.

Raccontano che da quella notte il soldato Mauro vaghi ramingo per strade e vicoli di Torino scuotendo la testa, borbottando, singhiozzando. E c’è da capirlo, poveretto. Diceva che il Var era la rovina del calcio: ora deve dire che è la salvezza. Su con la vita guerriero. Come si dice in questi casi, domani è un altro giorno.

Il compleanno di B XVI, “ultimo papa” tra profezie, Satana e fine dei tempi

Joseph Ratzinger festeggia oggi il suo novantunesimo compleanno. Aveva appena compiuto 78 anni quando il 19 aprile 2005 venne eletto pontefice col nome di Benedetto XVI. E ne aveva 85 nel febbraio del 2013, il mese della clamorosa “rinuncia” al soglio di Pietro.

Da allora, Ratzinger si è autonominato papa emerito, una figura mai “sperimentata” nella storia della Chiesa. Non priva di ambiguità giuridica e teologica, come quella illustrata dal suo segretario, monsignor Georg Gaenswein, che un anno fa ha parlato di ministero petrino “allargato”, con un papa “attivo” e uno “contemplativo”. In pratica, una diarchia che fa da cornice e sostanza alle tensioni della Chiesa di Francesco. Il pontefice emerito e “contemplativo”, ma non ex papa, è infatti diventato il punto di riferimento, spesso strattonato per la tonaca (bianca), della frangia clericale e tradizionalista che combatte il riformismo di Bergoglio.

Per affermare il primato di Benedetto XVI si ricorre anche a profezie, visioni e persino all’Apocalisse della fine dei tempi, come raccontato la scorsa settimana. Su Libero, per esempio, Antonio Socci ha rinnovato le profezie medievali di Malachia su Ratzinger “ultimo papa” vero della Chiesa e ha ricordato la risposta che lo stesso Benedetto XVI diede in merito al suo intervistatore teutonico Peter Seewald: “Tutto può essere”.

Poi ci sono gli attacchi a Francesco arrivati dal convegno dei ribelli del 7 aprile scorso a Roma. In quella sede, il vescovo kazako di Astana, Athanasius Schneider, ha detto che questi tempi richiamano la visione e l’esorcismo di Leone XIII nel 1884 quando l’allora pontefice “vide” Satana e legioni di demoni abbattersi “sulla Cattedra della verità del beatissimo Pietro”.

Uno scenario apocalittico provocato dalle aperture di Francesco, che per i clericali di destra è un eretico, un luterano, addirittura l’Anticristo come detto dal cardinale americano Burke in un’intervista prima del convegno del 7 aprile, tirando in ballo il paragrafo 675 del Catechismo della Chiesa cattolica.

La tentazione di cercare alternative alla democrazia

Quando Francis Fukyama ha pubblicato il suo celebre libro su La fine della storia nel 1992 non intendeva certo dire che si erano esauriti gli eventi degni di nota, come sostengono certi critici che non lo hanno letto. La sua tesi era che la democrazia liberale, con il suo corollario di un capitalismo regolato ma non troppo, era rimasta senza rivali nella battaglia per le idee. Una tesi che non è stata davvero incrinata dagli eventi dei 25 anni successivi: svanita ogni utopia socialista, restano in campo giusto la via cinese all’economia di mercato (per definizione non esportabile), il radicalismo islamico che solo poche minoranze di esaltati considerano potenzialmente egemonico, e i vari uomini forti al comando (Vladimir Putin), ma si tratta di mero esercizio del potere senza velleità ideologiche.

Eppure la democrazia liberale non è mai stata tanto criticata come in questi anni: chi vota i partiti di protesta rimprovera alle élite al governo di aver svenduto gli interessi del popolo, chi vota contro quei populisti inizia a essere scettico sulle virtù di un sistema che spinge la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea sulla base di informazioni false (il famoso risparmio di 350 milioni di sterline a settimana da destinare al servizio sanitario nazionale), manda al potere Donald Trump, apre le porte del Parlamento tedesco all’estrema destra e condanna vari Paese, inclusa l’Italia, a uno stallo dovuto all’incapacità delle elezioni di produrre maggioranze di governo.

