“Giù le mani da Chappelle, lasciateci l’arte di provocare”

Dave Chappelle è uno dei più grandi comici al mondo, ha costruito la sua arte passeggiando sulla lastra sottile che separa ciò che è provocatorio, ma illuminante, da ciò che è offensivo. Un equilibrio in crisi: dopo l’ultimo show su Netflix, The Closer, Chappelle è accusato dalla comunità Lgbtq+ di omotransfobia. Netflix alla fine si è scusata. Sono finiti in discussione, soprattutto, i confini della comicità e del politicamente corretto, e i margini della libertà di espressione. Ne parliamo con Francesco De Carlo, uno dei talenti più luminosi tra i nuovi comici della stand up comedy italiana. “Il clima non è tanto sereno – esordisce – se ogni parola che dici può provocare un popolo di persone incazzate che ti esplodono contro su Twitter. Come in ogni fenomeno la realtà è piena di sfumature, ma si formano due chiese, convinte di portare la verità assoluta. La chiesa di chi si preoccupa solo di oltraggiare il politicamente corretto contro la chiesa degli ‘ultrasensibili’, che si offendono per le parole di un comico”.

Le chiese non ti piacciono, ma a quale delle due ti senti più vicino?

Chappelle è forse il più grande comico vivente. Ha un suo punto di vista molto forte, con cui mi capita di non essere d’accordo, ma mi fa ridere e pensare molto. È assurdo scambiare la sua provocazione per un’idea offensiva e violenta.

Le parole di un artista sul palco non vanno prese sul serio?

Un comico non è un chirurgo di Emergency, non cura il mondo: al massimo prova a raccontarne le ferite. L’unica forma di cura è la catarsi: prende un aspetto della vita e ne fa notare gli angoli ridicoli e paradossali. Può essere doloroso, ma il comico vive anche di eccessi e provocazioni.

The Close “mette contro” la comunità afro e quella gay. Come a dire: io sono nero e volete spiegare a me cosa sia l’emarginazione?

Appunto, gioca su un paradosso: da membro di una comunità discriminata e vessata, dice di essere invidioso della sensibilità pubblica per i diritti Lgbtq. È una provocazione, puoi pure trovarlo offensivo: ma allora non lo ascoltare! Nessuno ti costringe a vedere il suo spettacolo. Come nessuno ti costringeva a comprare Charlie Hebdo, se pensavi fosse osceno o irritante.

Invece chiedono a Netflix di “bruciare” il suo show.

Io sono un sostenitore del politicamente corretto, però nella vita… non sul palco. Per un artista è uno spazio sacro, c’è un patto col pubblico: chi va a vedere Chappelle sa cosa trova. Il palco è zona franca: non per offendere gratuitamente, ma per esplorare i limiti e rompere tabù.

Se Netflix si spaventa per gli attacchi a Chappelle, come farà a parlare liberamente un artista meno grande di lui?

Non potrà. Se si gioca sui sensi di colpa, non ci sarà più nessuno a cui sarà consentito mettere in discussione i valori dominanti. Non ci sarà più spazio per chi dice cose forti, che ti ribaltano dalla sedia. Andatevi a rivedere Carmelo Bene da Maurizio Costanzo: è straordinario, enorme, dissacrante. Ecco: chi fa il comico deve poter dissacrare. Senza libertà, non si fa ridere.

Su Netflix c’è anche un suo spettacolo, c’è stato qualche controllo dei contenuti?

No, sono stato completamente libero. Non è mai successo che qualcuno si offendesse a un mio spettacolo, nemmeno quando lavoravo a Londra. In un monologo, un comico può creare un contesto. In cui si possono dire anche cose estreme, ma che dentro quel contesto non siano offensive. Perché c’è differenza tra un punto di vista forte che usa una provocazione e una battuta su omosessuali, donne o stranieri che si basa su vecchi cliché. Questo molti autori italiani non l’hanno ancora capito.

Intanto da noi il dibattito mainstream lo fanno Pio e Amedeo per la libertà di dire “frocio” e “negro” in tv. Ma c’è pure una generazione di giovani – penso anche a Valerio Lundini, Edoardo Ferrario, Luca Ravenna – con una comicità diversa e un pubblico sempre più ampio. Come mai siete quasi tutti romani?

Perché a Roma sono tutti comici: pure la gente per strada! Per far ridere devi diventare più bravo del tuo pubblico. A parte tutto, è vero che la comicità si sta rinnovando. Penso sia fisiologico: cambiano i codici, il linguaggio, si ringiovanisce il pubblico.

Se ne accorge pure la vecchia televisione. Dalla prossima settimana conduci un programma su Rai Due. È meglio del palco?

Il mio ambiente naturale è lo spettacolo live, in tv ci sono un po’ di compromessi da fare e qualche resistenza da superare. C’è un’idea del pubblico sbagliata, lo misurano con strumenti vecchi. Però – e sottolineo il però – queste difficoltà rendono il lavoro più divertente, ti costringono a essere più attento e consapevole. E sono felice di parlare a un pubblico ampio invece che a una nicchia.

Donne da bandire, lavoratori schiavi: l’Italia dei Gattopardi

Il prossimo 18 novembre avrei dovuto presentare il mio ultimo libro al Centro Pecci di Prato: ma non lo farò, per protesta. Poche settimane fa, infatti, il cda del museo (presieduto dal banchiere Lorenzo Bini Smaghi) ha licenziato in tronco l’ottima direttrice Cristiana Perrella, accusandola di non saper “trovare le risorse economiche per realizzare programmi ambiziosi all’altezza del Pecci”. Tralasciamo il dettaglio per cui in una fondazione culturale è semmai il cda, e in particolare il suo presidente, a dover trovare i fondi, e concentriamoci sull’invasione del campo tecnico e culturale da parte di un economista. Il quale voleva “programmi ambiziosi”, e cioè grandi mostre scollegate dal territorio – e, chissà, magari invece collegate alle grandi gallerie che dominano il mercato dell’arte, e i cui facoltosi (quanto mediamente ignoranti) clienti popolano guarda caso i cda delle fondazioni culturali. È, questa, una storia esemplare: un’altra donna (dopo Domenica Primerano direttamente sostituita da un economista alla guida del Museo Diocesano di Trento!) in posizione apicale in una istituzione culturale viene brutalmente cacciata da una piramide maschile (il cda del Pecci è composto da soli uomini, tranne una rappresentante della famiglia del fondatore che ne fa parte in forza di una erogazione liberale).

