Piazza S. Carlo, la sindaca rischia di finire a processo

La sindaca di Torino, Chiara Appendino rischia il processo per accuse, in concorso, di omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo. Mercoledì sera, per una tragica coicidenza, nella serata della partita tra Real Madrid e Juventus, ha ricevuto l’atto con cui la Procura le comunica che è terminata l’inchiesta sugli incidenti avvenuti in piazza San Carlo il 3 giugno scorso, serata in cui migliaia di tifosi bianconeri si erano radunati davanti a un maxischermo per assistere alla finale di Champions League tra la squadra di Massimiliano Allegri e quella di Zinédine Zidane. È stata la stessa sindaca a rendere darne notizia: “Resto a disposizione della magistratura, come lo sono sempre stata”, ha commentato.

Oltre a lei, anche altre quattordici persone hanno ricevuto l’avviso di chiusura indagine per l’accusa, in concorso, di omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo. Tra queste persone compaiono l’ex capo di gabinetto della sindaca, Paolo Giordana; il direttore del Suolo pubblico del Comune Paolo Lubbia; la dipendente Chiara Bobbio; l’allora questore di Torino Angelo Sanna e il suo capo di gabinetto Michele Mollo; il dirigente del Commissariato Centro Alberto Bonzano; il presidente di “Turismo Torino” (ente organizzatore materiale) Maurizio Montagnese e il dirigente Danilo Bessone insieme ad altre persone con ruoli più tecnici.

Quella notte, per una ragione tuttora ignota, la folla venne messa in fuga. Moltissime persone furono gravemente ferite nella calca e più di 1.500 finirono in ospedale. Qui è stata ricoverata a lungo Marisa Amato, che quella sera camminava col marito in una via vicina a piazza San Carlo. Fu travolta dalle persone in fuga e calpestata. Oggi è su una sedia a rotelle. Andò peggio a Erika Pioletti, 38enne della Val d’Ossola arrivata a Torino per guardare la finale insieme al fidanzato: è morta dopo 12 giorni di ricovero al San Giovanni Bosco. Molte delle colpe di questi fatti sono stati attribuiti alle carenze organizzative.

L’evento in piazza venne organizzato dall’ente turistico della città, “Turismo Torino” su mandato dell’amministrazione cittadina nel giro di pochissimi giorni (fu stabilito il 26 marzo, circa una settimana prima) e con un budget ridotto che non permise l’ingaggio di abbastanza steward per la sicurezza. Quella sera, però, complice il ponte del 2 giugno, in piazza San Carlo si stimarono circa 40mila persone: la piazza era colma e non c’erano neanche vie di fuga adeguate, come avrebbe raccomandato la circolare predisposta dal capo della polizia Franco Gabrielli dopo l’attentato di Manchester.

Le transenne utilizzate per delimitare gli spazi non furono rimosse e anzi “costituirono – si leggeva negli inviti a comparire di novembre – una barriera contro la quale le persone venivano travolte da quelle alle loro spalle che, per mancanza di sbocchi, a loro volta cadevano al suolo, dove c’erano contenitori di vetri rotti”. Vetri rotti, pezzi delle bottiglie di birra vendute dagli abusivi contro i quali nessun agente mosse un dito e che potevano essere vietate più duramente da un’ordinanza comunale.

Queste e altre carenze organizzative sono state documentate dal sostituto procuratore Antonio Rinaudo e dall’aggiunto Vincenzo Pacileo che hanno coordinato gli approfondimenti svolti dalla Digos della questura di Torino. Il 6 novembre sono stati inviati venti avvisi di garanzia contro gli indagati, ai quali si aggiunge alcune settimane dopo il prefetto Renato Saccone, la cui posizione però adesso va verso l’archiviazione. Tra mercoledì e ieri i legali di altri cinque indagati, componenti della commissione provinciale di vigilanza, non hanno ricevuto nessun atto e si presume che la procura possa chiedere il proscioglimento anche per loro.

