L’ingegner Gadda e l’inglese bocciato al Politecnico

Breve antefatto: il Consiglio di Stato ha bocciato la decisione del Politecnico di Milano di tenere corsi di laurea interamente in inglese (conformandosi a una sentenza del 2017 della Corte costituzionale). L’advisory board (sic) del Politecnico ha comprato qualche giorno fa una pagina del Corriere della Sera pubblicando un appello a sostegno dell’insegnamento in inglese, firmato da alcuni ex studenti illustri, dal senatore a vita Renzo Piano all’ex presidente di Confindustria Giorgio Squinzi: “L’ingegneria, l’architettura e il design sono parte del Made in Italy che può e deve competere sui mercati internazionali. Per questo la conoscenza della lingua inglese diventa essenziale e garantisce il diritto al lavoro”. Se i sopracitati illustri non si offendono, tra gli ex studenti del futuro Poli (ai tempi Regio Istituto Tecnico Superiore) potremmo ricordare anche tal Carlo Emilio Gadda, il cui straordinario uso della lingua ha dato gran lustro alla patria. Come ha detto Stefano Bartezzaghi a proposito della sua formazione tecnica, “Gadda era perfettamente ‘bilingue’ (perfetto scrittore, perfetto ingegnere) e ha saputo raccontare complesse equazioni nel suo linguaggio irresistibile”. Non di solo inglese.

Torniamo ai nostri giorni. Il manifesto dell’orgoglio internazionale è stato scritto in italiano (verosimilmente perché tutti potessero capirlo), e noi in italiano obietteremo. Intanto sulle parole: “competere” e “mercati”. Vero: l’Università è il luogo della formazione più specialistica. Ma le sentenze non vietano affatto l’insegnamento in inglese in una facoltà in cui è particolarmente utile, si limitano a impedire la rimozione dell’italiano. Perché l’istruzione non serve solo a creare sapere tecnico, ma anche a formare cittadini consapevoli. La questione della lingua è ben più complessa e fondante, è una questione politica. Come ha scritto sul Domenicale del Sole Lorenzo Tomasin – linguista e professore all’Università di Losanna, autore del recente L’impronta digitale (Carrocci) – “Per uscire dall’improvvisazione, sarebbe forse meglio lasciare le decisioni di politica linguistica a chi ha titolo per parlarne anziché a orecchianti e tifosi, proprio come agli ingegneri – e non ai dilettanti – si affida la soluzione di problemi tecnici non meno ardui”. La centralità politica della lingua attraversa la storia dell’Italia unita: non per nulla Luigi Settembrini, letterato e patriota, sosteneva che per fare una buona lingua serve un buon Paese. Ed è un’affermazione che si può leggere anche al contrario. Giuseppe Antonelli in Un italiano vero (Rizzoli, 2016) racconta che dopo il 1861 per accedere al diritto di voto bisognava dimostrare di possedere un certo livello di competenza linguistica. Il tema per l’ammissione alle liste elettorali assegnato nel 1899 in un Comune dell’alto Lazio era: “Un vostro amico vi ha invitato a pranzo. Gli rispondete che non potete andarci perché vostro padre è malato e non potete lasciarlo solo”. Il candidato Fracassi Emilio provò a cominciare così: “Stimatissimo à mico mi ai vitato a pranzo gli rispondete che non potete andarci, per che mio patre sta è malato enon potete la sciarlo solo”. Il voto fu 5 e lui, come tanti, fu escluso dai diritti politici. “L’italiano non è mai stato uguale per tutti”. A questo proposito, gli ultimi rapporti dell’Ocse rivelano dati sconvolgenti sul tasso di analfabetismo funzionale: il 70% degli adulti italiani risulta non in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi per elaborare le informazioni richieste, contro il 49% della media dei 24 Paesi partecipanti. Livelli simili a quelli dell’Italia post unitaria, appunto, quando l’analfabetismo era al 74%: ci sono ancora tantissimi Fracassi Emilio e questo dovrebbe preoccuparci molto di più dei mercati e della competitività.

