Il nuovo libro

Esce nelle librerie il 17 aprile “Io e il Duce” di Indro Montanelli, a cura dello studioso Mimmo Franzinelli per Rizzoli. Montanelli è stato il più grande giornalista italiano: inviato speciale del “Corriere della Sera”, fondatore del “Giornale nuovo” nel 1974 e della “Voce” nel 1994, tornò nel 1995 al “Corriere” come editorialista e curatore de “La stanza” con le risposte ai lettori (da cui sono tratti molti brani di questo libro). Tra gli ultimi volumi pubblicati da Rizzoli: “I conti con me stesso” (2009), “XX Battaglione eritreo” (2010), “Ve lo avevo detto” (2011), “Ricordi sott’odio” (2011), “Nella mia lunga e tormentata esistenza” (2012), “Indro al Giro” (2016).

Il clistere, il cavallo e il sonno perduto da Mr. Churchill

Mi è capitato fra le mani il libro, anzi il libretto (poco più di duecento pagine) di un ex-corrispondente di guerra, Ugo Franzolin. S’intitola I giorni di El Alamein, e non contiene nessuna rivelazione che possa influenzare la grande Storia con la esse maiuscola. Ma aneddoti che arricchiscono quella piccola, sì. E fra di essi ce n’è uno che, pur nella sua modestia, mi pare che illumini tutt’un clima e un costume di cui anche noi che ci siamo vissuti dentro non sappiamo più se piangere o ridere. Avverto che Franzolin è un ex-fascista che non si ritratta. Ancora oggi milita in giornali di destra, e quindi la sua testimonianza non è sospettabile di pregiudizi antimussoliniani.

Nei giorni di El Alamein egli era addetto alla segreteria di un alto comando in Libia, e fu in tale qualfica che si trovò coinvolto nella faccenda del mancato ingresso di Mussolini ad Alessandria. Non tutti i lettori probabilmente ricordano bene la sequenza degli avvenimenti. Ma, prima che per le truppe dell’Asse cominciasse a sgranarsi il rosario delle disfatte, un ultimo bagliore di vittoria le illuminò. Fu fra la primavera e l’estate del ’42, quando i marescialli di Hitler avanzavano su Stalingrado e Rommel sull’Egitto. Ambedue i traguardi sembravano a portata di mano, e la loro caduta era considerata decisiva agli effetti del trionfo finale.

A rendere addirittura febbrile quella palpitante vigilia, giunse ai nostri comandi dislocati sulla quarta sponda la notizia dell’imminente arrivo di Mussolini. Consigliatovi non si sa da chi, ma probabilmente dalla sua stessa smania di risalire in passerella e di ridiventare protagonista di qualcosa dopo due anni di mortificante subalternanza al Führer, il Duce aveva deciso di sguainare per la seconda volta la spada dell’Islam e di presentarsi nella città egiziana alla testa delle truppe vittoriose. Quelle truppe, a dire il vero, eran in gran parte tedesche. Ma forse Mussolini pensò che appunto per questo c’era bisogno della sua presenza: l’unica che potesse alla meglio italianizzare quel trionfo. Eppoi c’era l’irresistibile richiamo storico di Napoleone che dall’alto di quelle piramidi eccetera eccetera. Comunque sta di fatto che, dopo essersi annunciato, Mussolini arrivò davvero, con un folto seguito di gerarchi destinati a fargli corona nella storica parata. Ma prima di lui avrebbe dovuto arrivare un aereo con altro personale, fra cui il barbiere Sciarretta, che da tempo immemorabile aveva in appalto la rasatura del Duce, e un impressionante numero di casse stivate di divise, di berrettoni con l’aquile, di fasce, di cinghie, di stivali, di medaglie, di gagliardetti, di labari, di pugnali: insomma tutt’i paramenti di quella liturgia di cui tanto il regime si compiaceva specie dacché ogni altro motivo di compiacimento gli era venuto a mancare.

Purtroppo, tutto questo bagaglio non giunse a destinazione. Cioè vi giunse, ma solo per finire divorato da un incendio in seguito allo sfracellamento dell’apparecchio sulla pista di atterraggio. Nella catastrofe tutto andò perso, uomini e cose. Anche il povero Sciarretta vi lasciò la vita.

