Macron, tanta voglia di raid: “Prove dei gas, è stato Assad”

Emmanuel Macron ha fissato una “linea rossa” sin dal maggio 2017 oltre la quale un intervento armato in Siria sarebbe diventato ai suoi occhi legittimo: il ricorso alle armi chimiche da parte del regime di Bashar al Assad.

Quella linea rossa sembra essere stata oltrepassata il 7 aprile scorso nella città di Douma, nella Ghouta orientale, dove diverse decine di persone sono morte soffocate per aver respirato delle sostanze tossiche: “Abbiamo le prove che armi chimiche, almeno del cloro, siano state utilizzate dal regime di Assad”, ha detto ieri il presidente francese al tg delle 13 di TF1.

Un’intervista un po’ surreale che si è svolta tra i banchi di una scuola elementare di Berd’huis, un paesino sperduto della Normandia, mentre i bambini facevano la ricreazione. “Ci saranno delle decisioni da prendere a tempo debito. La Francia – ha detto Macron – agirà in Siria quando tutte le informazioni saranno state verificate. Non permetteremo alcuna escalation”. Gli inquirenti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche saranno domani in Siria.

L’eventualità di un intervento armato francese in Siria in coppia con gli Stati Uniti sembra dunque sempre più probabile, anche se i tempi non sono ancora chiari. Per alcuni osservatori aver parlato di linea rossa un anno fa è stata una grossa imprudenza da parte del giovane presidente appena arrivato all’Eliseo. In caso di conferma di responsabilità da parte del regime di Damasco, Macron non potrà tirarsi indietro. Se lo facesse la fiducia nella sua parola risulterebbe incrinata: “È in gioco la credibilità del presidente e della diplomazia francese”, spiegava Olivier Lepick, studioso della Fondazione di ricerche strategiche, sull’Huffington Post. Nel 2012 era stato l’ex presidente americano Barack Obama a fissare per primo l’ultimatum delle armi chimiche a Damasco. Ma, quando l’attacco nella Ghouta orientale si era verificato, l’anno dopo, Obama rinunciò a intervenire e la sua decisione fu percepita come un segno di debolezza.

L’ex presidente francese François Hollande, che aveva già preparato l’aviazione militare, si ritrovò isolato e dovette fare marcia indietro. Macron appare determinato in un’Europa ancora riluttante. Da Berlino Angela Merkel ha fatto sapere che la Germania non parteciperà alle operazioni militari. A Londra il governo prende tempo dopo che la premier Theresa May si era detta pronta a unirsi a Francia e Stati Uniti.

Macron ha chiesto al suo capo di Stato maggiore, François Lecointre, di preparare i raid aerei dalle basi francesi che si trovano in Giordania e negli Emirati. Che la Francia è sul piede di guerra lo ha fatto capire ieri anche Jean-Jacques Bridey, presidente della commissione Difesa in Parlamento: “È ancora tempo di discussioni, ma siamo pronti a colpire”. Macron ha chiarito i confini di un suo eventuale intervento, orientato “a privare il regime degli strumenti per gli attacchi chimici” e non a colpire direttamente Assad e i suoi alleati. La priorità per la Francia resta “sconfiggere il terrorismo” e “preparare la Siria alla transizione verso un regime libero”.

The Donald prende tempo: non c’è solo opzione militare

Adesso, Donald Trump cerca di confondere un po’ le acque e magari di calmarle: “Non ho mai detto il giorno e l’ora quando attaccheremo”. E ci mancherebbe altro. In realtà, si fa avvertire il fuoco di sbarramento amico e nemico, suscitato dai tweet bellicosi del presidente Usa: il siriano al-Assad avverte che un’azione militare occidentale può destabilizzare la regione (come se ora fosse tranquilla); da Teheran, i pasdaran si dichiarano pronti alla guerra; Mosca annuncia che il canale di comunicazione con Washington è aperto – la ‘linea rossa’ è stata attivata -, ma intanto allestisce le contromisure a un attacco e fa partire la flotta dalla base di Tartus per mettere le unità al sicuro.

Alla Casa Bianca, a Dipartimento di Stato, al Pentagono dicono: “Nessuna decisione è stata presa, non c’è solo l’opzione militare”. Cortine fumogene? In serata, Trump chiama a consulto il segretario alla Difesa Mattis, consiglieri e generali. È l’ora delle decisioni, forse. Se l’offensiva partirà, non sarà ‘un colpo e via’, come avvenne l’anno scorso. In Siria, la città di Duma, teatro la scorsa settimana del presunto attacco chimico divenuto il casus belli di questa crisi, è sotto il pieno controllo delle forze governative. La polizia militare russa, che ispeziona i luoghi, dice di non avere rilevato tracce chimiche, ma ciò contrasta con le osservazioni dell’Oms, fatte sui rapporti di medici in loco, e su una ridda d’indiscrezioni d’intelligence riprese da fonti di stampa occidentali. A Duma si attendono gli ispettori dell’Opac. Ma il loro verdetto non sarà comunque definitivo: i russi parlano d’un attacco chimico costruito dall’opposizione anti-Assad per costringere gli americani a desistere dal proposito di abbandonare la Siria.