Forse è il momento di pensare a un’alternativa, suggerisce Jason Brennan, politologo della Georgetown University di cui la Luiss University Press pubblica ora in italiano l’ultimo libro dal titolo efficace: Contro la democrazia. La tesi di Bernnan è semplice, anche se molto argomentata: abbiamo sopravvalutato la democrazia, produce risultati che non sono affatto ottimali, bisogna valutare l’opportunità di abbandonarla per passare all’epistocrazia, cioè “il governo di coloro che conoscono”. Ci sono tre tipi di elettori, dice Brennan: gli hobbit, che non si informano, non seguono l’attualità, spesso non votano e quando lo fanno decidono chi sostenere sulla base di informazioni sommarie; poi ci sono gli hooligan, gli appassionati di politica, che non disertano mai l’urna, si impegnano in campagna elettorale, magari hanno pure una tessere di partito, sono molto più consapevoli degli hobbit ma non sono interessati al bene comune, quanto alla vittoria della squadra che supportano. E infine ci sono i vulcaniani: sono i democratici perfetti, lucidi, razionali, disinteressati, perfettamente informati e competenti (spoiler: i vulcaniani non esistono). Poiché gli elettori si dividono tra hobbit e hooligan, la democrazia consegna i destini della comunità all’opinione di persone incompetenti o faziose. I francesi sono convinti che i musulmani nel loro Paese siano il 31 per cento, dice un sondaggio di Ipsos Mori, mentre in realtà sono il 13 per cento. Questa falsa percezione contribuisce parecchio a condizionare l’agenda della politica e a spiegare l’ascesa del Front National di Marine Le Pen. Ma queste disfunzioni del sistema non sembrano preoccupare nessuno.

Non sarebbe meglio, provoca Brennan, chiederci se si può ottenere un risultato migliore correggendo i difetti della democrazia ? Potremmo scoprire che alle nostre società conviene dare un voto che vale doppio ai laureati (era una vecchia idea di un liberale come John Stuart Mill) o magari alle donne, o che conviene escludere dal voto chi non ha gli strumenti minimi per formarsi un’opinione o non ha alcuna idea di come funziona la politica. Prima di indignarvi, fermatevi un secondo a pensare: lo stiamo già facendo, Brennan non propone niente di incompatibile con le regole attuali. Escludiamo dal voto i minorenni, trattandoli in blocco come incapaci di prendere decisioni responsabili a prescindere dal fatto che certi sedicenni possono essere più colti e informati di molti cinquantenni, lasciamo votare discendenti di italiani all’estero che neanche parlano la lingua ma vietiamo di partecipare alla vita politica persone che sono nate e cresciute in Italia soltanto sulla base della nazionalità dei loro genitori. E chiedere un’esame di cittadinanza sarebbe davvero così mostruoso? Magari qualcuno si offenderebbe, ma il legislatore non si preoccupa dell’amor proprio di santoni e guaritori quando vieta loro di spacciarsi per medici, lasciando il titolo solo a chi ha seguito studi e abilitazioni.

Nella prospettiva di Brennan, l’astensione è un primo passo nella giusta direzione: chi non ha opinioni è meglio eviti di fare danni (anche se così gli hobbit lasciano spazio agli hooligan). “Non è vero (di fatto) che il popolo abbia sempre ragione. Spesso ha torto. Il principio della democrazia è che ha (il popolo, s’intende) il diritto di sbagliare. Ma se sbaglia troppo e troppo spesso, allora la democrazia è nei guai”, scriveva nel 2007 Giovanni Sartori.

Ci sono argomenti per contestare tutte le tesi di Brennan. Ma leggere il suo Contro la democrazia è un esercizio utile e necessario in questi anni di cinismo e rabbia. Aiuta a capire che la democrazia liberale è un edificio fragile, che va custodito e manutenuto ogni giorno. Altrimenti comincerà a sembrare razionale abbatterlo per lasciare spazio a qualcosa di nuovo.

Se ne va Vittorio Taviani. Addio al fratello col basco

Sembrava ieri quando, all’indomani della vittoria dell’Orso d’oro a Berlino per Cesare deve morire, si trovarono ad animare un siparietto indimenticabile per chi ebbe la fortuna di assistervi. Paolo e Vittorio all’imbarco aeroportuale rientrando dal trionfo. “Anche l’orsetto s’ha da passare sotto il metal detector” aveva detto Vittorio, sotto l’inconfondibile basco, ironia da vendere. Così andò. La pregiata statuetta fa squillare la spia, la polizia tedesca aprendo il trolley rimane abbagliata: si guardano intorno, capiscono l’antifona e osservano bene i due signori dallo sguardo beffardo. A quel punto il trofeo torna nelle loro mani, lo alzano e scatta l’applauso di chi si trovava lì per caso, viandanti per un chissà dove, ma universalmente emozionati per questi due vecchietti istantaneamente simpatici.

Era un volo low cost quello che avevano preso i Taviani bros, perché tale è sempre stata la loro filosofia di vita. Sempre insieme, fratelli e amici all’unisono. Omaggiare Vittorio significa stilare una bio/filmografia “a due”. Ma da ieri, purtroppo, il binomio si è interrotto, almeno fisicamente, perché Vittorio non c’è più, dopo 88 anni vissuti in pienezza e nell’amore folle per il cinema. Stava male da tempo, e Paolo non aveva nascosto la sua tristezza quando da solo si trovò a presenziare alle attività ufficiali di Una questione privata tratto da Beppe Fenoglio e co-prodotto per loro dall’amico e coetaneo Ermanno Olmi: era lo scorso ottobre, “Vittorio non c’è ma c’è. Capitemi bene” aveva sussurrato il fratello minore.

