Profondo Colombia: il passato che non passa

San Juanito, sperduto villaggio della cordigliera andina orientale della Colombia diventato Comune nel 1981. “Terra di meraviglie” dice uno slogan locale snocciolando le bellezze naturalistiche incontaminate del territorio, dove sembra di tornare indietro nel tempo. Eppure, ancora oggi, terra tribolata, dove la guerriglia delle Farc, (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), ufficialmente smantellata dopo gli accordi di pace con il presidente Juan Manuel Santos, premio Nobel della pace nel 2016, continua a fare danni.

Un Paese, la Colombia, trasformato, a torto, in un Eden. Dimenticate le tragedie del passato, dai cartelli della droga ai tempi di Pablo Escobar fino alle gesta di Manuel ‘Tirofijo’ Marulanda, uno dei leader storici delle Farc al netto delle violenze commesse dall’Eln (Esercito di liberazione nazionale), dai Paramilitari di ultradestra e dallo stesso esercito colombiano. Il nuovo volto della Colombia, Paese fedele all’egemonia yankee tornata di moda in America Latina dopo anni di distrazioni: sereno, rassicurante, pulito. Un falso assoluto.

Nel vicino Venezuela è in corso la peggior crisi umanitaria continentale dell’era moderna, ma chi pensa che in Colombia sia tutto perfetto si sbaglia.

Lo sta iniziando a capire bene un giovane professore italiano, Gino Palombi, 37 anni, originario di Guidonia (in provincia di Roma), laureato in scienze sociali e dell’educazione all’università Lumsa. Alla fine del 2015 Palombi ha accompagnato la moglie Aleida, conosciuta proprio a Roma, nella sua terra d’origine. Doveva essere una normale e piacevole visita di cortesia alla famiglia di quella che le ha dato un figlio. Laggiù, però, immerso nel silenzio delle Ande colombiane e nel calore incredibile di una comunità rurale uscita dal passato remoto, qualcosa per Gino Palombi è cambiato: “Non so descrivere cosa sia accaduto dentro di me – racconta il 37enne da San Juanito –. È bastato restare a contatto per pochi giorni con questa gente per dimenticare tutto il resto. Affascinato dal loro stile di vita, dal modo di concepirla, dallo spirito comunitario. Qui ho ritrovato valori perduti dalle nostre parti. In un istante ho pensato: sarebbe bello vivere qui. È stato un intimo atto d’amore nei confronti di mia moglie. In breve tempo ho avviato il mio folle progetto, iniziando ad inviare curriculum nella speranza di poter insegnare qui. Dopo quattro mesi di silenzio, proprio mentre pensavo che non ci fossero possibilità, col biglietto aereo di rientro in Italia quasi prenotato, è arrivata la chiamata. In quel periodo, inoltre, mia moglie era vicina al parto di nostro figlio. Da allora, maggio 2016, vivo in un sogno, reale e concreto, cadenzato dalle esperienze di vita quotidiana”. Lo stipendio? “Non mi posso certo lamentare: guadagno circa 2 milioni di pesos al mese, equivalgono più o meno 700 euro. Il potere d’acquisto – continua Palombi – è molto diverso dall’Italia, costi bassi, non abbiamo troppe spese, possiamo risparmiare e vivere sereni”.

L’insegnante, prima della fuga in Colombia, lavorava come educatore e operatori socio sanitari per una cooperativa di Roma dove si occupava, in particolare, di famiglie disagiate. Contratto a tempo indeterminato, lavoro sicuro e appassionante, la possibilità di attivare l’aspettativa, come puntualmente si è verificato. Adesso il suo nuovo contratto lo inquadra sotto il profilo pedagogico: “Sono maestro delle elementari, la nostra scuola primaria, ma insegno a bambini dall’asilo alla quinta – aggiunge Palombi –. Insegnante ed educatore sociale. Nella realtà scolastica dove mi trovo un maestro deve saper fare tutto, dalle pulizie alla gestione della biblioteca, dal segretario all’inserimento nelle dinamiche familiari. Un lavoro durissimo ed entusiasmante al tempo stesso. Non bisogna pensare alla scuola seguendo i cliché occidentali. Siamo in una realtà rurale lontana anni luce rispetto alla stessa Bogotà. Qui gli alunni vivono ad un’ora di cammino, in zone sperdute della municipalità. Più che povertà si vive con ciò che regala la terra, è forte il desiderio generale di conoscenza, senza perdere di vista il rispetto e una grande disponibilità al sacrificio. Oltre ad insegnare a scuola mi sto occupando di progetti educativi socio culturali. Voglio fare qualcosa per la comunità indigena, lasciare una traccia profonda, in segno di riconoscenza, per la ricchezza umana, per amore nei loro confronti, sperando di attirare interessi a collaborare da parte di associazioni e fondazioni dall’Italia e non”.

Fino a qui la parte magica di un’esperienza personale davvero straordinaria. Difficile non sentirsi empaticamente attratti da chi molla tutto per dedicarsi anima e corpo ad una comunità sperduta del Sud America, invece, magari, di fare la bella vita spalmati su una spiaggia brasiliana o intenti a sorseggiare un aperitivo a Punta del Este in Uruguay. San Juanito è un puntino in mezzo alla sierra andina, 2.000 metri sul livello del mare, a circa 150 chilometri da Bogotà dove, per arrivare, servono almeno 8 ore di viaggio a causa di collegamenti e trasporti difficili. La città più vicina è il capoluogo del dipartimento di Meta, Villavicencio. Terra di guerriglia intrisa di sangue. Terra di produzione cocalera.