Gli europei hanno posizioni variegate e l’Alleanza atlantica offre una spalla agli Stati Uniti. “Ci sono consultazioni tra gli alleati della Nato su come rispondere all’attacco” a Duma. Lo dice il segretario generale Stoltenberg, che aggiunge: “L’Alleanza considera l’uso delle armi chimiche una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali e i responsabili ne pagheranno le conseguenze. L’ultimo attacco è stato orrendo, con decine di persone uccise, compresi molti bambini”.

Le parole di Stoltenberg suonano possibile avallo a un’azione militare, di cui Trump dice d’avere valutato i rischi connessi. Le forze Usa sul terreno, numericamente ridotte, sono esposte a ritorsioni e hanno alleati inaffidabili, milizie arabe che hanno più volte cambiato campo. C’è la preoccupazione di essere sull’orlo del baratro di un ‘salto di qualità’ del conflitto con un faccia a faccia senza precedenti Usa–Russia. Finora, Mosca e Washington, pur battendosi in Siria su fronti diversi, sono riusciti a mostrarsi alleati contro il terrorismo integralista, anche se poi i russi appoggiano il presidente al-Assad e il suo regime e gli americani stanno piuttosto con l’evanescente opposizione ‘moderata’.

La rotta dell’Isis ha fatto cadere il comodo paravento. E le contraddizioni siriane, già note, sono esplose: gli Usa quasi assenti e sostanzialmente ininfluenti – pochi giorni fa, Trump progettava il completo ritiro dallo scacchiere siriano – Russia, Turchia e Iran interessati a spartirsi il Paese in zone d’influenza: Mosca e Teheran a fianco di al-Assad, in funzione d’influenza o d’egemonia regionale; Ankara soprattutto contro i curdi (e contro al-Assad); Arabia saudita e Israele che soffiano sul fuoco, soprattutto per contenere l’Iran.

Costanzo e la nostalgia di Costanzo da giovane

Il vento della nostalgia soffia anche per Maurizio Costanzo, nostalgico soprattutto di sé; tra un’intervista vis-à-vis e un talk di grandi intese ha ideato Ieri, oggi italiani, programma sull’evolversi dei costumi da far gola a Carlo Conti (Rete4, lunedì 23.40). Torna alla conduzione Rita Dalla Chiesa, provvidenzialmente sottratta alle piazzate di Forum; a documentare il passato con materiali di archivio c’è Roberto Olla, firma di lungo corso de La grande storia (la Rai ha un fiuto infallibile per rinunciare ai professionisti migliori). Il punto debole sono gli italiani; lunedì gli ospiti di Dalla Chiesa erano Marco Columbro, Carmen Russo, Paola Ferrari, Umberto Broccoli… italiani brava gente, ma per raccontare l’impatto della Tv nel nostro Paese si poteva trovare qualcuno di più autorevole. Tutto si è risolto in un’apologia delle reti commerciali, le berlusconiane Telemilano e Canale 5, “puro genio italico” piovuto dal cielo per svegliare la vecchia Rai. Beh, insomma. La discesa in campo di B. nel sistema radiotelevisivo fu sì un terremoto, ma perché il servizio pubblico si mise a rincorrere i network sul loro terreno, quello del trash. Una rincorsa all’audience imbarazzante, che dura tutt’oggi. Fossimo in Costanzo, ci andremmo piano a beatificare il Costanzo show, cercheremmo di trovare un punto di vista un po’ più indipendente di se stesso. Ma così va il mondo: se è vero che la storia la scrivono i vincitori, a questo serve la storia, a farci capire chi ha vinto.

Sanità corrotta: ma non paga mai nessuno in Regione?

La retata dei primari, con l’arresto a Milano di quattro luminari dell’ortopedia, ha portato in primo piano “l’effetto Brega Massone” – chiamiamolo così – cioè l’incredibile, cinica, criminale fame di soldi di medici che, alla faccia del giuramento di Ippocrate, usano la medicina non per curare ma per fare fatturato. A ogni costo: accettando patti corruttivi con gli imprenditori del settore medicale; ma – peggio ancora – operando a vanvera pur di incassare le parcelle, fottendosene dei pazienti e del loro diritto ad avere cure giuste, non invasive, non inutili o addirittura dannose. Vedremo gli sviluppi giudiziari. Ma se le accuse saranno provate, sapremo che il paziente – cioè il cittadino nel momento in cui è più debole e indifeso perché insidiato da una malattia che non conosce o perché ha bisogno di un intervento in cui si deve per forza fidare degli specialisti – è a volte nelle mani di luminari che lo usano come carne da macello, come corpo su cui intervenire al solo scopo di portare a casa soldi. “È un delinquente vero!”, diceva del dottor Giorgio Maria Calori uno che lo conosceva bene, il collega (di ospedale e di arresti) Carmine Cucciniello.

