Il governo Di Maio-Salvini più vicino: B. in difficoltà

Se le sono date forte, per tenersi sulla corda, e perché alle Regionali saranno avversari. Ma alla vigilia delle consultazioni al Colle si muove più di qualcosa sull’asse Lega-5Stelle. Perché Luigi Di Maio e Matteo Salvini si telefonano e si mettono un’altra volta d’accordo su un’altra poltrona, quella della presidenza della commissione speciale alla Camera, che oggi andrà al leghista Massimo Molteni. Ma c’è di più.

C’è Salvini che fa le prove di strappo da Forza Italia, con una frase ambigua: “Come extrema ratio andiamo da soli, ci facciamo carico noi della situazione”. Sillabe che fanno rima con quanto detto dal segretario del Carroccio a Berlusconi nelle scorse ore: “Silvio, è opportuno un tuo passo di lato. O dovrò lanciare un’Opa su Forza Italia”. Poi c’è Di Maio, che a Porta a Porta lancia un comitato scientifico per l’analisi dei programmi di governo di M5S, Lega e Pd, per cercare punti di contatto in vista del contratto di governo. E ribadisce i suoi paletti, se stesso come premier e no a Berlusconi, per poi giurare: “Sul governo ci sono dei passi in avanti, e li dirò al presidente della Repubblica”.

E poi ci sarebbe anche il Pd, a cui il capo del M5S continua a tenere aperta la porta. Però la capogruppo alla Camera Giulia Grillo con il fattoquotidiano.it è chiara: “Finora i dem non hanno voluto il dialogo”. Tutto il contrario di Salvini, che con Di Maio sforna una nota congiunta per annunciare l’intesa su Molteni “per rendere operativo il Parlamento”. Ed è la sostanza. Poi ci sono le frecciate di giornata. “Se hai voglia di costruire non puoi metterti sul piedistallo e dire a mo’ di Alberto Sordi io so’ io e voi siete un pochino di meno”. E il riferimento ovviamente è al Di Maio che rifiuta un premier terzo.

Dopodiché formalmente Salvini parla ancora da leader della coalizione di centrodestra, che oggi si incontrerà per un nuovo vertice (eppure il leghista aveva detto di non volerne più sapere). “Diremo che si parte con una candidatura a premier di centrodestra” assicura Salvini. Però dopo suona note diverse: “Noi vogliamo dialogare con tutti, eccezion fatta per il Pd. Se gli altri non ci stanno, o andiamo al voto , oppure andiamo da soli”. Parole che lasciano interdetti gli alleati. Come Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, che ieri faceva notare: “Pd e M5S hanno votato contro l’inserimento tra i temi urgenti della Commissione Speciale della nostra riforma della legge elettorale col premio di maggioranza”. Ossia, non vogliono scivoli verso un nuovo voto. Ma le urne non le vuole più o meno nessuno. Salvini compreso, che dietro le quinte esorta Berlusconi a farsi da parte (garantendo ampie garanzie per Mediaset). E come strumento di pressione può citare i tanti forzisti che bussano alla sua porta. Nel contempo però il capo del Carroccio insiste perché il premier dell’eventuale governo con il M5S non sia Di Maio.

Però dal Movimento tengono il punto: “A Palazzo Chigi deve andare Luigi. Salvini alla fine potrà accettare in cambio di ministri di peso”. Piuttosto, “il problema è che la Lega vuole aspettare le Regionali per muoversi”. Intanto Di Maio lancia un comitato scientifico sui programmi, presieduto da Giacinto Della Cananea: amministrativista, membro del consiglio di presidenza della Corte dei conti, “profondo conoscitore del contratto di governo adottato in Germania”, assicura il M5S. Di Maio, infine, prova a tranquillizzare Berlusconi: “Le nomine nelle partecipate verranno fatte d’intesa con le altre forze politiche”. Parole anche per compensare un secco Alessandro Di Battista, su Facebook: “Berlusconi è il male assoluto del nostro Paese”. I forzisti se la sono presa. Ma Di Maio cerca la tregua, per accompagnare B.: all’uscita.

Siria, le paure del Colle per la Lega anti-atlantica

La battuta rasenta il Colle più alto. “Forse la Siria è più importante delle elezioni in Molise”, giusto per citare una delle scadenze chiave dello stallo post-elettorale. E così gli scenari di guerra minacciati da Trump contro Assad (e Putin) piombano alla vigilia del secondo giro di consultazioni aggiungendo timori e angosce alle preoccupazioni del Quirinale per le trattative sul governo.