Attenti, politici: il web abolisce ciò che è lento

Immersi nel mondo digitale, siamo diventati in permanenza cacciatori di informazioni utili, di storie che appassionano, di emozioni commestibili. Abbiamo imparato presto come si fa: non una gran fatica, a dire il vero, visto che migliaia di mondi plausibili girano in permanenza sulla superficie dei nostri schermi, irradiati di luce, invitanti, sorprendenti, bastando un clic o un dito per catturarli, anche quando sono loro che catturano noi. È dunque con infinita sorpresa che ci coglie, da 37 giorni e 37 notti questa conturbante vertigine di un nulla molto movimentato. Un nulla abitato da milioni di parole a somma zero che circonda l’intero paesaggio della politica. Imprigiona il suo destino. Il nostro.

Lega vincente. Cinque Stelle trionfanti. Democratici implosi. Meloni irrilevante. Berlusconi verso l’archivio, forse. D’Alema addirittura già archiviato. E persino l’amabile Grasso – quello dell’indimenticato “aboliremo tutte le tasse universitarie” – così tanto smagrito da meritarsi la promozione a “gruppo parlamentare”, ma solo per compassionevole gentilezza. Credevamo, dopo l’exploit delle urne, che un ordinario algoritmo sarebbe bastato a risolvere quella piccola sequenza di somme che fanno di una competizione elettore, un verdetto. E di un verdetto, un governo tutto nuovo sebbene pur sempre collocato tra Roma e Bruxelles. Ci tocca ascoltare (invece) previsioni oscure quanto le interiora dei polli interpretate da antichi sacerdoti. Equazioni inspiegabilmente con troppe incognite. Arabeschi di pere e mele. Combattimenti ninja tra Di Maio e Salvini, armati di micidiale inimicizia, o incompetenza, o stratagemmi, eppure per certo destinati a qualcosa da afferrare insieme. Ma cosa? E quando? Aspettando quale segnale? E un Matteo Renzi certamente in fuga, senza che ci abbia detto verso dove. Con i suoi fedelissimi già dispersi in nuove e infedeli correnti nel vasto mare democratico: Franceschini e Orlando da una parte, Richetti dall’altra, Martina a dir di no, Delrio a dire forse, Rosato nascosto tra le virgole del suo capolavoro, Padoan in ufficio a rifare i conti. Un Casini che va fiero di se stesso. Più il malinconico B. che a perderlo di vista finisce sempre per rispuntare in un tribunale pieno di escort e di nostalgia, le sue due eterne maledizioni. Dal Quirinale appena qualche segnale di fumo, laconico e antico quanto la Sicilia di Mattarella, adusa alla pazienza che serve a fronteggiare lo scirocco, dietro corridoi e tendaggi. Dicono i filosofi più aggiornati che viviamo “nello sciame digitale”. Siamo donne e uomini soli di fronte al proprio display, nel buio della vita. Depressi. Narcisisti. Curiosi. Apparentemente innocui. Ma capaci di diventare – velocissimamente – una moltitudine. Può farlo l’ira populista. O l’inspiegabile commozione per il funerale di uno sconosciuto molto noto. Il vitalizio di alcuni. O il video virale di un uomo che per insopportabile ingiustizia morde un cane.

La facilità con cui siamo disposti a credere alle sciocchezze elettorali – il taglio delle tasse e la moltiplicazione dei posti di lavoro, l’insussistenza del debito pubblico e l’irrilevanza delle quattro mafie che ci stanno masticando il fegato – è antica tradizione di popolo, ma oggi anche sintomo di una nuova ingenuità a cui ci ha addestrato il mondo magico degli schermi, dove basta un dito per lasciarsi incantare dal film della realtà, cambiarlo quando non ci piace, abolirlo dentro al cestino. Attenzione all’impazienza. Attenzione allo sciame. Dovrebbero ricordarsi, i nuovi politici che da 37 giorni e 37 notti prendono tempo, che il dispositivo digitale abolisce ciò che è lento e lungo. Vive per istanti poiché è istantaneo. Pretende soluzioni, risposte. Sostituisce tutti gli enigmi futuri con la certezza portatile del presente. E ogni volta che la macchina ce lo chiede, ogni volta che il suo software rallenta, aggiorniamo con un clic la sua velocità alla nostra ansia.

Nel nuovo mondo digitale, dove le ideologie non sono più un confine identitario, ma al massimo una opzione, la velocità con cui si sceglie è identica a quella che cancella.