L’espulsione delle donne è un segnale preciso: il sistema riprende il controllo eliminando quell’attitudine allo scarto di lato che è la dote più preziosa (e più temuta) dei marginali rispetto al modello dominante. E, in un sistema saldamente maschile e maschilista, le donne sono e restano marginali. Normalizzazione, controllo, repressione: è questa la chiave, una chiave che aiuta a comprendere dinamiche più larghe del mondo del lavoro culturale, come quella della sempre più decisa precarizzazione.

Il Ministero della Cultura ha appena diramato un “Avviso diselezione per il conferimento di 150incarichi di collaborazione a esperti archivisti (…) da svolgersi presso gli Archivi di Stato, le Soprintendenze archivistiche ele Soprintendenze archivistiche e bibliografiche”. Sono tutti posti a termine, al massimo di 24 mesi, per cui si chiede addirittura la partita iva: precari ad altissima qualificazione a cui affidare un assetto strategico del Paese come la nostra stessa memoria collettiva (che ha importanti ricadute anche pratiche: senza archivi funzionanti non vanno avanti le pratiche del Pnrr).

Dopo aver svuotato i ranghi degli archivisti, dopo aver interrotto la catena della trasmissione del sapere tra le generazioni, dopo aver messo le mani della politica sui posti sensibili (si ricordi il caso dell’Archivio Centrale dello Stato), ecco lo schiavismo di Stato, senza ormai nessun pudore.Contemporaneamente, lo stesso Pnrr si appresta a rovesciare una cornucopia di soldi sulla esausta ricerca universitaria: costringendo però gli atenei a consorzi con imprese che prefigurano quella divisione delle università in livelli diversi che ancora non si è riusciti a imporre per legge. E, soprattutto, prevedendo di reclutare solo ricercatori precari (in gergo: “rdt di tipo a”): la ricchezza pubblica sulle spalle degli schiavi.

Del resto, avanza in Parlamento una riforma del reclutamento universitario (“Disposizioni in materia di attività di ricerca e di reclutamento dei ricercatori nelle università e negli enti pubblici di ricerca”) che inserisce “figure atipiche senza garanzie e con basse retribuzioni” (denuncia la Rete 29 aprile) e che estenderà ancora i tempi del precariato accademico, portandolo fino a 18 anni, e dunque prefigurando un ingresso nei ruoli a tempo indeterminato ben oltre i 40 anni: con conseguenze devastanti sulle vite di tutti, e soprattutto su quelle delle donne (ancora una volta).

E qui si arriva al legame tra le precarizzazioni e i licenziamenti delle direttrici dei musei. La precarizzazione non serve solo a risparmiare: ha anche uno scopo bio-politico. Proprio come il debito (cui sono indotte le famiglie occidentali), serve a controllare le vite, le intelligenze, le volontà. Un precario ha un unico pensiero dominante: la prosecuzione del lavoro. Non si ribella, non si mette di traverso, è indotto a pensare “conforme”. I direttori dei grandi musei autonomi così ben retribuiti sono l’altra faccia di questa medaglia: asserviti alla politica perché precari di lusso che dalla politica dipendono per il rinnovo dei loro contratti. Un archivista precario non farà resistenza all’uso politico della storia. Un ricercatore precario non contesterà la visione scientifica dominante, non si ribellerà al suo professore-padrone, non lotterà per la democrazia accademica.

In un’Italia governata da un banchiere garante dello stato delle cose, un museo governato da un banchiere caccia una direttrice che non si piega al pensiero unico delle grandi mostre, mentre il lavoro culturale è sempre più sottomesso. I gattopardi eternamente al potere hanno un unico obiettivo: che tutto rimanga così. Cioè che tutto rimanga loro.

Israele. A Gerusalemme si litiga pure per i cimiteri

Il comune di Gerusalemme ha iniziato a demolire il cimitero musulmano di Yusufiya vicino alla moschea di Al-Aqsa per far spazio a un parco pubblico. Le autorità israeliane hanno recintato le mura che circondano il cimitero impedendo l’ingresso ai parenti dei defunti, lo scorso 29 ottobre, la polizia israeliana ha sparato gas lacrimogeni per impedire a dozzine di gerosolimitani di visitare i loro morti. Gli operai stanno facendo gli straordinari dopo che un tribunale della Città Santa ha respinto il ricorso del Comitato per la cura dei cimiteri islamici di Gerusalemme di sospendere la demolizione del camposanto che comprende anche il Monumento ai Martiri, dove sono sepolti palestinesi e giordani caduti nella guerra del 1967. Il cimitero di Yusufiya, fondato all’inizio della conquista musulmana di Gerusalemme, restaurato e ampliato durante il regno di Salah al-Din al-Ayyubi, è uno dei quattro cimiteri islamici di Gerusalemme e si trova vicino alle mura e alla Porta dei Leoni, l’ingresso più importante della Città Vecchia.

Il Waqf – l’ente giordano che si occupa della tutela dei luoghi religiosi islamici di Gerusalemme – denuncia che i bulldozer israeliani al lavoro nel cimitero sono parte di un ampio progetto per creare parchi biblici intorno alla Città Vecchia e alle mura di Al-Aqsa, e sopraffare così l’immagine pubblica di Gerusalemme con elementi ebraici. Il lavoro, denuncia il Waqf, procede su tre livelli: il primo è cancellare la scena arabo-islamica, come i cimiteri e le case islamiche, e sostituirli con parchi israeliani che includono solo cartelli in ebraico. Sta anche cercando di spostare i gerosolimitani musulmani, così che molti hanno iniziato a seppellire i loro morti fuori città. Il terzo approccio è sostituire i nomi arabi con quelli ebraici, oltre a modificare la scena geografica generale. È già successo nel cimitero di Ma’man Allah in centro città, sul quale Israele ha costruito – ed è qui il paradosso – il Museo della Tolleranza, oltre a strutture turistiche come hotel, ristoranti e pub, demolendo le tombe mamelucche del tredicesimo secolo.

