B. ha il vizietto dei dossier. Ora tiene in pugno Salvini

Irrilevante? Silvio Berlusconi il Condannato è stato espulso dal Parlamento e non si può candidare alle elezioni. Silvio Berlusconi il Politico ha perso per strada 10 milioni di voti ed è stato superato, nel centrodestra, dall’alleato Matteo Salvini. Eppure il leader di Forza Italia continua a presidiare la scena e a tenere congelato il quadro politico, permettendosi perfino di umiliare gli alleati con le sue squinternate gag al Quirinale. Perché resta, malgrado tutto, così forte? Perché ha ancora una dote di voti e un nutrito gruppo di fedeli in Parlamento. Perché i suoi alleati continuano a essergli grati per aver portato la destra e la Lega al governo. Ma ci sono anche altri, più invisibili motivi?

Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, due giorni fa ha mandato un pizzino al leader della Lega: “Occhio al confine tra un legittimo rinnovamento e un tradimento. Sono certo che Salvini, anche per il suo bene, sappia esattamente dov’è e mi auguro non lo attraversi”. Per il suo bene. Si sa che a Berlusconi, grande seduttore di uomini e donne, piace più essere amato che temuto, eppure nella sua vita ha usato anche metodi molto diversi dalla seduzione. È Roberto Maroni – oggi leghista più vicino a Berlusconi che a Salvini – a raccontare un episodio che illumina il lato nascosto della forza di Silvio. Dopo aver fatto per 226 giorni il suo ministro dell’Interno, nel 1995 rivela in un’intervista di aver visto molti dossier. “Ne giravano tanti”. Ferveva il lavorio sotterraneo della delegittimazione, che non risparmiava neppure le più alte cariche dello Stato: “Ce n’era uno anche su Oscar Luigi Scalfaro”. L’allora presidente della Repubblica. “Per il mio ruolo istituzionale, decisi di avvertire il presidente. Lui mi rispose, tranquillo: ‘Che lo tirino fuori, io non ho nulla da nascondere’. Poi di quel dossier non si seppe più nulla”.

Contro Mani pulite. La macchina del fango comincia a lavorare prima del suo arrivo al governo. Innanzitutto contro Antonio Di Pietro, il magistrato di Mani pulite. “Berlusconi ce l’aveva a morte con Di Pietro, perché lo superava nei sondaggi di popolarità”, racconta Maroni nel 1995. Il mondo Fininvest si era messo in moto per dossierare il magistrato che stava rivelando Tangentopoli. Nel maggio del 1994, proprio mentre parte l’indagine sulle tangenti alla Guardia di finanza che arriverà anche a Berlusconi, un brigadiere delle Fiamme gialle, Paolo Simonetti, si mette a caccia di notizie compromettenti su Di Pietro e il pool Mani pulite. Sulla sua agenda e sul suo computer annota i suoi punti di riferimento, con sigle facili da decrittare: Berpao (Paolo Berlusconi), Braal (Aldo Brancher), Preces (Cesare Previti), Dadant (Antonio D’Adamo). Tutti uomini Fininvest. Non era l’unico al lavoro. Tra i più attivi c’è Antonio D’Adamo, ex manager Fininvest. I suoi affari immobiliari andavano male, ma il Cavaliere lo sostiene con aiuti consistenti. In cambio, riceve un memoriale in cui si rivela che Di Pietro ha ricevuto soldi da un suo indagato, il banchiere Francesco Pacini Battaglia. C’è anche un nastro con la registrazione delle confidenze di D’Adamo, confezionato con un “taglia e cuci” da cui si capisce che il magistrato sarebbe stato corrotto dal banchiere. Ci vorrà una lunga indagine a Brescia per prosciogliere Di Pietro e stabilire, nel 1999, che “il fatto non sussiste”.

La Lega in pugno. In quegli anni, si stringe un rapporto forte tra Berlusconi e Umberto Bossi, il leader della Lega Nord. Insieme vincono le elezioni del 1994, ma poi è Bossi a staccare la spina al governo, mentre il giornale del Carroccio, La Padania, comincia a chiamare Berlusconi “il mafioso di Arcore”. Nell’agosto del 1998 pubblica con grande evidenza dieci domande sull’odore dei soldi e sulle imbarazzanti relazioni siciliane del fondatore di Forza Italia. Nel 2000, il clima cambia. Bossi e Berlusconi siglano un patto di ferro che li porterà al trionfo elettorale del 2001. “L’accordo potrebbe essere raggiunto in tempi brevi. Si può dire che è stato raggiunto, in parte è già scritto”, dichiara Bossi a Repubblica il 27 gennaio 2000. “Ma lo avete depositato del notaio, come scrive qualcuno?”, gli chiede l’intervistatore. Il leader del Carroccio lo gela: “A che cosa serve il notaio in politica? Sono cose da matti, invenzioni fantasiose”. Eppure la notizia dell’esistenza di un patto scritto circola da subito. E arriva dall’interno della Lega. Qualcuno favoleggia di un accordo con una parte anche finanziaria: una fideiussione, debiti appianati, bilanci risanati. “Cose da matti, invenzioni fantasiose”, come dice Bossi. Qualche anno dopo, si saprà che all’esistenza di quel patto scritto credeva anche la security Telecom guidata da Giuliano Tavaroli, che lo ha cercato a lungo. Quando nel 2007 arrestano un collaboratore di Tavaroli, il giornalista di Famiglia cristiana Guglielmo Sasinini, tra i documenti che gli sequestrano ci sono anche appunti sul presunto patto Berlusconi-Bossi. Dicono: “In quel periodo pignorata per debiti la casa di Bossi”. E poi: “70 miliardi dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale fedeltà”. “Debiti già ripianati con 70 mld”. E ancora: “Notaio milanese?”. Segue anche il nome “Tremonti”, senza però altri dettagli. Bossi non si scompone: “Figurarsi! Una balla spaziale. Berlusconi è uno che non tira fuori un soldo nemmeno per pagare i manifesti elettorali… figurarsi se tira fuori dei soldi per la Lega!”. Ma i soldi per la Lega qualcuno li ha tirati fuori. È Gianpiero Fiorani, il banchiere della Popolare di Lodi che nel 2005 guida gli assalti dei “furbetti del quartierino”. È lui che salva la Lega arrivata a un passo dalla bancarotta a causa di investimenti sbagliati: un villaggio turistico in Croazia, ma soprattutto una banca (Credieuronord) che in soli tre anni brucia oltre 10 milioni e riesce a perdere quasi per intero il capitale sociale, con le azioni pagate 25 euro l’una che alla fine dell’avventura crollano a 2,16 euro. I capi leghisti rischiano, con la bancarotta, di rimetterci la faccia e magari anche i patrimoni. Ma arriva il salvatore: Fiorani. Nel 2004 compra Credieuronord e annega i debiti della banchetta leghista nell’accogliente pancia della Popolare di Lodi.

