L’algoritmo veneziano lascerà nei canali 96 grandi navi su 100

Vedremo passare un po’ di grandi navi in meno nella laguna di Venezia ma l’incubo resterà per chissà quanto tempo ancora. Un’ordinanza della Capitaneria di Porto della Serenissima, che entrerà in vigore il 1° luglio, limita il passaggio dei giganti da crociera nel canale della Giudecca e nel bacino di San Marco con un algoritmo che tiene conto soprattutto dell’inquinamento dell’aria, delle acque e del paesaggio, abbandonando il limite unico della stazza che le compagnie di crociera hanno fissato a 96mila tonnellate.

Secondo gli studi della Capitaneria, le dimensioni delle navi c’entrano fino a un certo punto: considerando i quasi due milioni di turisti in arrivo in laguna, “la riduzione della capacità di trasporto delle navi – si legge nell’ordinanza – comporterebbe semplicemente un aumento del numero dei passaggi necessari al loro trasporto”, e quindi “un aumento dei consumi energetici” e “un maggior impatto visivo”. In pratica, le navi superiori alle 40 mila tonnellate – per avere un’idea, basta pensare ai panfili privati più grandi – passeranno solo se rispetteranno dei parametri di sostenibilità ambientale. E così il numero di quei condomini galleggianti di fronte al centro storico di Venezia inizierà finalmente a ridursi, anche se piano piano. Per la prossima stagione crocieristica (da luglio a settembre 2018) è previsto un calo del 3,7 per cento dei passaggi dei bestioni. Dal 2019 i limiti verranno ulteriormente ristretti e si prevede la scomparsa di quattro grandi navi alla settimana di oltre 80 mila tonnellate (oggi sono dieci), cioè quelle di almeno dieci piani, che vuol dire 128 passaggi in meno in tutta la stagione rispetto agli attuali 1280 (cioè il dieci per cento in meno del traffico delle imbarcazioni superiori alle 40 mila tonnellate; e il 40 per cento in meno se riferito soltanto ai giganti da dieci piani in su).

“Si trascura il problema più grave, quello dell’erosione dei fondali della laguna e della dispersione dei suoi sedimenti causati dal movimento delle grandi navi, lento o veloce che sia – commenta Tommaso Cacciari del comitato No grandi navi –. L’ordinanza premia le navi più green anche se di dimensioni mostruose. Nessuna grande nave dovrebbe più entrare in laguna”.

Nel 2013 la Capitaneria di porto provò a mettere uno stop a tutte le navi giganti (una cinquantina alla settimana tra giugno e settembre) ma due anni più tardi il Tar del Veneto bocciò il provvedimento. E allora ci si accontenta. In autunno verrà definita un’altra stretta per il 2020, in attesa di una rotta alternativa per le navi dalle 40 mila tonnellate in su come stabilito dal decreto “Clini-Passera”.

Nel 2012, quando la carcassa della Costa Concordia era ancora sugli scogli davanti all’isola del Giglio, l’allora ministro dei Trasporti, Corrado Passera e quello dell’Ambiente, Corrado Clini, vietarono il transito delle navi di trasporto di merci e passeggeri di quella stazza nel canale della Giudecca e di San Marco. Ma per applicare il divieto bisogna trovare un approdo alternativo di cui al momento non c’è neanche l’ombra. Lo scorso novembre il Comitatone interministeriale per Venezia ha deciso che le grandi navi dovranno entrare dalla bocca di porto di Malamocco (dove oggi transitano i container), non più da quella di Lido, e si dovranno fermare a Marghera. L’Autorità portuale di Venezia, che dovrà sviluppare il progetto del nuovo scalo, non ha ancora una tabella di marcia. Il presidente Pino Musolino ci fa sapere che aspettava questa ordinanza prima di procedere e che forse nel 2022 qualcosa sarà pronto.

