Più che la Siria, a togliere il sonno al presidente Trump è il Russiagate, l’indagine sui presunti contatti del suo staff con esponenti del Cremlino durante la campagna elettorale. James Comey, il capo dell’Fbi silurato proprio dal magnate sullo sfondo dell’inchiesta, avrebbe comparato il tycoon a un “boss mafioso” in una intervista con George Stephanopoulos di Abc, che andrà in onda domenica prossima. Se Comey era stato licenziato per non aver giurato fedeltà al capo, così potrebbe accadere al procuratore speciale Robert Mueller che conduce l’indagine. Preoccupazione motivata anche da alcuni tweet di Trump e da dichiarazioni dei suoi portavoce sul fatto che Mueller sia “licenziabile” dal presidente. Un gruppo bipartisan di quattro senatori hanno deciso di presentare una legge per proteggere il procuratore Mueller; il provvedimento, sintesi di altri due presentati la scorsa estate, darebbe a qualsiasi procuratore speciale una finestra di 10 giorni per chiedere una rapida revisione giudiziaria del suo allontanamento. Tra i firmatari, i repubblicani Thom Tillis e Lindsey Graham, e i democratici Chris Coons e Cory Booker.
Un botto disintegra il Fronte Polisario. Precipita un aereo militare: 257 morti
L’aereo militare ha preso fuoco pochi istanti dopo il decollo dalla base militare di Boufarik, a una trentina di chilometri a sud di Algeri, ed è precipitato su un campo agricolo nei pressi dell’autostrada che va dalla capitale a Blida. Erano le 7:50 di ieri mattina, ora locale. Nello schianto sono rimaste uccise almeno 257 persone, 247 passeggeri, soprattutto militari dell’esercito algerino e le loro famiglie, e i 10 membri dell’equipaggio. È la seconda tragedia aerea più grande dopo quella avvenuta nel luglio 2014 in Ucraina, quando fu abbattuto il volo civile Mh17 (298 morti).
La nota del ministero algerino della Difesa parla non di vittime ma di “martiri”. La scena del disastro l’ha descritta all’Ansa Francesco Simone, consulente commerciale per le imprese italiane in Algeria, che ha visto l’aereo precipitare a qualche centinaio di metri di distanza da lui: “Era già in fiamme quando è caduto – ha raccontato – andava a velocità sostenuta, quasi in picchiata. Tutta l’ala sinistra era avvolta dalle fiamme”. L’incendio si sarebbe sviluppato a partire da uno dei motori, secondo un esperto di questioni di difesa sentito da Al Jazeera. Il velivolo, un Ilyushin Il-76 di fabbricazione russa, era diretto a Tinduf, al confine col Sahara occidentale e col Marocco, una zona “delicata” al centro delle contese tra Algeri e Rabat. Si trova qui il principale campo profughi per la popolazione saharawi e vi sono basati numerosi responsabili del Fronte Polisario, un movimento politico-militare attivo nel Sahara occidentale che si batte per l’autodeterminazione dal Marocco, con l’appoggio dell’Algeria. La tragedia prende in questo senso una dimensione politica.
Nello schianto infatti hanno trovato la morte anche 26 dirigenti del Fronte Polisario. La stessa organizzazione ne avrebbe reso noti i nomi. Il Polisario, per intero Fronte di liberazione popolare, si batte dal 1973 per l’indipendenza della regione del Sahara occidentale. Prima per allontanare i coloni spagnoli poi, quando le truppe spagnole hanno lasciato il territorio, per liberarla dall’occupazione dell’esercito di Rabat che ne gestisce l’80% e ne rivendica l’annessione al Marocco.