 

Le peripezie dei migranti che si affidano a un “topo”

Cinque migranti algerini sono stati travolti da un treno nelle prime ore del mattino, il 12 ottobre scorso, nei pressi della stazione di Saint-Jean- de-Luz. Tre sono morti. Un quarto migrante, che è rimasto gravemente ferito ma ora è fuori pericolo, ha raccontato agli inquirenti che, per evitare i controlli della polizia, avevano deciso di fermarsi lungo i binari per riposarsi e che poi si sono addormentarti.

Il quinto, i cui documenti di identità sono stati trovati sul posto, aveva preso la fuga, prima di essere ritrovato due giorni dopo a Bayonne. “I migranti che partono di notte attraversano il confine intorno alle 23 e arrivano qui tra le 3 e le 4 del mattino. Preferiscono seguire la ferrovia perché i controlli di polizia sono quasi quotidiani sulle rotatorie tra Hendaye e Saint-Jean-de-Luz”, spiega Line, presidente dell’associazione Elkartasuna Larruna (che in basco vuol dire Solidarietà lungo la Rhune, il massiccio dei Pirenei attraversato dalla linea di frontiera franco-spagnola). Per Peio Etcheverry-Ainchart, che ha contribuito a fondare l’associazione, nel 2018, ed è impegnato politicamente a livello locale, nell’opposizione, il dramma recente riflette la realtà quotidiana dei migranti nei Paesi Baschi: “Non seguirebbero i binari se si sentissero al sicuro nei trasporti pubblici e nelle strade – osserva –. Questi drammi purtroppo sono destinati a ripetersi. Le responsabilità dei politici locali della maggioranza sono immense, è una vergogna”. Trecento persone si sono radunate il giorno dopo la tragedia per rendere omaggio alle vittime. Il sindaco non era presente: “La città rifiuta tutte le nostre richieste di sovvenzioni”, spiega Line. La sua preoccupazione? “Che di questi giovani che muoiono alla frontiera non si parli più, come succede a Calais e al confine franco-italiano”. L’associazione conta una trentina di volontari. Tra loro, Guillaume lavora nel quartiere della stazione: “Sabato ho raccolto per strada due migranti, a tarda notte. Erano sfiniti, infreddoliti”. Dopo aver dato loro da mangiare, verso le 2 del mattino, li ha accompagnati al Pausa, il centro di accoglienza per i migranti di Bayonne. Diversi altri migranti erano arrivati quella sera: “Mi è già capitato di gestire fino a 40 persone allo stesso tempo, donne con bebè, bambini, giovani. Quante volte non ho potuto fare a meno di piangere”, racconta. Nel quartiere i controlli della polizia sono sistematici. “La settimana scorsa – continua –, l’autista di un autobus ha chiamato gli agenti quando dei migranti sono saliti a bordo. È disgustoso”. Alla stazione ferroviaria di Hendaye, al confine franco-spagnolo, molti migranti vengono fermati all’arrivo del “Topo”, il treno regionale che collega Hendaye alla città spagnola di San Sebastián, e riconsegnati alle autorità spagnole. “Gli agenti conoscono gli orari del Topo e dei treni provenienti da Irun. Arrivano un po’ prima del treno, si appostano lungo i binari e procedono ai controlli”, racconta Miren. Da quasi tre anni, l’associazione Bidasoa Etorkinekin, dove la giovane donna lavora come volontaria, accoglie i migranti che sono riusciti ad attraversare il confine e li accompagna fino a Bayonne. Intorno alla stazione, molte strade sono state transennate. Sul ponte di Santiago, che collega Hendaye a Irun, dei blocchi di polizia impediscono ai migranti di passare. Tutti i pullman, osserva uno dei volontari, vengono fermati e i passeggeri controllati uno per uno. Il 12 giugno scorso, su iniziativa del LAB, il sindacato socio-politico basco, un centinaio di manifestanti si sono riuniti a Irun e ad Hendaye per denunciare la “militarizzazione” del confine.

“In una logica di disobbedienza civile, abbiamo fatto entrare sei migranti mescolati ai manifestanti”, racconta Eñaut, responsabile dell’organizzazione sindacale per i Paesi Baschi del nord. Per lui “il dramma di Saint-Jean-de-Luz è il risultato di una politica migratoria razzista”. Martedì scorso, alle 22, Maite, Arantza e Jaiona, volontari dell’associazione Gau Txori (gli “Uccelli notturni”), si sono ritrovati al capolinea dei pullman di Irun, in Spagna. Da più di tre anni, in tarda serata, accolgono i migranti all’arrivo dei pullman per accompagnarli al centro di accoglienza gestito dalla Cruz Roja (la Croce Rossa spagnola), a un paio di chilometri da lì. Durante il giorno, delle impronte di passi disegnate per terra, con il simbolo della croce rossa, servono a guidare i migranti fino al centro. Ma, di notte, è difficile distinguere le impronte sull’asfalto. “La scorsa settimana i migranti erano così tanti che la Croce Rossa non è riuscita ad occuparsi di tutti – racconta Jaiona –. Già, in circostanze normali, il centro può ospitare solo cento persone per un massimo di tre giorni. Quando portiamo da loro altri migranti, alcuni rischiano di restare fuori e allora dobbiamo installare delle tende”. L’ultimo pullman arriva alle 23:10. Un uomo estrae dal portabagagli la sua valigia e poi aiuta una ragazzina a prendere la sua. L’adolescente sembra disorientata. “Cruz Roja?”, le chiedono i tre volontari. Maite l’aiuta con la borsa, mentre Jaiona la rassicura: “No te preocupes, somos voluntarios”. La giovane, Mariem, ha solo 15 anni. Arriva da Madrid, dove ha trascorso un mese dopo essere stata trasferita in aereo da Fuerteventura, un’isola delle Canarie, verso il continente e, come tante altre persone nelle ultime settimane, ha poi proseguito il viaggio verso nord. La mattina dopo, diversi migranti stanno seduti sulle panchine della piazza del comune di Irun. Tutti i giorni, dalle 10 alle 12, i volontari dell’associazione Irungo Harrera Sarea vengono qui per fornire loro consigli e informazioni. “Chi vuole restare in Spagna?”, chiede Ion, uno dei volontari. Nessuno alza la mano. “Ero riuscita ad attraversare il confine, ma la polizia mi ha fermata sull’autobus e mi ha rimandato in Spagna”, racconta Fatima, la sola donna del gruppo. Ion racconta di un uomo che è stato respinto otto volte alla frontiera: “Ma alla fine è riuscito a passare”. Anche questi migranti sfideranno la fortuna nel pomeriggio. Nello stesso momento, alcuni giovani magrebini ammazzano il tempo sul parcheggio che si trova davanti al ponte di Santiago: “Sono in Europa da otto anni e ancora non ho i documenti”, racconta Younes, giovane marocchino che vive da un mese in un centro di accoglienza a Irun. Tutti i giorni lui e gli altri vedono decine di migranti che tentano di attraversare il ponte.

