Per oliare gli ingranaggi e mettere le mani su commesse della Presidenza del Consiglio, gli imprenditori David Biancifiori (che in un’intervista si definì lo “Scarface della Tv”) e il fratello, hanno garantito a ex funzionari di Palazzo Chigi, secondo i pm, mazzette ma anche tablet, telefoni cellulari, biglietti aerei, vacanze in resort e perfino un pianoforte. Per questa vicenda, che risale al periodo compreso tra il 2009 e il 2014, rischiano di finire sotto processo 11 persone con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta. Nei giorni scorsi è stata notificata la chiusura delle indagini, atto che di norma precede la richiesta di rinvio a giudizio. Tra gli indagati il generale Antonio Ragusa, accusato di essersi mosso in favore dei Biancifiori quando ricopriva il ruolo di capo del Dipartimento per le risorse strumentali a Palazzo Chigi. Il provvedimento della Procura riguarda anche alcune persone legate ai due imprenditori. Indagati per concorso in turbativa, per fatti commessi nel 2009, anche Roberto Gasparotti e Giovanni Mastropietro, all’epoca rispettivamente curatore dell’immagine e direttore della fotografia dell’ex premier Silvio Berlusconi.
Orlando attacca i compagni hater: “Ecco il livello del dibattito nel Pd”
Andrea Orlando ha intrapreso una sua personale missione all’interno del Pd: mostrare come agiscono i manganellatori social, quelli che militano nel suo partito (ma nella maggioranza renziana) e riempiono di insulti personali i suoi interventi su Facebook. Dall’8 aprile il ministro sta ripubblicando alcuni dei messaggi più virulenti per mostrare, afferma, “come si discute ormai tra di noi”. Non solo quelli nei suoi confronti, ma anche verso le altre voci autonome. L’ultimo, per esempio, è dedicato a Matteo Richetti. Lo scrive – in un italiano rivedibile – tale Giovanni Rappo: “Richetti è della stessa specie di Civati, la gelosia del non primeggiare, invidia giudea”. Sottolinea Orlando: “Qui non ci si fa mancare nemmeno l’antisemitismo”. Il 9 aprile invece il Guardasigilli ha pubblicato un intervento di una pagina non ufficiale della galassia social Pd: “Un fantomatico Osservatorio Democratico lancia la petizione per espellermi dal Pd, insieme a Gianni Cuperlo, Michele Emiliano e Francesco Boccia. Questo è un esempio di quello che dicevo, c’è bisogno di colpire l’interlocutore”. Qualche settimana fa invece Orlando aveva risposto personalmente – sempre su Facebook – a un messaggio molto polemico del renziano Luciano Nobili “ci accusa di clientelismo, come un grillino, deve delle scuse all’intera comunità”.
I Giovani democratici fanno il funerale all’ex segretario
Sorpresa: il funerale a Renzi l’hanno fatto i giovani del Pd. Quelli del circolo Balduina, quartiere residenziale e benestante di Roma (e bastione della destra capitolina). Un funerale ironico, per carità: la locandina dell’evento Facebook “R.i.p.arty” – una festa organizzata dai Gd del quartiere, guarda caso venerdì 13 aprile – è un disegno dell’ex segretario con alle spalle una bara spalancata. L’intento satirico forse non è stato compreso – sicuramente non apprezzato – dai dirigenti “adulti” del partito romano. La più autorevole censura è arrivata dal renzianissimo Luciano Nobili, appena eletto alla Camera grazie a un posto blindato nel listino di Roma, ma ancora con un sacco di tempo libero in attesa dell’inizio della legislatura: “Quello che ho appena scoperto è di una gravità senza precedenti – ha commentato –. Neanche i troll più sanguinari del M5S e della Lega sono mai arrivati a un’indecenza simile. Sono stato nel 2007 uno dei fondatori dei Giovani Democratici. Oggi mi vergogno dell’organizzazione che ho contribuito a far nascere”.
