Parlamento. L’assenteista Renzi, la Carta e le missioni a tema libero

 

Mentre al Senato si votava il DDL Zan, il senatore Renzi era all’estero a svolgere un incarico retribuito. Come se un medico ospedaliero stesse operando, in orario di servizio, presso una clinica privata. I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione (art. 98 della Costituzione). Come mai non vale anche per i parlamentari?

Cordiali saluti.

Domenico Forziati

 

Gentile Forziati lei cita l’articolo 98 della Costituzione. Io aggiungo il 54 della nostra Carta: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Quale disciplina e quale onore, allora, accompagnano il senatore Matteo Renzi quando diserta Palazzo Madama per essere ospite ben pagato del principe saudita bin Salman, mandante dell’omicidio Khashoggi? Non solo: oltre a quella sul ddl Zan, il capetto di Italia Viva ha saltato il 60 per cento delle sedute? Motivo: i suoi frequenti viaggi all’estero per ragioni lobbistiche, diciamo così, e anche le presentazioni dei suoi libri in Italia. Lei giustamente pone la questione in termini legalitari, che precedono quelli etici, con il citato articolo 98. In realtà il Parlamento conserva alcuni privilegi da Casta. È il caso delle cosiddette missioni. Un deputato o un senatore che sta in missione non solo non perde i soldi ma non è neanche tenuto a giustificare le ragioni dell’assenza. Addirittura, quotidianamente, i partiti si dividono le fette della torta delle missioni per salvare questo o quel collega. Qualche settimana fa, sul “Fatto”, Ilaria Proietti ha rivelato un altro scandalo: quello di Marta Fascina, deputata azzurra e soprattutto nuova fidanzata convivente dell’ex Cavaliere nonché Pregiudicato Silvio Berlusconi. Fascina è tra le più assenti di Montecitorio ed è perennemente in missione grazie al suo gruppo. Il suo compito è di accudire il prediletto Silvio, giorno dopo giorno. Sì, ha letto bene. La sua missione (che noi paghiamo) è l’amore per Silvio. A proposito di B. e per tornare a Renzi. Un ex ministro del Pd mesi fa mi fece una battuta tagliente: “I soldi stanno a Renzi come il sesso a Berlusconi”. E ho detto tutto.

Fabrizio d’Esposito

MailBox

 

Memoria cortina: viva gli evasori, morte al Rdc

Solo se controlli, trovi i delinquenti. Il primo comandamento del buon governo ha funzionato anche per il Reddito di cittadinanza, permettendo all’Arma di scovare percettori abusivi per una somma di oltre 40 milioni di euro. Quanto basta a Salvini e Meloni per scagliarsi contro l’unica misura contro la povertà. Quando invece si parla di evasione fiscale (oltre 100 miliardi di euro!) e sono i ricchi ad essere pizzicati, allora la destra gronda comprensione da tutti i pori. Come quando, a Capodanno 2012, vi fu la clamorosa verifica a Cortina d’Ampezzo, con finanzieri in borghese vicini alle casse dei negozi di lusso: l’obbligo dello scontrino portò un incremento degli incassi del 400%. Allora i vari Cicchitto e Santanché parlarono di “operazione mediatica” e di “polizia fiscale”, con la Gelmini risentita perché il blitz faceva passare “l’idea che la ricchezza sia un male”. Cose da pazzi, signora mia.

Massimo Marnetto

 

I trilioni nel cassetto e i servizi senza un euro

Draghi, al meeting Cop26 di Glasgow, ha detto che ora ci sono trilioni di soldi pronti e bisogna spenderli per il cambiamento climatico. Ma nessuno, invece di pendere adoranti dalle labbra Mister Bce, si è chiesto da dove arriverebbero quei soldi? Come è possibile che siano saltati fuori di colpo, dopo un decennio in cui mezzo mondo è economicamente indebitato e l’altra metà rovinato? I soldi non sono chiusi nei cassetti né pendono dagli alberi. Perciò sorge una domanda: perché quando c’è da costruire ospedali, scuole, asili, strade o alzare le pensioni e calare le tasse, i soldi non ci sono mai?

