Siria, Palazzo Chigi spera di non dover dare le basi

Il governo Gentiloni è già in trincea e questa opera di fortificazione mediatica potrebbe essere battezzata “Angela Merkel”: “Sulla Siria la nostra linea è quella della Merkel”, dice Palazzo Chigi. Tesi coadiuvata da apposita telefonata tra il premier italiano e la cancelliera tedesca subito resa nota alle agenzie. La trincea italiana è questa: dare per scontato che in Siria ci sia stato un attacco chimico e che sia stato realizzato dall’esercito di Bashar al-Assad (due proposizioni tutt’altro che certe), rifiutarsi però di partecipare ad azioni militari, ma “in base agli accordi internazionali e bilaterali” continuare a fornire “supporto logistico alle attività delle forze alleate, contribuendo a garantirne sicurezza e protezione”. È la “tradizionale”, diciamo, posizione del governo italiano sul conflitto siriano: solo che stavolta trincee e tradizioni rischiano di non bastare.

L’esecutivo – “in carica per gli affari correnti” e sprovvisto di maggioranza parlamentare – al momento prega e spera che tutto vada come gli è stato assicurato che andrà: da Sigonella continueranno a decollare (proprio come ora) aerei da ricognizione e rifornimento, ma nessun bombardiere, mentre l’eventuale attacco contro il territorio siriano avverrà con missili dalle navi come un anno fa e non provocherà reazioni russe. Risultato: l’Italia non dovrà fare nulla, né prendere alcuna decisione. Diverso il caso in cui in Medioriente dovesse verificarsi un’escalation del conflitto che spingesse gli Stati Uniti a far partire azioni di combattimento dal suolo italiano.

In quel caso, secondo lo shell agreement Italia-Usa del 1995, il governo dovrebbe esplicitamente concedere l’uso delle basi e farlo, per l’ennesima volta, strapazzando l’articolo 11 della Costituzione, che ci vieta guerre di aggressione, e gli stessi accordi Nato per quanto rivisti in senso meno “difensivo” nel Documento di Washington nel 1999. Qui ci sarebbe un problema: difficile che un esecutivo in carica per gli affari correnti possa concedere l’uso delle basi senza l’avallo delle forze politiche oggi maggioritarie in Parlamento.

E come la pensano queste forze politiche alla luce delle preoccupazioni “atlantiche” comunicate (irritualmente) dal Colle ai giornali? Curiosamente, pur lavorando al governo con Matteo Salvini, i Cinque Stelle si ritrovano volentieri nella trincea “Angela Merkel” con Paolo Gentiloni: nelle agenzie di stampa non si trova una sola dichiarazione grillina a parte quella rilasciata da Luigi Di Maio dopo l’incontro con Mattarella (“restare al fianco dei nostri alleati e di consigliarli in un’ottica di pace”). L’interpretazioni autentica gentilmente fornita dallo stato maggiore del Movimento è: “La nostra linea è quella della Merkel”.

Il Partito democratico, invece, pare su una linea di atlantismo spinto, anche se più che di Assad pare preoccupato (in ossequio alla recente ossessione russofoba) solo di mettere in luce l’inaffidabilità degli altri partiti come alleati degli Usa e della bellicosa Francia di Macron. In serata, comunque, il capogruppo alla Camera Graziano Delrio – che è anche ministro e un cattolico “pacifista” – schiera il Pd sulla linea del governo: “Sosteniamo la posizione del governo di fedeltà chiara all’alleanza euroatlantica e di non partecipazione ad azioni militari in Siria riconfermando che per una soluzione stabile si dovrà lavorare ai tavoli negoziali dell’Onu evitando di ritenere risolutivi interventi sporadici e unilaterali”. Più icastica Emma Bonino (+Europa): “L’Italia deve rimanere nel quadro delle alleanze euroatlantiche e, in quella sede, partecipare senza ondeggiamenti pericolosi a discussioni sul se, come e quando intervenire”.

Il riferimento polemico di tutti è la Lega, l’unico partito ad essersi chiaramente schierato contro qualunque forma di attacco alla Siria e in odore di intelligenza col nemico (cioè Putin): “Pur ribadendo gli obblighi di lealtà verso la Nato siamo fortemente contrari a qualsiasi azione unilaterale”, s’è smarcato Matteo Salvini ribadendo comunque la sua posizione che è poi quella di tutto il centrodestra. Nel dibattito sui fatti siriani in Senato, infatti, non solo Alberto Bagnai (Lega), ma pure Lucio Malan (Forza Italia) e Giovanbattista Fazzolari (Fratelli d’Italia) hanno espresso dubbi sull’attribuzione del presunto attentato chimico a Douma e ricordato il non fausto precedente della Libia per chiedere di “evitare mosse affrettate”. Decisamente contrario a “missili e bombe” pure Pietro Grasso (LeU).

Tutti, comunque, hanno chiesto a Gentiloni di presentarsi in Parlamento per riferire sul tema: non succederà prima della settimana prossima.