Il governo è più vicino di quanto si pensi

La maggioranza dei pur maldestri commentatori politici italiani si sono già esibiti sulla difficoltà di creare un governo in una situazione di “tripolarismo”. In verità, il problema nelle democrazie parlamentari non è l’esistenza di una pluralità di poli, ma la distanza ideologica e/o programmatica fra quei poli. In subordine, è anche la differente consistenza in termini di voti e seggi. In più ci sono aspettative e ambizioni personali collegate alla manipolazione, mai sufficientemente criticata, delle modalità con le quali si diventa presidente del Consiglio in Italia. Anche se qualcuno pervicacemente continua a sostenere che bisogna superare la fase di governi non eletti dagli italiani, nessun governo è mai stato eletto da questi italiani. Nelle democrazie parlamentari non esiste nessuna legge elettorale che dà vita a governi, neppure il sistema maggioritario inglese. Il governo nasce sui numeri dei seggi e il suo capo è colui (colei?, jawohl, Angela) che riesce a mettere insieme una coalizione, a renderla operativa, a farla durare nel tempo. Dai tedeschi, di recente, per tutti coloro che non lo sapevano, abbiamo imparato che ci vuole tempo per costruire la coalizione di governo. Dagli spagnoli, per coloro che non si fossero mai curati dei governi socialdemocratici svedesi e laburisti norvegesi, potremmo persino avere imparato che, nelle democrazie parlamentari, nascono anche governi di minoranza sostenuti dall’esterno.

Sono fiducioso che tutti quelli che straparlano di una Prima Repubblica che, per ragioni anagrafiche non hanno conosciuto e che, per manifesta ignoranza, non hanno studiato, riusciranno per vie traverse a imparare che qualche volta i democristiani delegavano al presidente della Repubblica di offrire agli altri partiti invitati a fare parte della coalizione di governo una rosa di nomi Dc fra i quali scegliere il presidente del Consiglio. È comprensibile il punto di partenza negoziale di Di Maio e dei Cinque Stelle: lui è il nome che intendono sostenere per guidare il governo. Più duttile, Salvini ha capito che non sarà lui il capo del governo, ma giustamente rinuncerà solo se, in un’alleanza con i 5S, emergerà un nome diverso da quello di Di Maio. È probabile che questi apprendimenti siano, da un lato, la conseguenza degli scambi più o meno polemici sui giornali e nei talk show. Dall’altro, però, deve essersi già manifestata la forza tranquilla del presidente Mattarella che qualcosa ha sicuramente detto nel primo giro di consultazioni e qualcosa si appresta ad aggiungere nel secondo giro, mentre tende l’orecchio a novità che gli siano formalmente comunicate.

Non è una novità il Contratto che i 5S spacciano come un’invenzione tedesca, mentre la sua origine è il Berlusconi istrione della politica ospitato da Bruno Vespa. Quanto è avvenuto in Germania nel corso di incontri ravvicinati non è un contratto di Democristiani e Socialdemocratici con i tedeschi. È stato, invece, il tentativo di combinare in un testo accettabile da entrambi i punti fondamentali dei rispettivi programmi elettorali per giungere a un programma di governo condiviso. Quel programma, poi, è stato portato, atto senza precedenti, per la sua approvazione/ricusazione agli iscritti alla Spd. Prima delle consultazioni, ma anche durante, il presidente Mattarella ha fatto conoscere un suo punto programmatico irrinunciabile: “Stare in Europa” che, naturalmente, non preclude affatto il farsi valere per cambiare le politiche e le istituzioni dell’Ue, ma certo relega molto sullo sfondo qualsiasi tentazione-scivolamento di tipo sovranista.

Dal calendario e dai tempi delle consultazioni possiamo trarre un altro insegnamento. Il presidente assiste al travaglio interno al Partito democratico. Non intende sottovalutarlo e non vuole accelerarlo. Come si conviene alla sua origine politica, al suo percorso e alla sua visione complessiva, Mattarella ha in almeno un paio di occasioni sottolineato che è necessario grande senso di responsabilità che non può limitarsi ad attribuire agli elettori posizioni inconoscibili. Non conosco elettori del Pd che votando il loro partito intendessero mandarlo all’opposizione. Ho anche molti sospetti sull’esistenza di elettori della Lega che l’abbiano votata per farle fare il socio di minoranza in un governo presieduto da Di Maio e su elettori dei Cinque Stelle che siano indisponibili ad un governo con il Partito democratico. Non siamo neanche ancora arrivati al confronto sui contenuti effettivi dei programmi elettorali che già un po’ tutti, meno il Pd che non sa che cosa vuole, stanno dicendo e, probabilmente, l’hanno anche fatto sapere a Mattarella, a cosa sono disposti a rinunciare. Recede la malsana idea che si torni presto alle urne per trovarsi con una situazione simile all’attuale, con tutti, anche chi crescerà di un punto percentuale o due, più malconci. Il governo non è dietro l’angolo, ma l’angolo è meno lontano di quel che si pensi.