Nel 1976 il Fronte ha proclamato la nascita della Repubblica Araba Democratica del Sahrawi basando le sue sedi amministrative a Tinduf. Ora il Fronte Polisario rivendica la tenuta di un referendum per l’autodeterminazione. Un’ipotesi che il Marocco respinge con forza. Le tensioni restano dunque alte in questa vasta regione desertica. Alcuni giorni fa, il re del Marocco Mohammed VI, in un messaggio a Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, ha accusato Algeri di “finanziare”, “ospitare”, “armare” e “apportare il suo sostegno diplomatico” al Polisario. Il Marocco sostiene di possedere le prove, documenti e fotografie, che il Fronte ha montato nuove installazioni militari violando gli accordi e “compromettendo il processo politico”. Nella nota, pubblicata da alcuni media algerini e francesi, il re Mohammed VI ha anche chiamato in causa la responsabilità dell’Algeria nel conflitto che va avanti da più di 40 anni.
In un’intervista a France 24, il ministro algerino degli Esteri, Abdelkader Messahel, in viaggio a Parigi nei giorni scorsi, ha ribadito il sostegno di Algeri “al principio di autodeterminazione e ai diritti legittimi del popolo saharawi”. Ma ha anche affermato che l’Algeria resterà fuori dai negoziati: “É una vicenda tra Marocco e popolo saharawi – ha detto – tra Marocco e Nazioni Unite”. Ieri sera le circostanze del disastro aereo non erano chiare.
Un’inchiesta è stata aperta. Il presidente Abdelaziz Bouteflika ha dichiarato tre giorni di lutto. Non è il primo velivolo dell’esercito a cadere. Nel febbraio 2014, 77 persone erano rimaste uccise nello schianto di un Hercules C-130 precipitato mentre sorvolava il monte Fortas, a 500 chilometri a est di Algeri.
“Tempo di negoziati scaduto, sarà scontro nei cieli”
Ai tempi della crisi cubana, un confronto tra Stati Uniti e Russia, allora Unione Sovietica, cioè occidente e oriente, era possibile, oggi è più che probabile. Anzi è certo e, tengo a dire, terrorizzante”.
Sempre molto misurato nell’uso degli aggettivi, Bernard Guetta – analista di geopolitica, con particolare attenzione alla questione mediorientale, giornalista e scrittore tra i più influenti in ambito internazionale, non solo francese – ritiene che lo scontro tra Usa e Russia sia ormai inevitabile.
Per l’entrata in carica dei falchi Bolton e Pompeo nell’Amministrazione Trump?
Sicuramente l’ingresso ufficiale dell’interventista Bolton, uno dei più convinti sostenitori dell’invasione dell’Iraq durante l’era Bush junior, è una indicazione in questo senso; anche se proprio l’invasione dell’Iraq ha portato al sovvertimento dell’equilibrio di allora in cui l’Iran, nemico degli Usa, a quei tempi come oggi, ha riguadagnato sempre più potere e influenza nella regione. Per non parlare di Mosca che, alleata da decenni di Teheran nell’area, è riuscita anche a portare dalla propria parte la Turchia, storico membro Nato. Resta il fatto che questa volta Trump si è esposto troppo, non solo a colpi di tweet; se il Pentagono facesse solo una sortita leggera contro le basi militari di Assad, come avvenne l’anno scorso all’indomani dell’attacco con il gas nervino nella provincia siriana di Idlib, mostrerebbe debolezza anziché risolutezza.
Sarà quindi uno scontro molto vasto e pericoloso?
Ritengo che lo scenario della negoziazione sotto banco tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e sicuramente Arabia Saudita da una parte e Russia, Iran, Hezbollah libanesi dall’altra sia ormai improbabile. A mio parere il primo scontro diretto della storia contemporanea tra Usa e Russia avverrà tra poche ore.
Scontro nei cieli, non su terra, ovviamente…
Nei cieli mediorientali è già abbastanza. Non sarà certo una passeggiata.
Ma solo fino alla scorsa settimana, Trump aveva annunciato, contrariando il Pentagono, di voler far ritirare la già esigua compagine militare americana ( 2.000 unità) dal suolo siriano. Come si spiega questo doppio salto carpiato?
A causa dell’attacco chimico sopraggiunto.
Per dimostrarsi diverso dal suo predecessore Obama che dopo aver definito la ‘linea rossa’ , non l’ha protetta nel 2013 dopo il primo attacco chimico in Siria?