Cdm lampo per dare l’ok all’ingresso di Cdp in Telecom

Ora mancano soltanto le assemblee del 24 aprile e del 4 maggio per capire il futuro di Telecom e come finirà lo scontro per il controllo tra gli azionisti di maggioranza relativa di Vivendi e il fondo americano Elliott. Con un atto formale, ieri pomeriggio, il Consiglio dei ministri riunito d’urgenza ha preso atto dello sbarco in Telecom anche della Cassa depositi e prestiti con una quota del 4,2 per cento. Il Consiglio dei ministri, che si è riunito poco dopo le 18, ha deciso di non esercitare la golden power per l’ingresso di Cdp nel capitale di Tim. Ai sensi del decreto legge 15 marzo 2012, n. 21, il Consiglio dei ministri ha comunque raccomandato a Cassa depositi e prestiti S.p.a. di notificare ogni modifica che intervenga rispetto ai contenuti dell’operazione già notificata. La vicenda Tim arriva anche in Parlamento. Francesco Boccia, capogruppo del Pd nella commissione speciale, ha annunciato di avere chiesto, insieme al collega di Liberi e Uguali Stefano Fassina di sentire in audizione Cassa depositi e prestiti pure sul fronte Tim.

Riecco Sgarbi: in Sicilia consulente per l’assessorato

Uscito dalla porta dell’assessorato siciliano ai Beni Culturali in polemica con Nello Musumeci, Vittorio Sgarbi rientra dalla finestra come consulente: lo ripesca il neo assessore Sebastiano Tusa, esperto di archeologia subacquea, che gli affida il progetto di ricostruire il Tempio G di Selinunte. Ad insorgere sono i grillini che in attesa di capire se la nomina cozza con il decreto anticorruzione (il n.39 del 2013 che vieta ad un amministratore l’assunzione di incarichi nei due anni successivi) parlano di “presa in giro ai siciliani”: “Non potremo aspettarci nulla di buono sul versante Beni culturali” – scrivono Nuccio Di Paola, Giovanni Di Caro, Roberta Schillaci e Giampiero Trizzino della commissione Cultura dell’Ars. Lui replica tagliente (“Pur di polemizzare con me i grillini si sono appassionati ai beni culturali, quanto di più distante possa esserci dalle loro magre vite di disoccupati”) e guarda avanti, oltre il Tempio G, trovando il tempo di candidarsi a sindaco di Sutri, nel viterbese: “È una città – proclama – che deve rinascere davanti al mondo”.

Silvio, il Mimo che imbrigliò Matteo

Sono mancate le corna, quelle dei bei tempi, alzate durante un vertice internazionale di qualche anno fa, per alleggerire la tensione, dietro al capo del ministro spagnolo Piquet. Per il resto Berlusconi ha prodotto il meglio del suo repertorio spostando di lato, senza neanche forzare il bacino, un disorientato Salvini che ieri per distinguersì s’era pure fatto venire in mente di indossare, nel confronto clou quirinalizio, la cravatta verde Padania.

Il Berlusconi bombastico, teatrale, un po’ mimo e un po’ ermeneuta, ha compiuto, in favore delle telecamere, la sua prova nella nuova veste di Signor No. Interdetto dal Parlamento perchè condannato, non gli è stato impedito di salire lo scalone del Colle e lui subito se ne è approfittato. Fregando sul tempo al rallentato leader padano il posto d’onore nel salotto di Mattarella, primo a sinistra invece che secondo, in modo che anche lì fosse chiara la misura della responsabilità. Poi, all’uscita, nel salone della Vetrata, rendendo le dichiarazioni salviniane un intermezzo triste delle sue virtù comiche.

Ha fatto prima il bravo presentatore, come già il grande Biagi aveva profetizzato (se solo avesse una “puntina di tette” Silvio farebbe anche la presentatrice) e poi il mimo. Ha irretito il nuovo leader avvertendo che avrebbe dovuto dire solo ciò che era contenuto nella dichiarazione pattuita, “abbiamo discusso su ogni parola”, senza farsi venire in mente sillabe non concordate, e poi gli ha rotto le scatole seguendo – da mimo – la lettura del testo. Uno, due, tre. Col capo ciondolante, oppure lo sguardo fisso, la mano nel doppiopetto Saraceni oppure nascosta dietro le spalle, teneva il ritmo. Cosicché il leader si è ritrovato gregario, e l’interdetto ha svolto il ruolo dell’interditore.

Spassosissimo, B. traduceva col corpo le frasi che Salvini, anch’egli esperto di teatro, era costretto a pronunciare con sofferto senso dello Stato. Il giovane Matteo si è trovato a illustrare gli accordi di Pratica di mare, rievocare la bellezza della Nato, la cattiveria di Assad (e quindi del suo alleato Putin), promettere fedeltà imperitura all’Occidente, all’Europa. Un altro po’ e sveniva. Mentre Salvini giaceva sotto i colpi del comunicato unitario, con la straziante presenza di Giorgia Meloni a rendere ancora più incredibile la sua prima prova da direttore d’orchestra, il Cavaliere godeva da matti nel sospingerlo verso la rappresentazione dell’assurdo: il centrodestra unito.