Albertina Lodi

 

La Terra brucia e i grandi del G20 inquinano di più

Tra le notifiche sul computer trovo sempre notizie allarmanti sulle emissioni di Co2, in salita a livelli record. Mi piacerebbe sapere perché il G20 tenutosi di recente a Roma, e finito in un flop, non si sia svolto in versione “smart working”: ciascuno dei leader mondiali si sarebbe collegato comodamente da casa. Invece no, hanno preferito partecipare a questa “scampagnata” portandosi un codazzo di Suv (solo Biden 85) e godendo della pasta “cacio e pepe” offerta da Mario Draghi, come titolava qualche autorevole quotidiano. Sono poi volati a Glasgow, inquinando nuovamente, per partecipare alla Cop26, la conferenza mondiale sul cambiamento climatico. Credo che questa élite di scriteriati ci stia prendendo in giro. Sono in montagna e vedo con i miei occhi lo spaventoso restringimento dei ghiacciai; gli animali rimangono disorientati; migrazioni e quant’altro subiscono mutamenti. I passi avanti sono piccoli e non possiamo aspettare il 2050 o addirittura il 2070, quando tutto sarà andato a rotoli.

Daniela Pulvirenti

 

Case abusive, il signor Ennio e lo Stato assente

L’ultima delle occupazioni abusive, a Roma, (quella della signor Ennio, ultraottantenne) da parte di chi non ha nulla da perdere, ha riproposto il problema. Le case occupate avrebbero raggiunto la ragguardevole cifra di 50 mila. Se lo Stato non riesce a garantire il rispetto della proprietà privata allora è responsabile dei danni, che devono essere pagati con parte del bottino accumulato attraverso l’Imu. Troppo comodo riconoscere la proprietà privata solo per le tasse, e ignorarla quando c’è da tutelarla e da pagare i danni.

Andrea Bucci

 

Salvini&Giorgetti, la lite è solo una grande recita

Mentre Bruxelles, forse per la prima volta da quando è premier Draghi, non accetta il Ddl concorrenza perché troppo generico; e mentre il Covid rialza la testa e si parla di terza dose, i Partiti cercano di trovare l’unità interna, uscendo dalla frammentazione. E, a questo proposito, mentre Conte e i 5S si ricompattano eleggendo Mariolina Castellone come Capogruppo della Camera, Salvini convoca il Consiglio federale della Lega. Mentre Giorgetti rinnega subito la sua critica al segretario, lasciando, però, il sospetto di fare il gioco delle parti. In altri termini, mentre Salvini sta dentro il governo Draghi e lo critica come fosse all’opposizione, Giorgetti dall’interno del governo critica Salvini, ma nel partito condivide il suo segretario. Potremmo anche dire – mutuando dai film polizieschi americani – che i due leghisti svolgono il ruolo del detective buono e di quello cattivo, ma alla fine saranno sempre d’accordo.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

3ª dose ai ricchi, poveri a secco e il Covid galoppa

In Italia siamo pronti alla terza dose, in Israele addirittura alla quarta. Ma visto che siamo in pandemia, cioè un’epidemia globale, come possiamo vincere la battaglia se a fronte di vaccinazione multiple nei Paesi ricchi si contano vaccinazioni zero (o quasi) in quelli poveri? Così la pandemia durerà a lungo: vogliamo arricchire gli azionisti delle multinazionali del farmaco senza mai liberarci del contagio? Quanto altro tempo, e quanti altri morti dovranno passare prima che ci si decida a abrogare i brevetti e permettere a tutti l’accesso al vaccino? Si dice che solo la fiala ci salverà, e poi, senza vergogna, lo neghiamo a miliardi di esseri umani perché non hanno i soldi richiesti dalle case farmaceutiche? Come mai nessuno punta il dito contro chi nega il vaccino a così tante persone in tutto il mondo?

Mauro Chiostri

Peccato di tedio. E Dio annoiato creò Adamo ed Eva (che si stufarono e mangiarono la mela)

“In principio era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio annoiatosi della noia creò la terra, il cielo, l’acqua, gli animali, le piante e Adamo ed Eva; i quali annoiandosi a loro volta del paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall’Eden” ( Alberto Moravia, La Noia).

Senza negare le conseguenze e i guai che il peccato originale ha causato nella vita di noi mortali, in effetti si può capire che i nostri progenitori, Adamo ed Eva, reclusi in un posto, anche gradevole come l’Eden, non avessero grandi occasioni per divertirsi. Che fai tutto il giorno nel giardino dell’Eden? Indubbiamente era un luogo paradisiaco quello dove Dio li aveva messi a vivere, ma non basta.

I primi giorni una passeggiatina nei campi fioriti, un bagnetto nel ruscello, una carezza a un ippopotamo, una corsetta a cavallo di una zebra, ma poi? Ha ragione Moravia, una noia abissale, specie la sera che nell’Eden non mi risulta ci fossero locali aperti, né svaghi di qualunque tipo. Certo i due erano nudi, giovani, belli, qualcosa potevano inventarsi, ma Dio sarebbe stato favorevole?