Foodora-rider, vince l’azienda: “Giusto licenziare chi protesta”

Uscendo dal palazzo di giustizia di Torino, due rider inforcano le bici e cominciano a pedalare sotto la pioggia con lo zaino di un’azienda di consegne di cibo a domicilio. Sulle spalle portano anche il peso di una causa persa. Ieri sera il tribunale ha respinto l’azione promossa da loro e da altri quattro ex colleghi che nel 2016 hanno lavorato per Foodora fino a quando sono stati sospesi, “sloggati” dalla app, dopo le proteste di quell’autunno perché la società aveva deciso di passare dal pagamento di 5,60 euro lordi l’ora ai 4 euro lordi a consegna, cioè al cottimo. Tutto questo senza considerare che smartphone, bicicletta e manutenzione erano a carico loro, mentre per avere casco, giacca a vento e lo zaino-box dovevano versare una cauzione di 50 euro. Assistiti dagli avvocati Sergio Bonetto e Giulia Druetta, hanno dato il via alla prima causa in Italia contro una delle tante aziende di “food delivery” della gig economy, una causa pilota con cui chiedevano 20 mila euro a testa e 100 euro per ogni giorno di lavoro, il riconoscimento del lavoro subordinato mascherato da collaborazione autonoma, dell’illegittimità del licenziamento e della violazione delle norme su privacy e sicurezza.

Secondo i legali, il lavoro era molto poco autonomo. Lo dimostrerebbero gli ordini scritti dai “manager” su Whatsapp. “Ragazzi, scusate, finirei alle 10, ma chiedo di finire mezz’ora prima – scriveva un fattorino –. Ho troppo male alle gambe avendo fatto quattro ore e mezza (…). Non assegnate altri ordini, per favore”. Gli risponde il manager: “Mi spiace ma abbiamo bisogno di tutti i nostri rider per tutto il turno”. In un altro messaggio il city manager rimprovera i fattorini di non essere andati prima del turno a ritirare le birre omaggio da consegnare: “Non è opzionale, è obbligatorio”. Segue ultimatum: “Chi non passa domani e nei prossimi giorni prima del turno a prendere le birre vada pure in vacanza”. Secondo Foodora tutto questo non dimostra un rapporto subordinato: “Manca l’obbligo di lavorare e l’obbligo di far lavorare – ha spiegato Ornella Girgenti con i colleghi Paolo Tosi e Giovanni Realmonte –. Erano i rider a decidere quanto e quando dare disponibilità”. Secondo lei, dalle chat emerge che molti potevano usufruire di cambi di turno o non presentarsi senza sanzioni. Il giudice Marco Bauzano ha così respinto tutte le richieste. Tra i rider presenti l’amarezza è molta. “Questa sentenza può essere un problema per gli altri fattorini”, afferma l’avvocato Druetta. Ma non è finita.

Verini (Pd) a Fico: “Subito la legge per estradare Matacena”

“Insieme alla deputata Lia Quartapelle ho depositato una proposta di legge per la ratifica del Trattato di estradizione e cooperazione giudiziaria in materia penale tra Italia ed Emirati Arabi, siglato nei mesi scorsi e approvato dal Consiglio dei ministri”. Lo annuncia il deputato Pd Walter Verini (in foto) che spiega: “Il Trattato, per diventare operativo, attende la ratifica del Parlamento e la nostra iniziativa si propone proprio questo, poiché si tratta di un provvedimento importante, la cui applicazione potrà consentire il rientro in Italia di diversi latitanti, tra cui alcuni condannati in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa o rinviati a giudizio per reati di corruzione”. Tra cui, soprattutto, Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia, condannato in concorso esterno per associazione mafiosa nel 2013 e da allora libero a Dubai. Il parlamentare Pd, che nella scorsa legislatura da capogruppo in commissione Giustizia aveva affiancato il deputato Davide Mattiello in questa battaglia, aggiunge che “l’Italia ha adottato a febbraio un protocollo interpretativo che recepisce tale normativa,. Ci auguriamo che l’Ufficio di Presidenza della Camera riesca a calendarizzare subito il provvedimento”.