“Gli algerini morti a Saint- Jean-de-Luz erano passati per di qua – racconta Mokhtar -. Erano rimasti nel nostro centro per qualche tempo. Prima che attraversassero il confine, avevo dato loro quattro sigarette per il viaggio. Erano partiti di notte, seguendo i binari. Questo confine è uno dei più difficili da attraversare in Europa”.

Le famiglie delle vittime sono spesso lasciate per giorni senza informazioni, nell’incertezza. “È una tortura per i familiari”, osserva un volontario. Solo alcuni giorni dopo il dramma del 12, la procura di Bayonne ha potuto identificare le tre vittime, anche grazie ai parenti che, nel terribile dubbio, si erano rivolti alla polizia. La Moschea di Irun ha a sua volta svolto un ruolo chiave: “Siamo stati in contatto con le famiglie e il consolato dell’Algeria, che ha gestito quasi tutto. I corpi sono stati rimpatriati in Algeria il 30 ottobre”, ci viene spiegato dalla Moschea. Seduti su una panchina, due fratelli siriani, di 20 e 14 anni, hanno in mano il biglietto del Topo. Raccontano di essere stati fermati quattro volte a bordo del treno perché non avevano i documenti di identità. Che la loro madre e la sorella, entrambe rifugiate in Francia, li aspettano a Parigi da due anni. Due giorni dopo, li ritroviamo in un gruppo di migranti al centro Pausa di Bayonne. Era riusciti a passare: “Stiamo aspettando il pullman per Parigi, io e mio fratello partiamo stasera”, conferma M. È l’ultima tappa del viaggio, ma anche questa comporta dei rischi: alcuni conducenti dei pullman non chiedono i documenti, ma altri sì.

 

Venezia. Orari ridotti per 8 Musei civici su 11: 12 mln alla Fondazione, ma lavoratori in Cig

Il 30 e 31 ottobre, quando le porte di Palazzo Ducale e del Museo Correr erano aperte eccezionalmente fino alle ore 23, il personale non riusciva neppure a mandare via i visitatori: troppa calca, troppi biglietti prepagati venduti. A Venezia, dall’estate, la situazione dei flussi turistici, pur non ai livelli (insostenibili) del 2019, è tornata in linea con la normalità pre-pandemica. Anche lunedì 1 novembre, quando tutti i musei civici avevano aperto “eccezionalmente”, le code di visitatori erano interminabili. Sì, perché per visitare 8 degli 11 musei gestiti dalla Fondazione Musei Civici in un giorno che vada dal lunedì al mercoledì dovremo attendere il prossimo 6-8 dicembre. A Venezia avere i musei aperti ormai non è più “normale”, è eccezionale. Otto degli 11 musei civici aprono solo dal giovedì alla domenica, ormai da sei mesi (e oltre, se si guarda al 2020). Lo “straordinario” – orari ridotti e chiusure – sta diventando passo passo un nuovo ordinario, fatto non solo di Musei di livello internazionale, come Ca’ Rezzonico o Palazzo Mocenigo, che aprono per un totale di 24 ore a settimana (i più piccoli ne fanno invece 16).

Ma anche di agenzie e guide turistiche costrette a ripetuti “No, mi dispiace” nei confronti dei visitatori, cittadini veneziani o persone che passano in città per studio e lavoro costrette a rinunciare alla visita, per non parlare di ricercatori e professionisti che, per utilizzare le biblioteche e gli archivi dei musei, da ormai due anni devono prodursi in sforzi e fatiche spesso insostenibili.

Un nuovo ordinario in cui la Fondazione, dopo aver chiesto e ricevuto quasi 8 milioni di aiuti ministeriali per il 2020, ne ha chiesti e ottenuti, secondo i sindacati, altri 4 per il 2021, mentre i dipendenti diretti della Fondazione continuano a passare una settimana al mese in cassa integrazione. E tutti i dipendenti esternalizzati, data la riduzione degli orari, vedono un monte ore ridotto integrato dalla Cig. Così il personale di accoglienza al pubblico copre le aperture straordinarie serali e lavora in orari sempre diversi, senza neppure uno straordinario in busta paga. Mentre la collettività continua, da ormai un anno e mezzo, a pagare cassa integrazione e sussidi che permettono alla Fondazione Musei Civici (partecipata al 100% dal Comune) di togliere un servizio alla cittadinanza e di porre un ostacolo concreto alla fruizione culturale nella città lagunare. Gli operatori della Fondazione, sentiti dal Fatto, si dicono frustrati e sconfortati a causa del permanere di una situazione di eccezionalità , con sacrifici che colpiscono l’utenza e il patrimonio stesso. Il personale tecnico scientifico è in Cig al 20% (lo è stato al 100% per mesi), mentre la dirigenza non è coincolta in alcun modo la: è rimasta impermeabile a critiche, tagli e riduzioni.