E poi, l’idea della mela rappresentava l’origine del desiderio sessuale, oppure il bisogno di accrescere la propria conoscenza? Non si sa. In entrambi i casi Dio era contrario e cacciò la coppietta dal paradiso terrestre col pretesto del morso al famoso frutto. Forse Dio si era annoiato di loro (Moravia), ma cosa poteva pretendere da due analfabeti messi nudi in un bosco? Una conversazione sui massimi sistemi? Un dibattito su Proust? Difficile, anche perché Proust è arrivato qualche milione di anni dopo.

E allora? Qui entra in scena il serpente. A proposito, era velenoso o no? Per colpa sua siamo diventati mortali e ci siam beccati tutti i guai del mondo, tra cui il problema della casa, l’affitto, le bollette, le tasse, etc. L’Eden era gratis, però che palle!

 

Olivetti. La grande storia del primo computer europeo (e la morte tragica che stronca un sogno)

Il titolo è La macchina zero (racconto grafico di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, editore Solferino). Un libro di avventure che ricorda i maghi sapienti di Harry Potter, insediati in un castello in cui tutto è diverso e migliore. Immaginate una fabbrica con le paghe alte, la formazione professionale curata, i rapporti rispettosi e gentili, un grande asilo per i bambini, una grandissima biblioteca, case per le famiglie e uffici per i dipendenti disegnati da architetti di fama mondiale.

Tutto ciò avviene, nel racconto grafico di Rocchi e Demonte, in una piccola città italiana che non offre alcun incentivo: se non un mestiere e la solitaria persuasione (che nessun altro imprenditore italiano condivideva) che il lavoro (accurato, intelligente e ben ricompensato) sia la più importante materia prima. A questo punto della storia – che, come stiamo per vedere, è felice ma anche tragica – compaiono due personaggi che resteranno unici anche dopo la loro fine.

Sono Adriano Olivetti, l’imprenditore che sogna molto e trasforma i sogni in merci e prodotti, disegnati come mai era accaduto e desiderati nel mondo. E Mario Tchou, il giovane ingegnere cinese che prevede, progetta e realizza il primo calcolatore elettronico italiano, europeo, e il solo nel mondo che possa competere con l’unico calcolatore americano, quello della Ibm. Olivetti, che vive nel futuro, crede nel computer che l’ingegner Tchou sta disegnando e riorganizza la sua fabbrica come il luogo e la comunità di una grande attesa. C’entra la più avanzata tecnologia (i transistor), c’entrano gli ingegneri che conoscono e percorrono questo nuovo orizzonte, c’entrano gli architetti che dovranno costruire gli spazi, c’entrano i designer che dovranno inventare le forme, totalmente nuove e diverse.

La “macchina Zero” comincia ad esistere in uno spazio di alcune stanze, al piano terra del Palazzo Olivetti, in via Clerici a Milano. Qui il recensore di questo libro, che racconta la storia grande ma quasi sconosciuta del calcolatore italiano – e dei due personaggi che stavano per cambiare la vita industriale, economica, politica del Paese – deve introdurre se stesso. L’ingegner Olivetti e l’ingegner Tchou mi hanno chiesto di trasferirmi subito negli Usa e stabilire un reticolato di contatti con le università americane, per individuare e portare in Italia giovani dottorandi americani e non americani. Olivetti diceva: filosofi, letterati, sociologi, antropologi, matematici; per formare, insieme agli europei e agli italiani, una “legione straniera” di esperti della nuova tecnologia che stava nascendo.

Era l’inizio del 1959. Nel gennaio del 1960 l’ingegner Olivetti viene trovato morto, da solo, su un treno diretto a Ginevra. Nel novembre del 1961, sulla autostrada Milano-Torino l’ingegner Tchou morì in un inspiegato scontro con un’altra automobile E così la “Macchina Zero” non ha mai cominciato la sua corsa nel mondo. I due maghi della grande fiaba italiana non c’erano più.

