Sono servitiotto giorni di scioperi e più di dieci ore di trattative per sbloccare la situazione e arrivare alla firma di un accordo sindacale, nella notte di ieri. Si è risolta così la situazione dei lavoratori dell’Auditorium parco della musica a Roma. Gli addetti al servizio di sicurezza non armata, guardiania e accoglienza del famoso luogo di concerti avevano iniziato le proteste in coincidenza con il cambio del contratto d’appalto per la gestione dell’Auditorium. L’accordo, firmato ora dai sindacati con i nuovi gestori, la Rear società cooperativa, prevede fra le altre cose l’applicazione del contratto nazionale del lavoro per i dipendenti da Istituti di vigilanza privata, con la reintroduzione anche dell’articolo 18.La paga oraria è fissata a 8,09 o 7,27 euro e varia a seconda delle diverse mansioni degli operai: l’azienda aveva invece inizialmente proposto una paga base di 5,27 euro per tutti. Del caso si era interessato anche il Comune di Roma, con la sindaca Virginia Raggi che aveva incontrato una delegazione dei lavoratori già la settimana scorsa.
Camorra, ville di lusso e centro benessere. In Romania il tesoro del clan Zagaria
Era nascostoin Romania il tesoro del clan di Michele Zagaria, il superboss dei Casalesi catturato nel 2011 dopo 16 anni di latitanza, nascosto in un bunker ricavato nel villino di Vincenzo Inquieto a Casapesenna. Ieri la Dia di Napoli, capozona Giuseppe Linares, ha arrestato con accuse di associazione camorristica i due fratelli del vivandiere di Zagaria, Nicola e Giuseppe Inquieto. Nicola è stato arrestato a Pitesti, in Romania, dove la famiglia Inquieto aveva creato un impero economico. La Procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo sta concludendo l’inventario dei beni da sequestrare: 400 tra appartamenti, ville di lusso e centri benessere. Nelle carte dell’inchiesta dei pm Catello Maresca e Maurizio Giordano si riassumono anche le testimonianze di un altro ex vivandiere di Zagaria, il pentito Generoso Restina. Secondo il quale Zagaria durante la latitanza avrebbe incontrato anche l’attuale senatore di Forza Italia Luigi Cesaro. Su questa circostanza non ci sono riscontri.
“Il sindacato dei militari scongiurerà scandali come l’uranio impoverito”
“Alberto Tuzzi la aspettava da 43 anni. Emilio Ammiraglia, che è stato uno dei fondatori di Assodipro, se ne è andato prima di vedere questa giornata”. Salvatore Rullo commenta emozionato la sentenza della Corte Costituzionale che due giorni fa ha “liberato” quasi 350 mila militari italiani restituendogli il diritto ad avere una propria, autonoma rappresentanza sindacale.
“La Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 1475, comma 2, del Codice dell’ordinamento militare nella parte in cui vieta ai militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale” recita il comunicato che anticipa la sentenza che riconosce ai militari italiani, dai carabinieri ai fantaccini, dai marinai ai finanzieri, il diritto di organizzarsi in sindacato. Anche gli avieri avranno questo diritto, e Tuzzi, Ammiraglia, Rullo sono stati e sono marescialli dell’Aeronautica. I primi due tra i fondatori del Movimento dei sottufficiali democratici negli anni Settanta. Rullo, l’attuale presidente dell’associazione Assodipro, tra i promotori del giudizio davanti alla Consulta che ha portato al pronunciamento odierno.
“Una sentenza storica che rappresenta un segno di civiltà fino ad ora ingiustamente mortificato, finalmente cade un tabù” scrivono in un comprensibilmente entusiastico comunicato stampa la Cgil, il Silp Cgil (il sindacato dei poliziotti, loro il sindacato ce l’hanno dal 1981) e la Ficiesse, un’associazione della Guardia di finanza, anch’essa tra i promotori del giudizio. Attualmente ai militari è riconosciuta solo una rappresentanza interna, eletta ma gerarchizzata al punto che i presidenti dei consigli della rappresentanza sono in un paio di casi addirittura i capi dei rispettivi reparti personale. La ministra Pinotti è arrivata persino a trattenere in servizio dopo il pensionamento il generale Paolo Gerometta, presidente del Cocer, il consiglio centrale della rappresentanza militare, ma anche direttore generale del personale della Difesa.