Tempo passato? Pare di no: “Devo ammetterlo, l’immagine che si ha della Colombia dall’esterno è quella di un Paese in crescita, sicuro, dove regna la pace e dove i fantasmi sono spariti. Purtroppo non è così”. Gino Palombi si fa serio e spiega i rischi di un presente tutt’altro che rassicurante: “Parlare di processo di pace lontano dalla Colombia ha una prospettiva diversa se ci vivi dentro. Sono passati i messaggi positivi di un processo comunque epocale per il Paese sudamericano, i flash luccicanti, i sorrisi e il sollievo dei leader. Faccenda archiviata? Tutt’altro. Il duro inizia adesso. San Juanito, come tanti altri puebliti della Colombia, ha pagato col sangue le violenze di parte. Basta pensare che ognuno dei suoi abitanti (1.900 all’ultimo censimento, ndr) ha pianto una perdita tra un genitore, un figlio o una sorella. Ancora oggi, un anno e mezzo dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, il presidente Santos ha molto lavoro da fare. San Juan, nonostante la pace siglata, resta zona roja, zona rossa. Certo rispetto al via delle trattative con le Farc (febbraio 2012, ndr) di strada ne è stata fatta tanta. Si sta verificando il ritorno di ex guerriglieri a cui, nell’ambito del trattato di fine ostilità, lo Stato a concesso terreni e altri vantaggi. I sanjuaniteiros temono un ritorno al passato e che gli accordi fissati dall’Onu possano non essere rispettati. In giro c’è sempre gente armata, ci sono le mine antiuomo, eredità di quel periodo, la produzione di coca non è stata affatto stroncata”.

Sacche di legalità e virtuosità in seno a un Paese che crede di aver tirato una linea e di poter ripartire senza strascichi. Guerriglieri redenti? Forse, ma ci vorrà tempo. Juan Manuel Santos si avvicina alle elezioni presidenziali del 27 maggio, dove non potrà ricandidarsi, forte di un consenso elevato e del flop elettorale del partito delle Farc, ma con i falchi della destra fedele al mitico presidente Alvaro Uribe in potente ascesa. In molti danno il candidato uribiano, Ivan Duque, come assoluto favorito. Il presidente, per nulla preoccupato dal suo coinvolgimento nello scandalo finanziario Odebrecht che ha coinvolto un po’ tutti gli Stati latinoamericani, intanto si gode il crollo del nemico storico, il Venezuela, in ginocchio assieme al modello chavista/bolivariano, eppure con la patata bollente di milioni di profughi da quel Paese che stanno spingendo alla frontiera orientale per entrare. La violenza non è stata sconfitta, gli accordi vanno alimentati e ne vanno presi con le altre formazioni attive. Santos, membro di una delle cinque famiglie più potenti, la ristretta oligarchia da cui dipendono da sempre le sorti della Colombia, mostra il suo proverbiale sorriso. Il potere racchiuso tra le mura scricchiolanti di Bogotà, capitale à la page per le nuove tendenze, in realtà mostro di mancata integrazione e convivenza. La città violenta e crudele, magistralmente dipinta da Mario Mendoza nel suo libro di maggior successo, Satana. “Me ne tengo ben lontano – commenta Palombi, salutandoci –. È un inferno, attira tutti i desplazados della Colombia, infognati nei barrios poveri trasformati in ghetti. La vera dimensione umana è qui, a San Juanito. Andarmene? Non ci penso al momento. Per tornare in Italia c’è tempo”.

Trump, altro che Siria: arriva “Desert Stormy”

Poche ore dopo che il presidente Trump aveva confermato il raid “punitivo” per l’uso dei gas in Siria, contro il regime di Damasco, il comico Bill Maher nel suo show su Hbo definiva l’operazione: “Desert Stormy”. L’allusione (gioco di parole con Desert Storm, la guerra del golfo del 1990) è alla pornostar Stormy Daniels e alla sua denuncia contro il tycoon; sarebbe stata pagata per non rivelare la loro relazione. Come spesso accade, i comedians sono commentatori arguti in materia di geopolitica: il bombardamento contro i presunti obiettivi per distruggere le armi chimiche di Assad sono stati una dimostrazione di forza fine a se stessa, e per il magnate una occasione per non far parlare almeno per qualche giorno dell’indagine Russiagate, sui contatti del suo staff con personaggi del Cremlino durante la campagna elettorale 2006.

Maher ha chiosato: “Non voglio dire che il raid è servito al presidente per distrarci dai suoi problemi, ma il nome in codice è Operation Desert Stormy”. Proprio stamattina a New York è prevista l’udienza in tribunale: l’avvocato di Trump, Michael Cohen dovrà confermare se abbia versato alla donna la somma di 130 mila dollari; Stormy Daniels sarà presente. L’ira di Trump poi si abbatte sull’ex capo dell’Fbi, Comey, che nel suo libro di memorie racconta le pressioni ricevute. “Dovrebbe andare in galera” scrive The Donald in uno dei suoi tanti tweet domenicali.

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna dopo il raid restano confusi e felici: il ministro degli esteri inglese Boris Johnson conferma alla Bbc che se Assad proseguirà nell’uso di armi chimiche “con gli alleati, studieremo diverse opzioni”, senza dire quali; l’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, annuncia nuove sanzioni contro Mosca, oggi i particolari; il Papa si appella “a tutti i responsabili politici perchè prevalgano la gustizia e la pace” e ‘Libertà e Giustizia’, aderisce all’appello della Rete della Pace “per fermare la guerra in Medio Oriente”.

Chi ha motivo di preoccuparsi realmente è Israele. L’aiuto militare dato dall’Iran ad Assad ha permesso a Teheran di arrivare fin dietro la porta del nemico storico. Il premier Benjamin Netanyahu dunque approfitta della prova muscolare di Washington e soci e suggerisce: si dovrebbe trattare l’Iran come la Siria; inoltre chiede alle potenze occidentali di impedire agli “Stati terroristi” di avere armi nucleari: il riferimento appare scontato.

Nel gioco delle parti, il presidente Assad mostra che le bombe cadutegli in casa non lo hanno sconvolto: ieri ha incontrato una delegazione di politici russi, il parlamentare Dmitry Sablin ha descritto Assad come “positivo e di buon umore”. Non è chiaro che valore abbia ancora la missione dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), che avrebbe dovuto stabilire chi a Douma ha usato il gas, se i lealisti o gli estremisti islamici.