Poi c’è l’altra parte della questione. Quella che riguarda non i medici, ma la pubblica amministrazione. Perché la sanità lombarda – come ci hanno ripetuto mille volte i due Roberto, Formigoni e Maroni – è “un’eccellenza”. Nel senso che altrove è perfino peggio. Facile “fare i froci col culo degli altri”, direbbe Stefano Ricucci: “l’eccellenza” consiste nel fatto che il pubblico paga (18 miliardi di euro l’anno) e i privati s’intascano una bella parte del bottino. I soldi sono dei cittadini, la Regione li distribuisce, gli scandali si ripetono con cadenza regolare e nessuno dentro il Pirellone si guarda allo specchio e si dice: ma io che ci sto qui a fare? Poggi Longostrevi, Fatebenefratelli, San Carlo, Santa Rita, San Giuseppe, San Raffaele, Fondazione Maugeri, Brega Massone, Massimo Guarischi, Lady Dentiera… Il Celeste ex presidente Formigoni è stato condannato a 6 anni per le sue “vacanze eleganti” in cambio di 250 milioni di contributi pubblici a San Raffaele e Maugeri. L’ex console di Berlusconi in Lombardia, Mario Mantovani, è andato in galera per corruzione in appalti della sanità. L’ex braccio destro di Maroni, Fabio Rizzi, è stato arrestato nell’inchiesta sulle “dentiere” di Maria Paola Canegrati. Ma insomma: in Regione nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla? Se un’azienda privata fosse bersagliata da anni, con una regolarità che sembra scandita da un metronomo, da imbrogli e ruberie e scandali, gli amministratori sarebbero licenziati in tronco: in quanto o complici, o (peggio?) incapaci. Al Pirellone invece restano tutti lì, a Formigoni succede Maroni, a Maroni Fontana, la litania degli scandali continua e nessuno paga.

L’ultima è che si sono inventati i controllori. Maroni ha chiamato Gustavo Cioppa, ex magistrato, a fare il garante della legalità, il “sottosegretario alla Trasparenza”. Ora lo hanno beccato a fare il mediatore tra i vertici della Regione e i primari corrotti e l’imprenditore che li pagava, tanto che è indagato per favoreggiamento e abuso d’ufficio. Poi c’è quella rara perla della politica lombarda che risponde al nome di Paola Navone, già candidata di Forza Italia, già sfiorata dieci anni fa da un’inchiesta sui rimborsi gonfiati all’ospedale San Carlo, oggi direttore sanitario dell’Ortopedico Paolo Pini. Aveva elaborato un ineffabile protocollo per evitare le corruzioni al Pini. Ma ci aveva aggiunto una regoletta secondo la quale le gare si devono fare sempre, tranne quando hai un amico che ti garantisce un prodotto unico, unicissimo. Vabbé, siamo seri. Con questi controllori non ci resta che aspettare il prossimo scandalo.

Lavoro, casa, fascismi: cosa va nel “contratto”

L’esito del voto, una evidente volontà di rottura rispetto al regime neoliberale che dal 2011 congela la vita politica del paese sotto una insopportabile cappa di austerità priva di legittimazione democratica, consiglia sforzo politico caparbio per dare al paese un governo per invertire la rotta. La felice intuizione di Di Maio circa la necessità di un Contratto di governo su alcuni punti va riempita identificando i soggetti (la composizione di classe si sarebbe detto un tempo) i cui interessi emersi maggioritari dal voto devono dare contenuto all’accordo. Così si può renderlo votabile da quanti devono rappresentare “senza vincolo di mandato”, ma anche senza tradire la volontà popolare.

Occorre innanzitutto che il Contratto rifletta e sostenga le vertenze in aziende private e pubbliche di ogni dimensione, dai grandi gruppi come Fca-Fiat a quelle piccole come la Rational di Massa, in difesa dei posti di lavoro e delle condizioni di vita e di lavoro. Bisogna sostenere il coordinamento degli Operai Autorganizzati Fca che ha fatto lo sciopero di 8 ore proclamato dal SI Cobas, dalla Usb di Melfi, dal Soa di Termoli e dalla Confederazione Cobas di Mirafiori del 23 marzo scorso, contro il Piano Marchionne di smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle aziende. La sentenza Foodora di Torino è l’ennesima dimostrazione di come il neoliberismo alla Marchionne sia un cancro che sta diffondendosi in tutto il nostro corpo istituzionale, inclusi pezzi della magistratura.

Gli operai degli stabilimenti ex Fiat, come dimostra il plebiscito per Di Maio a Pomigliano, chiedono riscossa. Il nuovo governo dovrà far leva sui milioni di lavoratori e disoccupati che con il voto del 4 marzo hanno anzitutto manifestato un diffuso rigetto di tutti i gruppi e gli esponenti del sistema politico delle Larghe Intese che ha governato il paese negli ultimi decenni.

Il contratto deve avere come oggetto perciò la costituzione di un governo che abbia la forza di mantenere in funzione gli stabilimenti ex Fiat, bloccare la liquidazione dell’Embraco, dell’Ilva, della ex Lucchini, di Alitalia e delle altre aziende che la rassegnata logica neoliberale vuole chiudere, ridurre, de localizzare. Bisogna altresì rimettere in funzione quelle realtà produttive che hanno già chiuso.