Le finanze leghiste restano comunque fino a oggi un oggetto misterioso. Su questo sfondo opaco, non è così strano che possano attecchire le leggende di patti segreti che legano per la vita il Silvio e l’Umberto. E magari anche i suoi successori. “Cose da matti, invenzioni fantasiose”: parola di Bossi.

Il bacio di Elisa. Anche l’uomo nuovo della Lega, Matteo Salvini, ha assaggiato il potere delle armate berlusconiane. Oggi la sua fidanzata, la conduttrice tv Elisa Isoardi, ritrae se stessa sui social mentre gli stira le camicie. Anche se poi Matteo precisa: “Vi do una notizia: la camicia era di Elisa”. Ma nell’estate 2017 l’idillio è diventato per qualche settimana tragedia. È il settimanale Chi diretto da Alfonso Signorini, ala gossip del vasto schieramento mediatico berlusconiano, che nel luglio dello scorso anno sbatte in prima pagina un bacio a Ibiza di Elisa Isoardi: peccato che a riceverlo fosse il Matteo sbagliato, l’avvocato milanese Matteo Placidi. È subito crisi. Elisa pubblica una sua foto con gli occhi tristi e un messaggio sibillino: “Il tempo mette ognuno al proprio posto. Ogni regina sul suo trono. Ogni pagliaccio nel proprio circo”. Salvini non protesta, non invoca la privacy. Aspetta. Il tempo ha curato le ferite ed Elisa, di chiunque sia la camicia stirata, è tornata da lui. Ma intanto ha capito il messaggio.

Casa a Montecarlo. Di ben altro spessore i ricatti e i dossieraggi subiti dai nemici di Berlusconi o dagli amici che provano a diventare indipendenti. Nel 2006 tocca a Romano Prodi, l’unico che è riuscito a batterlo due volte alle elezioni. Avvengono alcuni misteriosi accessi (illegittimi) nell’anagrafe tributaria da cui sono estratte informazioni riservate. Queste poi riaffiorano sui giornali berlusconiani in una campagna di stampa contro l’allora leader del centrosinistra. Invece il giudice Raimondo Mesiano, che condanna la Fininvest a pagare un risarcimento di 750 milioni al gruppo De Benedetti per lo scippo della Mondadori, viene sbeffeggiato su Canale 5 per i suoi “comportamenti stravaganti” e i suoi calzini azzurri. Va molto peggio all’amico da punire perché ha cominciato a voler fare di testa sua: Gianfranco Fini, allora guida di An e presidente della Camera. Nel settembre 2009 comincia il direttore del Giornale Vittorio Feltri a minacciare di andare a ripescare oscuri dossier: “Fini ricordi che delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio”, scrive Feltri. “Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente – per dire – ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di An per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme”.

Poi ci pensa il parlamentare Pdl Giorgio Stracquadanio a dichiarare al Fatto che Fini merita un “trattamento Boffo”. L’accenno è al direttore dell’Avvenire Dino Boffo, diventato troppo critico verso il leader di Forza Italia. Scatta la reazione: Boffo viene infangato nel 2009 da Feltri e dalla solita batteria di giornali berlusconiani che raccontano una sua condanna per molestie.

Contro Fini l’offensiva finale parte invece nel 2010: sulla casa di Montecarlo, lasciata in eredità al partito ma finita a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini.

Disarticolare i nemici di B. Il caso più clamoroso di utilizzo improprio e illegale degli apparati istituzionali resta quello dell’archivio Sismi di via Nazionale, a Roma, guidato da Pio Pompa, ombra (“Shadow”) del direttore del servizio segreto militare Nicolò Pollari. A partire dal 2001, negli uffici di via Nazionale è stata accumulata una mole imponente di dossier illegali su magistrati, politici, intellettuali d’opposizione, giornalisti (tra cui anche chi firma questo articolo e il direttore di questo giornale): schede, citazioni, informative su persone considerate “nemiche” di Berlusconi, contro cui intervenire per “disarticolare, neutralizzare e dissuadere”, anche con “provvedimenti” e “misure traumatiche”.