Esatto. Certo Obama ha preferito cercare un accordo perché non vi era certezza sulla reale provenienza del primo attacco chimico che avvenne nella regione della Ghouta, a est di Damasco.
Non è a causa dei problemi di credibilità insorti all’interno del Paese in seguito a vari scandali, o del patto di ferro tra il genero di Trump, Jared Kushner e il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, arci nemico dell’Iran?
Non credo. Questa volta Trump vuole dimostrare che la Russia non può fare quello che vuole e ignorare il diritto internazionale. E l’uso delle armi chimiche è la più grave violazione del diritto internazionale.
E l’Europa ?
Parliamo di Francia e Gran Bretagna perché sono le nazioni che trainano la politica estera europea. Sono coese con gli Usa.
La Russia come reagirà?
L’ambasciatore russo in Libano ha spiegato che la Russia bombarderà le basi militari del Medio Oriente da dove partiranno gli attacchi missilistici.
Quindi anche eventualmente quelle saudite e del Qatar?
Sì. Il punto è che potrebbero partire anche da basi militari americane in Italia, per esempio Sigonella.
Trump, la guerra annunciata: a che ora è la fine del mondo?
“Imissili arriveranno”: un tweet di Trump vale una dichiarazione di guerra, nel mondo 2.0. E lascia poco margine alla diplomazia. L’Agenzia europea della sicurezza aerea dirama un’allerta sulle rotte del Mediterraneo orientale, “a causa del possibile lancio di raid aerei con missili aria-terra e/o Cruise entro le prossime 72 ore” – ne restano 48 –. C’è, inoltre, “il rischio di un’interruzione intermittente delle apparecchiature di radionavigazione”. Non fosse tragica, sarebbe paradossale la sensazione che il mondo sia sull’orlo d’una guerra in Siria quando la guerra in Siria va avanti da oltre sette anni e ha già fatto più di mezzo milione di vittime, almeno la metà civili, bambini, donne, vecchi.
Ma Trump vive nel presente: il passato non lo conosce, il futuro non lo progetta. Come un anno fa, quando ad aprile scagliò una gragnola di missili sulla Siria, il casus belli è il presunto utilizzo da parte del regime di Bashar al-Assad, di armi chimiche contro gli insorti e i civili di Duma. E come un anno fa, anzi più di allora, la vicenda non è affatto chiara e le responsabilità non sono certe. Ma, rispetto a un anno fa, i russi mettono in guardia: questa volta, risponderanno all’attacco, butteranno giù i missili Usa. Lo scontro militare tra le due super potenze della Guerra fredda non è mai stato così imminente.
Il Cremlino dice ‘no’ a mosse che destabilizzino la Regione, che già è travagliata. Putin auspica che “il buonsenso prevalga”, suggerisce a Trump di sparare i missili contro i terroristi, chiama Netanyahu e gli chiede di non intervenire. Il ministero della Difesa russo ordina manovre navali di fronte alla Siria. A Damasco, sarebbero state sgomberate basi e caserme, mentre il presidente Assad veniva scortato fuori città.
L’esercito russo afferma che il presunto attacco con armi chimiche contro i miliziani a Duma sia stato “inscenato davanti alle telecamere2 dai Caschi Bianchi, un’organizzazione per la difesa civile che opera nelle aree del Paese sotto il controllo dei gruppi armati. L’Oms riferisce di 500 intossicati e 43 morti – su una settantina in tutto – con sintomi di intossicazione tipici delle armi chimiche.
La logica del cui prodest non conduce ad Assad e al suo regime: in Siria, l’Isis è stato ormai sconfitto; l’opposizione un tempo detta moderata – e blandamente sostenuta dagli Stati Uniti e dai loro alleati – s’è in parte radicalizzata ed è ridotta a sacche di resistenza; Russia e Iran sono garanti della permanenza al potere di Assad e si sono assicurate aree d’influenza nel Paese.