Mail box

Ora basta con gli insulti, si pensi solo al bene del Paese

In attesa dell’esito del secondo giro di consultazioni da parte del flemmatico presidente Mattarella, non posso che auspicare un incarico esplorativo o pieno senza perdere più tempo in altri inutili giri.

Non posso che auspicare, altresì, che i soliti insulti più o meno di facciata di Salvini e Di Maio si risolvano in una definitiva chiarificazione: fare il governo insieme (ma senza B.), oppure no.

E sarebbe, infine, da augurarci che il Pd residuale, si emancipi dal padre-padrone Renzi, e si sieda a discutere con i Cinque Stelle. Insomma, come è stato detto, basta con consultazioni a gogò e con insulti da Bar sport e si pensi a fare un governo nell’interesse del Paese.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Se non ci si mette d’accordo si rischia l’esecutivo tecnico

La domanda è: se continua questa fase di stallo nel formare un governo perché tutti rimangono sulle loro posizioni, si rischia di tornare all’ennesimo governo di scopo, tecnico, o in qualunque modo lo si voglia chiamare, ma sicuramente non voluto dai cittadini al voto?

Salvini non lascia Berlusconi, il M5S non vuole fare un governo dove sia presente anche Forza Italia (giustamente), il Pd vuole stare all’opposizione sperando di veder passare i cadaveri di un eventuale governo M5S-Lega e nel frattempo, a 40 giorni dal voto, il paese è in stanca attesa.

Il capo dello Stato Sergio Mattarella pare non abbia nessuna intenzione di farci tornare al voto, cosa comunque inutile con questa vergognosa legge elettorale. Quindi c’è il rischio che, ben volentieri (soprattutto dopo aver ricevuto Napolitano che gli avrà dato le dritte), il presidente si rivolgerà a Gentiloni o darà l’incarico a una persona al di fuori dalla diatriba di questi giorni che faccia i soliti interessi delle banche e dell’Europa? Sarebbe l’ennesimo sopruso nei confronti degli italiani.

Monica Stanghellini

 

Il Senato va mantenuto: è una garanzia contro gli errori

Ho letto sul Fatto Quotidiano del 10 aprile, nella pagine della posta, un intervento che sollecita l’abolizione del Senato. Rispetto l’opinione del lettore, ma sono in totale disaccordo. Trovo molto pericoloso suggerire ai nostri politici un’iniziativa del genere, tanto più in un periodo in cui stanno cercando un motivo, o un pretesto, per mettersi insieme. L’idea di migliorare la situazione italiana abolendo il Senato è un’illusione che fatica a tramontare, nonostante gli inequivocabili risultati di due referendum a favore dell’attuale assetto istituzionale.

Una Camera alta esiste in tutti i grandi Paesi ed è dotata di funzioni di sostanza (come negli Stati Uniti). In un Paese come il nostro poi, in cui i politici ne combinano di tutti i colori, spesso il bicameralismo, come ha sottolineato in passato anche il direttore Travaglio, è una garanzia per rimediare a errori e strafalcioni. Teniamoci stretto il Senato, dunque, e concentriamoci sui veri problemi economici e sociali (a partire dalla disoccupazione, dalla povertà, dalla legalità).