Adesso tocca, come sempre, alla politica dare forma normativa alla decisione costituzionale. È banale dirlo, ma molto dipenderà dal prossimo governo quanto l’indirizzo della Corte costituzionale si tradurrà in diritti concreti e “agibili”, come si diceva una volta. I promotori sono ovviamente fiduciosi. I Cinque Stelle nella passata legislatura furono tra i pochi decisamente a favore. “Forse con un sindacato dei militari una vicenda come quella dell’uranio impoverito non si ripeterà più” sostiene adesso Rullo. Ma vengono in mente tante vicende anche recenti, come quella della carabiniera Angela Rizzo, punita per aver rivelato alla stampa le molestie di un suo superiore, condannato per questo a 9 mesi di reclusione. O la storia dell’acqua “potabile” contaminata sulle navi della Marina Militare. Anche in questo caso il sottufficiale che denunciò venne sottoposto a procedimento disciplinare.
E dopo la pronuncia di ieri sono adesso gli ex forestali, ora inglobati a forza nei Carabinieri, a sperare. Ad ascoltare la Corte ieri c’era anche l’avvocato Egidio Lizza che il 5 giugno spiegherà i motivi per cui gli ex forestali, già civili, non avrebbero dovuto essere militarizzati dal governo Renzi.
“Rider di tutta Italia uniamoci”. A Bologna la prima assemblea
La sentenza di mercoledì non è stata un punto di arrivo. Anzi. In tutta Italia i rider, quei fattorini in bicicletta che consegnano cibo a domicilio, si stanno organizzando per nuove proteste e nuove azioni. Perché se il verdetto torinese riguardava soltanto sei colleghi che hanno lavorato per Foodora nei primi mesi di attività di questa azienda in Italia, da allora molte altre società sono comparse: Deliveroo, Just Eat, Nexive, UberEat, Glovo e altre ancora, e in molti casi le condizioni di lavoro non sono migliori: paghe legate al numero di consegne, tempi strettissimi, biciclette e manutenzioni a carico del lavoratore, scarsa sicurezza, molti rischi e poche (o nulle) coperture assicurative.
“Nonostante la differenza di marchi e di colori, alla base sono tutti uguali”, spiega Tommaso, 28enne che da un anno consegna pizze, sushi (ma anche i tortellini in brodo) in bicicletta a Bologna e preferisce non fornire altre informazioni su di sè. È uno degli animatori della Riders Union di Bologna che ha organizzato la prima assemblea nazionale per i forzati delle due ruote.
Appuntamento domenica mattina nel nuovo spazio del centro sociale Là-Bas in vicolo Bolognelli 2. Qui arriveranno rider da tutta Italia: da Torino e Milano soprattutto, ma anche da Roma, Firenze, Modena e Brescia. “Tutto è nato in modo spontaneo – racconta Tommaso – Durante il lavoro, in attesa fuori dai locali o nelle piazze, con i colleghi di altre piattaforme ci confrontavamo sulle condizioni di lavoro”. Creano le prime chat e organizzano le prime assemblee e uscite pubbliche. Il punto di non ritorno avviene a metà novembre: “Nonostante le nevicate le aziende volevano che lavorassimo e abbiamo protestato. Abbiamo ottenuto empatia e costretto il Comune di Bologna a prendere le nostre parti. Si è fatto garante per un tavolo cittadino tra rider e società”.
Nel frattempo il 21 marzo un ragazzo ha avuto un brutto incidente contro un autobus mentre portava delle pizze, per fortuna senza gravi conseguenze ma comunque un episodio che è un chiaro segnale della scarsa sicurezza e degli alti rischi corsi dai rider per consegnare cibi a domicilio in tempi record. La collaborazione tra la giunta di Virginio Merola e i fattorini in bici ha portato ieri all’emanazione della “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano” con la Riders Union e i sindacati confederali. L’intenzione è quella di regolamentare le “zone grigie che ricadono sui lavoratori” e di “farsi parte attiva per un confronto costruttivo con le piattaforme digitali”. “Vogliamo vedere quante aziende si siederanno al tavolo”, commenta speranzoso Tommaso.