L’idea, seppur mai formalizzata pubblicamente, è l’estendersi degli orari ridotti per 8 musei su 11 per tutto l’inverno. Se il Comune ha sempre difeso questa dirigenza e queste scelte, limitandosi a chiedere e ottenere aperture serali in piazza San Marco per le festività, la palla passa ora al Ministero, che potrebbe rifiutare di fornire sussidi e sostegno nel caso in cui la Fondazione non rispettasse alcuni standard minimi sia occupazionali sia di servizi e orari. Ma segnali in tal senso non se ne vedono.

 

L’abolizione del Patent Box, un passo nella giusta direzione

Se a introdurlo a inizio anni 70 fu l’Irlanda, paradiso fiscale europeo, l’Italia sarà invece il primo paese ad abolire il Patent Box, un incentivo che permette la tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali (software, brevetti industriali di disegni e modelli). Una misura che si è diffusa a macchia di leopardo in Europa con aliquote che variano dal 2% di Malta al 13,95% italiano (la misura consente di escludere dalla base imponibile il 50% dei redditi) permettendo così alle multinazionali di spostare i propri beni immateriali – e relativi redditi – dove fiscalmente più conveniente. Le conseguenze negative delle pratiche di ottimizzazione fiscale aggressiva sono molteplici: nell’ambito delle attività di impresa alterano la concorrenza e favoriscono la polarizzazione e la concentrazione; sul piano sociale erodono la fiducia dei contribuenti nel settore pubblico, scoraggiando il consenso popolare nei confronti del sistema di contribuzione fiscale e del contrasto all’evasione.

In Italia il Patent Box è stato introdotto nel 2015 col duplice obiettivo di incentivare il collocamento di beni immateriali in Italia e di favorire l’investimento in attività di ricerca e sviluppo. Ma per beneficiare dell’aliquota preferenziale non serve incrementare i costi di ricerca e sviluppo e ad oggi non ci sono dati pubblici sull’efficacia di questa misura in relazione ai due obiettivi, mentre il costo per le casse dello Stato non è indifferente: minori entrate per 1,6 miliardi nel solo 2019. Il beneficio, peraltro, è molto concentrato in poche grandi imprese: si pensi che nel 2017 a beneficiare di questa agevolazione sono state circa 1.300 imprese, di cui 1.200 società di capitale (sulle oltre 800.000 attive in quell’anno). Risulta poi molto alta la concentrazione degli importi sia su un piano dimensionale che territoriale: l’8,3% delle imprese beneficiarie, che ha ricavi superiori a 250 milioni, ha usato il 63% del reddito detassato. I dati sono ancora più scoraggianti se si considera che la ricerca e sviluppo delle imprese italiane è stabilmente tra le più basse nell’Ue. Ora il governo si appresta a sostituirlo con un nuovo regime legato non più ai redditi, ma ai costi effettivi di ricerca e sviluppo sostenuti, incrementando del 90% l’importo deducibile delle spese di ricerca e sviluppo relative ai beni immateriali. È una misura che va nella giusta direzione.

Studi recenti mostrano infatti che l’aumento della protezione brevettuale non incentiva le imprese ad aumentare gli sforzi in ricerca. Ciò è specialmente vero in settori come l’industria farmaceutica, nei quali la protezione della proprietà intellettuale è uno strumento di creazione di formidabili rendite monopolistiche. Certamente maggiori protezioni tendono ad indurre un aumento dei brevetti, ma questi non rappresentano un maggiore numero di innovazioni, ma solo maggiori “cinture protettive” attorno a tecnologie proprietarie. Le imprese tendono infatti a creare grandi portafogli di brevetti per contrastare i concorrenti con la minaccia di azioni legali, frenando così l’innovazione. I Patent Box peggiorano la situazione, perché premiano le rendite monopolistiche associate ai diritti di proprietà intellettuale rendendoli quasi esentasse. La strada da intraprendere è quella opposta: aumentare i campi esplorativi soggetti a “open science”, i cui risultati possono essere sfruttati dalle imprese che, in caso di successo, saranno normalmente tassate. Se il settore pubblico contribuisce al finanziamento di questa ricerca, dovrà essere ricompensato con una quota dei profitti generati. Infine, le risorse risparmiate dal Patent Box potrebbero essere utilizzate per finanziare la ricerca pubblica, dove purtroppo l’Italia è agli ultimi posti in Europa.

Oltre che il superamento di una spesa inefficiente, l’abolizione del Patent Box ha anche un significato simbolico. L’Italia è la prima grande economia ad abbandonare questo strumento di concorrenza fiscale tra Paesi: un segno della sua efficacia nello stimolare investimenti, ma anche della dannosità della concorrenza fiscale, una gara in cui nessun grande paese può vincere. L’accordo del G20 a Roma introduce per la prima volta un’aliquota globale effettiva minima sui profitti delle multinazionali (al 15%, bassa rispetto alla nostra Ires del 24%) dimostrando così la necessità di assicurarsi che anche i grandi gruppi, che hanno registrato in quest’ultimo periodo una significativa moltiplicazione degli utili, contribuiscano per la loro parte alla ripresa post pandemica. Spetta ora al Parlamento approvare questa misura di giustizia fiscale, ignorando le sirene di chi vuol mantenere misure a privilegio di poche imprese.

Panoramica. Le strategie di Italia, Germania e Francia

La migrazione al cloud delle pubbliche amministrazioni europee deciderà in grande misura la tecnologia della più importante infrastruttura dell’economia dei dati. L’Europa cerca autonomia, ma non c’è ancora una vera strategia comune.

Tutti i governi devono fare i conti con il Cloud Act, la norma Usa che permette alle autorità di accedere ai dati delle imprese statunitensi anche se detenuti in Paesi terzi.

L’Italia ha annunciato alcune linee strategiche con il Polo strategico nazionale, che prevede l’affidamento dei dati della P.A. a una partnership pubblico-privata e la partecipazione degli hyperscalers

Usa alla gestione di dati sensibili solo attraverso licenze a operatori europei o l’uso di chiavi crittografiche generate localmente. La Francia ha annunciato il “Cloud de confiance”, che prevede la possibilità di partecipare per gli hyperscalers solo attraverso la cessione di licenze; e investimenti industriali per creare “campioni francesi ed europei”. Ha anche espresso la volontà di usare la leva normativa per vincere la “battaglia del Cloud”, con il prossimo Digital Market Act.