Antonio Maldera

 

Diritto di replica

Usb lavoro privato ritiene molto grave quanto contenuto nell’articolo uscito sull’edizione del 7 aprile de Il Fatto Quotidiano sul mancato o ritardato versamento della parte di addizionali comunali che alimenta il Fondo di solidarietà del trasporto aereo da Alitalia Sai. Nella convocazione che aspettiamo dai commissari straordinari rispetto le tematiche riguardanti la situazione aziendale, partendo dal bilancio 2016, inviata in data 29 marzo, ci attendiamo si faccia chiarezza anche su questa vicenda. Nello stesso articolo, però, richiediamo una rettifica relativamente alla dichiarazione che “i sindacati sapevano ma si sono voltati dall’altra parte”, includendo nel novero dei “complici” anche la nostra organizzazione sindacale o almeno non escludendola. Non solo il “voltarci dall’altra parte” non ci è mai appartenuto, ma la nostra organizzazione sindacale non solo non sapeva ma non poteva sapere in quanto non facente parte del comitato di vigilanza del fondo, unica posizione dalla quale si può effettivamente controllare i flussi di ingresso e quindi gli eventuali ammanchi da parte delle aziende coinvolte, compresa Alitalia Sai. Riteniamo che in questo caso l’approfondimento sul funzionamento del fondo e del comitato di controllo avrebbe certamente aiutato a far luce in modo più puntuale su un fatto che è indubbiamente grave.

Francesco Staccioli
USB Lavoro Privato

 

Con riferimento all’articolo dell’11 aprile “Fondi violenza sulle donne soldi a tutti tranne ai centri” che fa riferimento all’aggiudicazione di un contributo di 125 mila euro al Centro per la famiglia di Roma fondato da padre Luciano Cupia. Voglio precisare che l’Associazione Centro La Famiglia, fondato da p. Cupia, di cui sono il Presidente pro tempore, non ha partecipato al bando citato nell’articolo e di conseguenza non ha ricevuto i fondi relativi. Probabilmente si tratta di un caso di omonimia. Preciso anche che da più di cinquant’anni il nostro Centro presta servizio gratuito e a offerta libera attraverso 40 professionisti volontari che offrono liberamente la loro professionalità a tutti, in modo laico e rispettoso della persona e dei suoi disagi.

P. Alfredo Feretti
Presidente Centro La Famiglia

Siria. Come nel Far West: tra Stati Uniti e Russia vince chi estrae prima la pistola

La tragedia siriana deve essere fermata. Non si capisce la qualità intellettuale e morale dei due grandi Paesi (Stati Uniti e Russia), incapaci di trovare un accordo per impedire la strage. Il Paese dovrebbe essere occupato sia da Putin sia da Trump (Assad ha stracciato i diritti umani, il motivo per entrare c’è, sotto bandiera Onu) per il cessate il fuoco e per il via a elezioni regolari. Non è per niente chiaro a cosa serva lo stillicidio siriano, a cosa serva lasciare che la situazione marcisca. Nel caos, entrano anche i turchi e i curdi, con i primi che sembrano liberi di massacrare i secondi. Poi c’è Israele che uccide alla minima provocazione. Ma il Medio Oriente potrebbe essere salvato, se si anteponesse il buonsenso – che civiltà avanzate come quella russa e americana dovrebbero avere – ai piccoli interessi egoistici e machisti. Possibile che non si veda quanto male faccia l’arcaico braccio di ferro? Possibile non si provi vergogna di fronte a certi spettacoli (e questo vale anche per il trattamento europeo riservato agli immigrati)?

Dario Lodi

Gentile Dario, come lei ben scrive, non si capisce la scelta morale di Stati Uniti e Russia nella tragedia siriana: non si capisce, perché di tutto si tratta tranne che di moralità. Gli Stati Uniti, assieme agli alleati (Francia e Inghilterra) hanno creduto che la rivolta contro il regime iniziata nel 2011 poteva essere controllata per buttare a mare il governo di Assad. La bomba è scoppiata nelle loro mani: fra quelli che l’Occidente chiama in modo generico “ribelli”, hanno prevalso gli estremisti islamici dell’Isis e dei gruppi legati ad al Qaeda. Il regime di Damasco è stato salvato dalla Russia e dall’Iran in nome di quegli interessi che lei definisce giustamente “egoistici e machisti”, ma che sono proprio quelli che contano quando si parla di geopolitica e interessi economici e militari. Troppo tardi per immaginare una pace delle armi e libere elezioni: ha vinto un blocco, che ha approfittato delle debolezze dell’altro. In mezzo, ci sono i timori di Israele per l’avanzata di Teheran e di Hezbollah, e i calcoli della Turchia che mai come ora può regolare la questione con i curdi: come nel Far West, in questo momento in Siria e attorno ai suoi confini, chi estrae per primo la pistola, ha la meglio. Tutto ciò è frustrante e lascia attoniti: purtroppo, il Medio Oriente non è mai stato un luogo dove ha prevalso il buonsenso e la vicenda siriana non fa eccezione, a dispetto del nostro orrore.

