La Dogana francese sapeva che non poteva utilizzare la sala della stazione di Bardonecchia dove i mediatori del Comune e i volontari della ong Rainbow4Africa danno assistenza ai migranti che cercano di raggiungere la Francia. Lo sapeva certamente il responsabile doganale dell’Alta Savoia che aveva scritto a Rfi (Reti ferroviarie italiane) per lamentarsi dell’impossibilità di utilizzare quello spazio, così come avveniva in passato. Nonostante questo il 30 marzo scorso cinque doganieri sono entrati armati nello spazio della stazione per raccogliere un campione di urine di un nigeriano appena portato giù da un Tgv col sospetto che trasportasse droga.
L’inchiesta della polizia di Stato e della procura di Torino, in cui vengono ipotizzati i reati di violazione di domicilio commessa da pubblici ufficiali e perquisizione illegale, muove un primo passo ufficiale contro gli agenti francesi, al momento ancora ignoti. Ieri la procura ha emesso un ordine europeo d’indagine per chiedere alla magistratura transalpina le generalità dei cinque doganieri e il loro interrogatorio in presenza dei pubblici ministeri di Torino che coordinano l’inchiesta. Dopo una prima relazione sui fatti inviata dal commissariato di Bardonecchia, gli agenti della Digos, guidata da Carlo Ambra, hanno sentito i testimoni e raccolto documenti ricostruendo il quadro giuridico internazionale da cui sono emersi alcuni elementi chiave. “Al di là degli accordi, l’autorità doganale francese non aveva il diritto a svolgere quelle attività di polizia giudiziaria in Italia, soprattutto senza aver chiesto l’intervento delle autorità italiane”, ha spiegato ieri mattina il procuratore Armando Spataro. Autonomamente i doganieri potevano soltanto controllare documenti e bagagli, ma per ogni altro atto, come il test delle urine, avrebbero dovuto chiedere la collaborazione di una forza di polizia italiana.
Invece la sera del 30 marzo, dal Tgv Parigi-Milano su cui viaggiava il nigeriano sospettato, due doganieri sono scesi dal treno sulla banchina e hanno incrociato due agenti italiani a cui non hanno chiesto nulla. Poi altri tre sono scesi con l’uomo e sono andati verso la saletta. Una saletta che, hanno appreso gli investigatori, è rimasta chiusa per anni prima di essere messa a disposizione del Comune di Bardonecchia e dei suoi mediatori coadiuvati dai volontari di Rainbow4Africa e Asgi.
Quello spazio era stato messo a disposizione delle forze di polizia francesi da un accordo del 1988 e poi dal 1990, ma da più di dieci anni era in disuso. Con i migranti che passano la frontiera alpina, invece, quella sala interessava alle forze dell’ordine francesi. Per questo a metà marzo, pochi giorni prima dell’episodio, il responsabile del comportamento doganale del- l’Alta Savoia aveva scritto a Rfi, che però l’aveva invitato a contattare la prefettura di Torino. Il prefetto Renato Saccone aveva già programmato per lunedì 16 aprile un incontro con l’omologo di Chambery per discutere dei pattugliamenti misti, un incontro rinviato in attesa di quello di lunedì tra il ministro dei Conti pubblici Gérald Darmanin e il governo italiano sul caso di Bardonecchia.