La Consulta: anche i militari potranno farsi i sindacati

Anche i militari potranno costituire associazioni sindacali. Lo ha stabilito con una pronuncia senza precedenti, la Corte costituzionale. Resta però fermo “il divieto di aderire ad altre associazioni sindacali”.

La Corte ha dato ragione al Consiglio di Stato che aveva sollevato questione di legittimità in merito al codice dell’ordinamento militare (decreto legislativo del 2010) che vieta la possibilità ai militari sia di costituire sindacati che di aderire a sigle già esistenti. Il Consiglio di Stato, nel rivolgersi alla Corte per chiedere la cancellazione di questo divieto aveva fatto riferimento sia all’articolo 117 della Costituzione che a principi stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e dalla Carta sociale europea firmata a Strasburgo nel 1996 e recepita dall’Italia. Sulla stessa linea il ricorso del Tar del Veneto. Per quanto riguarda le restrizioni, la Corte spiega che sono imposte dalle norme europee, come riconosciuto dallo stesso Consiglio di Stato che, infatti, ha contestato in particolare il divieto assoluto di associarsi.

Il candidato cinquestelle nipote del camorrista

Il ricordo di parentele imbarazzanti turba la campagna elettorale del M5S in Molise. Lo zio del candidato presidente dei grillini, il 33enne ex attore di teatro e laureato in Giurisprudenza Andrea Greco, si chiamava Sergio Bianchi – morto ammazzato dalla polizia nel 1983 – e fu un affiliato della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Bianchi era un uomo di fiducia del luogotenente di don Rafè, Pasquale Scotti, catturato nel 2016 in Brasile dopo 31 anni di latitanza.

In un verbale del 26 maggio 2004, che riprende vecchie dichiarazioni del 1995, il pentito Francesco Neri, ritenuto il mandante dell’omicidio dell’avvocato cosentino Silvio Sesti, descrisse così Bianchi: “Era una persona pericolosa al 100 per cento, era uno che aveva ammazzato 200-300 persone. Praticamente questo usciva la mattina e si prendeva la taglia su ogni persona della Nuova famiglia (il clan rivale, ndr) e si prendeva tre milioni a morto e ne ammazzava due o tre al giorno. Era un pazzo, tirava cocaina, la usava come uno si fuma una sigaretta… e sparava. Avrà fatto 50 conflitti a fuoco, e sapete come lo hanno ammazzato? La polizia di Napoli lo ha circondato e lo ha ammazzato per strada”.

Di Bianchi parla anche Scotti nel suo primo verbale da collaboratore di giustizia, nel 2017: “C’era un ragazzo che era accusato di una soffiata per l’omicidio di un nostro affiliato… su mio ordine i miei affiliati sequestrarono quel ragazzo e io lo interrogai. Ricordo che tremava con una foglia, eravamo in un appartamento di Cardito assieme – tra gli altri – a Mauro Marra e Sergio Bianchi, mio capozona ad Arzano”. Il ragazzino uscì vivo da quell’interrogatorio. “Non trovai elementi per condannarlo a morte”. Bianchi vive ad Agnone (Isernia), sottoposto a un rigido regime di sorveglianza speciale, quando sposa la sorella del papà di Andrea Greco, Giuseppina Greco. Con la moglie va a vivere in casa del cognato, Tommaso Greco, il padre del candidato pentastellato. Quando Bianchi si dà alla latitanza la polizia fa irruzione in due abitazioni, nella convinzione che si nasconda in una delle due.