Anche a Milano il Comune ha deciso di fare da mediatore tra le aziende della gig economy e i rider: “Stiamo lavorando per un primo incontro tra le parti, per trovare assieme la strada giusta per dare delle regole a un settore in crescita”, annunciava l’assessore Cristina Tajani a Repubblica a fine marzo. Nel capoluogo lombardo, nel frattempo, la lotta si è fatta sentire ed è entrata anche in luoghi simbolici, come la Fondazione Feltrinelli: martedì nel corso dell’incontro “Algoritmi e cooperazione: le sfide per il lavoro al tempo della gig economy” alcuni rider sono entrati per protestare contro il country manager di Deliveroo, Matteo Sarzana. “Quello che chiediamo è il riconoscimento della subordinazione. Basta parlare di lavoratori autonomi, prestazioni occasionali e collaborazioni – ha spiegato uno dei manifestanti –. Tutti i diritti e le tutele garantite ad altri lavoratori vengano applicate a loro attraverso un contratto nazionale”.
Deliveroo è stata presa di mira anche dalle proteste di alcuni fattorini di Torino, dove nell’autunno del 2016 ci sono state le prime manifestazioni contro Foodora: “Fino a qualche tempo fa Deliveroo sembrava l’anti-Foodora – spiega un’attivista –, ma poi la situazione è peggiorata con l’introduzione del cottimo e di classifiche dei rider in cui i migliori hanno la precedenza nei turni”. Nonostante la sentenza di mercoledì sera, che non riconosce a sei ex rider di Foodora risarcimenti per l’ingiusto licenziamento e la violazione di norme per la privacy e la sicurezza, a Torino ricominciano le proteste e il 1° maggio ci sarà il Rider Pride, mentre a Milano i rider apriranno il corteo.
“Morti anomale”, ex manager di Tirreno Power a giudizio
Ventisei manager, membri del Cda e dirigenti di Tirreno Power presenti in azienda tra il 2003 e il 2014 saranno processati per le accuse di disastro ambientale e sanitario colposo contro la centrale a carbone di Vado Ligure, oggi riconvertita a metano. Lo ha stabilito il giudice di Savona che ha accolto le richieste di rinvio a giudizio dei pm Daniela Pischetola e Vincenzo Carusi. Il processo, che vedrà come parti civili sei associazioni – Greenpeace, Medicina Democratica, Legambiente, Uniti per la salute, Wwf e Anpana – e il ministero dell’Ambiente, inizierà l’11 dicembre. L’inchiesta, culminata con il sequestro della centrale di Vado Ligure, l’11 marzo 2014, si era chiusa a giugno 2015 con 86 indagati, tra i quali l’ex presidente della Regione Burlando e la sua giunta: la posizione di tutti i politici e degli amministratori locali era stata però archiviata. La procura ha indagato su 427 morti “anomale” tra il 2000 e il 2007 per malattie respiratorie e cardiovascolari. Secondo perizie della procura, tra il 2005 e il 2012 sono stati oltre 2 mila i ricoveri (più 586 bambini), che i magistrati temono dovuti alle emissioni della centrale.
A processo gli ex vertici di IwBank L’accusa: “Era una banca offshore”
Saranno processati con rito abbreviato, per ostacolo agli organi di vigilanza, 14 uomini di IwBank (gruppo Ubi) e lo stesso istituto di credito, indagato in base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa di società per reati commessi dai dipendenti.
Ieri il pm della Procura di Milano Elio Ramondini ha portato i faldoni della sua inchiesta davanti al giudice dell’udienza preliminare Cristina Mannocci per chiedere il rinvio a giudizio di tutti gli imputati. Questi però a sorpresa hanno chiesto il rito abbreviato: saranno giudicati dalla gup Mannocci sulla base delle prove raccolte finora dal pm, a porte chiuse, godendo dello sconto di un terzo sulle pene. Il processo è stato fissato per il 26 novembre e potrebbe concludersi in una settimana. Gli imputati sono 14 ex dirigenti, ex consiglieri ed ex sindaci dell’istituto di credito online del gruppo Ubi. Il più noto di loro è Mario Cera, oggi vicepresidente del consiglio di sorveglianza e membro del Comitato nomine di Ubi Banca (già sotto indagine a Bergamo per ostacolo alle autorità di vigilanza e illecita influenza sull’assemblea dei soci). Per tutti l’accusa è di aver gestito IwBank senza le necessarie cautele antiriciclaggio e senza comunicare alla Banca d’Italia le irregolarità, in materia di verifica e registrazione nell’Archivio unico informatico (Aui), delle posizioni di migliaia di clienti dell’istituto. IwBank era diventata una specie di banca offshore visto che, tra il 2008 e il 2014, ben 104 mila dei 140 mila conti online erano senza controllo. C’erano posizioni intestate a casalinghe novantenni, con figli che però facevano gli operatori finanziari. Un conto era intestato a una società estera, senza che fosse registrato il beneficiario in Italia. E quando la Guardia di finanza arrivò a chiedere conto di tanto “disordine” nell’Archivio unico informatico, l’istituto non trovò di meglio che presentare una denuncia ai carabinieri, sostenendo di aver smarrito la documentazione. Fu l’ispezione condotta nel 2013 dalla Banca d’Italia a portare alla segnalazione delle 104 mila posizioni non verificate nell’archivio clienti. Eppure oggi Bankitalia non ha ritenuto di costituirsi parte civile.
