“Loro”, dietro sfarzi e vergini alla fine Silvio restò solo

Fatti Loro. Di Cannes, di Sorrentino e, ovvio, di Berlusconi. Il dittico con Toni Servillo dedicato a Silvio e alla sua corte non ha un posto al sole sulla Croisette. Strano, perché Sorrentino è di casa: dei suoi sette lungometraggi sei, eccetto il primo L’uomo in più (2001), hanno corso per la Palma. Loro è diverso: un po’ perché è stato suddiviso in due parti di due ore ciascuna, un po’ perché Berlusconi è tema ipersensibile e il prospetto post-elettorale non aiuta. Cannes traccheggia, siamo fermi a “le discussioni sono ancora in corso” proferito dal delegato generale Thierry Fremaux il 12 maggio, e a oggi tre sono le ipotesi prevalenti. Prima, logistico-narcisista: fissando l’uscita nelle nostre sale di Loro 1 al 24 aprile, con il festival francese che inaugura l’8 maggio, Sorrentino ha peccato di hybris, avocando uno status à la Nanni Moretti, per le cui opere Fremaux & Co. derogano dalla richiesta anteprima mondiale; fosse questo il punto dolente, dopo avergli fatto prendere una strizza, tra qualche giorno Cannes accoglierà il figliol prodigo, probabilmente hors compétition. Seconda ipotesi, estetica: il film è brutto, non riuscito o comunque mal si attaglia alla nuova politique di Fremaux che predica il ritorno a una pauperistica virtù e una cinefilia castigata: che c’azzecca Berlusconi? Terza ipotesi, politica: chissà che carte di dissuasione ha in mano B., e chissà a chi tocca il “vedo”, Cannes o ancor prima Sorrentino? A chi fa paura Loro? Berlusconi e, per le eventuali conseguenze legali della messa in cartellone, il festival paiono i principali indiziati, ma il proscenio internazionale potrebbe gravare anche sugli artefici: i panni sporchi si lavano in famiglia, e forse è meglio per tutti. “Mi sono giunte strane voci che sia una aggressione politica nei miei confronti. Spero che non lo sia”, disse Silvio lo scorso ottobre. Ma di che film stiamo parlando? Non un déjà-vu, speriamo noi, giacché Sorrentino e Servillo hanno già dato ne Il Divo (2008) e La grande bellezza (2013) con politica per ascissa e società per ordinata. L’augurio è che anziché cartesiano il piano sia inclinato, per scrollarsi di dosso ipoteche e certezze: nel Divo il regista istruì uno scarto di senso, una dissonanza ideologica tra la persona Andreotti e i nostri convincimenti al riguardo, e la sua abituale chiave poetico-stilistica: forma (cinematografica) e figura (biografica) si strattonavano, il pop illuminava, di Andreotti avremmo inteso qualcosa che non sapevamo. “Sono interessato all’uomo che sta dietro il politico”, ha detto stavolta Sorrentino, e non è peregrino.

Nella prima parte, dove Gianpaolo Tarantini (Riccardo Scamarcio) e la moglie perdono il nome ma non il vizio, B. è un po’ Godot e un po’ il bottino della caccia al tesoro: un Lui oggetto di valore, forza centripeta, zenit. Nella seconda parte, Loro 2, troveremo ancora e meglio, per dirla con Veronica Lario, “le figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica”, nonché corpi intermedi e intermediari, api regine e fuchi, ma anche un Berlusconi diviso tra la naturale propensione alla felicità e la tristezza consustanziale all’esercizio del potere. Un uomo circondato da pochi amici, il più vecchio che è Fedele Confalonieri, Ennio Doris, molti collaboratori, innumerevoli lacché, musici di corte quali Mariano Apicella, la moglie Veronica (Elena Sofia Ricci) che non saprà riconquistare, mamma Rosa, altre copie conformi ai nomi e cognomi della cerchia, e però irrimediabilmente solo: forse il vulcano di Villa Certosa erutterà prima o poi, ma il movimento di Silvio è uguale e contrario, è un’implosione nostalgica, una senescente volontà di potenza, un ritorno al futuro, a quelle vendite immobiliari telefoniche che lo fecero potente e felice. Un pessimista con speranza, anzi, un ottimista con delusione, che Confalonieri (Fabrizio Bentivoglio) riporta alla realtà: “Ma te che cosa ti aspettavi, di poter essere l’uomo più ricco del Paese, fare il premier e che anche tutti ti amassero alla follia?”. “Sì, io mi aspettavo proprio questo”. Un potente, suo malgrado, che alterna colpi di testa (la partecipazione alla festa di compleanno della diciottenne Noemi Letizia nel 2009 a Casoria, non dovrebbe mancare) e colpi politici: come riconquistare la scena? Sono passati dieci anni, ma sembra oggi. Ed è un problema, in più, per Sorrentino.