Il contratto di governo abbia un grande ambizione legislativa. Sostenuto da ampie mobilitazioni dal basso, contempli finalmente l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione, contro le forze che, fin dal 1948, l’hanno violata, elusa e infangata, rendendosi responsabili dell’attuale disastro economico e sociale. Il problema della casa, del reddito, delle diseguaglianze sia al primo posto. Il governo faccia della battaglia per la sovranità popolare, contro l’Europa della finanza , la Bce e la Nato la bandiera di un’“Italia che ripudia la guerra”, negoziando finalmente gli obblighi odiosi contratti dai predecessori dalla consapevole posizione di forza conferitagli dai cittadini.

Da parte nostra non staremo a guardare: in un’Assemblea nazionale sul governo democratico dei beni comuni, che si terrà presso la Cavallerizza Occupata di Torino il prossimo 18 aprile, lanceremo la proposta di un presidio permanente a Montecitorio che impedisca ogni manovra per ribaltare l’esito del voto, per un contratto di governo che attui da subito le misure per invertire la rotta, a cominciare dall’abolizione del Jobs Act e della legge Fornero, dal rilancio della commissione Rodotà per fronteggiare il saccheggio dei beni comuni, dalla creazione di nuovi posti di lavoro nel settore della cura del territorio, dell’ambiente e dell’ istruzione, dal rispetto della volontà popolare espressa da 27 milioni dei cittadini nel 2011 contro le privatizzazioni forzate dei servizi pubblici locali. Lo esige la larga maggioranza popolare che ha votato contro Renzusconi.

Un’alleanza europea anti-sistema

Nel cuore dell’Europa si nasconde un inganno: un processo decisionale classista, opaco e imposto dall’alto è stato presentato come tecnico, manageriale e neutrale. Questo processo viene dipinto come impolitico, mentre è stato politico fino al midollo. Ha scavalcato le democrazie per imporre misure a vantaggio delle oligarchie. Ma non è stata un’entità astratta – “l’Europa” – a imporci la riduzione della democrazia e l’aumento delle disuguaglianze. Sono stati i politici dei diversi Paesi a imboccare quella strada. In ogni singola capitale come a Bruxelles. Hanno scelto di imporre le solite misure autodistruttive di austerità, deregolamentazione, privatizzazione e attacco ai sindacati. Mentre chiudevano gli occhi sul crollo dei salari, sulla corruzione, sui paradisi fiscali e sulla crisi abitativa e dei servizi pubblici. Lo vediamo benissimo nelle nostre città, dove il ricatto del debito viene utilizzato per forzare tagli di bilancio e smantellamento delle politiche sociali. Anche per questo sabato 14 aprile scenderemo in piazza con i cittadini di Napoli contro il debito ingiusto delle stagioni dei commissari straordinari all’emergenza rifiuti e terremoto. Per difendersi dopo aver generato il disastro, le élite di governo hanno scaricato le loro colpe su “l’Europa”. Generando un’ondata di rigetto e alimentando i movimenti xenofobi. L’establishment e le forze nazionaliste si rafforzano così a vicenda. Il primo con le sue politiche produce meno democrazia e più disuguaglianze, quindi più rabbia. Le seconde raccolgono questa rabbia e ne fanno strumento di consenso elettorale.

Sono entrambi soluzioni sbagliate e spaventose. Noi pensiamo che né Macron, né Farage, né establishment, né nazionalismo, possano rappresentare il futuro del nostro continente. Dobbiamo uscire da questa falsa scelta, di cui in Italia anche il M5S rischia di cadere vittima. Deve esserci un’alternativa. E per fortuna c’è.

Un’alleanza europea anti-sistema.

Un mese fa, a Napoli, abbiamo lanciato il percorso per costruire la prima lista transnazionale per presentare alle elezioni europee del maggio 2019 un unico programma di cambiamento reale in tutto il continente. Un europeismo antisistema capace di rimettere il demos al centro della democrazia. Il 26 aprile ci incontreremo nuovamente a Lisbona e daremo un nome a questo progetto.

Abbiamo intrapreso questa strada perché la soluzione alla drammatica crisi dei nostri Paesi e delle nostre città non può che essere europea. Questo oggi è il campo di gioco e il luogo del conflitto sociale. Pensare di rovesciare il sistema tornando al passato, agli stati nazionali autoritari e patriarcali, è un’illusione figlia del grande inganno creato dall’establishment.

Per esempio: l’elusione fiscale, che consente a grandi corporation di massimizzare i loro profitti togliendo risorse al welfare, è resa possibile proprio dalla frammentazione dello spazio europeo. Mentre la concorrenza fiscale al ribasso di uno Stato contro l’altro impoverisce i lavoratori di tutti gli Stati. Per non parlare delle sfide dell’automazione, delle migrazioni e del cambiamento climatico, che non potranno mai essere affrontate singolarmente da un solo Paese.

Il nostro programma si fonda su due pilastri. Primo,un New Deal Ecologico, attuabile senza alcuna modifica dei Trattati. Racchiude un insieme di politiche economiche, ecologiche e sociali con cui affrontare le crisi del debito pubblico e privato, far ripartire gli investimenti, contrastare la povertà e garantire i beni di prima necessità, fra cui la casa, e realizzare un massiccio piano di investimenti verdi dell’ordine di 500 miliardi, pari al 4,5% del PIL europeo, in stretta cooperazione con le amministrazioni municipali.