Una è di alcuni familiari dell’uomo, sempre ad Agnone. L’altra è casa Greco. Qui qualcosa va storto, la polizia esplode un colpo di pistola che recide un tendine del braccio di Tommaso Greco, che rimarrà invalido. Bianchi verrà ucciso un anno dopo. Questi i fatti. Avvengono nei primi anni 80. Il papà di Andrea Greco viene colpito al braccio nel 1982. Lo zio viene ammazzato nel 1983 in una sparatoria con la polizia vicino a un bar in via Zanardelli, ad Arzano. Il candidato M5S non è nemmeno nato. E quando oggi ne parla, per replicare a chi fa riemergere queste vicende sgradevoli, molto probabilmente lo fa sulla base di ricordi familiari edulcorati dal filtro dei sentimenti dei propri congiunti. Come è normale, come è umano. Ed è quindi normale se, come hanno riferito alcuni quotidiani locali, in un primo momento Andrea Greco abbia accennato a familiari vittime di “errori giudiziari” o a minimizzare il legame di sua zia con il killer di camorra: “Fu un flirt”.

Ora Andrea Greco conferma che, sì, la zia era sposata con “un esponente della criminalità organizzata”. Ma sul padre, dipinto da alcune ricostruzioni giornalistiche come una sorta di favoreggiatore della latitanza di un assassino, Andrea Greco risponde con fermezza: “Questa storia rasenta il ridicolo – ha dichiarato al Quotidiano del Molise – perché mio padre, storpio da 36 anni, è una vittima delle mafie. Porterò il certificato di transazione di 150 milioni di lire che lo Stato ha versato a mio padre, riconoscendo autonomamente che lui fosse una vittima. Porterò il certificato dei carichi pendenti per dimostrare che non ha procedimenti in corso e quello del casellario giudiziale per dimostrare che non ha mai avuto problemi con la giustizia”. Per come sarebbero andate le cose, però, il padre non appare come una vittima di mafia, ma di un abuso delle forze dell’ordine.

Greco non può essere accusato di alcunché. Cosa c’entra con le malefatte di uno zio che non ha nemmeno fatto in tempo a conoscere? Proprio per questo dovrebbe essere il primo a promuovere un’operazione verità sui trascorsi della sua famiglia. Finora questo non è accaduto, e la diffusione dei certificati penali del padre è rimasta solo un annuncio.

Facebook, round 2: “Raccogliamo anche i dati dei non iscritti”

Altro giro, altra corsa: ieri il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha concluso la sua due giorni di audizioni di fronte al Congresso Usa. Tante domande, poche risposte interessanti, molti nuovi dettagli a comporre il quadro: ieri Zuckerberg, di fronte alla commissione Energia e Commercio ha spiegato che anche i suoi dati erano fra quelli acquisiti da Cambridge Analytica. Lo ha affermato rispondendo a domande della deputata democratica della California Anna Eshoo e ha anche ammesso che, nonostante esistano gli strumenti per controllare la privacy, sono in realtà pochi gli utenti che effettivamente li usano. Sibillino il passaggio in cui ha dichiarato che il social raccoglie anche dati da utenti non iscritti. “In generale, raccogliamo informazioni su persone non iscritte a Facebook per motivi di sicurezza”, ha risposto alla domanda del deputato Ben Lujan, rappresentante del New Mexico . “Mi sorprende che non se ne sia parlato molto oggi – ha detto il deputato – . Lei dice che ognuno controlla i propri dati. Ma voi raccogliete dati su persone che non sono iscritte e che non hanno firmato nessun accordo sulla privacy. Dobbiamo sistemare tutto questo”. Anche durante l’appuntamento di ieri non sono stati usati i temi appuntati sui fogli che Zuckerberg aveva portato con se, tra cui il paragone e le analogie con quanto fa Apple e quanto le altre aziende tech. Ha ribadito che inizieranno a ridurre le pubblicità, anche se questo provochera inevitabili riduzioni del fatturato, e che le faranno pagare di più. Inoltre si assicureranno di identificare tutti gli inserzionisti, soprattutto se legati alla politica e alla propaganda, per capirne posizione e legami. Intanto, Cambridge Analytica da due giorni ha attivato la sua strategia difensiva (che passa anche per l’attivare i propri avvocati contro i giornali che hanno diffuso notizie che definiscono diffamatorie). “Non abbiamo hackerato Facebook, né infranto le leggi, non abbiamo influenzato il referendum sulla Brexit – hanno scritto in una nota – raccogliamo dati solo con il consenso informato, stiamo conducendo un’indagine indipendente per dimostrare che non possediamo alcun dato, ne condivideremo i risultati”.