Mail box

 

Il risiko del Medio Oriente dovrebbe farci vergognare

La Siria è devastata, è praticamente un grande campo di battaglia dove le cosiddette “superpotenze” si combattono per accaparrarsi l’egemonia nell’area. A sentire parlare le “grandi” stupisce il cinismo che trabocca dalle loro parole. La popolazione civile subisce, inerme, da ormai molti anni, questo sporco gioco combattuto come fosse un enorme risiko. L’unica vera preoccupazione che traspare dai governanti europei non è per le vittime delle bombe ma per il pericolo che i superstiti per sfuggire al massacro cerchino di venire nei nostri (ricchi) Paesi. Ci sarebbe da vergognarsi (se ne fossimo capaci).

Mauro Chiostri

 

La commedia politica italiana ci fa perdere autorevolezza

In questa miserevole commedia del tutti contro tutti, dove nessuno ha a cuore l’Italia ma solo il proprio interesse partitico e politico, con l’esecutivo che sembra sempre più una chimera irraggiungibile, con i nuovi deputati e senatori che stanno già incassando un lauto stipendio pur senza lavorare e produrre, con il rischio reale di altri 900 milioni buttati per nuove elezioni che si avvicina, gli unici che ci rimettono sono i cittadini italiani.

Senza un governo, senza una maggioranza e una guida sicura che faccia sentire un minimo di voce autorevole nella situazione attuale di rischio estremo di guerra fra Usa, Russia, Francia, Inghilterra, Siria e Israele (e stiamo parlando di cinque potenze nucleari su sei), e pure in Europa, dove già la Germania passa dalla inflessibile irreversibilità dell’euro allo studio di regole certe per l’uscita di Paesi dall’euro, i problemi di disoccupazione, di sofferenza e di degrado del paese sembrano passati in cavalleria.

E ciliegina sulla torta, quello che tira i fili e sale al Colle come se fosse il padrone, mettendo i bastoni fra le ruote, è un “delinquente naturale” che non è neppure candidabile. Vi piace il quadro?

Enrico Costantini

 

Se il Paese è ancora in stallo è colpa anche di Mattarella

Ritengo che prima il rinvio delle consultazioni da parte di Mattarella e poi i due giri di consultazioni (andati in bianco), più i giorni di riflessione riservatisi da ultimo dal presidente della Repubblica prima di dare l’incarico di governo, quale ne sia la natura, sono ovviamente anche responsabilità dello stesso Presidente. E ora la situazione, anziché decantare a favore della formazione di un governo quale che sia, si è ancor più impantanata o irrigidita. Tra l’altro, la performance di Berlusconi, ridotto a macchietta, ha reso tutto più farsesco e confuso.

