È stata un’inutile messinscena. Ma ora si passa alle cose serie

I bombardamenti sulla Siria sono finiti e i partecipanti festeggiano, si vantano del successo e lo ritengono un monito ad altri che volessero intraprendere o continuare sulla strada delle armi chimiche. In realtà l’azione alleata è stata possibile grazie al regalo di Putin che l’ha permessa per consentire a Trump di salvare la faccia in un momento di grande crisi personale e interna. Si può scommettere che Putin abbia anche indicato gli obiettivi e stabilito i limiti dell’azione.

Tali limiti sono stati enunciati molto chiaramente dalla britannica May e dal francese Macron. Hanno promesso di colpire solo la linea di produzione e stoccaggio delle armi chimiche siriane, hanno giurato che l’azione non fa parte di un processo di “cambio di regime” o di eliminazione di Assad, hanno evitato ogni rischio per i russi e hanno impiegato un numero di missili proporzionale all’efficacia ottenuta durante l’attacco del 2017. Vale a dire quasi zero. L’attacco con una sessantina di missili danneggiò un aeroporto militare ripristinato immediatamente dai contractor russi e non fece cambiare idea né ad Assad né ai russi. Ieri, grazie alla migliorata difesa aerea siriana e a causa dell’accertato tasso di fallimenti dei missili il risultato pari a zero è stato ottenuto con il doppio dei missili di allora.

Macron ha lanciato l’attacco promettendo di non farlo più e di voler riprendere la strada diplomatica. Anche la retorica di guerra dei tre protagonisti è stata remissiva e troppo lunga nelle giustificazioni umanitarie. La May ha dato la sensazione di avere la coda di paglia nella stessa orchestrazione del presunto attacco chimico a Douma. I russi hanno le prove del coinvolgimento britannico e se la May dichiara che Assad è storicamente aduso all’impiego di armi chimiche, quest’ultimo può benissimo ricordare la storica abitudine britannica e americana di organizzare falsi pretesti di guerra. La scelta degli obiettivi è infine la prova che Putin anche stavolta ha giocato d’astuzia e ironia: non solo sono insignificanti dal punto di vista militare ma sono sottilmente ridicoli. Colpire un centro di ricerca di armi chimiche significa che i siriani starebbero ancora “ricercando” su nuove armi chimiche? Non regge. I siriani sanno produrre aggressivi chimici e se non possono se li fanno dare da altri. Non devono ricercare niente. Internet è pieno di istruzioni su come produrre nervini in casa. Colpire depositi di “precursori” di armi chimiche significa colpire depositi di fertilizzanti, reagenti per materie plastiche, polveri ritardanti antincendio e persino componenti farmaceutici. Tali sono infatti alcuni dei “precursori” e non sono banditi dal diritto internazionale.

I tre protagonisti possono vantarsi e confidano nella complicità di Putin per tirare un sospiro di sollievo. Anche Assad è sollevato e tutto sommato si è divertito. Ma ci sono interlocutori che non hanno affatto gradito lo spettacolo. In America i falchi e i pacifisti reclamano. In Europa la Nato scricchiola sinistramente e l’Ue brilla per inutilità nella sicurezza comune. L’Onu conta sempre di meno e l’Italia tira a campare di chiacchiere. Nel Mediterraneo Israeliani, Iraniani, Hezbollah, Palestinesi e Turchi meditano vendetta e Putin stesso, vinta la partita, si prepara alle mosse successive. Ora nel mirino c’è la Gran Bretagna e la sua base di Cipro, c’è la May e chiunque in Europa le va dietro, ma l’obiettivo strategico è sottrarre agli americani il controllo dell’intero Medio Oriente: una cosa seria.

Gentiloni non va in battaglia, Salvini e Meloni contro i missili

Prima di attaccare la Siria nessuno tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna ha chiesto l’opinione o il sostegno dell’Italia, anche se dalle dichiarazioni dei leader politici pare che i veri protagonisti siamo noi.

Il premier Paolo Gentiloni conferma quanto era già intuibile dalle notizie diffuse dal Pentagono sui circa 120 missili sparati contro il regime di Bashar al Assad: “L’Italia non ha partecipato” all’attacco in Siria e “il supporto logistico che forniamo agli Stati Uniti; in questo caso particolare, abbiamo insistito e chiarito che non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria”. Le basi americane e Nato in Italia non sono state usate, non sarebbero neppure servite per quello che la rivista Analisi Difesa definisce “raid simbolici per salvare la faccia” del presidente americano Donald Trump che aveva annunciato ritorsioni per il presunto uso di armi chimiche da parte di Assad.

Gentiloni tiene la linea seguita dagli ultimi quattro governi nella crisi siriana: denuncia delle violazioni dei diritti umani, ma nessuna disponibilità a intervenire fuori da una cornice di legittimità offerta dalla Nato o, meglio, dalle Nazioni Unite. Nelle parole di Gentiloni, però, gli analisti hanno letto un inedito accento interventista: “Non possiamo rassegnarci all’idea che le armi chimiche possano essere utilizzate, non sono degne della nostra civiltà, le abbiamo viste in questi giorni e non le possiamo tollerare”. Il premier pare accettare quantomeno la premessa degli attacchi – l’uso di armi chimiche da parte di Assad a Duma, tutt’altro che dimostrato con l’ispezione Onu ancora agli inizi – e dunque a legittimarli. Così ricalca e importa in Italia il modello tedesco di Angela Merkel, che si distingue dal fuoco dei caccia del francese Macron.