“Si tratta di mancanze soltanto formali”, si difende la banca, “via via corrette sotto il controllo della Banca d’Italia”. Sulla scrivania del pm Ramondini resta comunque aperto un altro fascicolo in cui IwBank è indagata per riciclaggio, in relazione ai conti di alcuni clienti particolarmente “attivi”.
Pure partiti, politici e loro parenti sono “sofferenze” di Mps
Chiamiamola “esposizione politica”, ma la cifra è considerevole: 16 milioni di euro prestati a partiti, politici e loro parenti che, a loro volta, non li hanno restituiti. La banca coinvolta è, manco a dirlo, il Monte dei Paschi di Siena, che ieri ha tenuto l’assemblea dei soci chiamata ad approvare, il bilancio 2017, chiuso in forte perdita. L’attenzione del mercato sull’assise era focalizzata sul complicato stato di salute della banca – controllata al 70% dallo Stato – e l’azione di responsabilità verso i vecchi vertici proposta dalla Bluebell di Giuseppe Bivona. Con un’astuta veronica, la banca guidata da Marco Morelli ha rovesciato il tavolo e dirottato l’attenzione su un dettaglio inedito.
Costretta dalle richieste di un socio, Mps ha reso noto che al 31 dicembre scorso vantava crediti per 10 milioni di euro nei confronti di 13 partiti politici, di cui 9,7 milioni “non performing”, cioè deteriorati. Di questi 8,2 milioni sono “sofferenze”, cioè prestiti non più esigibili che sono confluiti nella maxi cessione al Fondo Atlante. Non è l’unica novità. Sempre a fine 2017, l’istituto senese contava crediti per 67 milioni (61 in salute e 6 deteriorati) “nei confronti di persone fisiche che occupano o hanno occupato importanti cariche pubbliche come pure i loro familiari diretti o coloro con i quali tali persone intrattengono notoriamente stretti legami”. Definizione che sembra indicare prestiti ai parenti dei politici ma che assume la forma più di un pizzino che una concessione alla trasparenza.
Quali partiti sono coinvolti? La banca non lo dice, trincerandosi dietro la tutela della privacy. Al Fatto la Lega nega di avere o aver avuto esposizioni con le banche, tanto meno con Mps. Il Pd non commenta. Forza Italia è esposta con un istituto che non è Mps per una cifra di poco inferiore ai tre milioni, erogata nel 2016 per evitare la chiusura visto che il partito è sommerso dai debiti e ha i conti pignorati. L’unico legame con Mps è un vecchio prestito del 2001 di 23 milioni, garantito, come tutti, da Silvio Berlusconi: nel 2015 l’ex Cavaliere ha staccato assegni per 100 milioni per estinguere le fidejussioni e ora è il più grande creditore del partito. Trattandosi di sofferenze è plausibile che i crediti citati ieri da Mps siano datati. Morelli non ha voluto fornire nomi, anche se un’indicazione è arrivata dalla Lombardia: è stato pignorato un parco alla Fondazione Ds di Mantova, che custodisce gli immobili appartenuti prima al Pci, poi al Pds e quindi ai Ds – partito che ha dato grandi lutti alla banca senese – e che deve 233 mila euro a Mps. La vicenda è nota: per sfuggire ai creditori, il tesoriere Ugo Sposetti mise l’immenso patrimonio del Pci al riparo, distribuendolo in un dedalo di fondazioni. L’ex senatore Ds, contattato, dice di ricordare la chiusura dei debiti con Mps e che nei 200 milioni del buco rifilato alle banche creditrici (e in parte coperto dalla garanzia pubblica) non rientrano i prestiti da Siena. A oggi, con la fine del finanziamento pubblico, i grandi partiti non sono più esposti con le banche, ma verso i fornitori. Ad indebitarsi con gli istitui ci sono solo formazioni minori. A Mps comunque l’abbraccio con la politica è costato, tra gli altri, anche questi 16 milioni, mai recuperati.