A parer mio, quindi, proprio per il ritardo accumulato anche per colpa del Colle, e data la situazione internazionale divenuta ancor più ingarbugliata con i missili degli americani e alleati sparati sulla Siria, il Capo dello Stato dovrebbe dare al più presto un incarico pieno al partito che da solo ha preso più voti, e cioè ai Cinque stelle, e non alla coalizione di centrodestra, che sì ha preso più voti, ma che si trova impaniata e confusa a causa della presenza ingombrante di Berlusconi.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Facendo il gioco del mimo B. dimostra di essere il capo

Secondo voi quanto può durare una coalizione in cui quando parla Salvini dopo il colloquio con Mattarella la Meloni fa girare i pollici con gli occhi al cielo e Berlusconi fa il mimo come se lo scolaro stesse recitando bene quello che lui ha ideato? Recita la parte del pater coalizionis, trasmettendo il messaggio “questi due non contano niente il boss sono io”. E infatti l’ultima parola è sua. A chi deve dimostrare che il capo è ancora lui?

Francesco Degni

 

Con il mandato esplorativo la Casellati farà risorgere il Pd

Qualora Mattarella decidesse di giocare la carta del mandato esplorativo alla Casellati, la scelta provocherebbe lo scioglimento, come neve al sole, del rigor mortis che attualmente pervade il Pd. I dem non aspettano altro per rientrare dalla finestra nei palazzi del potere, dopo essere usciti dalla porta allietati dai calci degli elettori. Potranno così riaccendere l’idillio con il caimano consapevoli che il primo amore non si scorda mai.

Maurizio Burattini

 

La crisi del nuovo esecutivo e quella della rappresentanza

Arriva l’esploratore. Ovvero, l’ammazza-stallo incaricato dal presidente Mattarella di mettere su un governo con quello che c’è, cioè quasi niente. Come montare una libreria senza tutti i pezzi, avendo poche viti e molti veti. La cosa si può fare, ma sarà sbilenca e precaria. Roba fatta per durare quanto basta a tornare subito al voto. Così il doppio turno negato nella legge elettorale si ripropone come turno doppio di elezioni ravvicinate.

In fondo, è l’unico modo per sistemare le questioni interne a sinistra (Renzi) e destra (B.), che bloccano l’evoluzione del quadro politico nazionale. Con il vantaggio – sperano i furbi – di poter utilizzare l’alibi di un’altra campagna elettorale per rinviare scelte dure di politica interna e conti in sospeso con l’Europa. La governabilità è in coma. Ma anche la rappresentanza non se la passa bene.

Massimo Marnetto

 

Anche gli elettori ingenui diminuiscono a vista d’occhio

Gli elettori ingenui per fortuna diminuiscono a vista d’occhio, abbarbicati al potere come sanguisughe, difesi soltanto dagli apparati che si sono scelti e hanno imposto. Loro perseguono un unico scopo: quella conservazione delle caste che qualcuno si era stupidamente illuso che Renzi volesse abbattere e non sostituire. Per costoro è un colpo di fortuna persino un grave rischio internazionale come l’ attuale: armi chimiche, armi nucleari sullo sfondo, atti di guerra, travestite da giustizieri di moralità .

E di tutto questo Berlusconi se ne infischia, perché i suoi interessi sono terra terra, ma molto più concreti.

Giampiero Buccianti

Silvio a Termoli, ovvero l’autorità dimentica un re morente

Il peso politico di Silvio Berlusconi è come la luce di una stella morta: ne percepiamo ancora il bagliore, ma la fonte da cui scaturiva non c’è più e nessuna esibizione senile, per quanto imbarazzante, potrà ridarle vita. La realtà ha chiamato i giri: l’ex premier, ex Cavaliere, ex Caimano, ex possessore di diritti politici passivi è alla guida di un partito in via di sparizione e di un impero economico dal futuro pencolante. L’autorità dimentica un re morente, ha scritto Tennyson, ed è la sua mancanza che ha costretto l’anziano spauracchio, venerdì sera, a ricorrere al babau dell’Europa neanche fosse Monti: “Se Forza Italia perde qui in Molise c’è il rischio che si dia luogo a un governo Lega-Fratelli d’Italia (coi 5 Stelle) che, al di là di quello che potrebbe succedere da noi, provocherebbe la fuga d’imprese, la fuga di capitali, la fuga dei fondi di investimenti e quindi un disastro nei mercati azionari. L’Europa ci isolerebbe completamente, banche che fallirebbero, ci sarebbe per l’Italia un destino assolutamente da scongiurare…”. Interrotta la minaccia biblica un attimo prima di passare all’invasione delle cavallette, Berlusconi s’è guardato intorno: solo che non era a Nizza da leader europeo, ma a Termoli da pregiudicato italiano; e lì accanto non c’era Merkel con cui scambiarsi sorrisini di disprezzo all’indirizzo degli “irresponsabili” Di Maio e Salvini; e nemmeno Sarkozy, già uscito tra due gendarmi (scena che al nostro ha ricordato qualcosa); in sala solo qualche famiglio e un po’ di gente venuta a vedere un tizio che un tempo è stato famoso.