Il problema del barbiere rimase insoluto per tre giorni, durante i quali il volto di Mussolini si ricoprì di un pelame ispido e – quel ch’era peggio – bianco. Tutti capivano il deleterio effetto che quelle stigmate di vecchiaia sortivano sull’umore del Duce, condannato dalla sua stessa retorica ad avere sempre vent’anni. Ma nessuno voleva assumersi la responsabilità di esporre la sua carotide a un altro rasoio che non fosse più che collaudato. Segretamente, fu indetto un concorso cui vennero iscritti d’autorità tutt’i barbieri che fu possibile reperire fra le truppe dislocate in un raggio di trenta chilometri. Franzolin non lo dice, ma presumiamo che se ne presentarono a centinaia. E così, mentre Rommel seguitava ad avanzare su Alessandria, generali e colonnelli italiani, riuniti in una baracca, adibivano stoicamente le loro guance a campo di un’altra battaglia: quella che avrebbe laureato la mano d’angelo degna di succedere a Sciarretta. Ma poi, come sempre capita nei concorsi italiani, a vincere fu uno che non vi si era iscritto, naturalmente per “raccomandazione”. I guai però non erano finiti, per il nostro comando. Fra le tante cose più o meno inutili distrutte nel rogo dell’aereo sfracellato, all’ultimo momento ci si accorse che l’era andata persa anche una strettamente necessaria e assolutamente introvabile in loco: il clistere per il cavallo di Mussolini. Era il cavallo che Mussolini soleva montare in tutte le parate militari: una bella bestia bianca, allenata a mettere in risalto con scatti irrequieti il ginocchio virile e il pugno di ferro del suo cavaliere, ma in realtà pacioccona e di tutto riposo anche in mezzo alle più rumorose sarabande. Una sola cosa non aveva imparato: a non sollevare la coda per depositare i frutti della sua digestione nel momento meno opportuno della cerimonia, per esempio quello dell’alzabandiera, e a non inondare di liquido il punto meno adatto, per esempio il basamento di quelle piramidi.

Per il liquido, il veterinario aveva portato con sé certe pastiglie di sicuro effetto, e quindi non c’erano pericoli d’incontinenza. Ma per il solido, ci voleva lo scarico anticipato, previo clistere, e non un clistere qualsiasi, ma proprio quello andato alle fiamme con l’aereo, e di cui era impossibile trovare sul posto un duplicato. Che fare? Le notizie dal fronte davano per imminente la caduta di Alessandria. Forse non era più questione di giorni, ma solo di ore, per il trionfale ingresso di Mussolini nell’antica capitale dei Faraoni. Ma se sul più bello il cavallo rizzava la coda?

Lo stato maggiore tenne consulto. Chiedere a Roma un altro clistere con una normale pratica d’ufficio significava mettersi alla mercè di una burocrazia che, quando proprio avesse agito con sollecitudine, avrebbe impiegato qualche settimana a raggranellare tutt’i necessari timbri, visti e nullaosta. L’unica cosa era telegrafare, ma non in chiaro perché il nemico naturalmente sorvegliava le trasmissioni, specie in quei giorni; e fargli sapere che, mentre i tedeschi avanzavano a suon di cannonate fra le casematte britanniche, gli italiani correvano nell’etere appresso a un clistere, poteva provocare qualche spiacevole commento da parte della BBC.

L’ordinativo partì in cifra. Ma purtroppo gl’inglesi il cifrario lo conoscevano, e quindi captarono ugualmente il messaggio. A tradurlo, nel posto di ascolto del Cairo, fu un certo Shadegg, che per alcuni anni aveva lavorato come commesso di una profumeria a Roma. Conosceva abbastanza bene la nostra lingua. Conosceva anche la parola “clistere”. Ma non voleva crederci.

Era mai possibile che, nel momento in cui lo scacchiere alleato del Medio Oriente andava a gambe all’aria, il comando italiano si preoccupasse d’un clistere? E se proprio d’un clistere si trattava, perché lo si chiedeva in cifra? Evidentemente, c’era sotto dell’altro: forse una grande manovra aeronavale in appoggio a quella di terra che Rommel stava compiendo. Insomma quella faccenda finì sul tavolo dell’Ammiragliato britannico e Franzolin assicura che per alcune notti turbò i sonni di Churchill, che quel clistere chissà dove se lo sentiva. Fu forse l’ultima grave preoccupazione che noi riuscimmo a dare agl’inglesi. Poi, tutti lo sanno, le cose si misero in modo che del clistere non ci fu più bisogno. E fu una grossa fortuna, almeno per il cavallo! Pensate un po’, se avessimo vinto la guerra, quanti clisteri, povera bestia, avrebbe dovuto subire.

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Mussolini, che fifa il raffreddore: ma da “eroe” odiava gli ombrelli

Il 9 febbraio 1944 il “Corriere della Sera” diede la notizia dell’arresto di Indro Montanelli, accusato di avere scritto articoli diffamatorii sul fascismo. Il grande giornalista aveva preso le distanze dal regime  sin dal 1938, quando gli era stata ritirata la tessera del Pnf e dunque dell’Ordine per le sue cronache non allineate sulla guerra di Spagna. La sua dissidenza si approfondì vieppiù, fino alla decisione di unirsi alla Resistenza contro i nazifascisti. Nel Dopoguerra e fino alla morte, Indro tornò spesso sulla figura del Duce, dipinto come perfetto “italiano medio”. Ora Rizzoli raccoglie i suoi migliori scritti (al Corriere e al Giornale) sul tema in “Io e il Duce”, a cura di Mimmo Franzinelli (pagg. 350, 22 euro), in libreria da martedì. Ne anticipiamo due estratti.

