Renzi pronto a rimettere in gioco il Pd

“Ha chiesto al presidente Matteo Orfini di posticipare l’Assemblea nazionale prevista per il 21 aprile, stante la nuova fase istituzionale determinata dall’incapacità delle forze che hanno prevalso il 4 marzo di dare al Paese una concreta ipotesi di governo. A questo punto il Pd deve continuare a concentrare unitariamente tutte le proprie energie su questa situazione, nell’interesse generale del Paese, seguendo l’impegnativo lavoro del presidente Mattarella”. Sono quasi le 20 quando Maurizio Martina detta alle agenzie di stampa la dichiarazione con cui cede alla richiesta di Matteo Renzi di spostare l’Assemblea alla quale voleva presentarsi da candidato segretario.

Le sue parole rivelano quali sono i ragionamenti che si vanno facendo al Nazareno: se fallisce l’ipotesi del governo tra Lega e Cinque Stelle (o tra centrodestra e Cinque Stelle), il Pd pensa di poter rientrare nel gioco. In un ipotetico esecutivo istituzionale, un “governo di tutti”, in prima battuta. Sempre ammesso che Sergio Mattarella decida di farlo partire. O addirittura in un esecutivo a trazione Cinque Stelle, previo passo indietro di Luigi Di Maio.

La voce che gira insistentemente da giorni è che Renzi sarebbe pronto a intestarsi l’operazione “scongelamento”. C’è anche chi l’ha sentito sostenere: “Se voglio, porto tutto il Pd al governo coi Cinque Stelle”. Quello che è certo è che l’ex premier vuole decidere lui se, come e quando scendere dall’Aventino. E per questo deve mantenere la presa sul Pd in una sostanziale vacanza di vera leadership.

Quello di ieri è il film di una giornata convulsa. Martina, in mattinata, varca la soglia dello studio di Renzi in Senato, dopo settimane di guerra sotterranea tra i due. L’ex segretario gli fa la sua proposta: “Ti do anche i miei voti all’Assemblea, ma entro febbraio del 2019 va fatto il congresso con primarie”. Il reggente dice no: “Se faccio il segretario, lo faccio con mandato pieno”. Quindi, fino al 2021. A quel punto, la rottura. Renzi non ha un candidato da opporre al reggente e neanche la certezza di avere lui la maggioranza per far saltare Martina e dunque fa partire la richiesta (per bocca di Dario Parrini) di rinviare l’appuntamento.

Nessuno dei big risponde ufficialmente per ore. Andrea Orlando, Michele Emiliano, Francesco Boccia sono contrari. Lo stesso Martina sembra contrario. Più va avanti la giornata, più la sua posizione si ammorbidisce. Fa i conti: non è così convinto di avere i numeri neanche lui. Peraltro, i renziani fanno filtrare la mossa finale: far mancare il numero legale per evitare la sua elezione. Lorenzo Guerini tiene la trattativa. Alla fine anche Dario Franceschini, il più governista di tutti, decide che non è il caso di rotture durante la trattativa al Quirinale. Martina cede: la fase è troppo delicata per rischiare spaccature. A valutare positivamente la decisione anche Nicola Zingaretti: meglio prima chiudere la vicenda del governo.

Mentre si fa sera, i Dem si interrogano su cosa succederà. Si parla dell’ipotesi di Roberto Fico come “esploratore”, previo fallimento di Di Maio e Salvini. Una mossa che viene letta come un modo per bruciare il leader dei 5 Stelle. E Marina Sereni, da sempre vicinissima a Franceschini, lo dice così: “Solo un Pd unito può mettersi a disposizione del Presidente della Repubblica”.