Mentre Gentiloni si tiene in contatto con i ministri, col Quirinale e ha una telefonata con la premier inglese Theresa May, i leader di partito si posizionano. Matteo Salvini della Lega è il più netto: “Pazzesco, fermatevi”. Questa la sua analisi: “Stanno ancora cercando le ‘armi chimiche di Saddam’, stiamo ancora pagando per la folle guerra in Libia, e qualcuno col grilletto facile insiste coi ‘missili intelligenti’, aiutando peraltro i terroristi islamici quasi sconfitti”. La Lega è il partito più schierato con la Russia di Vladimir Putin, il grande sponsor del regime di Assad, insieme all’Iran. Stessa linea per Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia: “Attacco in Siria fuori dalla legalità internazionale in assenza di un pronunciamento dell’Onu sui presunti attacchi chimici”. Silvio Berlusconi è amico personale di Putin da anni, ma da leader di Forza Italia è impegnato a presentarsi come il volto affidabile (e dunque atlantista) del centrodestra e si limita a precisare: “Penso che nella nostra situazione, attuale, sia meglio non dare giudizi”.

Il Partito democratico, a cominciare dal segretario reggente Maurizio Martina, non può che abbracciare Gentiloni: invoca una diplomazia che in Siria non è più attiva da almeno tre anni, denuncia le armi chimiche e di fatto appoggia l’attacco. Anche se il governo Renzi, con Gentiloni ministro degli Esteri, si è molto speso per stabilire un solido rapporto con l’Iran su cui hanno molte mire grosse imprese italiane, anche pubbliche.

I Cinque Stelle colgono anche questa occasione per dimostrare al capo dello Stato Sergio Mattarella e agli osservatori internazionali di essere una forza di governo credibile e la dichiarazione di Luigi Di Maio è una fotocopia di quella di Gentiloni: “Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali si assistenza umanitaria”. Quanto all’uso di armi chimiche, che non viene messo in dubbio, “è intollerabile”. Negli anni scorsi alcuni esponenti M5S, come il vicepresidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo, hanno fatto dei tentativi di tenere un dialogo diplomatico informale con il governo di Assad, nonostante le critiche da altri partiti.

I raid sembrano conclusi, almeno per ora, almeno in Italia la polemica continuerà in Parlamento, quando martedì Gentiloni riferirà in Senato sul ruolo dell’Italia nella crisi siriana.

Orgoglio Assad: “Tirati giù l’80% dei loro razzi”

A Damasco sembra un sabato come tanti altri. Il presidente Bashar al-Assad viene ripreso dalle telecamere mentre, la ventiquattrore ben stretta in mano, si reca al lavoro all’ingresso del palazzo presidenziale. L’aspetto è sereno, nulla di preoccupante trapela dal suo volto, come se niente fosse accaduto. Eppure, poche ore prima, in piena notte, la sua nazione è stata violata da un centinaio di missili lanciati da caccia e portaerei della coalizione occidentale a guida Stati Uniti; una “punizione” a seguito dell’attacco chimico del 7 aprile scorso a Douma, periferia sud-orientale di Damasco, attribuito al governo siriano contro i miliziani asserragliati.

Ieri mattina era anche previsto l’arrivo dei quattro ispettori dell’Organizzazione per il divieto dell’uso di armi chimiche, l’organismo dell’Onu che avrebbe dovuto far luce proprio sull’attacco al cloro della settimana scorsa che ha fatto circa 75 morti, tra cui diversi bambini. Non è chiaro se la loro missione potrà andare avanti: “L’Opac – riferisce in una nota – lavora in stretta collaborazione con le Nazioni Unite per valutare la situazione e garantire la sicurezza del team”.

Il governo di Damasco non ha dubbi: l’attacco di ieri notte non è stato casuale, ma teso ad evitare che i tecnici potessero raccogliere prove sul terreno su chi ha avuto realmente la responsabilità di aver attaccato i civili con il gas.

I raid hanno colpito tre siti: a Masyaf, a ovest di Homs e soprattutto nei dintorni di Damasco, il centro di ricerca scientifica di Jumraiah, vicino a Qudsayya, a nord-ovest della capitale, già preso di mira in passato da alcuni bombardamenti israeliani, proprio dall’altra parte della città dove al-Assad sta combattendo la battaglia finale per togliersi di dosso gli ultimi miliziani sunniti rimasti, gli irriducibili di Jaysh al-Islam (L’esercito dell’Islam). E Douma, cittadina della municipalità di Damasco, ad una dozzina di chilometri dall’area della Ghouta orientale, dove l’evacuazione dei civili è iniziata da quasi un mese.

I bombardamenti, questi sì portati avanti dall’artiglieria lealista col supporto dell’aeronautica russa, avevano convinto tutti, o quasi, ad andarsene e rifugiarsi a nord, nell’ultima roccaforte ribelle, la provincia di Idlib. La leadership di Jaysh al-Islam, una delle tante costole degli ex miliziani di al-Nusra, vicini ai terroristi islamici di al Qaeda, si è spaccata al suo interno, rifiutando l’ultimatum offerto da Damasco per abbandonare la zona dei combattimenti. Proprio Mohammad Alloush, di Jaysh al-Islam, come riporta la Bbc, è rimasto deluso dal raid e ha parlato di “attacco insignificante”.

