“Un western in moto, l’ho pagato di tasca mia”

Messa da parte per un attimo la tonaca da Don Matteo, Terence Hill ha scelto di tornare alle origini. Il deserto, una padella di fagioli, un vecchio saloon e tanti, tanti cazzotti: Il mio nome è Thomas – nelle sale dal 19 aprile, per la regia dello stesso Hill – è un omaggio agli oltre cinquant’anni trascorsi da quel Dio Perdona, io no, primo film della storica coppia con Bud Spencer.

Terence, 79 anni, fisico asciutto come sempre, incontra la stampa con un tutore al braccio.

Qualche cazzotto di troppo sul set?

Sì, ma sono abituato: porto ancora i segni di una rissa in Altrimenti ci arrabbiamo. Io e Bud non volevamo mai usare controfigure, così una volta mi presi una panca in testa. Risultato: quattro punti di sutura.

Ma non eravate voi a menare?

Bud era completamente miope, tanto è vero che aveva sempre quegli occhi socchiusi che sono diventati caratteristici del suo personaggio. Non vedeva bene neanche dove fossero gli stunt da colpire, così io mi divertivo: “Guarda che quello non lo hai preso bene, bisogna rifare la scena”. E quei malcapitati pregavano di lasciar perdere.

Il mio nome è Thomas arriva 25 anni dopo Botte di Natale, il suo ultimo film da regista. Come mai così tanto tempo?

Ho sempre voluto tornare al cinema, ma non mi bastava un film qualsiasi. L’ispirazione è arrivata da Lettere dal deserto, un libro che Carlo Carretto scrisse nei suoi dieci anni passati nel Sahara e di cui ho amato l’estrema semplicità, nonostante esprima concetti profondi.

Il film è ambientato proprio nel deserto, in Spagna, nella zona di Almeria.

È dove avevo già girato Dio perdona, io no, I quattro dell’Ave Maria, La bandera e Collera del vento. Da allora Almeria è cambiata molto, ma il deserto è sempre lo stesso.

Al posto dei cavalli ci sono le moto, ma il suo è un ritorno al western.

Del western amo gli ambienti, la libertà, questa sua dimensione epica. Mi sono chiesto come sarebbe stato presentarmi con un film del tutto diverso rispetto a quello con cui il pubblico mi identifica ed è stato naturale inserire qualche auto-citazione. A patto poi di non fermarsi lì, perché io non sono più quello di tanti anni fa, Bud non c’è più e sono cambiati anche i gusti delle persone.

Questo è anche il primo film in cui non è doppiato. Che effetto le fa?

Sono molto grato ai miei doppiatori, sono convinto che un 20% del successo dei personaggi miei e di Bud sia dovuto anche a loro. La svolta è arrivata con la tv: Enrico Oldoini, il primo regista di Don Matteo, un giorno mi disse che la Rai aveva deciso di doppiarmi e che stava già facendo le selezioni. Decisi che a quei provini avrei partecipato anche io. Studiai cinque mesi e alla fine scelsero la mia voce.

Il film ha avuto una lunga gestazione. Possibile che, prima dell’arrivo di LuxVide, nessuno volesse produrlo?

Piacerebbe saperlo anche a me. Volevamo già partire lo scorso giugno, ma non trovavamo nessuno che ci desse una mano, così a settembre ho deciso di fare da solo, chiedendo un grosso prestito a una banca americana pur di iniziare.

Nella regia western lei ha potuto contare su un grande maestro come Sergio Leone.

Ricordo che, quando stavamo montando Il mio nome è nessuno, mi chiamò in questo enorme scantinato dove stava lavorando alla scena in cui Henry Fonda affronta il mucchio selvaggio. Con le lacrime agli occhi mi disse: “Questo è il western”.

Il mio nome è Thomas potrebbe aver un seguito?

Dipende dal pubblico, come sempre. Qualche idea ci sarebbe ma è meglio non dire niente per ora. Ho in mente altri due progetti di regia per il cinema, Don Matteo permettendo.

È un impegno totalizzante?

Solo per le riprese servono nove mesi all’anno. E poi io sono molto scrupoloso: ancora oggi faccio continui incubi in cui perdo il copione e non riesco a ripassare la parte prima di arrivare sul set.

Rimpiange di non aver girato un ultimo film con Bud?

Sarebbe stato bello, ce lo dicevamo spesso. È un peccato, avevamo dei progetti che però non si sono mai concretizzati.

A una grande fama corrisponde molta riservatezza da parte sua. Come ci riesce?

Ho sempre basato la carriera sui copioni e non su altro. Tanti anni fa un agente mi chiamava di continuo, chiedendomi di partecipare a un sacco di eventi pubblici. “Se non ci vai non farai carriera”, diceva. Poco dopo uscì Lo chiamavano Trinità.

Le consapevolezze ultime

Pubblichiamo uno stralcio del nuovo libro di Aldo Busi, Le consapevolezze ultime, in uscita per Einaudi.