Nel giorno in cui i due “contraenti” Salvini e Di Maio hanno cominciato a parlarsi sul serio per un eventuale esecutivo, le loro dichiarazioni sulla nuova crisi siriana registrano secondo il Colle un grave problema di “incompatibilità” per la politica estera dell’Italia, da sempre in linea con l’Alleanza Atlantica. Il leader leghista ha parlato addirittura di “puzza di guerra nascosta sotto fake news”. Parole che non solo non manifestano senso di responsabilità e prudenza ma di fatto “mettono fuori l’Italia dall’Alleanza Atlantica”. Di contro, l’altro “alleato” Luigi Di Maio, che ogni giorno rivendica la poltrona di Palazzo Chigi, se l’è cavata con una “vaga” e generica professione d’intenti pacifisti. Cosa accadrebbe da noi, allora, se stanotte Trump dovesse dare il via ai bombardamenti? Certo, c’è il governo Gentiloni in carica per il disbrigo degli affari correnti ma la sua debolezza politica, confermata dal silenzio del “fantasma Alfano” che ha accompagnato il decollo dei jet americani da Sigonella, integra e completa uno scenario inquietante.

Ecco perché oggi pomeriggio, a Salvini e Di Maio, durante le consultazioni il capo dello Stato chiederà delle risposte “esaustive” sulla questione siriana e anche europea, considerato che il leader leghista, molto più di Di Maio, solleva altre paure a Bruxelles. Un pre-incarico, se non un incarico pieno, per il governo Cinquestelle-Lega dipende soprattutto da questo.

L’Esploratore

Stremato da 40 giorni di stallo post-elettorale con due vincitori, nessun governo e due giri di consultazioni a vuoto, lunedì 16 aprile il presidente Sergio Mattarella diede i primi violenti segni di insofferenza: una lieve, quasi impercettibile increspatura del labbro inferiore, peraltro ermeticamente incollato a quello superiore. Un inequivocabile presagio di tempesta in arrivo, che allarmò non poco i suoi più stretti collaboratori, ormai pronti al peggio. Infatti il capo dello Stato proruppe in un urlo belluino con quanto fiato aveva in gola (il solito refolo delle grandi occasioni, udibile soltanto con apparecchi acustici di altissima precisione e da alcuni cani addestrati con gli ultrasuoni): “Basta Di Maio, basta Salvini. Ora do un incarico esplorativo. Trovatemi un esploratore. Dunque, vediamo… La Casellati?”. Il suo staff replicò a una sola voce: “Quella s’è montata la testa, non risponde nemmeno al cellulare della figlia”. “Fico?”. “Alla Camera ha tagliato pure i telefoni. Pare che stia su un autobus da qualche parte: irraggiungibile”. “Proviamo con Maccanico, che nel ’95 fu esploratore di Scalfaro”. “Presidente, è morto!”. “Ah, certo, è un bel problema. Allora chiamatemi Marini, che esplorò per nel 2008 per conto di Napolitano dopo la caduta di Prodi”. “Niente da fare: dopo l’inchiappettata del 2013,dice che le parole ‘Pd’ e ‘Quirinale’ gli danno il vomito, e comunque sta alla macchia nel Parco nazionale d’Abruzzo, travestito da lupo marsicano”. “Andiamo bene: allora scendete in piazza e portatemi il primo che trovate”.

Funzionari e corazzieri si precipitarono giù e, vista l’ora (era appena scoccata la mezzanotte), trovarono soltanto una persona: il ragionier Torquato Pezzella, impiegato al catasto che, rimasto intrappolato in una buca con la sua auto, aveva chiamato invano i soccorsi e si era ormai rassegnato a trascorrere la notte all’addiaccio. “Ragioniere, venga con noi senza fare domande”, gli dissero e lo condussero al cospetto del capo dello Stato. Il quale fu chiaro e perentorio: “Mi scusi, ragioniere, se l’ho importunata, ma l’ora oltrechè tarda è grave. Quei deficienti dei politici che abbiamo appena eletto (si fa per dire) non riescono a combinare nulla, anche perchè non si parlano. Quindi la nomino mio esploratore e lei, che è una persona normale, quindi sveglia, mi incontra i leader dei partiti (dica che la mando io, vedrà che la ricevono). Chiede a ciascuno che tipo di governo vuole e per fare cosa. Poi mi riferisce, così magari ci capisco qualcosa anch’io. Non mi dica di no perchè sono disperato. Tanto lei non stava facendo nulla di importante, o sbaglio?”.