Sicilia, tutti in piazza dopo le minacce al cronista Borrometi

Una marcia per la legalità dopo le minacce di morte al giornalista Paolo Borrometi. A Pachino (Siracusa) hanno partecipato al corteo rappresentanti delle istituzioni, forze dell’ordine, scuole, associazioni, parrocchie e imprenditori. Organizzatori della manifestazione il Comune e il consorzio di tutela pomodoro Pachino Igp. Una risposta all’attentato che era stato pianificato contro Borrometi e agli episodi criminali che hanno colpito aziende e commercianti nelle ultime settimane. La marcia è partita dalla sede dell’azienda Fortunato srl che a marzo ha subito un attentato incendiario per poi attraversare le strade della città. A margine dell’evento la giunta comunale ha approvato simbolicamente il protocollo di legalità che rafforza i controlli per evitare infiltrazioni criminali nelle gare d’appalto e le procedure di affidamento dei servizi. Il consorzio di tutela ha invece approvato il “codice etico”, mentre i commercianti si sono impegnati a denunciare tentativi di estorsione dai clan criminali. “Questa marcia è un punto di partenza, non di arrivo – dice il sindaco Roberto Bruno – la città ha dato una fondamentale testimonianza di reazione civile”.

L’Espresso è stato assolto, non diffamò Ilaria Capua

Nessuna diffamazione da parte dell’Espresso nei confronti della virologa Ilaria Capua, in passato al centro di un’inchiesta giudiziaria per traffico di virus da cui è stata completamente assolta. Lo ha deciso il gip di Velletri, Gilberto Muscolo, che ha archiviato il procedimento che vedeva imputati l’allora direttore del settimanale Luigi Vicinanza e l’attuale vicedirettore, Lirio Abbate. Il gip ha invece ordinato la restituzione degli atti al pm per la prosecuzione delle azioni di sua competenza con riferimento al reato di “pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale”. I fatti risalgono al 2014, quando Capua (direttrice del Centro One Health all’Università della Florida) denunciò L’Espresso ritenendosi diffamata da un’inchiesta giornalistica che dava conto dell’indagine in cui la scienziata, poi risultata estranea ad ogni addebito, veniva accusata di aver diffuso il virus dell’aviaria per fare soldi con l’offerta di un vaccino.

La procura di Velletri aveva chiesto al gip l’archiviazione del procedimento. Decisione cui si era opposta Capua. Il giudice ha però rigettato il suo ricorso, affermando che – come si legge nella motivazione – “il testo dell’articolo è una fedele ricostruzione delle risultanze investigative acquisite dalla procura della Repubblica di Roma” e che “non è una semplice invettiva personale ai danni della Capua, dato il concreto interesse della collettività a conoscere tale vicenda ad alto impatto sociale”.

Il giudice, facendo riferimento alla copertina del settimanale che illustrava la notizia dell’indagine giudiziaria, ha inoltre ritenuto che “i termini, le frasi e le immagini utilizzate (…) siano artifizi e mere enfatizzazioni letterarie, impiegati per una personale ma fedele ricostruzione dei fatti, senza avere un carattere denigratorio e lesivo alla reputazione della querelante”.

“Volevo fare il giudice, noi siamo vittime”

Ieri il titolo sullo zio camorrista, Sergio Bianchi, un killer della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1983. Era il marito della sorella del padre di Andrea Greco, il candidato M5s alla presidenza del Molise. Che nel 1983 non era nemmeno nato. “Ho studiato giurisprudenza perché volevo fare il magistrato, ho sempre detto che la mafia è una montagna di merda e mi fa schifo. E sono 15 giorni che mio padre piange per questa storia. Noi siamo soltanto vittime”. Greco è furibondo e dal tono di voce fa poco per nasconderlo. “Mi deve scusare se le sembro alterato, ma sono stanco”. Ci ha inviato i certificati penali del padre. Sono puliti. Incensurato e senza carichi pendenti. “A dimostrazione che lui non aveva alcuna relazione con quel contesto criminale. Ed ostacolò in ogni modo quel matrimonio”.

Andrea Greco, lei ha 33 anni. Quando apprende della storia di suo zio?

Mio padre mi disse che me ne avrebbe parlato da grande e a 20 anni mi ha detto tutto.

Ed ora questa vicenda esplode in campagna elettorale.

No, già due anni fa quando mi candidai al consiglio comunale di Agnone (Isernia) partirono lettere anonime che stravolgevano artatamente il tutto per farmi apparire un criminale. Così 20 giorni fa, alla prima intervista tv su una emittente molisana, ho raccontato tutto. Non ho nulla da nascondere.

Lei aveva informato i capi del M5s? Di Maio e Fico sapevano?