Eppure l’intento goliardico dell’iniziativa era piuttosto evidente. Bastava leggere il testo che accompagna la locandina: “Durante la campagna elettorale percepivi un certo malessere? Il 4 marzo ti ha svuotato di ogni energia? La Casellati presidente del Senato ti ha dato il colpo di grazia? Festeggiaci su e R.I.P.ARTY”. E poi: “Se non bastasse, prova a pensare che solo tra poche ore Di Maio o Salvini potrebbero essere incaricati come presidente del Consiglio”. Il segretario dei Gd di Roma, Guido Staffieri, ha provato a sgonfiare il caso politico: “I ragazzi del municipio 14 da sempre fanno locandine satiriche molto forti, le hanno fatte anche su Marino o sul Papa, e non è mai successa nessuna polemica”. Renzi non c’entra: “Siamo stati al suo fianco in ogni battaglia, anche con idee diverse perché la maggioranza dei Giovani democratici non è mai stata particolarmente renziana”.
Il prof: “Senza Matteo non esistiamo. Per fregarlo è stata manipolata la realtà”
Renzista prego.
Perché non renziano?
Perché sostengo con ogni briciolo di muscolo del mio corpo la politica di Matteo, ma non faccio parte del suo giro.
Lo ama ma non è tra gli adulatori.
Lo conosco ma non lo frequento, lo applaudo ma non gli sto sotto a stringergli la mano. Amo la sua politica ma non metto la sua foto a tracolla.
Tra i combattenti renziani che andrebbero insigniti della medaglia d’oro al valore, non c’è dubbio che figura Ugo Di Tullio, docente all’Università di Pisa. Afferma che Renzi sia stato fregato dalla “realtà seconda”.
I sociologi con questa espressione definiscono la realtà mediata, quella che arriva a me grazie al suo lavoro.
Saremmo noi giornalisti che abbiamo triturato l’effigie, non lui che ha sballato politica.
Sballato? Mi dia un altro leader più carismatico, più concreto, aperto alla modernità, legato al riformismo, capace di illuminare un percorso e dare un senso a un partito.
Sì, quello. Il re della rottamazione.
Esatto.
E lei non ricorda che è stato anche il re della disintermediazione? Con i tweet parlava al popolo. Evidentemente il popolo non conosceva il suo account.
Lì il difetto, il punto di crisi. Aver assistito, senza riuscire ad arrestarla, alla manipolazione del suo pensiero, alla precipitazione della sua personalità e allo svillaneggiamento della sua politica. Il grande guaio, il buco nero.
Ha preso batoste in fila, ma lei afferma che meglio di lui su piazza non ce n’è.
Io affermo? Gentile signore è la realtà che ce lo dice. Lui ha fatto il passo indietro, obbligato dalla sconfitta, ma il nerbo della sua politica resta visibile, integro e si percepirà nel prossimo futuro quanto sia imprescindibile.
Professore, lei non sarà adulatore ma eccede con gli urrà.
Illustro i prossimi passaggi.
Il governo.
Solo un pivello della prima ora ritiene che sia plausibile lo scenario del voto anticipato. Il presidente della Repubblica troverà la soluzione.
Sa oppure intuisce? Presume o profetizza?
Faccio un altro mestiere, ma bisogna essere degli ingenui per immaginare che l’Italia un governo non se lo darà.
Grillini e leghisti insieme?
Il coach si chiama Mattarella. Le combinazioni sono tante, lasciamo che il vento alzi la polvere.
E teniamoci stretto Renzi.
È lì. Ora non deve muoversi. Fa il senatore semplice, e benissimo sta. Questo è l’esito elettorale a cui deve inchinarsi. Vedrà che senza di lui nulla si potrà combinare. Si chiama capacità inerziale.
Senza di lui il Pd non esiste?
Il partito non esiste e forse, ma questa è una considerazione personalissima, neanche un governo esisterà.
Dovremo aspettare che Renzi si convinca, dunque. Per adesso sta all’opposizione.
Lo schema di governo è di là da venire. È possibile che il Pd stia all’opposizione ma è anche ipotizzabile che le maggioranze più gettonate non trovino l’accordo.
E a quel punto, zac, ecco Renzi.