Proprio Douma è stato uno dei tre obiettivi colpiti, gli esperti potrebbero trovare la scena del delitto compromessa. Il vice-ministro siriano per gli Esteri, Ayman Soussane rassicura: “Lasceremo alla squadra la possibilità di lavorare in maniera professionale, obiettiva e imparziale, lontano da qualunque tipo di pressione”. Soussane è convinto che i risultati mostreranno che “le accuse sono menzognere”. La guerra siriana, quella vera, continua: la riconquista della Ghouta Est permetterà al regime di Damasco di dirigere le proprie truppe sulla provincia meridionale di Daraa, uno dei centri dell’opposizione sin dalle prime rivolte del 2011. Limitrofa alla Giordania e al Golan annesso ad Israele, Daraa è contesa fra miliziani, governativi e Isis. La sfida per Assad e i suoi alleati russi e iraniani, oltre a Daraa è rappresentata da Idlib, dove si concentrano i jihadisti di Tahrir al-Sham, legati ad Al Qaeda.

Tutti al Vinitaly, ma nemmeno il vino li scioglie

Mancava solo la battuta su chi ha preso d’aceto, poi ieri, all’inaugurazione del Vinitaly che ha fatto scomodare mezzo parlamento italiano, si sono provate un po’ tutte le gradazioni sullo stato del dialogo per il governo: Matteo Salvini che offrirebbe a Di Maio “uno Sforzato” perché si deve impegnare di più, ancora Salvini che brinderebbe con “un vino scaduto, prodotto in Romania, finto italiano” se i grillini si alleassero con il Pd, Di Maio che bolla come “ubriaco” chi fa certe esternazioni (Salvini). Il bilancio finale è ancora un nulla di fatto. E a sera, l’attacco di Di Maio da un comizio ad Udine (“Pensare che Mattarella si faccia influenzare dalle regionali per dare un pre-incarico è anche disonesto intellettualmente”) non è certo un segnale rassicurante per il Quirinale che attende da giorni “l’innesco” di una trattativa e che si prepara, probabilmente dopodomani, a prendere una decisione che potrebbe anche essere sgradita ai non-vincitori.

Salvini e Di Maio non si incontrano durante il tour tra gli stand delle cantine italiane, perché “di governo si parla a Roma”, come ha detto ieri il capo politico del M5S. A distanza, comunque, entrambi ripetono il repertorio dei giorni scorsi. Di Maio – scortato dagli agenti, circondato dallo staff e in compagnia della nuova fidanzata Giovanna Melodia – ripropone ai partiti il “contratto con temi, tempi e procedure per gli italiani, per risolvere i loro problemi” e ribadisce che con Berlusconi non parla: “Chi si ostina a volerci propinare questa immagine di centrodestra” sappia che “è una strada non percorribile, ma potrebbe essere un danno per il Paese, visto le lacerazioni che hanno al loro interno” (ieri, tra l’altro, il governatore forzista della Liguria Giovanni Toti, ha di nuovo preso le distanze da Berlusconi, dicendo che sulla Russia “ha ragione Salvini” e ricordando che Forza Italia si deve “rinnovare”).

Salvini – che invece si aggira per la fiera con lo scrittore montanaro, Mauro Corona – rinnova la minaccia: “Sono stufo. Basta con questi che si insultano dalla mattina alla sera: o si fa il governo con chi ha vinto le elezioni o andiamo al voto e non se ne parla più”.

A Verona c’è anche il reggente del Pd Maurizio Martina, a cui ieri Di Maio si è rivolto nuovamente. Ma i democratici restano in ghiacciaia: “Noi abbiamo detto una cosa chiara – ha ribadito Martina –. Incontreremo l’eventuale incaricato quando ci sarà per confrontarci a partire dalle priorità che abbiamo indicato alle consultazioni”. Nelle prossime ore, si vedrà. Ieri, intervistato in tv da Lucia Annunziata, l’ex garante del patto del Nazareno, Denis Verdini, ha detto che “difficilmente il Pd potrà sfuggire al richiamo del Presidente della Repubblica”.

Le mani della Lega sulla Rai: Salvini vuole prendersi il Tg1

“Quelli si stanno già muovendo. Qui rischiamo di trovare tutti i posti già occupati…”. Queste parole che circolano ai vertici del M5S la dicono lunga sui movimenti in Rai della Lega di Matteo Salvini. Se infatti i pentastellati, volenti o nolenti, sono quasi fermi al palo, tra Viale Mazzini e Saxa Rubra i leghisti hanno iniziato le loro manovre. Ed è il Tg1, il principale telegiornale del Paese, che Salvini ha messo al centro dei suoi desideri. Il leader leghista, che ha mosso i primi passi in Via Bellerio facendo il giornalista a La Padania, sa bene quanto l’informazione Rai sia importante all’interno della gestione del potere. E così non ha in mente mezze misure, puntando direttamente alla direzione del più importante Tg. Il nome su cui alcuni scommettono è quello dell’attuale vicedirettore Gennaro Sangiuliano. Con una storia vicina alla destra, nel corso degli anni Sangiuliano è riuscito a farsi apprezzare anche dal leader leghista, basti dire che i suoi due ultimi libri, le biografie di Putin e di Trump, sono stati presentati anche dal capo del Carroccio. Altro nome che gira è quello del corrispondente da Bruxelles, Antonio Preziosi. Secondo altre fonti, però, il vero nome di Salvini per il Tg1 sarà un altro, ancora tenuto coperto. All’interno della redazione, inoltre, vicini alla Lega si possono annoverare Sonia Sarno, che ha iniziato la carriera a Telepadania, e l’inviata di cronaca Grazia Graziadei.