Di Maio punta ancora sul “verde”, ma Dibba lo mette in difficoltà

Il candidato premier che gioca di sfumature per ora punta ancora sul “verde”. Su quel Matteo Salvini che doveva rompere con Berlusconi e invece resta lì, legato al Caimano che gli ha contato le battute davanti alla telecamere. Ma che nella pancia del Colle, mentre tutto sembrava saltare per aria, ha fatto sapere a Di Maio che si può ancora ricucire e fare un governo assieme. Un governo della Lega con il M5S, che però ora si fida molto di meno. E che registra nuovi segnali dal Pd, a partire dal segretario “reggente” Maurizio Martina. Perché dopo giovedì molti dem hanno capito che l’accordo tra Carroccio e 5Stelle non è chiuso. E hanno voglia di tornare in gioco.

Ma in tutto questo c’è anche Di Battista, l’altro leader che riempiva le piazze e che ha scelto di fermarsi. Ma che si fa ancora sentire, senza sfumature. Mercoledì, alla vigilia delle consultazioni, aveva bollato Berlusconi come “il male assoluto”. E Forza Italia era insorta, fino al punto da ventilare che al Colle è stato un nulla di fatto anche e soprattutto per colpa sua. Troppo, evidentemente.

Però si era irritato anche Di Maio per quel post, visto che la linea del capo era e resta quella di accompagnare il Caimano all’uscita, con garbo, come prova una frase simbolica: “Il problema con Berlusconi è politico, non personale”. Invece ieri riecco Di Battista, e altro che garbo. Perché l’ex deputato entra durissimo: contro l’ex Cavaliere, e pure contro Salvini. “Berlusconi è un condannato, un finanziatore di Cosa Nostra. Il cambiamento non può passare da quel ventriloquo che ieri muoveva le labbra di Salvini e lo trattava come il cane Dudù”. E non finisce qui: “Io non so a cosa sia dovuto questo timore reverenziale del leghista. So che Berlusconi è esperto in dossieraggi vari: forse ci sono cose che non sappiamo, si parla di fideiussioni…”. Un lungo anatema, che ai vertici dei 5 Stelle provoca qualche mal di pancia. Così Di Maio si ritrova con un altro nodo da sbrogliare, dopo il nulla di fatto nel secondo giro di consultazioni. Uno stallo che agita il Movimento, dove adesso tornano a temere la trappola, ossia il governissimo, e quindi i soliti nemici, Berlusconi e Renzi, i possibili motori dell’ammucchiata per buttarli fuori. E allora mostrano i denti. “Se ci lasciano fuori si fanno male” è la frase di Di Maio che trapela sull’AdnKronos. Non a caso, perché il Movimento vuole ricordare che con i suoi 331 eletti in Parlamento potrebbe bloccare molto. Ma il capo del M5S punta ad altro, a Palazzo Chigi: e subito. Così si torna al Salvini che giovedì non ha saltato il fosso. Il Movimento se lo aspettava, proprio come Mattarella. “Ma al Quirinale non lo avevamo anticipato noi, non ci volevamo esporre”, giurano. Quindi sarebbe stata la stessa Lega a far capire di essere pronta a rompere con Berlusconi.

Ma tra mercoledì notte e giovedì mattina è successo qualcosa, che il M5S non ha capito. Sufficiente però per far infuriare Di Maio, che dopo l’incontro con il presidente della Repubblica era pronto ad attaccare frontalmente Salvini. Ma in quei 27 minuti tra la fine del colloquio e il discorso alle telecamere dentro il Colle il candidato premier ha riscritto il testo, sminandolo. Perché dalle agenzie filtravano le sparate di Berlusconi, ennesima prova di quanto sia lacerato il centrodestra. Ma soprattutto perché gli è arrivato un segnale da un alto ufficiale della Lega. Una telefonata, in cui gli hanno assicurato che un accordo di governo era ancora possibile. Così Di Maio ha stemperato i toni. E il giorno dopo ai suoi predica ottimismo: “Ce la possiamo fare”.