A quel punto, se davvero giungeremo lì, il capo dello Stato dovrà percorrere altre strade e ciascuna di esse attraverserà l’accampamento del Pd.
Si scrive Pd ma si dice Renzi.
Bravo, esattissimo.
Il leader.
Lui e nessun altro. Matematico.
Peccato che la “realtà seconda” lo abbia fregato.
Un gran peccato, da mordersi le mani.
Pd, donne in rivolta e “data di scadenza” anche per Martina
“Il tema non sono le correnti dei maschi”. Francesca Puglisi, ex senatrice, a un certo punto marca la distanza da quello che è il dibattito congressuale nel Pd, anche con una battuta. Perché mentre nelle stanze del Nazareno Matteo Renzi, Andrea Orlando, Maurizio Martina, Matteo Orfini e una serie di altri dirigenti (maggioranza schiacciante di uomini) stanno litigando per salvaguardare ciascuno i propri opposti obiettivi, un gruppo di donne ha messo giù un appello, che in poche ore ha raggiunto 450 firme (tra parlamentari e ex parlamentari, assessore regionali e comunali, iscritte) per denunciare la mortificazione della componente femminile da parte dei vertici dem. “Nella scorsa legislatura, anche grazie alle primarie con la doppia preferenza di genere, eravamo il gruppo più rosa del Parlamento. Abbagliate dal primo governo con il 50 e 50, ci siamo fidate. Abbiamo pensato: è fatta. Un errore politico fatale che non ripeteremo mai più. Mai più pluricandidature femminili di poche per far eleggere molti uomini”, dice testualmente il documento. Non viene citato l’autore delle liste, ma il riferimento è evidentemente alla scelta di Renzi di candidare in più posti una serie di donne, solo per far scattare i colleghi uomini. Maria Elena Boschi, Marianna Madia e Rosa Maria Di Giorgi sono state candidate in 6 collegi. E altre due in cinque collegi: Lucia Annibali e Simona Malpezzi. “Sono bastate le pluricandidature di 8 donne per escludere 39 candidate e favorire l’elezione di altrettanti uomini”, denunciano le firmatarie di Towanda dem, slogan mutuato dal film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”. Il risultato vede il Pd come il quarto gruppo per presenza femminile in Parlamento: 19 senatrici su 52 e e 32 deputate su 115.
Va detto che il documento è nato da un incontro di ex senatrici, tutte o non messe in lista oppure messe in posizione non eleggibile (oltre alla Puglisi, pure Valeria Cardinali, Erica D’Adda, Emilia De Biasi, Camilla Fabbri, Elena Ferrara, Rosanna Filippin, Laura Puppato) insieme alle responsabili regionali del partito in Emilia Romagna, Veneto e Umbria. Donne che evidentemente hanno subìto la scelta dei vertici. Renzi ha premiato la fedeltà più che il merito: chi è rimasto fuori non glielo perdona. Tra le firmatarie ci sono anche ex parlamentari come Marina Sereni o Silvia Velo, la prima vicina a Franceschini (non messa in lista), la seconda uscita sconfitta da un collegio uninominale.
Qual è l’obiettivo? “Vogliamo iniziare a lavorare sui contenuti a partire dalle diseguaglianze non solo di genere e ridarci un’organizzazione che era stata annullata”, spiega la Puglisi. Intanto come prima cosa presenteranno un odg all’Assemblea. E chissà che non diventino una cordata che può arrivare a scegliere un segretario (o una segretaria). Tra le firmatarie c’è anche Elisabetta Gualmini, vicepresidente dell’Emilia Romagna, che è stata tra le più accese sostenitrici della riforma costituzionale targata Renzi. “È un segnale che nelle prossime ondate non bisogna arretrare sui profili femminili”, spiega.
