“Ha chiesto al presidente Matteo Orfini di posticipare l’Assemblea nazionale prevista per il 21 aprile, stante la nuova fase istituzionale determinata dall’incapacità delle forze che hanno prevalso il 4 marzo di dare al Paese una concreta ipotesi di governo. A questo punto il Pd deve continuare a concentrare unitariamente tutte le proprie energie su questa situazione, nell’interesse generale del Paese, seguendo l’impegnativo lavoro del presidente Mattarella”. Sono quasi le 20 quando Maurizio Martina detta alle agenzie di stampa la dichiarazione con cui cede alla richiesta di Matteo Renzi di spostare l’Assemblea alla quale voleva presentarsi da candidato segretario.
Le sue parole rivelano quali sono i ragionamenti che si vanno facendo al Nazareno: se fallisce l’ipotesi del governo tra Lega e Cinque Stelle (o tra centrodestra e Cinque Stelle), il Pd pensa di poter rientrare nel gioco. In un ipotetico esecutivo istituzionale, un “governo di tutti”, in prima battuta. Sempre ammesso che Sergio Mattarella decida di farlo partire. O addirittura in un esecutivo a trazione Cinque Stelle, previo passo indietro di Luigi Di Maio.
La voce che gira insistentemente da giorni è che Renzi sarebbe pronto a intestarsi l’operazione “scongelamento”. C’è anche chi l’ha sentito sostenere: “Se voglio, porto tutto il Pd al governo coi Cinque Stelle”. Quello che è certo è che l’ex premier vuole decidere lui se, come e quando scendere dall’Aventino. E per questo deve mantenere la presa sul Pd in una sostanziale vacanza di vera leadership.
Quello di ieri è il film di una giornata convulsa. Martina, in mattinata, varca la soglia dello studio di Renzi in Senato, dopo settimane di guerra sotterranea tra i due. L’ex segretario gli fa la sua proposta: “Ti do anche i miei voti all’Assemblea, ma entro febbraio del 2019 va fatto il congresso con primarie”. Il reggente dice no: “Se faccio il segretario, lo faccio con mandato pieno”. Quindi, fino al 2021. A quel punto, la rottura. Renzi non ha un candidato da opporre al reggente e neanche la certezza di avere lui la maggioranza per far saltare Martina e dunque fa partire la richiesta (per bocca di Dario Parrini) di rinviare l’appuntamento.
Nessuno dei big risponde ufficialmente per ore. Andrea Orlando, Michele Emiliano, Francesco Boccia sono contrari. Lo stesso Martina sembra contrario. Più va avanti la giornata, più la sua posizione si ammorbidisce. Fa i conti: non è così convinto di avere i numeri neanche lui. Peraltro, i renziani fanno filtrare la mossa finale: far mancare il numero legale per evitare la sua elezione. Lorenzo Guerini tiene la trattativa. Alla fine anche Dario Franceschini, il più governista di tutti, decide che non è il caso di rotture durante la trattativa al Quirinale. Martina cede: la fase è troppo delicata per rischiare spaccature. A valutare positivamente la decisione anche Nicola Zingaretti: meglio prima chiudere la vicenda del governo.
Mentre si fa sera, i Dem si interrogano su cosa succederà. Si parla dell’ipotesi di Roberto Fico come “esploratore”, previo fallimento di Di Maio e Salvini. Una mossa che viene letta come un modo per bruciare il leader dei 5 Stelle. E Marina Sereni, da sempre vicinissima a Franceschini, lo dice così: “Solo un Pd unito può mettersi a disposizione del Presidente della Repubblica”.