La Turchia è anti-Assad, ma, fin quando le si lascia fare il comodo suo con i curdi, è soddisfatta. In questo contesto, perché risvegliare con un attacco chimico, peraltro inutile, il Donald dormiente, che la settimana scorsa non vedeva l’ora di ritirare dalla Siria i 2.000 militari americani lì presenti? Ma Assad ha già avuto in passato comportamenti irrazionali e atroci, di mostrando totale disprezzo dei diritti umani.
Il Pentagono – fa sapere il segretario alla Difesa Usa James Mattis – tiene “pronte” opzioni militari per la Siria.
Più prudente di Trump, il generale che i suoi uomini soprannominarono “cane pazzo” è l’uomo saggio dell’Amministrazione: “Stiamo ancora valutando i dati dell’intelligence, stiamo ancora lavorando coi nostri alleati” sul presunto attacco chimico a Duma. Ieri, sono decollati dalla base di Sigonella (Catania) aerei della US Air Force, diretti verso la Siria in missione di ricognizione, in preparazione di un attacco missilistico e di raid aerei che partiranno da unità di stanza nel Mediterraneo. Lo riferiscono media russi e la versione araba di Sky News: si tratta di Boeing P-8 Poseidon capaci di missioni di ricognizione, sorveglianza e intercettazione anti-sommergibile.
Dopo il muro contro muro sulla Siria nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove Mosca chiedeva l’invio di esperti sul sito del presunto attacco, la diplomazia appare in panne. Israele è allerta: si prepara a una possibile rappresaglia iraniana dopo la sua incursione su una base siriana a Homs – fra le vittime, alcuni iraniani -.
Teheran si schiera al fianco di Damasco. Il desiderio di frenare l’Iran nella Regione anima non solo Tel Aviv, ma anche l’Arabia saudita. E la Francia, da sempre nemica giurata di Assad, s’interroga su quanto esporsi a fianco degli Usa: Le Figaro invita il presidente Macron “a non correre alle armi e a non accodarsi a Trump”. Londra e soprattutto Berlino sono più caute.
“Ho sofferto da cretino e conoscevo il risultato”
Io la partita in diretta non l’ho vista, bensì in differita su Roma channel. Non è codardia, neanche sufficienza, anzi. Il fatto è che quest’anno non ho mai visto la Roma giocare in Champions, all’inizio per fatti contingenti, poi perché si è impossessato di me il demone apotropaico. Non vederla in diretta mi ha fatto soffrire, è vero, ma la squadra è arrivata alle semifinali quindi ha funzionato! Lo so, non c’entra niente, io non ho alcun peso sul risultato finale, a questo ci arrivo, ma ognuno di noi ha la sua zona oscura. Quindi lo dico senza tema di sembrare un imbecille, ma non guardare la Roma in Champions ha portato bene. Lo stesso non è accaduto in campionato, ma chissenefrega. Ho gioito da solo alle due di notte, e anche se conoscevo il risultato ho sofferto come un cretino. Sembrava la barzelletta sui due carabinieri che scommettono sulle bighe di Ben hur al cinema e quello che vince dice all’altro “Annulliamo la scommessa, io il film l’ho già visto!” e l’altro “Che c’entra? Anche io l’ho già visto. Solo che oggi l’altra biga era partita meglio!”. Non voglio dire che la Roma ha vinto perché il Barcellona non ha giocato, la Roma ha vinto perché non ha fatto giocare il Barcellona. E non è roba da poco. Ora si dirà che siamo esagerati, noi tifosi romanisti intendo, in piazza a strombazzare come se avessimo vinto il trofeo. Ma, vedete, noi siamo un po’ come quei mariti cui la moglie la dà una volta ogni sei mesi. E quando arriva il giorno facciamo fuochi d’artificio. Potrà sembrare provincialismo, il nostro, e il fatto dei festeggiamenti è una implicita confessione di inferiorità rispetto agli avversari. Terzomondismo, insomma. Ma fatece canta’, almeno oggi lasciateci stare. E ragiono attorno a un’impresa dei giocatori della Juventus. Lo dico sinceramente non per dovere di patria, concetto lontano da me anni luce, ma per squallido calcolo di tifoso frustrato. In semifinale con Liverpool, Bayern e Real Madrid ci sarebbe poco da fare anzi da ruspà. Hai visto mai che la Juve ci tocca a noi? Meglio di quelle altre sicuro! Fermo restando che non vedrò la semifinale in televisione ma come sempre in differita su Roma channel a mezzanotte perché è vero che la speranza è l’arma dei deboli, e la superstizione attiene agli spiriti inferiori, ma è l’unica cosa che posso fare E allora qualsiasi gesto apotropaico, qualsiasi rito propiziatorio, preghiera agli dei di Monte Mario o fioretti ai santi patroni va bene. Solo per la Champions, sia chiaro, per il resto cerchiamo di vivere orgogliosamente in uno Stato laico, positivista, illuminato e, comunque, forza Roma!
