George Clooney di nuovo in guerra gira in sardegna

A sette anni da Mia moglie per finta (Just Go With It) Jennifer Aniston eAdam Sandler torneranno a recitare insieme la prossima estate interpretando in Italia Murder Mystery, una commedia d’azione destinata a Netflix diretta da Anne Fletcher eKyle Newacheck (co-autore di Workaholics) e sceneggiata da James Vanderbilt cui interpreteranno un poliziotto di New York e sua moglie che mentre sono in vacanza in Europa diventano i primi sospettati dell’omicidio di un anziano miliardario.

Tra circa un mese George Clooney sarà in Sardegna – per la precisione in Gallura – per dirigere, produrre e interpetare numerose sequenze di Catch 22 (Comma 22), serie tv in sei puntate realizzata per la piattaforma Ulu da Paramount e Anonymous sulle avventure di un gruppo di aviatori statunitensi di stanza in un piccolo aeroporto italiano durante la Seconda guerra mondiale. Tratta dall’omonimo romanzo ferocemente antimilitarista di Joseph Heller che aveva ispirato un celebre film di Mike Nichols nel 1970. Il quasi 57enne divo del Kentucky in questa occasione che lo vedrà per l’ottava volta dietro la cinepresa reciterà nei panni di un vessatorio colonnello accanto al protagonista Christopher Abbott – noto per la serie Usa Girls – e a Hugh Laurie, l’ex Doctor House.

Nei mesi scorsi la Sardegna è stata teatro di un’altra coproduzione internazionale di rilievo diretta dal maestro dell’action thriller Brian De Palma e interpretata da due star reduci dalla serie di culto Il trono di spade, Nikolaj Coster-Waldau e Carice van Houten oltre che da Guy Pearce (Genius, Iron Man 3). Il film si intitola Domino ed è la storia di un poliziotto danese che mentre è sulle tracce del criminale che ha ucciso il suo ex collega e migliore amico si ritrova alle prese con una delicata indagine che coinvolge la Cia e l’Isis.

Quanto ci piace Fëdor Dostoevskij

Chi è di scena? Una promessa del teatro italiano: Fëdor Dostoevskij, nato a Mosca quasi 200 anni fa. Ma è come non sentirli: gli anni, e i chilometri di distanza. È soprattutto nella Capitale che si consuma in questi giorni la Dostoevskij’s Fever, un po’ come Oltreoceano impazza il virus della Ferrante: nessuno è profeta in patria, lo intimano persino i Vangeli, e infatti un compatriota del fu Fëdor avrebbe di che rivoltarsi nella tomba.

“Era un profeta, un giornalista dalla lingua sciolta e un teatrante da strapazzo”, tuonava Nabokov. “I suoi assassini dal cuore tenero e le sue prostitute dalla grande anima non si possono sopportare”. Perciò all’Eliseo di Roma non si sono lasciati sfuggire la rivalità tra l’uno, il pietroburghese novecentesco, e l’altro, il moscovita ottocentesco, con un “cultural combat event”, condotto lunedì da Valerio Magrelli.

Intanto a Delitto e castigo, forse il più celebre e saccheggiato romanzo di Fëdor, si è ispirato Sergio Rubini per la sua riscrittura scenica, interpretata tra gli altri da Luigi Lo Cascio e in replica all’Ambra Jovinelli fino al 15 aprile. I malvagi dicono che è sempre la stessa solfa: il delitto, e poi il castigo, che poi era “pena”, ma chissenefrega. Al partito dei Malvagi si è iscritto Alfonso Santagata, in una miscellanea di opere in trasferta siberiana.

Santagata fa parte del “Trittico Dostoevskij” imbastito dallo Stabile romano: le sue recite sono finite domenica, ma fino al 22 aprile replica Ivan, una riscrittura dei Karamazov, firmata da Letizia Russo, diretta da Serena Sinigaglia e recitata da Fausto Russo Alesi. In soldoni, è la ennesima affabulazione del “Grande Inquisitore”, già passata l’anno scorso al Piccolo: a chiamarla col suo nome avrebbe avuto molto meno appeal, e perciò vai con dio, cioè con Ivan.