Però restano i sospetti e le difficoltà, riassunte in un tweet dal senatore lucano Vito Petrocelli: “Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione non è eccellente”. E nel caos si rifanno sotto i dem. Che ieri hanno ripreso a telefonare a Di Maio e ai suoi, sostenendo che l’aria nel partito sta cambiando, e che il Pd potrebbe tornare al tavolo. Parole suffragate dal rinvio dell’assemblea del partito. Così ecco l’altro forno che accenna a riaprirsi, anche grazie a una telefonata di Martina. Però serve tempo, e Di Maio continua a guardare soprattutto in direzione Lega. Oggi sarà a Roma, per assistere alla gara della Formula E. E in tribuna è atteso anche un certo Salvini.

Ultimatum del Colle a Salvini. Dopo si “esplora” (e si vota)

E adesso sulla scrivania di Sergio Mattarella, nello Studio alla Vetrata al Quirinale, comincia a intravedersi l’arma dello scioglimento anticipato. Intendiamoci, la linea del capo dello Stato è sempre quella di scongiurare il voto, da qui all’autunno, ma dopo il fallimento totale del secondo giro di consultazioni il realismo del Colle volge decisamente al pessimismo.

Colpa di Matteo Salvini e soprattutto dell’incredibile teatrino berlusconiano di giovedì sera. Ancora ieri, il presidente e i suoi collaboratori si sono interrogati, senza trovare una risposta certa, sul “ripensamento” del Pregiudicato in merito al fatidico passo di lato per consentire l’accordo tra centrodestra e Cinquestelle (versione Salvini) o tra Lega e Cinquestelle (versione Di Maio). Non è stato il solo Luigi Di Maio a essere spiazzato, quindi. Entrambi, il capo dello Stato e il candidato premier del M5S, avevano “recepito” totalmente le ampie garanzie fornite dal leader leghista nelle ore precedenti.

Che cosa è successo poi? Bastano a dare una spiegazione le uscite di Alessandro Di Battista, le pressioni “interne” di Letta, Ghedini e finanche del partito Mediaset? Oppure l’evidente sofferenza “psicologica” di B. durante l’udienza al Quirinale, che si è seduto sì vicino a Mattarella, ma è stato costretto dagli alleati Salvini e Meloni quasi al silenzio?

Domande in sospeso e che restringono di parecchio il sentiero grilloleghista, senza dimenticare l’ibernazione del Pd di Renzi (e Martina) che in questo giro ha concesso solo un passo microscopico, l’uso del termine “minoranza” al posto di “opposizione”. Quisquilie.

Rappresentato il fosco quadro a quaranta giorni dalle elezioni, e dopo due giri di consultazioni, la sintesi di Mattarella a fine mattinata di ieri è stata durissima e secca, pur nei suoi modi garbati di gentiluomo siciliano. Unendo l’incipit e la parte finale della sua breve dichiarazione, queste le parole chiave della giornata: “Emerge con evidenza che il confronto tra i partiti politici per dar vita in Parlamento a una maggioranza che sostenga un governo non ha fatto progressi. Attenderò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò in che modo procedere per uscire dallo stallo che si registra”.

Le ipotesi non solo di scuola che emergono da questo passaggio sono varie, ma il realismo del Quirinale in queste ore tratteggia due soli scenari veri. Il primo, sul brevissimo periodo, contempla ancora un’ultima possibilità per lo schema Salvini-Di Maio. Mattarella non farà pressioni, né cercherà i due, soprattutto dopo la “sceneggiata” di giovedì. Ma se Lega e Cinquestelle dovessero offrire assicurazioni entro martedì su quell’“innesco di trattativa” chiesto dal Colle allora il capo dello Stato tornerà su questo schema.

In caso contrario, la prassi costituzionale distribuisce due carte al presidente. Una decisamente hard che metterebbe Salvini o Di Maio spalle al muro con un pre-incarico. Oppure una soft con il mandato esplorativo affidato alla presidente del Senato, Casellati (fronte centrodestra), o al suo “collega” di Montecitorio Fico (qualora il Pd iniziasse a scongelarsi).