Salvini floscio nell’angusta condizione di padano self-control

, Berlusconi scompisciato. Salvini apriva a Di Maio, Berlusconi chiudeva a Di Maio. Matteo ha anche aumentato il ritmo della scansione di quelle maledette parole pur di terminare al più presto la pièce

. Sembrava di esserci riuscito quando il B. ancor più galvanizzato per la piega che aveva preso l’evento, ha introdotto, lui pregiudicato, il principio del bianco e del nero. Arraffando il microfono per la seconda volta, con Salvini già in fuga verso un capanno verde, ha chiesto ai giornalisti di spiegare bene chi fossero i Cinquestelle: gentaglia che non conosce l’abc della democrazia. Il senatore grillino Giarrusso – quasi in diretta -ha subito colto la dolcezza del confronto: “Conosciamo bene Berlusconi, pregiudicato e frequentatore di prostitute minorenni”.

Cosicché tutto si è concluso nel migliore dei modi. Di Maio è salito al Quirinale ringhiando dopo che Salvini ne era ridisceso ringhiando. Tutto grazie a B., tornato statista.

Paura governissimo: Di Maio fa l’ultimo appello alla Lega

Hanno scelto, svelando un segreto che non lo era più da giorni. Ossia che i 5Stelle il governo lo vogliono fare con la Lega di Matteo Salvini, e saluti al Pd dilaniato da guerre tribali. Ma Salvini, ormai l’unico alleato possibile, quello con cui si sono spartiti poltrone su poltrone, e con cui ragionano di Def e di nomine nelle partecipate, non si decide: almeno per ora.

E tra i 5Stelle riaffiora la grande paura, quella del governissimo di tutti contro di loro: con i voti Fi, Lega e il Pd, o almeno di quello strettamente renziano. Così appena uscito dal colloquio con Mattarella il candidato premier Luigi Di Maio tira per la giacchetta il leghista, anzi lo strattona: “Non capisco l’ostinazione di Salvini sul centrodestra, è un ostacolo al governo del cambiamento”. E racconta ai microfoni quel timore: “La Lega deve prendersi le sue responsabilità perché sta dicendo o che vuole fare un governissimo, cosa non ci vede assolutamente d’accordo, o che vuole tornare al voto, ipotesi che scongiuriamo”.

Però poi c’è anche la sostanza dei fatti. “Con la Lega c’è una sinergia istituzionale che ha permesso di rendere operativo il Parlamento immediatamente, e che si è vista anche sui vitalizi e in commissione speciale” ricorda Di Maio. Mentre sull’altro fronte è l’eterno caos: “Ho apprezzato l’apertura di autorevoli esponenti del Pd ma invece di fare passi avanti il loro partito è fermo su posizioni che non aiutano”. Ed è il sigillo alla scelta di campo, già anticipata ore prima da una nota congiunta dei due capigruppo, Danilo Toninelli e Giulia Grillo: “Forza Italia potrebbe risolvere l’impasse facendosi di lato e consentendo così un governo M5S-Lega”.

Parole che dovevano anche rispondere alle note dei forzisti, che descrivevano possibile un accordo tra il centrodestra e il Movimento “solo se i 5Stelle riconosceranno pari dignità a Berlusconi”. Ma per il M5S quel veto è un comandamento. Il Caimano si deve fare da parte, e assieme a lui tutta Forza Italia, perché il Movimento non potrebbe reggerla neanche se il padre padrone la lasciasse libera (ipotesi dell’irrealtà). Però potrebbe essere ancora lunga, perché Salvini ieri non ha strappato. E i 5Stelle sono ancora convinti che voglia arrivare fino alle Regionali del 29 aprile in Friuli Venezia Giulia prima di sbrogliare la matassa, in un senso o l’altro. Una vittoria con un suo candidato, il fedelissimo Massimiliano Fedriga, gli darebbe maggiore forza a qualsiasi tavolo. E lo renderebbe padrone assoluto nel Nord.

Di Maio lo sa, e infatti prima di salire al Colle sforna una nota dove a contare è la data: “Il comitato scientifico che valuterà i programmi di Pd e Lega per individuare i punti comuni con quello del M5S si impegna a consegnare una relazione finale non oltre il 30 aprile”. Ovvero, il giorno dopo il voto in Friuli. Per questo, il capo politico del Movimento è convinto che si possa ancora aspettare, e che la via per un governo con il Carroccio sia ancora apertissima. Lo raccontano anche quei 27 minuti di attesa dentro il Colle, tra la fine del colloquio con il presidente della Repubblica e il discorso alle telecamere di Di Maio. Perché dietro la porta di legno sorvegliata dai corazzieri il candidato premier soppesa e lima mille volte il testo. Sulle agenzie arrivano gli echi del centrodestra che dopo la scenetta da parenti forzati davanti alle tv si muove comunque in ordine sparso. A partire dall’anatema contro il M5S (fuori copione) di Berlusconi, scandito davanti ai cronisti: “Sappiate distinguere chi è un democratico e chi non conosce neppure l’abc della democrazia”. A un’altra battuta del Caimano, che fuori del Quirinale ritira in ballo il Pd per il governo, seppure indirettamente. E sono sillabe che convincono Di Maio a non alzare troppo il tiro contro Salvini. Perché le contraddizioni tra B. e il leghista, che dei dem non vuole sentir parlare, sono di nuovo evidenti. E allora al candidato basta pungere di contropiede: “La battutaccia di Berlusconi dimostra che il centrodestra spera più nel Pd che nel M5S”.