Secondo, un processo per arrivare ad una Assemblea Costituente europea per sostituire i Trattati esistenti e stendere, fuori da ogni logica inter-governativa, un Costituzione democratica capace di restituire democrazia e sovranità alle cittadine e ai cittadini del nostro continente.

La strada davanti a noi.

Questo progetto riguarda in prima persona gli italiani e le italiane. La scommessa è costruire un movimento politico nuovo, una convergenza credibile e coerente, con la testa in Europa e i piedi nei territori. Crediamo questo sia un processo capace di aggregare e restituire speranza e passione.

Vogliamo farlo insieme a tante e tanti altri. Ma vogliamo farlo in fretta e con modalità nuove. A giugno 2018 presenteremo il nostro Manifesto comune e faremo il giro delle capitali europee per presentare e lanciare il progetto. Per la fine dell’estate 2018 la nostra base, in tutta Europa, selezionerà attraverso elezioni online la lista dei candidati e un candidato unico per la Presidenza della Commissione Europea.

Il treno è partito. Siamo determinati a riprenderci le nostre città, le nostre regioni, i nostri Paesi, il nostro continente.

*Il testo è co-firmato da Benoît Hamon, già candidato alle presidenziali francesi e leader del nuovo partito Generation.s; Agnieszka Bak, leader del partito polacco Razem; Rasmus Nordqvist, leader del partito danese Alternativet; Rui Tavares, leader del partito portoghese LIVRE

Mail Box

 

Ci sono le crisi di consenso dietro l’interesse per la Siria

I principali attori della crisi siriana hanno tutti lo stesso problema: pesanti guai domestici. E allora, da sempre, la ricetta è alzare la tensione esterna, per ricompattare il Paese. Trump ha le elezioni di medio termine a rischio per l’inchiesta Russiagate di Mueller e una pornostar che vuole divulgare i suoi tradimenti. La May deve gestire la crisi interna dei conservatori e la Brexit incagliata per la frontiera nord-irlandese. Macron ha gettato la Francia nel caos con le sue riforme. Per non parlare di Putin, che pur correndo sostanzialmente da solo, dopo aver arrestato ogni oppositore, ha preso alle elezioni poco più di un misero 70 per cento. L’acuirsi della crisi siriana diventa più una breaking news, che un’azione militare. Lo si capisce anche dall’insolito preavviso di missili in arrivo, che lo stesso Trump ha cortesemente inviato ad Assad, rinunciando all’effetto sorpresa pur di garantirsi l’incolumità del dittatore “animale” ma utile a presidiare una zona già destabilizzata. Certo, ora sarebbe difficile non lanciare almeno un paio di Tomahawk. Ma anche se ciò avvenisse, saranno colpiti bersagli dimostrativi e non strategici. A cui Putin reagirebbe con proteste risentite, ma formali. Quanto basta ad ottenere l’apposita risoluzione Onu, un sudario in diplomatichese che copre i bambini asfissiati col gas, le responsabilità di un dittatore criminale di guerra, ma soprattutto gli interessi di leader sull’orlo di una crisi. Di consenso.

Massimo Marnetto

 

Un esecutivo Cinque Stelle-Lega non è detto che debba fallire

Credo, per formare un possibile governo, sia necessario superare le proprie antipatie o simpatie personali. Non esistono soluzioni ottimali, tanto meno quelle delle elezioni anticipate con l’attuale legge elettorale, causa dell’impasse in cui ci troviamo e continueremmo a trovare. Il Movimento Cinque Stelle e la Lega hanno un grande vantaggio in comune e cioè di non essere stati coinvolti nei governi precedenti. Hanno punti in comune e in disaccordo, ma come in qualsiasi alleanza. Il Pd vuole dimostrare che quando non si hanno grandi numeri per governare bisogna sporcarsi le mani e allearsi con inquisiti, con dannati e farabutti. Il M5S sta rifiutando questa linea, per fortuna, e non sembra disposto ad allearsi con chi le mani le ha sporche. Altra speranza del Pd è che un governo nato dall’alleanza fra Cinque Stelle e Lega si dimostri incapace e fallisca miseramente, in modo da poter andare alle elezioni anticipate e riguadagnare consensi. Ma, c’è un’altra possibilità e cioè che un governo siffatto non solo non fallisca ma abbia anche un notevole successo. Il Pd ci ha pensato?

Albarosa Raimondi

 

Su destra e sinistra in Italia Gaber ha ancora ragione

Sono passati molti anni da quando Giorgio Gaber con la sua canzone sbeffeggiava appartenenze a famiglie politiche quali la destra o la sinistra perché aveva capito con molto anticipo che quelle parole sembravano e forse erano prive di contenuti e ideali coerenti. Continuo a pensare che Gaber aveva e purtroppo ha ancora ragione. Nel nostro Paese abbiamo una destra che non ha nulla a che spartire in termini di senso dello Stato e delle Istituzioni con la maggior parte delle destre europee e una sinistra che di fatto attua, salvo qualche timida iniziativa sui diritti civili, politiche liberiste tipiche della destra.