 

La prima sede della casa editrice Longanesi fu a casa mia in piazza Castello, che poi era la casa di Piero Gadda Conti, dove Longanesi si era acquartierato perché nella disastrata Milano dell’immediato dopoguerra non si trovava una stanza neanche a pagarla oro. E lì, senza neanche uno straccio di segretaria, lui disteso sul letto, io a cavalcioni di uno sgabello, cominciammo a programmare i libri che non avevamo. Don Chisciotte per vocazione, io ero costretto, con Longanesi, a fare il Sancho Panza. “Vedrai”, diceva, “da qui a tre mesi saremo sommersi di patacche sulla Resistenza. E da qui a un anno il pubblico comincerà, giustamente, a vomitarli. Hai qualcuno che possa scrivermi un’apologia di Mussolini?”. “Be’” facevo io, “proprio un’apologia…” “Un’apologia” urlava lui, “voglio un’apologia. Ma non di quelle che si scrivevano al tempo suo, che sono altre patacche. Voglio un’apologia del Duce coglione… Un editore che voglia precedere i tempi non può debuttare con altro libro. Ma chi lo scrive?”. Fu il caso che ci aiutò a trovarlo. Da un amico venimmo a sapere che a Milano si nascondeva Navarra, l’usciere di Mussolini. Scambiandolo per lui, i partigiani avevano fucilato un altro, com’era successo con Teruzzi. E quello vero, quando lo aveva saputo, era stato colto da un coccolone che lo aveva lasciato mezzo impedito.

Dopo pazienti ricerche lo scovammo; ma dapprincipio, sebbene gli dessimo le più convincenti prove delle nostre buone intenzioni, non riuscimmo a persuaderlo a raccontarci il Mussolini che lui aveva servito, giorno dopo giorno, per vent’anni. Pensava che volessimo diffamarlo, e si rifiutava di prestarsi. Invano Longanesi cercava di spiegargli che volevamo giusto il contrario. Alla fine dovette ricorrere alle minacce. “Cosa faceva Mussolini a palazzo Venezia la domenica, quando non poteva comandare a nessuno?”. Navarra puntava i gomiti sul tavolo, poggiava il mento sui polsi incrociati e fissava gli occhi corrucciati alla finestra. “E gli occhiali, quando era solo, li metteva?”. Navarra faceva vivacemente segno di no, e Longanesi gli versava un bicchiere di vino, ma non glielo dava, finché l’altro non faceva un rassegnato segno di sì. Dapprincipio Navarra tentò di far quadrato intorno alla versione eroica e statuaria del Duce e di difenderla dalle nostre intenzioni dissacratorie. Insisteva sui commenti che facevano i grandi personaggi soprattutto stranieri mentre aspettavano di essere ricevuti, sull’emozione con cui entravano nella sala del Mappamondo, sugli sperticati elogi che, uscendone, facevano di lui. Noi fingevamo di trascrivere per contentarlo. Poi Longanesi tornava a incalzare: “È vero che aveva una paura birbona dei raffreddori?”. Navarra non voleva ammetterlo, quella miseria sembrandogli incompatibile con la grandezza dell’uomo, ma alla fine doveva convenirne. Sì, Mussolini temeva i raffreddori, li temeva più delle pistole degli attentatori, ma siccome non voleva mostrarlo, andava sempre a capo scoperto, e così li prendeva davvero. Ma l’ombrello non lo volle mai, e disprezzava coloro che lo usavano. Non lo volle nemmeno quando parlò in tedesco a Norimberga, pioveva come Dio la mandava, e l’acqua, cadendogli sui fogli su cui il discorso era trascritto, cominciò a sbiadire e a confondere le parole rendendogliene incerta la lettura. Dopo, era furioso; ma non potendo prendersela che con se stesso, disse: “La pioggia può scolorirmi le parole. Le idee, no”.