Tutto preso dall’alta funzione istituzionale, il ragionier Pezzella partì in missione per conto del Colle. Anzitutto a Palazzo Grazioli, unico domicilio conosciuto di un leader: Silvio Berlusconi. Visto il lasciapassare presidenziale, la sicurezza lo fece passare e lui si ritrovò subito coinvolto in un trenino al ritmo di samba con una sessantina di ragazze poco vestite, in testa al quale intravide il noto capino catramato. “Presidente, mi manda Mattarella: lei che governo vuole e per far che?”. “Guardi, mi va bene tutto, sono pure disposto a farmi generosamente da parte per il bene del Paese. Basta che al mio posto ci sia Ghedini, o Letta, o Confalonieri, o Doris, o Marina, o Renzi, o una di queste belle bambine… A proposito, vuol favorire? Katiuscia e Samantha, andate col signore, mi sa che non ciula dal congresso di Vienna…”. Il ragionier esploratore si schermì: “Grazie, presidente, come se avessi accettato. A proposito, sa mica dove abita Salvini?”. Quello gli indicò un hotel del centro, precisando che la camera era facilmente individuabile dalla presenza di sei paparazzi di Chi incollati al buco della serratura e nove 007 sul cornicione. Salvini fu molto cordiale: “Voglio un governo M5S-centrodestra. Detto fra noi, lo preferirei senza Silvio, ma non posso dirlo né tantomeno farlo, sennò quello mi rovina”. Poi, congedandolo, svelò al ragioniere l’indirizzo di casa Di Maio. Pezzella faticò a riconoscere il leader grillino, per via della retìna elastica sui capelli. Capì che era lui dal pigiama col faccione di Grillo contornato da 5 stelle gialle. E gli ultimi dubbi svanirono quando Di Maio parlò: “Io preferissi un governo col Pd o la Lega o tutt’e due, a patto che io sarei premier. E che Berlusconi non parteciperebbe, sennò gli elettori mi rovinassero”.

Ormai si erano fatte le quattro e mancava all’appello il Pd. Ma, non sapendo chi in quel preciso istante ne fosse il leader, Pezzella raggiunse piazza del Nazareno e si accovacciò sul portone, in attesa dell’alba. Alle 7 lo svegliò Martina che tentava di entrare. “Lei è il segretario reggente, vero? Mi manda Mattarella”. “No, mi spiace, lei è male informato. Ieri mi hanno sfiduciato, ora il reggente è Orfini. Però mi han detto di venire ancora perchè faccio bene le pulizie”. E sventolò lo spolverino di piume con la mano destra.

Alle 8.30 arrivò Orfini. “Mi manda Mattarella…”. “Non lo dica a me, io mi sono già dimesso da reggente. Parli con Renzi”. Questi arrivò alle 9 e andava di fretta: “Senti, o barbone, ‘un c’ho spicci, vai da codesti populisti a 5Stelle e chiedi il reddito di cittadinanza”. Pezzella lo corresse: “Ma che ha capito? Ho il mandato esplorativo del Quirinale per sapere che governo volete”. “A me lo chiedi? Io ‘un voglio nessun governo, così gli italiani imparano. Hanno punito me? E io punisco loro. Tiè”. Ettore Rosato, neo-vicepresidente della Camera, giunse poco dopo con le idee molto chiare: “Puntiamo a un governo Lega-5Stelle che fallisca subito”. “Bel progetto: tanto peggio, tanto meglio”. “Ma che ha capito: non vogliamo un governo che fallisca”. “Ah, ho frainteso. Però puntate a un Lega-M5S, giusto?”. “No, sarebbe pessimo”. “Quindi un governo centrodestra-Pd?”. “Macchè, noi siamo alternativi alla Lega. E non vogliamo tornare al voto, sennò stavolta gli elettori ci asfaltano e a me tocca trovarmi un lavoro”. “Ok. Ma, siccome non potete allearvi col Pd perchè voi siete il Pd, come fate a evitare contemporaneamente il Di Maio-Salvini, il Pd-Centrodestra e le elezioni?”. “Ah, non lo chieda a me”. “Scusi, ma perchè non andate a vedere le carte di Di Maio, che ve lo chiede da un mese? Se poi è un bluff, lo smascherate”. “Per carità, siamo alternativi e incompatibili. Le dirò di più: se proponiamo a Di Maio il nostro programma, lui lo accetta subito senza neanche leggerlo”. “Fantastico: allora correte da Di Maio e avrete un governo che realizzerà il vostro programma: ancora meglio di Renzi, che realizzò il programma di Berlusconi… Che faccio: dico al presidente che incontrerete Di Maio?”. “Non scherziamo: poi Di Maio accetta le nostre proposte e noi come facciamo a rifiutare?”. “Quindi dico a Mattarella che si torna alle urne?”. “Mavalà, con quella legge di merda?!”. “Mi scusi, ma non l’ha scritta lei?”. “Io? E chi gliel’ha detto?”. “Si chiama Rosatellum e lei è Rosato…”. “Mi scusi, ma non sono autorizzato a parlare. Chieda al capogruppo Marcucci che sta arrivando”. “Marcucci, che governo volete?”. “Non vedo l’ora che giuri il governo Di Maio-Salvini”. “E perchè?”. “Boh, mi è venuta così”. “Altre idee?”. “Me ne viene solo una al giorno. Per le altre chieda in giro, ma non a Franceschini o Emiliano o Orlando: quelli vogliono addirittura parlare coi 5Stelle…. Ecco, guardi, c’è Delrio, il mio parigrado”. “Scusi, Delrio, Marcucci tifa per il governo Di Maio-Salvini. E lei?”. “Non ci credo, avrà capito male, noi siamo contro i populisti. Perciò stiamo all’opposizione”. “Ma per opporvi a chi, se non si sa ancora chi va al governo?”. “Ai populisti, no?”. “Ma ha appena detto di non volere un governo dei populisti”. “Sì, ma che possiamo farci? Di Maio ha il 32% e Salvini il 17”. “Se è per questo, voi avete il 18!”. “Ah già, è vero, come non detto”. “Quindi cosa devo riferire al presidente?”. “Faccia così: dica che al Nazareno non ha trovato nessuno”.