Dopo aver vinto le regionarie on line ho informato tutti nel Movimento.

Suo padre nel 1982 fu ferito con un colpo di pistola dalla polizia che cercava suo zio latitante. Può spiegarci come andarono con precisione le cose?

Mia zia si innamora e sposa questo delinquente. Mio padre prova a ostacolare questo matrimonio, poi si trasferisce da Agnone e va a vivere in un altro paese. Mio padre e mio zio non hanno mai vissuto insieme. Una soffiata attiva le forze dell’ordine, che una notte citofonano al campanello e poi sfondano la porta. Mio padre pensa a dei ladri, istintivamente richiude la porta. Uno dei poliziotti lo scambia per il latitante, urla ‘è iss’,. Gli sparano al braccio. Tre anni di interventi. Mio padre non nascondeva nessuno. Lo Stato ha transato 150 milioni di risarcimento per danno fisico permanente. Prima faceva l’autotrasportatore, ha dovuto cambiare lavoro e fare l’ambulante. Dopo la scuola lo aiutavo a caricare la merce.

Ed ora cosa prova quando pensa a suo zio?

Ho maledetto tutti i giorni della mia vita quella persona. Per colpa sua abiamo passato tutto questo.

Consip, perché Renzi non smonta il movente di Lotti

La Procura di Roma ieri ha fatto uscire una smentita alle indiscrezioni sull’interrogatorio di Matteo Renzi: “I virgolettati apparsi oggi sui quotidiani, relativi al contenuto dell’esame del senatore Matteo Renzi, sono frutto di operazioni di fantasia”. Secondo gli inquirenti, inoltre, anche le “restanti parti del contenuto dell’audizione sono frutto di illazioni che portano in larghissima parte a conclusioni non corrispondenti al vero”.

I quotidiani avevano riferito il senso delle sommarie informazioni di Matteo Renzi (alcuni riportando addirittura i virgolettati e altri senza) rese come testimone nelle indagine contro Luca Lotti. L’ex premier avrebbe (il condizionale è d’obbligo non essendo depositato il verbale) smussato le sue precedenti dichiarazioni, rese agli avvocati e non ai pm, sulla scarsa simpatia tra Luca Lotti e Luigi Marroni.

I difensori del ministro Lotti (indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento in quanto accusato da Luigi Marroni di avergli spifferato l’esistenza di indagini e intercettazioni sulla Consip) avevano ascoltato nell’ambito delle loro indagini difensive l’ex premier e avevano depositato il suo verbale. Renzi nel verbale reso alla difesa avrebbe confermato la tesi di Lotti sulla scarsa simpatia tra l’allora sottosegretario alla presidenza Lotti, nominato nel 2014 e Luigi Marroni, nominato al vertice di Consip nel giugno 2015. Il verbale era stato depositato dalla difesa di Lotti al fine di rendere meno credibile la versione del grande accusatore. Marroni ha raccontato ai pm di Napoli a dicembre 2016 e poi a quelli di Roma nel luglio 2017 di avere saputo dell’esistenza delle intercettazioni proprio da Lotti. Tesi confermata in faccia a Lotti stesso quando c’è stato il confronto tra i due, con l’aggiunta del particolare della data e del luogo dell’incontro: 3 agosto 2016 a Largo Chigi.

Per ribattere all’accusa, Lotti, secondo i resoconti dei quotidiani, avrebbe descritto i suoi pessimi rapporti con Marroni. Lo scopo era duplice: rendere poco credibile una soffiata in favore di un “non amico” e poi far balenare un possibile movente delle accuse false di Marroni; il manager sapeva che Lotti non lo sopportava ed era stato contrario alla sua nomina in quanto lo considerava un uomo del governatore della Toscana Enrico Rossi.

Per quale ragione dunque – è la tesi difensiva di Lotti, condivisa da Renzi – il braccio destro di Matteo avrebbe dovuto mettere a rischio la sua fedina penale e la sua carriera per un soggetto che non stimava e che non era suo amico?”.

Ecco l’importanza del secondo verbale di sommarie informazioni pubblicato ieri dai quotidiani ma smentito dai pm: Renzi nell’audizione di giovedì scorso avrebbe smussato le sue precedenti parole sulla “contrapposizione” tra il manager e il ministro. Si tratta però di una tempesta in un bicchiere d’acqua. Cosa può spostare la questione dell’inimicizia tra Lotti e Marroni nel caso Consip? La Procura avrà ragione sulle imprecisioni dei quotidiani ma il senso della questione non cambia.