Di fronte a questo rifiuto, i bombardamenti sono ripresi, fino all’episodio chiave del 7 aprile scorso. Sono in molti a ritenere gli attacchi di ieri notte come semplici ‘atti dimostrativi’. Prova ne è la totale assenza di vittime e la preparazione avanzata a tale evento: “Più di cento missili terra-aria sono stati lanciati dalle navi e dai caccia occidentali per colpire obiettivi militari e civili siriani, ma un numero significativo è stato abbattuto dalla difesa aerea di Damasco” ha detto il colonnello Sergej Rudskoj a capo della Direzione operativa del ministero della Difesa di Mosca; il regime conferma, 71 razzi sono stati intercettati e neutralizzati dai sistemi di difesa di produzione sovietica.

L’azione della triade occidentale ha ricevuto pesanti critiche da più fronti, compresi i ribelli curdi, appoggiati proprio dagli Stati Uniti nel nord-est della Siria, che si aspettavano un’azione più concreta. Duro l’affondo della chiesa: “Noi cristiani e tutti i siriani non crediamo che il governo di Damasco abbia usato armi chimiche – è stato il commento del vescovo di Aleppo, mons. Antoine Audo – non è logico, altri usano questi argomenti per fare la guerra e continuare a vendere armi. L’Occidente ha speso miliardi di dollari per questa guerra che sta perdendo. Deve mettere in atto gesti per dimostrare di essere potente”.

Il ghigno di zar Vlady: la Siria resta roba sua

L’Itar-Tass è la prima agenzia ufficiale (erede della sovietica Tass) di informazione russa. Ossia la voce del Cremlino. Alle 19:30 di ieri sera, la home page – sia nella versione russa, sia in quella inglese – mostra in primo piano la foto di un missile e questo titolo: “Gli esperti lodano l’eccellente performance della difesa aerea siriana che ha abbattuto 71 missili”. È in linea con la posizione (cauta, ma beffarda) di Putin. Cioè: 1) la Russia non ha replicato all’attacco americano; 2) gli obsoleti sistemi antimissile in possesso dei siriani hanno sbaragliato la vantata tecnologia delle armi Usa. Il primo punto è un messaggio destinato all’Occidente. Il secondo, invece, è a uso interno.

Ed è qui il nocciolo politico della situazione. Nonostante la trionfale rielezione di Putin, serpeggia un vasto malcontento nei confronti del governo: promesse economiche mai mantenute, infrastrutture in stato comatoso, stipendi svalutati, inadeguatezza dei servizi pubblici, rabbia per gli sprechi in Siria (“Che c’importa di quella guerra, vogliamo l’acqua calda”). Per questo Putin ha accentuato l’aspetto patriottico della guerra in Siria: gli consente di monopolizzare i notiziari, rilanciare l’orgoglio nazionale ed evitare le questioni interne, messe in secondo piano rispetto alla priorità della sicurezza nazionale. Le opposizioni hanno organizzato una manifestazione di protesta il 6 maggio: “Putin non è il nostro zar”, è lo slogan coniato da Alexej Navalny. Alla guerra non si accenna. I russi sono sazi, quanto a conflitti. Per loro è normalità. Per molti, un modo di guadagnare soldi. Così, la narrazione di queste ultime ore – su tutti i media – è la seguente: Trump ha attaccato, senza preavviso; lo hanno affiancato Macron e Theresa May. Noi non abbiamo usato i nostri sofisticati sistemi antimissile. Se 71 missili americani sono stati abbattuti, è per merito dei siriani.

Il briefing di ieri del ministero della Difesa poteva essere riassunto così: “Gli americani hanno fatto cilecca”. Non a caso c’era la diretta tv: “Gli obiettivi militari più importanti non sono stati colpiti: le basi aeree siriane di Dyuwali, Al-Dumayr e Blei”. Quanto a Shayrat (già bombardata un anno fa in rappresaglia all’attacco col sarin che era stato utilizzato su Khan Sheikhoun), stavolta, secondo il generale Serghei Rudskoi dello Stato Maggiore russo, i razzi sarebbero stati intercettati tutti. Senza aver attivato le più moderne difese aeree russe, i sistemi antimissile S-400 e S-300, anche perché “nessun missile” ha attraversato lo spazio aereo controllato da Mosca in Siria.