Salvini potrebbe mollare la preda Tg1 solo se diventasse terreno di caccia pure per Luigi Di Maio. In tal caso il leader padano sarebbe costretto a virare sul Tg2. Qui l’unico che potrebbe ambire alla direzione è Luciano Ghelfi: giornalista di lungo corso e attuale quirinalista, mantovano, vanta un buon rapporto con Matteo. Raitre e Tg3, invece, sono destinati a restare riserva indiana del Pd. Altri nomi su cui il Carroccio potrebbe puntare sono quelli dell’ex vicedirettore del giornale radio Paolo Corsini, di Giuseppe Malara e di Ludovico Di Meo.

“Non si sono mai visti così tanti leghisti in Rai, saltano fuori come funghi. Molti stanno sostituendo i bucatini all’amatriciana con polenta e vin brulè…”, scherza un cronista di Tg bene informato. Così, per esempio, si nota l’enorme calore con cui è stato accolto Salvini quando, dopo le urne, ha varcato la soglia di Via Teulada per essere intervistato da Bruno Vespa. O come tutti guardino a Elisa Isoardi, la compagna di Matteo, come la nuova star della tv pubblica. L’anno prossimo per lei ci sarà la conduzione de La prova del cuoco, al posto di Antonella Clerici, decisione presa però prima delle elezioni.

In freddo, invece, sono i rapporti tra Salvini e l’uomo storico della Lega a Viale Mazzini, l’ex direttore di Raidue Antonio Marano, ora alla guida di Rai Pubblicità. Troppo legato ai precedenti vertici (Bossi e Maroni) per essere ancora il nome di punta dei padani nella tv di Stato. Per le cariche di ad, presidente e membri del cda la Lega guarderà altrove.

Questo per quanto riguarda gli interni. Ma girano anche nomi di esterni. Quello di cui si parla di più è il direttore di Libero, Pietro Senaldi, che da tempo fa un giornale molto più leghista che berlusconiano. Ma qualcuno butta lì anche il nome di Paolo Del Debbio, che si è appena visto chiudere Quinta Colonna dai vertici Mediaset con l’accusa di aver portato acqua al mulino della Lega: per rivalsa potrebbe accettare di traslocare a Viale Mazzini, per una direzione o per condurre un nuovo programma d’informazione.

Quel che è certo, però, è che Salvini ha intenzione di interessarsi di Rai in prima persona e lo farà appena verrà chiusa la partita del governo. Per ora ha demandato la missione a Giancarlo Giorgetti e a un suo uomo dentro Viale Mazzini: un dirigente che conosce tutti i meandri di mamma Rai e lo aiuterà nella sua avanzata. Il tempo, però, stringe: l’attuale vertice scade a fine luglio, ma secondo la nuova legge le selezioni per il rinnovo devono partire 60 giorni prima. Quindi all’inizio di giugno. Anche per questo motivo non si esclude la proroga di Orfeo, Maggioni e attuale Cda per un altro semestre.

Ma mi faccia il piacere

Il gognometro. “Quei dieci anni di gogna ai giornalisti. E un vizio dei grillini” (il Giornale, 8.4). Tutti ricorderanno senz’altro il presidente del Consiglio Beppe Grillo che, in una conferenza stampa a Sofia, intimò alla Rai di non far più lavorare Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, e fu subito esaudito.

Gognometro/2. “Di Battista e gli insulti. Il cretino assoluto” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 13.4). “Le consultazioni fondate sull’insulto” (Sallusti, ibidem, 14.4). Invece “cretino assoluto” è un vezzeggiativo.

Corsa col morto. “Roma Appia Run, guest star il campione olimpionico della maratona del 1960, l’ottantaseienne Abebe Bikila, che correrà insieme ai partecipanti” (dal sito del Comune di Roma, 13.4). Siccome però è morto nel 1973, ha chiesto e ottenuto di correre su un carro funebre.

I mercati ci guardano. “Il blitz in Molise di Berlusconi: se qui vince la Lega, a Roma si rischia. ‘Premiate noi o disastro sui mercati’” (Corriere della sera, 14.4). Quelli di Campobasso e Isernia.

Come s’offre. “Bisogna uscire dal vicolo cieco. Se Mattarella chiama, ci sono” (Maria Elisabetta Alberti Casellati, Presidente FI del Senato, La Stampa, 13.4). A Elisabe’, magna tranquilla.

Lui non può. “Berlusconi all’attacco: ‘Di Maio non può dirmi che cosa devo fare’” (il Giornale, 14.4). Non fa lo stalliere e non ha nemmeno una punta di tette.

I bravi di don Rodrigo. “Mi raccomando, fate i bravi, sappiate distinguere chi è un democratico e chi non conosce nemmeno l’Abc della democrazia: sarebbe ora di dirlo chiaramente a tutti gli italiani” (Silvio Berlusconi, presidente FI, parlando al Quirinale dei 5Stelle dopo aver allontanato gli alleati Salvini e Meloni, 12.4). Non ce ne parlare, Silvio, sono 25 anni che lo diciamo e tu sei ancora lì.

Slurp. “Pure i preti leccano Di Maio” (Libero, 9.4). In effetti dimostra molto meno dei suoi 31 anni.

Rosatus erectus. “Penso che noi dobbiamo avere la schiena dritta” (Ettore Rosato, vicepresidente Pd della Camera, Corriere della sera, 9.4). Nella vita c’è sempre una prima volta. E non è mai troppo tardi.

Micron. “I piano di Renzi per cambiare il Pd: opposizione e patto con Macron” (Repubblica, 31.3). Potrebbero siglarlo a Bardonecchia.

Il trasvolatore Romano. “Il governo Lega-5Stelle si farà. E noi, è certo, saremo all’opposizione. Alleanza con il M5S? Abbiamo fatto una campagna elettorale opposta nei contenuti e chi fa politica col Pd crede alle parole che usa” (Andrea Romano, ex Pci, ex Pds, ex Ds, ex Italia Futura di Montezemolo, ex Monti, ora Pd, Il Dubbio, 5.4). Tipo uno che nel 2013 si fa eleggere con Monti, poi passa al Pd, poi governa con Berlusconi, Alfano e Verdini.