Nato a San Miniato, ha firmato con Paolo la sceneggiatura e la regia di 19 lungometraggi (esclusi quindi corti e doc e i primi due film codiretti con Valentino Orsini) e fra questi alcune grandissime opere, rimaste nell’immaginario popolare. Quel Padre padrone (1977) immerso in una Sardegna graniticamente immobile che però non può più contenere le mutazioni delle nuove generazioni: è lo scontro fra il padre (padrone) Efisio e il figlio Gavino (Ledda, il film si ispira alla sua autobiografia) a sancire il sintomo del cambiamento, la ribellione di non accettare lo status quo. Fu Palma d’oro a Cannes e la conferma di due spiriti eversivi per quanto ancorati alla letteratura, spesso classica. Dall’amato Tolstoj (San Michele aveva un gallo, 1972 e Il sole anche di notte, 1990) a Pirandello (Kaos, 1984 e Tu ridi, 1998), da Goethe (Le affinità elettive, 1996) fino naturalmente al Decameron di Boccaccio (Meraviglioso Boccaccio, 2015) e alla rilettura di Shakespeare per chiudere con il citato Fenoglio. E quanti riconoscimenti: oltre alla Palma d’oro, il festival di Cannes ha loro tributato il Gran Prix nel 1982 per il magnifico La notte di San Lorenzo, sette David di Donatello, Orso d’oro nel 2012, Leone d’oro alla carriera nel 1986. Hanno attraversato la Storia dei resistenti utilizzando spesso un loro personalissimo “realismo magico”, uno sguardo disincantato eppure incantevole sulla realtà, per quanto atroce potesse apparire. Vittorio lascia tre figli, tutti legati al cinema: Giovanna, Giuliano e Francesca Taviani.

Sos pasta, la nuova battaglia del grano si gioca sull’export

Operai in lacrime e decine di bare di cartone sulle quali campeggiava il marchio Agnesi. Si chiudeva così, a fine 2016, la storia del più antico pastificio della storia, nato nel 1824 a Pontedassio (Imperia). Centinaia di operai licenziati e solo una decina ricollocati nel nuovo stabilimento di Fossano, dove oggi è il gruppo Colussi a produrre la pasta. Ai più sono, invece, sconosciuti altri fallimenti, stati di crisi o processi di concentrazione di decine di pastifici nel corso degli ultimi anni. Il Pastificio Bolognese, lo storico marchio della pasta all’uovo Dallari (fallito nel 2013, ora in mano alla Jewel srl), il Pastificio Lucio Garofalo (l’azienda di Gragnano nel 2014 ha ceduto la maggioranza agli spagnoli di Ebro Foods), il Pastificio Amato (al termine di una procedura gestita dal Tribunale è stato acquisito nel 2014 da Giuseppe Di Martino), il pastificio Cerlacchia (ora di proprietà di Taste Italy Srl che fa solo pasta ripiena senza glutine) o il Pastificio Paone di Formia (attivo dal 1878, per una complessa vicenda giudiziaria è in amministrazione controllata) sono alcuni casi che dimostrano un’apparente contraddizione: mentre la pasta è simbolo del Made in Italy, tra i suoi ingranaggi c’è qualche granello di farina che fa scricchiolare il settore.

Partiamo dai numeri. Negli Anni 70, riferisce l’Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e delle paste italiane), esistevano oltre 500 pastifici in Italia che hanno fatto la storia economica e sociale del Paese. Oggi, a distanza di 40 anni, se ne contano un centinaio, di cui i primi 10 da soli rappresentano oltre il 90% del mercato, con 7.500 addetti, 3,4 milioni di tonnellate di pasta prodotta ogni anno e un giro d’affari di 4,7 miliardi di euro. Ma con una sostanziale stagnazione dei consumi interni a causa delle nuove tendenze a tavola che, alla faccia della dieta Mediterranea, hanno messo al bando i carboidrati. Una fotografia, insomma, di un comparto maturo in cui però non si può parlare di crisi, perché a fallire sono solo le piccolissime aziende familiari, con il cognome e la dicitura “& figli” nel marchio, che non hanno resistito alla bassa redditività, alla continua ricerca delle materie prime, al progressivo processo di concentrazione delle imprese e alla competititività. “Quelle che, insomma, non si sono adattate al nuovo mercato e non hanno puntato sull’export”, spiega Antonio Casalini, presidente di UnionAlimentari. Basta pensare che le esportazioni negli ultimi anni sono volate oltre il 50%.