Ieri intanto l’ex premier ha fatto un punto con i suoi fedelissimi in Senato: la linea continua ad essere quella di chiedere il congresso senza eleggere un segretario, a meno che Maurizio Martina non accetti di scadere prima delle Europee della primavera 2019. “Mandato a tempo? Non credo al Pd serva un commissario liquidatore o un passacarte, ma un lavoro per riprendere i fondamentali del nostro progetto”, ha detto però ieri il Reggente. Dopo che anche gli orlandiani hanno espresso perplessità sulla sua candidatura. “Era il vice di Renzi”, ha detto il Guardasigilli. A questo punto, i renziani stanno cercando un nome da contrapporgli. Tanto per convincerlo a farsi indietro. Si discute poi sulle date: o l’autunno, o, più probabilmente, febbraio.
Consip, Renzi non aiuta Lotti. “Non so di litigi con Marroni”
Quello che interessava i magistrati romani era capire i rapporti tra il manager Luigi Marroni e il ministro dello Sport Luca Lotti. Insomma, i pm titolari dell’indagine Consip volevano sapere se tra i due ci siano stati contrasti tali da giustificare l’accusa, mossa dall’ex Ad della centrale pubblica degli appalti, di esser stato messo in guardia dalle intercettazioni in corso anche da Lotti. E su questo, l’ex premier, ora senatore, Matteo Renzi – citato nelle indagini difensive dell’amico – non avrebbe dato una grande mano al ministro. Sentito il 5 aprile come persona informata sui fatti dai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi, alla presenza del procuratore capo Giuseppe Pignatone, Renzi avrebbe spiegato, in sostanza, di non essere a conoscenza di contrasti tra i due. I rapporti, insomma, erano normali. Istituzionali.
Eppure era stato lo stesso Lotti, durante il confronto con Marroni il 29 marzo, ad avallare l’ipotesi, seppur velata, di una possibile amarezza per non essere stato, in passato, tra i sostenitori della sua nomina, peraltro voluta da Renzi. Anche dopo aver ascoltato l’ex premier, per gli investigatori però la sostanza non cambia: resta la parola del ministro, che nega di essere l’autore della soffiata, contro quella del suo accusatore. A Renzi non sono state fatte domande sul padre, Tiziano, indagato in un altro filone di indagine per traffico di influenze illecite.
La vicenda che coinvolge Lotti risale al 20 dicembre 2016. Quel giorno i pm partenopei (poi l’indagine è passata a Roma per competenza) entrano negli uffici Consip e chiedono a Marroni perché avesse fatto togliere le cimici dal proprio ufficio. L’ex Ad spiega: “Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (presidente della fiorentina Publiacqua, ora indagato per favoreggiamento, ndr), dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Lotti di essere intercettato”. Ferrara, a sua detta, lo avrebbe saputo dall’ex Comandante generale dell’Arma Tullio del Sette. Versione che Ferrara, sentito a Roma, non ha confermato (è stato poi indagato per false informazioni ai pm). Ai carabinieri del Noe, il 20 dicembre 2016, Marroni aggiunge: “A luglio 2016, durante un incontro, Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l’imprenditore campano Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore”. Dopo queste accuse, il ministro, coi generali Del Sette e Saltalamacchia, viene indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento.
Marroni è stato poi risentito dai magistrati capitolini e ha confermato, seppur con alcune precisazioni, le sue accuse. Nel caso di Lotti ha collocato l’incontro della “soffiata” non a luglio, ma probabilmente il 3 agosto 2016, in Largo Chigi, negli uffici della Presidenza del consiglio. Lotti non ha negato l’incontro ma ha spiegato di non aver rivelato alcunché: non era neanche a conoscenza dell’indagine napoletana.
Dei rapporti tra i due è stato chiesto, come detto, anche a Matteo Renzi durante l’audizione del 5 aprile. L’ex premier, oltre a dire di non essere a conoscenza di contrasti, ha anche raccontato la genesi della nomina di Marroni, già manager di un’azienda del gruppo Fiat e poi direttore generale dell’Asl di Firenze. In quel ruolo, ha spiegato, non voleva un renziano e quindi la scelta è ricaduta su Marroni, all’epoca vicino al governatore Enrico Rossi, oggi in LeU.