Poi la “macchina del fango” si è rimessa in moto per azzoppare il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo. Nell’ottobre del 2009 viene diffusa la notizia che Marrazzo è ricattato da quattro carabinieri in possesso del video di un suo incontro con una transessuale. È la fine della sua carriera politica. Ma il primo a sapere della vicenda è Berlusconi, informato dal direttore di Chi Signorini, a cui era stato proposto un evidentemente impossibile acquisto del video.

“Abbiamo una banca”. È Berlusconi in persona, allora presidente del Consiglio, a ricevere, la vigilia di Natale del 2005, un “regalo” molto particolare: il file audio con l’intercettazione segreta tra Piero Fassino, allora segretario dei Ds, e Giovanni Consorte, presidente di Unipol. “Allora, siamo padroni di una banca?”, chiede Fassino. Si riferisce alla scalata in corso sulla banca Bnl. L’intercettazione non era ancora a disposizione neppure dei magistrati che stavano conducendo l’indagine sulle scalate bancarie dei “furbetti del quartierino”. Ma ecco che arriva, nei primi giorni del 2006, sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi. Diventa uno dei tormentoni della campagna elettorale, forse il più forte degli argomenti che permettono la clamorosa rimonta elettorale di Berlusconi alle elezioni politiche della primavera 2006: Prodi, che nei sondaggi prima di Natale aveva dieci punti di vantaggio, vince per una manciata di voti, tanto che il suo governo viene travolto soltanto 18 mesi dopo.

Con questa lunga storia alle spalle, è normale che chi oggi è accanto a Berlusconi ci pensi due volte, e anche tre, prima di contrariare troppo il satrapo anziano in declino.

Blitz contro Kyenge, vandali imbrattano le mura di casa

L’ex ministra ed europarlamentare del Pd Cécile Kyenge venerdì notte ha subito un’intrusione nella sua abitazione nel modenese. Ignoti si sono introdotti nel suo cortile, vandalizzando le pareti e imbrattando gli esterni della casa. L’ha reso noto il segretario del Pd di Modena, Davide Fava, che ha espresso solidarietà a Kyenge e definito l’accaduto “un gesto chiaramente intimidatorio nei confronti del lavoro di Cécile, e di disprezzo dei valori di integrazione e inclusione che, prima come ministro e ora come europarlamentare, continua a difendere con convinzione e capacità”. Kyenge, aggiunge Fava, “è diventata un simbolo per il suo impegno e per la sua storia. Siamo vicini a Cécile e ai suoi familiari e condanniamo con fermezza questi gesti barbari e intimidatori”. Nei confronti dell’ex ministra sono arrivate parole di solidarietà da parte di alcuni esponenti di Forza Italia ma da nessun leghista. Fu proprio un esponente di spicco del Carroccio, Roberto Calderoli, ha definire l’ex ministra una “con le sembianze di un orango”. Un insulto per il quale ora il senatore può essere processato: la Corte costituzionale ha annullato l’insindacabilita che era stata votata dall’aula di Palazzo Madama.

Il referendum sul governo fa flop a Milano: votano in 2mila

Davanti a una platea desolante – non più di duecento persone – si è svolta ieri a Milano l’assemblea regionale lombarda del Pd, con al tavolo della presidenza due grossi calibri – lombardi – del partito, Maurizio Martina (reggente e candidato alla segreteria) e Lorenzo Guerini (già vicesegretario accanto a Matteo Renzi). In platea, il deputato Emanuele Fiano, il sottosegretario Ivan Scalfarotto, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e la deputata Barbara Pollastrini. Il segretario lombardo Alessandro Alfieri, appena eletto senatore, avrebbe voluto fare il punto sulla situazione del partito in Lombardia, dopo la cocente doppia sconfitta del 4 marzo alle elezioni nazionali e a quelle regionali. Non ha avuto una grande risposta dalla base. Eppure il punto di partenza era una consultazione tra gli iscritti sul tema in questi giorni cruciale: “Governo, che cosa dovrebbe fare il Pd?”. La domanda è stata posta sulla piattaforma online “Pdìlatua” dove i militanti sono stati chiamati a esprimersi. Dei 30 mila iscritti in Lombardia, hanno risposto in 2 mila. L’80 per cento conferma la linea del partito: restare all’opposizione. Di questi, un 20 per cento si dice però disposto a un “governo di tutti” su spinta del capo dello Stato. Il 18 per cento è invece favorevole a un’intesa con il Movimento 5 stelle e solo il 2 per cento a un governo con il centrodestra.

“C’è bisogno di tanta Lombardia nell’agenda del Pd”, ha concluso Martina. “Si è detto che dobbiamo stare di più in mezzo alla gente. Sì, è vero, ma dipende anche da come. Il tema vero è quello della nostra prossimità con il bisogno”. In questo “sforzo di rielaborazione serve il protagonismo del Pd lombardo: questa terra è cruciale per capire quale destino avrà il Paese”. Presto ci saranno le elezioni in alcuni Comuni, tra cui Brescia. Vedremo se daranno segni di quella che Martina ha chiamato “la ripartenza”.