Sempre di stanza a Roma è Delitto e castigo di Konstantin Bogomolov (fino a domenica; poi, dal 17 al 24 aprile, all’Elfo Puccini di Milano), regista moscovita, che ha “attualizzato la vicenda a partire dal protagonista Raskol’nikov: qui un immigrato africano che si rende colpevole dell’omicidio di una donna bianca e sua figlia”. L’Étranger à rebours: ma no, troppe citazioni insieme.

L’iniziativa capitolina forse prende spunto da una operazione milanesissima. È dalla passata stagione, infatti, che il Parenti propone un “Percorso Dostoevskij”, tanto che da gennaio a marzo ha replicato il format con ben quattro spettacoli: La confessione; Il topo del sottosuolo; Delitto e castigo; Il giocatore. Quest’ultimo – prodotto da Napoli e Catania – ha ultimato la tournée a marzo. Ma, anche in questo caso, è come non sentirla; già 77 anni fa, Ennio Flaiano appuntava a margine della riduzione di Ugo Sandor (all’Eliseo): “È come un sarto che, taglia e taglia, da un mantello riuscì a cavare soltanto un panciotto”. Eppure, “la grazia di un panciotto nuovo non compensa il danno di un gran mantello squartato”.

Roma, Teatri Argentina e India, fino al 22 aprile. Trittico Dostoevskij Santagata, Sinigaglia
Bogomolov

Il secolo forte di Bertolucci torna nelle sale – Novecento

L’arte al servizio della rivoluzione. O l’epica secondo Bernardo Bertolucci. Come lo si voglia (ri)definire, Novecento rimane indelebile fra i capolavori della storia del cinema. E torna nelle sale italiane, in versione integrale (per intenderci quella presentata al Festival di Cannes) e nel glorioso restauro in 4K – 16bit realizzato in consorzio fra 20th Century Fox, Paramount, Istituto Luce Cinecittà e Cineteca di Bologna attraverso il suo laboratorio d’eccellenza L’immagine ritrovata, in collaborazione di Alberto Grimaldi e col sostegno di Massimo Sordella.

È proprio l’istituzione emiliana a riportarlo sul grande schermo inserendolo nell’ormai noto progetto distributivo dei classici restaurati “Il cinema ritrovato. Al cinema”. La data prescelta è il 16 aprile, gli esercenti di ben 79 sale da Siracusa a Bolzano potranno scegliere se proiettare l’opera-monumento del regista parmense in un’unica “soluzione” da 311’ o separata nei due atti I e II come originariamente fu distribuita dalla stessa Fox nel 1976.

Lo straordinario affresco storico ancorché famigliare scritto e diretto da Bertolucci viene proposto nel contesto di un omaggio al cineasta di tipo “combinato”, contemplando la ri-uscita nelle sale anche de L’ultimo tango a Parigi prevista per i primi di maggio: anche nel caso della più controversa opera bertolucciana si tratta di un restauro d’eccellenza operato dalla Cineteca Nazionale. In entrambi i casi a supervisionare i lavori di “ripulitura” dell’immagine è stato l’autore della fotografia Vittorio Storaro insieme, naturalmente, all’amico Bernardo.