Draghi al Quirinale e pure a Palazzo Chigi: Cacciari e il destino della Carta

 

PROMOSSI

Senza filtri. Massimo Cacciari è una di quelle persone che se pensa una cosa la dice, sempre e comunque, senza porsi lo scrupolo di filtrare il proprio pensiero in base alle circostanze o all’interlocutore. Il filosofo ha applicato questo approccio schietto, senza autocensure di sorta, persino su un terreno scivoloso come il tema green pass, generando molte polemiche e attirandosi innumerevoli critiche. C’era dunque da aspettarsi che su una questione come la futura Presidenza della Repubblica, argomento che tiene banco nella discussione pubblica ma approcciato all’insegna dell’ambiguità e del sottotesto, Cacciari squarciasse un velo di Maya già piuttosto consunto. Interrogato sull’ipotesi di Mario Draghi al Quirinale, il professore ha chiosato così: “Bisogna risolvere prima la questione di chi va avanti fino alla fine della legislatura. Io sarei perfettamente d’accordo a fargli fare sia il presidente del Consiglio, sia il presidente della Repubblica, tanto ormai siamo in una situazione di presidenzialismo surrettizio da 30 anni”. Ora, che si tifi o meno per Draghi al Quirinale, che si auspichi o no il presidenzialismo, ufficiale o ufficioso che sia, è innegabile che de facto la situazione sia questa. “Senza partiti e senza strategie da parte di nessuno, come volete che funzioni? Nelle situazioni di crisi ci sarà sempre il presidente della Repubblica che interviene e fa i governi Dini, Monti, Draghi”: ripartire dall’evidenza è l’unico modo per ragionare sul da farsi.

VOTO 7

 

Fiducia e serenità. Il commento più ironico e forse più azzeccato alla “querelle” Salvini-Giorgetti – dopo che il ministro ha ribadito la sua “piena fiducia” al segretario – viene da Gianluca Pini, parlamentare leghista alla sua terza legislatura: “Piena fiducia è un po’ come ‘stai Sereno’”. In effetti il dubbio viene. Chi vivrà vedrà.

VOTO 6

 

BOCCIATI

Tutto il resto è… diseducativo. Che Italia Viva non abbia in simpatia, per usare un eufemismo, il Reddito di cittadinanza è storia nota. Non a caso si è fatta promotrice di un referendum per abolirlo che però non ha raggiunto il quorum delle cinquemila firme. Questa settimana dopo l’operazione dei Carabinieri che ha smascherato un cospicuo numero di “abusivi” del Reddito, da parte degli esponenti del partito si è aperto il fuoco di fila: non critiche al meccanismo dei controlli, del tutto legittime, ma considerazioni in merito al risultato deleterio della misura dal punto di vista educativo. La deputata Raffaella Paita si è espressa così: “Il Reddito di cittadinanza, però, produce un danno culturale enorme. La realtà ha ampiamente dimostrato che questo strumento non ha combattuto la povertà. Volevano abolire la povertà ma rischia di essere abolita l’onestà”. Il sillogismo per cui, siccome esistono alcuni imbroglioni, come più o meno in ogni ambito, un aiuto dello Stato a chi è in difficoltà sia un incentivo alla disonestà è quantomeno azzardato. La sensazione è che nella contesa politica conti solo delegittimare il lavoro altrui, tutto il resto è noia.

VOTO 4

 

L’eur, quartiere fascista. Saranno mica più fascisti i distruttori di statue?

 

BOCCIATI

Sono pazzi questi quotidiani. Presentando il G20 di Roma, molti giornali internazionali hanno sottolineato che come sede del vertice è stata scelta un’area edificata nell’era fascista. Il Washington Post intitola il pezzo “Lo strano sfondo del G20: un quartiere romano che doveva essere il fiore all’occhiello del fascismo” e analizza storia e architettura del quartiere progettato come sede dell’Esposizione Universale di Roma del 1942 (da qui l’acronimo Eur), mai tenuta a causa della Guerra. ll giornale va oltre, trovando “scioccante che mentre i monumenti di schiavisti, generali confederati, re e colonizzatori sono stati eliminati negli Stati Uniti e in gran parte d’Europa, a Roma sono entrati a far parte del panorama”. A Roma circolava una famosa battuta, “quando voi eravate sulle palafitte, noi eravamo già f…”. Non si può più dire, ma il senso è che Roma è Roma, è stata il centro del mondo e sulla sua bellezza non c’è molto da obiettare. Perché se cominciassimo a ragionare come loro, butteremmo giù il Colosseo dove gli schiavi erano costretti a esibirsi.

 

PROMOSSI

C’è due senza tre! Secondo indiscrezioni “molto qualificate” raccolte da TPI, Fiorello non affiancherà Amadeus a Sanremo. Probabilmente parteciperà solo a una delle cinque serate (o la prima o l’ultima). E magari scherzerà sulla quella battuta dell’anno scorso… (“Auguro in bocca al lupo a quelli che verranno l’anno prossimo. Vi auguro che questa platea sia piena di gente: un Festival pieno di gente ma deve andare malissimo, ve lo auguro. Se c’è il pubblico vuol dire che le cose sono andate benissimo. Voglio vedere chi si prende questa patata bollente”).