“Il Pd ha fallito e va rifatto: Renzi prenda la sua strada”

Anche se negli ultimi quarant’anni è stato consigliere comunale, regionale, deputato, senatore, coordinatore nazionale del Pd e oggi siede nell’Europarlamento, Goffredo Bettini è sempre stato un protagonista del dietro le quinte. Per i nemici è un burattinaio, per gli estimatori un maestro. Influente, di certo, lo è stato; e ancora oggi, offre al Pd una ricetta per rimettersi in piedi, sempre che qualcuno abbia voglia di starla a sentire.

Cos’ha sbagliato il Pd?

Da parte nostra non c’è stata nessuna analisi seria dei motivi del nostro fortissimo arretramento. Si è detto: c’è una crisi mondiale delle forze progressiste, Renzi ci ha salvato da un risultato che poteva anche essere peggiore. Io invece credo che siamo un partito condizionato dalla lotta tra correnti, che ha completamente perso l’empatia verso chi soffre.

Ha perso la stessa ragion d’essere della sinistra?

Per certi aspetti, sì. I modelli da imitare sono diventati i vincenti, ci siamo avvicinati alle élite della finanza, ci stanno simpatici i Marchionne e i Briatore. Ma la sinistra nasce dall’insopportabilità persino psichica dell’ingiustizia!

Colpa di Matteo Renzi?

Renzi ha fatto tutta la campagna elettorale sul binomio speranza contro rabbia: ma occorre accettare la rabbia, includerla, cercare di trasformarla in speranza. Altrimenti dipingi un mondo che non c’è e la gente che vive nel mondo che c’è, ti gira la spalle.

All’inizio lei lo stimava.

Ha levato una certa patina grigia che il Pd aveva accumulato. Ma subito dopo si è chiuso in una cerchia di fedelissimi e ha reso inutili tutte le sedi di confronto, occupando tutte le posizioni strategiche nel partito e nelle istituzioni. C’è chi, sbagliando, ha deciso di andarsene. E chi è rimasto ha fatto fatica a far sentire la propria voce.

Alla minoranza non è mancato anche il coraggio?

Andrea Orlando ha fatto una battaglia coraggiosa sui contenuti. Ma in un partito così asfissiante non c’è spazio di approfondimento reale, non c’è una comunità reattiva, sincera. C’è un imperatore e i suoi feudatari sul territorio.

Renzi si è dimesso, ma ancora l’altroieri ha ottenuto il rinvio dell’assemblea.

Un errore grave, che dà un ulteriore segno del nostro immobilismo politico. Il segretario che ha portato il partito a questi livelli di consenso vuole continuare a fare il dominus. Nel 2009 quando mi sono dimesso da coordinatore nazionale del partito, perché si era dimesso Veltroni, avevamo alle spalle un risultato del 34% (alle Politiche del 2008, ndr). Eppure, da quel momento in poi, noi ci siamo fatti da parte. Personalmente sono rimasto isolato e non ho fatto nessuna azione organizzata per interferire sul partito.

Veltroni promise di andare in Africa.

Non è partito perché la sua vita è tutta qui. Ma, in questi anni, ha sempre dato il suo contributo in positivo. Oggi prevalgono i conflitti e persino acerrime inimicizie.

Parla ancora di Renzi?

Dico che se vuole fare Macron, non ne farei un dramma. Ognuno per la sua strada. Poi al governo ci si potrebbero pure alleare, sempre meglio che con Forza Italia.

È il fallimento del Pd, così come lo avevate pensato?

Alla prova dei fatti, la spinta del partito democratico è durata fino alle dimissioni di Veltroni. Come con l’Ulivo, è finita presto.

E gli altri, i non renziani, che dovrebbero fare?

Il partito nella forma attuale va azzerato: va bene che resti Martina per questa fase di navigazione, in vista del congresso. Poi però deve cambiare tutto.

Si candiderà anche un suo “figlio” politico, Nicola Zingaretti, da molti considerato l’ultima carta per il Pd.

Io su Zingaretti ho difficoltà a esprimermi. È la persona a cui ho dedicato più tempo nel corso della mia vita, lo stimo molto. Ma mi sono accorto nel corso degli anni che sono pieno di ferite, perché mi sono sempre assunto le responsabilità mie e anche quelle degli altri e ho pagato dei prezzi. Avverto di essere ingombrante. Darò una mano a Zingaretti nella misura in cui mi sarà chiesta.

Basta un nome?

No. Ma conta poco persino il programma che annunci. Puoi dire le cose più di sinistra e prendere il 3%, l’esperienza di LeU insegna. Bisogna ripartire dalla base della piramide e con una nuova struttura. Immagino dei comitati misti in cui insieme ai nostri militanti, ci siano rappresentanti del mondo del lavoro, delle associazioni, della ricerca, della cultura, in quote proporzionali del 25% l’una. A loro dovremmo dire: ‘Discutete, indagate, proponete. Ma alla fine fate deliberare in nuovi luoghi di incontro, in vere e proprie agorà, le persone nell’esercizio della loro responsabilità individuale’. È un nuovo processo costituente. Dopo dieci mesi dovremmo dire: ecco, questo è il Pd.

Non lo hanno già fatto i Cinque Stelle questo lavoro?

No, loro sono totalmente un’altra cosa. Non li sottovaluto: hanno vinto le elezioni e hanno svolto una funzione politica importante. Ma lì siamo di fronte al massimo della concentrazione della volontà politica in pochissime mani e a una sorta di sondaggio in Rete, tra l’altro di dimensioni abbastanza modeste, che produce una democrazia della solitudine.