“Dubbi sulla fattibilità”. Le toghe romane critiche sul concordato Atac

Ci sono “problemi di legalità” e mancano “sufficienti garanzie sulla fattibilità” nel piano di concordato preventivo presentato da Atac a inizio febbraio. A sancirlo è la Procura di Roma nel suo parere sul documento elaborato dalla municipalizzata del trasporto del Campidoglio – gravata da 1,3 miliardi di debiti – per scongiurare il fallimento. Tra i dubbi avanzati dai pm c’è la reale incisività delle misure previste soprattutto per le perdite, dal 2010 al 2016, che sono state superiori a 100 milioni di euro l’anno. Il piano di Atac prevede di pagare 150 milioni di euro di crediti privilegiati nel 2019 – assieme a 12 milioni di spese – ed entro il 2021 il 31% dei crediti chirografari (193 milioni). La Procura individua criticità negli strumenti scelti dall’azienda per monetizzare come la vendita di 19 tra ex depositi ed immobili, per un valore stimato in 91,9 milioni sulla base di una perizia ritenuta inidonea. Il 30 maggio il Tribunale fallimentare deciderà se inviare all’assemblea dei creditori il concordato proposto dall’Atac.

Governo Lega-M5S, Rosato fa il gufo

Mettiamola così: la stima che portavamo a Ettore Rosato, esponente renziano tra i più autorevoli, ex capogruppo del Pd alla Camera, non è stata minimamente intaccata dalla performance da lui registrata l’altra sera a DiMartedì. La coerenza nell’argomentare, la chiarezza intellettuale unita allo stile oratorio rigoroso e mai approssimativo sono state esattamente quelle che gli conoscevamo e che del resto traspaiono dalla legge elettorale appena messa alla prova che ne porta a scanso di equivoci anche il nome.

Mai come martedì da Floris è stato chiaro che il Pd inteso come comunità di persone unite da un progetto politico comune è ufficialmente deceduto alle ore 23 del 4 marzo scorso e che quelli che vediamo vagare in giro in qualità di suoi dirigenti in realtà sono anime morte che brancolano da uno studio Tv all’altro farfugliando parodie di analisi, risibili tattiche e farsesche strategie che si smentiscono a vicenda.

Condotta in Tv la campagna elettorale coi successi noti, Rosato è tornato sul luogo del sinistro col compito di ribadire quel che Renzi, con una delle sue tante fallacie logiche, ha consegnato a Facebook sin dal primo istante e cioè: gli elettori ci hanno messo all’opposizione (mitomane com’è, quando perde una partita a tennis lui non dice che il suo avversario ha vinto: dice che la pallina, il campo, la rete e gli spettatori volevano vedere lui nelle vesti dello sconfitto).

Solo che a un certo punto, povero Rosato, s’è confuso (càpita alle anime in pena interrogate da Dante: non conoscono il presente, su cui prendono un sacco di strafalcioni) e ha detto, testuale: “Io guardo a un governo Lega-5Stelle come a un governo pessimo per il nostro Paese”.