Ci vollero settimane per indurre Navarra a sbottonarsi sul capitolo donne. E anche a questo lo costringemmo con un ricatto, cioè minacciandolo di scrivere che il Duce era impotente. Allora la sua memoria si svegliò, e dopo le prime esitanti ammissioni, diede fondo ai ricordi che, fino all’avvento di Claretta, erano tanti, quasi uno al giorno. Fu Navarra a rivelare per primo dove faceva l’amore Mussolini: non in qualche salotto privato, ma nella stessa sala del Mappamondo. Sul tappeto sotto il tavolo (unico mobile della stanza) con le nuove, sul sedile di pietra ricavato nel vano dei finestroni con quelle già collaudate. Eccetera. Così nacque questo libro, il primo della nuova casa editrice. Non lo scrisse Navarra. Lo scrivemmo Longanesi e io, ma dalla prima parola all’ultima sotto dettatura di Navarra, che poi lo firmò, ma dopo molte esitazioni. Era costretto a riconoscere che non c’erano bugie, ma lamentava l’omissione delle molte cose che aveva raccontato a gloria del Duce e a conferma della leggenda di regime. Leggendone le bozze, Longanesi brontolò: “Non è l’eroe che voleva Navarra, ma non è nemmeno il coglione che volevamo noi. Meglio così. Vedrai che successo”. Invece, fu un mezzo fiasco. Se n’esaurì un’edizione, ma in tanti mesi e così a fatica che – mi sembra di ricordare – non se ne fecero altre. Longanesi non sapeva darsene pace. Cercai di spiegargli che un editore doveva, sì, precedere i tempi, ma non di decenni come faceva lui. Questa era la critica che più gli bruciava perché colpiva nel segno. Il difetto di Longanesi era un eccesso di fiuto e di genialità. Anticipava sempre tutti su tutto. Alla fine mi dette ragione. “Sai che facciamo?” disse. “Lo mettiamo in frigorifero, e lo ripubblichiamo nel ’60”. Sono sicuro che lo avrebbe fatto, se ci fosse arrivato. Morì nel ’57, ad appena cinquantadue anni, quando la casa editrice era passata in altre mani, e di lui conservava soltanto il nome.

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Un bancario impiega 3 vite per guadagnare quanto un banchiere

Un ad di banche italiane può guadagnare oltre 100 volte lo stipendio medio di un bancario del suo gruppo, che deve così lavorare tre vite per avere la stessa retribuzione annuale: è quel che emerge da uno studio del sindacato First Cisl. Per il segretario Giulio Romani ci vuole subito una legge. “Considerate le varie voci di remunerazione e il fair value delle azioni ricevute come incentivo – spiega il responsabile dell’Ufficio Studi di First Cisl, Riccardo Colombani – l’Ad di Intesa, Carlo Messina (in foto), ha incassato quasi 5,5 milioni di euro, che equivalgono allo stipendio medio annuo di 122 dipendenti del gruppo. L’Ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, è a meno della metà: 6.200 euro al giorno, inclusa la parte azionaria, per un totale di 2,3 milioni, pari a 53 salari medi del gruppo. Gli ad del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, e di Ubi, Victor Massiah, hanno incassato rispettivamente 1,5 e 1,6 milioni di euro, mentre l’Ad del Monte dei Paschi, Marco Morelli, ha ricevuto 1,1 milioni, come lo stipendio di 22 dipendenti, il doppio rispetto al moltiplicatore di 10 retribuzioni imposto dalla Ue quando fu approvato il salvataggio della banca.

Expo 2015, storia di un’inchiesta mancata

È appena arrivato in libreria “Palazzo d’ingiustizia”, il libro di Riccardo Iacona (Marsilio) sul conflitto che ha opposto a Milano il procuratore aggiunto Alfredo Robledo al suo capo, Edmondo Bruti Liberati. Subito il giudice Andrea Mirenda, che nel libro attacca il peso politico delle correnti, è stato denunciato dall’ex membro laico del Csm di Forza Italia Pierantonio Zanettin, che chiede al ministro della Giustizia una sanzione disciplinare per quanto ha detto nel libro.

 

“L’Expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie a un lavoro istituzionale d’eccezione, al prefetto e alla Procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale”. È il 5 agosto 2015, Expo è in pieno svolgimento, e nel corso di una visita ufficiale in Giappone l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi si lascia andare a questi sentiti ringraziamenti.

Sulla grande vetrina internazionale garantita dall’Esposizione universale il suo governo ha puntato molto. Bisognava quindi che nessuno rovinasse la festa. Il 24 aprile 2015 era uscito su giustiziami.it un articolo a firma di Frank Cimini e Manuela D’Alessandro dal titolo La moratoria sulle indagini della Procura di Milano per Expo (e non solo): “‘Magari adesso il porto delle nebbie siamo noi’, dice un pm critico con la gestione della procura da parte del capo Edmondo Bruti Liberati, evocando la storica definizione che tanto tempo fa era stata utilizzata per gli inquirenti romani”. (…) Il 12 luglio 2012 viene intercettata una conversazione tra Antonio Rognoni (il numero uno di Ilspa, società della Regione coinvolta in Expo, ndr) e i suoi collaboratori in cui l’ad di Ilspa rivela che tre giorni prima, il 9 luglio, era venuto a trovarlo nel suo ufficio Ottaviano Cinque, proprietario della Socostramo srl, un’altra società di costruzioni che faceva parte della cordata Mantovani.