L’assemblea di Mps non è stata una passeggiata per i vertici. Da inizio anno la banca ha perso il 35% in Borsa con una perdita virtuale per lo Stato di 3 miliardi sui 5,4 investiti l’estate scorsa per salvarla. L’attesa era tutta per l’azione di responsabilità da 11,2 miliardi chiesta da Bluebell nei confronti, tra gli altri, dell’ex ad Fabrizio Viola e dell’ex presidente Alessandro Profumo per la contabilizzazione delle operazioni in derivati fatta nei bilanci dal 2012 al 2015. L’azione è stata dichiarata “inammissibile” con il voto decisivo del Tesoro azionista. Era già successo nel 2016 e con ogni probabilità la storia non finisce qua. “Quando, come è inevitabile, si formerà un nuovo governo – ha detto il deputato 5 stelle Carlo Sibilia, presente all’assemblea – il Tesoro convocherà un’assemblea e chiederà di votare l’azione di responsabilità”.
Ieri Morelli ha passato il tempo a rassicurare i soci sullo stato di salute della banca, che ha chiuso il 2017 con un “rosso” di 3,5 miliardi e i profitti bancari con un calo a doppia cifra, e ha smentito la necessità di un nuovo aumento di capitale. Secondo l’ad, imposto a Siena nel 2016 da Matteo Renzi e confermato da Gentiloni, i segni dell’inversione di tendenza ci saranno già nella prima trimestrale 2018, i cui risultati dovrebbero essere resi noti forse il 10 maggio prossimo. Intanto la banca è stata costretta a chiarire l’ammontare del contenzioso legale. La cifra massima che Mps rischia di dover pagare nel caso in cui perda tutte le 7200 cause intentate contro la banca è calata dagli 8,3 miliardi del 2016 ai 3,9 miliardi del 2017 (le richieste in via stragiudiziale ammontano a 663 milioni). Cifra che scoraggia i potenziali acquirenti.
Napoli, a Scampia inaugurato lo stadio per mille ragazzi
Dopo un travaglio lungo dodici anni finalmente Scampia ha il suo stadio: un luogo di gioco e un presidio di legalità per un migliaio di ragazzi e di famiglie che sorge nel popoloso quartiere delle Vele in periferia a Napoli, noto per essere stato la piazza di spaccio più grande d’Europa. Lo stadio sarà un punto di riferimento a cominciare dal nome: è intitolato ad Antonio Landieri, un disabile di 25 anni vittima innocente nel 2004 della faida che ha insanguinato Scampia. Dopo un lunghissimo iter la Commissione di vigilanza per il pubblico spettacolo ha certificato la definitiva agibilità dell’impianto, che ebbe una prima inaugurazione ma non poteva finora ospitare sugli spalti i 1.300 spettatori previsti. Per realizzare il terreno di gioco, omologato per gli incontri della Lega nazionale dilettanti, è stata utilizzata la gomma riciclata da 10mila pneumatici, grazie alla collaborazione tra il Comune e il consorzio Ecopneus: un ulteriore messaggio simbolico poiché Scampia si trova nel cuore della Terra dei Fuochi, dove per decenni le gomme d’auto abbandonate sono state bruciate illegalmente avvelenando aria e terreno.
Truffa coi soldi del ministero: indagati in 21, pure il rettore
Utilizzavano i fondi destinati dal Ministero dell’Istruzione alla ricerca per pagare le spese di sistema e gli stipendi di alcuni docenti. Con l’accusa di concorso in truffa e abuso d’ufficio sono state iscritte nel registro degli indagati 21 persone, tra cui i vertici dell’Università di Foggia, rettore compreso.
La Guardia di finanza ieri ha fatto sospendere le sedute di laurea previste e ha eseguito perquisizioni al dipartimento di scienze agrarie dell’ateneo, sequestrando computer e documenti. Avvisi di garanzia al rettore Maurizio Ricci, al pro rettore Milena Sinigaglia, al direttore del dipartimento di Agraria, Agostino Savi all’ex presidente del dipartimento Gianluca Nardone e ad altri docenti.