In pratica, per l’Aidepi, un piatto di pasta su 4 nel mondo e 3 su 4 in Europa sono italiani, mentre un terzo del grano duro viene importato soprattutto da Canada, Australia e Usa visto che le 4 milioni di tonnellate che l’Italia produce ogni anno non sono sufficienti a garantire l’approvvigionamento alle aziende. E sta tutta qui la “crisi” sui cui da anni si avvita il settore. La materia prima della pasta è, infatti, protagonista di una battaglia che mette di fronte due visioni: gli agricoltori, rappresentati dalla Coldiretti che, per tenere alta la bandiera del Made in Italy e contrastare le speculazioni che hanno portato al crollo dei prezzi del grano italiano, hanno imposto l’etichettatura sulle confezioni dimostrando che anche i grandi marchi lo importano dall’estero (in Canada si utilizzano sostanze nocive, a partire dal glifosato, ma nei limiti di legge), e i pastai secondo i quali proprio “il mix dei due grani è quello vincente, perché aumenta la percentuale proteica della pasta rendendola più buona. In più – spiega Luigi Cristiano Laurenza dell’Aidepi, segretario dell’associazione – gli industriali non importano grano per ridurre il prezzo, visto che quello straniero costa il 15% in più”.

Un’analisi tutt’altro che spietata: oggi si cerca una pasta più qualificata, come quella bio, integrale o per celiaci. E i pastifici che non si adeguano sono tagliati fuori. Ma quindi il settore sta bene? “Il saper fare è la certezza che consentirà di resistere alle tempeste congiunturali, alle fake news sulla pasta e a sbagliate mode alimentari”, spiega Luigi Cristiano Laurenza, segretario dell’Aidepi. Pastai che devono vedersela anche con la concorrenza di Turchia ed Egitto che producono pasta decente a prezzi stracciati anche grazie alle politiche incentivanti dei loro governi. Intanto a tenere banco è ancora l’etichettatura destinata a durare poco perché a breve sarà superata da un regolamento europeo, mentre la Barilla – riporta Il Salvagente – ha appena annunciato il taglio delle importazioni di grano canadese del 35%, causato dalle continue preoccupazioni dei consumatori sull’uso del glifosato.

I cacciatori di Calabria, “vietnamiti” anti-narcos

C’è un pezzo d’Italia che sembra la Colombia o il Messico. Una narco-regione, la Calabria. È qui che la ’ndrangheta, leader mondiale nel traffico di cocaina, coltiva e trasforma un terzo della marijuana e dell’hashish made in Italy. È merce, dicono gli esperti, di prima qualità, superiore alla “maria” prodotta sulle montagne attorno a Scutari, in Albania. Più “pura”, giurano i manager della canna a chilometri zero. “Noi non la trattiamo con quelle schifezze, lana di vetro, lacca per i capelli e coloranti”, gli additivi usati per conservare il prodotto più a lungo, renderlo visivamente più appetibile e appesantirlo per aumentare il guadagno. Il business è enorme, il prezzo sul mercato della marijuana è di 8 euro a grammo, e solo il 20% delle piante viene sequestrato.

Gli esperti calcolano in almeno 150 chilometri quadrati l’estensione dei campi coltivati a cannabis illegale nella sola Calabria. Clima e tecniche di produzione, non solo nei campi all’aperto, ma anche nelle serre (molte sotterranee), fanno sì che le piante possano arrivare ad una altezza di 5 metri. Per capire il giro d’affari della “maria made in Calabria” si deve ricorrere ai dati dei sequestri. Anno record il 2015 con 15.500 piante individuate e distrutte nella sola provincia di Vibo Valentia, 13 mila in quella di Reggio Calabria.

È una guerra, difficile e da condurre con intelligenza. Perché in Calabria attorno alla coltivazione e al mercato illegale della cannabis si è costruita un’economia che ingrassa le grandi famiglie della ’ndrangheta, ma fa vivere fasce intere di popolazione. Il modello è quello già sperimentato dalle cosche, soprattutto quelle padrone della zona aspromontana (San Luca, Natile di Careri, Africo, Platì), durante la stagione dei sequestri.

All’epoca esisteva una precisa divisione del mercato del lavoro attorno al rapito. Guardiani, vivandieri, sentinelle, messaggeri, autisti. Così oggi. Attorno ad una piantagione vive chi mette a disposizione il terreno, chi pulisce l’area che circonda la pianta e la irriga (metodo a goccia), e poi guardiani, sentinelle che mettono “le trappole”, braccianti addetti all’espianto quando è il momento della fioritura, gente che si occupa della essiccazione e della trasformazione, autisti per il trasporto sui mercati.

Una vera industria, spesso l’unica in grado di offrire un lavoro in quelle terre sfortunate: “In questa parte della Calabria si combatte una guerra, tra Stato e antistato”. Parla Claudio Camarca, regista, sceneggiatore e scrittore, che per Rai2 ha realizzato il documentario Lo squadrone, dispacci dalla guerra di ’ndrangheta. Un successo (5,7% di share la prima puntata e in seconda serata), quattro episodi che raccontano la vita dei “cacciatori di Calabria”. I “vietnamiti”, come li chiamano. Un corpo di élite costituito all’epoca dei sequestri, nel 1991. Conoscono la Calabria e le sue montagne palmo per palmo, sanno come rintracciare i bunker dei latitanti, scovarli e catturarli. Da quando esistono i cacciatori hanno arrestato 8 mila ’ndranghetisti, scoperto 400 bunker, messo le manette a 282 latitanti.

