Il “casino” in Piazza San Carlo colpa della banda di Budino

“Ero davanti alla polizia e stavo per entrare da loro. Sai il casino che è successo l’estate scorsa, quando c’era la Juve? Stavo per andare da loro a dire che sono stato io”. Alla fine la polizia è andato a prenderlo e lui, Sohaib Bouimadaghen, 20enne italiano di origini nordafricane, ha confessato ieri notte. Dietro il panico del 3 giugno in piazza San Carlo a Torino, con migliaia di tifosi bianconeri in fuga per una paura inspiegabile e per il timore di un attentato terroristico, c’era una banda che metteva a segno rapine usando lo spray al peperoncino.

“Un peso troppo grosso… quello della Juve… non ho più voglia di fare queste cose”, diceva a un amico il 2 aprile scorso. La polizia e la Procura di Torino hanno fermato anche Mohammed Machmachi, coetaneo marocchino, suo compagno di “serate”. Ora sono indagati di omicidio preterintenzionale, quello della 38enne Erika Pioletti, e lesioni colpose per il ferimento di 350 persone. Per quei fatti c’è anche un’altra indagine i cui esiti sono già noti: tra mercoledì e giovedì la Procura ha chiuso il filone per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo nei confronti di 15 persone – tra cui la sindaca Chiara Appendino e l’ex questore Angelo Sanna – ritenute responsabili delle carenze nella sicurezza e nell’organizzazione del maxi-schermo per la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid.

Se quelle mancanze erano chiare, fino a pochi mesi fa meno chiare erano le cause del caos. La polizia è arrivata a Bouimadaghen, detto “Budino”, e a Machmachi, indagando su una banda di giovani rapinatori che avevano fatto dello spray al peperoncino la loro arma. Dopo il 3 giugno molti testimoni avevano detto che poco prima della fuga avevano annusato un odore urticante. Una conferma è arrivata nel corso di un’altra indagine. I poliziotti del commissariato di Barriera Nizza stavano investigando su una rapina avvenuta in un negozio l’11 gennaio scorso. Bouimadaghen viene sospettato insieme ad altri e nel corso della perquisizione gli agenti, controllando il suo telefono, trovano una chat in cui commenta le notizie sugli approfondimenti sull’uso dello spray in piazza San Carlo, mentre in una chat su Instagram il 4 giugno pubblicava la foto di tre catenine d’oro, bottino della serata. Sul telefono gli investigatori scoprono anche il video di una Instagram Story della sera del 3 giugno con lui che scappa con un amico (con la maglia della Juve) in via Lagrange, a pochi passi dalla piazza: ridono e sovrappongono una emoj sorridente. Sullo sfondo la folla.

Sul caso cominciano a lavorare anche la Squadra mobile e la Digos che mettono in fila una serie di rapine simili avvenute a Torino, in altre città del Nord Italia e all’estero. Sono fatte da un “branco” o una “gang” di ventenni. Martedì sei di loro, compreso Bouimadaghen, finiscono in cella e uno ai domiciliari. Mercoledì la Procura firma il fermo per i fatti di piazza San Carlo, eseguito giovedì sera. “Budino” confessa nella notte e nel primo pomeriggio lo fa anche Machmachi, fermato ieri mattina.

Rivelazione di segreto: il magistrato Marino assolto in appello

Il reato era prescrittoma la Corte d’Appello di Roma lo ha assolto applicando il secondo comma del 129 del codice di procedura penale: era evidente la sua innocenza. Il magistrato napoletano Raffaele Marino, un ex pm di punta della Direzione distrettuale antimafia, recupera così la piena onorabilità. Difeso dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Giuseppe Fusco, l’ex procuratore aggiunto di Torre Annunziata era imputato di rivelazione di segreto d’ufficio con l’accusa, emersa da alcune intercettazioni e poi rivelatasi infondata, di aver informato un suo ex investigatore – col telefono sotto controllo per altre vicende di camorra – dell’esistenza di un’indagine su un avvocato, e in primo grado era stato condannato a cinque mesi. Prescrizione per il coimputato, il sottufficiale dei carabinieri Carmine Confuorto. Quando uscì la notizia dell’indagine, Marino faceva parte del direttivo della Scuola di Magistratura e la sua carriera ne fu stroncata: stava per diventare procuratore capo di Napoli Nord. Il Csm invece lo trasferì d’urgenza a Pistoia, togliendogli le funzioni inquirenti. Ora lavora al Tribunale di Salerno.