Valerio Cattano

Il regalo di Toti ai signori delle slot

Pugno di ferro o di ricotta Giovanni Toti vara la sua disciplina contro l’azzardo legalizzato. Ma in Liguria a molti invece sembra una sanatoria. Perché tra articoli e commi – sostiene il parlamentare M5S Matteo Mantero – si scopre che gli esercizi esistenti potranno restare.

Chissà, magari il telegenico governatore riuscirà lo stesso a vendersela come una crociata anti-slot. Ma che Toti fosse “diversamente combattivo” contro la piaga delle macchinette si era già visto nel 2017 quando prorogò di un anno le licenze. Non valsero a nulla le proteste di centinaia di giovani davanti alla Regione. Addirittura il gesuita Francesco Cavallini, sacerdote amato in città, concluse così una sua funzione: “La messa è finita, andiamo davanti alla Regione a protestare”. Dissero Toti e soci: bisogna salvare i posti di lavoro delle sale slot.

Ora che la proroga sta per scadere arriva la nuova proposta di legge. Aumenta, è vero, la distanza minima delle sale dai luoghi sensibili. “Ma se leggi tutti gli articoli – sostiene Mantero – scopri che il nuovo limite non riguarda le sale già esistenti. E per chi non rispetta i divieti sono previste sanzioni simboliche da 100 a 300 euro. Tutto come prima. In una Regione dove c’è fino a una macchinetta ogni 120 abitanti”.

“Ha operato anche me, il ginocchio mi cede”

Milano

“Èun delinquente vero!”, diceva del dottor Giorgio Maria Calori il collega Carmine Cuccinello. Ora sono entrambi agli arresti domiciliari, insieme ad altre tre persone. Tutti accusati di corruzione, per i loro rapporti con l’imprenditore Tommaso Brenicci, finito in carcere.

Il giorno dopo gli arresti, si moltiplicano le denunce di pazienti che segnalano interventi di Calori giudicati inutili o scorretti. “Mi ha operato il ginocchio sinistro nel febbraio del 2016”, racconta Beatrice Borromeo, collaboratrice del Fatto Quotidiano. “Dopo una caduta, avevo il ginocchio dolorante. Un dolore sopportabile, ma dopo tre o quattro giorni sono andata a farmi visitare all’Ortopedico Gaetano Pini. Mi è capitato il dottor Calori il quale mi ha detto che avevo il menisco lesionato in due punti e che bisognava operare con assoluta urgenza il giorno stesso. Mi ha spiegato che non c’era posto al Pini, ma che sarebbe riuscito a trovarmi una stanza, a pagamento, alla clinica privata La Madonnina. Ho accettato”. Quel pomeriggio Beatrice Borromeo viene operata da Calori. “Come anestesia mi fanno un’epidurale, ma mi vengono le convulsioni. Passano allora all’anestesia totale. In seguito mi diranno che sono intollerante all’epidurale e che non dovrò farla mai più. Esattamente un anno dopo, nascerà mio figlio Stefano: con l’epidurale, senza alcun problema”.

Ma i veri problemi arrivano dopo l’intervento chirurgico. “Ho dolori fortissimi al ginocchio che mi durano più di un mese. Calori mi aveva detto: ‘Stia tranquilla, i pazienti che opero io, dopo una settimana sono sugli sci’. Io invece sono stata costretta a girare con due stampelle e con dolori che non passavano mai”. Tornata a farsi visitare, Calori la rimprovera: “Lei non fa con costanza la fisioterapia”.

“Ma io la facevo tre volte alla settimana”, replica Beatrice, “e sono andata avanti per più di due anni. Risultati modesti. Ogni tanto, senza motivo, il ginocchio mi ‘cede’ e io cado”. Calori le propone un nuovo intervento: “Mi dice di aver fatto un intervento molto conservativo, ma che viste le mie condizioni è necessario fare una nuova operazione. Io dico di no e scappo”.