Il loro quartier generale è a Vibo Valentia. “È lì che ho passato quasi otto mesi della mia vita”, ci racconta Camarca. “Certo, avevo il pieno appoggio del Comando generale dell’Arma, ma non volevo fare un quadretto idilliaco del carabiniere sempre con la divisa in ordine e con il copione dettato dai superiori. Volevo raccontare la realtà di un lavoro durissimo”.

E allora le immagini ci rimandano uomini che sudano mentre si arrampicano sull’Aspromonte alla ricerca di una piantagione. La noia dei lunghi appostamenti, le occhiaie per le alzate alle tre del mattino perché quella è l’ora più adatta per sorprendere un latitante nel suo letto, il respiro affannoso dentro un bunker sotto terra.

E l’umanità: “Dietro a lui – racconta un ‘cacciatore’ dopo la cattura di un boss latitante da un ventennio – ho speso sei anni di vita”. “Americani, tedeschi, inglesi, vengono in Italia, al Sud, a raccontare le mafie – ci dice Claudio Camarca – e noi lo facciamo poco. Per questa ho voluto girare Lo squadrone, ma con un taglio in grado di raccontare gli uomini che partecipano a questa guerra. Carabinieri e mafiosi”.

Il genere del racconto è “factual” (la realtà descritta senza filtri), quindi la camera si ferma sul maresciallo che ti racconta dei compleanni del figlio persi perché proprio quel giorno scattava l’allarme per mettere le mani su una grossa piantagione di cannabis, e su Massimo, cacciatore per 25 anni, che viene trasferito in Trentino. E si commuove. “Sono uomini – sottolinea il regista – che hanno un altissimo senso del dovere, sono uniti, dividono fatiche e rischi”. Quando si raccontano parlano del loro lavoro come di una missione, “siamo come il prete e il medico”, dice uno di loro.

Poi ci sono gli altri, soldati, graduati e ufficiali della ’ndrangheta. “Sono divorati dal morbo del possesso – racconta Camarca –, in tanti mesi di lavoro con i cacciatori, ho visto i sacchi di euro che sono capaci di accumulare e che nascondono sotto terra, eppure molti di loro vivono in case brutte, circondati dalla desolazione, da latitanti vivono come cani malati che scompaiono dal mondo”.

Una bella pagina di una tv sempre alla ricerca di nuove strade che la aiutino a superare la crisi dei programmi-rissa o delle fiction: “È chiaro – è il giudizio del regista – che talk e serie avranno sempre un pubblico, ma il futuro è il racconto della realtà, senza filtri né mediazioni. Ma ci vogliono investimenti, ci confrontiamo con un mercato mondiale che nel documentario investe soldi e qualità”. Quanto sono costate le quattro puntate de Lo squadrone. Risposta: “Meno del costo della metà di una prima puntata di una fiction”.

Paghe basse e multe, i riders fanno squadra

Ottantuno ore di lavoro mensili pari a 22 cene e 8 pranzi consegnati a domicilio per un compenso di 540 euro. Ecco quanto guadagnano i riders, i fattorini in bicicletta che ogni sera consegnano cibo nelle case italiane per Foodora, Justeat, Glovo, Ubereats, Nexive e le altre piattaforme digitali di consegna pasti. Si sono incontrati ieri a Bologna per la prima assemblea europea organizzata da Riders Union Bologna: oltre al centinaio di ciclo-fattorini italiani provenienti da Torino, Milano, Modena, La Spezia anche il Collectif des coursier di Bruxelles e Jerome Pimot, portavoce nazionale del Collectif des livreurs autonomes di Parigi. È gremito il centro sociale Làbas che adesso gestisce lo spazio in vicolo Bolognetti, pieno centro.

“Il 1° maggio apriremo il corteo di Milano per ridare valore ai lavoratori, perché noi questo siamo”. Nonostante la recente sentenza a sfavore dei sei fattorini di Torino che, dopo essere stati licenziati dalla multinazionale tedesca Foodora, hanno chiesto ai giudici del Tribunale del Lavoro il riconoscimento di lavoro subordinato, i riders non si arrendono. Anzi, si organizzano contro “l’uberizzazione della vita, adesso non serve più un capo-turno basta uno smartphone per imporre il controllo, non siamo una simpatica ‘community’ come raccontano, ci mettono uno contro l’altro per farci lottare e ottenere più commissioni”. Il giudice del Lavoro di Torino però ha stabilito che i fattorini non sono dei dipendenti di Foodora ma lavoratori autonomi e che di conseguenza l’azienda tedesca può decidere in ogni momento di interrompere il rapporto di lavoro. “Aspettiamo le motivazioni ma non possiamo permettere che si apra un varco per chi vuole fare grandi profitti sulle spalle di lavoratori sottopagati” spiega l’avvocato Giulia Druetta che segue i ciclo-fattorini torinesi.