Non basta. Mosca, maliziosamente, ha lasciato filtrare il dubbio su tutta l’operazione Usa: che fosse concordata con il Cremlino. Tant’è che non ci sono state vittime, né civili, né militari, enfatizzano i telegiornali russi. Che aggiungono come Putin abbia accusato Washington di aver violato ogni regola. Passi per lo scorso anno, quando Putin fu magnanimo e concesse un’iniziativa simile a Trump, per aiutarlo a uscire dal vicolo cieco in cui si era ficcato, a causa della sua inesperienza diplomatica. Però, c’è un limite, spiegano gli analisti russi. Gli americani l’hanno valicato il che consente a Putin di riprendere i negoziati con Damasco – vendere alla Siria gli S-300 – interrotti solo per compiacere l’Occidente, quando i rapporti erano meno critici di quelli attuali. “Non vogliamo la guerra”, ripete Putin ai russi, “ma vogliamo rispetto”. E subito ha esibito i muscoli: ieri ha fatto decollare i suoi caccia per pattugliare i cieli siriani, e ha messo in stato di combattimento le forze di difesa aerea della madrepatria: “La troika che ha attaccato la Siria vuole intralciare volutamente il lavoro degli specialisti Opac a Douma”. Teatro di una “messinscena”. Organizzata da Londra. Nel ribaltamento dei ruoli, il “cattivo” Putin rivendica quello del “buono”. Pronto però a mordere. Ha convocato una riunione della “Nato dell’Est”’, composta dai membri della Comunità degli Stati Indipendenti (Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan e Tagikistan). E la fabbrica dei troll ha incrementato l’attività nelle ultime ore. La guerra vera dello spazio virtuale.

“Missione compiuta”. Il raid di Trump fa chic e non impegna

“Missione compiuta” scrive su Twitter al suo risveglio il presidente Trump. Gran parte degli oltre 100 missili lanciati da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna contro tre siti del regime siriano, sostengono gli alleati occidentali, sono andati a bersaglio; al contrario la maggior parte sarebbe stato “intercettato e abbattuto” dalla contraerea di Damasco, secondo fonti russe. Mancano dati certi così come sul bilancio di perdite umane, anormalmente leggero: alcuni militari e civili feriti.

“Missione compiuta”: ci vuole un bel coraggio perché un presidente americano usi quelle parole, che stavano scritte su uno striscione appeso sulla portaerei Abraham Lincoln, dove, il 1° maggio 2003, il presidente Bush jr accolse i primi reduci dall’invasione dell’Iraq e dal rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Quindici anni dopo, quella “missione” non è ancora “compiuta”: anzi, la guerra all’Isis, ne è l’ennesima sanguinosa propaggine.

In che cosa, poi, la “missione” della scorsa notte sia stata “compiuta” non è chiaro: l’azione voleva ‘punire’ il presidente Bashar al-Assad per avere usato, il 7 aprile, a Douma, gas letali contro ribelli e civili; ma non mirava a un cambiamento di regime a Damasco. Ha inciso sulle capacità chimiche del regime e se lo ha dissuaso da ulteriori attacchi? Lo vedremo. Ha rimesso in moto la ricerca d’una soluzione politica, con il coinvolgimento di americani ed europei? Lo vedremo, ma non c’è motivo di crederlo.

Annunciato da Trump, sempre con un tweet, mercoledì scorso, l’attacco è stato preceduto (e subito seguito) da riunioni senza frutto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e preparato da contatti militari fra russi e americani che hanno evitato incidenti diretti: la contraerea russa non ha sparato un colpo e nessun obiettivo russo in territorio siriano è stato preso di mira, al di là delle versioni discordanti tra Washington e gli alleati se il Cremlino fosse stato o meno informato.

L’attacco è stato ordinato dal presidente Trump a una settimana dall’attacco con i gas a Duma, la cui dinamica non è stata ancora chiarita con certezza, in coordinamento con May e Macron. Trump ha parlato alla nazione in diretta tv, insistendo sull’esigenza di agire contro i crimini e la barbarie del regime di al-Assad, “un mostro” che massacra il proprio popolo (ma che resterà al suo posto). La May ha detto che non ci può essere “impunità”. Macron ha spiegato che “la linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata”. I primi missili Tomahawk sono partiti mentre Trump stava ancora parlando, poco dopo le 21, ora di Washington, le tre del mattino in Italia. L’intera operazione è durata poco più di un’ora. I missili Usa sono stati lanciati da aerei e unità navali. In azione anche fregate e caccia francesi e britannici, quattro Tornado.

Mosca condanna l’azione, che – dice – “non resterà senza conseguenze”: i miliziani anti-regime possono aspettarsi ritorsioni. La Russia chiede una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: una recita a soggetto finita con un nulla di fatto. La Nato, l’Ue, molti Stati parlano d’azione “legittima” e “proporzionata”. Teheran fa sapere che “gli Stati Uniti e i loro alleati saranno responsabili delle conseguenze regionali che seguiranno all’attacco”; la guida suprema Khamenei definisce Trump, la May, Macron “criminali”.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, invita alla “moderazione e alla responsabilità”. E la Cina, “fermamente contraria all’uso della forza nelle relazioni internazionali”, è in sintonia: vuole risolvere le questioni col dialogo e sollecita “un’indagine imparziale” sull’attacco chimico a Douma.

Messo fuori gioco l’Isis, che sta magari cercano di ricostituirsi in Iraq, dove ha le sue radici, in Siria è venuto meno il minimo comune denominatore che teneva insieme gli attori, il “nemico comune”. Da tempo, ancora da prima che Trump divenisse presidente, l’America (e i suoi alleati) si chiedono che cosa stiano a fare in Siria, visto che la matassa l’hanno ormai lasciata nelle mani di Putin, Rouhani ed Erdogan.