Dunque un duplice Bertolucci che torna a mostrarsi con due capisaldi diversamente assoluti del pensiero forte “in immagini” in un periodo storico come il nostro palesemente governato dal pensiero debolissimo. Una provocazione? “Più che altro un’esigenza” puntualizza Gian Luca Farinelli direttore della Cineteca di Bologna. “Credo infatti ci sia un gran bisogno di conoscere la nostra identità, e questo film ce la racconta in maniera poetica e veritiera insieme. È un’opera che continua a sorprenderci, oltre al fatto che sembra di entrare in un museo per la densità di citazioni pittoriche e artistiche in generale. Restiamo storditi da una bellezza che definisco selvaggia per la sua potenza e che possiamo ‘ritrovare’ nelle migliori condizioni possibili”. Novecento emoziona fin dal suo indimenticabile inizio con l’esplicito quanto simbolico richiamo a Il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo che lo accompagnerà per l’intero suo svolgimento. Dal 1945 indietro fino al 1900 percorrendo i destini di due uomini (interpretati dai divi De Niro e Depardieu, giovanissimi) che la classe sociale vuole separare ma l’amicizia unisce.

La campagna della “bassa”, il mondo contadino, la nascita e l’imporsi delle ideologie, i rapporti familiari, lavorativi, amicali. Mezzo secolo in estasi poetica audiovisiva di ricchezza per raccontare un mondo che non esiste più ma che appartiene a tutti gli italiani.

“Gondolin” e il male supremo: Tolkien inedito il 23 agosto

Segnatevi questa data: 23 agosto 2018. Sarà il giorno in cui J.R.R. Tolkien tornerà sugli scaffali delle librerie inglesi con l’inedito “The Fall of Gondolin”. Pubblicato da HarperCollins e destinato a polverizzare i record di vendita, in questo romanzo – curato personalmente dal figlio, il 93enne Christopher e illustrato da Alan Lee – Tolkien racconta la storia di Gondolin, una città bellissima e misteriosa, contesa da due forze, il “supremo male” di Morgoth – invisibile in questa storia, ma al comando di un’immensa forza militare dalla sua fortezza di Angband – cui si oppone il dio del mare Ulmo. Secondo l’esperto John Garth, come riportato dal Guardian “The Fall of Gondolin” sarebbe stato scritto nel 1917 mentre l’autore era convalescente in ospedale e al centro della scena c’è un uomo che si trasforma in un eroe. Per gli appassionati del fantasy si tratta di una vera sorpresa, perchè Christopher aveva detto che “Beren e Lúthien” sarebbe stata l’ultima pubblicazione postuma degli scritti paterni da lui curati.

La nemesi: tra Benatia che denuncia lo stupro e Chiellini che mima i soldi

Il calcio è uno sport strano, pieno di nemesi e contrappassi. Lo sa bene, e da mercoledì ancora di più, la Juventus. C’è stato un parossismo di “tragedia” nella beffa del Bernabeu: rigore (né solare né inventato) al 93’, espulsione di Buffon e tiro intuito ma non intercettato da Szczesny. Tutto ciò che alla Juve in Italia non accade mai, in Europa si palesa sempre. Ognuno ha la sua kryptonite e i bianconeri hanno la Champions League. Se uscire con il Real Madrid di Cristiano Ronaldo è più che lecito, farlo così fa malissimo. Proprio tale dolore ha innescato una serie di reazioni, a caldo ma pure a freddo, che vanno dalla frignata bambinesca alla sclerata plateale. Esattamente quel che spesso capita a chi, in Italia, perde con la Juve e se la prende con l’arbitro. È come se al Bernabeu la Juventus fosse stata eliminata da una squadra più Juventus di lei. In Rete circola una battuta emblematica: “Ieri sera i tifosi bianconeri, per protesta, cantavano: ‘Come la Juve, voi siete come la Juve!’”. Più che un’eliminazione, per molti è stata una nemesi. E le nemesi bruciano.