Ma soprattutto “il centrodestra resta una coalizione puramente elettorale”, esistente solo sulla carta. E che Salvini sia comunque strettissimo nei panni del leader del centrodestra, secondo i 5Stelle, lo testimonia quella sua frase sul premier “che dovrebbe essere una personalità indicata alla Lega”.

Una formula con cui il segretario del Carroccio ha solo voluto tirarsi fuori da un eventuale pre-incarico, ragionano ai piani alti del M5S. Dove sanno che Salvini si sbloccherebbe molto più facilmente se Di Maio aprisse a un suo passo di lato, in favore di un premier terzo. “Ma non succederà, Luigi resta l’unico nome per Palazzo Chigi” giurano dal Movimento. Intanto il capo politico del Movimento e Salvini saranno entrambi al Vinitaly a Verona, anche se in orari diversi. Potrebbe essere l’occasione per un incontro. E quella battuta serale del leghista, “speriamo nel Vinitaly”, pare evocarlo.

La zampata di B. cambia lo “schema” del Quirinale

Todo cambia alle sei de la tarde. La zampata del Pregiudicato è mortale. Disperata ma letale. Matteo Salvini appare come un prigioniero politico costretto a leggere un comunicato unitario, centellinato parola per parola, in cui risalta un governo “guidato da una personalità indicata dalla Lega”. Non il leader del Carroccio, ma una “personalità”. Dettaglio non di poco conto.

Il Giovane “Matteo” termina la lettura da chierico berlusconiano e l’Ottuagenario, dopo avergli fatto il verso modello Totò quando parlava il povero Peppino, s’impadronisce dei microfoni con una mossa maschilista, ché sposta con una mano Giorgia Meloni, e detta la linea: “Mi raccomando, fate i bravi: sappiate distinguere chi è un democratico e chi non conosce neppure l’Abc della democrazia. Sarebbe ora di dirlo chiaramente a tutti gli italiani”.

Gli ignoranti in materia di democrazia, per il Condannato, sono i grillini. La frase, poi rubricata come “battutaccia” da Luigi Di Maio, è il sigillo funebre all’intesa tra Cinquestelle e Lega, almeno per questo secondo giro di consultazioni, iniziato ieri. I tre vanno via e Salvini e Meloni sono neri in viso.

Alle diciotto e trenta, nello Studio alla Vetrata, dove il capo dello Stato riceve le delegazioni, entra il candidato premier del M5S. È stupefatto, raccontano dal Colle. Mercoledì sera aveva ricevuto una certezza: “Salvini porterà al Quirinale la testa di Berlusconi”. Il fatidico passo di lato, mai immaginato però dall’ex Cavaliere. Pur di non farlo, rivela Alessandro Sallusti direttore del Giornale, B. aveva deciso persino di non andare da Mattarella. Di qui una notte di mediazioni e i due vertici di ieri a Palazzo Grazioli, la sua residenza romana. Dapprima con gli azzurri, indi con gli alleati.

Sotto lo sguardo benedicente di Niccolò Ghedini e Gianni Letta, il Pregiudicato è stato categorico con Salvini: “Io non mi faccio da parte e ho pari dignità in questa trattativa con i Cinquestelle”. Punto. Il resto fa parte della scena nella Loggia d’Onore, dove sono accalcati i giornalisti. La “spalla” B. che diventa di nuovo protagonista e s’incunea tra “Matteo” e “Luigi”. Uno a zero per l’Ottuagenario e palla al centro.

Due ore dopo, al Quirinale, partono le missioni degli uomini più fidati del presidente, in uscita per sondare altri schemi. Anche l’umore di Mattarella non è dei migliori. Lo stallo tra Lega e Cinquestelle, per aspettare il turno delle Regionali di fine mese, non è più sostenibile. Soprattutto a causa della crisi siriana che angoscia il capo dello Stato.

E stallo più Siria più Berlusconi possono aprire una fase nuova. All’inizio di questa settimana le condizioni minime richieste da Mattarella a Di Maio e Salvini erano state chiare: “Datemi un innesco di trattativa”.

L’innesco non c’è stato e adesso per il presidente ci sarà un periodo di riflessione, non senza rinunciare a parlare oggi, quando si concluderà il secondo giro di consultazioni con le udienze dell’Emerito Napolitano e dei presidenti delle Camere, Casellati e Fico. Sul tavolo ci sono più opzioni per un “nuovo schema” da seguire allo scopo di “smuovere” lo stallo. Al Colle sono note pure le manovre di Berlusconi con Matteo Renzi per riaprire i giochi con il Pd. Lo scenario però di uno schema tra centrodestra e renziani comporta un rischio enorme: che Berlusconi e Salvini si scambino i ruoli, con il capo della Lega a sparare contro un accordo con il Pd. Ha cominciato a farlo già ieri sera: “Meglio il voto anticipato”. Cioè, quello che Mattarella vuole a tutti evitare. Ecco perché il capo dello Stato attenderà martedì della prossima settimana per affidare un pre-incarico o un mandato esplorativo a una figura istituzionale. Allo stato si va verso un’opzione di centrodestra e le ipotesi includono il nome di Giancarlo Giorgetti, spendibile sia sul fronte grillino sia su quello renziano.