“Sì, è un amore insensato. Ma voglio andare a Kiev”
A pensarci bene è tutto insensato. Non la partita perfetta della Roma, niente affatto un miracolo ma frutto di eccelse, forse irripetibili (speriamo di no) qualità sportive e umane ma questo lo sapevamo già. Parlo di noi, di me, dei sessantamila dell’Olimpico e delle moltitudini davanti alla tv che insensatamente ci credevano, convinti, strasicuri (stai a scherza’?) che se tre a zero occorreva tre a zero sarebbe stato. Non al primo non al secondo e neppure al terzo gol perché quello si chiama sperare e pregare (e stringere avete capito cosa).
Altro dall’insensatezza che, contrariamente a ciò che si pensa, non è un sentimento negativo, anzi. Ditemi cosa esiste di più vero, autentico, sincero, di più innocente di questa deplorevole, splendida, beata, beota irragionevolezza? Di un amore insensato. Quello, per capirci, che accelera i nostri passi verso lo stadio nella convinzione che il piedone di Bruno Peres fu contro lo Shakhtar come il Piave nella famosa canzone: non passi lo straniero. E dunque l’idiota che alberga in me (ma non sono il solo) coltiva l’idea, sentite questa, che se l’inguardabile pippone ( ’a Peres li mortacci tua) respinge all’ultimo istante sulla linea di porta (Brunetto ti amo) l’ucraina sfera che ci avrebbe spazzati via, beh vuol dire che le forze primordiali della natura hanno finalmente preso a ben volerci. E che la coppa con le grandi orecchie è lì che ci aspetta (tutti a Kiev). Da ricovero. Cerchiamo di capirci, l’insensato che è in me gioca da solo pur se socio e complice di una setta di invasati. Non si confida, non partecipa, non condivide. Quanto mai geloso di confusi e dissennati pensieri, conserva nell’intimo il proprio piacere come l’autoerotista in un club di scambisti scatenati. Non è affatto insensato giocarsi dieci euro sulla Roma che elimina il Barcellona, visto quel che hanno pagato i bookmakers. Non è insensata la difesa a tre e se DiFra (oggi un grande ieri inadeguato) si definisce “un pazzo”, perché questo è il suo mestiere. Non è insensato James Pallotta che si tuffa nella fontana di Piazza del Popolo: si chiama marketing, come sa il coro degli esagitati che pretende il pacchetto intero (dai Pallotta portace portace portace a mignotte). Insensato è trarre favorevoli auspici dal blando riscaldamento dei blaugrana ingolfati nei tristi pigiamini azzurri. Insensato è apostrofare, per intimorirlo, la pulce geniale (aho ’a Messi te metto in giardino co’ Mammolo e Brontolo). Insensato è lo stadio che già un’ora prima trema e urla il risultato assurdo (capitan De Rossi dice di aver detto ai suoi: “Se ci credono loro crediamoci anche noi”). Insensati siamo noi (sono io) di ogni colore, granata, zebrato, azzurro che da una vita percorriamo quei viali chiedendoci perché lo facciamo. Molestati da chi non capisce: ma come una persona come lei che fa il tifoso (ma vaffanculo). Per vivere serate come queste.