Consip, nel ricorso su Scafarto evapora l’accusa a Renzi sr.

A leggere le 15 pagine depositate il 6 aprile in Cassazione dalla Procura di Roma contro il maggiore Gianpaolo Scafarto si può formulare un’ipotesi sulle mosse future dei pm. Non solo su Scafarto ma anche su Tiziano Renzi.

La richiesta di rinvio a giudizio per Scafarto appare scontata anche se la Cassazione dovesse respingere il ricorso e confermare la decizione del Tribunale del Riesame che ha annullato l’interdizione di Scafarto restituendogli la divisa.

Accanto a questa prima previsione, abbastanza facile, la lettura del ricorso lascia presagire però un’altra mossa, meno scontata: la richiesta di archiviazione per Tiziano Renzi.

Magari saremo smentiti. Magari i pm sono talmente convinti dei risultati portati a casa da marzo 2017, quando le indagini sono passate ai carabinieri del Nucleo di Roma, da potersi permettere di sbertucciare le indagini fatte fino a quel momento dal Noe per conto dei pm di Napoli. Però a noi sembra più probabile un’altra ipotesi: i pm di Roma non hanno intenzione di chiedere il rinvio a giudizio di Tiziano Renzi e per questo non si curano troppo di svalutare il quadro indiziario esistente su di lui fino al gennaio 2017.

È comprensibile che i pm di Roma tendano a svalutare il lavoro di Scafarto per portarlo a giudizio. Ma difficilmente un pm che volesse portare a giudizio anche Tiziano Renzi sarebbe così “autolesionista” da buttare a mare oltre all’acqua sporca dei presunti falsi del carabiniere anche il bambino del quadro indiziario da lui raccolto, che con i falsi nulla c’entra. Quale pm sarebbe così “tafazziano” da perdere il suo tempo a smentire con toni così duri un Tribunale che si era permesso solo di giudicare solido un quadro indiziario su un suo indagato?

La nostra tesi (che potrebbe essere smentita ovviamente dalle future azioni dei pm) è che la “difesa” di Tiziano Renzi confezionata dalla sua “teorica accusa”, abbia senso solo se i pm di Roma stanno pensando di archiviare Tiziano Renzi. A pagina 8 del ricorso i pm infatti scrivono: “Nell’ordinanza (del Tribunale, ndr) si asserisce che a quella data (quando Scafarto scrive l’informativa del 9 gennaio 2017 cambiando il senso dell’intercettazione per provare un precedente incontro tra Tiziano Renzi e Romeo, ndr) sarebbero stati acquisiti elementi indizianti consistenti del coinvolgimento di Tiziano Renzi nel contestato traffico d’influenze”.

Per affermare la tesi opposta, cioè che il fallo di Scafarto non fosse inutile, la Procura arriva a sostenere che la partita contro Tiziano Renzi era tutt’altro che vinta. Peccato che ora a giocarla non c’è più Scafarto ma ci sono loro. Al Tribunale del Riesame che aveva scritto: “Erano stati acquisiti consistenti elementi indiziari relativi al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella vicenda Consip”, i pm romani ribattono: “Una seria analisi critica rivela che l’assunto è destituito di fondamento sul piano storico, siccome fondato su evidente travisamento del fatto, e privo di consistenza sul piano logico-giuridico. All’epoca dei fatti, il quadro di conoscenze esistenti evidenziava che terzi (Romeo, Bocchino e Russo) nel 2016 parlassero di un accordo che coinvolgeva Tiziano Renzi, con cui Russo intratteneva personali e documentati rapporti, individuando attraverso i biglietti recuperati, riconducibili ai terzi, la possibile remunerazione di esso, finalizzato al traffico d’influenze verso Consip. Nessuna evidenza nota agli inquirenti all’epoca di un rapporto diretto Renzi/Romeo, diversa da una dichiarazione de relato di Mazzei, il quale riferisce di un incontro raccontatogli da Romeo, il quale a sua volta né prima né dopo ha mai confermato la circostanza”.