L’indagine, come rivelato a luglio 2017 da ilfattoquotidiano.it, è scattata dopo l’esposto di due professori ordinari del dipartimento di Scienze Agrarie, Alessandro Del Nobile e Diego Centonze, che avevano segnalato presunte irregolarità nella rendicontazione di tre progetti finanziati nell’ambito del Pon Ricerca e Competitività 2007-2013. Si tratta di fondi arrivati ai gruppi di ricerca del Distretto agroalimentare regionale, il Da.Re., tra i cui soci c’è l’Università di Foggia, beneficiaria di circa 10 milioni di euro. I docenti autori dell’esposto avevano segnalato una modifica in corso d’opera sui fondi assegnati per i progetti. La sovrattassa d’Ateneo, decurtata dal budget a disposizione del docente, è passata dal 10% delle spese generali al 13% del totale finanziato. Un milione di euro in più che sarebbe servito a pagare le spese di sistema e a far quadrare i conti evitando di perdere il finanziamento. I due docenti avevano rifiutato le nuove condizioni. Sono stati così rimossi e sostituiti da altri professori. Dato che per ottenere i fondi, però, era necessario rendicontare anche i costi per il personale calcolati in ore di lavoro, 15 docenti avrebbero firmato dei time sheet falsi.
Stop alla vendita del palazzo da 40 milioni
La Soprintendenza di Roma blocca la vendita di Palazzo Nardini, in pieno centro romano e che, la Regione Lazio aveva comprato per 37,5 milioni e ristrutturato con altri 2,5 milioni. E ora per la stessa Regione si profila un danno economico di “svariati milioni di euro”, fra le polemiche arrivate a coinvolgere anche il ministro uscente ai Beni Culturali, Dario Franceschini.
Il fondo immobiliare Invimit Sgr, che fa capo al Ministero Economia e Finanze, aveva praticamente già ceduto a un “compratore misterioso” il prestigioso edificio del ’400 di via del Governo Vecchio, nel cuore del centro storico, per il quale era stato sottoscritto nelle scorse settimane il contratto preliminare (il cosiddetto “compromesso”). Destinazione: una “struttura turistico-ricettiva”. Per ora, invece, è impossibile sottoscrivere il rogito notarile, in quanto la Soprintendenza Speciale di Roma Archeologica Belle Arti e Paesaggio – guidata da Francesco Prosperetti – ha deciso di avviare il procedimento per la ridefinizione dei vincoli. La richiesta è quella di aggiungere alla tutela del valore artistico e architettonico anche la dichiarazione “dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive e religiose”, dichiarando così la “inalienabilità”. Come il Colosseo. L’effetto è immediato, ma la procedura dovrà essere confermata entro i prossimi 120 giorni dalla commissione regionale patrimonio culturale del Mibact.
In realtà, furono proprio gli uffici ministeriali di via del Collegio romano, il 26 febbraio 2016, a dare il via libera al governatore Nicola Zingaretti per inserire lo storico palazzo del Governatorato di Roma – poi sede della Pretura di Roma e, negli anni ’70, del Movimento per la liberazione della Donna – nella lista degli immobili da “valorizzazione”. La lettera firmata allora da Daniela Porro (attuale direttrice del Museo nazionale romano) parlava di “insussistenza di motivi ostativi all’alienazione degli immobili”. Tutto il contrario di quanto dice oggi il soprintendente: “Secondo la legge di tutela un immobile che ha queste caratteristiche pubbliche diventa ipso iure inalienabile”. Un bel caos, perché Invimit aveva già il contratto di cessione in tasca, mentre Prosperetti ora sogna di recuperare il vecchio progetto di trasferirvi la Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte.
Furioso il presidente Invimit, Massimo Ferrarese, che ieri pomeriggio si è fatto ricevere urgentemente dall’assessore regionale al Bilancio, Alessandra Sartore: “Situazioni così inspiegabili pregiudicano la possibilità di compiere la nostra mission di contribuire alla riduzione del debito pubblico”, ha attaccato, rivolgendosi poi a Franceschini: “Aspetto immediate risposte, senza le quali saremo costretti a bloccare tutti gli investimenti sui beni vincolati”. Stupore anche in Regione Lazio, dove non si parla apertamente di “danno erariale” e, addirittura, di “dispetti fra burocrati”.
Bocche totalmente cucite, invece, sul nome del compratore e sulla cifra pattuita per la vendita. In ambienti ministeriali si fa insistentemente il nome di Angiola Armellini, immobiliarista romana coinvolta negli anni scorsi in una inchiesta per evasione fiscale, ma non vi sono conferme da parte dei diretti interessati. Silenzio assoluto da parte di Invimit e Regione Lazio, in virtù di una sorta di segreto istruttorio legato alla procedura del “confronto competitivo”.