Trump, per una volta, pareva avere azzeccato la risposta giusta: “Non ci stiamo a fare nulla e, quindi, veniamo via”, portiamo a casa i ragazzi, aveva detto a inizio aprile. Poi, l’attacco di Douma gli ha fatto cambiare idea: qualche missile può valere qualche punto di popolarità, a Washington,

Promemoria

Non sappiamo se sia vero ciò che scrive il Corriere della Sera, e cioè i vertici dei 5Stelle sono “irritati” dalle ultime esternazioni di Alessandro Di Battista su Berlusconi (“è il male assoluto, finanziava la mafia che fece le stragi, non andremo mai con lui o con FI”) e su Salvini (“al Quirinale pareva Dudù: Berlusconi parlava e lui muoveva la bocca. Spero che abbia il coraggio di staccarsi, ma forse non può farlo, forse ci sono cose che non sappiamo…”). Ma, se fosse vero, sarebbe bizzarro, visto che l’ex deputato M5S non ha fatto altro che ribadire la linea del Movimento: accordo col Pd o con la Lega, mai con FI. Se proprio volessero smentire qualcuno, i vertici M5S dovrebbero farlo col neodeputato Emilio Carelli, ex giornalista del Tg5 e poi di Sky, protagonista di un’incauta intervista al Messaggero in cui diceva, a proposito di B.: “Qui non si tratta di avere una pregiudiziale su una persona”. Parole curiose, in bocca a un esponente di punta degli stessi 5Stelle (l’altra sera parlava nei tg a nome loro) che alla vigilia delle elezioni, davanti alla villa di Arcore, diedero pubblica lettura della sentenza Dell’Utri sul patto stipulato nel 1974 da B. con Cosa Nostra, da lui finanziata fino al 1992. In che senso Carelli smentisce “pregiudiziali” sulla “persona” di un tipaccio del genere? Un movimento che voglia cambiare le cose e farla finita con gli inciuci destra-sinistra che hanno ingrassato il Delinquente e la sua banda e ora li tengono in vita artificialmente deve partire proprio dalla pregiudiziale su quella persona.

Una pregiudiziale che con la politica e i programmi non c’entra un bel nulla: è una pregiudiziale penale, morale, antropologica. Nel senso che con B. non si parla, punto. E non perché, come dice Carelli con voce flautata, “il discorso su Berlusconi riguarda il passato, riguarda una forza politica che ha già avuto l’opportunità di governare questo Paese negli ultimi venti anni e lo ha fatto in diverse occasioni però ha fatto tante promesse e non le ha mai mantenute. Secondo noi stare con Berlusconi è guardare al passato. E noi vogliamo guardare al futuro”. Forse che il problema di B. non sono i conflitti d’interessi, i monopoli televisivi ed editoriali, le 60 leggi vergogna, l’editto bulgaro contro Biagi, Luttazzi, Santoro & C., le missioni di guerra in Iraq, Afghanistan e Libia, i disastri in materia di giustizia, immigrazione, economia, scuola, sanità, lavoro, fisco e cultura, le sentenze di condanna o di prescrizione per reati gravissimi, le compravendite di politici, parlamentari, finanzieri, magistrati, testimoni e donne a volontà, ma le promesse non mantenute? E quali, poi?

Davvero, se B. avesse mantenuto tutte le promesse, tipo la riforma presidenziale, la separazione delle carriere dei magistrati, il controllo del governo sulle procure o la segregazione dei pm “matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana” in manicomio, oggi il M5S potrebbe dialogare con lui? E per far che? Carelli ha poi aggiunto: “Sono stato un dipendente di Mediaset e non ho nessun problema a dirlo: non mi sembra che all’interno del Movimento ci sia intenzione di attaccare Mediaset”. Ma un ex dipendente Mediaset dovrebbe astenersi dal pronunciare giudizi sulla sua azienda: sia per un elementare conflitto d’interessi quantomeno affettivo, sia perché sappiamo benissimo che cosa intende Mediaset per “attacchi”: quelle poche norme di minima civiltà e decenza che l’Italia attende da 35 anni. Cioè dal 1984-’85, quando Bettino Craxi varò due “decreti Berlusconi” (i primi di una lunga serie) per neutralizzare le ordinanze di tre pretori che imponevano alla Fininvest il rispetto delle leggi; poi nel ’90 impose la Mammì, presunta legge antitrust talmente anti da consacrare tale e quale il trust di Canale5, Rete4 e Italia1. Intanto B. lo ricompensava con 23 miliardi di lire di finanziamenti in nero estero su estero e con lo scippo della Mondadori a De Benedetti (con i giornali Repubblica, Panorama, Espresso ed Epoca, spine nel fianco di Bettino e di tutto il Caf), grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi suoi.