Seduti tra i ragazzi e le ragazze anche alcuni esponenti politici locali di Coalizione Civica, lista civica di sinistra, Liberi e Uguali e Luigi Mariucci, professore di diritto del Lavoro all’Università Cà Foscari di Venezia e anche alcuni sindacalisti come il segretario Uil bolognese Carmelo Massari: “La ‘carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano’ firmata a Bologna con l’amministrazione è un buon punto di partenza ma va declinato, bisogna combattere anche dal punto di vista politico e legale. In questa città una decina d’anni fa facemmo una vertenza che coinvolse 180 lavoratori di call center e la vincemmo, arrivarono le tutele e gli accordi sindacali, poi purtroppo la delocalizzazione ma quella fortunatamente è una storia irripetibile nel vostro caso”.

Nell’attesa i riders chiedono una paga minima oraria, un’assicurazione contro gli incidenti e un’indennità in caso di maltempo. “Vogliamo lavorare in sicurezza, evitando di dover pagare multe perché dobbiamo correre – sottolineano i rappresentanti di Deliverance Milano –. Siamo una quarantina e abbiamo già collezionato una trentina di multe, quello che guadagniamo in più per essere veloci lo buttiamo in sanzioni”.

Una volta a settimana i fattorini si devono prenotare sull’app offrendo la propria disponibilità oraria e giornaliera, le paghe variano tra le compagnie ma sempre sotto i 9,50 euro orari come spiega un ragazzo che lavora per Deliveroo ribattezzato in Belgio “Slaveroo” giocando con la parola slave-schiavo.

Le curve nere d’Europa: lotte di potere e faide etniche

Durante gli Europei di calcio in Francia, nel 2016, i riflettori si sono all’improvviso accesi sugli ultras russi. Gli scontri di Marsiglia, con un centinaio di hooligan inglesi finiti in ospedale e due in coma, hanno fatto conoscere al mondo le nuove leve dell’hooliganismo europeo. Qualche mese dopo la Bbc ha perfino trasmesso un documentario, intitolato L’esercito degli hooligan russi. È un viaggio nella Russia dei tifosi violenti, con ex combattenti di Cecenia, Crimea e Donbass che si sono riciclati nella comune fede calcistica, preparandosi alle partite di pallone come si fa per una guerra. E, come succede per i calciatori nelle nazionali, così i tifosi di squadre diverse (e rivali) si troveranno uniti in un fronte comune durante l’imminente Mondiale.

In Russia i gruppi di hooligan più noti hanno nomi inquietanti: Gladiators, Trouble Makers,Orel Butchers e Snakes Firm. Sono ortodossi, omofobi, neonazisti e odiano le minoranze etniche. Con orgoglio rivendicano la filosofia straight edge (no ad alcool e fumo) e hanno dichiarato guerra agli inglesi. In questo modo cercano la supremazia, opponendosi a chi ha inventato non solo il calcio ma anche il tifo violento. Nelle città inglesi gli hooligans sono comparsi negli anni Settanta, ispirandosi ai gruppi dell’estrema destra o sovranisti, al National Front e, più di recente, all’Ukip. I gruppi più noti sono gli Headhunters del Chelsea e i Bushwackers del Milwall.

Sugli spalti degli stadi, accanto alle bandiere con i colori delle squadre, sono comparse così le svastiche. In Germania i tifosi sono uniti nell’islamofobia: a Colonia sono nati gli HoGeSa, sigla che indica gli “hooligans contro i salafiti”. Stessa filosofia che caratterizza i Borussenfront a Dortmund e gli Elbflorenz a Dresda. Senza dimenticare gli GnuHonnters, confederazione di 17 gruppi di ultrà, uniti dalla passione per l’estrema destra e il neonazismo.

Caratteristica comune anche di altri gruppi di ultras europei, come i francesi della Boulogne e gli spagnoli (i Frente Atletico o gli Ultras Sur). Fra le nazionali del mondiale c’è anche la Polonia, dove i gruppi violenti – chiamati Sharks, Zyleta e Bolski – sono passati dall’anticomunismo degli anni Settanta al neonazismo odierno.

In Sud America le vicende degli ultras si intrecciano con quelle delle narcomafie. Fra i gruppi di tifosi più conosciuti ci sono gli argentini del Boca Juniors, La 12 (Doce): la loro storia è fatta di scontri armati fra gruppi di tifosi e morti sospette. Il calcio diventa un pretesto, dietro al quale si nascondono le lotte di potere e gli scontri etnici.