L’imprenditore, senza dirgli nulla, gli aveva dato un biglietto su cui c’era scritto a mano: “Sappiamo di essere in testa nella parte qualitativa della gara della piastra”. Informazione che nessuno poteva avere, perché la commissione aggiudicatrice per la gara d’appalto non aveva ancora finito di valutare le offerte. In sostanza, Cinque comunica a Rognoni che la gara la vincerà l’associazione di imprese guidata dal gruppo Mantovani. (…) Il bigliettino è per Rognoni la dimostrazione che qualcuno dentro la commissione lavorava per far vincere la Mantovani. “Non so per quale ragione Ottaviano Cinque abbia ritenuto di mostrami il bigliettino”, dichiara Rognoni rispondendo a una domanda di Robledo quando viene interrogato: “Penso che l’abbia fatto per dare una notevole dimostrazione di forza, come a significare che lui aveva il favore della commissione. Non ho dubbi sul fatto che l’offerta della Mantovani complessivamente superasse la soglia dell’anomalia”. (…)

“Rognoni continuava a trovare difficoltà nell’appalto Mantovani. Io ne ho parlato con Giuseppe Sala, gli ho anche consigliato di andare in procura a denunciare, ma lui mi disse che dovevo essere io a denunciare”, fa mettere a verbale Angelo Paris (braccio destro di Sala, ad di Expo, ndr), interrogato dai magistrati di Milano.

Rognoni chiede che si faccia una verifica di congruità dell’offerta al ribasso: “Sono andato da Sala e ho spiegato i motivi per cui mi sembrava irragionevole l’offerta della Mantovani”, dichiara a Robledo. “Sala mi ha risposto che loro sarebbero andati avanti, perché non avevano il tempo di fare una verifica sui prezzi che erano stati stabiliti da Mantovani per capire se l’offerta era anomala o meno”. (…)

Gli uomini di Robledo scoprono uno strano giro di vendite di quote societarie tra il gruppo Mantovani e la società Socostramo srl, in associazione d’impresa non solo sul cantiere di Expo (…). “La situazione appariva anomala”, mi racconta Robledo, “perché su alcune partecipazioni acquistate dalla Socostramo la Mantovani aveva effettuato ingenti svalutazioni poco tempo dopo il loro acquisto. (…) Si trattava evidentemente di uno spunto investigativo di notevole interesse, poiché le differenze tra le somme pagate e quelle rimaste in bilancio dopo la svalutazione erano elevate e avrebbero potuto rappresentare una modalità di costituzione di disponibilità ai fini del pagamento di tangenti”.

Consob, il neopresidente rischia l’incompatibilità

Il neo presidente della Consob Mario Nava farà finta di nulla o ammetterà che è in distacco dalla Ue e non in aspettativa, come prevede la legge?

Domani, giorno dell’insediamento che sta creando subbuglio ai piani alti e bassi dell’Authority, è il suo primo banco di prova davanti ai commissari. Il Collegio deve chiedergli, per regolamento, i titoli e, quindi, le eventuali incompatibilità.

Avendo ottenuto un distacco da Bruxelles con il via libera del governo Gentiloni, fatto senza precedenti, rischia che i commissari, come sembra imporre il regolamento, sottopongano a Palazzo Chigi l’incompatibilità.

Nava è stato designato in Consob dall’esecutivo prima di Natale, ma solo mercoledì scorso, ben quattro mesi dopo, il Quirinale ha firmato il decreto di nomina. A rallentare la procedura è stata la scelta di non mettersi in aspettativa dal suo incarico a Bruxelles, dove guida la direzione per il monitoraggio del sistema finanziario, ma in “distacco”. In questo modo mantiene il sostanziale rapporto di dipendenza con la Commissione senza perdere gli scatti di carriera e stipendio dei funzionari europei e la loro tassazione agevolata. La Commissione, peraltro, anche in base alle richieste di Nava, gli ha concesso solo tre anni di distacco mentre l’incarico in Consob è di 7 anni, come indicato anche nel decreto del Quirinale. Una situazione mai vista negli oltre 40 anni della Consob e vietata dalla legge che nel 1974 ha istituito l’Authority: a tutela dell’indipendenza, infatti, commissari e presidente non possono “essere dipendenti di enti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura”, e per questo “per tutta la durata del mandato i dipendenti statali sono collocati fuori ruolo e i dipendenti di enti pubblici sono collocati d’ufficio in aspettativa” (articolo 1, comma 5).