(Io l’auto la uso il meno possibile e ogni volta mi ritrovo in un labirinto di nuove strade, sottopassaggi, rotonde, collegamenti che fino a sei mesi prima non esistevano e per me è facile perdermi anche a dieci chilometri da casa e addirittura guidare contromano per alcuni tratti collaterali per fortuna in terra battuta e quindi poco trafficati, sicché alla rotonda della Fascia d’Oro per un pelo non ho preso la Brebemi, l’autostrada più inutile, costosa e spettrale d’Italia che sfregia in modo irreversibile tre province desertificando migliaia e migliaia di ettari di terreno agricolo di qua e di là e sulla cui reale natura e necessità ci stiamo tutti tuttora spaccando il cervello, nerissimo nastro, ahimè non riavvolgibile, che, portando in un battibaleno all’Aeroporto di Linate, dove non esiste nemmeno più un volo diretto su Vienna, e non avendo io al Tribunale di Milano lì vicino altri processi in corso, l’ultimo addirittura in Corte d’Appello, per «diffamazione» – che altro non sono se non criminogeni tentativi da ambo le parti accusatorie di manipolare la realtà e la verità del senso più comune, perché più in là io non mi sono mai spinto: riscontravo delle banalità e nulla più, come quelle che sto per dire alla cena alla quale sto andando e che vorrei proprio cominciare a raccontare, non fosse che le premesse sono tanto più interessanti del fatterello che premettono –, è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte, mentre l’Aeroporto Gabriele D’Annunzio di Montichiari, che raggiungevo in bicicletta e mi portava da Roma a Mykonos a Londra, è tornata una cattedrale nel deserto dove si officiano solo voli cargo che mi scaricano in testa un paio di cisterne di idrocarburi bruciati a notte, e poi l’unica volta che mi ci sono infilato nella Brebemi, da Milano-Linate e sempre per sbaglio, non sapevo che non c’erano pompe di benzina e ho percorso gli ultimi venti chilometri al minimo del minimo col terrore di restare a piedi in terra di nessuno a aspettare sulla corsia d’emergenza chi mai arriverà per quanto mi mettessi a fumare lascivamente appoggiato al parafango senza essere né bionda né succintamente vestita frustino in pugno, quindi a me la Brebemi non mi frega più, ma ora devo assolutamente fermarmi o queste ultime consapevolezze diventeranno le ultime non solo su quell’imprendibile fenomeno chiamato «la propria gioventù» di cui non si viene mai a capo ma le ultime in assoluto della mia vita, potrei morire dal dolore di vescica, sto mollando le chiaviche, appena fuori dal casello esco a precipizio dall’auto senza spegnere il motore, in lontananza nella leggera e quasi trasparente foschia si staglia uno skyline di silos e capannoni e delle ciminiere che hanno atteso il buio per cominciare a sfiatare, non becco mai lo slargo delle mutande e la presa né al primo né al secondo colpo, quindi più presto del solito direi dal volume di quei nuvoloni artificiali, eccolo, l’ho preso, è fuori, ahahah che bello, piscio sul ciglio della strada mandando in sollucchero un cespuglietto di cardi ammosciati sotto una strana polvere che vira all’arancione, saranno le polveri sottili aggiornate 2.0 o già futuriste 3.0, piscio felice in culo ai lampioni, alle due auto in sosta dietro, alla gazzella della Stradale che sta infilando l’uscita a sirene spiegate, spero proprio non per me, e a un qualche zelante in divisa che volesse farmi la multa con tanto di verbale a compendio; emettendo un lungo sospiro di sollievo me ne viene in mente un altro remotissimo nel tempo, il sospiro di quando ce l’avevo fatta a non farmi afferrare dalle sgrinfie di uno di famiglia che voleva punirmi per dei «reati immaginari», come li definisce il Codice Napoleonico, tutti nella sua testa di ex fascista o di ex balilla, rientravo di soppiatto dal portone incustodito dell’Aquila D’Oro che avevamo in affitto e che restava sempre aperto per i birocci, mi impossessavo della mia blusa nera che tenevo su in camera e stavo via da casa anche un giorno e una notte, e una volta persino due, ma non ci pensavo neanche a marinare la scuola, mi piaceva troppo andarci, mi piaceva troppo quella gran novità chiamata «Tema in classe» che avevo trovato entrando in terza elementare, la mattina ero presente all’appello seppure senza borsa né quaderni ma nella mia blusa nera con le sue tre belle astine di fettuccia bianca sul taschino che poi alle medie non fu più obbligatoria, come spuntato dal nulla… migravo fino al pomeriggio inoltrato da una macchia all’altra come una bestiola inseguita evitando il più possibile i sentieri tracciati dove all’improvviso poteva arrivare il maggiore dei miei copartoriti che aveva dodici anni più di me e veniva a darmi la caccia con il sangue riscaldato dall’encomio che avrebbe ricevuto da nostro padre, ogni tanto sentivo il rumore della sua vespa che come arrivava alle mie orecchie si spegneva e lui scendeva e cominciava la sua battuta perlustrando ogni cespuglio e ogni masso di trenta metri in trenta metri, io non mi davo il tempo di tremare, mi acquattavo e strisciando tra l’erba o nei fossi secchi per allontanarmi il più possibile dalle sue manate e pedate, se non mi prendeva, la notte la trascorrevo in una cascina diroccata sull’altra riva del Chiese, quella che dà sui campi verso Ro, abbandonata perché ormai troppo a ridosso del greto che continuava a ricevere smottamenti da sopra, e io speravo che il prossimo e definitivo non franasse proprio quella notte con me dentro, però pazienza, ero così disperato, ma non del tutto, se fossi precipitato nel fiume sotto tutte quelle pietre e fango non mi avrebbero mai più ritrovato, e mi sarebbe passata anche la fame… capita di rado di ricordarsi di sé bambino, no, ma lo sono stato anch’io, anche se sarei il primo a scommettere che non è vero, ero dunque un bambino e, anche se ho imparato l’arte di morire presto per difendermi come potevo nutrendo una speranza anch’io, andavo a scuola regolarmente e regolarmente tornavo a casa, un luogo pubblico alla mercé del primo passante con la gola secca, il salone dei pranzi, la sala di mescita, il cucinone con il camino e alcuni bugigattoli attorno senza alcuna zona che potesse essere definito focolare domestico, vi tornavo come un avventore qualsiasi non per bere ma per consegnarmi alle botte lasciate in sospeso più gli interessi… su, smettila di sgocciolartelo che fai tardi, tanto è la solita storia, botte e umiliazioni, è inutile che continui a raccontartela stufando te per primo, non la cambi, sevizie incallite furono e restano, lì la memoria non ti farà mai sconti, e tanto l’ultimo goccino è sempre traditore, non esce fuori fino a che non è sicuro di uscirti nelle mutande).