Per i pm quindi gli elementi contro Tiziano erano provenienti solo dai “terzi” e “si deve escludere che all’epoca dei fatti vi fossero gravi elementi indiziari nei confronti di Tiziano Renzi”. Non basta, per sostenere che Scafarto abbia con dolo voluto confezionare un falso contro Tiziano, i pm affermano che ha sbagliato sempre a senso unico mentre “se un ufficiale di Pg è impreciso e raffazzonato le patologie connesse a tale assenza di professionalità dovrebbero riverberarsi in tutte le direzioni. Nel caso di specie così non è”. I pm però ignorano tutte le conversazioni intercettate di Carlo Russo e Alfredo Romeo che Il Fatto ha pubblicato e che in teoria un investigatore accanito contro Tiziano avrebbe potuto usare come indizi di un preesistente incontro tra Tiziano stesso e Romeo. Attenzione: il punto non è se l’incontro, negato da tutti, sia mai avvenuto. Il punto è che Scafarto, pur avendo la disponibilità di quelle conversazioni che potevano essere utili a sostenere la sua tesi, non le ha valorizzate o addirittura le ha riportate aggiungendo note che ne mutavano il senso non contro ma a favore di Tiziano Renzi. Raffazzonato sì ma a doppio senso.

“I bari” di Caravaggio sono Matteo e Luigi (e truffano l’ex Cav)

È ancora la street art a raccontare la politica romana. Dopo il murales con il bacio tra Salvini e Di Maio, ieri in via de’ Lucchesi (a pochi passi dal Quirinale) è comparso un disegno, con tanto di cornice, che ricalca “I bari”, uno dei capolavori del Caravaggio. I volti dei protagonisti sono facilmente riconoscibili: di nuovo il leader leghista e quello dei Cinque Stelle, stavolta in compagnia di Silvio Berlusconi. L’ex Cavaliere è ritratto nella posizione del truffato. Il disegno porta la firma di Sirante. Accanto al finto quadro, un cartellino con la descrizione, come nei musei: “Il quadro rappresenta una truffa. Un anziano ‘ingenuo’ sta giocando a carte con un suo oppositore il quale in complotto con un suo avversario trucca il gioco della politica. Questa scena, così teatrale, descrittiva e realistica contiene un monito morale, una condanna del malcostume, in particolare delle strategie dei politici”. Anche quest’opera è stata rapidamente rimossa dai carabinieri.

La Cassazione: “Confiscate i soldi alla Lega”

Gridavano “Roma ladrona” e invece sono loro ad aver rubato a Roma: la Lega Nord deve restituire allo Stato 46 milioni. Euro più, euro meno. La Cassazione ieri ha messo fine al braccio di ferro tra il movimento e la Procura di Genova. La Suprema Corte si è pronunciata accogliendo il ricorso presentato dai magistrati liguri e autorizzando così una sorta di confisca perpetua ai conti del Carroccio fino al raggiungimento della cifra dovuta.

Conti che però non esistono praticamente più: alla Lega arriveranno 1,9 milioni di contributi dal 2 per mille assegnategli nel 2017 e poco altro. Questo perché lo scorso dicembre, mentre i giudici decidevano, il segretario del movimento Matteo Salvini ha creato un nuovo partito, Lega per Salvini premier, con il quale ha registrato i gruppi parlamentari e soprattutto traghettando a questo i fondi, le elargizioni dei candidati e, soprattutto, i futuri contribuiti provenienti dal 2 per mille. Insomma: di quei 46 milioni allo Stato tornerà ben poco. Gli inquirenti genovesi stanno già ricostruendo dove quel denaro proveniente dai rimborsi elettorali sia finito e come è stato impiegato. Ma stanno anche valutando come intervenire sul nuovo corso salviniano.