L’impuntatura di Nava rischia di creare un cortocircuito. Il neo presidente lunedì farà il suo esordio negli uffici della Consob, dove ha già fatto sentire la sua voce. Il regolamento di organizzazione dell’autorità (capo I articolo 3) gli impone una dichiarazione formale, di cui si assumerà la responsabilità, di non versare in una delle “situazioni di incompatibilità” di cui sopra. Poi la parola passerà ai commissari. E qui la via sembra tracciata. Il regolamento prevede che “ove un componente incorra in una delle cause di incompatibilità, la Commissione, esperiti gli opportuni accertamenti e sentito l’interessato, stabilisce un termine entro il quale il componente è tenuto ad esercitare l’opzione. Trascorso il termine, ove non sia cessata la causa di incompatibilità ovvero il componente non abbia presentato le proprie dimissioni, il Presidente (in questo caso la reggente Anna Genovese, ndr) riferisce al presidente del Consiglio dei ministri sulle cause di decadenza dall’ufficio sussistenti nei confronti del componente medesimo”, che nel frattempo sarebbe sospeso dalle funzioni. Difficile che la cosa passi inosservata in un collegio dove siedono esperti giuristi, anche perché in questo modo Nava espone tutti i suoi atti a una pioggia di ricorsi.

Intanto monta la polemica. I 5Stelle, per bocca di Vito Crimi, presidente della commissione speciale di Palazzo Madama, hanno già protestato sollevando “l’ombra di una possibile incompatibilità di Nava” e stanno valutando, così come i leghisti, la presentazione di un’interrogazione parlamentare.

Email, buoni o bonifici: così si abbocca al phishing

“Sognare una cucina, una camera da letto, la cameretta del bimbo che nascerà e ritrovarsi dopo mesi di pagamenti con un pugno di mosche in mano. Eppure i soldi che abbiamo versato erano veri. Che ne sapevamo noi che le coordinate del bonifico che usavamo erano di un delinquente e non del mobilificio?”. Maria Luisa è una dei tanti clienti di un megastore dell’arredamento della Brianza che agli inizi del 2017 ha subito l’ennesima truffa del phishing – la madre di tutte le truffe informatiche che si replica in decine di versioni sfruttando la buona fede dell’utente per rubargli dati e informazioni – rimettendoci 4.800 euro. Un gruppo di hacker si è, infatti, impossessato dei nominativi della clientela del negozio mandandogli una email con un nuovo Iban. Così gli ignari clienti, non prestando molta attenzione all’indirizzo esatto del mittente, hanno iniziato a inviare a quel numero di conto corrente gli acconti dei mobili acquistati. L’irrimediabile danno è stato scoperto solo qualche mese più tardi, quando il mobilificio ha contattato i clienti per chiedergli di pagare.

Chi è il carnefice e chi la vittima? Domanda non affatto banale, visto che il mobilificio non si è mai fornito di un sistema di sicurezza informatica, mentre i clienti non si sono accorti che la mail era tanto simile a quelle che normalmente l’azienda inviava (compreso logo e partita Iva), ma che il dominio era diverso. “Dopo che la banca ci ha liquidati, spiegandoci che non sarebbe scattata nessuna procedura di risarcimento, abbiamo diviso a metà il danno con il mobilificio. E, versando altri 2.400 euro, abbiamo finito per pagare i mobili”, spiega Maria Luisa.

Un’inezia rispetto a quanto accaduto ai vertici del capitalismo italiano. “Caro Gianfranco, dovresti eseguire un bonifico di mezzo milione di euro su questo conto corrente. Non mi chiamare perché sono in giro e non posso parlare”. Questa la email che lo scorso 11 settembre riceve l’allora direttore di Confindustria Bruxelles, Gianfranco Dell’Alba. Il mittente è Marcella Panucci, direttore generale di Viale dell’Astronomia, braccio destro del presidente Vincenzo Boccia. Dell’Alba, navigatissimo lobbista e due volte europarlamentare radicale, non batte ciglio ed esegue l’ordine, senza chiedere conferme. Risultato? 500 mila euro della Confindustria sono finiti in un conto estero di cui ancora non si conosce l’intestatario, mentre il dirigente di Confindustria Bruxelles è stato licenziato non essendosi accorto che la mail era arrivata dall’indirizzo marcella.panucci@gmail.com e non da quello di Confindustria.

Sulla base delle cifre in gioco a livello globale, gli esperti del Clusit (l’associazione italiana per la sicurezza informatica) stimano che l’Italia nel 2016 abbia subito danni per quasi 10 miliardi di euro per attività di cybercrimine. Ma il numero reale è probabilmente più alto: molte aziende, università, ospedali ed enti pubblici, infatti, tendono a non pubblicizzare il fatto di aver subito un attacco, per evitare contraccolpi sulla reputazione e sulla fiducia degli utenti.