Quindi lei non crede che si possa dialogare con loro, fare un patto di legislatura?

Noi non possiamo condividere i ministri con loro né contrattare accordi. Ma l’immobilismo non è una posizione politica: se il presidente della Repubblica ce lo chiedesse, dovremmo dire che siamo disposti a far partire un loro governo, senza avere nulla in cambio, ma ponendo delle condizioni di merito utili per l’Italia, in particolare sui temi sociali. Metterli sulla graticola, questo dovremmo fare, lasciandoci liberi in Parlamento di giudicare provvedimento per provvedimento.

Casellati si propone: “Se Mattarella chiama difficile dire di no”

“Un mandato esplorativo? Intanto vediamo cosa deciderà il presidente Mattarella, se dovesse chiedermelo è chiaro che sarebbe difficile poter dire di no”. La neo presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati ha concesso un’intervista a Maria Latella su SkyTg24. Parlando, tra le altre cose, dell’ipotesi che il capo dello Stato le affidi la missione (impossibile?) di trovare i numeri in Parlamento per formare un governo. “Difficile lo sarà certamente – commenta lei – se poi sarà impossibile saranno i fatti che lo diranno. È una situazione da verificare”. Con un punto fermo: il ruolo politico di Silvio Berlusconi. “Porre veti, emarginare una personalità come quella di Berlusconi che ha campeggiato nella vita politica ed economica degli ultimi venti anni, trovo non sia neppure possibile, nel senso che sarebbe una ferita alla nostra democrazia”. L’incrollabile fede berlusconiana di Casellati risuona anche nella risposta sulla crisi siriana: “Mi auguro che ritorni quello spirito di Pratica di Mare, che aveva unito vari popoli in un momento in cui sembrava impossibile e invece si è realizzato. In questo momento non ci resta altro che aspettare che le diplomazie facciano il loro corso”.

Asse M5S-Pd per una nuova Europa

Visto che i mercati sono tranquilli e lo spread sotto controllo, il dibattito sulla formazione del nuovo governo sta diventando una questione di politica interna. Ma ogni tanto qualcuno ci ricorda che ormai tutta la politica interna è anche politica europea e viceversa. Si discute molto, per esempio, dell’appello lanciato dall’economista Jeffrey Sachs con un editoriale pubblicato su vari giornali internazionali: “In un’Europa politicamente e geograficamente divisa, la politica italiana può essere l’ago della bilancia, un’Italia pro-europea a guida M5S-Pd può unirsi a Francia e Germania nel riformare l’Ue, ritrovare una voce forte in politica estera nei confronti di Usa, Russia e Cina e applicare una strategia di crescita basata sull’innovazione verde e sostenibile”.

Sachs non è un economista radicale, anche se auspica riforme radicali: insegna alla Columbia University di New York, da sempre in area democratica, si è schierato con Bernie Sanders contro la moderata Hillary Clinton nel 2016, è stato un consulente di Papa Francesco sui temi ambientali. Il suo editoriale è circolato molto in questi giorni, rilanciato anche dal “Punto” di Paolo Pagliaro a Otto e Mezzo su La7.

Non sono le bizzarre tesi di un osservatore lontano. Anche in Francia c’è un certo fermento e molti intellettuali auspicano una coalizione tra M5S e Pd, ultimo argine contro l’arrivo al governo della Lega di Matteo Salvini che continua a essere vista come la versione italiana del Front National di Marine Le Pen. Qualche settimana fa, l’ex premier e senatore a vita Mario Monti ha lanciato dal Corriere della Sera un invito a tutti i partiti: lavorare a una mozione condivisa per impostare una linea europea comune fin da subito a Bruxelles. Monti suggerisce di trovare un minimo comune denominatore che permetta all’Italia di pesare subito nei negoziati sulla governance dell’eurozona, sull’unione bancaria, sulle sanzioni alla Russia. Poi a giugno 2019 ci saranno le elezioni europee e i partiti potranno tornare a dividersi sulle loro visioni dell’Europa, ma intanto l’Italia avrà potuto difendere il proprio interesse nazionale. Ci sono state diverse reazioni – discrete – di interesse. Le convergenze sono possibili tra Pd, Forza Italia e Cinque Stelle, molto meno dal lato della Lega dove, a parte il pragmatismo di Giancarlo Giorgetti, le posizioni sull’Europa restano quelle degli economisti anti-euro Claudio Borghi Aquilini e Alberto Bagnai.

La posizione sull’Unione europea è diventata anche una specie di sintesi dell’approccio dei partiti alle grandi questioni economiche e sociali in patria. Sachs suggerisce al Partito democratico di accettare la sua condizione di “junior partner” in una coalizione con i Cinque Stelle: è più importante difendere ora le conquiste della socialdemocrazia novecentesca dagli assalti del rigore tedesco e delle utopie fiscali sovraniste, invece che sognare lontane e improbabili rivincite. Sachs suggerisce anche una base di compromesso che sarebbe molto rassicurante per Bruxelles: il Pd dovrebbe tenere il ministero dell’Economia e lasciare ai Cinque Stelle il presidente del Consiglio.

Idee di buonsenso e lungimiranti che, proprio per questo, saranno ignorate dai vertici del Pd troppo impegnati nella tradizionale lotta di correnti per preoccuparsi dell’interesse nazionale, figurarsi di quello europeo.