I due “vertici” del Parlamento più l’Emerito Napolitano (il colloquio più lungo di questo giro, quasi un’ora) sono stati i protagonisti ieri del secondo e conclusivo giorno di consultazioni. Tutte ipotesi, queste, che però contribuirebbero ad aumentare lo stallo senza dare certezze, almeno subito. Ed è per questo che Mattarella potrebbe saltare la seconda fase di pre-incarico o esplorazione Casellati-Fico, dopo la presa d’atto definitiva del fallimento di Di Maio e Salvini, e puntare su uno schema radicalmente nuovo.

Offrire, cioè, ai partiti una figura istituzionale (modello Flick per dare un’idea) per il cosiddetto governo di tutti. Già mercoledì o giovedì, per farlo, il capo dello Stato potrebbe convocare una tornata velocissima di consultazioni e comunicare alle delegazioni la sua decisione. Con un’avvertenza. Questo governo “tecnico”, anche di minoranza e sfiduciato, andrebbe avanti fino al 2019. Poi il voto anticipato.

Voce del verbo delinquere

Tutto immaginavamo nella vita, fuorché di dover spiegare proprio a Niccolò Ghedini il nostro titolo di ieri: “Il Delinquente umilia Salvini, insulta i 5Stelle e spera nel Pd”. Nessuno meglio dell’onorevole avvocato di Silvio Berlusconi dovrebbe sapere che il suo cliente è un delinquente. Sia perché, se non lo fosse, non avrebbe così spesso bisogno di lui: come legale e come legislatore. Sia perché almeno Ghedini le sentenze sull’illustre assistito dovrebbe averle lette e capite. È dunque con sommo stupore che leggiamo il suo annuncio di querela perché “i toni e i contenuti della critica politica possono essere più aspri e severi che non nella normale dialettica, ma il titolo e l’articolo della prima pagina del Fatto Quotidiano travalicano qualsiasi limite giuridico e deontologico, sconfinando nella più evidente contumelia e appaiono davvero inaccettabili. Ovviamente saranno esperite immediatamente tutte le azioni giudiziarie del caso”. Mentre lui esperisce, io faccio ammenda: il titolo di ieri era gravemente lacunoso, per motivi di spazio. La giusta definizione di B. è infatti delinquente naturale, o meglio: dotato di una “naturale capacità a delinquere”. Non è una “critica politica”: è un passaggio della sentenza emessa il 26.10.2012 dal Tribunale di Milano nel processo sulle frodi fiscali per 368 milioni di dollari perpetrate per anni da B. facendo acquistare da Mediaset diritti cinematografici dalle major Usa a prezzi gonfiati tramite sue società offshore.

Sentenza che condannò il Caimano a 4 anni di reclusione per le frodi (7,3 milioni di euro) sopravvissute alla prescrizione, da lui stesso dimezzata – a processo in corso – con la legge ex Cirielli. Sentenza confermata identica dalla Corte d’appello nel 2013 e dalla Cassazione nel 2014, con conseguente espulsione dal Senato in base alla legge Severino e affidamento ai servizi sociali per scontare la pena extra-indulto in una casa di riposo per (incolpevoli) anziani. I giudici di primo grado definiscono B. “dominus di un preciso progetto di evasione esplicato in un arco temporale ampio e con modalità sofisticate” e aggiungono che “non si può ignorare la produzione di un’immensa disponibilità economica all’estero ai danni dello Stato e di Mediaset che ha consentito la concorrenza sleale ai danni delle altre società del settore”. La Corte d’appello ribadisce “la prova, orale e documentale, che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale per così dire del gruppo B (sistema di società offshore) e quindi dell’enorme evasione fiscale realizzata”.