Sempre che la crisi siriana non peggiori. A quel punto, spiegano dal Colle, “tutto è possibile”. Lo scenario internazionale impone di far presto, non di dilatare lo stallo con altri tatticismi e veti. E qui potrebbe irrompere un terzo schema tutto da definire, una sorta di maggioranza “atlantica” per affrontare l’emergenza. Questi i contenuti delle “riflessioni” del presidente ieri sera, consapevole che tutto è “in alto mare” dopo aver constatato non senza sorpresa che l’asse tra Lega e Cinquestelle è per ora “franato”.

Il guinzaglio corto

La gag del Cainano che umilia per l’ennesima volta i suoi alleati sotto le auguste volte del Quirinale non è soltanto folklore. A 40 giorni dalla sua ennesima disfatta elettorale, sono accadute varie cosucce che parrebbero smentire l’irrilevanza del Caimano raccontata da chi si ostina a negare i suoi scandalosi conflitti d’interessi. E confermare quelle doti nascoste (per chi non le vuole proprio vedere) che consentono alla Cara Salma (politica) di esercitare un potere di veto e di interdizione assolutamente sproporzionate al suo peso elettorale e parlamentare. Tutte “doti” che non c’entrano nulla con la politica, ma seguitano a bloccarla come se il titolare fosse ancora il leader del centrodestra. Già il fatto che sia il capo di FI la dice lunga: nel 2011 perse la maggioranza e il governo, nel 2013 dimezzò i voti lasciandone per strada 6,5 milioni, nel 2014 fu condannato in via definitiva per frode fiscale ed espulso dal Parlamento, ora ha perso altri 3 milioni di voti. Dite voi in quale Paese un qualunque partito si terrebbe lo stesso leader plurisconfitto. Ma tant’è. Si pensava almeno che la Lega avrebbe preteso il giusto riconoscimento al suo strepitoso successo con una carica istituzionale: invece la presidenza del Senato destinata al centrodestra è andata a FI. Salvini aveva proposto almeno una figura presentabile: la Bernini. Niente da fare, B. ha imposto l’impresentabile Casellati. E i leghisti zitti.

Ora Salvini muore dalla voglia di andare al governo con i 5Stelle, liberandosi della zavorra berlusconiana. Il contratto offerto da Di Maio, anche grazie all’insipienza di quel che resta del Pd, è lì sul tavolo: basta firmarlo. Ma B. non vuole: se non c’è lui, non se ne fa niente. E Salvini, salvo sorprese dell’ultima ora, quel passo non lo fa. Perchè non vuole o non può farlo? Qui i fatti cedono il passo alle illazioni. O forse a qualcosa di più concreto, dopo 24 anni di eventi all’apparenza incomprensibili ogni volta che c’è di mezzo B. Nel 1996, perse le elezioni contro l’Ulivo di Prodi, B. era isolato (Bossi aveva corso da solo, aveva sfiorato il record del 10% dei voti, minacciava di abbattere i tralicci di Mediaset e lo chiamava “il mafioso di Arcore”) e sommerso di debiti e di processi: bastava una legge sul conflitto d’interessi, una norma antitrust e l’applicazione della sentenza della Consulta che imponeva a Mediaset di mollare Rete4, e sarebbe politicamente morto. Invece il centrosinistra lo salvò con l’ok alla quotazione in Borsa, la legge Maccanico salva-Rete4, le riforme-vergogna sui processi e lo sdoganamento come padre costituente nella Bicamerale targata D’Alema.

Nel 2006-08 era così disperato che iniziò a comprare senatori anti-Prodi: lo salvò un’altra volta il centrosinistra, cioè Napolitano e il Pd di Veltroni e Napolitano, che diedero una grande mano a Mastella&C. a rovesciare Prodi e riportare B. al governo. Nell’ottobre 2010 B. perse Fini (subito linciato per la casa di Montecarlo) e poi la maggioranza: ma Napolitano rinviò il voto sulle mozioni di sfiducia, dandogli il tempo di comprare una trentina di parlamentari. Nel 2011, complici gli scandali e lo spread, dovette arrendersi. Sarebbe bastato votare subito e si sarebbe estinto. Ma Napolitano e il Pd decisero di varare con lui il governo Monti, dissanguando il centrosinistra, garantendo a B. un 20% alle elezioni del 2013 e arruolandolo subito dopo nella rielezione di Re Giorgio, nel governo Letta, nel Nazareno, nella riforma costituzionale e in due leggi elettorali. Operazione che Renzi sognava di ripetere ora, grazie al Rosatellum fatto su misura contro i 5Stelle e pro FI, senza però fare i conti con gli elettori. Eppure la Cara Salma continua a dettare legge: Salvini, al netto delle rodomontate, torna all’ovile a ogni richiamo all’ordine. Come se avesse il guinzaglio troppo corto per uscire di casa senza il padrone. Evidentemente c’è qualcosa che i due sanno e noi non sappiamo. Solo le famose fidejussioni con cui B. garantì la Lega con le banche e che lo resero azionista del Carroccio fin dai tempi di Bossi, nel lontano 2000? O qualcos’altro? Mistero.