 

NON CLASSIFICATI

A nudo. La super modella Emily Ratajkowski si racconta al Corriere della Sera in occasione dell’uscita della sua autobiografia in Italia, “Nel mio corpo” (Piemme). L’intervista è intitolata “Il mio nudo era una sfida. Non lo rifarei” perché la supertop è “diventa famosa a 21 anni, girando la clip di Blurred Lines di Robin Thicke, in cui tre modelle ballavano nude e che fu censurata per misoginia. Lei sostenne che quel video era femminista e che le donne avrebbero dovuto trovarlo liberatorio”. Dice ora Ratajkowski: “Quando ho iniziato a fare la modella, a guadagnare con la mia bellezza, mi sembrava una forma di empowerment, ma naturalmente la situazione era più complessa di come pensavo. Ho guadagnato più di quanto mia madre e mio padre, insegnanti di disegno, potessero sognare in una vita. Ma la verità è che mi sono sentita sfruttata e sminuita”. E ancora: “A vent’anni, non capivo che le donne che traggono potere dalla bellezza devono quel potere agli uomini di cui suscitano il desiderio. Sono loro a esercitare il controllo, non noi. Oggi mi chiedo: ho autonomia, ma posso chiamarla emancipazione? Se ripenso ad alcuni episodi, provo vergogna per come mi è capitato di presentarmi, pensavo di essere provocatoria verso il sistema, ma non comprendevo appieno le dinamiche di potere”. Può essere che lei non lo sappia, ma su Amazon c’è un suo calendario in cui posa nuda: “Emily Ratajkowski 2022”…

Gonna e pantaloni. La Castleview Primary School di Edimburgo, in Scozia, ha scritto una lettera alle famiglie chiedendo ai bambini maschi (e agli insegnanti) di andare a scuola indossando una gonna per “promuovere l’uguaglianza” e sfatare gli stereotipi di genere. Un modo per essere inclusivi. Ma chi include i bambini maschi che non si vogliono mettere la gonna? Dalle nostre parti invece accade che un’artista del tatuaggio denunci di non aver potuto provarsi un paio di pantaloni nel reparto maschile di un negozio. Lei è non binaria, non si riconosce nel binarismo uomo/donna. Una categoria molto ampia che include chi non si identifica completamente nel proprio genere, chi non ha genere, chi è fluido: un camerino per ciascuno?

 

Vintage. Il crepuscolo di Mourinho e Allegri. Il calcio evolve e loro restano al Pleistocene

Non è un Paese per vecchi. Allenatori, intendo. Vecchi nei metodi di lavoro più che nella carta d’identità. E sì. Profondo sgomento sta suscitando tra gli amanti del calcio il tormentato avvio di stagione di due allenatori considerati leggende, uno dei quali non solo in Italia ma nel mondo: parlo di Josè Mourinho, non per niente conosciuto da tutti come lo Special One, e di Max Allegri, che poi sarebbe un Mourinho che non ce l’ha fatta (almeno a conquistare la Champions, il trofeo che il portoghese vinse nel 2004 con l’outsider Porto e nel 2010 con la più attrezzata Inter 45 anni dopo l’ultimo trionfo targato Helenio Herrera).

È trascorsa una settimana da Roma-Milan 1-2 e l’immagine di Josè Mourinho – quello che in Inghilterra accusò Antonio Conte di fare “il pagliaccio a bordo campo” – intento a seguire il match come tarantolato, irridendo ogni decisione dell’arbitro e dimenandosi come in preda al ballo di San Vito, il tutto mentre la Roma veniva ridicolizzata dal Milan che pareva Gulliver, al confronto, è ancora negli occhi di tutti. Nelle 4 partite giocate contro 4 grandi, Lazio (2-3), Juventus (0-1), Napoli (0-0) e Milan (1-2), tre delle quali disputate all’Olimpico, la Roma ha raccolto la miseria di 1 punto su 12. Solo con la peggiore Juve dell’ultimo mezzo secolo è parsa poter competere, ciononostante in tutte e 4 le occasioni Mou ha dato la colpa dei flop all’arbitro titillando le corde della tifoseria più sempliciotta, senza mai accennare alla minima autocritica nonostante l’evidenza del possesso palla lasciato sempre all’avversario. È persino capitato che la Roma, nel torneo della serie C d’Europa, abbia perso 6-1 in Norvegia contro il Bodoe Glimt (è successo davvero): non potendo incolpare l’arbitro, Mourinho non ha esitato a mettere alla gogna i giovani giocatori schierati dal primo minuto come Mayoral, Darboe, Villar, Diawara, da quel giorno spediti ignominosamente in tribuna. Peccato che con loro in campo il 1º tempo si fosse chiuso sull’1-2 e con i fidi scudieri di Josè a rimpiazzarli dal 46’ il parziale sia stato di 0-4, molto più imperdonabile dunque.