Marroni, dal canto suo, nega rimostranze nei confronti del ministro. Il suo legale, l’avvocato Luigi Ligotti, per dimostrarlo depositerà alcune mail tra il manager e Lotti, in cui si parla dei dati della legge di Bilancio ma anche di due nomine interne all’ente. Da quel carteggio, secondo il legale, emerge un “rapporto di serena collaborazione che Marroni ha avuto con il sottosegretario e con tutto il governo guidato da Matteo Renzi”. “Sorprende, e non poco, che Marroni senta la necessità di produrre oggi le email con il ministro dopo quasi due anni dalle sue prime dichiarazioni e soprattutto tramite un difensore. Come si fa a non pensare che tema di essere tacciato di falsità? Nessuno ha mai negato rapporti istituzionali” è il commento – riporta l’Ansa –, dell’entourage del ministro dello Sport.
L’audizione di Matteo Renzi, quindi, non ha cambiato la situazione rispetto a quanto emerso dopo il confronto tra Lotti e Marroni: nessuno dei due cambia versione. Ma qualcuno in questa storia sta mentendo.
Twitter @PacelliValeria
Scajola abbandonato anche dal nipote: “Non lo appoggiamo”
Quando si dice che non ti votano neanche i parenti… La triste parabola dell’ex ministro Claudio Scajola si consuma in quello che una volta era il feudo personale di Imperia. “Sciaboletta” – soprannome che Scajola non ha mai apprezzato – è candidato alla poltrona di sindaco. Ieri però è arrivata la coltellata di Forza Italia. E soprattutto, del nipote Marco: “Spiace per mio zio, ma Forza Italia non l’appoggerà alle Comunali di Imperia e correrà con il proprio simbolo per il candidato indipendente Claudio Lanteri insieme con la coalizione di centrodestra”. Marco Scajola, oltre che (rinnegato) nipote d’arte, è assessore regionale nella giunta ligure di Giovanni Toti. “Non nascondo un grande dispiacere – aggiunge – che mi auguro sia rispettato, poiché in campo, legittimamente, è sceso anche Claudio Scajola, mio zio, che stimo e a cui voglio e vorrò sempre molto bene. Ma i sentimenti e le emozioni non possono condizionare l’appartenenza a una squadra, a un progetto e neppure la coerenza politica che ho sempre dimostrato. Il centrodestra deve presentarsi sempre unito, ogni altra strada non è percorribile”.
Tagli ai vitalizi, Casellati tira dentro anche i forzisti
Nella partita politica che riguarda il taglio dei vitalizi degli ex parlamentari anche Forza Italia vuole dire la sua. Si è parlato anche di questo, durante l’incontro tra i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Al termine la senatrice di Forza Italia ha sancito l’apertura del partito di Berlusconi: “Auspico che i Senatori Questori avviino quanto prima, assieme ai colleghi della Camera, l’ annunciata istruttoria congiunta sul tema dei vitalizi. L’ obiettivo è quello di dare corso a un confronto a tutto campo e di trovare rapidamente soluzioni e modalità condivise”, ha dichiarato Casellati. Una proposta a cui ha replicato subito il questore anziano Antonio De Poli (Noi con l’Italia): ”Accolgo positivamente le sollecitazioni espresse dal Presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati: già da domani (oggi, ndr) ci sarà un primo incontro tra i due Collegi dei questori di Camera e Senato”. Ieri peraltro sul tema vitalizi doveva tenersi una conferenza stampa dei deputati Pd Alessia Rotta e Roger De Menech. Alla fine è saltata: sul tema i dem si muovono ancora con cautela, con il timore di offrire un assist al Movimento 5 Stelle.
Cdp va su Tim, Vivendi tratta su Mediaset e Confalonieri va a pranzo con Luca Lotti
“L’operazione di sistema” su Telecom Italia prende corpo. Ieri è arrivato un segnale importante sulla determinazione dell’uscente governo Gentiloni – supportato anche da Forza Italia, Lega e M5S – di riportare sostanzialmente nell’alveo pubblico la rete telefonica sottraendola al controllo dell’ex monopolista. La Consob ha comunicato che la Cassa Depositi e Prestiti ha messo a segno il rastrellamento di azioni Tim (ora si chiama così) annunciato giovedì scorso. In soli tre giorni di Borsa ha messo insieme un pacchetto pari al 4,26% del capitale che peserà nelle due assemblee del 24 aprile e del 4 maggio a fianco di quello del fondo americano Elliott (8,85 per cento).