E continuò a delinquere anche dopo l’ingresso in politica nel ’94 e dopo il generoso via libera della Consob (centrosinistra) nel ’96 alla quotazione in Borsa di una società infognata nei fondi neri e nei bilanci falsi: “Almeno fino al 1998 vi erano state le riunioni per decidere le strategie del gruppo, riunioni con il proprietario Silvio Berlusconi”, “nonostante i ruoli pubblici assunti” dal leader di Forza Italia. Dunque “era riferibile a Berlusconi l’ideazione, la creazione e lo sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto, al fine di mantenere ed alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere presso conti correnti intestati a società che erano a loro volta amministrate da fiduciari di Berlusconi”. Il delinquente naturale aveva creato quella gigantesca truffa allo Stato e alla stessa Mediaset “per il duplice fine di realizzare un’imponente evasione fiscale e di consentire la fuoriuscita di denaro dal patrimonio di Fininvest e Mediaset a beneficio di Berlusconi”. La Cassazione spiega come Berlusconi, “ideatore e beneficiario del meccanismo del giro dei diritti… continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo”, “la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset ai fini di evasione fiscale” e l’arricchimento illecito di B. che “continuava a godere della ricaduta economica del sistema praticato” con enormi “disponibilità patrimoniali estere”.

Tralasciamo, per carità di patria, le decine di altre sentenze che definiscono il Delinquente anche corruttore prescritto di senatori della Repubblica e di testimoni, finanziatore occulto e prescritto di leader politici, capo di aziende corruttrici della Guardia di Finanza, “privato corruttore” prescritto di magistrati romani, finanziatore per almeno 18 anni di Cosa Nostra con cui aveva stretto un patto d’acciaio fin dal 1974, falso testimone amnistiato e falsificatore di bilanci prescritto o impunito grazie a “riforme” fatte da lui stesso. Quelle sentenze almeno Ghedini dovrebbe conoscerle bene: un po’ perché molte sono frutto di leggi ad personam votate e/o volute anche da lui; un po’ perché l’onorevole avvocato le ha impugnate in appello e in Cassazione per ottenere assoluzioni nel merito, ed è stato quasi sempre respinto con perdite. Però almeno una parola della dichiarazione ghediniana di ieri coglie nel segno: là dove usa l’aggettivo “inaccettabili”. Per lui sono inaccettabili il titolo del Fatto e il mio articolo. Per noi, e per molti italiani (a giudicare dalle ultime elezioni, direi la stragrande maggioranza), è inaccettabile che un Delinquente Naturale conclamato venga ricevuto al Quirinale, rimanga leader di un partito, sia consultato da quasi tutti i partiti politici per il nuovo governo e si permetta (anche perché gli vengono permesse) sceneggiate come quella dell’altroieri nel luogo più solenne della democrazia italiana: la Presidenza della Repubblica. Nei Paesi che – per usare un’espressione a lui cara – “conoscono l’Abc della democrazia”, i delinquenti naturali non vanno al Quirinale. Vanno in galera.

La mamma combina guai ma è pur sempre la mamma

Il libro Mia madre e altre catastrofi è stato scritto da Francesco Abate, un noto scrittore di libri che partono nella via della commedia, come possono anche partire nella via del dramma o semplicemente la via del cult.

Lo scrittore, infatti presenta questo libro come una tragicommedia che racconta di una madre che vuole avere sempre l’ultima parola su tutto, che vuole avere ragione anche se non ce l’ha, e di suo figlio; stavolta però non è solo il figlio che ci farà ridere; ma sarà proprio la madre la parte comica della storia. Allo stesso tempo ci farà porre delle domande: come sarebbe se avessimo una mamma così? Dunque non sarà il figlio a combinare danni o guai, la solita storia dove il figlio si fa beccare e rimproverare dalla madre, dopo questa storia aspettatevi di mettervi nei panni del ragazzo e fingete che quella sia vostra madre. In questo libro comico e tragico vi sono presenti tanti piccoli dialoghi che rappresentano alla fine una vita intera.