 

Dieselgate, ecco le aree dove si muore di più: in testa Milano-Monza

Oramai è assodato: anche se le emissioni diesel in eccesso producono una piccola parte delle polveri nocive, sono responsabili di migliaia di morti. In Europa, oltre un terzo di coloro uccisi annualmente dalle emissioni diesel fuorilegge si concentra in un centinaio di conglomerati urbani e al primo posto c’è l’Italia. L’area che racchiude Monza e Milano Nord conta la media di 115 decessi prematuri l’anno a causa del Dieselgate. Il bilancio totale è di 1500-2mila su una popolazione complessiva di 100 milioni di abitanti: quasi il 20 % della popolazione europea.

 

Lo studio
La classifica e la maglia nera italiana

La classifica si basa sui dati esclusivi dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) e del Norwegian Meteorological Institute (MetNorway). A settembre 2017 i due istituti hanno pubblicato uno studio congiunto nel quale avvertivano che quasi 5 mila persone muoiono prematuramente in Europa per le emissioni in eccesso che i costruttori di auto avrebbero dovuto evitare per legge. In Italia, la zona più colpita è il conglomerato Milano Nord e Monza (prima in Europa per decessi prematuri), in Francia, invece, svetta la zona Parigi Centro-Ovest (terza in Europa), in Germania Monaco Centro-Est (decima), in Inghilterra Londra Nord-Ovest (12esima in Europa) e poi Bruxelles Centro-Ovest (15esima), Amsterdam Centro-Ovest (34esima) e l’intera Barcellona (47esima). In molte di queste aree sono stati recentemente introdotti divieti per i motori diesel più dannosi.

 

Percentuali
La metà delle morti è nella nostra penisola

L’Italia racchiude nei suoi confini oltre il 40 per cento delle 100 regioni europee più minacciate, con il 50 per cento dei decessi complessivi. Tra i primi dieci conglomerati europei con la maglia nera, 8 si trovano in Italia. Germania e Francia sono invece i due Paesi col più alto numero di regioni in cui le morti sono superiori alla media Ue. Si tratta di zone di Paesi in cui, in genere, le emissioni in eccesso provocano più decessi prematuri che altrove. Secondo lo IIASA, ogni cittadino dai 30 anni in su perde mediamente oltre 6 giorni di vita in Italia, quasi 5 in Belgio, intorno ai 4 in Olanda e Francia, oltre 3 in Germania e circa 2 nel Regno Unito, mentre in Spagna, a metà classifica, viene sacrificato poco più di un giorno. Mille adulti europei vedono complessivamente accorciata la propria aspettativa di vita media di 5 anni e mezzo. Un tale numero aggregato potrebbe essere percepito come un lasso di tempo relativamente trascurabile rispetto a una durata residua di circa 50 anni per adulto, ma quanto valgono questi ultimi frammenti di esistenza è una considerazione puramente soggettiva. Ma il dato non lo è.


La segmentazione
Un reticolato per elaborare dati dettagliati

I ricercatori dello IIASA e di MetNorway hanno frazionato l’insieme dei Paesi europei in 6600 regioni geografiche (convenzionali e non corrispondenti a distretti amministrativi), in modo da calcolare i più accurati livelli di inquinamento possibili in ogni area abitata. A seconda delle sue dimensioni, ogni città è stata segmentata in più regioni oppure inglobata insieme ad altre nella stessa regione. In questo modo, alcuni conglomerati includono solo alcuni quartieri delle città più grandi (come Londra), mentre altri raggruppano molteplici città (come Monza e Milano nord). Basandosi su tale distribuzione geografica e su equazioni comprovate da esperti indipendenti, è stato possibile mappare le morti legate all’eccesso di emissioni diesel in tutte le regioni in cui è stato ritagliato ciascun paese. L’obiettivo è mostrare ai cittadini in che misura il Dieselgate ha un impatto nel territorio.

 

Il metodo
Diffusione e disfunzione: come funziona

I tubi di scappamento dei motori diesel scaricano due potenti agenti inquinanti: polveri sottili, tecnicamente definite particolato atmosferico (PM 2,5), e ossidi di azoto (NOx). Particolato atmosferico e NOx, emessi anche da industria, agro-zootecnico e consumi domestici, sono rispettivamente responsabili di 400 mila e 75 mila decessi prematuri ogni anno, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA). Le macchine diesel rispettano individualmente i limiti per il PM 2.5. Al contrario, come ha appunto svelato il Dieselgate, rilasciano su strada volumi di NOx superiori alle misurazioni condotte in laboratorio per la certificazione ambientale. Di fatto, sforano fino a 400 volte i valori prescritti dall’Ue. Ciò è vero soprattutto per i veicoli Euro 4 e 5, ma in parte anche per gli Euro 6. Oltre a essere pericolosi di per sé, gli NOx si mescolano nell’atmosfera con altre sostanze nocive, creando indirettamente quantità aggiuntive di PM 2.5. Lo studio dello IIASA e di MetNorway e la mappa, basata su tale studi, evidenziano le conseguenze sulla salute del PM 2.5 indirettamente prodotto dalle emissioni di NOx fuori norma (senza quindi considerare gli effetti di NOx e PM 2.5 direttamente emessi dalle auto diesel). Il particolato è l’inquinante più pericoloso. Una volta inalati, i microscopici composti presenti nel PM 2.5 (così chiamati per il loro diametro di appena 2,5 micrometri), riescono a penetrare nei polmoni e nel sistema circolatorio innescando o aggravando disfunzioni respiratorie e cardiovascolari e contribuendo all’insorgere di tumori e altre patologie.