Il governo italiano e il fondo speculativo americano, la strana coppia, cercheranno di scalzare la francese Vivendi di Vincent Bollorè, oggi al comando con il 23,94%. Decisivo sarà il voto dei fondi d’investimento, che di regola si presentano in assemblea con una quota di capitale complessivo del 30-35 per cento. L’orientamento prevalente sembra a favore di Elliott e questo spiega il nervosismo degli uomini di Bollorè, il boss di Vivendi, che hanno incaricato fior di avvocati per una fiera battaglia legale sull’ordine del giorno dell’assemblea del 24. Né la Cdp né la Consob hanno dato alcuna spiegazione su come sia avvenuto il rastrellamento delle azioni. Si sa solo che il colosso statale ha incaricato degli acquisti Bank of America e Morgan Stanley. Tra l’annuncio del rastrellamento e quello del suo compimento, Cdp ha buttato sul mercato 700-750 milioni di euro e il titolo Tim è cresciuto solo del 15%.
Il grosso degli acquisti è passato dai blocchi (transazioni dirette senza passare dal listino), ma nessuno sembra chiedersi se le due banche incaricate abbiano fatto la questua in tre giorni o l’operazione fosse stata già preparata nelle settimane precedenti. La Commissione che vigila sui mercati finanziari è impegnata in questi giorni con la nomina del nuovo presidente Mario Nava che, se non rinunciasse al suo impiego presso la Commissione europea, dovrebbe essere dichiarato incompatibile dagli altri quattro commissari.
La Cdp da parte sua non fornisce dettagli su come ha allestito il pacchettone di azioni, come se fosse una società privata che non deve rendere conto a nessuno. Nel frattempo, la stessa Vivendi ha informato l’Autorità di garanzia per le comunicazioni di aver congelato, trasferendole alla fiduciaria Simon – intestata alla Ersel della famiglia torinese Giubergia e in passato legata all’avvocato degli Agnelli Franzo Grande Stevens – oltre il 19 per cento delle azioni Mediaset. Così i francesi scendono sotto il 10 per cento con largo anticipo sulla scadenza di legge. Un gesto distensivo verso B. che ieri, assieme alla vicenda Tim, è stato al centro di un faccia a faccia tra il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e il renziano ministro dello Sport con delega all’editoria Luca Lotti. Il Biscione ha in piedi una causa per danni da 3 miliardi con Bollorè per l’intricata vicenda del mancato acquisto di Premium. Il nodo della tv a pagamento, però, sembra sciolto dal recente patto con Sky.
Ora due sono le strade. La prima: tutto si risolve in un accordo di sistema in cui le ferite di ciascun contendente vengono lenite dal magico unguento del denaro pubblico. La seconda: Bolloré decide di vendere cara la pelle. A quel punto non si può escludere nulla, neppure che il finanziere bretone lanci un’Opa (offerta pubblica d’acquisto) per riprendere il pieno possesso di Tim.
Modello tedesco: il contratto decide perfino i dettagli
In Germania il contratto di coalizione orienta l’attività di governo e non ha niente a che vedere con quello che Silvio Berlusconi nel 2001 presentò nello studio di Bruno Vespa. Il Koalitionvertrag è un accordo di legislatura che i partiti tedeschi sottoscrivono e al quale vincolano la loro attività. Anche se porta questo nome, si tratta solo di una dichiarazione d’intenti: formalmente, insomma, non ha alcun valore legale. E, sempre formalmente, non lo avrebbe nemmeno dal punto di vista politico poiché il mandato di ciascun parlamentare è libero. Ma in Germania le acrobazie politiche, le scissioni e le transumanze da un partito all’altro sono cose di cui si occupano i giornalisti corrispondenti dall’Italia.