Nel libro possiamo vedere le differenze tra madre e figlio, i litigi, i momenti dolci, i momenti tristi e i momenti felici, ma non ci possiamo far scappare l’amore che c’è comunque e sempre anche dopo una brutta litigata, un amore che non si può discutere, un amore che c’è e ci sarà anche dopo la morte, un amor a dir poco infinito, l’amore tra madre e figlio…

 

Susumu Katsumata, Pasolini nipponico e il racconto delle lucciole perdute

Il gekiga nasce nel 1957: un pezzo di fumetto giapponese smette di essere puro intrattenimento (manga) e sceglie di raccontare una società in piena evoluzione, che sulle cicatrici della guerra e delle tragedie atomiche sta costruendo una fulminea modernità. Nei tanti volumi di gekiga che Coconino Press e ora anche Oblomov Edizioni stanno portando in Italia abbiamo visto in questi ultimi anni grandi autori raccontare inquietudini di un presente (di solito gli anni Settanta-Ottanta) straniante, in cui non ci sono più certezze ma soltanto solitudini. Abbiamo visto però molto poco di quello che la modernità aveva schiacciato e immolato sulla via dell’industrializzazione e dei nuovi costumi. Neve Rossa, che esce ora per Coconino, è una raccolta di racconti di Susumu Katsumata che riempie questo vuoto. Sono storie di una campagna che non c’è più, di donne sottomesse ai mariti che cercavano negli spiriti degli alberi amanti amorevoli, di piccoli scandali di paese, di spose invecchiate troppo in fretta dopo aver rinunciato alla propria virtù e di uomini sempre in cerca di saké e di piaceri a pagamento. Katsumata pubblica le sue storie su riviste tra il 1978 e il 1980, quei mondi di contadini e superstizioni sembrano medievali, ma erano quelli in cui erano cresciuti i genitori del pubblico di quelle pubblicazioni. Al lettore italiano verrà in mente Pier Paolo Pasolini, che in quegli stessi anni (viene ucciso nel 1975) costruiva una simile epoca della nostalgia (nel racconto Lo spettro ci sono pure le lucciole). I due autori sono ovviamente molto diversi, ma trasmettono quello stesso disagio: anche senza idealizzarlo, il passato che abbiamo abbandonato, non è stato sostituito da qualcosa di meglio.

 

Il patrimonio di una città è pure sui muri

È seduto per terra a dipingere una delle maschere della sua crew, i Berlin Kidz. Quelle che lui e i suoi compari, che arrivano da Kreuzberg, usano quando si arrampicano su palazzi, tetti e balconi, dove volteggiano con le funi creando graffiti che hanno modificato l’aspetto della città tedesca negli ultimi anni. Sospesi nel territorio del proibito, del vuoto e dell’arte. Sono solo alcuni dei protagonisti della nuova edizione di Outdoor 2018, che sta prendendo forma nel polmone di Testaccio, a Roma. La rassegna, dopo un anno di riflessione, torna – al Mattatoio, da domani al 12 maggio – e cambia un’altra volta. “Una nuova fase”, la chiama la curatrice Antonella Di Lullo, mentre cammina nel Padiglione Arte, quello che ha organizzato insieme a Christian Omodeo. Una fase più compatta, più raccolta – “abbiamo scelto opere molto più piccole per dare un’idea di successione molto veloce” – diversa dagli spazi enormi che ha abitato nel passato e che, nella maggior parte dei casi, hanno restituito alla città aree intere, dimenticate e abbandonate da tempo. “Il festival è nato nel 2010 come vero e proprio Street Art festival – racconta la Di Lullo – dopo 4 edizioni a Ostiense, il primo cambiamento. Siamo stati all’Ex Dogana e poi per altre due edizioni all’ex Caserma Guido Reni. Oggi ci troviamo in uno spazio che è nato con un intento e che ha modificato la sua struttura e funzione nel tempo. Uno spazio culturale per la città”. E infatti questa edizione di chiama “Heritage”, patrimonio, e i quattro percorsi del padiglione arte – Disobedience, Total Recall, Speedlight, Retromania – sono stati studiati per lasciare i visitatori con questa domanda: cos’è il patrimonio oggi? Cosa sta lasciando l’arte alle future generazioni? Come sempre, il festival non sarà solo arte, ma anche musica, conferenze (tutti i venerdì), uno spazio dedicato ai creatori della contemporaneità, i makers, e anche televisione (una sezione, in collaborazione con Rai, affronta il patrimonio televisivo italiano attraverso proiezioni e talk suddivisi in 4 appuntamenti domenicali).