Crisi Siria, come si sarebbe mosso il governo Lega-M5S?

 

Usa, Gb e Francia attaccano la Siria. Salvini: “Pazzesco”. Berlusconi: “A volte è meglio tacere”…

 

“Su ciò che non è previsto nel famoso contratto come ci si comporta?”, chiedeva giovedì sera, a “Piazza Pulita”, Ernesto Galli della Loggia, alla vigilia dei bombardamenti sulla Siria e a proposito dell’uso da parte dei jet Usa delle basi italiane (Sigonella, Aviano). Poi, come sappiamo, i missili hanno colpito i depositi chimici di Assad, e il governo Gentiloni si è fatto i suoi affari ordinari stando prudentemente alla larga dall’azione bellica. Ma il problema, anzi i problemi sollevati restano senza risposta. Come è noto il “contratto” di cui parla l’editorialista del “Corriere della Sera” è quello proposto dal capo politico M5S, Luigi Di Maio, a Pd e Lega. Se il “questa o quella per me pari sono” allietava le notti del Duca di Mantova nel Rigoletto di Giuseppe Verdi, purtroppo rischia di funzionare meno nei matrimoni di governo. È così evidente che il “questo” (Pd) e il “quello” (Lega) hanno storia, programmi, idee, culture politiche dai tratti così diversi (e conflittuali) che considerarli intercambiabili sembra abbastanza stravagante. Prendiamo la politica estera. Che Matteo Salvini ami Vladimir Putin non è un mistero: amore spirituale, puro, purissimo, s’intende, scevro da qualsivoglia interesse materiale, e va bene. Diciamo invece che i cinquestelle nutrono per lo zar una certa stima che però, a differenza dell’uomo della ruspa, non prevede esibizioni da agit-prop sulla piazza Rossa. Mettiamo che la crisi siriana fosse esplosa con a Palazzo Chigi un governo Lega-Cinque Stelle. Proviamo a immaginare la scena: Di Maio e Salvini che sfogliano il “contratto” e giunti alla lettera B (come bombardamenti) scoprono una pagina bianca. Che fare? Corriamo in aiuto di Mosca, si eccita Salvini. No, non si può, risponde Di Maio fresco di adesione alla Nato. In soccorso dei due arriva Silvio Berlusconi che tra il lettone di Putin e l’amico Donald Trump si richiama (grazie a un esorcista) “allo spirito di Pratica di Mare” e suggerisce di starsene fermi e buoni a guardare. Esattamente come ha già deciso di fare l’ottimo Gentiloni. Questa o quella per me pari sono: potrebbe essere il nuovo inno nazionale.

Le debolezze della fede sono guarite dal Signore che ci vuole testimoni

“In quel tempo (i due discepoli che erano ritornati da Emmaus) narravano (agli Undici e a quelli che erano con loro) ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto (Gesù) nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: ‘Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho’. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: ‘Avete qui qualche cosa da mangiare?’. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: ‘Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi’. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: ‘Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni’”.

La perìcope è la prosecuzione del racconto dei due discepoli di Emmaus che lungo la strada vennero guariti dalla disperazione di averlo visto Crocifisso, mentre poi lo riconobbero allo spezzare del pane. E Lui, il Risorto, insiste “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!”. Siamo aiutati anche noi a non sentirci più sfortunati di coloro che condivisero con Gesù qualche anno di vita eppure faticarono a riconoscerlo risorto.