Agnelli ha detto che in Europa servirebbe il Var, che è quella stessa cosa che ad Agnelli – e alla Juve – in Italia non piace mica tanto. Fermo restando, poi, che col Var quel rigore per l’intervento di Benatia su Vázquez sarebbe poi stato cancellato sul serio. È stato scomodato pure Collina, vecchio nemico dai tempi della pioggia di Perugia, che per farsi bello in Europa ci godrebbe a trattare male le italiane (così poi agli occhi dei capi passa per imparziale). Tajani, come se già non bastassero i danni che fa in politica, ci ha fatto sapere di aver detto a Florentino Pérez di spingere per il Var in Champions League. Allegri si è battibeccato con Sergio Ramos e ha dormito su qualche (non) sostituzione, ma in conferenza stampa ha giustamente sottolineato la grande prestazione della squadra: davanti ai microfoni è stato uno dei pochi lucidi. Invece Benatia ha parlato di “stupro” (boom). E in campo Chiellini ha addirittura detto “You pay” (“Voi pagate”) ai madridisti, con tanto di gesto della mano che scuce denaro. Lo stesso gesto che molti colleghi di serie A hanno fatto (o immaginato di fare) allo stesso Chiellini. Nessuno, però, ha raggiunto i livelli lisergici di Buffon: o mercoledì sera era doppiato dagli Autogol, o il portierone ha voluto demolire il precedente record di “Scleri a caso” appartenente al Tavecchio dimissionario in franco-italico-ostrogoto. Perfino un amico come Del Piero è rimasto sgomento di fronte al suo sfogo. Buffon, portiere tra i più grandi di sempre, non è nuovo a uscite verbali improvvide. Sulle combine: “Chi conosce il calcio e lo vive giorno dopo giorno sa cosa succede. In alcuni casi si dice meglio due feriti che un morto”. Sul gol di Muntari: “Se me ne fossi accorto, non avrei aiutato l’arbitro”. Ecco: mercoledì Buffon ha scoperto che chi di Muntari ferisce, di Vázquez perisce. Breve sintesi della filosofia buffonica.

La sensibilità deve albergare negli arbitri. I rigori non si devono dare al 93esimo, per non rovinare i sogni di chi è nato a Carrara e ha 40 anni. “Stai commettendo un crimine contro l’umanità sportiva” (testuale). Le patatine. La Sprite. L’orange juice in tribuna (?). I fruttini (??). Le pattumiere e i bidoni dell’immondizia al posto del cuore (???). Delirio puro. In Rete è partita una petizione struggente: “Aiuta Buffon a dire basta agli arbitri senza cuore e insensibili”. Una nobile causa per un futuro migliore: firmate tutti.

Sul palco “libero” di Taranto: “Adesso dovete chiudere l’Ilva”

“Non ci ha creduto nessuno, eppure lo scorso anno l’Uno maggio non c’è stato perché in tempo di elezioni amministrative saremmo stati fagocitati dalla politica. Avevamo tutto pronto fin da ottobre, ma abbiamo scelto di non allestire l’evento”. Quest’anno – è il quinto – invece, l’Uno maggio di Taranto (di cui il Fatto Quotidiano è media partner) si farà e a presentarlo a Roma con questa dichiarazione sul “buco” del 2017 è l’attore Michele Riondino, insieme agli altri direttori artistici, Roy Paci e Diodato e ai presentatori, Andrea Rivera, Valentina Petrini, Valentina Correani e alla novità di quest’edizione, Martina Dell’Ombra (alias Federica Cacciola).

“Non solo musica – spiega Diodato – ma un appuntamento in cui la musica fa da megafono alla lotta quotidiana dei cittadini tarantini che denunciano l’inquinamento e propongono soluzioni”. Slogan dell’edizione 2018 è “Programmiamo il futuro” e al “no” al proseguimento dell’attività dell’Ilva “che continua a far contare morti sul lavoro”, come racconta la presidente del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, i tarantini accostano l’Accordo di Programma. “Lo stesso che ha funzionato a Genova – spiega Riondino – e che lì determinò la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva. Obiettivo che si propone anche Taranto, e di cui si discuterà con le istituzioni la mattina del 1° maggio. Il Presidente della Puglia Michele Emiliano ha già accettato l’invito e speriamo lo faccia anche il sindaco, Rinaldo Melucci. Il punto è far passare il messaggio della chiusura voluta anche dai lavoratori, ma non dai sindacati, che non pronunciano neanche questa parola”.