L’estremo oltraggio. “Il ritorno degli ‘apoti’. Il club di quelli che non la bevono. Sulle orme di Prezzolini, l’associazione di Cicchitto unisce pezzi di Pd, FI e altri e lancia il manifesto di ‘chi non si riconosce nelle idee di Di Maio e Salvini’. Tra i membri Cazzola, Adornato e Taradash” (Libero, 10.4). Da quando si bevve la P2, il Psi, Forza Italia e Renzi, Cicchitto è astemio.

Il dubbio amletico. “‘Da quando è diventato di centrosinistra?’. ‘Ma lei mi aveva detto che mi faceva una intervista gentile… Invece mi sembra che l’approccio non sia morbido. Non so, con chi dovevo candidarmi?’” (Pierferdinando Casini, parlamentare dal 1983, ex Dc, ex Ccd, ex Udc, ex Monti, ora Pd, intervistato da Report, Rai3, 8.4). Deve averglielo prescritto il medico.

Legàtelo. “40 anni di Goldrake! Chi di voi lo guardava? Alabarda spazialeee!” (Matteo Salvini, segretario Lega, Twitter, 4.4). Lo portano via.

Antico Egitto. “Faraone ci spiega perchè il Pd non può essere una costola del M5s” (Il Foglio, 11.4). Semmai un pelo superfluo.

Il titolo della settimana/1. “Così parlò Di Matteo. Il pm della trattativa ha emesso anche la sentenza: ‘Il Cav fece un patto con Cosa Nostra’”, “Italia-Brasile: il derby dei pm che odiano lo stato di diritto. Lula in cella e il comizio di Di Matteo” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 10.4). No, tesoro, rasségnati: la sentenza sul patto Berlusconi-Cosa Nostra l’ha emessa la Cassazione.

Il titolo della settimana/2. “È legittimo coprire di fango una scienziata. Il giudice ha deciso che la scienziata ed ex deputata Ilaria Capua non è stata danneggiata dai servizi dell’Espresso” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 12.4). No, stella, fattene una ragione: se l’Espresso è stato assolto, vuol dire che la scienziata non è stata coperta di fango.

Addio a Isabella Biagini, da attrice a soubrette bionda in bianco e nero

La morte è sempre una, anche quando si sono vissute molte vite, e così diverse tra loro, come nel caso di Isabella Biagini morta ieri nella clinica Antea Hospice di Roma, dove era nata 77 anni fa. Attrice, cantante, soubrette tuttofare di uno stampo che si è perso, aveva esordito ancora adolescente dalla porta principale, il cinema italiano d’autore, una piccola parte nel quarto lungometraggio di Michelangelo Antonioni, Le amiche (1955).

Era iniziata così una promettente carriera cinematografica, ma il ruolo migliore se lo era ritagliata da sé nel debutto televisivo alla metà degli anni Sessanta, la maggiorata supercotonata e supersvampita in coppia con il maestro Enrico Simonetti nei varietà Il signore ha suonato? e Lei non si preoccupi, ancora rintracciabili sulle teche Rai oltre che nella memoria di un paio di generazioni.

C’era il bianco e nero in tv, eppure nessuna soubrette di casa nostra è stata tanto bionda quanto Isabella Biagini. Allora non c’erano nemmeno i talent, eppure al ragazza aveva del talento, duettava negli sketch comici a occhi chiusi, facendo se stessa, e si era rivelata una brava imitatrice, specializzata nel rifare Mina.

Ma era in gamba anche come cantante in proprio, tanto è vero che la vollero sia il Quartetto cetra nella commedia musicale Non cantare, spara (’68), sia Antonello Falqui in Bambole non c’è una lira (’77), show del sabato sera in cui si rievocava la storia del varietà.

Nel frattempo era cominciata un’altra vita, la stagione delle commedie all’italiana più o meno sexy, più o meno brillanti come già si capisce dai titoli e dagli autori, da Steno a Bruno Corbucci, da Marco Vicario a Francesco Pingitore; da Amore all’italiana a Mazzabubù quante corna stanno quaggiù da Boccaccio a Il ginecologo della mutua.

Il ritorno sul piccolo schermo era arrivato con il solito Arbore, che la volle in Cari amici vicini e lontani (’84), e quella fu l’ultima coda di una cometa che aveva iniziato a offuscarsi per le turbolenze della vita privata ma non soltanto.

Anche Harvey Weinstein era di là da venire, ma la Biagini aveva sempre saputo farsi rispettare: “Non capivo perché ci provassero con me, io avevo talento, non sono mai scesa a compromessi, non ho mai avuto bisogno di spinte”.

Nell’ultima delle sue molte vite era tornata in tv nella peggiore delle nemesi catodiche. Il bombastico sex symbol degli anni Settanta, la biondona in bianco e nero era diventata un caso umano, perfetta per la tv delle colonscopie di Barbara D’Urso (che pure, bisogna darle atto, è stata l’unica a occuparsi di lei). Due matrimoni naufragati, la scomparsa della figlia Monica da cui non si era mai veramente ripresa; e poi lo sfratto, lo stato d’indigenza (“Ho meno di mille euro di pensione, mi alleno a fare la barbona insieme al mio cagnolino Richard”), la depressione, il ricovero in ospedale.

Da ultimo, l’uscita allo scoperto del “figlio segreto” Damiano Caltagirone, nato a suo dire dalla relazione segreta con il costruttore capitolino Damiano Caltagirone Bellavista.

Da Antonioni a Barbara D’Urso: questo è stato il mezzo secolo da stella cadente di Isabella Biagini, e un po’ di tutti noi.