Lo stesso segretario potrebbe essere chiamato a coprire il debito attraverso il nuovo soggetto politico e vedersi bloccati tutti i conti come accaduto già l’autunno scorso. A quanto confermano fonti giudiziarie, infatti, potrebbe essere sufficiente dimostrare la continuità tra i due partiti. Serve tempo. Quasi certa, intanto, è la cessione da parte del Carroccio della storica sede di via Bellerio, intestata al vecchio partito, che potrebbe essere proposta dai legali salviniani a modi di “pegno” al tribunale. Ma la pronuncia della Cassazione non sembra lasciare scampo.

La questione portata davanti alla Suprema Corte riguardava la richiesta da parte dei pm genovesi di continuare a sequestrare tutti i fondi che in futuro dovessero arrivare nelle casse del Carroccio, fino al raggiungimento di circa 49 milioni, somma finita sui conti della Lega senza che il partito, secondo i giudici, ne avesse diritto perché frutto di una truffa a Camera e Senato.

La vicenda nasce dopo la sentenza dello scorso luglio che ha portato alle condanne di Bossi a 2 anni e due mesi e dell’ex tesoriere Belsito a 4 anni e dieci mesi, oltre a quelle per altri cinque imputati. A settembre il tribunale ha ordinato la confisca di quasi 49 milioni dai conti della Lega ma trovandone poco meno di due e la procura ha così chiesto di poter sequestrare anche le future entrate. I giudici del Riesame hanno negato tale possibilità spiegando che il denaro andava cercato nei conti e tra gli immobili delle persone fisiche, in primis il Senatùr e tutti gli altri. Ma a Bossi può essere prelevato solo il quinto del vitalizio da parlamentare. Nel frattempo, uno degli ex revisori contabili, ha presentato un esposto e il procuratore aggiunto, Francesco Pinto, insieme al sostituto Paola Calleri hanno aperto, come detto, un nuovo fascicolo ipotizzando il reato di riciclaggio.

Gli accertamenti sono ancora in corso. L’ipotesi degli inquirenti è che quelle somme siano state trasferite e occultate. La mappatura dei flussi che hanno seguito i milioni di rimborsi è piuttosto complicata ma potrebbe rivelare notevoli sorprese e coinvolgere i due successori di Umberto Bossi alla guida del partito: Roberto Maroni e lo stesso Matteo Salvini. Il dubbio è che quei fondi siano stati trasferiti e impiegati per sottrarli consapevolmente ai sequestri.

 

Mattarella non è più un Dc: B. l’ha costretto a decidere

Non occorre un genio per capire che a Sergio Mattarella non è andata giù la “piazzata” di Silvio Berlusconi contro Luigi Di Maio e i 5 Stelle. Perché, da politico super navigato, il Presidente deve aver compreso che il protagonismo dell’ex Cavaliere (altro che vanità senile) aveva come preciso scopo non soltanto quello di sabotare qualsiasi maggioranza organica Lega-M5S (senza di lui). Ma voleva soprattutto costringere il Quirinale a prendere un’iniziativa autonoma rivolta, come da copione, al senso di responsabilità di tutti i partiti.

Svolta che, a questo punto, difficilmente potrebbe escludere dai giochi l’uomo di Arcore, almeno in prima battuta. Così come potrebbe consentire al Pd di rientrare in partita. Molto probabilmente indotto (forse neppure malvolentieri) dalla moral suasion presidenziale a tornare nella vita reale, e a scendere dal rancoroso e sterile Aventino dell’opposizione pregiudiziale. Potrebbe essere insomma che dopo l’insuccesso dell’asse Salvini-Di Maio tocchi ai “nazareni” Berlusconi-Renzi scoprire le carte.