Il contratto è frutto di trattative serrate nel corso delle quali ciascun partito prova a far coincidere più punti possibili del programma con il quale ha chiesto il voto agli elettori (ovviamente non contempla eventi eccezionali: per esempio l’addio al nucleare deciso da Angela Merkel nel 2011 dopo il disastro di Fukushima o l’apertura straordinaria delle frontiere, sempre voluta dalla cancelliera nel 2015 per accogliere l’ondata di migranti in fuga dalla guerra).
Si tratta di un documento dettagliato che contiene assai più che i soli principi ispiratori dell’azione di governo. Nel contratto siglato recentemente dai partiti dell’Unione (Cdu e Csu) e Spd, per dire, viene perfino fissato il numero massimo di ricongiungimenti familiari per i richiedenti asilo (fino a mille al mese). Oltre al programma, contano i tempi, cioè le priorità e quelle dipendono sia dalle intese fra i partiti sia dall’abilità dei singoli ministri.
Il primo Koalitionvertrag tedesco risale al 1961 e venne sottoscritto da Cdu, Csu e dai liberali della Fdp. Contrariamente ai piani, l’accordo divenne pubblico ed emerse l’esistenza di una “commissione per il contratto”, una sorta di nuovo organo di garanzia, costituzionalmente inesistente. L’accordo fu ridiscusso l’anno seguente, in seguito al cosiddetto “affare Spiegel” che costò il posto di ministro della Difesa a Franz Josef Strauss nel gabinetto Adenauer. L’aggiornata versione del documento non faceva più riferimento né al contratto né alla commissione. La formula venne riesumata nel 1998 da Spd e Grüne (i Verdi) e rinnovato nel 2002 dalla stessa coalizione. Tra il 2005 e il 2009 il contratto è stato firmato da Cdu/Csu e Spd, nella diciassettesima legislatura dagli stessi partiti dell’Unione e i liberali e in quella successiva, così come in quella attuale, di nuovo da Cdu/Csu e socialdemocratici.
La strada che ha portato all’ultimo contratto è stata complessa e la Germania ha dovuto attendere quasi sei mesi dopo il voto (mai così a lungo) per avere un nuovo governo. Dopo le elezioni di settembre e due giri di consultazioni a vuoto, la Spd, sconfitta alle urne così come Cdu e Csu, aveva accettato di discutere di un possibile governo su pressione del presidente della Repubblica Steinmeier. Agli inizi di gennaio è bastata una settimana ai tre movimenti popolari per trovare l’intesa quadro per la riproposizione della Grosse Koalition (GroKo). La Spd ha faticato di più a convincere il proprio partito ad accettare il confronto sul programma prima di tuffarsi nella stesura del contratto, che è poi stato sottoposto al referendum fra i tesserati.
Il quarto esecutivo guidato dalla Cancelliera è basato su un contratto di 177 pagine chiamato “Un nuovo inizio per l’Europa, una nuova dinamica per la Germania, una nuova coesione per il nostro Paese”. Nel testo, tra le altre cose, si parla di investimenti di 2 miliardi di euro per la realizzazione di istituti di formazione a tempo pieno e di 5 miliardi per la digitalizzazione delle scuole. Si prevede l’assunzione di 8 mila persone nel settore della sanità e dell’assistenza, nonché l’inserimento di 13.500 lavoratori per sicurezza e giustizia. Si garantisce che l’importo della pensione, almeno fino al 2025, non scenderà sotto il 48% dello stipendio. Si stabilisce l’aumento degli assegni familiari a 25 euro mensili per ogni figlio. Si fissa la quota di accoglienza di migranti tra i 180 ed i 220 mila l’anno. Si istituisce un fondo tra i 10 e i 12 miliardi a supporto di una rete di connettività ad alta velocità. Ci si impegna a investire fino al 3,5% del Pil in ricerca e sviluppo e a realizzare 100 mila stazioni di ricarica per veicoli elettrici entro il 2020.
Prima di venire dimissionato, il segretario della Spd Martin Schulz è riuscito a ottenere un confronto di metà legislatura del Koalitionvertrag, un’operazione politica che dovrebbe consentire al suo, ma anche agli altri partiti, di “smarcarsi” in vista dei nuovi appuntamenti elettorali.