Chi non ha detto, qualche volta, se lo avessi visto in carne e ossa mi sarebbe più facile credere? Il Signore Risorto sa che dobbiamo “tarare” la nostra fede su di Lui Crocifisso.

Le mani e i piedi portano impressi i segni dell’ingiusto patibolo, la condivisione della nostra morte e la rivelazione del mistero della “finitudine” assunta da Dio con l’Incarnazione. Per questo fa precedere “Pace a voi”, il dono buono della serenità, delle braccia aperte, dell’amicizia accogliente e riconciliante. Eppure, gli Undici erano sconvolti e pieni di paura: uomini adulti, forti pescatori che ritenevano di vedere un fantasma! Tenerissimo il lamento di Gesù: “Un fantasma non ha carne e ossa!” e, per sciogliere dubbi, liberare da paure, ricostruire la consueta familiarità: “Toccatemi, guardate”, vedete, mangiamo qualcosa insieme. Di fronte a una porzione di pesce arrostito si arrendono. La fatica dei discepoli a credere consola davvero tutti!

La loro assenza da sotto la croce e la delusione della crocifissione sono state sconfitte dalla Risurrezione di Gesù. Essa non solo è certa e inaspettata, ma li spiazza. I discepoli non si vergognino della lentezza della loro fede, piuttosto si aprano alla gioia e allo stupore dell’assoluta novità avvenuta. Imparino i discepoli, i cristiani ad aprire la mente all’intelligenza delle “Scritture e di tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Comprenderanno che in Lui ci compirà tutto quanto appartiene all’uomo.

Ogni debolezza della fede e del fare evangelico viene guarita dalla missione con cui il Signore Risorto termina il suo discorso: “Di questo voi siete testimoni”. Voi avete una buona e bella notizia da dare a tutti i popoli: Lui è il Vivente, la pace, il perdono, la risurrezione. Vuole testimoni, non predicatori, da soli e insieme, con la sua Chiesa. Mandati a far fede che tutto diviene più umano e vivo in Lui. Questo è l’annuncio che dà senso alla storia di ogni uomo, soprattutto a favore di coloro che non ne hanno una.

*Arcivescovo di Camerino-San Severino Marche

Tim, chi pagherà i 75 miliardi rubati dal libero mercato

La politica non riesce a fare il governo ma è impegnatissima nell’ennesima stucchevole discussione a vuoto sul futuro della rete telefonica. Ai cittadini – che pagheranno come al solito un conto salato alle brillanti idee di certi Soloni talvolta interessati – bisognerebbe spiegare la differenza tra il “mondo di sopra” (i finti temi apparentemente in discussione) e il “mondo di sotto”, le verità che nessuno – ministri, politici in genere e opinionisti sponsorizzati – osa pronunciare.

Il mondo di sopra è noto. Il fondo Elliott punta a sottrarre ai francesi di Vivendi il controllo di Telecom Italia (Tim). Il governo spalleggia gli americani ordinando alla Cassa Depositi e Prestiti di spendere 750 milioni del risparmio postale per comprare il 4,26 per cento di Tim e farlo pesare all’assemblea degli azionisti. Elliott (che propone per il vertice Tim alcuni vecchi boiardi a 24 carati) punta, con il governo, a scorporare da Tim la rete telefonica per fonderla con Open Fiber, la nuova rete in fibra ottica finanziata da Enel e Cdp, cioè dallo Stato. Siccome la rete Tim fa schifo e abbiamo una qualità di connessione Internet tra le peggiori d’Europa (ma forse Cipro e Portogallo stanno messi peggio), e siccome gli azionisti di Tim non hanno mai voluto sacrificare i loro dividendi agli investimenti, il governo Renzi pensò di sfidarli investendo miliardi pubblici su una nuova rete in concorrenza. Siccome però l’operazione Open Fiber è economicamente insensata, il governo Gentiloni spende per l’unificazione delle due reti che il governo Renzi aveva speso per averle divise e in concorrenza. Con spreco di quantità ancora ignote di denaro pubblico. Le vestali del libero mercato gridano allo scandalo, e sul punto abbiamo assistito a una sapida polemica via Twitter tra il ministro Carlo Calenda e il presidente dell’Istituto Bruno Leoni, Franco Debenedetti, che nella nostra economia sfasciata svolge il ruolo di Pontefice della religione liberista.