“Si tratta comunque di un valore dieci volte superiore a quello degli attuali investimenti in sicurezza informatica che oggi – spiega Alessio Pennasilico, membro del comitato scientifico del Clusit – arrivano a sfiorare il miliardo di euro. Questa piaga non verrà mai debellata fino a quando si cercherà di inseguire i criminali che saranno sempre davanti alle forze dell’ordine che, invece, possono agire solo nella legalità. Bisogna cambiare approccio e convincere tutti gli utenti ad agire con buon senso e ad installare su pc e cellulari programmi che blocchino i virus”.

Fino ad allora le persone continueranno ad abboccare: dopo un attacco di phishing, fino al 60% dei destinatari clicca sui link ingannevoli e circa tre quarti (75%) di questi cede anche le proprie credenziali senza verificare l’attendibilità del mittente, così come emerge da un recente test condotto da Cefriel. “Ogni volta che facciamo questi test – sottolinea Alfonso Fuggetta, ceo di Cefriel – ci accorgiamo che è determinante il fattore umano. La velocità con cui questi attacchi prendono piede dimostra che è necessario un progetto di formazione per cambiare l’approccio culturale degli utenti. Chiunque abbia smartphone, pc o tablet è una potenziale vittima degli hacker”.

Si continua, quindi, a ripetere sempre lo stesso errore madornale: sottovalutare il phishing e le altre truffe connesse pensando che tutti sappiano cosa siano. “Il giorno di San Valentino ho ricevuto su Whatsapp il messaggio di una mia amica che mi annunciava la vincita di un buono da 150 euro presso Zara se avessi risposto a tre domande”, racconta Veronica, un’universitaria di 23 anni. Dopo aver compilato un finto questionario sulle abitudini di acquisto, alla ragazza è comparsa una schermata dove le è stata comunicata la vincita a patto di condividere lo stesso link con altri 10 contatti presenti in rubrica inserendo nome, cognome e email. “Non ho, però, mai ricevuto il buono e non ho capito cosa sia accaduto”, commenta Veronica. Detto che lo store di abbigliamento, così come H&M, Decathlon, Carrefour o Ikea (le altre aziende coinvolte nella truffa dei buoni sconto), è completamente estraneo, la catena di Sant’Antonio portata avanti da Veronica ha alimentato l’industria criminosa della vendita dei dati personali, che si caratterizza in diverse specializzazioni: c’è chi reperisce i nominativi, chi invia le email e chi si occupa di infettare i computer. Lo scopo della truffa non è, infatti, far attivare i contratti di abbonamento a servizi di suoneria, così come erroneamente viene raccontato, ma ottenere il maggiore numero possibile di indirizzi email che verranno rivenduti per pochi euro a gruppi criminali pronti a riempirci di virus e malware.

Pochi ma efficaci i consigli da seguire: non aprire mai i link e gli allegati contenuti nelle email sconosciute; cambiare di frequente le proprie password; non fornire informazioni sensibili a nessuno via telefono, di persona o via email; controllare l’Url (indirizzo web) dei siti; mantenere aggiornato il browser e applicare le patch di sicurezza.

Sos Jonio: in mare il veleno usato per le scorie nucleari

Sono finite in mare le sostanze tossiche e cancerogene utilizzate per il trattamento di decommissioning (la completa demolizione) delle 64 barre di uranio provenienti da Elk River (Stati Uniti) e stoccate a Rotondella, in provincia di Matera. Questo pericolosissimo materiale utilizzato per eliminare le scorie nucleari, quindi, attraverso una condotta è finito nella falda acquifera che sfocia nello Jonio. Uno scandalo ambientale di cui si è avuta notizia venerdì ma che ha fatto rumore solo in Basilicata per ora.

Al termine dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Noe, la procura di Potenza ha sequestrato tre vasche di raccolta delle acque e una condotta di scarico dell’impianto nucleare Itrec di Rotondell. Si tratta di uno degli impianti gestiti dalla Sogin. Da oltre 50 anni il “mostro” in Basilicata è rappresentato da quei 72 chili di uranio e i 1.600 chili di torio custoditi in una piscina che si trova in un sito in fase di decommissioning. Su richiesta del procuratore di Potenza Francesco Curcio, i carabinieri hanno sequestrato “d’urgenza” anche un serbatoio e una condotta dell’impianto “ex Magnox” che è in disuso da 20 anni e che si trova vicino all’Itrec. Nella falda sono state trovate tracce di cromo esavalente e tricloroetilene, sostanze tossiche e cancerogene. La contaminazione sarebbe avvenuta proprio sotto l’impianto “ex Magnox” che produceva le barre di combustibile nucleare per le centrali italiane. È la stessa falda che poi attraversa l’Itrec, nell’area sottostante una “piscina” utilizzata per lo stoccaggio delle barre di uranio, e successivamente l’acqua dovrebbe finire nello Jonio attraverso una condotta di scarico.