Ora il cuculo è volato oltre il nido di Miloš Forman

Come non parafrasare il titolo del suo film più famoso e struggente, Qualcuno volò sul nido del cuculo per annunciare che il grande regista di origine ceca Miloš Forman è volato ben oltre il suo nido, a Warren, un villaggio di 1300 anime nel Connecticut, dove abitava in una grande casa di campagna che gli ricordava Cáslav, la cittadina in cui era nato, non lontano da Praga: “È morto silenziosamente, circondato dalla sua famiglia e dai suoi più stretti amici”, ha dichiarato la terza moglie Martina Zborilova, sposata nel 1999. La magione di Warren l’aveva acquistata nel 1979 dal pittore Eric Sloane, una costruzione a 90 miglia da Manhattan, dove per anni aveva vissuto in un appartamentino del Greenwich Village assieme all’amico e collega Ivan Passer: “La porta era sempre aperta, una folla di artisti andava e veniva”. Lo sceneggiatore John Guare dichiarò una volta che andare da Forman e Passer era come “essere arrivato nella Boemia dell’avanguardia: solo ciò che bevevi e leggevi aveva davvero importanza”.

Jan Tomas Forman – il vero nome – aveva 86 anni e una vita di tragedia e dolori, malessere e irriverenza. Suo padre Rudolf venne preso dalla Gestapo nel 1940: “Avevo 7 anni. Il direttore della scuola mi chiamò. C’era mio padre in mezzo a due persone che indossavano soprabiti di pelle nera. Mi accarezzò la testa e mi disse che ero un bravo bambino. Mi dette un pacchetto: è per mamma, dille di star tranquilla, che tornerò presto. Non tornò mai più”. Morirà a Buchenwald. Tre anni dopo, la Gestapo arrestò sua madre: “I suoi occhi erano pieni di terrore. La portarono via. La casa rimase silenziosa. Non c’era più nessuno”. A crescerlo ci pensarono gli zii.

Un giorno ricevette una lettera da qualcuno che l’aveva conosciuta ad Auschwitz, dove era scomparsa: “Mi informava che Rudolf non era il mio padre biologico bensì un architetto ebreo che viveva in Ecuador. Era come un incredibile melodramma, più strano di un romanzo”. Ci lascia mentre all’orizzonte si addensavano nuvole oscure. Una situazione che lui avrebbe adattato per un film, dove la sua estetica si confrontava – quasi un’ossessione – con l’autenticità. Gli interessavano più i personaggi marginali che gli eroi canonici: pensiamo ad Amadeus che non è solo un’opera sul contrasto fra genio e mediocrità, o sull’invidia (quella del prelato Antonio Salieri per Mozart). A Forman premeva mettere in risalto il talento a volte ingegnoso a volte furbesco dei perdenti che riescono a beffare i vincenti sul filo della morte. In Larry Flint – Oltre lo scandalo, conta la biografia di uno che vuole imitare il Citizen Kane di Orson Welles, diventando magnate della stampa, ma quella porno.

Con Forman che non c’è più – in realtà, complice la quasi cecità, non c’era più da qualche anno – abbiamo perso un altro punto di riferimento dei ribollenti anni in cui rivoluzione faceva rima con contestazione, tassello di quel mosaico della cultura libertaria che a cavallo del Sessantotto e poi sino alle illusioni del Duemila ha rappresentato coraggiosamente il carattere repressivo delle istituzioni e la violenza della società, l’assurdità delle guerre, l’ipocrisia del mondo ordinario, la piccineria dell’ufficialità.

Studiò sceneggiatura alla facoltà di Cinema e Televisione dell’Accademia di Praga. Nei suoi primi film – L’asso di picche; Gli amori di una bionda; Al fuoco, pompieri! – dimostra subito talento: ha assimilato il neorealismo italiano e la Nouvelle Vague francese, è l’alfiere della nova vlná (nuova onda), movimento che negli anni Sessanta realizza una modificazione formale del cinema, divenendo parte attiva del rinnovamento culturale praghese. Ma il caustico Al fuoco, pompieri! scatenò le proteste dei vigili del fuoco, tanto che il presidente Novotny ne proibì la proiezione. I carri armati di Mosca misero fine nell’agosto del 1968 alle speranze della Primavera di Praga: Forman era a Parigi e scelse l’esilio, poi si trasferì negli Stati Uniti. Ebbe la cittadinanza nel 1975, dopo il successo del Cuculo. Il disincantato musical Hair, altra pellicola epocale, arriverà nel 1979, atmosfera hippy, manifesto contro la guerra nel Vietnam e ogni sistema di potere.

“La tentata violenza, il figlio con Madonna, il bullismo e quel prato di Califano…”

Ha dormito per strada a Los Angeles (“avevo finito i soldi ed ero senza Green card”), la notte degli Oscar era solo uno spettacolo alla tv (“poi un giorno ci sono stato”); da bambino è cresciuto nella periferia romana, fuggito dalle continue aggressioni di bulli che gli gridavano “a frocio!”; è fuggito dalla routine di Whitney Houston dopo l’ennesima nottata con la droga assoluta protagonista (“Non ne potevo più di quel tipo di mondo, mi stavo annientando”). Eppure Luca Tommassini la vita l’ha realmente rischiata a Battipaglia, durante la presentazione del suo libro (Fattore T, Mondadori): “A un certo punto inizio a sudare, mi gira la testa, sto malissimo e penso subito a un attacco di cuore. Mi portano in ospedale. Poco dopo arriva il medico con in mano le analisi: ‘Lei ha il sangue bianco’. Cosa? ‘Ha mangiato troppe mozzarelle e rischia uno choc anafilattico’. Aveva ovviamente ragione, senza accorgermene ne avevo spazzolate 13, intere”.

Quarantotto anni solo in apparenza, la tuta come abito da lavoro: Luca Tommassini è uno dei guru della danza mondiale, le sue coreografie sono il lato artistico di numerosi programmi italiani, da X Factor a Dance Dance Dance, e ora anche ad Amici. Ha collaborato ovunque e ovunque con i più grandi: “E posso capire da dove vieni a seconda da come mi inquadri: negli Stati Uniti sono Luca che ballava con Madonna, magari in Inghilterra sono Luca ‘di’ Geri Halliwell o Robbie Williams…”.