Outdoor per la prima volta entra in un posto che non scomparirà dopo il suo passaggio – in realtà, in certi casi, il suo passaggio ha convinto la città a continuare a sfruttare le strutture – e si auto limita nei confini compatti di uno spazio definito, senza dispersione. Il suo patrimonio, per restare in tema, è conservato da Google Art & Culture, che “è il vero archivio di Outdoor, anche delle opere che non esistono più”, conferma la curatrice. Si aggiunge Stories, un progetto di digitalizzazione sviluppato da TheFake Factory e dedicato alle periferie.

 

Denis Carbone, alcolizzato di talento: il nuovo detective del giallo napoletano

Per gli appassionati della zona nera, non grigia, che mescola politica e cronaca giudiziaria, un poliziotto di nome Denis Carbone richiama d’istinto due protagonisti del recente processo alla P3: il renzusconiano Denis Verdini e il faccendiere Flavio Carboni. Non a caso, Denis Carbone è un detective di talento rovinato dalle tentazioni. È un alcolizzato ancora piacente precipitato all’inferno per aver ricattato un giocatore incline ai segreti del sesso transex. Un inferno che diventa limbo grazie al panorama più bello del mondo perché Carbone è stato sbattuto al commissariato di Posillipo, la collina residenziale di Napoli che sovrasta lo spettacolare golfo. Insomma solo scartoffie di poco conto criminale finché un giorno la solitaria e bella Ester Fornario non precipita da una torre della sua tenuta extralusso. Omicidio.

Il capo affida le indagini a Carbone ma l’inchiesta è seguita direttamente dal questore e da un altro poliziotto che a suo tempo scoprì i ricatti del povero Denis. Tutta questa attenzione è provocata dai giochini erotici di stampo sadomaso praticati dalla gaudente Ester. Perdipiù il superiore di Carbone è invischiato e trattenuto a Roma per un insabbiamento del passato legato ai Servizi Segreti. D’intuizione in intuizione, nonostante le sigarette e l’amato Macallan, Carbone risorge dalle sue ceneri e ricostruisce una ragnatela di colpe e complicità che lambisce la sua vita privata, in una Napoli dominata dai favoritismi e “terra di nessuno abbandonata all’oscenità”. Stavolta il piglio narrativo di Angelo Petrella non solo conferma il successo della scuola napoletana del giallo ma confeziona una fiction già pronta per la riduzione televisiva.

 

 

Dio è tornata e per Vauro è donna

Vauro Senesi ha scritto un nuovo libro. Stavolta si potrebbe dire che si è spinto davvero “oltre”, e le coincidenze culturali e temporali rendono ancora più curiosa questa sua ultima fatica. In un momento storico e sociale in cui le donne si riscoprono protagoniste, tentando di riaffermare con più forza la propria posizione nella società, l’autore – giornalista, scrittore, vignettista del Fatto Quotidiano – fa la cosa più stravagante e allo stesso tempo potente che si possa pensare: trasforma Dio in una donna. E intitola il romanzo Dio è tornata. Dio ritorna sulla terra, nelle vesti di una ragazza senza nome, che vaga per le strade della città. L’ambientazione dà l’idea di una realtà sospesa, impalpabile, ma che esiste. La ragazza non possiede una casa e indossa un grosso cappotto di lana: sembra una vagabonda come tante, con una figura a tratti angelicata, patinata, che sai di poter percepire nella sua essenza, ma non di poter toccare. Eppure è capace di trasformare ritagli di carta in pesciolini guizzanti e di leggere nel cuore di chi la circonda le sofferenze più intime e i traumi più segreti facendoli suoi, incubandoli, soffrendone e gioendone. Scrive Vauro: “All’improvviso, la scia lucente di un corpo celeste attraversa la volta buia e si perde dietro un invisibile orizzonte. Una scintilla della sua luminosità rimane per un attimo ancora impressa nei miei occhi. Vedo quelli di mia madre che dal riflesso mi osservano. Segnati dalla fatica del parto. Guardo il viso, i seni, i fianchi larghi. Nelle sue forme riconosco la mia forma. Fatto uomo, mi sono concepito donna. Donna mi sono generato. Luce, riflesso, corpo. Corpo fisico. Un brivido freddo mi percorre sotto pelle. Con il palmo delle mani mi stropiccio le braccia per attenuarlo. Pelle contro pelle. Un contatto spontaneo ma inatteso. La sensibilità.”. La domanda è: perché Dio è tornato, anzi tornata? Forse perché essere stati per troppo tempo spettatori esterni del mondo, dell’umanità, e dei grovigli sentimentali che la animano non basta più. Essere distanti ed evanescenti pesa anche al Creatore; non avere la possibilità di interagire e regolare le vite altrui deve essere anche frustrante, a volte. E cosa c’è di meglio che incarnarsi in un corpo di donna e affrontare il creato? Ma se Dio è donna, lo è in tutto, e ne assume appieno i caratteri, il sentire umano, le nevrosi e i timori. E come se la sensibilità, la profondità di pensiero risiedessero pienamente nella donna, e se il Creatore diventa creatura femminile, allora la natura umana prende il sopravvento: Dio è pur sempre donna, quindi rimangono in lei le fragilità, gli stupori, le incertezze tipiche del gentil sesso.