Russi-inglesi, il Mondiale del calcio (in testa)

Parola d’ordine: “Makhach”. Scontro pianificato dopo la partita tra i tifosi dei due club. Con tanto di regole improntate al fair play: numero “equo” di combattenti, magliette coi colori delle rispettive squadre, video degli scontri da riversare in rete. Ma a Londra, giovedì 5 aprile 2018, il Makhach non c’è stato dopo Arsenal-Cska Mosca, partita di andata dei quarti di Europa League. C’era il niet del Cremlino. Che temeva un replay delle violenze del 22 febbraio scorso prima di Athletic Bilbao-Spartak Mosca, quando un gendarme basco rimase vittima di un infarto nel caos degli scontri tra le tifoserie. Pure gli inglesi hanno tenuto alla larga le frange degli hooligan più accaniti. Troppo delicata la situazione: così, all’Emirates Stadium si è giocato e basta.

Eppure, non era una partita qualsiasi, ma un match emblematico fra due Paesi sull’orlo di una crisi di nervi sempre più irreversibile. Da sempre, la politica tracima nel calcio. Talvolta, con intrecci paradossali. Per esempio, azionista di minoranza dell’Arsenal è l’oligarca uzbeko Alisher Usmanov, amico di Putin. Non è l’unico russo a possedere squadre o quote di club inglesi. Il che non impedirà che al prossimo Mondiale di calcio si possano ripetere i violentissimi incidenti di Marsiglia dell’Europeo 2016, quando gli hooligan britannici si scontrarono con gli ultras russi e vennero brutalmente sconfitti.

Mancano ormai meno di due mesi al fischio d’inizio di Russia-Arabia Saudita, la prima partita, giovedì 14 giugno allo stadio Luzhniki di Mosca. Un business potenziale di 26 miliardi di dollari. L’ennesima vetrina per Vladimir Putin. Ma contro questa fragile vetrina soffiano sempre più forte i venti di guerra. E la rendono opaca tante ombre spaventose: quelle del football hooliganism, l’altro Mondiale di calci e non di calcio.

Gli ultras russi minacciano sfracelli, in barba alla nuova legge, approvata nel 2017, che inasprisce le pene a chi causa incidenti legati a manifestazioni sportive: condanne da 8 a 15 anni, sanzioni da 3 a 20 mila Euro. “O vittoria o morte” si legge sulle t-shirt nere. La Bbc ha mandato in onda un documentario sulla gang dei Macellai di Orel. Un nome, una garanzia…

Il Cremlino afferma di aver sguinzagliato gli agenti dell’Fsb – l’erede del Kgb – e di avere messo sotto controllo gli ultras più pericolosi, un migliaio. Nessuno ci crede: gli hooligans russi non hanno mai nascosto la loro venerazione per il presidente russo che ha sempre apprezzato le maniere forti del tifo di casa. Alexander Shprygin, il presidente dell’Unione dei tifosi di Russia, leader di un gruppo di estrema destra ed accusato di aver orchestrato i gravissimi e sanguinosi disordini di Marsiglia agli Europei del 2016, conferma gli “intensi controlli” dell’Fsb, e cerca di rassicurare i tifosi di tutto il mondo. Dall’Inghilterra, però, dei 20 mila tifosi previsti ne arriveranno la metà. Un brutto segnale per le casse di Mosca. E per gli ultras russi che sognano lo “scontro finale” con gli hooligan britannici.

Pur di riuscirci, i russi hanno stretto alleanze internazionali, atteggiandosi a Cremlino della violenza hooligana. Un risiko in un certo senso geopolitico: l’accordo con gli argentini (le barra bravas del Boca, San Lorenzo, Nueva Chica e Velez, secondo quanto riporta il Clarin) che vogliono vendicare l’onta delle Malvinas. Coi tedeschi dell’Est, per le affinità naziskin. Coi serbi, “fratelli” ortodossi. Li unisce una comune linea xenofoba e nazionalista.

Gli inglesi hanno per ora l’appoggio dei polacchi, mentre spagnoli e francesi stanno a guardare. In palio, essere riconosciuti gli ultras più temibili del mondo. Gli eredi del leggendario teppismo inglese. Per raggiungere l’obiettivo hanno elaborato strategie, vergato codici di comportamento paramilitare, addotto motivazioni: “Noi siamo professionisti, loro sono ormai degli ex”. Su VK (VKontakte.com), sotto immagini che dovrebbero incutere paura – volti sfregiati, corpi palestrati, tatuaggi da Organizacija, la mafia russa – c’è chi promette di “scatenare l’inferno”. E chi svela che “l’Operazione Mondiale è già a buon punto”. Si invita a “pisciare in faccia agli inglesi”, si incita “bruciateli!”, si suggerisce ai tifosi d’Inghilterra di “passare un po’ di tempo in palestra e prepararsi in qualche modo all’imminente spargimento di sangue”. Per intimorire i “nemici” i russi filmano tutto l’addestramento, pestaggi compresi tra di loro per aumentare la resistenza al dolore e alle ferite. Più sangue, più onore. È persino annunciata la trappola nelle foreste di Revtov, una cittadina non lontano dalla capitale russa: “Lì sarebbero un bersaglio più facile da individuare”.