Sta di fatto che la Lega è legata tuttoggi indissolubilmente a lui. Se i 5Stelle sfidano Salvini a slegarsi ben sapendo che non può farlo, sono dei politici astuti. Ma se credono davvero che possa farlo, sono dei fessi e dei poveri illusi. Anche se Salvini, immemore della fine di Fini, si immolasse come i kamikaze mollando il Caimano, difficilmente lo seguirebbe l’intera Lega. Qualcosa ci dice che, a quel punto, la pattuglia parlamentare del Carroccio si assottiglierebbe giorno per giorno, con una lenta ma inesorabile transumanza di parlamentari verso il gruppo forzista: i bossiani e i maroniani ora stanno allineati e coperti, ma fino a quando? Se qualcuno pensa che Maroni abbia lasciato la Regione Lombardia per fare il rubrichista del Foglio, cioè per entrare in clandestinità, si illude. Poi, certo, c’è anche l’ipotesi che B. finga di accettare un governo M5S-Lega, limitandosi a un appoggio esterno senza ministri in cambio di garanzie per le aziende e i processi (ci stanno lavorando i vari Ghedini e Confalonieri, che incontra Lotti e altri senza che nessuno si scandalizzi o domandi a che titolo, mentre Mediaset si libera dei “populisti” Del Debbio, Belpietro e Giordano). Ma, dopo qualche settimana, un appoggio esterno ininfluente diventerebbe determinante con la solita compravendita di parlamentari leghisti. Che razza di “governo di cambiamento” sarebbe quello che non può neppure sfiorare i conflitti d’interessi, i trust editoriali, la Rai, la corruzione, l’evasione, la mafia e alle altre ragioni sociali di FI? Ieri Salvini vaneggiava di “riforma della giustizia” e B. annuiva: è sicuro Di Maio che sia la stessa che ha in mente lui?

Archivio Luce, 94 anni a portata di clic

Nanni Moretti che racconta di come si è “oggettivizzato” nel corpo di un prete, Carlo Verdone che si è stufato “de fa’ er bullo, ché non è più de moda”. Era la metà degli anni 80, i colori pop, il sapore familiarmente vintage, e i “nostri”, con oltre 30 anni di meno, che si raccontavano a Mario Canale senza filtri. Come loro Troisi, Benigni, Bertolucci, Monicelli, Scola, Argento solo per fare i nomi più vip del Fondo appunto “Mario Canale” di recentissima acquisizione dell’Archivio Luce, che oggi più di sempre si accompagna a numeri da capogiro disponibili in rete: 77.270 filmati (di cui 6.342 dai tre nuovi Fondi), 62.642 servizi di cinegiornali, 431.882 fotografie (da 14 fondi fotografici).

Consultare il nuovo portale della più antica e corposa banca dati audiovisiva e fotografica d’Italia è ormai un godimento: foto e filmati restituiti in Hd, una timeline che accompagna l’utente nella storia sia cronologica che tematica, la possibilità di farsi una playlist, e notevoli contenuti inediti che giungono, oltre che dal noto giornalista televisivo, anche dal Fondo Folco Quilici e da quello dell’antropologo Mario Gianni. Gli obiettivi del restyling sono molteplici, ma su tutti “quello di rendersi più accessibile su qualunque dispositivo digitale di chiunque abbia voglia e necessità di indagare la cultura italiana da oltre un secolo ad oggi” spiega Roland Sejko, il direttore responsabile redazione Archivio Luce. In altre parole, l’Archivio nato nel 1924, ha cambiato pelle. Da oggetto legato alle inconfondibili voce e terminologia fasciste che commentavano la cronaca e rileggevano – a modo loro – la storia, è mutato in strumento a uso quotidiano, limitrofo ai social media sui quali si può anche condividere.

È diventato una sorta di sussidiario ipertestuale che sarebbe piaciuto a Umberto Eco, ma anche un luogo d’intrattenimento dove ridere dei girati vergini dei backstage di parecchi film italiani, delle passerelle festivaliere di Venezia e Cannes, delle interviste ad alcuni mostri sacri del nostro cinema inclusive delle loro gaffe. E questo, in particolare, grazie a Canale che dagli anni ’80 fino al 2000 ha siglato un vero atlante dei cine-volti e cine-luoghi nostrani. “Vogliamo stimolare gli italiani (e non solo loro) a diventare non solo fruitori, ma anche utilizzatori attivi dell’Archivio, alla stregua di documentaristi fai-da-te grazie alla possibilità di giustapporre filmati e fotografia in percorsi personalizzati” sottolinea Sejko, egli stesso regista. Insomma, una piacevole novità per l’Anno europeo del Patrimonio culturale da parte di un’istituzione già inserita nel registro Memory of the World dell’Unesco.