Berlusconi e Salvini ai ferri corti. Di Maio spera ancora nel Colle

Dal Molise alla Siria, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sembrano sull’orlo della rottura. Dichiarazioni però, non fatti. L’ex Cavaliere attacca su politica interna (“con la Lega via capitali e imprese”) ed estera e il leader leghista mette B. sullo stesso piano di Alessandro Di Battista: “Basta con gli insulti”.

In teoria, il Giovane “Matteo” avrebbe a portata di mano “l’incidente” per avvicinarsi a Luigi Di Maio ma la realtà è un’altra, almeno per ora. La strategia salviniana continua infatti a essere la stessa: accordo tra centrodestra e 5Stelle altrimenti meglio il voto anticipato. Insomma si perpetua “l’equivoco” che ha tenuto banco per tutta la settimana e che ha spiazzato giovedì sia Mattarella sia Di Maio convinti che invece lo schema fosse tra Lega e grillini con l’incarico al capo politico del M5S, che lo stesso Quirinale aveva messo in agenda per ieri prima di assistere allo show berlusconiano nella Loggia d’Onore.

Non solo. Accanto alle sparate del Condannato in terra molisana, dove si vota domenica 22 aprile, un altro macigno sulla tormentata trattativa tra Di Maio e Salvini lo scaraventa Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato. Per lei, berlusconiana di ferro esperta di leggi ad personam, “emarginare Berlusconi sarebbe una ferita per la democrazia”. Casellati rilancia quindi “l’equivoco” B. tra Di Maio, Mattarella e Salvini dopo l’ultimatum del Colle alla Lega di venerdì scorso.

Ed è per questo che sulla sponda pentastellata ora vogliono guardare il gioco. “Continuiamo a sentire sia la Lega sia il Pd, ma i nostri passi li abbiamo fatti” sostengono. Ora sta agli altri e innanzitutto al Carroccio, che rimane la prima, vera ipotesi per un accordo di governo. Però l’irritazione verso il Salvini che non ha strappato è evidente. E da qui derivano la convinzione e l’auspicio che un incarico esplorativo debba andare a un leghista (Giancarlo Giorgetti, magari) come nome del centrodestra unito, “così sarà chiaro che il Carroccio senza di noi e con Berlusconi va a sbattere”. E il gelo verrà ostentato anche oggi, quando il segretario della Lega e Di Maio saranno entrambi al Vinitaly a Verona. Probabile che si incrocino, ma non si andrà oltre un saluto a distanza. “Non abbiamo in programma incontri con Salvini, né li cercheremo” giurano dal M5S. Dove confermano il no invalicabile a un eventuale governissimo: “Se lo fanno, con i nostri 331 eletti blocchiamo tutto e si torna al voto in sei mesi”. E comunque i 5Stelle restano convinti che Salvini voglia prima incassare la vittoria in Friuli-Venezia Giulia, il 29 aprile, prima di decidersi.

In ogni caso, il Colle non andrà oltre martedì per registrare un’eventuale intesa di massima tra Di Maio e Salvini poi da “esplorare” con un incarico. Allo stato le quotazioni sono basse, se non bassissime in questa direzione. La crisi siriana incombe sempre di più e ieri, al Quirinale, hanno solo annotato che le divisioni tra B. e Salvini non sono al momento fattuali. E per convincere Mattarella a dare un incarico per questo schema ci vuole un impegno preciso. Solo così il possibile esploratore potrà fare luce tra le due opzioni esplose giovedì durante le consultazioni: centrodestra-5Stelle o Lega-5Stelle.

Esaurita allora questa fase, il capo dello Stato passerà direttamente a valutare un governo di tregua guidato da una figura istituzionale “terza”, cioè non Casellati né il presidente della Camera Fico. Terminato il dibattito parlamentare sulla Siria, Mattarella potrebbe convocare un nuovo giro di consultazioni, stavolta in una sola giornata, e dare ai partiti il nome di un “tecnico” per formare un esecutivo di transizione. Una mossa che però comporta altri rischi in un quadro nuovo ma di pochissimo respiro. A parte il Pd di Renzi e Martina e Forza Italia, su quali altre forze si reggerebbe un governo del genere? E un esecutivo di minoranza ce la farebbe ad arrivare nel 2019, scongiurando il voto nel prossimo autunno?

Dalla protesta all’Isis: sette anni di sangue

Il 15 marzo del 2011 sull’onda delle proteste della “primavera araba” (in Tunisia, poi in Libia ed Egitto) iniziano le manifestazioni in diverse città. Il movimento civile diventa presto scontro armato radicalizzandosi con la formazione di gruppi estremistici di stampo islamista, soprattutto salafita.

Dall’Esercito libero al jihad Gruppi di disertori dall’autunno del 2011 ingrossano le file della ribellione, mentre nelle aree degli scontri con l’esercito lealista iniziano a incolonnarsi profughi (nei Paesi confinanti, Giordania, Libano e Turchia) e sfollati interni (si parla di oltre 10 milioni di persone, su un totale di circa 20).

Raqqa, Kobane, Aleppo Nell’estate del 2014 lo Stato Islamico in Iraq (Isi) fondato da Al Baghdadi (alternativo ad al Qaeda, presente in Siria con il fronte al Nusra) abbatte il confine Iraq-Siria e a Mosul il “Califfo nero” proclama la nascita ufficiale dello Stato Islamico. I fronti di guerra in Siria si moltiplicano: prima la città curda al confine con la Turchia, poi la città-simbolo di Aleppo, infine la “capitale” siriana dell’Isis.