La sera del 5 aprile, invece, il bersaglio era la porta del CSKA: perforata quattro volte dall’Arsenal (un gol lo segna il Cska Mosca). I Gunners di Sua Maestà battono i “marines” tanto cari a Putin: il Cska è infatti la squadra dei militari… Ma sugli spalti dell’Emirates Stadium, nel settore che ospita gli ultras della squadra russa, compare un inquietante striscione: “Novichok on tour”. Novichok, il gas killer che ha quasi ucciso a Salisbury lo scorso 4 marzo l’ex spia russa doppiogiochista Sergey Skripal e sua figlia Yulia. E che ha scatenato una crisi tra Londra e Mosca senza precedenti. In verità, un precedente c’è. Il primo novembre del 2006, tra i 60 mila spettatori di un altro Arsenal-Cska Mosca, c’era Andrej Lugovoi, ex Kgb. Poche ore prima, l’ex spia dissidente Alexander Litvinenko aveva incontrato Lugovoi al Millennium hotel di Grosvenor square, a Londra, per un té. Verso sera Litvinenko fu costretto a farsi ricoverare in ospedale. Dove sarebbe morto il 23 novembre. I medici scoprirono che aveva ingerito una dose letale di polonio 210, un isotopo radioattivo. Nel 2007, Londra accusò Lugovoi dell’assassinio di Litvinenko, ma Putin, che aveva negato qualsiasi coinvolgimento russo, rifiutò di estradarlo. Durante le indagini, Scotland Yard aveva scoperto tracce di polonio 210 dentro l’Emirates Stadium… (oggi Lugovoi è deputato ed è membro del Comitato per la Sicurezza della Duma, il parlamento russo).

Ad aver alimentato i timori per la partita di ritorno del 12 aprile (terminata 2-2) a Mosca, non c’è stato solamente lo striscione, ma anche le parole di Vladimir Markin, capo del comitato di sicurezza e coordinamento dei tifosi della Federazione Russa: se gli inglesi arrivando a Mosca cercano “avventure”, le troveranno. I commenti, sul sito soccer.ru, sono aggressivi e a favore di Markin. I dirigenti dell’Arsenal hanno chiesto la “sicurezza dei loro tifosi”. Il Foreign Office ha emesso un comunicato: “A causa delle crescenti tensioni politiche fra la Gran Bretagna e la Russia, bisogna essere consapevoli della possibilità di sentimenti anti-britannici (…) quindi si consiglia di rimanere vigili, ed evitare proteste, dimostrazioni, o di commentare pubblicamente gli sviluppi politici”. Insomma, un antipasto del Mondiale.

La crisi della Siria, inoltre, aggrava le preoccupazioni. Il calcio può diventare guerra per procura: sia in campo, sia soprattutto fuori. Ed essere teatro delle peggiori violenze. Perché convergono fanatismi patriottici e passioni identitarie. Ma Putin non vuole incidenti. A Mosca, l’Arsenal agguanta il pareggio (2 a 2) e passa alle semifinali. Gli ultras si sfogano con cori e slogan, striscioni e razzi. La resa dei conti è rimandata.

La galassia del tifo Cska ha nomi che, tradotti, evocano lo sport anglosassone e tedesco: Red Blue Warriors, Kids, Yarovslavska Gallant Steeds, N-Troop, Kats, Stallions, Zarja 18, Shedy Horses, Red Blue Support, Yugend Firm. I rivali storici sono quelli dello Spartak Mosca, guidati dal più tosto e temuto dei teppisti russi, un ex criminale di nome Vasily Stepanov detto Killer (ce l’aveva scritto sul paradenti).

Un bestione. Il bau bau degli spalti: muscoli da lottatore di catch. Oggi ha 37 anni. Dice che è un ex ultrà. Che pensa a famiglia (cinque figli) e Chiesa. Che crede nei valori fondanti della Madre Russia. Suona il piano. Un tempo suonava gli avversari, li massacrava. Nel 2007, a Severyanin, vicino a Mosca, guidò mille guerriglieri da stadio contro gli ultras del Cska: fu la più grande e devastante battaglia nella storia del calcio russo. Ogni anno viene celebrata nel web. Che pullula di filmati eloquenti: stages di sopravvivenza, campi militari nei boschi, kit da combattimento, arti marziali, scazzottate senza pietà per allenare il corpo al dolore. Volti insanguinati esibiti come trofei. Corpi palestrati. Regime severo, la vodka è bandita. Tra gli ultras si annidano ex militari, ex poliziotti, ex membri delle forze speciali.

Davvero ex? La mitologia esalta efficienza fisica, odio e patriottismo. Accompagnati talvolta da drappi e tatuaggi naziskin. Un anno fa la Bbc profetizzò: “Il Mondiale russo sarà un festival della violenza non un festival dello sport”. Balle, replicano oggi i russi: è l’Isis che promette violenza. Ha minacciato Putin, vuole rovinargli la festa organizzando attentati ( fanat1k.ru). Gli ingredienti ci son tutti, il Mondiale è in tavola!