Ps. Ho cercato una frase adatta all’insensatezza di chi sapeva come sarebbe finita e ho trovato questa del pensatore rumeno Emil Cioran: “Se la vita ha qualcosa di misterioso è appunto questo, che pur sapendo ciò che si sa, si è capaci di compiere un atto contro il proprio sapere”. Tutti a Kiev.
“Mi è presa la tachicardia, adesso sono pronto a morire allo stadio”
Carlo Verdone, oggi come sta la “pompa”?
Per fortuna ha retto, ma è stata dura. Durissima. E non solo per me: non c’è stato un amico, e dico uno, che non mi ha chiamato per problemi di tachicardia.
(Carlo Verdone non è tifoso romanista, “è de più”; così dopo la vittoria giallorossa contro il Barcellona ha pubblicato un video euforico dove alla fine denunciava una certa difficoltà coronarica, tradotta nel romanesco “pompa”)
Quindi ha consigliato medicinali a tutti…
No, sempre lo stesso farmaco (e cita il nome e i dosaggi).
Anche lei lo ha preso?
Per forza, anzi ho ceduto alla doppia dose: la prima all’inizio, per prepararmi, ma durante non ho retto e ho ingoiato il bis.
La partita l’ha vista con il solito gruppo di amici?
Macché, solo come un cane; il pomeriggio ho presenziato a due presentazioni di libri, alla fine ero stanco e sfiduciato per la serata…
E…
Ho dato buca ad Antonello Venditti, e con un retropensiero: “Perché devo andare a condividere una serata di merda?”.
Proprio non ci credeva.
Ma zeroooooo.
Quindi?
Mi sono sistemato in casa, sembravo Eduardo De Filippo ne Il sindaco del rione Sanità, poi ho preso la chitarra e ho iniziato a strimpellare California Dreamin’ dei The Mamas & The Papas.
Amarezza pura.
Alle prime immagini dello stadio proseguo sul filone del dolore, e mentre guardo la cornice di pubblico, penso: “Poracci, sono andati in tanti”.
Poi arriva il gol di Dzeko.
E lì mi fermo per capire, sempre scettico.
Raddoppio di De Rossi.
Lancio la chitarra e prendo le sigarette.
Terza rete di Manolas.
Spalanco gli occhi davanti al sogno, ma parte la tachicardia. Questi hanno giocato la partita della vita, sono stati perfetti, meravigliosi, hanno portato al massimo il loro potenziale.
Alla fine gira il video della “pompa”.
Era per mio figlio, l’ho mandato a lui; poi mi chiama un amico e mi dice: “Ma non pubblichi niente?”. Vabbè, tieni…
Il video termina in maniera brusca.
Mi stavo sentendo male, sentivo il cuore battere all’impazzata, non potevo andare avanti.
Manolas e De Rossi avevano segnato anche all’andata, ma autoreti.
Infatti sono loro che hanno cercato maggiormente il riscatto. Riscatto servito…
Un grazie, a chi?
Alla moglie di Dzeko: tutti noi dovremmo mandarle dei fiori; se il marito è rimasto a Roma, è per lei, per il suo “no” a Londra. Quindi: grazie.
Per scaramanzia la semifinale la dovrà vedere da solo e con la chitarra in mano.
Non ci penso proprio, la prossima sarò allo stadio, se devo morire, voglio capiti lì, in mezzo a tutti gli altri, e non in solitaria davanti al televisore.
Twitter: @A_Ferrucci
Si sveglia dal coma e fa arrestare l’amico: “Mi ha investito”
Il giallo di Nughedu San Nicolò assume contorni sempre più nitidi. Per il ferimento di Giovanni Antonio Pedranghelu, l’allevatore di 36 anni ritrovato la notte del 24 marzo ai bordi di una stradina nelle campagne del paese in stato di coma e ricoverato all’ospedale Santissima Annunziata di Sassari con 23 fratture, un polmone perforato e escoriazioni su tutto il corpo, ieri è stato arrestato Francesco Puddinu. Operaio forestale, compaesano di Pedranghelu, 47 anni, al momento è accusato di lesioni stradali colpose. Ieri i carabinieri del comando provinciale di Sassari l’hanno accompagnato nel carcere di Bancali su disposizione della Procura. Secondo gli investigatori ci sarebbero pochi dubbi sul fatto che sia stato proprio lui a investire con la sua auto il compaesano con cui si era incontrato in un bar della piazza centrale del paese. Risvegliatosi solo pochi giorni fa dal coma, l’allevatore aveva dichiarato di ricordare solo di essere salito nell’auto di Puddinu per andare nella campagna di quest’ultimo a recuperare del vino. Da lì il black-out, con un solo flash della memoria.