Il mondo di sotto è quello che né Calenda né Debenedetti osano nominare perché nasconde il contributo concreto della mistica liberista alla rovina del Paese. Dal 2000 al 2017, in 18 anni, Tim ha pagato alle banche interessi per 75 miliardi di euro, cinque volte il suo attuale valore di Borsa. Per scalare Telecom Italia, l’Olivetti di Roberto Colaninno nel 1999 si fece prestare i soldi dalle banche. Poi fuse l’Olivetti e la Telecom, così il colosso telefonico si è trovato a dover pagare per l’eternità decine di miliardi di debiti fatti per scalarlo. In un Paese civile una cosa del genere non sarebbe stata consentita. In Germania e Francia i telefoni sono rimasti statali e pare che funzionino lo stesso. In Italia, invece, essendo molto moderni, abbiamo applaudito la genialità del “ragioniere di Mantova”, sponsorizzata dall’allora premier Massimo D’Alema. E indovinate da che parte stava Debenedetti? Se allora avessimo avuto un governo degno del nome – anziché quelli guidati da D’Alema, Giuliano Amato e Berlusconi – l’Italia avrebbe una rete telefonica con fili d’oro e velocità di connessione da 300 miliardi di giga al secondo. Invece, in nome del libero mercato, si è permesso che certi “salotti” (le banche in testa, non dimentichiamolo mai) si appropriassero di Tim, della rete e degli immobili, più i 75 miliardi e i dividendi.

Ecco perché la discussione di oggi è inutile. Con la bolletta gli italiani hanno pagato i debiti di altri anziché la qualità della rete. Lo Stato dovrà pagare il conto per forza. Non è statalismo constatare la porcata che è tra le ragioni del declino economico italiano. Quindi lo Stato (noi) pagherà di nuovo. A meno che la mistica liberista dell’Istituto Bruno Leoni non conosca la tecnica per rimettere il dentifricio nel tubetto.

Il nuovo che avanza e i suoi tanti pericoli

Due eventi si sono abbattuti sull’Italia negli ultimi decenni e stanno rendendo impossibile, adesso, la formazione di un governo. Uno è una serie di cicloni giudiziari di grande forza e di inevitabile capacità distruttiva, che hanno rivelato un grado di corruzione altissimo e un intreccio infettivo fra politica e criminalità organizzata, che si estende dal furto all’omicidio alla strage, in episodi tragici ripetuti come routine. L’altro è una trovata che ha giovato moltissimo ai coinvolti nella catena delittuosa, a coloro che, pur identificati, hanno scampato le ire della legge e ai molti in odore carcere fortunosamente evitato.