Tutto è partito dalla borgata romana, la temuta Primavalle…

Con gli anni ribattezzata da alcuni Firstvalley. Comunque sì, ed era tosta, da ragazzo dovevi stare attento a dove mettevi i piedi per non pestare qualche siringa, e d’estate il pericolo si moltiplicava, con mamma angosciata e una perenne raccomandazione: ‘Non ti bucare’.

Soluzione?

La villa di Franco Califano: viveva poco lontano da noi, poco lontano dal banco di frutta di mia nonna, e quasi tutti i bambini della zona andavano a giocare dentro al suo giardino, con il cancello lasciato appositamente aperto.

Non si scocciava…

Ingresso libero anche quando organizzava i suoi festini privati, e dalle finestre socchiuse sentivamo la puzza delle sigarette, poi vedevamo le mignotte che entravano e uscivano di casa, gli ospiti storditi, pure il suo cane.

Voi lì…

Per forza, era l’unica erba verde della zona, un sogno.

E sbirciavate i festini.

Ma senza mai varcare la soglia di casa, se qualcuno ci provava, arrivava lui: ‘Aoh, qua nun dovete entrà! E basta che non rompete il cazzo e vi lascio il cancello aperto’. Alla fine era un amico adulto, non uno celebre, non si atteggiava, e per noi stare lì era come vivere un film: arrivavano donne ingioiellate, Rolls Royce parcheggiate, gente sorridente…

(Sono le nove del mattino, è sveglio dalle sei, è al sesto caffè circondato dalle coreografie del programma. “Mi sono già allenato per un’ora”)

Tutti i giorni in palestra?

Ho passato periodi di fissazione assoluta con l’allenamento e con il corpo, arrivavo a chiudermi in sala attrezzi anche due volte al giorno, due ore ogni volta e in mezzo ballavo. Sempre. Volevo diventare un caso estremo, e quando ho conosciuto Madonna ho scoperto in lei la stessa identica predisposizione.

O fissazione.

Lei girava solo accompagnata da massaggiatore, dietista, chef, allenatore e altre figure simili. Ogni giorno. Anche durante la tournée: nella stanza accanto a dove dormiva pretendeva la realizzazione di una palestra su misura. Quando l’ho incontrata per la prima volta correva due ore alla mattina: all’inizio non le stavo dietro.

Madonna era vegana.

E io appresso a lei.

Prosegue?

No. Dopo anni e anni di dieta estrema, una sera mi trovo nella Chinatown madrilena per girare l’X Factor spagnolo; erano le cinque del mattino, avevo una fame boia, l’unico genere praticabile era un panino con il prosciutto.

Bocadillo tentatore.

Infatti ho ceduto, l’ho azzannato e goduto come poche altre volte, preso dal piacere a un certo punto ho messo via il pane ed è scattato l’assalto al prosciutto. Che soddisfazione. Da lì addio dieta vegana, me ne sono fregato e non ho mai manifestato disturbi.

A parte rischiare la vita con la mozzarella.

A Battipaglia hanno capito subito il problema perché a quanto mi dicono sono abituati; il bello è che tutti pensavano mi fossi drogato, già immaginavo i titoli dei giornali.

Su Youtube c’è un suo video celebre mentre balla al Maracana con Madonna.

In quella tournée a un certo punto eravamo in scena solo io e lei, e a Rio erano previste oltre 150 mila persone: sul palco riflettevo su dove ero partito, i sacrifici, mia madre e a ogni passo pensavo ‘ce l’ho fatta’. Con Madonna che capiva perfettamente cosa mi frullava nel cervello e ripeteva: ‘Dai, Luca, dai…’.

Madonna sessualmente è così esplicita come da sempre lascia credere?

(Si imbarazza e lo camuffa con gorgheggi e sorrisi) Voleva un figlio da me.

Altro che provarci…

Ancora non era diventata madre (di Maria Lourdes), ed esattamente com’è nel suo carattere, voleva pianificare il futuro materno, quindi non sarei mai stato padre, le avrei solo dato la possibilità di un figlio.

Come ne è uscito?

Con calma, dopo aver ripreso fiato. Ricordo perfettamente la situazione: noi a Tokyo, sul letto della sua stanza, quindi iniziò un discorso dal sapore di business; lei come sempre organizzata e pratica, una strategia pianificata, nella quale mi spiegava i vari passaggi del suo ragionamento.

Non se l’è sentita…

Allora non ho capito in pieno la questione, oggi sì. E se ci ripenso scorgo la bellezza di quelle parole.

Argomento chiuso in quella stanza…

Più o meno. Tempo dopo ricevo una telefonata, era lei: ‘Luca corri, ho bisogno di te…’.

Ancora…

Era incinta di quattro mesi, doveva finire di girare Evita e per contratto non poteva restare incinta; purtroppo erano arrivate le scene di ballo e temeva che il partner assegnato si accorgesse della sua situazione, così mi chiese di intervenire e di prendere il posto del ballerino.

Resta un dato: da Primavalle a Hollywood…

Va bene, con un punto: credo di essere nato sfigato, per anni ho subito questo presunto destino, poi all’improvviso ho accettato la sfida e d’allora me la gioco.

Sfigato, come?

Me n’è capitata di ogni, e inoltre non sono mai stato portato con la danza; l’arte del ballo l’ho guadagnata grazie a sforzi disumani e ripetuti nei giorni, nelle settimane, anche a costo di rinunciare a tutto.

Non solo il cibo…

A tutto. In questo periodo di Amici non rispondo al cellulare, non vedo nessuno, il sesso è solo un ricordo e neanche mi tocco; mi sveglio alle cinque e mezzo o alle sei, e vado avanti fino a sera: per me il lavoro è una missione.

Contro chi combatte?

Contro me stesso.

L’età come l’affronta?

Non mi ci soffermo, vivo esattamente come prima, cerco di pensare solo all’oggi e al domani, forse perché non ho figli, non ho una famiglia, solo me e mia madre.