L’arcivescovo bergogliano va al centro sociale
Una tonaca al centro sociale. E che tonaca, quella di un arcivescovo: Matteo Zuppi, non un prelato qualsiasi ma un fedelissimo del Papa, lunedì varcherà la soglia del Tpo, lo storico centro sociale di Bologna. Ma non basta: è stato invitato per presentare un libro – badate bene, edito dal giornale comunista Il Manifesto – con discorsi del Papa. Certo, siamo in Emilia, dove Giovannino Guareschi raccontava di preti e sindaci comunisti nemici amatissimi. Dove il vescovo, prima di inaugurare i giardini di don Camillo, andava nella Casa del Popolo di Peppone. Finzione e realtà: a Bologna monsignor Ernesto Vecchi andò davvero in ‘missione’ alla Festa dell’Unità.
Era il segreto dell’Emilia, e forse dell’Italia di quegli anni, dilaniata da tensioni, ma capace anche di risolverle nel vogliamoci bene (non un semplice “volemose bene”).
Ma stavolta c’è di più: un Papa di lotta, non sempre sostenuto dalla sua Chiesa, in sintonia con un mondo rimasto orfano della sinistra. “Tutto è nato – racconta Domenico Mucignat del Tpo – quando ci hanno chiesto di presentare il libro che raccoglie tre discorsi del Papa tenuti durante gli incontri mondiali con i movimenti popolari. Sono discorsi interessanti. Ci accomuna l’accento sulla solidarietà, sul protagonismo dei movimenti popolari. Il Papa parla di poveri e di lotta”. Non solo: “Ci ha colpito – prosegue Mucignati – l’atteggiamento di Zuppi verso migranti e poveri”.
Zuppi, intervistato dal Corriere di Bologna, non si nasconde le insidie, ma le liquida con un sorriso: “Critiche ci sono sempre. Un tempo si sarebbe detto che vengo usato. Ma potrebbe esserci la preoccupazione contraria. Questa è la fine del dialogo”. Zuppi non retrocede di un micron: “Il dialogo non significa ambiguità, anzi, il dialogo la chiarisce”.
Bastava leggere il curriculum di Zuppi per capire cosa gli chiedeva Francesco inviandolo a Bologna: parroco a Santa Maria in Trastevere, quella di Sant’Egidio, poi membro della delegazione di pace in Mozambico.
L’arcivescovo aveva ragione. Non tutti l’hanno mandata giù: “Dissento totalmente con l’arcivescovo”, esordisce Fabio Garagnani, ex parlamentare di centrodestra e voce del cattolicesimo conservatore in città. “Sono un cattolico molto a disagio – sospira –. Capisco l’afflato del Papa di avvicinare la Chiesa a mondi diversi. Ma così si rischia di banalizzarne il messaggio, di renderlo troppo umano, di farlo sembrare propagandistico, politico. Così la Chiesa sembra una ong, un sindacato”. Quale Chiesa sognano Garagnani e i tanti che “soffrono” questo Papa? “Bisogna puntare sulla dottrina. Sulle radici cristiane dell’Europa di fronte all’invasione islamica. Come facevano Wojtyla e Ratzinger”.