Le parole di Andrea, che vive ogni giorno per capire chi è

“Doppia natura: doppia paura. E, dunque, doppia violenza. Un’equazione elementare. E, proprio per questo, facile da capire. E quindi da adottare. Credetemi: pochi meglio di me sanno che ha ragione chi sostiene che, a parità di fattori, la spiegazione più semplice è sempre da preferire. Qualunque cosa fossi, ero qualcosa che in natura non si era mai vista, il che poteva significare una cosa sola: ero contro natura. Capire è molto più difficile di vivere. E vivere è infinitamente più facile rifiutandosi di capire”.

Chi vuole leggere Indifesa deve porsi davanti a un bivio: può scegliere di continuare a vivere preferendo sempre la spiegazione più semplice (e allora forse è meglio non leggerlo), o può scegliere di provare a capire, nella consapevolezza che il percorso sarà doloroso, a tratti lacerante e che, alla fine, niente sarà come prima. Neanche la vita stessa. Andrea non è un personaggio qualunque: quello uscito dalla penna di Giuseppe Cesaro – al suo esordio letterario, almeno con il suo nome, ma questa è una storia sopra la storia – è un “qualcosa che in natura non si era mai visto”. A partire dal suo nome, un dono materno che ben si adatta a un uomo come a una donna. Andrea ci conduce nel suo mondo, raccontando la propria storia senza mai alzare la voce, senza mai cercare vendetta, senza voler vedere, nel male, il peggiore dei mali. “Ho sempre abitato lo stadio sbagliato”, ci fa sapere. Fin dal Saint James, quell’istituto così austero nel quale un padre tanto strabicamente rigido lo costringe a ricevere l’istruzione migliore. Una scuola fatta di “Mister”, i cattivi maestri – a parte Fabrizi, il prof di storia – che preferiscono la spiegazione più semplice e a capire non pensano minimamente.

Una scuola fatta poi di una classe figlia della ricca borghesia, con nomi stranieri e sguardi altisonanti, nella quale il mai-come-loro Andrea diventa il bersaglio preferito di soprusi, insulti, minacce e violenze. Il cortile, le scale, lo stanzino. Bullismo, semplificherebbe qualcuno ai nostri giorni, ma sarebbe – anche in questo caso – la spiegazione più semplice. Non è comodo andare oltre gli abiti di Andrea, leggere nelle pieghe di quelle due persone che abitano nel suo corpo. Uomo o donna? Uomo e donna.

Bisogna camminare piano per comprendere e con coraggio aprire la porta di una grande sala in un angolo della quale è quasi nascosto un pianoforte. “Non avrò mai un figlio musicista”, gli dice suo padre e invece è proprio nella musica che Andrea troverebbe la sua espressione, la sua identità. La fotografia sarà un mestiere, la musica un rifugio. Sussurrata, educata, avvolgente, la scrittura segue il personaggio con la delicatezza necessaria, anche quando è costretta a narrare la violenza peggiore: uno stupro. Mai sopra le righe, sempre dalla parte sbagliata del mondo.

E in prima persona, come ha scelto di fare l’autore. Giuseppe Cesaro era stato, finora e per scelta, in seconda linea: dal 1998 è consulente artistico e ai testi di Claudio Baglioni, ha collaborato alla stesura di romanzi, saggi, biografie e sceneggiature per i maggiori editori italiani. Ha contribuito a raccogliere i ricordi di Giuseppe “Nino” Sgarbi e a trasformarli in quattro libri (l’ultimo dei quali, “Il canale dei cuori” è tra i candidati allo Strega). Camminando in punta di piedi, nelle pagine di questo suo primo romanzo si possono scovare molte tracce del suo passato.

“Indifesa” è anche disseminato di domande, alle quali – senza sforzarsi di capire – sarebbe semplice rispondere. O forse, con un po’ di coraggio, possiamo andare anche noi dall’altra parte. “Domande che, ancora oggi, affido al mare. Mi lascio cullare dallo sciabordio, dalla voce delle onde che tornano a riva e che – come diceva mio zio – raccontano il mondo a quelle che stanno per prendere il largo”. Il mare culla, il mare disperde, il mare restituisce e, a volta, placa. Eppure un dubbio rimane, chiusa l’ultima pagina: in fondo che importa sapere cos’è Andrea, quando abbiamo capito perfettamente chi è?

Il mestiere si impara sulle pellicole mai nate

“Personalità forti cercansi. “Perché la tecnica e la professionalità le acquisisci qui, ma la personalità è un tuo corredo personale, al limite possiamo aiutarti a tirarla fuori”. Ecco il profilo ideale del candidato, ovvero la chiave d’accesso al Centro Sperimentale di Cinematografia, La scuola italiana del cinema come recita il titolo del volume fresco di stampa di Alfredo Baldi (ed. Bianco e Nero), summa storica della gloriosa istituzione dal 1930 al 2017.