Siccome nel ’94 la Consulta bocciò la Mammì per palese incostituzionalità e impose alla Fininvest di rinunciare a una tv in chiaro (Rete4), provvide poi il centrosinistra a lasciare tutto com’era grazie all’apposita proroga concessa dal ministro Maccanico. E siccome la Consulta dichiarò incostituzionale anche quella, ci pensò poi B. col decreto salva-Rete4 e con la legge Gasparri. Una legge orrenda che il centrosinistra si guardò sempre bene dall’abrogare. Anzi, nel 2015 Renzi riuscì addirittura a peggiorarla infeudando vieppiù la Rai al governo, con l’ennesima “riforma” salva-Mediaset. Dunque imporre una legge antitrust (sulle reti in chiaro e sulla pubblicità) e una seria normativa sul conflitto d’interessi, che proibisca agli azionisti di giornali e tv di fare politica, oltre a liberare finalmente la Rai dal servaggio governativo perché faccia una vera concorrenza al Biscione, sarebbe il minimo sindacale di un governo almeno decente. E questo, se non andiamo errati, diceva il programma elettorale dei 5Stelle. A che titolo Carelli prende impegni in senso contrario, ammainando una bandiera storica del Movimento, nato nelle piazze del V-Day proprio raccogliendo firme per cancellare la Gasparri? La svolta governista di Di Maio va benissimo: chi rappresenta ormai un terzo dei votanti non può stare all’opposizione in eterno. E per governare, in un sistema parlamentare e proporzionale, è giusto fare compromessi. Ma non con tutti e non su tutto. Un governo Di Maio che facesse le stesse cose di chi l’ha preceduto sarebbe inutile. Anzi dannoso, perché frustrerebbe anche l’ultima speranza degli italiani di cambiare qualcosa.

Otto partite per arrivare allo scudetto

Si comincia oggi dalla periferia di Cagliari-Udinese per finire, domani sera, nel traffico del derby della Capitale. Siamo a sette round dall’ultimo gong e i pugili boccheggiano. Occhio ad Atalanta-Inter, la manovra sparpagliata e avvolgente di Gasperini contro la centralità di Icardi e Perisic: o segnano loro o non segna nessuno. Spalletti ha perso a Torino, a Bergamo può succedere di tutto, “persino” un pareggio.

La volata scudetto ruota attorno a Milan-Napoli e Juventus-Sampdoria. Madama è reduce dal quasi-paradiso del Bernabeu, e un quasi-paradiso è sempre peggio del miglior inferno. Allegri ripresenta Dybala e conta di alternare Szczesny al posto del farneticante Buffon. La Samp di Giampaolo punta su Zapata e Quagliarella: squadra strana, lunatica, che ne ha presi cinque dall’Inter, ma è stata l’ultima a battere la tiranna. Patti chiari: la Juve di Benevento perde, la Juve di Madrid vince.

C’erano una volta Bonucci e Romagnoli: Gattuso dovrà farne a meno proprio contro il Napoli, e per questo Sarri parte favorito. Non è più il Milan pimpante che sembrava in grado di ghermire, addirittura, la zona Champions. Segna poco, gli manca un uomo d’area. Pedina che, viceversa, ha recuperato il Napoli. Perché sì, la tribolata vittoria sul Chievo ha allargato la rosa dei papabili fino a Milik.

Lazio-Roma incarna il paradosso del nostro calcio, così eccessivo da eliminare Messi ed essere eliminato dal Salisburgo. Il calendario stringe, Immobile e Dzeko sequestrano la copertina. Inzaghi deve risorgere da un crollo, Di Francesco non precipitare dal tetto. La Roma ha giocato martedì, la Lazio giovedì. E allora: più Roma che Lazio.

Roma-Liverpool, e la “storia” torna dopo ben 34 anni

Non si può non ripartire da quei rigori, era la sera del 30 maggio 1984 e la Champions League si chiamava ancora Coppa dei Campioni. Roma-Liverpool, gran finale all’Olimpico. Uno a uno, Neal poi Pruzzo, e scaramucce ambigue sino alla sparatoria dal dischetto. Grobbelaar fece il clown sulla linea di porta, Conti e Graziani sbagliarono, Di Bartolomei se la sentì, Falcao no, brindarono i Reds.

Trentaquattro anni dopo, rieccoli. Semifinali di Champions: Bayern-Real, Liverpool-Roma. Per la cronaca, e per la storia, ci furono altri due incroci: nella Coppa Uefa 2001, il Liverpool vinse a Roma (2-0) e la Roma a Liverpool (1-0); nella Champions 2002, pareggio a Roma (0-0) e vittoria del Liverpool (2-0). Sarà un caso, ma la Roma europea di Di Francesco è sbocciata contro un inglese, il Chelsea di Conte: domato a Londra (3-3) e travolto in casa (3-0). Aver eliminato il Barcellona di Messi – e in rimonta, per giunta: da 1-4 a 3-0 – cementa la bellezza del sogno.

È il Liverpool del tedesco Klopp e dell’egiziano Salah, che proprio la Roma gli cedette per 44 milioni di euro. In Italia prendemmo un abbaglio. Pensavamo che fosse un’ala o, al massimo, una seconda punta. Era invece un cannibale d’area, come dimostrano i gol, già 39. Il pericolo numero uno, non l’unico: occhio a Firmino, a Mané. L’anello debole è la fase difensiva, nonostante l’acquisto di Van Dijk, preso con i soldi ricavati dalla vendita di Coutinho al Barcellona.

Klopp applica uno straordinario calcio “parziale”, molto verticale: gli piace rischiare, portò il Borussia Dortmund alla finale del 2013, persa a Wembley con il Bayern di Mandzukic e Robben. Nei quarti, si è sbarazzato del Manchester City di Guardiola, non senza il supporto di una topica clamorosa della pattuglia arbitrale: l’Uefa rifiuta il Var, e questo resta un cerino pericolosamente sospeso su troppe taniche.