Matteo Renzi davanti ai pm non ha potuto sostenere che i rapporti tra Lotti e Marroni erano pessimi perché l’avvocato Luigi Ligotti, che affianca e consiglia Luigi Marroni, aveva già annunciato di potere documentare i loro cordiali rapporti mediante le email scambiate tra i due. Inoltre la questione è davvero irrilevante. La domanda retorica che Matteo Renzi e Lotti usano come un’argomentazione contro ogni accusa penale o politica sul caso Consip, in fondo è facilmente smontabile. Quando Lotti e Renzi si chiedono retoricamente: “Che interesse poteva avere Lotti a informare delle indagini una persona che non gli era amica e che non stimava come Marroni?”. La risposta potrebbe essere: se Lotti ha avvertito davvero Marroni delle intercettazioni non lo ha fatto certo per salvare Marroni ma per aiutare Tiziano Renzi. Si può sostenere che Marroni menta e che Lotti dica la verità. Quello che non si può sostenere è che la ricostruzione di Marroni non abbia senso.

Blitz nell’ultimo Consiglio: soldi a pioggia sulla Privacy

Più soldi per tutti i membri dell’authority della privacy. Il governo guidato da Paolo Gentiloni nell’ultimo consiglio dei ministri utile, il 21 marzo scorso, senza indicarlo all’ordine del giorno e senza aver avvisato i dicasteri competenti, dunque con un vero e proprio blitz, ha approvato lo schema di decreto legislativo Ue che riforma il trattamento dei dati personali. Questo doveva essere e così è stato poi presentato nel comunicato stampa al termine del Cdm. In realtà è diventato ben altro.

Il provvedimento non si è infatti limitato ad attuare le nuove disposizioni introdotte dalla disciplina europea ma è intervenuto su vari aspetti che nulla c’entrano con la privacy. E che non erano in alcun modo chiesti dalla Ue. Nel lungo e complesso provvedimento è stata inserita una norma che equipara gli stipendi dei componenti dell’intero collegio – oltre che di tutto il personale – a quelli dell’Agcom, l’authority per eccellenza e li porta al raggiungimento del tetto di 240 mila euro. A beneficiarne è, tra gli altri, l’avvocato leghista Giovanna Bianchi Clerici, ex consigliere d’amministrazione della Rai e bossiana ortodossa: nel 2007 venne citata e definita la “soldatessa del Senatùr” da Silvio Berlusconi nel corso di una telefonata intercettata e fatta all’allora direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà, per spingere sulla realizzazione di una fiction dedicata al Barbarossa al quale lei teneva molto.

Dell’aumento del compenso beneficia anche il vicepresidente Augusta Iannini, magistrato di lungo corso che, seppur con una meritoria e meritevole carriera alle spalle, è nota ai più per essere moglie di Bruno Vespa. I loro compensi passano da 160 mila euro a 240 mila. Il presidente dell’authority Antonello Soro, ex parlamentare democratico eletto per la prima volta nel 1994, già percepiva il massimo possibile ma nel provvedimento non è specificato se questa indennità possa cumularsi agli altri redditi. Quindi mai disperare. Del resto il decreto, parcheggiato dal 25 ottobre 2017 e spuntato a sorpresa il 21 marzo, è stato approvato con la formula – esclusivamente italiana – del “salve intese” cioè modificabile in un secondo momento in base alle osservazioni degli uffici dei ministeri interessati. Tutto, in pratica, potrebbe ancora succedere.

C’è già chi ha sollevato dubbi. Il dipartimento della Funzione Pubblica, non preavvisato del testo, ha individuato ed evidenziato numerose scelte ritenute eccessivamente disinvolte introdotte dal decreto. Troppi sarebbero i vincoli rimossi all’attività dell’ente. Uno su tutti: non è più obbligatorio il patrocinio dell’avvocatura dello Stato (gratuito) nelle tante cause che vedono coinvolto il Garante che ora potrà quindi assegnare incarichi a legali esterni ovviamente adeguatamente remunerati. Ancora: sono stati rimossi i requisiti di elevata professionalità per la carica del segretario generale dell’organismo; individuato, in deroga ai più recenti indirizzi legislativi, un percorso di accesso alla dirigenza riservato ai soli funzionari interni; trascurati i principi, previsti per le altre pubbliche amministrazioni, per l’assunzione di personale a tempo determinato e per l’affidamento di consulenze esterne; aumentati per legge, come detto, gli stipendi dei dipendenti di circa il 20%.