Il peggio le succede durante le due gravidanze, quella del primo figlio, nato nel febbraio 2017, e quella in corso. “Lo stato del mio ginocchio mi provoca la dislocazione dell’osso sacro, con il risultato che con il pancione non riesco più a prendere in braccio il mio primo figlio e neppure a fare le scale”. Scappata da Calori, Beatrice Borromeo va a farsi visitare da altri ortopedici, tra cui il primario dell’ospedale di Monaco. Ciò che le dicono tutti è che l’intervento che ha subito non doveva essere fatto: “Non era necessario operare. Chiedono al dottor Calori le analisi e i referti pre e post-operatori. Così scopriamo che prima di operarmi non mi aveva fatto neppure una risonanza magnetica e che i referti erano soltanto un foglietto scritto a mano. Mi dicono anche che le due cicatrici restate sul mio ginocchio dimostrano che chi mi ha operato ha fatto i due tagli nei punti sbagliati”.

Ora Beatrice Borromeo è pronta a ripetere il suo racconto in Procura.

“Un chiodo da 20 mila euro nel perone: voleva rovinarmi”

Milano

“Il dottor Calori mi propose, per correggere un disallineamento femororotuleo, di spaccare e staccare la cresta tibiale, spostarla sul perone fissandola con un chiodo. Costo visita 200 euro, del folle ed inutile intervento chirurgico 20mila euro. Costo dello spavento, incalcolabile”. È di racconti come quello postato su Facebook da Rosa S. che potrebbero ora riempirsi i fascicoli delle indagini della procura di Milano che ieri hanno portato all’arresto per corruzione dell’imprenditore Tommaso Brenicci, di due primari e della direttrice sanitaria dell’ospedale ortopedico Gaetano Pini, di due primari del Galeazzi. Tra di loro Giorgio Maria Calori, 61 anni, a capo della Chirurgia ricostruttiva del Pini e docente all’università statale, che viene definito dal gip Teresa De Pascale un medico “dall’approccio interventista”, un professionista “volto al maggior guadagno piuttosto che alla preminente cura del paziente”.

Rosa non si è fatta convincere da Calori: “Mi recai a Bologna al Rizzoli – prosegue il racconto – e con 80 euro ricevetti: una visita accurata e sensata e soprattutto un piano cure con fisioterapia, ginnastica posturale ed esercizi potenziamento femorale. Ad oggi ho la mia gamba tutta intera e sana!”. Ma le storie di molti altri pazienti del primario rischiano di non avere avuto un analogo lieto fine, a giudicare dalle numerose segnalazioni che sono arrivate in procura non appena è uscita la notizia dell’inchiesta. Testimonianze di chi ritiene di avere subito danni fisici dopo essere finito sotto i ferri di quello che sino all’altro ieri era considerato un luminare dell’ortopedia.

Le indagini ora approfondiranno anche questi aspetti alla ricerca di elementi da aggiungere all’episodio già raccontato in un’intercettazione finita agli atti: il presunto tentativo da parte di Calori di convincere un facoltoso paziente della presenza di un’infezione, in realtà inesistente, che necessitava un intervento urgente per evitare “l’amputazione del piede”. E la testimonianza di un anestesista del Pini che racconta di essersi rifiutato di procedere con l’operazione di un paziente cardiopatico in assenza del cardiologo: “Ne nasceva un’accesa discussione, poiché Calori insisteva affinché il paziente fosse operato nell’immediatezza, millantando apertamente conoscenze ad alti livelli istituzionali anche nella magistratura”.

Capitolo, quello di interventi inutili e dannosi, non nuovo a Milano, dove è stato condannato in appello all’ergastolo Pier Paolo Brega Massone, primario della Santa Rita, la “clinica degli orrori”. E dove a giugno inizierà il processo a Norberto Confalonieri, un altro primario del Pini, arrestato l’anno scorso per tangenti e lesioni, che in una telefonata raccontava di aver provocato “la rottura di un femore” a una paziente anziana per “allenarsi” in vista di un intervento privato. È proprio da uno sviluppo dell’inchiesta su Confalonieri che è nato il filone che ieri ha portato agli arresti chiesti dai pm Eugenio Fusco e Letizia Mannella.