Ai vivi legati alla logica aristotelica verrebbe da dedurre quel che già avevano intuito, cioè che il Pd si augura il peggio per il Paese e tifa per la sua distruzione; semplicemente stavolta, non potendo farlo attivamente, resta a guardare il crollo con stolida impartecipazione (poi i gufi eravamo noi). Solo che siccome non hanno gli attributi per l’ufficializzazione del progetto – maturato in virtù del calcolo e con la speranza che quando Salvini e Di Maio avranno distrutto l’Italia gli elettori pentiti torneranno in massa a votare Renzi, Boschi, Bonifazi, Lotti – s’ingarbugliano.

Tra questi fantasmi, quelli con un po’ di sale in zucca mostrano di sapere che le cose non stanno affatto così. Quella vecchia volpe di Franceschini, all’assemblea dei parlamentari a cui Renzi era assente essendo appena divenuto parlamentare, ha intimato a quelle anime prave “Basta stare a guardare”, cioè “non isperate mai di riveder lo cielo” se vi tirate fuori dai giochi; il tutto quando il neo capogruppo al Senato Marcucci, molto renziano dunque scomposto, bullistico, gassoso, aveva appena twittato: “Non vedo l’ora che facciano un governo M5S-Lega” e un vestigiale Orfini rilanciava: “Non possiamo non stare all’opposizione. I sovranisti hanno l’onere di governare l’Italia”. (Sanno che se i “populisti” fanno una legge elettorale con premio alla coalizione e si torna al voto, ci ritroviamo B. al governo e a quel punto al Pd non farà affatto schifo appoggiarlo in cambio di qualche cosarellina).

Vi risparmiamo i contributi fondamentali dei vari Martina, Orlando, Guerini e di tutte le nullità ossequiose prive di pensiero proprio o consapevoli di averne uno talmente nullo da poterlo barattare con quello del capo, finché importava a qualcuno; è bastato ascoltare l’imbarazzante Rosato (“Io spero che questo governo Lega-5Stelle fallisca”, e, 12 secondi dopo: “Io non voglio un governo che fallisca”) per capire che non sanno che pesci prendere, sono appesi ai capricci di uno statista fallito che non avendo altro orizzonte davanti a sé che la sistemazione propria e dei propri amici non sa indicare la strada nemmeno ai suoi compari di partito, figuriamoci alle masse che dovrebbero votarlo.

Debiti, Salvini pronto a dare la storica sede alla Procura

Ridotta a una sorta di bad bank, la Lega Nord fondata esattamente 34 anni fa (il 12 aprile 1984) da Umberto Bossi, è definitivamente cancellata, rimane in vita solo per i debiti. I gruppi parlamentari registrati nella nuova legislatura fanno riferimento al partito personale e personalistico del leader in felpa: Lega Salvini premier, fondato appena lo scorso dicembre. Un passaggio ideato dal Matteo nazionalista nel tentativo di mettere al riparo i fondi dalla Procura di Genova che ancora cerca gli oltre 40 milioni di rimborsi elettorali che la Lega Nord è stata condannata a restituire allo Stato in seguito a una condanna per truffa nei confronti del fondatore Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito. Il ragionamento di Salvini, riferito da uno dei suoi fidati generali, è quasi legittimo: “Il danno l’ha creato Bossi mica noi”. Per oggi è attesa la pronuncia della Cassazione che deve stabilire se la Lega è tenuta a restituire l’intera somma o se i magistrati liguri devono accontentarsi di ciò che sono riusciti a trovare sui conti del Carroccio: poco più di 2 milioni. Nel primo caso, la speranza di Salvini è quella di riuscire a limitare i danni ed è disposto a sacrificare la storica sede di via Bellerio, ormai in disuso e comunque difficile da vendere. In più i magistrati di Genova potranno sequestrare ciò che arriverà dai proventi del 2 per mille. Ma anche su questo fronte gli introiti saranno limitati perché è già stata inserita a fianco della possibilità di donare alla Lega Nord anche quella di versare al nuovo partito “Lega per Salvini premier”.