Sul piede di guerra non è solo il dipartimento della Funzione Pubblica. Anche gli uffici di vari ministeri stanno valutando come intervenire. Proprio ieri il Tesoro ha espresso perplessità in merito ai profili finanziari del provvedimento.

Tutti svegliati a sorpresa da un decreto approvato senza preavviso. Ma non c’era più tempo: il 23 marzo iniziava la nuova legislatura. E il nuovo governo, forse, si sarebbero limitato ad attuare esclusivamente le disposizioni Ue.

La Raggi resuscita il maratoneta

MIracolo: nella città eterna fanno correre anche i morti. Il sito del Comune di Roma ieri ha lanciato con enfasi ed entusiasmo la maratona “Appia Run” che si corre domenica lungo la Regina viarum, e giunge quest’anno alla 24esima edizione. Per festeggiare la ricorrenza, al Campidoglio hanno fatto le cose in grande: “Guest star il campione olimpionico della maratona del 1960, l’ottantaseienne Abebe Bikila che correrà insieme ai partecipanti”. Tutto bellissimo, ma il povero Bikila è morto 45 anni fa, nel 1973. Nel ‘60 fu l’eroe dei giochi olimpici romani, trionfando a piedi scalzi sotto l’Arco di Costantino. Poi la vita gli ha tolto tutto: il maratoneta è rimasto paralizzato 9 anni dopo quella medaglia d’oro per un incidente stradale. Dopo altri 4 anni Bikila se n’è andato, appena 41enne. Eppure il Comune di Roma l’ha invitato alla manifestazione di domenica. Di più: sarà la guest star, l’ospite di prestigio. L’imbarazzante gaffe è stata corretta poco dopo la pubblicazione, comunque troppo tardi per sfuggire all’inflessibile attenzione del web. A dirla tutta, anche l’idea di far correre un 86enne sulle buche romane sarebbe stata di una crudeltà incomprensibile.

Fraccaro: “Entro due settimane aboliamo i vitalizi”

La promessa è di Riccardo Fraccaro, questore della Camera del M5S: “Il Movimento 5 Stelle – scrive in un intervento sul “Blog delle Stelle” – abolirà i vitalizi nel giro di due settimane con una delibera, utilizzando proprio lo stesso strumento che li ha introdotti”. Si parla dei vitalizi degli ex parlamentari: quelli degli attuali eletti sono già stati eliminati con la riforma del 2012. Fraccaro comunque è convinto di poter tagliare il traguardo di questa norma simbolo per il Movimento già entro 15 giorni. Il suo intervento sul blog arriva dopo l’incontro tra i questori di Camera e Senato. “Non possono più esserci privilegi per la politica, dobbiamo riaffermare l’equità sociale per ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e società”, aggiunge il deputato grillino. La stessa fiducia è condivisa da Paola Taverna, vicepresidente del Senato del Movimento 5 Stelle, che segnala la disponibilità al dialogo anche di Forza Italia: “Quella sui vitalizi è una promessa fatta ai cittadini. Quando c’è la volontà di cambiare si possono trovare punti di incontro. Accogliamo con piacere l’inizio di un dialogo con la Presidente Casellati e auspichiamo si possano trovare soluzioni condivise”.

Al governo c’è solo il fantasma di Paolo tra ministri che scappano e si nascondono

Siria, cos’è la Siria?”. La battuta che girava ieri pomeriggio nei corridoi di Palazzo Chigi chiarisce bene quali siano gli umori di Paolo Gentiloni, mentre si materializza l’emergenza, il caso di scuola, per il quale un esecutivo rimane in carica, sotto la dicitura “affari correnti”.

Ovvero, la crisi siriana, con una possibile guerra alle porte. E l’Italia che potrebbe essere coinvolta, magari per fornire basi o apporto logistico. Il premier temporeggia, mantiene una posizione il più prudente possibile. E non solo per valutazioni di politica internazionale. Ma perché è più indebolito e più logorato ogni giorno che passa.