Lo vedremo nei prossimi giorni ma intanto registriamo la “crescente insoddisfazione” del Capo dello Stato per lo “stallo” che si è venuto a creare a causa dei veti e contro veti che hanno finto per incartare i gemelli diversi Luigi e Matteo. Tradotto dal quirinalese: ragazzi vi avevo spianato la strada ma grazie alla vostra inettitudine ora tocca a me decidere per voi. Decidere: costrizione che nella storia dei democratici cristiani (Mattarella lo è doc) è sempre stata vissuta malvolentieri. Non vorremmo esagerare, ma nella cultura politica Dc la necessità di scegliere è sempre stata considerata l’ultima delle opzioni possibili. In quella visione il cosiddetto decisionismo era considerato quasi come una malattia. Più saggio aspettare, delegare, riflettere, lasciare che gli eventi maturassero senza fretta come le albicocche sugli alberi, e intanto limitarsi a seguire la corrente. Basti pensare, del resto, all’assoluto, dolente immobilismo del sinedrio di Piazza del Gesù nei 45 giorni che portarono all’assassinio di Aldo Moro. Non è un caso che Mattarella (diversamente dal predecessore Giorgio Napolitano cresciuto alla scuola interventista del Pci) abbia, dal 4 marzo in poi, comunicato ai vincitori che non avrebbe mosso un dito per determinare l’esito delle consultazioni. Nelle quali si sarebbe predisposto ad ascoltare piuttosto che a suggerire.

In linea coerente con la concezione rigidamente notarile del suo ruolo. Ora, invece, dichiarandosi pressato dall’emergenza internazionale (la guerra siriana), dagli obblighi europei, dal timore che i mercati escano dal dormiveglia per azzannarci, dall’insoddisfazione diffusa di un Paese che ha votato il cambiamento per ritrovarsi al punto di partenza, il Presidente ha deciso di agire. Niente affatto felice di farlo, si direbbe. O forse no. Artefice di un disegno machiavellico potrebbe avere consapevolmente agevolato il piano B (come Berlusconi) di un governo istituzionale. Sicuro che il piano A sarebbe andato a sbattere. Essere democristiani significa anche questo.

Onorevoli mutui casa

Dice una mia onorevole amica (nel senso di deputata) che non c’è mai stata tanta ressa nella filiale della banca di Montecitorio – quella destinata ai desideri contabili dei parlamentari – come da quando è arrivata la lieta truppa dei nuovi 600 titolari della Terza Repubblica. “È un arrembaggio collettivo ai mutui casa”, racconta. E usa proprio la parola “arrembaggio” a sottolineare quel gesto risoluto con cui si afferra lo scafo di una nave carica di tesori, prima che i flutti della vita, o la disattenzione, se la porti via, addio reddito di cittadinanza elettorale.

E pazienza se nella vita di prima, molti di loro quei mutui agevolati li consideravano un inaudito privilegio. La giostra è girata, il popolo ha votato: aggiungersi ai titolari dei privilegiati è un attimo, il tempo di guardarsi allo specchio e sorridersi.

Il Palazzo è un gorgo, anzi una ipnosi, ma circondato da confortevoli arredi. La banca e i mutui agevolati sono tra i più comodi divani della nuova vita. Non stupisce che alla lentezza delle trattative politiche in corso, corrisponda la velocità con cui i neo eletti sbrighino quelle bancarie. Il mattone lavora quanto Mattarella alla soluzione della crisi.

L’ex Cav. insiste: “Sono un leader, non prendo ordini da nessuno”

“Nessuno può dire a me, al mio partito, ai nostri elettori che cosa dobbiamo fare”. Silvio Berlusconi non arretra di un millimetro e non sconfessa le parole pronunciate al Colle. “Sono un leader politico – replica a chi vorrebbe da parte sua un passo di lato – con un programma, e abbiamo diritto di fare il primo passo”. L’ex Cavaliere è a Termoli, in Molise, per sostenere il candidato alla poltrona di governatore della Regione. Come nel 1994 sale sul predellino dell’auto: “Da qui al giorno delle elezioni cercate di convincere tutti coloro che pensano al voto di protesta, che non ha la possibilità di portare a risultati concreti”. A tenere banco però è ancora lo show dell’ex premier al Quirinale, che ha messo in crisi il centrodestra esponendolo ai duri attacchi del Movimento 5 Stelle. Berlusconi non molla, si sente ancora un leader e ha ancora tante cose da dire. Il suo piano alla fine ha raggiunto il maggior risultato possibile. Quando si era sulla soglia di una intesa Lega-M5S, è riuscito a far tremare la sedia sotto i principali attori in campo, aprendo così la strada a un governissimo o di unità nazionale, che molto probabilmente non sarà guidato né da Salvini né da Di Maio.