Nessuno lo dice ma la verità è che Mourinho, come Allegri, è un allenatore che non è più tecnicamente parlando al passo con i tempi. Fino a qualche anno fa essere quell’eccellente motivatore che Josè fu, per l’ultima volta, sulla panchina dell’Inter bastava; ma il calcio corre a mille all’ora, cambia e si trasforma; e oggi l’allenatore bravo è quello che motiva i giocatori mostrando, invece degli occhi di tigre, l’importanza e il valore di un gioco corale, di movimento e di movimenti mandati a memoria, fatto di veloce recupero palla e di prolungato possesso palla e condotto a ritmi altissimi. Chi non lo fa è un ferro vecchio e non importa se ti chiami Mourinho o Allegri.

Il quale Allegri guida la Juventus, la squadra col più alto monte ingaggi della serie A ma che secondo il sito specializzato WhoScored è un disastro in quanto a organizzazione e sviluppo del gioco: è penultima (19ª su 20) alla voce passaggi intercettati (non ha organizzazione difensiva), 14ª per numero di contrasti (non pressa) pur essendo 4ª per numero di falli fatti (è fallosa), terzultima per tempo passato nel terzo di campo offensivo (attacca pochissimo), 7ª per tempo passato nel terzo di campo difensivo (preferibilmente si difende) e addirittura 2ª alla voce “lanci lunghi” (il suo schema preferito: palla lunga e pedalare). Il Pleistocene del calcio.

 

Il sussidiario. Nostalgia dell’istruzione che fu. Se i grandi, oggi, fossero come i bimbi di ieri

Aveva una copertina color verde tenero, su cui si stagliava un’immagine maestosa del Cervino. E Cervino era il titolo del libro. Uno stupendo, irripetuto sussidiario che faceva da “guida alla preparazione agli esami di quinta elementare”. Che allora erano chiamati “esami di Stato”: obbligatori per ottenere il primo titolo di studio a cui si potesse aspirare. C’era tutto, in quel libro. Grammatica, sintassi, storia, geografia, scienze, aritmetica, e credo altro ancora; sicuramente molte belle figure, anche fotografie. Era la summa del sapere. Un lasciapassare verso il grande traguardo della scuola media, all’epoca non ancora unificata. La cima della montagna brillava lì, sulla copertina, quasi a suggerire la fatica come strada più sicura per riuscire nella vita.

Era un’altra Italia. Che mi è venuta in mente in questi giorni in cui visi colti e appassionati si affrettano alla consegna dei capitoli delle tesi di laurea in vista delle sessioni invernali. O in cui riprendono i dibattiti in presenza a lungo sospesi. Mi chiedo sempre più spesso infatti che fine abbia fatto quel prodigioso strumento di sapere. E andando a curiosare in rete mi rendo conto di non essere davvero l’unico a provarne nostalgia. Non per l’Italia del boom economico del dopoguerra, con le sue ingenuità e i suoi slanci. Ma per l’Italia che, studiando e padroneggiando quanto c’era scritto su quel sussidiario, sapeva che Varsavia era la capitale della Polonia e che Cristoforo Colombo aveva scoperto l’America nel 1492. Che conosceva il valore di vocaboli e sintassi grazie a insegnanti poveri ma prestigiosi che quasi anticipavano le Lezioni americane di Calvino sull’esattezza delle parole. Un’Italia che dunque non scriveva “improntato su” confondendo “improntare” con “imperniare”. Che non scriveva che quella decisione aveva “scaturito degli effetti”, perché era ben consapevole che “scaturire” è un verbo intransitivo. Che non diceva che il tal fenomeno “si è insidiato in Lombardia”, avendo chiaro che “insediare” è diverso da “insidiare”. E che meno che mai avrebbe poi detto, come dicono ormai con strabiliante naturalezza anche i professori universitari, “finalizzare” al posto di “concludere”, perché sapeva che “finalizzare” significa “dare un fine”, non “metter fine”.

Sarà stato un sussidiario semplice con le sue molte figure, essendo stato pensato per bambini condannati a vederne da lì in avanti sempre meno sui propri libri. Ma era certo un deposito di conoscenze più complesso dell’informazione di oggi, in cui le figure in forma di foto o riprese televisive sostituiscono o strapazzano le parole.