La Germania non ha ancora presentato un progetto organico. Tuttavia è stata la prima a lanciare il label Trusted Cloud in Europa, a promuovere Gaia- X, e la Cdu nel programma elettorale aveva annunciato di voler rendere il software open source obbligatorio per le pubbliche amministrazioni.

“I big Usa sono opachi. Diamo agli utenti Ue la sovranità sui dati”

“È in atto una grande operazione di lobby”, avvisa Francesco Bonfiglio. In gioco ci sono moli soldi e le tecnologie del cloud delle pubbliche amministrazioni europee. Bonfiglio guida Gaia-X, l’avamposto dell’ambizione sovranista europea in campo digitale. Ha perciò una visione privilegiata sui programmi di migrazione al cloud che tutte le pubbliche amministrazioni europee stanno annunciando.

Gaia-X è invece un lascito del governo Merkel, che è stato il suo principale promotore, come lo è stato dell’articolazione di una visione europea della società digitale, con la Dichiarazione di Berlino del dicembre scorso. Oggi Gaia-X è un’associazione non profit di diritto europeo, con sede a Bruxelles, a cui hanno aderito circa 300 imprese tra le più importanti in Europa, fornitrici e utilizzatrici di servizi di cloud computing. La sua ambizione è grande. Introdurre uno strato tecnologico trasversale a tutti i sistemi cloud , che garantisca la “sovranità” sui dati da parte degli utenti. E contribuire a far evolvere l’architettura stessa dei sistemi di cloud, verso l’edge computing, ovvero verso un disegno più distribuito e federato.

L’Europa cerca sovranità digitale e Gaia-X ne è uno strumento. Come si può spiegare questo concetto?

Dentro Gaia-x, la sovranità la concepiamo in termini tecnologici, più che giuridici o politici. Per noi significa implementare un sistema di controllo sull’identità e le caratteristiche dei servizi digitali e così permettere agli utenti di scegliere con sicurezza chi può accedere ai propri dati e per quali usi può farlo. Significa rendere i servizi software ispezionabili e verificabili. Qualcosa del genere la stanno facendo anche i governi in vista della migrazione al cloud. Classificano i dati in base alla loro criticità e qualificano i servizi adatti a ciascuna tipologia. Noi sviluppiamo un sistema di servizi software che verifica quei parametri.

Una specie di agenzia di certificazione di standard?

In realtà noi selezioniamo e costruiamo software open source che svolge queste funzioni. Poi i servizi di certificazione potranno essere svolti da più attori in modo decentralizzato, attraverso tecnologie blockchain. I nostri prodotti li offriremo gratis. Anche se avranno un costo per chi ha fatto dell’opacità il proprio modello di business.

I famosi hyperscalers, Amazon, Microsoft, Google?

Il problema degli hyperscaler è che hanno sviluppato un’architettura del cloud computing estremamente centralizzata e non trasparente.

Eppure un po’ in tutti i paesi europei sembra che la migrazione delle pubbliche amministrazioni sul Cloud finirà per affidarsi – sia pure in forme nuove – alle tecnologie di Amazon, Microsoft, Google.

Il rischio è reale. Basta vedere il grande lavoro di lobby che stanno facendo. Però io osservo che tutti questi operatori si presentano oggi come capaci di offrire un “cloud sovrano”. E per farlo promettono di fare investimenti molto importanti e di cambiare le loro architetture per offrire dei sistemi regionalizzati, segregati dalla casa madre, per aggirare il Cloud Act. Questo è positivo. È un segno che ci stiamo muovendo nella giusta direzione.

Però, notano molti, promettono grandi investimenti perché poi, una volta trasferiti dati e servizi nei loro sistemi, si crea un vincolo quasi irreversibile.

Sono d’accordo. Non basta uno schermo legale, rispetto alla possibilità di intrusione da parte di autorità extra-europee, con il sistema delle licenze a operatori europei. Un altro requisito essenziale, che va richiesto e certificato è quello della interoperabilità e della portabilità di servizi e dati tra diverse piattaforme. Le tecnologie commerciali open source danno questa possibilità. Mentre al momento nessuna soluzione proprietaria lo permette. Arrivarci sarebbe un fatto molto positivo. Mentre se si sottraessero a questa esigenza, sarà evidente la loro intenzione.

A proposito di open source, la Dichiarazione di Berlino lo indica come via per rafforzare sovranità e interoperabilità europea. Ma nei piani dei governi europei si fa fatica a trovarlo.

Effettivamente è un paradosso che l’open source sia molto più usato oggi dall’industria che dalla pubblica amministrazione. Tutti i grandi players compresi gli hyperscalers stanno sviluppando i loro sistemi sulla base di componenti open source. Sicuramente sarà un ingrediente fondamentale nel futuro delle pubbliche amministrazioni, per i suoi vantaggi in termini di trasparenza, sicurezza, scalabilità. Ma io sono laico: la proprietà intellettuale in certi casi stimola la competizione. L’importante è che i software siano ispezionabili e trasparenti. E che siano garantite interoperabilità e portabilità.

L’Europa nel digitale ci ha abituato a vedere grandi piani e principi non tradursi in azioni efficaci. Gaia-X in fondo è ancora solo un’idea.

Vero. Però già a fine anno cominceremo a rilasciare i primi prototipi dei nostri servizi. E poi, questa volta, vedo nella Commissione e nei governi grande consapevolezza. Ci giochiamo molto. Dai dati e dalle piattaforme dipenderà il valore aggiunto di industria, servizi, amministrazioni.

Non c’è un eccesso di fiducia nelle capacità del mercato?

A volte, è vero, sembra mancare un catalizzatore nei propositi europei.

I governi stanno riscoprendo gli standard?

C’è in effetti una rinascita dell’uso degli standard da parte dei governi nelle politiche tecnologiche.

E a proposito di efficacia, non sarebbe auspicabile una convergenza tra standard tecnologici e regolatori a livello europeo?

Sì, avrebbe molto senso. Ma non dipende da noi.