Il 4 marzo è arrivato a Pd e Forza Italia da parte degli elettori un gigantesco “game over” ma continuano a comportarsi come se la partita fosse ancora in corso. Forse occorrerà staccare completamente la spina e forse capiranno che o cambiano schema e temi di gioco o faranno le riserve a bordo campo.

Leonardo Gentile

 

DIRITTO DI REPLICA

Il titolo del trafiletto dedicato al dibattito al Festival del Cinema Europeo di Lecce dopo la presentazione del documentario di Maria Cristina Fraddosio sul movimento noTap, non riflette la realtà dei fatti. Semplicemente non abbiamo partecipato su suggerimento della Prefettura, preoccupata per il clima che si sarebbe potuto creare al cinema Massimo. Questa circostanza è utile per sottolineare che titoli come “Tap rifiuta il dibattito” sono un travisamento grave di ciò che da anni accade a Lecce, dove a Tap è negata l’agibilità di ogni sede di discussione, sia quando siamo stati noi stessi a farci promotori del confronto (ad esempio in occasione della presentazione dello studio SAFE sulla sicurezza dei gasdotti del 20 novembre 2017, sospesa a causa delle intemperanze di alcuni manifestanti) sia quando altri ci hanno invitato ad illustrare il nostro progetto e ad esporre le nostre ragioni, come avevano gentilmente fatto il Festival del Cinema Europeo e Maria Cristina Fraddosio. Che la raccomandazione di non partecipare rivoltaci dalla Prefettura fosse purtroppo giustificata, lo ha dimostrato il clima subito instauratosi nella sala. È facile immaginare cosa sarebbe potuto accadere se qualcuno di noi avesse preso la parola. Da anni chiediamo confronti pubblici, regolati e davvero plurali alle istituzioni locali e persino al comitato no-TAP, che però rifiuta (e teorizza il rifiuto di) ogni occasione che garantisca un vero confronto tra le idee e non una sfida a chi urla più forte.

Luigi Quaranta Senior Media Advisor

Chi usa la piattaforma (privata) deve stare alle sue regole. E viceversa

Le affermazioni di Mark Zuckerberg per giustificare ciò che è accaduto con le violazioni di Facebook è di una gravità inaudita, ed è sorprendente che non ci siano state reazioni per quanto è stato espresso. Zuckerberg ha praticamente riscritto le pagine della giurisprudenza, gettando le basi di una nuova filosofia del diritto fondata sulla situazione esistente. Riassumendo quanto è stato detto, si evince il concetto che si vuole far accettare: Facebook è responsabile di quanto accade sulla piattaforma, ma è sempre Facebook che deve gestire e punire le trasgressioni, assolvendo sempre se stesso. Zuckerberg ha detto che Facebook deve “diventare la polizia del web”, frase inquietante e antidemocratica perché rimanda a quanto già avviene nei regimi totalitari. Ma soprattutto si afferma il principio di autoreferenzialità, ossia nessuno può giudicare Facebook per quanto accade, ma è sempre Facebook che giudica gli altri. Insomma, si decide di esplicitare con il concetto di un “nuovo diritto” quanto avviene da tempo, l’assoluta superiorità dei social network rispetto alla legge. La richiesta poi di una legislazione per regolare il web diventa risibile considerando che questa legge verrebbe poi applicata secondo i criteri di Facebook, impedendo il controllo della effettiva attività dei social network, essendo precluso ogni accesso a chi dovrebbe controllare queste attività.

Cristiano Martorella

 

Gentile Cristiano, contrariamente a quanto possa sembrare dalle notizie, dai commenti e dagli editoriali che circolano nelle ultime settimane, il tema della regolamentazione del web è molto complesso. Contrappone scuole di pensiero tanto diverse, schiera da un lato i tecnoentusiasti e dall’altro i tecnoscettici. Il caso Facebook – Cambridge Analytica ha avuto, al di là dell’importanza delle rivelazioni, il merito di portare finalmente il tema all’attenzione dell’opinione pubblica. A questo punto, però, tocca all’opinione pubblica iniziare a utilizzare gli strumenti a cui finora si è affidata con maggiore cognizione di causa. Facebook è una piattaforma privata, con le sue regole: chi la usa, deve stare a quelle regole. E come privato, a sua volta Facebook deve sottostare alle regole stabilite dal pubblico. Ed essere punito se non le rispetta. Lo schema è su per giù questo. Ma c’è un errore che non si deve fare: credere che Facebook sia Internet. Per fortuna non lo è e sulla Rete, nella sua purezza, Zuckerberg non può avere alcun controllo.

Virginia Della Sala

La serie

40 anni di storia d’Italia: la “verità” dei processi, le zone d’ombra che ancora rimangono e in parte prendono luce. 1978-2018. Il rapimento e poi l’assassinio di Aldo Moro, quei 55 giorni che sconvolsero e trasformarono il destino del Paese. Sul “Fatto Quotidiano” li ripercorriamo con gli articoli di Miguel Gotor, tra i massimi esperti di quegli avvenimenti (il suo “Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano”, oltre alla curatela delle “Lettere dalla prigionia” dello stesso Moro). Negli scorsi giorni abbiamo già pubblicato “Il presidente deve morire. La profezia su Moro e le Br” (16 marzo), “Moro, il vecchio album di famiglia ha le foto sbiadite” (23 marzo), “Le Br e la strategia delle lettere per beffare lo Stato” (30 marzo) e “Il giallo dei due ‘Gradoli’ e la seduta spiritica per salvare la talpa Br” (6 aprile).