Ma “Taranto deve essere un esempio della riconversione e della rivoluzione per un paese diverso” come si augura Valentina Correani, mentre Andrea Rivera ironizza che “i sindacati non saranno a Taranto perché hanno paura di ammalarsi”.

Non uno scontro diretto con il Concertone romano, ma la delusione nel sapere le sigle sindacali lontane dalla causa pugliese. “Il nostro è un palco politico – ne è convinto Roy Paci – gli artisti sottoscrivono l’accordo di programma, non vengono pagati, anzi, alcuni ci rimettono e soprattutto hanno la certezza che tutto ciò che sta dietro all’organizzazione è trasparente”. Roma lontana, quindi, anche per gli artisti che partecipano al Parco tarantino. Dai Modena City Ramblers che apriranno, a Brunori Sas, Levante, Noemi, Mezzosangue, Irene Grandi, Ghemon, Teresa De Sio, Colapesce, Bud Spencer Blues Explosion, Coma_Cose, Piotta, a Luca De Gennaro, Lacuna Coil, Mama Marjas, Fido Guido, Francesco Di Bella, Meganoidi, Terraross, Med Free Orchestra, oltre a Emma Marrone, nome svelato all’ultimo. Mentre si aspetta la conferma di un ultimo artista nei prossimi giorni. Nomi questi, che confermano la partecipazione di personalità nazionali e non solo locali e che competono con l’evento romano. Ad allargare gli orizzonti della lotta dell’Uno maggio anche il gemellaggio con NoTav e NoTap. I primi, partiranno dalla Val Susa in bicicletta per raggiungere il concerto e portare le proprie esperienze dal Festival dell’“Alta Felicità”.

Mentre, sul territorio tarantino verranno coinvolte anche le scuole, con laboratori e appuntamenti con giornalisti e intellettuali. Obiettivo: “Ripensare il futuro della città senza la fabbrica. Immaginare che anche senza l’Ilva si possa produrre reddito”, spiegano dal Comitato dei cittadini. “E non è facile – interviene Diodato – perché fin da piccoli cresciamo con l’idea che o si va a lavorare in fabbrica, o ci si arruola in Marina o si va via dalla città. È importate che la riqualificazione sia anche mentale e che i ragazzi capiscano che le cose non stanno così”. Un concetto che il concerto-non concerto aiuterà a veicolare tra un’esibizione e l’altra. “Anche questa è la differenza con Roma”, spiega Riondino. A Taranto cittadini e artisti si incontrano per strada e discutono insieme dei problemi della città”. Un modo per “portare tutti fuori dalla fabbrica”.

Sorrentino, no Cannes. “Loro” non lo vogliono

A Cannes ci sono loro, Garrone, Rohrwacher e Golino, ma non c’è Loro, l’atteso dittico di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi. Il delegato generale Thierry Fremaux rigetta che il problema sia la durata superiore alle quattro ore, piuttosto mette nel mirino l’uscita, anzi, le uscite: Loro 1 esce nelle nostre sale il 24 aprile, prima del festival francese, e Loro 2 il 10 maggio, durante (8 – 19 maggio). Un nullaosta per arrivare prima sui nostri schermi che Cannes ha concesso in passato a Nanni Moretti – l’ultimo Mia madre fu disponibile da Trieste in giù a metà aprile 2015, un mese prima del festival – ma che Sorrentino presumibilmente non ha avuto: questione di potere, sì, ma quale?