Gli utili bancari tornano al pre-Covid, ma nel 2022 c’è il rischio “sofferenze”

Ormai è certo. Il 2021 vedrà le banche italiane lasciarsi alle spalle, in termini di redditività, la via crucis della pandemia. Gli utili aggregati del sistema bancario dovrebbero collocarsi intorno ai 10 miliardi, tornando così ai livelli del biennio 2018-2019, dopo l’azzeramento del 2020.

Le indicazioni arrivano dai conti dei primi 9 mesi dell’anno sfornati in questi giorni. Già il primo semestre del 2021 aveva segnato l’inversione di rotta coi profitti dei primi 5 gruppi bancari a quota 6 miliardi contro le perdite segnate nel 2020, i conti dei 9 mesi non fanno che replicare la tendenza. Certo, l’ultimo trimestre dell’anno è quello delle pulizie di bilancio dai crediti malati, ma non c’è segnale che le banche andranno di ramazza più del dovuto. A trascinare il rimbalzo nella redditività è Intesa, che ha chiuso i 9 mesi con utili netti di 4 miliardi, in anticipo sui tempi che prevedano quei profitti sull’intero anno. A seguire ricompare UniCredit che ha cumulato da gennaio a settembre 3,4 miliardi di utili. La banca guidata da Andrea Orcel si attende la chiusura d’anno con l’ultima riga di bilancio sopra i 3,7 miliardi. Insomma, le due big (che rappresentano meno del 40% del mercato) portano in dote al sistema circa l’80% dei profitti a segnare ormai il dato strutturale di un settore divaricato: da un lato i due campioni nazionali, dall’altro la pletora delle “banche medie” che riunite fanno all’ingrosso 2 miliardi di profitti.

Poi vengono Banco Bpm e Bper, che insieme hanno prodotto quasi 900 milioni di utili al settembre 2021. La disastrata Mps ha rivisto l’utile per 390 milioni sui 9 mesi del 2021, dopo il maxi-rosso (l’ennesimo) del 2020. Quasi nessuna, con l’eccezione di Popolare di Bari in perdita per 100 milioni nei primi 6 mesi del 2021 e, forse, di Carige, dovrebbe chiudere in rosso il 2021. Tutto bene quindi? Dipende. A spingere la ritrovata verve, più che il business tipico, quello cioè del prestare denaro, le nutrite commissioni sulla vendita di prodotti finanziari che ormai superano da tempo il 50% dei ricavi totali e sui cui tutti, nel 2021, hanno visto crescite spesso a doppia cifra, tali da più che compensare i cali del margine d’interesse. Ma la spinta fondamentale a tornare agli utili (con l’eccezione di Intesa che non ha mai chiuso in perdita dal 2008) sono state le minori svalutazioni su sofferenze e incagli: rettifiche dimezzate in media nel corso del 2021. Merito delle moratorie e delle garanzie pubbliche che hanno supportato il sistema. E a far tirare il fiato (provvisorio) alle banche anche la prospettiva che un rialzo dei tassi futuri possa tornare a far salire il margine d’interesse e che il rimbalzo dell’economia possa far ripartire i volumi di credito. Ma queste sono aspettative, mentre pare più probabile che nel 2022 e 2023 si abbia a che fare con una ripartenza dei nuovi flussi di non performing loan (Npl).

Moratorie e garanzie pubbliche hanno finora in qualche modo oscurato il problema, ma nonostante la ripresa più di qualche impresa finirà per non ripagare i debiti: le stime del mercato indicano un nuovo flusso di crediti malati tra 80 e 100 miliardi nei prossimi 24-30 mesi. E se è vero che oggi i crediti deteriorati non rappresentano un problema, qualche segnale preoccupante c’è già: sono i crediti oggi in bonis che si stanno deteriorando. L’indicatore è il cosiddetto “stage 2”, che nei principali istituti l’anno scorso – secondo un rapporto di Pwc – è salito di 64 miliardi, portando la soglia dal 9 al 14% sul totale degli impieghi. Un’accelerazione che è proseguita quest’anno: almeno 200 miliardi totali di prestiti mostrano segni di deterioramento; il passaggio successivo è l’ingresso in incagli e poi sofferenze. Se solo il 10-20% di questa mole si trasformasse in crediti di difficile recupero, il sistema si ritroverebbe a dover fronteggiare rettifiche e svalutazioni che finirebbero per impattare sulla profittabilità. I conti veri si faranno nel corso del 2022 e i banchieri sperano in cuor loro che le sofferenze non ripartano grazie al nuovo ciclo economico in forte recupero. Ma qualcuno ha già messo le mani avanti. Andrea Enria, l’italiano a capo della Vigilanza Bce, ha lanciato un monito sui tassi bassi di accantonamento delle rettifiche sulle sofferenze: “Tutte le banche praticamente stimano un continuo calo degli Npl lordi almeno fino alla fine del 2022 e siamo naturalmente preoccupati che si tratti di un’aspettativa leggermente ottimistica…”.

Stiamo tutti calmi: quel che c’è da sapere su inflazione e tassi

La sorpresa della settimana appena trascorsa è stata la decisione da parte della Banca d’Inghilterra di non aumentare i tassi d’interesse e mantenere il ritmo del Quantitave easing. In pochi scontavano una decisione del genere dopo che a metà ottobre il governatore Baley aveva dichiarato che la banca centrale “dovrà agire e dovrà farlo se vediamo un rischio, in particolare, per l’inflazione a medio termine e per le aspettative”. Insomma, pareva che con la riunione del 4 novembre anche la sua istituzione si sarebbe convinta a concludere la fase espansiva e, invece, le parole di Baley sono andate nel solco di quelle del suo omologo americano Powell e della governatrice della Bce Lagarde: l’inflazione rimane prevalentemente dovuta a restrizioni dal lato dell’offerta sulle quali la banca centrale non ha molto potere.