La soluzione di sicurezza architettata da Sergio Mattarella di “preservarlo”, evitandogli un voto di sfiducia e quindi rendendo possibili dimissioni solo dopo l’insediamento delle Camere, nello scenario caotico del post 4 marzo mostra tutti i suoi limiti. E lo stesso Gentiloni è passato da carta di riserva da usare davanti alla difficoltà di trovare altre soluzioni a esponente di un Pd che è risultato lo sconfitto numero 1 alle politiche.

Nel frattempo, il governo perde pezzi. Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura, da quando è diventato Reggente del Pd, si è dimesso. L’interim lo esercita lo stesso Gentiloni. Graziano Delrio, diventato capogruppo del Pd alla Camera (e tirato in ballo come possibile candidato segretario un giorno sì e uno no), è rimasto alla guida del ministero delle Infrastrutture. Le dimissioni le avrebbe pure date, ma Palazzo Chigi gliele ha congelate per evitare troppi interim. Continua a firmare gli atti di ordinaria amministrazione, ma mercoledì non ha partecipato all’incontro con i commissari straordinari di Alitalia, mandandoci il capo di gabinetto, Mauro Bonaretti.

Poi c’è la questione Maria Elena Boschi. La Sottosegretaria, che di fatto è stata un governo parallelo e spesso in competizione con il premier, tanto che i suoi uffici venivano chiamati “Chigi 2”, ora sostanzialmente non tocca palla. Un po’ perché non ha alle spalle un potere vero che la legittimi, un po’ perché a questo punto fa politica (cioè si preoccupa del futuro suo e del renzismo). Paradossale poi, il caso di Angelino Alfano. Il ministro degli Esteri non si è neanche ricandidato. Ieri era alla Farnesina, per una conferenza stampa di presentazione di “Seeds and Chips, The Global Food Innovation Summit”, previsto a Milano all’inizio di maggio. Ha parlato di agroalimentare e di Yemen. Sulla Siria neanche una parola. L’unica dichiarazione sul tema risale all’8 aprile: “Suscitano allarme e sconcerto le notizie circa il possibile uso di agenti chimici”. Poi stop. Gentiloni, che la Farnesina l’ha guidata, oggi è a tutti gli effetti il ministro degli Esteri ombra. Attivissimo il titolare del Viminale, Marco Minniti. Essendo uno che ha cercato di rifarsi un profilo come super tecnico, potrebbe sempre tornare in campo in qualche ipotetico governissimo. Attivo anche un altro ministro “in carriera”: Carlo Calenda, titolare dello Sviluppo Economico. Defilato anche Pier Carlo Padoan. Non è ancora chiaro chi farà il Def: per adesso, Gentiloni ha chiesto e ottenuto una proroga di 15 giorni rispetto alla scadenza del 10 aprile. Più che soddisfatto di questo effettivo accentramento di poteri, però, il premier ne sente tutti i limiti e tutta la debolezza.

In più di un’occasione, già quest’autunno, avrebbe voluto decretare chiusa la missione del suo governo. È stato Mattarella che ha voluto prolungarla. E la cosa ha presentato anche qualche controindicazione politica: da premier non può presentarsi come candidato segretario del Pd alla prossima assemblea, il 21 aprile. Un’idea che aveva anche preso in considerazione, ma ora impraticabile. Tanto è vero che c’è chi ha pensato che la scelta della data (voluta alla fine da Martina) sia stata anche un modo per escluderlo.

Gentiloni & C., grande fuga dalla guerra come “affari correnti”

L’attacco delle truppe siriane alle ultime roccaforti dei ribelli nel Goutha orientale avrebbe dovuto portare alla definitiva sconfitta (se esiste qualcosa di definitivo in Siria) delle fazioni jihadiste che ancora si oppongono al regime di Bashar Assad. In particolare le sparute unità di Al Islam asserragliate a Douma avrebbero dovuto sloggiare e scomparire dalla scena. Si sarebbe quindi aperta la fase tanto attesa di definizione del regime politico e della consistenza territoriale della Siria del dopo guerra. Tuttavia la definizione sarebbe stata opposta a quella prevista da Stati Uniti, Israele, paesi europei e paesi arabo-sunniti impegnati da sette anni nel tentativo di rovesciare Assad e spartirsi la Siria. Saltava il disegno americano del Grande Medio Oriente sotto l’egemonia statunitense, saltava il progetto di Trump di ritirare le proprie truppe e lasciare il compito di sceriffo ad “altri” (leggasi Israele, Francia e Gran Bretagna); saltava perciò il primato politico-militare israeliano e sparivano nel buco nero della sconfitta i dollari e le armi fornite ai ribelli.