Moro, la “guerra di carta” servita con il Pentothal

“Un pacchetto controllato di notizie”: questo è ciò che il governo avrebbe dovuto quotidianamente indirizzare ai giornali secondo il suggerimento fornito in un documento riservato dal consigliere statunitense Steve Pieczenik, inviato dal Dipartimento di Stato americano in Italia nel corso dei 55 giorni del sequestro Moro. I rapporti con la stampa andavano orchestrati in modo da gestire alla fonte (il Viminale) il flusso di notizie in uscita per evitare deprecabili fughe di dati sensibili, ma soprattutto per impedire che la totale assenza di informazioni inducesse i giornalisti più intraprendenti ad andare a cercarle in modo autonomo, o peggio, inventarle di sana pianta. In un momento di emergenza come quello bisognava sorvegliare la stampa, ma senza darlo a vedere, limitandosi ad aprire e chiudere i rubinetti delle notizie.

Se si sfogliano le pagine dei principali quotidiani appare chiaro che il consiglio venne attuato perché si resta sorpresi dalla sostanziale uniformità e sobrietà informativa della carta stampata. I giornali, infatti, si distinsero per un’impaginazione vigile che alternava con professionale regolarità pezzi di colore sulla società, sul mondo politico e sulla famiglia Moro a servizi sul fronte delle indagini (spesso a doppia firma per paura di attentati ritorsivi “ad personam” dal momento che i giornalisti più esposti erano soliti girare con la penna biro e il laccio emostatico nella borsa).

Ad esempio, il Corriere della Sera, i cui vertici proprietari e giornalistici si sarebbe scoperto nel 1981 erano allora controllati dalla P2 di Licio Gelli, fino alla fatidica giornata del 18 aprile dedicò al sequestro non più di due pagine al giorno (la prima e la seconda con occasionali richiami in cronaca di Roma). Tuttavia dal 15 aprile soffrì di un vero e proprio blocco informativo che si sciolse soltanto il 19 successivo con la doppia notizia della scoperta del covo di via Gradoli e del falso comunicato del lago della Duchessa che annunciava il decesso di Moro. Nei tre giorni precedenti quest’azione il giornale ridusse a una sola pagina i suoi servizi e gli stessi giornalisti lamentarono il “black out delle informazioni decise dal Viminale”, peraltro condiviso con le principali testate italiane.

Sin dai primi giorni del sequestro i giornali batterono in modo martellante in particolare su tre chiodi: il primo riguardò il conflitto tra fermezza e trattativa; il secondo, l’autenticità delle lettere di Moro con un profluvio di articoli dedicati alle possibili tecniche di manipolazione e di coercizione della volontà di un prigioniero, dall’uso della tortura ai pareri giurati di grafologi e di criminologi strenui assertori di una sorta di “sindrome di Stoccolma” all’amatriciana fino alle iniezioni di “Pentothal”, un farmaco che, in quegli anni, già popolava l’immaginario collettivo degli italiani grazie alle avventure di un fumetto di successo come “Diabolik”; il terzo interessò il ruolo e la funzione degli intellettuali davanti alla minaccia terroristica.

Il primo e il secondo dibattito si intrecciarono tra loro e, come era forse inevitabile, la discussione si contraddistinse per un’estrema strumentalizzazione: chi era per la trattativa pubblica riteneva le lettere autentiche, rimuovendo il tema delle condizioni di cattività in cui venivano elaborate e la capacità dei brigatisti di condizionarne la recezione mediante un’accorta strategia di recapiti pubblici e riservati funzionale a mettere in cattiva luce la figura di Moro davanti all’opinione pubblica; chi era per la fermezza, invece, le riteneva estorte con la violenza e quindi non “moralmente ascrivibili” a Moro, nonostante l’indubbia coerenza del dettato e il rigore della riflessione avrebbero dovuto indurre a una più prudente considerazione. Di certo, l’uso e l’abuso delle posizioni volte a minare l’autorevolezza di Moro e la sua stessa dignità morale costituirono anche una cinica controffensiva dell’antiterrorismo resasi necessaria per abbassare il valore dell’ostaggio così da sminuire il potere di ricatto spionistico-informativo posto in essere dalle Brigate rosse con l’espediente propagandistico del “processo popolare” a Moro e alla Dc. Un’immagine, quella del “processo al regime democristiano”, che già abitava l’orizzonte di attesa del pubblico italiano dai tempi degli scritti di Pier Paolo Pasolini e di Leonardo Sciascia, del film Todo Modo di Elio Petri nel 1976 e dal celebre discorso dello stesso Moro in Parlamento un anno prima di essere rapito, in cui aveva annunciato che “la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze”.