Suo padre non c’è più.

Con lui non ho mai mantenuto un buon rapporto, era violento e non mi accettava.

Verità o leggenda: in tour non ci sono regole.

È una delle cavolate più grandi in assoluto, nelle tournée tutto è organizzato: non si beve, non si fuma, è standardizzato pure il sonnellino di venti minuti con tanto di posizione standard (e si butta a terra per mostrarla, sdraiato con le gambe a novanta gradi sul divano, si chiama “sette settimane ad Haiti”). Sulla pennica non si scherza, è obbligatoria, ho visto Madonna pretendere dagli organizzatori di spegnere le luci dello stadio.

Si incazza mai?

Oggi sì, ed è bellissimo.

Prima no…

A Los Angeles è tutto un po’ finto, quasi piatto, e certi atteggiamenti ‘alti’ non sono concessi.

Come gestisce l’adrenalina?

Se ho del tempo morto, mi perdo, per salvare la mia vita devo rispettare un ciclo continuo. Se mi fermo entro in una dimensione nella quale non riesco neanche a parlare.

Quindi niente vacanze?

La prima volta ci sono andato quando ho compiuto 30 anni, e come ‘costretto’; ma in ferie non sono sereno, e poi detesto le discoteche o le feste, spesso in quei luoghi mi sento in totale imbarazzo.

Ha mai giocato a pallone?

No, ballavo. Pure se venivo torturato dagli altri bambini, pure se mi trattavano da diverso, non mi piegavo al loro volere, insistevo su ciò che amavo.

Ha raccontato che più insistevano nel bullismo, e più si vestiva in modo eccentrico.

Alzavo la posta, mi inventavo delle combinazioni di abiti folli, e comunque correvo veloce quando i ragazzini mi inseguivano.

Ha mai più incontrato i torturatori di allora?

Alcuni sì.

Che fine hanno fatto?

Cinque o sei anni fa sono andato in una discoteca di Roma. Dopo un po’ ho sete. Vado al bar, si gira il barista, mi gelo. Lui come me. Ci riconosciamo. Era uno che ha tentato di violentarmi quando avevo 13 anni, per fortuna senza riuscirci perché mi sono ribellato: botte, calci, urla e sono scappato. Rivederlo è stata una coltellata in volto.

E da quell’incontro cosa ha capito?

Che per andare avanti non ho quasi mai voluto guardarmi indietro, per sopravvivere non mi sono mai fermato, sono passato oltre le situazioni; così quando rallento, ricevo dei forti schiaffoni dalla mia storia (si ferma, il suo sguardo è mutato)… non ho mai analizzato o quantomeno digerito le parti fondamentali della mia esistenza.

I ragazzi cosa le chiedono?

I talent hanno segnato una strada, oramai i concorrenti arrivano strutturati, mentre all’inizio di X Factor salivano sul palco totalmente acerbi. Poco tempo fa ho incontrato Carmen Consoli, che mi ha rivelato: ‘Guardo il programma e imparo tantissimo’.

Sono già dei fenomeni…

Come i Maneskin (gruppo arrivato secondo quest’anno a X Factor): per me loro sono stati un momento di svolta, e non solo per quello che hanno combinato sul palco, ma per come ci sono arrivati.

Come?

Grazie a Internet hanno una loro cultura, sono informatissimi, hanno approfondito dentro mondi lontani dalla mia generazione. Loro sono il manifesto non solo di questa edizione, ma di come stanno mutando i parametri generali.

In una delle coreografie il cantante è sceso da un palo mezzo nudo, vestito di pelle e tacchi a spillo.

È un’idea di Damiano (il cantante), e la produzione non voleva, avevano paura di un ragazzino bello come pochi, adorato dalle ragazzine, che balla con il culo di fuori e scarpe da donna.

E lei?

Quando me l’ha proposto gli ho solo chiesto, ‘perché’. E lui: ‘Per la libertà di tutti noi’. E non avete idea di quanto ha lavorato per quel momento.

Ha pensato al ragazzino bullizzato negli anni Settanta…

Certo. E quando l’ho visto dal vivo ho trattenuto le lacrime.

A Hollywood ha trovato la libertà?

No, ho trovato molto isolamento, sono persone inserite dentro schemini, dove anche il loro gridare alla ‘libertà’ è proposto con modi artefatti. Lì quando ti domandano come stai, devi sempre e solo rispondere ‘bene’, se provi a dire ‘male’, scappano tutti; quando è stato eletto Bush, a Los Angeles i telegiornali mandarono in onda i servizi con i gattini in pericolo sugli alberi; della guerra, delle bombe, delle tragedie non sapevano nulla, o quantomeno lasciavano perdere.

Ha conosciuto Michael Jackson…

Con le sue malinconie e gioie da bambino, i suoi vezzi e le sue delicatezze. Con me era felice perché non sapevo giocare ai videogiochi, quindi vinceva sempre lui. A me fregava poco, ero già felice di stare accanto al mio poster in stanza di quando vivevo a Roma.

Whitney Houston…

Lei è stato il classico esempio di fuoriclasse cancellata dal clima hollywoodiano, con la claque, la corte magica, i parassiti intorno per succhiare e lasciare macerie. Sono oggettivamente fuggito, salvato da un raptus di lucidità in una lunga fase di annebbiamento personale.

È Hollywood, bellezza…

E a Los Angeles ho dormito per strada e insieme ai messicani clandestini, come nei film quando le persone arrivano a litigarsi un cartone per non sentire il freddo del marciapiede.

Fino allo “champagne”.

Sono andato via da lì quando ho raggiunto il massimo dello status symbol, una villa a Malibù con spiaggia privata e la piscina sul tetto. Il mio vicino di casa era Brad Pitt.

La villa c’è ancora?

Zero, quella fase è conclusa, ho venduto tutto, in Italia non ho riportato nulla, neanche la dieta vegana.

(E una certa predisposizione alla mozzarella)