 

Scienza dietro la notizia
Perché aumentano i decessi locali

“Mentre gli NOx vengono rilasciati principalmente dalle auto diesel, circa il 75 per cento del PM 2.5 proviene da fonti diverse dal traffico anche lungo strade trafficate – spiega Jens Borken-Kleefeld, esperto di trasporti presso lo IIASA –. Inoltre, la quota di PM 2.5 emessa direttamente dalle auto (17% del totale) è doppia rispetto a quella formatosi indirettamente dagli NOx (8%)”. Il particolato diretto, quindi, contribuisce maggiormente ai frequenti superamenti dei livelli di guardia nelle concentrazioni urbane. I ricercatori dello IIASA e di MetNorway hanno però voluto determinare la quota aggiuntiva di PM 2.5 originata dai superamenti delle soglie NOx da diesel stabilite dall’Ue. Tale quota rappresenta in media poco più dell’1,5 per cento delle concentrazioni totali nelle regioni europee. “Per quanto minimo possa sembrare il particolato imputabile al Dieselgate, non esiste comunque una dose sicura e ogni quantità aggiuntiva di inquinamento aumenta il danno alla salute, secondo le attuali conoscenze – afferma Borken-Kleefeld -. In ogni caso, i nostri numeri non rischiano di essere gonfiati visto che abbiamo cautamente calcolato le frazioni di PM 2.5 in eccesso partendo da concentrazioni complessive più basse di quelle ipotizzate dall’AEA, l’Agenzia Europea dell’ambiente”. Secondo Borken-Kleefeld, studi pubblicati nel 2017 su Nature e Environmental Research Letters da due altri gruppi di ricerca sono giunti a numeri simili, partendo dallo stesso presupposto secondo cui il particolato indiretto risultante dagli Nox è altrettanto dannoso di quello emesso direttamente.

 

Decessi
Come funziona il calcolo dei morti

Per calcolare approssimativamente quante persone vengono uccise annualmente dal particolato extra del Dieselgate, in ciascuna regione, si è ricorsi alla cosiddetta funzione di rischio messa a punto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). “Evidenze scientifiche indicano che la mortalità aumenti all’aumentare dell’esposizione a un particolare tipo di inquinante. Per il PM 2.5, l’aumento è del 6 per cento per ogni 10 microgrammi / metro cubo (μg/m3) – spiega Francesco Forastiere, epidemiologo e consulente per l’OMS –. Per ottenere l’incremento di mortalità attribuibile agli NOx in eccesso basta moltiplicare il coefficiente dell’OMS per il surplus di PM 2.5 che non si registrerebbe qualora le emissioni diesel rispettassero i limiti Ue”. È esattamente il procedimento seguito per sviluppare la mappa che trovate qui accanto, seppur con qualche margine d’errore. “La funzione di rischio viene spinta fino al suo limite quando la si applica a una popolazione più piccola di quella di un intero Paese – sottolinea Borken-Kleefeld – tuttavia, questi calcoli, per quanto imperfetti, forniscono il reale ordine di grandezza del pericolo che il mancato rispetto dei limiti di emissione rappresenta per la salute”. L’analisi ha ricevuto un feedback positivo anche da Michael Holland, consulente ambientale presso la Ecometrics Research and Consulting con sede nel Regno Unito. “I metodi utilizzati sono in linea con le recensioni della letteratura scientifica dell’OMS – afferma Holland –. Il rapporto del Royal Colleges of Physicians and of Paediatrics and Child Health giunge alle stesse conclusioni: l’aumento dell’inquinamento atmosferico danneggia la salute, e i risultati sono particolarmente allarmanti per quanto riguarda l’esposizione alle polveri sottili”.

 

La combinazione Killer
Maggiore densità e maggiori polveri

Secondo Borken – Kleefeld, l’interesse non sta nelle cifre assolute, ma nelle differenze relative. “Il maggior numero di vittime non è necessariamente dove è più alta la concentrazione di PM 2.5 in eccesso oppure la densità di abitanti, bensì dove entrambe sono relativamente elevate”. La combinazione determina il livello di esposizione in una specifica area geografica. Più forte è l’esposizione, maggiore sarà il numero dei decessi. Ne deriva che le aree più a rischio si trovano nei distretti metropolitani industrializzati. Qui, la convergenza tra una densa popolazione lavorativa e un elevato traffico crea una situazione in cui le emissioni diesel generano le più letali concentrazioni di polveri sottili.

 

Il confronto
Gli esempi d’Europa, caso per caso

A titolo esempio, basta confrontare le regioni più popolate. Le fette Nord-Est di Parigi e di Londra hanno un numero di abitanti rispettivamente 4 e 1,5 volte superiore rispetto alla regione che incorpora Monza e Milano Nord. Ma quest’ultima ha una concentrazione di PM 2.5 in eccesso rispettivamente 4,5 e 6,5 più elevata delle capitali francese e britannica. E, conseguentemente, ha un numero di decessi prematuri rispettivamente 1,6 e 4,8 volte superiori a quelli parigini e londinesi. La stessa correlazione si riflette su scala continentale. A parità di abitanti, le regioni più densamente abitate contano meno del 60 per cento di tutti decessi provocati dalle emissioni in eccesso, mentre le regioni con le più alte concentrazioni ne totalizzano oltre l’80 per cento. Tale raffronto suppone che entrambi gli insiemi di regioni rappresentino il 50 per cento della popolazione europea: (circa 517 milioni di persone).

La scomparsa di Giacobbo. Alcune ipotesi in campo

Misteriosa scomparsa di Roberto Giacobbo dal suo ufficio di vicedirettore Rai (Secondo Mistero); lui conferma l’addio a Viale Mazzini, ma non svela il prossimo approdo (Terzo Mistero): “Sono un professionista sul mercato”. Scienziati, astrologi, startupper si interrogano e formulano ipotesi; ecco le più accreditate.

Calendario Maya. Per conto degli ultimi depositari dell’astrologia precolombiana, G. starebbe lavorando alla revisione del ciclo Tzolkin: la fine del mondo cadrebbe ogni due anni, sempre in data diversa, e dall’indomani comincerebbe una nuova serie di Kazzenger.

Maledizione di Tutankhamon. Esasperato dallo stalking a cui è stato sottoposto negli ultimi 15 anni, il noto faraone avrebbe deciso di rendergli pan per focaccia. Inseguito dal suo fantasma, G. starebbe per rifugiarsi in un bunker in multiproprietà con Indiana Jones e Lara Croft.