Il ragionier Pezzella salì al Colle sconsolato: “Presidente, io ci ho provato. Ma, con tutto il rispetto, temo che lei abbia sbagliato persona. Qui non ci vuole un esploratore: qui serve proprio uno psichiatra. E ora, se permette, io me ne tornerei nella mia bella buca. Già mi manca, lo sa?”. E, mentre scendeva le scale, udì un colpo di pistola.

Il futuro dell’informazione alla dodicesima edizione del Festival del giornalismo

Giornalisti sotto minaccia, il futuro dell’informazione e la tecnologia che sta cambiando il modo di accedere alle notizie: sono alcuni dei temi della dodicesima edizione del Festival internazionale del giornalismo a Perugia, al via oggi. In programma cinque giorni di eventi con oltre 700 speaker, divisi in più di 300 eventi trasmessi anche in streaming.

Oltre alle firme del Fatto Marco Travaglio, Peter Gomez, Stefano Feltri e Davide Vecchi, nella città umbra ci saranno il premio Pulitzer James Risen, autore delle inchieste sulla sicurezza interna negli Stati Uniti, l’attrice premio Oscar Vanessa Redgrave e i giornalisti russi Galina Timchenko e Andrei Soldatov, oppositori di Putin. Fra gli ospiti anche Alessandro Di Battista, Walter Veltroni e don Luigi Ciotti.

Pino Daniele, il grande tributo. Al San Paolo da Baglioni a Jeff Beck

“Voglio solo dire una cosa e me ne vado. Io devo dire grazie a voi”. La presentazione alla stampa del concerto tributo a Pino Daniele, il 7 giugno allo stadio San Paolo di Napoli, inizia con la proiezione di un video, con una frase di grande umiltà dedicata al suo pubblico.