Tutti passaggi che, adesso, la Procura di Potenza e i carabinieri del Noe stanno verificando per capire da dove proviene il cromo esavalente e il tricloroetilene trovato nella falda acquifera. Intanto sono stati notificati anche cinque avvisi di garanzia per inquinamento ambientale, falsità ideologica, smaltimento illecito di rifiuti e traffico illecito di rifiuti. Tutto parte – spiegano i magistrati – “dal grave stato di inquinamento ambientale causato da sostanze chimiche in cui versava, e versa, la falda acquifera sottostante il sito Enea-Sogin”.

D’altronde, già a settembre, attraverso una nota inviata anche alla prefettura di Matera e ai carabinieri, l’Arpab segnalava che “l’acqua sotterranea del sito presenta una significativa contaminazione da alifatici clorurati cancerogeni (in prevalente tricloroetilene) e da cromo esavalente”. Se quest’ultima sostanza “è presente in concentrazione quasi doppia rispetto al limite normativo nel piezometro ubicato all’interno dell’area Sogin”, il tricloroetilene arriva a punte “500 volte oltre il limite normativo previsto”. Per i magistrati della procura di Potenza non ci sono dubbi che è in corso “una grave ed illecita attività di scarico a mare dell’acqua contaminata che non veniva in alcun modo trattata”. Ecco perché, con il sequestro d’urgenza i pm vogliono bloccare “il protrarsi dell’attività criminosa in atto per impedire ulteriori e ancora più gravi conseguenze, con un progressivo aumento del pericolo per la salute umana e per l’integrità dell’ambiente”.

Il sindaco di Rotondella Vito Agresti esprime “fiducia nella magistratura”, chiedendo di “ non provocare irreversibili danni di immagine a un territorio con preminente vocazione turistica e agricola”. E per la Sogin addirittura non c’è “nessuna anomalia” come spiega il dirigente Emanuele Fontani: “Non abbiamo violato alcuna normativa e siamo a disposizione della magistratura per svolgere al meglio qualunque attività di bonifica. Tra l’altro tutta questa vicenda parte da una segnalazione nostra del 2015”. Il provvedimento giudiziario non impedirà l’attività del sito nucleare; ma, per il procuratore di Potenza, Francesco Curcio, “obbligherà ad adottare misure a tutela di ambiente e salute”.

 

Piazza S. Carlo, i pm: scarsa sicurezza ha favorito tragedia

Se gli addetti alla sicurezza per la serata del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo “avessero approntato e predisposto misure idonee a salvaguardare l’ordinato svolgimento dell’evento” e l’incolumità dei partecipanti, “la condotta delittuosa” della banda di rapinatori dotati di spray urticante “non avrebbe comportato l’esito infausto”, vale a dire i 1.500 feriti e il decesso di una donna. È quanto scrive la procura di Torino nel decreto di fermo di uno dei sospettati, il ventenne Sohaib Bouimadaghen. “La moltitudine di individui – si legge – avrebbe potuto allontanarsi in pochi minuti”. Il documento, oltre a una ricostruzione completa dei fatti contiene dei cenni sulle omissioni nella gestione dell’evento, oggetto di un secondo procedimento sfociato nell’invio di 15 avvisi di conclusione delle indagini. Fra i destinatari del provvedimento figurano la sindaca Chiara Appendino, il suo ex capo di gabinetto Paolo Giordana, l’allora questore Angelo Sanna, funzionari della questura e di Palazzo Civico, i responsabili di Turismo Torino, la partecipata del Comune che organizzò la proiezione su maxi-schermo della finale di Champions tra Juve e Real Madrid.

Folla per De Magistris: “È usura di Stato”. Pd al contro-corteo ma fugge, c’è CasaPound

A Napoli la foga anti-De Magistris tira brutta scherzi. E così accade che alle contromanifestazioni di piazza Trieste e Trento, il Pd si ritrovi affianco a Forza Nuova e Casapound. La convivenza dura poco, il tempo di accorgersene e scatta il fuggi fuggi di Valeria Valente, Tommaso Ederoclite, Massimo Costa. “Non possiamo condividere nemmeno un minuto coi provocatori in camicia nera”. Che per la verità si sono presentati senza vessilli. Tra loro spiccavano Giuseppe Savuto ed Emanuela Florino: “Siamo stati invitati dagli organizzatori, senza divisioni potremmo proporre qualcosa di alternativo per la città”. Gli organizzatori erano una cinquantina di associazioni civiche, ai quali i partiti – compresi esponenti di Lega e Forza Italia – si sono accodati. In piazza Municipio intanto si teneva la manifestazione contro il “debito ingiusto”: oltre 100 milioni di euro tra sanzioni e debiti ereditati dai commissariati post terremoto 1981 ed emergenza rifiuti che zavorrano i conti comunali ridotti allo stremo. De Magistris ha parlato di città sotto assedio, come fosse “senza viveri e senz’acqua: è usura di Stato”.