Non è l’unico. È vero che in Emilia i monsignori andavano alle feste comuniste. Ma la Curia pareva più vicina a Garagnani che a Zuppi. Come non ricordare l’arcivescovo Carlo Cafarra, molto amato, molto conservatore. Diceva: “La nobilitazione dell’omosessualità non va interpretata e giudicata prendendo come criterio il mainstream delle nostre società”. Però, sul comodino, Cafarra teneva i libri di Guareschi. Oggi le sue omelie sono raccolte in un libro dal titolo significativo Prediche corte, tagliatelle lunghe. Di nuovo l’Emilia che sa unire gli opposti: dogmatismo e ironia, solidarismo e opulenza, carnalità e candore. Tutto insieme, come nelle strade della Bologna (ex) rossa dove si affacciano ricchissime vetrine. Chissà se Zuppi al centro sociale sia l’ultimo capitolo della saga. O il primo di una nuova storia, una scossa per la città.
“L’Italia recuperi l’Ici che non ha fatto pagare alla Chiesa”
Immaginate la scena: il governo italiano che ordina alla Chiesa di versare l’Ici – la vecchia imposta sugli immobili – che per anni gli ha concesso di non pagare su buona parte del suo sterminato patrimonio immobiliare, un conto che sfiora i 4 miliardi di euro. È l’incredibile scenario che si aprirebbe se la Corte di Giustizia europea sposasse, come spesso avviene, la linea illustrata ieri dal suo avvocato generale, il belga Melchior Wathelet. La sentenza è attesa a maggio.
Secondo Wathelet, l’Ici non pagata dalla chiesa, ritenuta un aiuto di Stato illegale nel 2012, va recuperata perché non vale l’eccezione riconosciuta dalla Commissione e dal Tribunale Ue allo Stato italiano che riavere quei soldi è “impossibile” perché non ha raccolto i dati di chi non ha pagato. È l’ultimo capitolo di una storia surreale che imbarazza tanto lo Stato italiano che Bruxelles, intenti a proteggere i conti della Chiesa perdendo tempo. Inizia nel 2006, quando la scuola elementare Montessori di Roma e il titolare di un Bed&Breakfast di San Cesareo pongono per primi la questione a Bruxelles. Un anno prima il governo di Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni, aveva esentato tutti gli immobili della Chiesa dal pagamento dell’Ici “a prescindere dalla natura eventualmente commerciale”. Apriti cielo. Passa un anno e il nuovo governo Prodi, per mano del ministro dello Sviluppo Pier Luigi Bersani trova l’escamotage: un decreto esenta dal pagamento dell’Ici solo gli immobili “con finalità non esclusivamente commerciali”. E proprio l’avverbio “esclusivamente” ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per le strutture turistiche, gli alberghi o gli ospedali, purché all’interno avessero uno spazio dedicato al culto. Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa- Schioppa avvia una commissione di esperti. Altro tempo perso.
Nel 2010 l’Antitrust Ue apre un’indagine e appura che dal 2006 al 2011 lo Stato italiano ha concesso aiuti di Stato illegali alle strutture ecclesiastiche. La questione si chiude nel 2012, quando il governo Monti, con l’abbandono dell’Ici per l’Imu, limita l’esenzione solo alle strutture prive di attività commerciali. Problema: a quel punto la Commissione dà ragione all’Italia sull’“assoluta impossibilità” di recuperare il dovuto perché, senza aver predisposto una banca dati, è “impossibile” calcolare l’ammontare del pregresso, stimato dall’Anci, l’associazione dei comuni, in 3,6 miliardi. Decisione confermata dal Tribunale Ue nel 2016. La scuola Montessori e il gestore del B&B sono allora ricorsi alla Corte di Giustizia.
Anche in caso di condanna è difficile che Roma si muova davvero per recuperare la somma. Anche perché nel 2014 il governo Renzi ha esonerato dal pagamento di Imu e Tasi (servizi) le cliniche convenzionate e le scuole paritarie (in gran parte della chiesa). Molte strutture commerciali ecclesiastiche, peraltro, hanno continuato a non pagare. Solo a Roma, la giunta Marino scoprì che il 40% delle strutture vantava un arretrato, tra Ici, Imu, Tasi e Tari (rifiuti) di 20 milioni. L’iniziativa non ha contribuito alla popolarità del chirurgo Oltretevere. Caduto Marino, la giunta Raggi ha promesso di farsi dare il dovuto. Finora senza successo.