Un’operazione spericolata, tanto che come anticipato da L’Espresso due settimane fa, la Guardia di finanza sarebbe già impegnata in una nuova indagine per comprendere i movimenti economici compiuti dalle casse del Carroccio anche attraverso investimenti in Paesi esteri. Inoltre Giovanni Tizian e Stefano Vergine sul settimanale hanno rivelato l’esistenza di una misteriosa associazione, denominata “Più Voci”, utilizzata per raccogliere fondi. Salvini non ha voluto rispondere nel merito e ha poi minacciato querela, Giulio Centemero, tesoriere e presidente dell’associazione, al Fatto garantisce che “non è mai stata usata per raccogliere fondi tanto meno per il partito”, mentre le Fiamme gialle confermano l’esistenza di approfondimenti in corso.

Insomma anche la Lega felpata rischia di andare a sbattere contro l’iceberg già deleterio per la Lega bossiana: la magistratura. Ma proprio come Bossi ieri, Salvini oggi dovrà far fronte anche all’immancabile fronda interna che sta muovendo dalla Lombardia attorno a Roberto Maroni e che ha già individuato vari appigli nello statuto del nuovo partito depositato al Senato: le liste erano della vecchia Lega e soprattutto Salvini non può essere segretario di due differenti soggetti.

Al più tardi dopo l’estate sarà indetto il congresso e in quella sede si manifesterà la fronda. Gli eretici sono per lo più gli epurati dalle liste sia delle Politiche sia delle Regionali e qualche talebano del pensiero indipendentista che si ostina a fissare il confine del Sud d’Italia ad altezza Po. Al momento, l’unico esponente certificato del nuovo partito è il redivivo Roberto Calderoli, l’unico che riesce a sopravvivere a ogni lotta interna. Dopo aver assistito e accompagnato per venti anni e fedelmente Bossi, è riuscito a spalleggiare Maroni sin dalla cacciata del vecchio capo e del suo cerchio magico per poi, ancora una volta, sopravvivere al repulisti fatto da Salvini. È stato Calderoli poco prima della fine della legislatura a consegnare la costituzione del nuovo partito in Senato, iscrivendosi al Misto e poi da qui dar vita al gruppo. Né lui né l’altro “superstite” Giancarlo Giorgetti, diplomatico di ogni epoca leghista, possono nulla sul fronte economico, vero problema del partito salviniano. Il tesoriere Giulio Centemero al Fatto spiega che, nonostante i conti fossero stati sequestrati da Genova, per la campagna elettorale era sta trovato più di un milione di euro tra finanziamenti e raccolta tra i candidati tenuti a versare un obolo da 20 mila euro ciascuno. Gli eletti ora concorreranno al sostentamento del partito, ma il rischio è quello di doversi ritrovare a versare tutto al Tribunale di Genova. La pronuncia della Cassazione quindi è vitale per Salvini che potrebbe ritrovarsi ad aver affossato in pochi mesi la Lega Nord di Bossi e pure la sua nuova creatura.

La scalata scalza di Zingaretti

La scalata soft di Nicola Zingaretti al Pd inizia a piedi nudi, con una lunga intervista sull’ultimo numero di Vanity Fair. Nel servizio anche un paio di fotografie in pose glam, scalzo, sul divano e sul parquet di casa. Il governatore del Lazio, appena confermato, si racconta al magazine tra aneddoti personali e dettagli intimisti: “Sai quando cammini sul bagnasciuga, tu non te l’aspetti, lei arriva e ti ritrovi tutto bagnato? Ecco per me la politica è stata una cosa così. Non l’ho mai scelta, mi ci sono ritrovato in mezzo, zuppo”. Un’onda – sottolinea l’intervistatrice – che il 4 marzo ha travolto tutto il Pd, tranne lui. Ecco la ragione della copertina: Zingaretti, come si conviene, racconta il suo privato per prepararsi all’ascesa pubblica. Nel Pd del dopo Renzi molti non aspettano che lui.