“Ora i gruppi unici del centrodestra”. L’idea di Meloni per nascondere Silvio

Costituire gruppi unici del centrodestra in Parlamento, così da rendere vano, almeno formalmente, il veto di Luigi Di Maio nei confronti di Silvio Berlusconi e Forza Italia. Questa l’idea che Giorgia Meloni ha intenzione di proporre nelle prossime ore ai suoi alleati. Un escamotage per disinnescare la fermezza dei 5 Stelle: di fronte a un gruppo unico, o federato, non potrebbero più esserci veti perché dire no a Berlusconi significherebbe opporsi anche a Salvini.

L’idea, dicevamo, è di Meloni, ma a lasciarselo scappare è stato Guido Crosetto a Omnibus, su La7, ieri mattina. “Dei passi avanti nel centrodestra sono stati fatti: la prima volta siamo saliti al Quirinale divisi, la seconda siamo andati insieme, ora non sottovalutiamo la fantasia della politica e il suo modo di superare ostacoli che sembrano insormontabili”, ha detto il coordinatore di FdI. Per poi aggiungere che “se domani i nostri gruppi parlamentari si unificassero, cadrebbe necessariamente qualsiasi veto dei 5 Stelle perché sarebbero costretti a parlare davanti a un gruppo unico, dove tra l’altro Berlusconi nemmeno c’è”.

Approfondendo la questione, si viene a sapere che la proposta della Meloni guarda più a una federazione che a un vero e proprio gruppo parlamentare unico, ma poco cambia. Difficile, però, dire se annacquare Forza Italia dentro la Lega e FdI servirebbe davvero a far sparire quello che per il M5S è “il problema Berlusconi”, una montagna che finora è apparsa insormontabile, come bene hanno evidenziato le parole di Di Battista sull’ex Cavaliere (“è il male assoluto”).

L’idea, però, potrebbe avere il sapore dell’extrema ratio, dell’ipotesi del terzo tipo per aggirare l’impasse, in vista di un terzo giro sul Colle. E potrebbe aiutare a superare le tensioni tra i tre alleati generate dal siparietto di Berlusconi all’uscita dall’incontro con Mattarella. Di sicuro l’idea piacerà a tutti coloro che, dentro FI, da tempo spingono per il partito unico con la Lega, a partire da Giovanni Toti. Peccato, però, che il fronte anti-partito unico in Forza Italia sia ben nutrito, a partire dallo stesso Berlusconi. Che però, se questo servisse a superare il veto 5 Stelle, di fronte alla proposta della Meloni potrebbe anche dire sì. E forse ne avrebbe tutto da guadagnare.

Il pizzino del “Giornale” al leghista: “Non tradire, anche per il tuo bene”

Consigli spassionati dal Giornale di Berlusconi a Matteo Salvini. Dal sapore vagamente minaccioso. Nel suo editoriale di ieri il direttore Alessandro Sallusti si rivolge personalmente al leader leghista: “Occhio al confine tra un legittimo rinnovamento e un tradimento. Sono certo che Salvini, anche per il suo bene, sappia esattamente dov’è e mi auguro non lo attraversi”. Per il suo bene, insomma, Matteo dovrebbe restare fedele all’alleanza di centrodestra con Berlusconi e resistere all’invito di Luigi Di Maio e dei 5Stelle. C’è un motivo per cui Sallusti è così agitato: nessun leghista ha difeso B. dalle parole di Alessandro Di Battista, che tre giorni fa aveva definito l’ex premier “il male assoluto”. Scrive Sallusti: “Tacere sugli insulti e annuire a chi insulta e umilia la tua storia e i tuoi padri non è un buon inizio di una nuova stagione”. Il direttore non si contiene: “Di Battista è un cretino assoluto”, “Stupisce che la Lega lasci scivolare quella frase come acqua fresca”. Il Giornale non è nuovo a questo genere di “avvertimenti” politici. Ai tempi della rottura tra Berlusconi e Gianfranco Fini l’ex capo di An fu omaggiato con queste parole di Vittorio Feltri: “Oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera (…) meglio non svegliare il can che dorme”. Seguirono le inchieste sulla casa di Montecarlo e lo scandalo Fini-Tulliani…