In ambito culturale si inasprì la discussione sull’impegno o il disimpegno degli intellettuali davanti al terrorismo. Il sasso lo scagliò per primo lo scrittore Alberto Moravia in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 20 marzo 1978, laddove sostenne che il suo sentimento di fronte a quanto stava avvenendo in quel periodo era di profonda “estraneità che non era indifferenza”. Leonardo Sciascia, in un’intervista apparsa sul quotidiano la Repubblica tre giorni dopo, concordava con Moravia sottolineando di avere profetizzato già nel 1974, nel libro Todo modo, l’autodistruzione della Dc e aggiungendo che bisognava accettare di partecipare come giurati popolari al processo di Torino contro il nucleo storico delle Br soltanto per un dovere verso se stessi, ma non già verso lo Stato.

In un contesto politico e civile tanto delicato, l’insolita convergenza tra Sciascia e Pasolini suscitò una dura reazione degli intellettuali più vicini al Pci. Ad esempio, polemizzò con lo scrittore siciliano il direttore di Paese Sera, Aniello Coppola, che gli rimproverò di avere rivendicato per sé l’opportunistica posizione di “silenzioso osservatore”. Sciascia reagì accusando Coppola di essere “intollerante, stalinista, dogmatico, intimidatorio” e di fare del “terrorismo verbale”: una reazione veemente che arrivava dopo oltre un anno di polemiche tra Sciascia e gli ambienti politici, culturali e giornalistici prossimi al Pci. Tra i dirigenti comunisti si era distinto Giorgio Amendola che aveva accusato di viltà, disimpegno e ipocrisia (“nicodemismo”) – come già avvenuto ai tempi del fascismo – quella parte del mondo intellettuale italiano che, per diversi motivi, strizzava l’occhio alla sovversione e alla lotta armata.

A questa vera e propria “guerra di carta”, cominciata con il movimento del 1977, parteciparono i principali quotidiani dell’area di sinistra dell’epoca. A partire da l’Unità con una serie di interventi del suo direttore Alfredo Reichlin e del filosofo Eugenio Garin, ai quali risposero su il manifesto Rossana Rossanda e il germanista Cesare Cases. Il 24 marzo 1978 sul quotidiano comunista uscì anche l’articolo di un giovane dirigente di Torino, Giuliano Ferrara, in cui si criticava la tendenza a considerare il fenomeno brigatista come il frutto di un complotto reazionario o straniero, una “trappola” che induceva a sottovalutare il suo potere persuasivo presso “i settori di punta dell’estremismo politico, del partito armato e del movimento armato” italiano.

In un’intervista del 19 marzo 1978 rilasciata a Walter Tobagi (un uomo e un riformista mite che nel 1980 sarebbe caduto sotto il piombo terrorista a 33 anni, con tutta la vita davanti), il vice-direttore di Lotta Continua Gad Lerner attaccava il Pci per “non aver fatto i conti fino in fondo né con lo stalinismo né con l’integralismo di partito e questo ha fatto sì che in passato i suoi stessi dirigenti abbiano compiuto azioni non molto diverse da quelle delle Br”. A proposito dei Brigatisti rossi, Lerner precisava che se continuiamo a chiamarli “compagni che sbagliano”, “lo diciamo non per ammiccare alle Br, ma per eliminare forme di rimozione che sono presenti nella sinistra”: “fra loro ci sono ex militanti nostri come del Pci” e nei comunicati brigatisti c’è qualcosa di “russo” che ricordava il Pci. Un mese dopo, sempre Lerner, difendeva le ragioni della trattativa per la liberazione di Moro affermando che Lotta Continua e il movimento avevano “rotto i ponti con una concezione politica (comune al Pci e alle Br) che mette al primo posto la ragion di partito e la militanza intesa come dedizione e sacrificio di sé. E hanno rotto con una morale per cui il fine giustifica sempre i mezzi. Per questo i nostri militanti esprimono livelli di umanità superiori a quelli dei politici di professione; il fatto di essere sganciati dal concetto di ragion di Stato ci permette di tenere in conto anche la vita di un nostro nemico”. Egli sosteneva di essere contro “il fermo di PS e anche contro il fermo di Br” e si diceva persuaso che la morte di Moro, voluta dalla Dc e dai “politici di professione”, sarebbe servita a far passare leggi repressive eccezionali e avviato una trasformazione dello Stato in senso autoritario.

Per fortuna questa svolta autoritaria (che in molti auspicavano per dimostrare l’ipocrisia del sistema parlamentare borghese e favorire il ritorno di fiamma rivoluzionario) non ci fu, ma il conflitto culturale, civile e politico approfonditosi in quei mesi si sarebbe ulteriormente radicalizzato dopo la morte di Moro, assumendo la forma di una definitiva frattura tra istituzioni e società civile, partiti e movimenti. Alcuni sarebbero invecchiati dentro quel conflitto adeguandolo con millimetrica abilità all’evoluzione dei tempi nuovi, altri lo avrebbero ricevuto in eredità, a volte persino inconsapevolmente, come un fossile intriso di nevrosi, conformismo e irrimediabile diffidenza: dalla tragica e iper-politica primavera del 1978 sino a quella uggiosa e anti-politica dei nostri giorni, in cui attendiamo tremebondi le decisioni di Salvini, Di Maio e Renzi.

(5 – continua)