Il caffè al bar interno costa 50 centesimi, l’edificio dalle note fattezze fasciste è discontinuo, fra zone d’austerità incorrotta ed altre addolcite da lunghi tappeti blu, specie nelle vicinanze della stanza ove alloggia il presidente Felice Laudadio. Sulle pareti dei corridoi trionfa l’orgoglio fotografico di chi è passato per studiarvi, insegnarvi, apparirvi un po’ per caso. Ci sono anche i “turisti” Billy Wilder e Woody Allen, Coppola e Fellini che non vi studiò ma doverosamente lo visitò. Dai padri fondatori Luigi Chiarini (a cui è nominata la biblioteca) e Alessandro Blasetti (“il primo grande maestro”) ai “contemporanei” Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio passando per una hall of fame che fa paura. Se ovvi sono i nomi di Antonioni, Bellocchio, Germi, Storaro, Calamai, Tosi, Steno, Scarpelli, Camilleri, Amelio, Giannini, Montaldo, Virzì, più sorprendenti quelli di Pietro Ingrao, Raffaella Carrà e il premio Nobel Gabriel Garcia Màrquez. Una mescolanza di passato e presente che dal 1935 incoraggia la costruzione di nuovi futuri, meglio se talentuosi. Giganti che stimolano a continuare ad abitare questa scuola fortemente voluta da Mussolini e da Ciano, e che resta per il cinema italiano the place to be.

E così, coccolati da docenti di rango, i 70 studenti di Via Tuscolana s’aggirano fra aule e spazi labirintici, consapevoli di essere i migliori tra i selezionati, con almeno 1500 domande annuali per i corsi del quartier generale romano. Ma questo vale soprattutto per gli insegnamenti più blasonati di recitazione e regia: i reparti delle future star, di quei sognatori che dimenticano quanto il CSC sia un’eccellenza nei “mestieri del cinema” invidiata da tutto il mondo.

Entrando, percorrendolo e poi uscendone, si porta con sé l’impressione il Centro Sperimentale sopravviva di un eroismo olimpico, di quell’agonismo che fa compiere agli atleti “di una certa..” imprese a loro stessi misteriose. “Dal prossimo anno inaugureremo il corso di Effetti Speciali” annuncia la preside Caterina D’Amico. Ed è una conquista: ormai il digitale divora anche i panini a 2 euro del bar di cui sopra, i ragazzi funzionano digitalmente, inclusi i loro prof., soprattutto di fotografia, scenografia, montaggio e suono: le loro aule esondano di strumenti e macchinari supertecnologici (“anche se dovremmo aggiornarli più frequentemente” chiosa la preside). Al nuovo corso affluiranno tutti, per la loro parte, e sarà come avere un direttore d’orchestra in Computer Generated Image. Ma un coro all’unisono già esiste: nessun docente incontrato parla di capacità tecniche richieste agli allievi o aspiranti tali, tutti ne osservano le qualità dello spirito, dalla voglia di farsi ispirare (Maurizio Millenotti, costumi) all’intraprendenza di difendere il proprio lavoro (Francesco Frigeri, scenografia), dal coraggio e follia (Domenico Maselli, produzione) all’amore per la narrazione (Stefano Campus, tecnici del suono). “La tecnica la imparano qui” appunto. E dunque vai di bozzetti, disegni magnifici su “ispirazione” dei I Fiorentini, sceneggiatura mai realizzata di Zeffirelli: è la celebrazione del Rinascimento italiano, della bellezza classica su cui forgia le sue studentesse “l’artista dei costumi” Millenotti, erede di Piero Tosi con tanti premi e due nomination agli Oscar su lavori – guarda caso – dell’amico e regista di Firenze, Otello (’86) e Amleto (’90). Su film mai nati si esercitano anche i futuri scenografi nelle sapienti mani di Frigeri, maestro di “pragmatica e attualità” che non vuole studenti-cloni di sé ma “creativi capaci di farsi valere”. Gli allievi “stanno immaginando” scenograficamente Il viaggio di G. Mastorna nello sguardo di Fellini, La Réchérche secondo Visconti, il San Paolo visto da Pasolini e Gesualdo da Venosa raccontato da Bertolucci.

“Vorremmo fare una mostra sui lavori che i ragazzi stanno creando mettendosi dal punto di vista di questi grandi maestri”. E creatività ci vuole anche per “sonorizzarli” i film – dice il docente Campus, arrivato alla materia “per caso” da ingegneria del suono – e soprattutto per produrli. “Già dal primo anno devono stare sul campo, relazionarsi con veri professionisti, combattere per trovare i soldi” auspica il docente di produzione (“questa sconosciuta”) Domenico Maselli. Fare stage è il verbo. Quindi tutti, o quasi, impiegati sul set dell’imminente serie tv internazionale Il nome della rosa: “Un’esperienza magnifica” commentano le costumiste in erba. Ci vuole personalità, ma anche “curiosità, letture e visioni… possibile che alcuni dei candidati al Centro non hanno mai visto La dolce vita? Perché mai allora voler fare il cinema?”. Caterina D’Amico non nasconde perplessità, per non dire preoccupazione. Ma non smette di crederci.