Finora le indagini si sono concentrate sulla corruzione, in un sistema di tangenti dove gli interessi dei medici spesso coincidevano con quelli di Brenicci, il fornitore di protesi e altri dispositivi. Tanto che tre dei quattro primari, compreso Calori, risultano soci occulti delle sue società e intestatari insieme a lui di alcuni brevetti. Tra gli indagati, con l’ipotesi di favoreggiamento e abuso d’ufficio, anche l’ex sottosegretario della giunta Maroni Gustavo Cioppa, considerato dal gip “portavoce” in Regione del progetto di accreditamento del reparto di Calori come punto di riferimento lombardo per le infezioni articolari. Di lui il gip osserva il “forte legame, benché indiretto, con il Pini, dal momento che suo figlio avvocato (non indagato, ndr) ha ricevuto dal 2012 al 2014 l’affidamento di alcune consulenze” per circa 100mila euro. Intanto il neo governatore Attilio Fontana annuncia che la Regione si costituirà parte civile. Con quello dell’imprenditore, iniziano oggi gli interrogatori.

Melendugno, scontri quattro agenti feriti e arresto di un No Tap

Tafferugli nell’area cantiere del Tap, a Melendugno, quattro agenti feriti e contusi, arrestato un attivista che contesta la realizzazione del gasdotto in costruzione e poi proteste dei No Tap, con cartelloni e slogan, davanti alla questura e al carcere. È questa, ieri, l’ennesima giornata di tensioni che scuote il Salento: al centro del conflitto, l’approdo nella provincia di Lecce del gasdotto in costruzione che dalla frontiera greco-turca arriverà in Italia, a Melendugno, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’Azerbaigian in Italia e in Europa. Per la prima volta dall’inizio della vicenda un attivista No Tap è stato arrestato: si tratta di Saverio Pellegrino, di 52 anni, di Andrano (Lecce), già destinatario di un foglio di via per tre anni, con fine nel 2021, emesso dal questore di Lecce con divieto di ritorno a Melendugno e a Lecce. Sarebbe stato colto in flagranza mentre, durante i tafferugli nell’area di San Basilio, iniziati all’alba, dava fuoco ad un cassonetto dei rifiuti, che è stato poi posizionato di traverso al centro di una strada per impedire l’accesso dei mezzi Tap al cantiere. Nelle altre strade di accesso gli attivisti No Tap – una quarantina in tutto – avevano posizionato grossi pezzi di mattoni in cemento.

Subordinati e non: così torniamo indietro

Secondo il Tribunale di Torino, i rider (fattorini) di Foodora non sono che lavoratori autonomi che prestano servizio per la piattaforma di food delivery. Viene così respinto il ricorso dei lavoratori contro l’azienda che li aveva unilateralmente disconnessi, di fatto licenziandoli, a seguito delle prime mobilitazioni contro il sistema del cottimo e le condizioni di lavoro imposte. Una sentenza, la prima in Italia, che conferma e rafforza la tendenza per cui la formalità di un rapporto di lavoro autonomo prevale sulla sua sostanza di subordinazione, come rivelano limpidamente le chat aziendali, l’obbligo della divisa, il serrato controllo dei lavoratori da parte dell’applicazione. Ma è una sentenza che non stupisce, soprattutto nel Paese che ha fatto dell’ideologia del lavoro autonomo uno dei capisaldi delle riforme del lavoro e delle trasformazioni delle relazioni industriali in Italia. La posta in gioco è fin troppo elevata: riportare in seno all’azienda i costi di produzione e la tutela dei diritti dei lavoratori, dal salario alle ferie, dall’assicurazione contro il rischio incidenti alla manutenzione dei mezzi di produzione, le biciclette. Così, la lotta dei fattorini che da più di un anno e mezzo hanno intensificato non soltanto i momenti di mobilitazione e protesta ma soprattutto il numero di lavoratori coinvolti in più città italiane aveva bisogno di una doccia fredda. Per ribadire come se ce ne fosse bisogno da quale parte sta oggi il diritto, quello delle imprese, non dei lavoratori.

Eppure, il verdetto di Torino risulta in controtendenza rispetto a quanto sta avvenendo nelle aule di tribunale in Europa e non solo sul tema della subordinazione dei gig-worker, di Deliveroo come di Uber. Lo sanno bene i rider

che proprio questo week end terranno la loro prima assemblea nazionale e sono in contatto con i colleghi di tutta Europa: un’avanguardia che alla frantumazione imposta dalle aziende contrappone un’unità inedita nel panorama del mondo del lavoro.