Guerra mondiale Il Papa usa l’espressione “Terza guerra mondiale a pezzi” per definire i conflitti mediorientali, dei quali la Siria è l’epicentro. Le coalizioni internazionali arrivano a debellare l’Isis sul terreno.

In balia dei potenti: civili carne da macello nel Paese di Pongo

In Bosnia un colpo di mortaio sul mercato di Sarajevo cambiò il corso della guerra, convincendo infine l’Onu a intervenire. In Siria oggi ti dicono: la tregua tiene, c’è solo fuoco di artiglieria.

Un po’ alla volta, la guerra di Siria è diventata piuttosto una guerra in Siria. La rivolta da cui tutto è iniziato e che ha contrapposto larga parte dei siriani ad Assad, degenerando prima in scontri armati e poi in guerra civile, e poi in guerra santa, in jihad, è finita, ormai: Assad ha vinto. Ai ribelli non resta che un ultimo bastione, Idlib. Un’ultima battaglia. Ma è finita. Solo che è iniziata una seconda guerra, e molto più complessa della prima: una guerra in cui in Siria, i paesi più svariati combattono per gli obiettivi più svariati. E i siriani non sono più gli attori: sono gli spettatori. Non hanno che un ruolo, ormai: quello delle vittime.

Russia e Turchia, Iran e Israele, Hezbollah, e Qatar e l’Arabia Saudita, e naturalmente, Stati Uniti: non manca nessuno. E non solo ognuno ha una sua strategia. Spesso questo “ognuno” è da intendersi in senso letterale: Erdogan, più che la Turchia. Putin, più che la Russia. E tutto, quindi, si fa volubile: al vecchio interesse nazionale, si è sostituito l’interesse personale. Alla politica di potenza, quella di potere e basta.

In risposta all’ennesimo uso di gas da parte di Assad gli Usa hanno ora colpito alcuni centri di ricerca e stoccaggio. E la Siria è tornata in prima pagina. Il 7 aprile di un anno fa, dopo un attacco chimico a Khan Sheikhoun, vicino Idlib, avevano colpito la base aerea di Shayrat – una delle tante e che, tra l’altro, era tornata operativa in poche ore. Ma in realtà, non solo i gas non hanno ucciso che circa 2 mila siriani, lo 0,5% dei 500 mila morti di questa guerra: oggi, soprattutto, non esiste più alcuna opposizione che possa trarre beneficio da un intervento esterno. Né politicamente né militarmente. In Siria non si combatte più. Non ci sono più fronti attivi. Assad bombarda e assedia per costringere alla capitolazione gli ultimi irriducibili. Così i missili di Trump non sono che un messaggio. Un mezzo di comunicazione, non di guerra. Non hanno un obiettivo: sono l’obiettivo.

E, si dice, il mondo sta a guardare. Ma in questi anni l’Onu in Siria non è stata affatto marginale. Anzi. Il suo intervento è iniziato con gli aiuti umanitari, quando non solo ha comprato beni e servizi per milioni di dollari da affaristi inclusi nella lista nera delle sanzioni internazionali, come Rami Makhlouf, foraggiatore di alcune tra le più feroci milizie lealiste, ma ha deciso di cooperare solo con Assad, solo con il governo formalmente riconosciuto, e di consegnare quindi solo ad Assad cibo, gasolio e medicine: senza mai chiedersi dove e a chi finissero. Senza mai tracciare i propri convogli.

Consentendo così ad Assad di mantenere una parvenza di normalità: di sfamare i siriani nelle aree sotto il suo controllo e affamare tutti gli altri, e presentarsi come il paladino dell’ordine e della stabilità. Di dire: o io o il caos.

E con i negoziati di Ginevra, poi, l’Onu ha proseguito sulla stessa linea. Invece che tentare un accordo unico a livello nazionale, ha optato per una serie di cessate il fuoco a livello locale. Per scelta o per necessità, data la frammentazione dei gruppi armati. Ogni tregua è attuata sul modello del cosiddetto Accordo della 4 città, siglato il 26 marzo 2017: combattenti e attivisti di Madaya e Zabadani, città sunnite vicino Damasco, si sono arresi e trasferiti a Idlib, mentre quelli di Fuaa e Kafrayaa, città sciite vicino Idlib, si son trasferiti a Damasco. Sembrano tregue sono, in realtà, scambi di popolazione – con i ribelli concentrati in aree dove possono essere poi annientati. Caduta Aleppo, sono stati spediti a Ghouta. Ora, caduta Ghouta, a Idlib. In attesa dell’assalto finale.

E la ricostruzione, già in corso, non è che un ulteriore tassello di quest’opera di ingegneria demografica con cui Assad, senza esser disturbato nemmeno dalle agenzie Onu, sta modellando un paese su misura, a sua immagine e somiglianza. Mentre la nostra attenzione era tutta per Douma, è stata approvata la legge numero 10: entro 30 giorni, i siriani devono presentarsi al catasto e registrare i beni immobili. Tra rifugiati e sfollati, circa 13 milioni di siriani stanno per perdere tutto. Più che una ricostruzione, quella che si profila è una rifondazione.