Fremaux osserva come “la natura stessa del progetto ci ha fatto un po’ esitare sul modo in cui mostrarlo”, rivela che al riguardo “le discussioni sono ancora in corso”, e più non dimandare. Sorrentino, e chi per lui, ha forzato la mano con quell’uscita precoce, assimilando implicitamente il proprio status a quello di Moretti (il tasto è dolente, chiedere a Marco Bellocchio), oppure il rifiuto o comunque la corrente sospensione del giudizio da parte di Fremaux e sodali ha altre ragioni? Forse il potere cui guardare, insinuano le malelingue, è quello berlusconiano: quanto può essere nociva la raffigurazione plastica di un B. circondato di Olgettine discinte sul proscenio internazionale? Parigi val bene una messa, non andare a Cannes? Certo, il cartellone della 71esima edizione non è completo, e mai come quest’anno fanno più notizia gli assenti – De Palma, Von Trier, Malick, Ceylan, Guadagnino, Assayas, Hansen-Love, Ocelot, Mendoza, Gilliam, Trapero, Kawase, Reygadas, Korine, Nemes, Audiard – ma qual è il problema di Loro, non piace a Cannes o dispiace a qualcuno? È d’uopo ricordare che Il Caimano di Moretti uscì nelle nostre sale il 24 marzo 2006 e due mesi più tardi approdò in Concorso sulla Croisette.

Arrivando a chi c’è, dopo due anni di patrio digiuno, Matteo Garrone con Dogman e Alice Rohrwacher con Lazzaro Felice gareggiano per la Palma, e Valeria Golino con l’opera seconda Euforia nel parallelo Un Certain Regard. La rilettura garroniana del Canaro della Magliana si annuncia succulenta lungo le coordinate del revenge movie travestito da western urbano; il terzo lungometraggio scritto e diretto dalla Rohrwacher incassa l’interesse particolare di Fremaux e offre commoventi note di regia, “la storia di una piccola santità senza miracoli, senza superpoteri o effetti speciali: la santità dello stare al mondo, e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente di credere negli altri esseri umani”. Un gran bene si dice anche della Golino e dell’imprevista reunion dei fratelli diversi Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea: che la collocazione in UCR vada stretta? Altro desaparecido è Sicario – Day of the Soldado, il sequel di Stefano Sollima che vanta Josh Brolin e Benicio Del Toro nel cast e prime immagini esaltanti. Invero di esaltante sulla carta Cannes 71 sembra offrire poco, vestendo un’austerity e un’ortodossia cinéphile che stridono con la grandeur e il glamour ostentati fino all’altro ieri. Il vademecum pare strappato a La volpe e l’uva: le star, americane in primis, non calcheranno in massa la montée des marches? E allora si vietano i selfie e le foto sul tappeto rosso; Hollywood, l’unico blockbuster è lo spin-off di Star Wars Solo, marca visita? E allora si torna a Oriente, con due giapponesi, un coreano e un cinese, manco fosse Venezia sotto Marco Muller; i giornalisti potrebbero con un tweet impietoso rovinare la proiezione di gala? E allora le abituali anticipate stampa vengono annullate.

Per tacere di Netflix: Fremaux gli ha inibito il Concorso, il colosso dello streaming ha risposto picche, i nuovi lavori di Cuarón, Greengrass possono attendere. Cannes ha Godard, Farhadi, Pawlikowski, Spike Lee, eppure, al Lido si brinda.

2,4 miliardi in bustarelle

Operação Lava JatoIniziata come indagine sul riciclaggio di denaro, si è allargata per coprire le accuse di corruzione alla compagnia petrolifera statale Petrobras, i cui dirigenti avrebbero accettato tangenti in cambio di aggiudicazioni di contratti a imprese edili a prezzi gonfiati

Mensalao(mensile) si riferisce a un corrispettivo mensile di denaro che secondo un deputato laburista sarebbe stato corrisposto in maniera occulta a membri del Congresso nazionale

Partita di giro Secondo l’accusa, i dirigenti della Petrobras avrebbero gonfiato i contratti per costruire infrastrutture petrolifere e guadagnare almeno 800 milioni di dollari. I soldi sarebbero serviti in parte per finanziare la campagna elettorale del Partito dei lavoratori, che governa il paese dal 2003

Metodi spicci Grazie a intercettazioni, irruzioni, arresti e patteggiamenti, sono state arrestate almeno 130 persone, tra cui dirigenti aziendali ed ex politici. Quasi due terzi dei politici federali sono, in un modo o nell’altro, stati sotto inchiesta o coinvolti nelle indagini