Come la Roma, anche il Liverpool è di proprietà americana. Terzo in classifica a distanza siderale dalla vetta, non conquista lo “scudetto” dal 1990: la Premier sarebbe nata solo due anni dopo. “This is Anfield”, recita una targa nel ventre dello stadio. Questo è Anfield, guai a voi anime prave. Il Liverpool è la società inglese che ha vinto più Champions, cinque, l’ultima nel 2005 contro il Milan di Ancelotti, a Istanbul, in capo a un romanzesco ribaltone: 0-3, 3-3, e rigori pure lì. Lo allenava Benitez, il “torero camomillo” della movida napoletana.

Non escludo che Di Francesco riproponga la difesa a tre che, sorretta dal pressing calibrato e generoso degli altri reparti, ha soffocato e disarmato le stelle del Barça. La difesa a tre, in Europa, viene considerata un ruttino tattico. Non conta la scatola: conta quello che c’è dentro. Ad Anfield il 24 aprile, all’Olimpico il 2 maggio: la prima in trasferta potrebbe essere un vantaggio; lo è stato con lo Shakhtar e addirittura con Messi. Il Liverpool moderno venne forgiato da Bill Shankly, uno scozzese di ruvide visioni, e dai suoi discepoli, Paisley e Fagan. “Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. No: è molto più importante”: era questo, il suo mantra.

Keegan, Dalglish, Rush, Gerrard e adesso Salah sono i capitoli della saga. Proprio a Roma, nel 1977, il Liverpool alzò la prima coppa: 3-1 al Borussia Mönchengladbach. In bilico fra due Champions, una sul campo e l’altra in classifica, la Roma si tuffa. Non ha più paura. Cinquanta e cinquanta: lo merita.

Un autodromo chiamato “Cristoforo Colombo”

Non fanno rumore, più che altro un sibilo acuto di un enorme trapano, che non ha ancora convinto i puristi affezionati al rombo dei vecchi motori. Non inquinano, e questo invece ha già conquistato tutti. Sulla Cristoforo Colombo, dove i romani sono abituati a incolonnarsi per andare al mare, sfrecciano i bolidi elettrici della Formula E. Innovativa, sostenibile, anche divertente per chi la conosce: “La corsa del futuro” per Roma è già il presente.

Alle 16 di oggi scatta l’E-prix della Capitale, settima tappa stagionale della più importante competizione al mondo fra auto a motore elettrico: 33 giri, circa 90 chilometri, un grande spettacolo, prima, durante e dopo la gara. La lunga fila dei paddock, i colori luccicanti delle carrozzerie e le pile nere degli pneumatici, la frenesia dei tecnici che mettono a punto gli ultimi dettagli e la calma dei piloti alla ricerca della giusta concentrazione. Da una settimana e fino a lunedì il quartiere si è trasformato in un grande autodromo cittadino, dove tutto – dalle monoposto alla safety-car, passando per i mezzi di servizio – viaggia senza benzina.

Non poteva mancare qualche disagio per la viabilità, ma la città ha risposto con entusiasmo: i biglietti (15 mila in vendita sulle tribune, altrettanti gratuiti per il prato) sono andati tutti esauriti. E partecipate sono state pure le iniziative che hanno coinvolto le due icone del quartiere: nella Nuvola le esposizioni dell’E-Village, al Palazzo dei Congressi il media-center e la mensa da 600 persone, dove si mangia tutti insieme lo stesso menù, dagli operatori ai piloti al presidentissimo Alejandro Agag. Perché la Formula E è diversa dalle altre serie automobilistiche.

È nata nel 2013 dalla stessa Federazione che gestisce la Formula 1, la Fia, come cugino un po’ sfigato della competizione più famosa: nessuno pensava che ciò che è ecologico potesse essere pure divertente. “Invece avevamo ragione noi”, spiegano con orgoglio gli organizzatori. “Siamo destinati a crescere sempre di più: l’industria si sta spostando sull’elettrico e alla fine è il mercato che decide. Il nostro è un modello sostenibile”. E vincente. Negli ultimi anni sono stati fatti passi da gigante, tra scuderie (Renault, Audi, Jaguar, a breve anche Bmw, Porsche, Mercedes) e piloti famosi (gli ex F1 Nick Heidfeld e Jean-Érick Vergne, in testa alla classifica, i figli d’arte Nico Prost e Nelson Piquet jr.). La velocità resta contenuta (punte di 240 km/h, oltre 100 in meno della F1) ma il vero salto di qualità avverrà la prossima stagione, quando finalmente le nuove batterie più potenti permetteranno alle monoposto di arrivare al traguardo, senza il cambio a metà gara: oggi il pit-stop costringe i piloti a tornare ai box per saltare da una vettura all’altra (ciascuno ne ha due per ogni Gp). Il futuro è qui, e sembra sempre più green.