Ho cercato invano il Cervino nei miei scaffali più improbabili e confusi. Prima o poi lo troverò. Intanto sono costretto a pensare che sarebbe davvero bello se i laureati di oggi sapessero quel che sapevano i bambini delle elementari di quell’Italia contadina ancora in procinto di conoscere il consumismo. Le capitali hanno talora cambiato nome con i processi di decolonizzazione. Ma quelli di allora erano in genere ben conosciuti. Punti fermi nella fantasia di chi non viaggiava. Oggi incognite assolute negli orizzonti di chi ha fatto del viaggio la propria religione.

Sarà pur stramba questa fantasia del Cervino. Ma davvero gli investimenti in programmi, insegnanti, concorsi, strutture, insomma le storie italiane della scuola, hanno prodotto, come risultato, un arretramento di massa rispetto a un sussidiario delle elementari? Dice che conta la modernità del sapere. Ma dubito assai che se piombassimo in una scuola e chiedessimo – quasi tentando un immaginario scambio cronologico dei saperi –, chi siano stati Martin Luther King o Pablo Neruda troveremmo molte risposte. Forse una piccola, grande riflessione sull’argomento non guasterebbe. Magari partendo da un bel festival dei sussidiari. In effetti mi sembra che manchi.

 

Mangiare Dio. Dall’ultima cena all’ostia data in mano: storia non solo politica dell’eucarestia

Corpus Domini. L’eucarestia. Il corpo e il sangue di Cristo. Il pane spezzato da Gesù durante l’ultima cena, il giovedì Santo, prima del venerdì della crocifissione e della morte. L’ostia consacrata è il centro della fede di ogni cattolico ed è reduce da venti secoli di dispute teologiche, codificazioni della Santa Sede, finanche sacrilegi nei riti satanici o magici nel Cinquecento delle streghe e dell’Inquisizione.

Ma in che modo c’è Cristo nell’eucarestia? Cattolici e riformatori protestanti di varia provenienza (non solo luterana) litigarono per decenni sulla presenza di Gesù nell’ostia preparata con frumento. Una questione complessa. Per Roma a codificare la dottrina fu san Tommaso d’Aquino. Una parola difficile, magari sentita senza coglierne il senso o il significato: transustanziazione. Cioè il momento della messa in cui il pane e il vino non mutano “le loro proprietà chimiche poiché la sostanza” che si trasforma non è “intesa in senso fisico, bensì metafisico”. Insomma, il pane e il vino conservano le loro qualità organolettiche, pur mutando la sostanza.

S’intitola Mangiare Dio. Una storia dell’eucarestia (Einaudi, 251 pagine, 28 euro) il bel saggio che lo studioso Matteo Al Kalak ha dedicato a una ricognizione storica e culturale del pane e del vino che da quasi duemila anni si trasformano sull’altare nel corpo e nel sangue di Cristo. Al Kalak ripercorre minuziosamente tutte le tappe di questo sacramento. Decisivo per tanti motivi sarà il Medioevo, laddove nella Chiesa di Roma si scontrarono due tendenze nell’era della Controriforma sancita dal Concilio tridentino. Da un lato il rigorismo che combatteva il lassismo eucaristico. In pratica, si poteva accostare alla comunione solo chi ne era veramente “degno”. Dall’altro, illustri prelati poi diventati santi – l’arcivescovo Alfonso Maria de Liguori e il cardinale Carlo Borromeo – e soprattutto i gesuiti che si battevano per avvicinare il maggior numero di fedeli possibile al corpo di Cristo, rammentando anche il valore “medicinale” per l’anima dell’eucarestia.

Nel saggio sono ricordati e descritti i miracoli eucaristici (quando l’ostia in alcune circostanze si tramutava letteralmente in un pezzo di carne) e si arriva ai giorni nostri con la diatriba “politica” sulla comunione. I clericali di destra, per esempio, in questa emergenza pandemica contestano l’obbligo della comunione data nelle mani del fedele. Liturgicamente si è trattato di uno sviluppo del Concilio Vaticano II ed è un ritorno alle origini del cristianesimo, prima della “clericalizzazione” dell’eucarestia che ha messo una distanza tra il sacerdote e i partecipanti della messa.