Quirinale. G. si sarebbe proposto a Mattarella come figura di garanzia di un governo M5S-Lega-FI-FdI-LeU con l’appoggio esterno di Sudtiroler Volkspartei e Partidu Sardu: “Presidente, cosa vuole che sia? Sono anni che tengo insieme Maya, Tutankhamon, gli Ufo, i Templari e Re Salomone”.

È ancora in Rai. Esplorando il suo ufficio, G. avrebbe scoperto una botola che immette in una cripta affrescata probabilmente da Michelangelo, dove si trovano i resti di un uomo che potrebbe essere Caravaggio e dove ha rinvenuto un temperino forse appartenuto al Canova. Tra poco riemergerà in superficie e si metterà a girare uno speciale.

In onda il rebus

“Non è esagerata l’affermazione che tra gli strumenti oggi a disposizione la televisione può essere altrettanto decisiva per il futuro quanto la bomba atomica e il computer”

(Da “La cultura dei media”di Vilém Flusser – Bruno Mondadori, 2004 – pag. 104)

È dall’epoca dell’assalto selvaggio all’etere, e del conseguente Far West delle antenne, che le frequenze tv rappresentano nel nostro Paese una sorta di “tesoro nascosto” a cui dare la caccia, come ai tempi dei pirati. E cioè da quando Silvio Berlusconi sfidò il monopolio della Rai, violando o aggirando il Codice postale allora in vigore e la giurisprudenza della Corte costituzionale, per imporre quel duopolio televisivo che ha dominato in Italia dalla metà degli anni Ottanta, con il polo privato che è stato ulteriormente potenziato dal recente accordo tra Mediaset e Sky. Non dev’essere proprio un caso che l’ex Cavaliere sia tornato alla ribalta politica, cercando d’interferire con la formazione del nuovo governo mentre si riapre una partita che coinvolge anche le sue aziende, nel solco di quel macroscopico conflitto d’interessi che continua a rappresentare un caso unico al mondo.

Il problema nasce ora dalla legge di Stabilità 2018 che, in ottemperanza a quanto disposto dall’Unione europea, punta a definire l’impianto di gara della banda a 700 MHz, usata attualmente per la televisione digitale terrestre e destinata ai servizi telefonici mobili di quinta generazione, in modo da ridurre le interferenze con i Paesi confinanti e garantire allo Stato italiano introiti per non meno di 2,5 miliardi di euro. L’Ue aveva fissato al 2020 il termine per “liberare” queste frequenze, ma si prevede già un ritardo di due anni. Nel frattempo gli Stati membri sono tenuti ad adottare, entro il prossimo 30 giugno e previa consultazione pubblica, una roadmap per giustificare i motivi del rinvio indicando le modalità di conversione delle rispettive autorizzazioni e le tecnologie utilizzate.

Tralasciamo qui gli aspetti tecnici della questione. Basterà dire che questa transizione interessa direttamente gli utenti e i telespettatori perché comporterà in molti casi l’installazione di nuove antenne e la rottamazione dei televisori più vecchi. Una mezza rivoluzione, insomma, simile a quella che abbiamo vissuto nel passaggio dall’analogico al digitale terrestre.

In realtà, la legge di Stabilità ha incautamente avviato questa procedura senza aspettare l’esito della consultazione pubblica fra gli operatori del settore. Sta di fatto che l’Autorità di garanzia sulle Comunicazioni ha emanato il 15 marzo la sua delibera per convocarli e soltanto giovedì scorso, 12 aprile, ha potuto cominciare ad ascoltare le loro osservazioni e richieste, intorno a un “tavolo” che si chiuderà lunedì prossimo. Un pasticcio burocratico che imporrà di procedere a tappe forzate per rispettare la scadenza di giugno fissata dall’Unione europea.

La definizione delle nuove frequenze riguarderà soprattutto le regioni settentrionali di confine, e in particolare il Piemonte; le zone di montagna, dove spesso il segnale non arriva o risulta debole; e infine le tv locali che, da Nord a Sud, costituiscono ormai un circuito alternativo rispetto a quello delle reti nazionali. Nell’Italia che ha appena visto nascere il colosso Skyset, potrebbe essere un’occasione per aggiornare la regolamentazione del sistema televisivo, salvaguardando il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza. Ma il rebus delle frequenze rischia di diventare, invece, uno strumento per rafforzare i soggetti più forti e indebolire quelli più deboli. Dalla teledittatura alla dittatura, il passo è breve.

Il vero problema non è l’assenza di un governo

Cari uccelli del malaugurio, avete volteggiato nefasti prima dei voti – a cominciare del referendum – profetizzando apocalissi economiche se gli italiani non si fossero nutriti del vostro becchime; avete visto che anche andando in direzione contraria non c’è stato nessun disastro?

Eh, ma adesso senza un governo come si fa? Ora che ci sono tutte le scadenze nazionali e internazionali? Con quali competenze i vincitori – M5S e Lega – possono affrontare il delicatissimo Documento di Economia e Finanza, da approvare e presentare all’Europa? Paura. Già, come faremo?