La villa, le pressioni e le mazzette: perché Lula è condannato

La vicenda intricata che ha portato alla detenzione di Luiz Inácio da Silva, il fondatore del lulismo – una particolare idea della politica, come lui stesso l’ha definita nel suo ultimo discorso da uomo libero del 7 aprile – ha avuto origine quattro anni fa, con l’inchiesta Lava Jato. Il pool di magistrati di Curitiba hanno chiamato così lo scandalo di tangenti nato dalla società pubblica Petrobras. Lula è stato condannato a 12 anni di reclusione per corruzione e riciclaggio. Lava Jato inizia nel 2014, quando Julian Assange, fondatore di Wikileaks, rivela al mondo che l’ex presidente Dilma Rousseff e i suoi uomini-chiave, compresi quelli in Petrobras, erano spiati dall’agenzia di intelligence statunitense Nsa, con gli americani interessati al giacimento offshore brasiliano del Presal.

Le indagini dell’inchiesta Lava Jato nascono con le dichiarazioni di Alberto Yousseff, ex contrabbandiere e trafficante di valute di origine libanese. Yousseff era un nome già conosciuto dalla polizia brasiliana; era stato arrestato all’epoca del Mensalao, la ‘mesata’, data – attraverso il Banco do Brasil – a senatori e deputati, che accettavano di legiferare sotto pagamento. Yousseff, durante l’amministrazione Rousseff, rivelò a Marcio Adriano Anselmo, commissario della polizia federale, i segreti che faranno crollare il sistema politico brasiliano.

La casa di lusso a Guaruja

Nel 2015 il senatore del Pt, Delcídio Amaral, arrestato per aver tentato d’intralciare le indagini sulla Petrobras, coinvolge nello schema l’ex presidente Lula e la Rousseff. Nel 2016 la polizia indaga l’ex presidente per traffico d’influenze. Lula è accusato di arricchirsi in maniera illecita. La sua casa a São Bernardo do Campo è perquisita dalla polizia federale; poi gli agenti portano Lula in commissariato per deporre. Il pubblico ministero lo denuncia per riciclaggio e patrimoni non dichiarati. Lula e sua moglie, Marisa Leticia, sono accusati di nascondere la proprietà di un appartamento di lusso a Guaruja. Per cercare di difendere Lula da un possibile arresto, il 16 marzo, Rousseff lo nomina ministro in modo da conferirgli l’immunità politica: la carica durerà solo un giorno, poiché il Supremo tribunale federale sospende la nomina e rimanda l’ex presidente al giudizio del giudice Sergio Moro, capo del pool dell’inchiesta Lava Jato. Il 12 maggio Rousseff subisce la procedura d’impeachment. Il suo vice, Michel Temer, assume la presidenza. Il 29 giugno, Lula è di nuovo nei guai: il sospetto è che abbia voluto comprare il silenzio di un accusato della Petrobras. Il 19 luglio, la difesa di Lula contatta Geoffrey Robertson – l’avvocato cha ha difeso Salman Rushdie, Julian Assange, Myke Tyson e altri famosi personaggi – per rappresentare l’ex presidente nella Commissione dei diritti umani all’Onu. Il 31 agosto, Rousseff è destituita definitivamente, terminano con lei 13 anni di potere del Pt, il Partito dei lavoratori. Milioni di brasiliani, ma anche molti osservatori internazionali, reputano l’impeachment, l’inizio di un golpe.