È Ferdinando Salzano – storico manager di Pino – a svelare i dettagli dell’idea dell’evento: “È nata poco dopo il funerale, a una cena insieme a Maurizio Salvadori. Organizzare e gestire un concerto di questo tipo è complicato e infatti ci abbiamo messo tre anni. Di Pino ho conosciuto tutti gli aspetti migliori e peggiori. Gli dicevo sempre “tu sei buono”. A lui non piacevano certi meccanismi del music business. Al San Paolo dovevamo andarci vent’anni fa ma per vari motivi organizzammo il concerto in Piazza del Plebiscito. Pino scherzava spesso sulla morte: una sera dopo il concerto a Bologna in memoria di Lucio Dalla in un hotel. E Pino, scaramantico: “Sarebbe bene celebrarli da vivi gli artisti”. Nel cast ci sono solo ed esclusivamente cantanti, musicisti che hanno collaborato con Pino, l’elenco è lungo: “Ci sarà Biagio Antonacci, protagonista dell’ultimo duetto One Day e Claudio Baglioni, grande amico; come non ricordare la collaborazione per l’album Oltre, importantissimo per la carriera di Claudio. E Giorgia, alla quale produsse l’album Mangio troppa cioccolata o Emma, che entrò nel mondo dei “grandi” dopo il duetto all’Arena di Verona con Io per lei. E Fiorella Mannoia, con la quale ha sempre avuto un rapporto speciale. Pino amava tantissimo Giuliano Sangiorgi, duettarono dal vivo con Quando. Avrebbe voluto fare un crossover con i grandi artisti della lirica: ci piacerebbe invitare Placido Domingo e il Volo”. Nel cast confermati Francesco De Gregori, J-Ax, Elisa, Alessandra Amoroso, Ron, Tiromancino, Eros Ramazzotti, Jovanotti, Mario Biondi e Antonello Venditti. Verranno coinvolti anche Loredana Bertè, Irene Grandi, Zucchero, Massimo Ranieri, Francesco Renga e Ornella Vanoni.

Ci saranno contributi dalla scuola napoletana: Raiz, Teresa De Sio, Enzo Avitabile e la Nuova compagnia di canto popolare: “Pino diceva sempre che rappresentavano le sue radici” ricorda Salzani. La band dell’evento è composta dai musicisti degli album Nero a metà e Vai mo’: Gigi Di Rienzo, Rosario Jermano, Agostino Marangolo, Ernesto Vitolo oltre ai collaboratori storici quali James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito. Ma non solo cantanti: attesi interventi di Vincenzo Salemme, Renzo Arbore, Giorgio Panariello, Pierfrancesco Favino, Beppe Fiorello, Sabrina Impacciatore, Alessandro Siani. A breve dovrebbe arrivare anche la conferma della squadra di calcio del Napoli al gran completo, nel frattempo è arrivata l’adesione di Ciro Ferrara. Salvadori ricorda “il travaglio per mettere in piedi lo spettacolo dal vivo con Eros Ramazzotti e Jovanotti, a causa dei caratteri non facili dei protagonisti.

Dopo la prima riunione con i rispettivi manager si decise di annullare i concerti salvo ripescarli subito dopo”. E il tour con Pat Metheny, “artisticamente un evento irripetibile. Tra i vari artisti internazionali potrebbero esser presenti Marcus Miller e Al Di Meola; Pino amava moltissimo Jeff Beck e per questo motivo faremo il possibile per averlo con noi”. I biglietti per l’evento sono ancora in vendita: su una capienza di 45.000 persone ne restano una buona metà; i prezzi oscillano tra i 30 e i gli 95 euro. Gli introiti – al netto dei costi – saranno interamente devoluti a Save The Children e all’Associazione Oncologia pediatrica e neuroblastoma Open onlus.

Tutti gli artisti verranno a titolo gratuito, nessuno percepirà un cachet.

Ci voleva Pino Daniele per mettere d’accordo tutti i grandi network radiofonici, per una volta uniti senza se e senza ma: trasmetteranno in diretta l’evento dal vivo e cureranno degli speciali prima del concerto. Mario Volanti, fondatore di Radio Italia, ricorda con orgoglio un aneddoto: “La prima canzone andata in onda è stata proprio di Pino”.

Gessica balla da sola felice. Ma gli avvocati non vogliono

Amettersi in gioco. A realizzare quei sogni che prima dell’agguato dell’ex accarezzava da casa, guardando la tv, mentre sognava di ballare in quel programma di Rai1 che tanto le piaceva. Tavares però, che in primo grado è stato condannato a 10 anni per lesioni e a 9 per averla perseguitata, non ci sta. E dal carcere fa parlare a più riprese i suoi legali. Il tutto ha inizio una settimana fa circa, con una lettera inviata al Resto del Carlino: “Non si comprende la necessità di così continue e pressanti divulgazioni da parte della signora Notaro e viene il sospetto che si voglia determinare un coinvolgimento emotivo pubblico e un naturale influenzamento giudiziario. Divulgare questioni processuali, peraltro attraverso un’interpretazione totalmente soggettiva ed emozionale nell’ambito di una trasmissione televisiva quale Ballando con le Stelle deputata a fini ludici, risulta inappropriato. La difesa invoca l’intervento delle autorità competenti, affinché la condotta della signora Notaro sia richiamata e ricondotta nell’alveo del rispetto dei diritti altrui”.