Ma per molti, anche in Europa, è la soluzione migliore: una Siria ripartita tra sunniti e sciiti. Perché non importa che la rivoluzione rivendicasse libertà e giustizia, che gli attivisti, nel 2011, citassero più Naomi Klein che il Corano: per noi la soluzione sono sempre zone etnicamente, confessionalmente e anche politicamente, omogenee. Come già in Iraq, e prima ancora, in Libano e in Bosnia. Paesi oggi governati in base a un rigido sistema di quote: e oggi tutti al collasso.

Non è che il solito divide et impera. Perché così, piegare il Medio Oriente, e il suo petrolio, ai nostri interessi è più semplice. Ma se quanto al divide, non è difficile dividere, cosa dire invece dell’impera? Perché in Siria c’è poi una terza guerra: quella dei jihadisti. Che è la guerra in cui siamo tutti uniti, in teoria, la guerra per cui abbiamo deciso che Assad era il male minore. E che però, nonostante la caduta di Mosul e Raqqa, bastioni dello Stato Islamico, non è affatto finita. Perché non sono finite le ragioni del radicamento dei jihadisti. Nel Medio Oriente di oggi, il male minore è come il fiume di Aleppo che divideva in due la città e vomitava cadaveri: ma nessuno aveva idea di chi fossero. Se venissero da Aleppo est, e fossero stati uccisi dai ribelli, o da Aleppo ovest, quindi uccisi dal regime. Il male minore, spesso, dipende solo dalla riva su cui ci si trova.

A novembre, la Bbc ha filmato un convoglio dell’Isis che lasciava incolume Raqqa. Erano i giorni in cui il mondo celebrava la sua sconfitta. Era composto da circa 50 camion e un centinaio di altri veicoli, carichi di armi e munizioni. Per un totale di 4 mila jihadisti. Dove sono andati?

L’articolo 11 e i limiti alle guerre “travestite”

Se, come si dice, la verità si rivela nella pervicacia con cui la si nega, è interessante ricordare come nel passato recente diverse “guerre” siano state travestite da “pace”. È accaduto in Kosovo, Serbia, Iraq, Libia… e rischia di accadere di nuovo in Siria.

I due concetti – spiega Norberto Bobbio nell’Enciclopedia del Novecento – costituiscono un tipico esempio “di antitesi, come gli analoghi ‘ordine-disordine’. Ma si deve distinguere l’uso classificatorio, secondo cui i due termini vengono usati nel loro significato descrittivo, dall’uso prescrittivo, secondo cui i due termini vengono presi in considerazione per approvare o condannare, per promuovere o per scoraggiare, a seconda del sistema di valori cui si ispirano”.

Certamente, usando le due parole, i nostri costituenti intendevano dare alla Carta una fortissima impronta pacifista. “L’Italia ripudia la guerra”, è la prima affermazione dell’articolo 11 (non a caso inserito nelle disposizioni fondamentali). Meuccio Ruini in una seduta della Commissione dei 75 nel marzo 1947, disse che il verbo scelto (preferito ad altri, come “condannare”) ha “un accento energico e implica così la condanna come la rinunzia alla guerra”.

Lorenza Carlassare – professore emerito a Padova – in un lungo scritto disponibile su Costituzionalismo.it spiega: “Riconoscendo che ogni tipo di contrasto può essere risolto col ragionamento, viene ribadito nelle diverse fasi dei lavori, anche in Assemblea plenaria, l’intento di eliminare la guerra per sempre, il rifiuto dell’atto di violenza. Guerra, dunque, per alcuni, era un concetto dal significato ampio, comprensivo di violenza”. C’era la volontà unanime di prendere una marcata distanza dal Fascismo (“la pace”, secondo Benito Mussolini, “è deprimente e negatrice delle virtù dell’uomo che solo nello sforzo cruento si rivelano”) nell’immediatezza di un conflitto sanguinoso. E contemporaneamente c’era anche la volontà di affermare l’aspirazione alla costruzione di un ordine mondiale pacifico.

L’articolo 11 però va letto nella sua interezza: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

Qui bisogna domandarsi se l’appartenenza all’Alleanza atlantica può in qualche modo mettere in secondo piano il dettato costituzionale, aggrappandosi, come è accaduto in passato, a quella seconda parte che consente le “limitazioni di sovranità”. Come abbiamo già detto, l’articolo 11 vive nella sua interezza, nella dipendenza funzionale tra le diverse affermazioni: non si può spacchettare a uso e consumo delle politiche dei governi. Tanto più che non contiene commi e nemmeno un punto: la prima e la seconda parte sono separate da un punto e virgola (originariamente solo una virgola), a dimostrazione dell’unità logica del testo. La Corte costituzionale ha chiarito poi il carattere tassativo ed essenziale degli scopi cui tende la limitazione di sovranità (sentenza 304/1984): “Le condizioni e le ‘finalità’ cui sono subordinate le ‘limitazioni di sovranità’, sono quelle stabilite nell’art. 11 della Costituzione (…). È il trattato che, quando porta limitazioni alla sovranità, non può ricevere esecuzione nel Paese se non corrisponde alle condizioni e alle finalità dettate dall’art. 11 della Costituzione”.

“Il discorso è importante anche perché il ripudio della guerra – ha scritto sul nostro giornale la professoressa Carlassare – non vieta solo la partecipazione a conflitti armati ma pure l’aiuto ai paesi in guerra: illegittimo è il commercio di armi con tali paesi e il fornir loro le basi per agevolarne le operazioni. Eppure dalle nostre basi sono partiti aerei per missioni di guerra”. Vedremo cosa accadrà questa volta.