Non che non ci sia da preoccuparsi, per carità, a maggior ragione considerati gli spettri che aleggiano sulla Siria, ma forse è il caso di ricordare che la Germania è rimasta 6 mesi senza governo eppure non è fallita, anzi ha continuato a correre. E la Spagna? Con quasi un anno di stallo politico, ha registrato il tasso di crescita più alto di tutti i grandi Paesi dell’euro: Pil oltre il 3%. La politica è dunque inutile? Certo che no! Solo che per l’Italia sorge il dubbio che il vero problema per i conti pubblici, più che la mancanza di un governo, siano i governi che ci hanno guidato. Non vogliamo certo negare che molti sforzi sono stati fatti di recente e l’inversione dal segno “meno” al “più” ci sia stata (sarò mica diventata renziana a mia insaputa?), ma come sta oggi il Paese che si teme – o auspica – venga consegnato a quegli scapestrati di Di Maio e Salvini? Innanzitutto toccherà rifare i conti su deficit e debito pubblico perché, a dispetto di quanto proclamato dal premier Gentiloni a 3 giorni (tre) dal voto “il debito cala”, bisogna aggiungere oltre 11 miliardi, visto che sbadatamente erano stati dimenticati i soldi dati alle banche venete. Quanto al Pil, siamo sì cresciuti dell’1,5% nel 2017 (metà della Spagna, sarà per questo che gli italiani non se ne sono accorti?), ma il resto d’Europa ha sfrecciato al 2,5. E per 2018 e 2019, sia pure con stime in rialzo, si prevede rispettivamente lo stesso e poi un calo all’1,2, contro una media Ue del doppio. E il lavoro? La disoccupazione è ancora a 2 cifre: 10,9% a febbraio, contro una zona euro all’8,5 (Germania al 5,4, la metà di noi). E finiti gli incentivi e senza più art. 18, sono scattati i licenziamenti e i nuovi contratti sono stati soprattutto precari: nel 2017, in controtendenza rispetto all’Ue, dove i contratti a tempo indeterminato sono stati 3 volte i contratti a termine, le assunzioni sono cresciute solo grazie a contratti di apprendistato (+21,7%) e a tempo determinato (+27%), tra cui quelli “a chiamata” schizzati del 120% in un anno. Paura.

Ma vuoi mettere le competenze del min. Padoan, economista dell’Ocse e del Fmi, sul Def? Al governo, gli è capitato di sballare i conti: addirittura dimezzare le previsioni di crescita del Pil 2016 (da +1,6% a 0,8), che lui stesso aveva fatto nei Def.

Cari uccelli del malaugurio, governo o non governo, tempi brevi o lunghi, mi sa che siamo, come si suol dire, nelle mani della Provvidenza. O forse, più prosaicamente, in quelle degli uffici contabili del Parlamento: scommettete che appena accrediteranno il primo stipendio, i politici troveranno accordi inaspettati pur di non tornare al voto? E non è detto che gli italiani tirino un respiro di sollievo.

Un cordiale saluto.

Ambiente e paesaggio Lega e 5S all’opposto

Mentre si profila una possibile intesa fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi tornano in mente le dure polemiche consumatesi in Parlamento fra i loro due gruppi in materia di cultura, di natura, di ambiente, di aree protette, e, comunque, le opposte opinioni espresse.

Andate a rileggervi sul sito dei 5 Stelle il programma elettorale in materia di beni culturali e paesaggistici: 1) Bisogna difendere e rafforzare il ruolo delle Soprintendenze indebolite dai governi Berlusconi e Renzi sul piano dei poteri; 2) Bisogna tornare a dividere il Turismo dai Beni culturali evitando che il Mibact consideri quei beni o quel centri storici, beni commerciali, “macchine da soldi”.

All’opposto le posizioni della Lega (e in generale del centrodestra): in uno “storico” dibattito televisivo da Bruno Vespa, Matteo Salvini, infuriato per la bocciatura (sacrosanta) di un’altra strada sul Lago di Como da parte del soprintendente Luca Rinaldi, se ne uscì reclamando l’abolizione delle Soprintendenze e dei loro “assurdi vincoli e poteri”. E la renzianissima Maria Elena Boschi fu di fatto d’accordo: “Della soppressione delle Soprintendenze si può discutere, noi intanto, con la riforma Franceschini, le abbiamo ridimensionate…”. Renzi docebat.

Non meno opposte le posizioni della Lega e dei 5 Stelle in materia di paesaggio e di ambiente, di parchi. Nei mesi scorsi ci sono state forti polemiche (che hanno spaccato pure il Pd) sulla legge Caleo che sfasciava la legge Cederna-Ceruti del 1991 sulle aree protette. La quale ha consentito – pensate quale “rivoluzione verde” – di portare da 4 appena a ben 24 i Parchi Nazionali e a 136 quelli regionali. Con una superficie protetta che da un 4 per cento scarso dell’Italia è balzata all’11 per cento. Con un evidente beneficio per la biodiversità vegetale e animale, per i nostri polmoni e per la nostra salute in generale in tempi di smog sempre più grave nelle città e nelle aree metropolitane.

Contro il disegno di legge “Sfasciaparchi” (firmato dall’onorevole Massimo Caleo del Pd, trombato il 4 marzo) e a difesa della legge Cederna-Ceruti è intervenuto lo stesso Beppe Grillo che nel suo blog ha fatto alcune affermazioni di questo tenore: “La vera scommessa sarebbe quella di destinare maggiori risorse alla tutela del patrimonio attuale che contribuisce alla ricchezza della Nazione e affinare ed estendere le competenze di gestione al di là dei 24 parchi nazionali e delle 30 aree marine protette per garantire una tutela attiva, ad esempio agli oltre 2.200 siti di interesse comunitario localizzati nel nostro Paese, fiore all’occhiello della Ue nel mondo. E invece abbiamo a che fare con una bassa cucina della politica che vuole condizionare le nomine del presidente e dei Direttori dei parchi nazionali (…) e ridurre le aree marine protette a una sorta di condominii degli enti locali”.

Durissimo Grillo contro l’idea di introdurre “royalties” per quanti sfruttano le risorse dei Parchi, e concedere così “una licenza ad inquinare”, a rapinare con cave, estrazioni petrolifere, ecc. Con una frase finale ammonitrice che vale per tutto il patrimonio storico-artistico-paesaggistico: “La tutela non può, non deve essere sacrificata allo sviluppo economico”. Da applausi.

E Salvini? E la Lega? Tutto il contrario: vogliono anzitutto fare “spezzatino” anche dei più antichi Parchi Nazionali e ci sono già riusciti col Parco Nazionale dello Stelvio (80 anni di vita) diviso fra Lombardia, Trento e Bolzano. Vogliono rendere “remunerativi” gli stessi. Vogliono da sempre reintrodurre la caccia nei parchi e nei loro immediati dintorni anche per le specie protette, ecc. ecc. Ma quali accordi di governo sono mai possibili su materie così strategiche per la salute, la cultura, il benessere psico-fisico degli italiani? Quali compromessi fra civiltà e barbarie?