Non è un caso che il Movimento 5 Stelle abbia deciso di puntarci per il suo primo, grande evento sportivo nella Capitale, che lascerà anche qualcosa alla comunità, come la riapertura di un sottopasso sulla Colombo o l’installazione entro il 2020 di 700 colonnine di ricarica per auto elettriche. “Questa è una competizione che pensa ai cittadini, perché investe sulle stesse tecnologie che servono alle auto normali, che un giorno guideremo tutti”, spiega l’assessore allo Sport, Daniele Frongia. Il Gran Premio è costato 10 milioni di euro. Di solito le città ospitanti pagano un contributo, ma Roma non ha sborsato un centesimo: le finanze della Capitale proprio non lo permettevano, la Fia è stata convinta dalla possibilità di poter correre fra le strade della città più bella del mondo. Così la pazza idea di Gianni Alemanno di portare la Formula 1 a Roma è diventata realtà, solo un po’ più sostenibile, sotto l’amministrazione di Virginia Raggi, che ha già dato il via libera ad altre due edizioni fino al 2020. Oggi ad assistere all’E-prix in prima fila ci sarà Luigi Di Maio, grande appassionato di motori, e tra gli ospiti è annunciato pure il leader della Lega, Matteo Salvini: chissà che tra un sorpasso e l’altro non parlino pure del prossimo governo.

Non ci sono più le icone di una volta, ma il design italiano non è finito

Ieri è stata inaugurata alla Triennale di Milano la XI edizione del Museo del Design italiano, che dal 2007, sotto la guida di Silvana Annicchiarico, prova a rispondere sotto diverse prospettive alla domanda: che cos’è il design italiano? Quest’anno, la parte più considerevole di questa risposta consiste in una carrellata di 180 oggetti che un importante gruppo di storici (Maddalena dalla Mura, Manolo de Giorgi, Raimonda Riccini e Vanni Pasca) ha individuato quali “must” per raccontare la storia, o meglio, le Storie – com’è il titolo della mostra – del design italiano.

Non c’è museo del design che contempli la possibilità di rinunciare a mettere in scena gli oggetti più popolari, apprezzati e rimpianti della storia italiana. Questo risponde a necessità precise che vanno da quelle teoriche più o meno ampiamente argomentate dagli storici per i quali la lettura del design corrisponde per forza e sempre anche (se non esclusivamente) a una sequenza di oggetti, a quelle strettamente funzionali in favore del pubblico che nel prezzo del biglietto si aspetta anche la sfilata confortante dei pezzi conosciuti (dalla Fiat 500 F disegnata da Giacosa alla Carlton di Ettore Sottsass, dalla Vespa alla Poltrona Proust di Alessandro Mendini) che magari vede dal vivo per la prima volta, fino alle istanze politiche – anch’esse inevitabili – di rispetto e di cordiale debito per le aziende produttrici di quelle icone.

Ma c’è anche un’altra fondamentale ragione che motiva la presenza delle icone, sempre, dai libri ai musei, dai discorsi pubblici alla tv: la necessità – spesso inconscia – esercitata da questi oggetti proprio di fungere da aggregatori e quindi stimolare un sentimento collettivo del “come eravamo bravi!”, insieme celebrativo e nostalgico, un po’ muscolare e un po’ triste. Come le commemorazioni dei santi, come le sagre di paese, come le maschere delle tradizioni popolari, così la dimensione di festa e celebrazione dell’icona si accosta sempre a qualcosa di distante, funereo. Anche le icone, nella loro apparente immortalità gioiosa, ci ricordano la fine di qualcosa. Oggi, soprattutto ci ricordano l’impossibilità di eleggerne di significative nel presente a perpetrare anche questa funzione nostalgica nel tempo futuro.

Ecco, nel Museo inaugurando, mentre la selezione delle icone degli storici racconterà un secolo (1902-1998), fissando un ventennio (due generazioni, tradizionalmente) di distanza dall’oggi, la mia narrazione del Contemporaneo riguarderà il design italiano dopo la fine delle icone del design italiano.

Se per gli storici mancava una distanza prospettica sufficiente per analizzare le cose, per me mancavano gli strumenti adeguati e aggiornati per farlo. Se per loro la storia del design si fermava al Novecento perché non c’erano stati più oggetti significativi, per me gli oggetti oggi non sono più di per sé tanto interessanti quanto lo sono i processi, i sistemi e gli eventi che stanno trasformando modi e ragioni del design italiano. Ma tutti eravamo d’accordo che non avesse più senso alcuno parlare di icone, anzi che questo rischiasse di produrre un effetto un po’ triste a caduta anche sugli eventuali prodotti scelti per rappresentare la contemporaneità, della serie “non ci sono più le icone di una volta”. Oppure, ce ne sono così tante nella storia, che l’oggi risulta saturo. Mentre prendeva forma questo Museo, si rafforzava per me così anche la tesi del libro che esce il 17 aprile per Utet, Le caffettiere dei miei bisnonni. La fine delle icone nel design italiano: un pamphlet in 13 punti per raccontare gli indizi del superamento di quel paradigma, ma anche un invito a farcene in qualche modo una serena ragione e scovare nuove promesse di interesse, fuori dalla grandeur e dalla staticità della storia. Infine, un congedo riconoscente ma anche laico dai miei bisnonni: chissà se domani Alfonso Bialetti avrebbe la stessa possibilità di ieri, di diventare quello che è oggi? Le vie sono due: o ci arrendiamo al fatto che i Musei del design, tra vent’anni o meno, si trasformeranno in mausolei del Novecento, oppure ci costringiamo a superare il paradigma delle icone, per poter riconoscere già adesso segnali di vivacità critica, tipologica, produttiva e antropologica, anche di diversa intensità o breve durata. Io credo che sia chiaro a quale via siamo obbligati.