Una raffica di accuse

Temer assume la carica presidenziale. Il 20 settembre Moro ritiene valida la denuncia contro Lula, poiché considera che le prove presentate dal pubblico ministero, possiedono “indizi sufficienti di autorità e materialità”. Il pm accusa Lula di avere ricevuto 3,7 milioni di reais dalla società di costruzioni Oas, denaro che sarebbe stato usato per la ristrutturazione di un appartamento di Guaruja, che non era però di proprietà dell’ex presidente. Nel 2016 seguiranno altre cinque denunce contro Lula, tra cui l’accusa di traffico d’influenza per l’acquisto da parte delle forze armate di 36 jet della svedese Saab. Il 26 settembre finisce in manette Antonio Paolocci, l’ex ministro delle Finanze di Lula, accusato di passare tangenti all’ex presidente. Il 19 gennaio 2017 muore in un controverso incidente aereo, Teori Zavascki, relatore del Lava Jato nel Supremo tribunale federale. Il 17 aprile le rivelazioni dell’imprenditore Marcelo Odebrecht – esponente di un’antica famiglia d’imprenditori che dal 1944 ha monopolizzato appalti pubblici nei settori edile, dell’industria chimica e petrolchimica – offusca il mito di Lula, l’ex lustrascarpe divenuto presidente. Odebrecht e i vertici della sua azienda raccontano come, per decenni, abbiano comprato favori, contratti e leggi dall’intera classe politica. Il 10 maggio Lula depone di fronte a Moro. Dopo l’udienza tiene un discorso davanti a 5.000 supporter. Il 22 maggio segue una nuova denuncia per presunti benefici illegali nella ristrutturazione di un villino a Atibaia. Moro lo condanna a 9 anni di reclusione per aver accettato 3,7 milioni di reais per i lavori dell’appartamento di Guaruja. Il 13 luglio Lula non desiste e si candida alle presidenziali del 2018; il 19 luglio Moro sequestra 606.727 reais depositati in quattro conti bancari dell’ex presidente. Il giudice sequestra anche due auto, tre appartamenti e un terreno. Il 12 settembre parte la seconda denuncia di Moro contro Lula. È accusato di favorire imprese private in cambio di tangenti per il Pt. Il 13 settembre Lula depone per la secondo volta di fronte a Moro e afferma d’essere vittima di una “caccia alle streghe”. L’ex presidente intanto decolla nelle preferenze elettorali, raggiungendo il 45%. Il 24 gennaio, al processo d’appello, Lula vede aumentata la pena da 9 a 12 anni. Il 3 febbraio gli viene restituito il passaporto. La difesa fa richiesta di un habeas corpus, ma il 7 marzo il Supremo tribunale federale si rifiuta di concederlo per un solo voto (6 contro 5). Il 7 aprile Lula si consegna ai federali per essere condotto a Curitiba, dove inizia a scontare la pena.

Gaza, Israele uccide due palestinesi: oggi 3° venerdì di rabbia

Israele e Hamas hanno rafforzato le misure di sicurezza mentre oggi una nuova marcia di massa palestinese – la terza negli ultimi tre venerdì – avrà luogo a ridosso del confine con Gaza. I nervi sono a fior di pelle. Gli incidenti si susseguono e oggi sul terreno si sono aggiunti due nuovi morti. Mercoledì un ordigno è esploso accanto a un cingolato israeliano. In ritorsione la aviazione israeliana ha lanciato un attacco notturno contro “obiettivi terroristici”. Miliziani di Hamas hanno allora indirizzato un nutrito fuoco di mitragliatrici verso i velivoli. Ma il fuoco palestinese è stato così intenso da attivare il sistema antimissile israeliano Iron Dome. Sul confine sono così risuonate sirene di allarme e gli abitanti dei vicini villaggi ebraici sono corsi nei rifugi. L’aviazione è tornata a colpire e ha centrato due miliziani di Hamas addetti alle mitragliatrici, uno dei quali è rimasto ucciso. In serata un altro palestinese è stato colpito a morte sul confine mentre, secondo una fonte ufficiosa israeliana, cercava di infiltrarsi. È salito così a 32 il numero complessivo dei palestinesi uccisi al confine con Israele dal 30 marzo. E oggi – anticipano i dirigenti di Hamas – sarà letteralmente un’altra giornata di fuoco.