Mail box

 

Siria: assecondare il volere degli Usa è una mossa scellerata

A quanto pare i siriani non sono bombardati abbastanza, c’è il rischio che qualcuno possa sopravvivere. E quindi Trump ha pensato bene che un supplemento di bombardamenti potrebbe essere utile a interessi vari, soprattutto a quelli dei vicini che vorrebbero sistemare, una volta per tutte, i conti con la Siria che comprende un ghiotto territorio ambito da tutti i governi circostanti. Va da sè che non esistono, nella decisione di ricorrere alle bombe, problemi di natura umanitaria. Resta da vedere, tra l’altro, se e da chi sia stato usato il gas nervino o altro simile. Come se gli Usa e molti altri stati europei non avessero usato mai armi chimiche o peggio, basta ricordare i massacri che gli Usa hanno fatto in Vietnam. E come se non esistessero altri dittatori al mondo oltre ad Assad, che però quando fanno comodo possono continuare ad esercitare liberamente la loro attività di dittatore, anzi spesso vengono finanziati e sostenuti dagli Usa stessi. E noi italiani gli lasceremo usare Sigonella, mettendo tra l’altro la Sicilia in una situazione di rischio? Per favore non fateci rimpiangere Craxi! Il mondo pacifista dove è finito? I partiti di varia natura non hanno nulla da dire?

Albarosa Raimondi

 

Ma quale “supporto logistico”, la guerra è un lavoro sporco

Per quanto riguarda gli attacchi che verranno sferrati contro la Siria, l’Italia ha affermato che non vi parteciperà, darà solo supporto logistico a chi farà il classico lavoro sporco. Si tratta di un’affermazione e una decisione che assume i contorni di un tentativo di lavaggio della coscienza nazionale. Non facciamo la guerra perché la nostra Costituzione non permette di ricorrere a questo estremo rimedio per risolvere le controversie internazionali, aggiriamo il pacifismo istituzionale di facciata facendo in modo che quis vult bellum sia il più possibile agevolato. A suo tempo non abbiamo attaccato Gheddafi, ma abbiamo permesso che questo fosse fatto nel modo più efficace possibile. Lo voleva l’Europa o lo voleva forse solo Sarkozy per i motivi che emergono solo ora, di certo non lo voleva Berlusconi che grazie all’amicizia e alla cooperazione con il leader libico aveva ottenuto la stabilità e il controllo delle coste libiche. Se dovessimo assolvere chi si limita a fornire solo il supporto logistico allora gli unici colpevoli in tutti quei regimi responsabili di genocidi sarebbero coloro che fisicamente hanno commesso gli omicidi. Tutti gli altri che hanno dato loro il supporto logistico, compreso chi ha fornito o trasportato armi e munizioni, sarebbero da assolvere con formula piena per non aver commesso il fatto. Ci sono molti casi nei quali alla fine uno si trova con le mani sporche di sangue, purtroppo come spesso accade non sa neanche per quale ragione sia accaduto. Spesso non se ne rende neppure conto.

Andrea Bucci

 

DIRITTO DI REPLICA

Ormai attribuire al senatore Cesaro ogni genere di nefandezze è diventato il vezzo preferito di taluni pseudocollaboratori di giustizia mossi dalla turpe finalità di lucrare vantaggi di vario genere. Per questo ho ricevuto incarico dal senatore Luigi Cesaro di sporgere denuncia nei confronti di Generoso Restina. Pur non conoscendo nel dettaglio le circostanze da lui riferite possiamo già dire che si tratta di dichiarazioni relative a fatti inesistenti, come confidiamo possa emergere presto all’esito della necessaria attività di riscontro che la magistratura non mancherà di svolgere. Secondo il mio cliente, “peraltro è singolare che questo signor Restina, pur essendo stato ascoltato molte volte nelle fasi delle indagini ed in diversi e distinti dibattimenti, non abbia mai riferito di conoscere un fatto che, ove fosse realmente avvenuto, avrebbe dovuto determinarlo a riferirlo sin da subito”.

Prof. Avv. Vincenzo Maiello,
legale del Senatore Luigi Cesaro

 

Sul Fatto Quotidiano di ieri è apparso un articolo firmato da Davide Vecchi con un titolo stuzzicante “Blitz nell’ultimo Consiglio: soldi a pioggia sulla Privacy”. A corredo una mia foto evocativa del mio ruolo istituzionale e, nel testo, il consueto ed un po’ datato riferimento ai miei legami coniugali. La finalità dell’articolo è quella di stigmatizzare una proposta normativa che equipara i compensi dell’Autorità Garante a quelli di Agcom e Agcm. La sua implicita negatività quella che possa applicarsi anche a me. Essendo il mio mandato prossimo alla conclusione, l’interesse ad una simile norma è per me sostanzialmente nullo. Stimolata però dal consueto provincialismo sessista a cui Il Fatto Quotidiano mi ha abituato in questi anni e dal ruolo di redattrice di “norme ad personam” che il giornale mi ha sempre attribuito, propongo di elaborarne subito un’altra che mi escluda dall’equiparazione dei compensi a quelli di altre Autorità. Sarebbe un’ottima occasione per spiegare ai lettori perché alcune Autorità siano economicamente più “autorevoli” di altre.

Augusta Iannini, Vice Presidente dell’Autorità Garante
per la protezione dei dati personali

 

Esclusi gli insulti gratuiti di misoginia e sessismo, dopo aver letto una dozzina di volte quanto scritto dalla dottoressa Iannini in Vespa, non riesco a capire cosa voglia precisare. Come correttamente riportato nell’articolo, a stigmatizzare non siamo né io né il Fatto, ma il Mef e altri enti dello Stato. Pare però di capire che la dottoressa sia pronta a rinunciare all’aumento del suo compenso nel caso dovesse essere confermata all’Authority.