Dubita dei propri poteri, si interroga sull’esistenza del male e del bene, non esita a mettersi in discussione. Conosce la gioia dell’innamoramento, e dell’intimità e il sapore della cattiveria. Curiosa, si imbatte nelle relazioni sociali, scoprendone venature sconosciute, lati oscuri. Dio riscoprirà passo dopo passo la propria divinità, attraversando la vita e la morte fino all’epilogo, spiazzante e sorprendente.

 

Angela Finocchiaro e le “Calendar Girls” In scena nude per un altro #MeToo

Le vie delle signore sono infinite: c’è chi si veste a lutto con la spilletta dell’indignazione e chi viceversa posa nuda, dopo la mezza età, per un calendario. È lo spirito del tempo #MeToo: “Secondo me sì. I modi sono tanti”, spiega divertita Angela Finocchiaro, protagonista di Calendar Girls per la terza stagione consecutiva. “In questo spettacolo, con questa libertà di stare in scena, con questa ironia, trasmettiamo grande fiducia. L’energia con cui il pubblico esce ci ha sopraffatto: donne frizzanti, con la carica addosso. A nostro modo, pur non parlando di molestie, portiamo avanti comunque una parte di lotta, se vogliamo chiamarla così”.

Vista da quasi 150 mila spettatori, e in scena al Brancaccio di Roma fino al 15 aprile, Calendar Girls è una pièce di Tim Firth – autore dell’omonimo film –, diretta da Cristina Pezzoli e interpretata dalla Finocchiaro con un cast importante (Curino, Facheris…). La trama si ispira a una cronaca anni 90, quando un gruppo di volontarie del Women’s Institute decise di posare senza veli per un calendario a sostegno dei malati di leucemia, cha ha poi innescato una catena solidale internazionale: “In tutti i Paesi, infatti, le compagnie si impegnano a sostenere un’organizzazione benefica”, che nel caso italiano è l’Ail.

Il pubblico risponde in “modo liberatorio, anche vedendo i nostri corpi normali, dai 45 agli 80 anni, in mostra. La regista ha montato la pièce con ironia e grazia: all’inizio dovevamo essere insaccate in retine color carne, ma veramente sembravamo dei salami. Per cui ci siamo dette: lasciamo perdere il finto-nudo. Facciamolo fino in fondo, e buonanotte. Questo ha creato grande complicità: stare sul palco in dieci, otto donne più due uomini, non è semplice”. Così in scena come in platea “si crea un clima di festa… Io credo nel valore culturale della commedia. E come dice Peter Brook, il teatro ci deve far uscire con un po’ di speranza”.