È stato un intenso e implacabile impegno a persuadere i cittadini che tutti (tutti) coloro che sono coinvolti a qualsiasi titolo nella vita politica a cui si giunge con il voto, tutti sono altrettanto ignobili e colpevoli come gli indagati e ii condannati. Si tratta di un pregiudizio, ovviamente, che persino statisticamente non può essere vero. Ma certo non ha giovato, nel comporre le liste delle recenti elezioni, da cui adesso ci aspettiamo un governo. Che un certo numero di pregiudicati, inquisiti e condannati in via definitiva siano stati inseriti in alcune di queste liste come proposta elettorale ai cittadini, certo non giova. È stato dato un grande aiuto a coloro che desiderano screditare e disprezzare tutti, e creato una offesa contro coloro che si sono presentati ai cittadini portando in dote vite rispettabili. Ma ha prodotto anche un’altra conseguenza: chiunque abbia un buon livello culturale e professionale in qualsiasi campo non si è presentato e non si presenterà per essere eletto a una carica in cui andare a piedi fra i palazzi delle istituzioni è il minimo che si possa fare per non essere raggiunti dalle critiche popolari e – presto – dalla Corte dei Conti. Già fin d’ora è evidente che questa nuova legislatura, salvo poche eccezioni, ha ulteriormente abbassato il livello dei titoli di studio, e di buone carriere, fra coloro che si sono candidati. Perché dovrebbero farlo? Dunque aumenta il sospetto che la maggior parte degli sprechi che tutti promettono di tagliare si annidino nella politica, intesa come poche centinaia di eletti, e che tagliare, non è mai tagliare abbastanza, senza che si capisca qual è il punto di riferimento. Certo non il livello di vita dei più poveri, che è già il più basso d’Europa, o quello dei più ricchi, che è il più alto. Questa offesa, comunque non raggiunge i Cinque Stelle, che già in tutta la passata legislatura avevano annunciato tagli o rinunce drastiche a se stessi, e che questa volta sono affluiti in gran numero nel nuovo Parlamento, forse perché è stata molto celebrata la loro selezione, una certa piattaforma Rousseau che ti sa dire senza tema di errori chi è pulito e chi no, non solo quanto al passato ma anche al futuro, nel senso che la piattaforma e i garanti garantiscono. Abbiamo dunque un corpo politico che in parte è al sicuro dalle infezioni e in parte no. Ma certo, data la scarsa stima popolare, offre, dalle due parti, personale sempre meno qualificato in qualunque campo. Non sono favorevoli i numeri, con una legge elettorale che ha prodotto tre vincitori (e tre grandi feste) su quattro gruppi in corsa. Bisogna dunque provare a comporre questi numeri. Si rischia di avere un governo composto di parti incompatibili. Si può fare, se anche Berlusconi la smettesse con lo spettacolo dei suoi scherzetti senili? Teoricamente no, senza correre il rischio di disorientare la folla degli elettori. Le cose dette e ripetute dalla parte A sulla parte B durante la lunga e dettagliata campagna elettorale (ovvero le continue e durissime denunce dei Cinque Stelle su coloro che potrebbero essere adesso “i nuovi amici”) non sembrano renderlo possibile.

Quando un uomo come Moro ha stretto la mano di un uomo come Berlinguer, si sono mosse potenze ancora non identificate per fermare quel possibile accostamento. Importa adesso che la promessa totale del nuovo (“noi cambieremo tutto, tutto, tutto” ha detto Di Maio appena due giorni fa) si prenda in carico la parte vecchia e screditata di ciò che resta della politica italiana così come l’abbiamo conosciuta e insultata? Sembra strano che i più nuovi della vita politica italiana, votati per fare pulizia con lo specifico mandato di cambiare, stiano facendo il possibile (e lo dicano) per addossarsi il passato. Qui infatti bisogna mettere nell’inquadratura anche il Pd, che ha molti mali, ma non quelli della Lega, ed è vittima di se stesso. Diciamo la verità, al momento si vedono solo due strade. O salta tutto (certo in un brutto momento, con guerre internazionali alle porte) e allora, va bene si torna alle urne, e solo pochi credono che le cose cambieranno molto. O il Movimento 5 Stelle si avvia lungo il sentiero del futuro con la Lega, come nel finale del Mago di Oz. E una quantità di persone che avevano creduto di votare il nuovo e il cambiamento si ritroverà in casa gente più vecchia di Orban e del suo antico fascismo.