La pandemia e le misure di contenimento hanno spostato il modo di consumare dei cittadini un po’ in tutto il mondo: meno servizi (ristoranti, cinema, viaggi) e più beni (tv, pc, attrezzature). Questo a fronte della chiusura, per diverse settimane, della gran parte delle attività manifatturiere, prima in Cina e poi nel resto del mondo. Lo choc, da deflattivo nella fase di lockdown, è diventato inflattivo una volta che l’economia è stata riaperta: si sono dovute ricostituire le scorte e soddisfare una domanda di beni in crescita. Questo ha generato una serie di strozzature lungo le catene di approvvigionamento mondiali: iniziate col rialzo dei prezzi dei noli marittimi per la mancanza di container e navi per le spedizioni dall’Asia, si è passati poi ai materiali da costruzione, ai chip elettronici, all’acciaio, al rame, e così via.

Cosa può fare la politica monetaria per contrastare questo andamento? Le banche centrali non possono produrre più chip o imbarcare più container. Quello che possono fare è agire con un aumento dei tassi che riduca la domanda, in modo che le imprese produttrici abbiano meno richieste di beni. Questo, però, vorrebbe dire soffocare la ripresa, mettere un freno ai consumi e agli investimenti. Si arriva così al vero nodo della questione: se sia opportuno aspettare che il sistema produttivo globale si riequilibri – ristrutturando le catene di fornitura, aumentando la capacità dove non è sufficiente e facendo ritornare i consumi verso i servizi e meno sui beni – o se invece giudicare il sistema non più in grado di aggiustarsi autonomamente e frenare la domanda, aumentando gli interessi che le persone e le imprese pagano sui prestiti.

Fino all’estate, la visione prevalente era che l’aumento dei prezzi sarebbe stato transitorio, dovuto ai bassi prezzi del 2020 e a un sistema che iniziava a ripartire, destinato a esaurirsi entro l’anno, una volta superate queste due componenti. Da qualche mese, complice anche il repentino aumento della componente energetica, si va sempre più consolidando sul mercato l’idea che le banche centrali saranno costrette a intervenire in anticipo, prima che l’economia si sia totalmente ripresa. I recenti rialzi dei tassi decisi dalle banche centrali di Paesi importanti come Brasile, Russia, Polonia – preoccupate degli effetti che un’inflazione fuori dal target può avere sugli afflussi di capitali e sul cambio delle proprie valute – hanno contribuito a rafforzare questa visione e spinto il mercato a puntare verso il rialzo dei rendimenti a breve/medio termine sui titoli di Stato Usa ed europei. Coerentemente sono scesi quelli a lungo termine, che ora scontano una crescita meno pronunciata rispetto a qualche mese fa.

La risposta fornita nelle recenti dichiarazioni dai governatori di Fed e Bce rimane improntata alla cautela. Christine Lagarde ha dichiarato che nonostante quello che si aspetta il mercato, l’analisi compiuta dalla Bce non ipotizza un rialzo dei tassi né secondo quanto stimato dal mercato né in qualsiasi periodo successivo.

Parole che non sono state credute dagli investitori e che ha dovuto ripetere nuovamente la scorsa settimana, aggiungendo che “le tre condizioni per un futuro rialzo dei tassi è molto improbabile che si realizzino il prossimo anno”. Persino Robert Holzmann, il super falco austriaco del consiglio Bce, ha dichiarato che le condizioni per il rialzo dei tassi non si manifesteranno nel 2022 e che sarebbe controproducente alzarli durante uno choc dal lato dell’offerta. Jerome Powell, annunciando quello che è stato definito come “tapering accomodante”, non ha fornito indicazioni sul futuro andamento dei tassi. L’obiettivo della massima occupazione, che negli Usa è parte del mandato della Fed, è ancora distante dall’essere raggiunto e, al ritmo di creazione di posti di lavoro che risulta dal dato diffuso venerdì, non lo sarà prima della seconda metà del 2022.

D’altronde, iniziano ad emergere alcuni segnali di distensione. Dopo la corsa di fine settembre e inizio ottobre, il petrolio è stabile da un paio di settimane e il gas è sceso visibilmente. Anche il prezzo di legname, rame, ferro, carbone, alluminio è sceso molto dall’inizio di ottobre e i prezzi dei trasporti marittimi, che da quasi un anno rappresentano la principale strozzatura del sistema produttivo globale, hanno finalmente invertito la rotta. L’indice Baltic dry, che segnala il prezzo di trasporto delle materie prime e delle derrate alimentari, è sceso di quasi il 50% nell’ultimo mese e il World container index, che misura il prezzo di trasporto di un container nelle 8 principali rotte, è sceso del 10%. Presto per dire se sia una pausa prima di una nuovo rialzo o se sia invece la fine della corsa. L’esperienza degli ultimi quarant’anni ci aiuta ad ipotizzare che i recenti rialzi siano difficilmente in grado di ri-alimentarsi, anche alla luce del rallentamento del settore delle costruzioni cinese, principale importatore di materie prime. Se poi guardiamo a come si sono evoluti i prezzi mensilmente, che ci serve per eliminare l’influenza della deflazione dello scorso anno, la componente di fondo nell’economia Usa ha raggiunto il picco tra aprile e giugno e già da tre mesi è ritornata in linea con un obiettivo del 2%, nel senso che se continuasse ad aumentare allo stesso ritmo dell’ultimo trimestre, l’inflazione di fondo tornerebbe prima della fine del 2022 all’obiettivo del 2%.

Nell’Eurozona la situazione non si è ancora stabilizzata e, dopo il calo dell’estate, l’aumento è ripreso in questi ultimi mesi. Serve sempre grande cautela. Impossibile determinare con certezza quanto tempo occorre per risolvere tutti questi problemi, data la complessità delle catene di fornitura globali, la forza dello choc indotto dalla pandemia e l’incertezza legata all’andamento dei contagi nel mondo. Importante è verificare se la persistenza di un’inflazione ampiamente sopra il target avvii quella che si chiama una spirale inflattiva, un aumento di salari e prezzi che si autoalimenta e potrebbe causare scenari di stagflazione stile Anni 70. Eventualità che, al momento, non è assolutamente nei dati, perché i salari scendono in termini reali e gli utili delle imprese sono ritornati a livelli record. Utili che spingono gli investimenti e che aiutano ad aumentare la capacità là dove è più necessaria e che rafforzano l’idea che il sistema produttivo sarà in grado di superare in maniera autonoma la fase di squilibrio.