Lo spunto del saggio è in ogni caso scioccante. Muove da un noto evento tragico dell’ottobre del 1972, quando un velivolo dell’aeronautica militare dell’Uruguay precipitò sulle Ande al confine tra Cile e Argentina. I superstiti dello schianto, per sopravvivere, mangiarono la carne dei loro compagni. Cannibalismo. Su quell’aereo c’erano i ragazzi di una squadra di rugby di un college di Montevideo: gli Old Christians. Erano cattolici e per farsi forza pensarono al parallelo tra la carne invisibile di Cristo-ostia e quella dei loro amici morti. Mangiare Dio, appunto.

 

“Italia gran marasma: ecco i nuovi arrabbiati e Draghi sull’altalena”

I no vax li troveremo nelle piazze fino al 2023?

Non saprei dirlo. Quel che prevedo è che la terza dose la farà il 65 per cento degli italiani. Venti punti in meno rispetto alla soglia attuale di coloro che hanno completato il ciclo di due.

Alessandra Ghisleri annota i primi mal di pancia.

La pandemia allunga il passo, le perplessità si infittiscono e la ritrosia ad accettare la terza puntura aumenta. C’è stanchezza da ansia da prestazione, un filo di più del prevedibile diciamo.

Nelle urne del 2023 queste resistenze si vedranno?

Da qui ad allora assisteremo, per mutuare dalla virologia, a cluster improvvisi di contestazioni, fuochi di ira di singoli settori produttivi, proteste orizzontali e atomizzate. Abbiamo pensato a ciò che provocherà l’avvio degli impegni per la transizione ecologica dell’industria e del commercio? È un mondo nuovo e sconosciuto, ricco di imprevisti.

Pensa ai mestieri che muteranno forme?

Saranno i prossimi caduti nella conversione a “u” degli stili di vita e dei mezzi di produzione, agli espulsi dalla trasformazione verso una società verde. Nel 2023 il Pnrr sarà nel pieno delle sue iniziative.

Un esempio di dettaglio, minuto, accessibile?

Il meccanico che inizierà a non avere più il carburatore da controllare. Anzi, ad avere sempre meno clienti. Dalla combustione all’elettrico ci sarà chi perderà e dovrà rifarsi una vita.

Chi perderà scenderà in piazza.

Esatto. Micro corporazioni scollegate che insieme produrranno decibel altissimi di doglianze.

All’ombra del no al vaccino si riuniranno?

Non mi sembra.

Draghi ha messo mano alla legge sulla concorrenza.

Veda i tassisti cosa ne pensano. E il fuoco continuerà ad aumentere.

È dunque il tempo del partito nuovo, di un partito contro, un partito del No?

Lo spazio ci sarebbe ma manca la leadership, una visione, una parola d’ordine. Berlusconi disse: vi farò più ricchi. Bastò ad accomunare tanta gente sotto quella bandiera. Grillo disse: vi porterò nel Palazzo. E ha vinto così. Adesso invece chi conduci e dove? Con i social si rischia di dire e poi contraddire, di annunciare la flat tax e poi doverla dimenticare. Il sistema, da questo punto di vista è bloccato.

Draghi come sta?

Sempre bene ma inizia l’altalena. Appena tocca la carne viva degli interessi i mugugni si alzano e infatti il consenso ne risente.

La piazza non avrà un simbolo a cui aggrapparsi.

Si gonfierà asimmetricamente. Si gonfierà ora su un tema ora su un altro, ma non farà comunella. La piazza, fondamentalmente, resterà apolide per metà. L’altra metà vota chi ha già votato: Lega e Fratelli d’Italia.

Una riforma della legge elettorale con una soglia di sbarramento?

Sono cinque i partiti che superano di sicuro quella soglia. Da Calenda in giù è tutto un fiorire di sigle che avanzano nel buio di una crisi esistenziale enorme.

Addio al grande centro.

Quel magma di sigle non ha la forza sufficiente e non si connette, non si collega.

Fuochi sparsi nelle piazze e sigle sparse in Parlamento.

Non c’è mobilitazione generale ma vedrà presto quante categorie inizieranno a far rumore. Ognuna per sè.

Una enorme confusione.

Oggi Lega e Fratelli d’Italia pagano la competizione e lasciano al Pd il primato nei sondaggi. I Cinquestelle sono sempre là, intorno al 16 per cento, Forza Italia è all’otto. Poi il buio.

Il magma.

La fluttuazione sistemica.

I meccanici contro gli elettrauti.

E via di questo passo: i supermercati contro le società specializzate nel trasporto a casa del cibo.

Gli autogrill che perdono le pompe del rifornimento.

Sempre che almeno la pandemia sarà vinta.

Confusione.

Cielo grigio e nebbia in Val Padana.