Dav. Ve.

Vangeli. Anche in assenza di Gesù, la fede guarisce addirittura i pagani

Nei Vangeli di Marco e Matteo si legge che una donna si getta ai piedi di Gesù e lo implora di guarire la figlioletta posseduta dal demonio. Ma Gesù “non le rivolge neppure una parola”, mentre sono gli apostoli a interessarsi della povera donna, implorando il Maestro di esaudirla. Gesù, irremovibile, risponde che altro è il fine della sua missione: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele. Non è bene sottrarre il pane ai propri figli per gettarlo ai cagnolini”. La poverina, disperata, insiste rivendicando che i cani hanno diritto di mangiare almeno le briciole che cadono dalla tavola dei padroni. Il comportamento e la stessa dichiarazione di Gesù sono agli antipodi dell’universalismo ed ecumenismo che gli è stato da millenni attribuito. Esistono, infatti, per lui solo e soltanto i figli di Israele, gli altri, gli stranieri, sono respinti, sono “cagnolini”. Come mai nessuno che mi risulti ha sottolineato questa enorme incongruenza?

Ezio Pelino

Matteo riprende il testo di Marco, sua fonte, con qualche caratterizzazione particolare. In entrambi, il racconto porta l’attenzione sull’affermazione di Gesù riferita con scopi diversi, ma concorde nella sostanza. Ai discepoli, mediatori dell’intervento ed ebrei, Gesù risponde: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele” (15,24). Tuttavia, è la donna pagana che esce dalla sua terra verso Cristo e coraggiosamente instaura il dialogo con Lui, tanto che l’incontro assume il tono di una credente che supplica: “Signore (Kyrios), aiutami!”. Se è vero che la missione può essere limitata agli israeliti, tanto che “non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (v. 26), questa risposta assai dura di Gesù si stempera nella volontà della cananea, altrettanto decisa di partecipare comunque alla mensa di questo Signore. Ed Egli, vistane la fede, l’esaudisce ammettendo così anche i “cagnolini” al banchetto della vita. Ecco l’apertura della salvezza ai pagani. In Marco l’invito a questa mensa a tutti è indicato fin dall’inizio del racconto con un “prima” debbono essere saziati i figli (7,27). La fede nel “pane dei figli”, anche in assenza di Gesù, guarisce addirittura i pagani.

Don Francesco Giovanni Brugnaro,
Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

“Falsificano le date per respingere i minori”

La polizia francese è sospettata di falsificare l’età dei migranti minori per farli risultare maggiorenni e poterli respingere alla frontiera di Ventimiglia. Secondo le normative internazionali, il respingimento alla frontiera dei minori stranieri non accompagnati è illegittimo. Invece, in una lettera alla Commissione europea e al ministero dell’Interno, alcune associazioni che operano a Ventimiglia (Intersos, Asgi, Caritas Diocesana, Terres des Hommes Italia, Oxfam e Diaconia Valdese) sostengono di avere le prove che “le prassi adottate dalle autorità francesi alla frontiera violano sistematicamente” le regole. Uno dei casi che avanzano come esempio riguarda un eritreo, T., nato il 1° ottobre 2001 e arrivato in Italia nel giugno 2017. Il 16 marzo, in viaggio su un treno per la Francia insieme a altri 3 africani, T. è stato fatto scendere alla stazione di Menton-Garavan da agenti francesi e ricondotto al posto di polizia di frontiera italiano. Nel provvedimento di respingimento che T. ha fotografato, figura che la sua data di nascita è stata cancellata e modificata in 1° gennaio 2000. In questo modo il giovane risulterebbe maggiorenne.

Al ministero degli Esteri le ong chiedono di “adottare nei confronti delle competenti autorità francesi le misure necessarie affinché cessino” queste pratiche illegittime. Delle accuse serie se dovessero essere confermate che arrivano a poco più di dieci giorni dall’episodio di Bardonecchia.

Ieri la prefettura delle Alpi Marittime, a Nizza, ha definito le nuove accuse “scandalose come le precedenti”: “La maggior parte degli stranieri in situazione irregolare fermati alla frontiera franco-italiana non hanno documenti di identità – ha scritto la prefettura in risposta alle richieste di spiegazioni del Fatto – quanto ai moduli, essi sono riempiti dai poliziotti sulla base delle informazioni dichiarate dai migranti stessi”. Non ci sarebbero dunque violazioni. Marine De Haas, responsabile delle questioni europee all’associazione francese La Cimade, che partecipa alla coordinazione franco-italiana in collaborazione tra l’altro con Intersos e Asgi, ritiene invece che i nuovi episodi denunciati dalle ong italiane sono “una tappa ulteriore nelle pratiche illegali portate avanti da tempo dalle forze dell’ordine alla frontiera”: “La nostra associazione ne documenta regolarmente da quando sono ripresi i controlli sistematici – ci ha detto -. Per anni i minori stranieri soli sono stati rimessi nei treni per l’Italia senza che venissero rispettate le procedure di verifica della loro età”.

Ma lo scorso febbraio il tribunale di Nizza ha annullato una decisione della prefettura, contestata da una ventina di associazioni, che rifiutava l’ingresso in Francia a 19 minori africani non accompagnati. La procedura di rinvio era stata sospesa. Da allora “sembra che la polizia francese abbia cambiato strategia. I minori – sostiene Marine De Haas – vengono selezionati in base al loro aspetto. Se sembrano avere 12-13 anni vengono presi a carico. Se invece appaiono più grandi vengono rinviati in Italia, magari falsificando le date così alla frontiera gli italiani sono tenuti a accettare il respingimento. Le autorità possono negare quanto vogliono le pratiche illegali e favorire un quadro giuridico vago, ma è evidente che arriva dall’alto la volontà di mantenere una frontiera-filtro”.