Uber, un nuovo datagate da 20 milioni di utenti

Sottratta a Uber la chiave di accesso per scaricare file non crittografati che contenevano più di 25 milioni di nomi e indirizzi email, 22 milioni di numeri di cellulare e 600 mila nomi e numeri di patente di guida: il tutto senza che l’azienda denunciasse la violazione nel 2016. A dirlo è la Federal Trade Commission (Ftc) degli Stati Uniti secondo la quale Uber ha pagato a chi si è introdotto nel suo sistema 100 mila dollari con la scusa del programma di “bug bounty”, letteralmente cacciatore di bug, e senza rivelare la violazione ai consumatori né alla Commissione fino al novembre 2017. I soldi sarebbero stati incassati da un ventenne della Florida. Uber avrebbe chiesto all’hacker di firmare un accordo di non divulgazione per scoraggiare ulteriori atti illeciti. Secondo la Reuters, ha anche condotto un’indagine per assicurarsi che i dati siano stati eliminati. Uber ha poi licenziato il capo della sicurezza, Joe Sullivan, e il suo vice, Craig Clark. La Ftc non ha preso provvedimenti perché la piattaforma ha accettato di estendere alla violazione del 2016 l’intesa già raggiunta con la Ftc per un’altra mega violazione dei dati avvenuta nel 2014 quando furono violati invece 57 milioni di utenti.

Mps, interrogate a Genova moglie e figlia di David Rossi

Sono state interrogate ieri a Genova Carolina Orlandi e Antonella Tognazzi, figlia e moglie di David Rossi, ex capo della comunicazione di Mps, morto dopo essere precipitato da una finestra di Rocca Salimbeni nel 2013. Le due donne sono state sentite dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto Cristina Camaiori che indagano per abuso d’ufficio dopo l’intervista rilasciata a Le Iene dall’ex sindaco senese Pierluigi Piccini nella quale aveva parlato di festini hard a cui avrebbero partecipato personaggi di spicco della politica e della magistratura. Alle due donne è stato chiesto se conoscessero il gigolò che si sarebbe prostituito a quei festini e che avrebbe riconosciuto alcuni personaggi importanti. La stessa trasmissione aveva fatto incontrare il gigolò con la figlia di David Rossi: “Non so e non ho voluto sapere il nome e cognome del ragazzo – ha detto Carolina Orlandi – proprio per tutelarlo. Ci è bastato sapere chi ha riconosciuto e che David non c’entrasse nulla con quei festini”. Alla ragazza è stato chiesto anche se fosse stata contattata da altri testimoni. “No – ha detto Orlandi – nessun altro si è fatto vivo”.

Il contratto truffa. Sicilia: le colf-portaborse

Almeno una ventina, ma potrebbero essere di più secondo quanto apprende l’Ansa a Palazzo dei Normanni, sono le ‘colf’ assunte dai deputati nei gruppi parlamentari dell’Assemblea regionale siciliana. Ma non si tratta certo di persone prese per fare le pulizie negli uffici del Parlamento più antico d’Europa, bensì di personale inquadrato come “portaborse”, ai quali gli onorevoli hanno fatto firmare contratti da collaboratore domestico. Un’escamotage usato dai parlamentari per pagare meno oneri previdenziali, che non è sfuggito alla Corte dei conti che ha già ascoltato in adunanza pubblica i capigruppo dell’Ars senza però entrare nel merito della tipologia contrattuale applicata ai 162 collaboratori, tra cui i cosiddetti D6 assunti dai deputati grazie a una norma, contenuta nella legge di recepimento del decreto Monti sulla spending review approvata quattro anni fa, scattata all’inizio di questa legislatura. Per i “portaborse” D6 ogni deputato ha disposizione un budget di 58.800 euro all’anno; l’applicazione della norma da parte dei parlamentari che avrebbero disatteso un decreto della presidenza dell’Ars che fissava alcuni criteri (ma che i capigruppo dicono di non esserne mai venuti a conoscenza) e poi l’intervento della Corte dei conti hanno creato il “caso” dei collaboratori di gruppi, che ora la Presidenza sta affrontando per cercare di mettere ordine assieme agli uffici amministrativi. L’ipotesi è un emendamento alla legge di stabilità che l’Ars deve approvare entro il 30 aprile.