Si presentava invece lo scenario di un nuovo assetto mediorientale garantito da Russia, Iran e Turchia. È superfluo dire che un tale scenario non piacesse a chi per anni aveva organizzato, diretto e armato la destabilizzazione mediorientale perfino tramite il cosiddetto Stato islamico creato proprio in versione anti irachena e anti-siriana. Il presunto attacco chimico su Douma ha fatto saltare i piani russo-siriani e anzi ha riaperto la crisi in una chiave ancor più bellicista con il minacciato scontro diretto fra Stati Uniti e Russia e tra i relativi vassalli e tributari.

Secondo la logica del cui prodest non è credibile che l’attacco chimico sia veramente avvenuto e, se avvenuto, piuttosto che un errore siriano è molto più probabile che sia stata una provocazione degli stessi ribelli tesa a riacutizzare la guerra e impedire agli sponsor di svignarsela.

È stato notato che con tale evento la guerra in Siria da civile è diventata internazionale, ma si tratta di un errore di prospettiva: la guerra in Siria è sempre stata internazionale con o senza intermediari (proxies). Non è mai stata una guerra civile e la crisi è passata dallo stadio non bellico di repressione interna alla guerra internazionale.

Oggi semmai diventano più chiari i contorni delle parti in guerra: i protagonisti appaiono ben distinti dalle comparse e molti veli d’ipocrisia si squarciano con lo schieramento dei missili concomitante alle bordate su Twitter. La fase è quindi di una gravità senza precedenti e colpisce il fatto che venga trattata con preoccupante superficialità e conclamato bullismo. Ce lo dimostra Trump che urla, ma anche la May che allerta i sommergibili, Macron che promette guerra e la Nato pronta a sostenere gli Stati Uniti in questa ulteriore fase avventuristica.

L’Italia dovrebbe essere tra le più preoccupate perché gli aerei americani e i droni armati partono da qui. In Sicilia strutture strategiche americane come Sigonella e il sistema radar Muos di Niscemi sono obiettivi altamente paganti. Ma l’Italia è nel cuore di tutti i russi e prima di bombardarne il territorio Putin vorrebbe pretesti e provocazioni ben valide. Non è escluso però che tali pretesti siano forniti ad arte proprio da qualche alleato o amico senza scrupoli.

Vista dall’Italia e con la lente della nostra politica la tragedia diventa commedia. Trump ha chiamato a raccolta gli alleati europei, Salvini si oppone e il Segretario del Pd Martina ha detto che bisogna rispettare gli impegni con gli alleati. Trump dimentica che la Nato e la coalizione anti-Isis sono nate e organizzate per scopi completamente diversi dalla formazione di un Grande Medio Oriente o dalla punizione di polizia internazionale. Martina finge di non saperlo. Il presidente del Consiglio in carica per gli “affari correnti” sostiene gli alleati americani e parla di azioni siriane intollerabili e di prove evidenti delle responsabilità russe e siriane. Sono prove che nemmeno gli americani hanno e le loro analoghe accuse in passato si sono dimostrate insussistenti.

Finora, in Siria quando è stato provato l’uso di ordigni chimici le investigazioni internazionali non hanno potuto individuare i responsabili. In un caso è stato dimostrato da uno scienziato americano che un ordigno a caricamento chimico era stato fatto esplodere a terra (non lanciato dall’esterno) proprio dai ribelli. Le dichiarazioni del nostro capo del governo sembrano ispirarsi a una fonte informativa sola e in questo momento rappresentano una fuga in avanti verso un’avventura che sa bene di non dover gestire. Ma non è il solo: l’imbarazzo dei presunti leader riflette il timore di dover maneggiare la crisi politicamente e militarmente, verificare il rapporto con l’Alleanza atlantica, sostenere le pressioni americane, russe e israeliane e impartire gli ordini operativi di attacco, difesa o neutralità.

C’è da scommettere che finchè dura la crisi nessun aspirante premier spingerà per la formazione del nuovo governo. E sarebbe proprio da “italiani” avviare o evitare una guerra come “affare corrente”.