Quindi, secondo il signor Tavares e chi lo difende, un ente non meglio specificato (le autorità competenti chi?) dovrebbe impedire a Gessica Notaro, ad appena un anno dall’accaduto per giunta, di raccontare quello che ha vissuto e che sta vivendo. Dovrebbe starsene in tv col volto sfregiato e la sua bella benda luccicante, fingendo di aver preso troppo sole.

Senza condividere col pubblico e con le donne che magari vivono situazioni di violenze domestiche, la storia della sua fragilità, della dipendenza da un amore malato, della sua forza e della sua rinascita. No, dovrebbe tacere perché non sia mai che qualcuno, da casa, si convinca che il signor Eddy Tavares non sia un caro ragazzo. La ragazza che ha imparato a ballare da sola però è una tosta. Non si lascia intimorire. E allora sabato sera a Ballando con le stelle prende il microfono e risponde a Eddy e ai suoi legali: “Più mi chiedete di stare zitta e più io parlerò”, dice con una dolcezza risoluta, senza alzare i toni, senza tradire rabbia e risentimento. Lo dice con la grazia con cui balla e racconta di sé e chiunque la senta parlare capisce che è ancora lì che risiede il problema di chi sta in cella: nella sua felicità. Il suo ex non voleva che dopo di lui qualcuno potesse godere della sua bellezza e felicità e l’ha sfregiata, ora che ha compreso di non averle tolto nulla – né la bellezza né la felicità – tenta di privarla ancora una volta del suo diritto al riscatto. A una seconda vita. Non è l’opinione pubblica né un possibile influenzamento giudiziario, a preoccuparlo, ma quel sorriso. E infatti arriva una seconda lettera dei suoi legali, questa volta – se possibile – ancora più assurda: “Chiediamo una volta per tutte di mettere fine a quel processo mediatico che si è scatenato contro Tavares nel programma televisivo Ballando con le stelle. C’è in gioco una questione essenziale, un tema di diritto: i processi vanno fatti in aula, non in tv. (…) Per come si sono comportate e per quello che hanno detto, Selvaggia Lucarelli e Roberta Bruzzone vanno subito allontanate dalla trasmissione: è quello che chiederemo alla vigilanza della Rai e al ministero della Giustizia. Noi avvocati di Tavares siamo finiti nel mirino, pur avendo soltanto esercitato il diritto di tutela del nostro assistito”. In pratica, gli avvocati di Tavares vorrebbero privare me e la criminologa Bruzzone del diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione di esprimere un’opinione sulla vicenda. Ma non è l’aspetto anticostituzionale della faccenda che mi impressiona o la letterina al ministero della Giustizia sulla mia presenza a Ballando con le stelle che immagino metterà la questione tra le pratiche urgenti da risolvere per il bene del Paese. È la faccia di tolla. Di programmi tv in cui si fanno processi mediatici infatti ce ne sono a decine. Il caso Notaro è stato passato al setaccio e radiografato da trasmissioni, analizzato da avvocati, criminologi, psicologi, scrittori e opinionisti da bar in mille salotti tv, ma guarda caso la furia di Tavares e legali si abbatte solo su Ballando con le stelle. Perché il problema non è il processo televisivo, ma sempre un altro: vedere Gessica che balla – bellissima – da sola. E capire che quell’acido ha corroso la pelle ma non la voglia di vivere, che è ancora lì, intatta e fiera, in quella benda paiettata.

“Shakespeare già sapeva quanto dolore c’è nel mare”

“Ci caricarono in fretta su una barca, ci trasportarono per qualche lega in alto mare e qui ci lasciarono a gridare al mare che ci ruggiva contro”. Non è cronaca di drammatica attualità ma è Shakespeare. Che già aveva le parole giuste per descrivere una condizione disumana, quella di profughi e rifugiati, gli eterni e disperati reietti dalla società di allora come di oggi. E come la Miranda de La tempesta scacciata col padre Prospero dal Ducato di Milano, Vanessa Redgrave aveva tre anni quando si ritrovò “rifugiata in patria” a causa della Seconda guerra mondiale. La memoria personale, l’esperienza d’interprete shakespeariana (tuttora in scena, a 81 anni) e la difesa dei diritti umani hanno trovato sintesi nel documentario Sea Sorrow – Il dolore del mare, opera prima da regista della grande attrice londinese.

Non viene neppure in mente di rievocare con lei quel passato glorioso, pur così italiano con Antonioni a dirigerla in Blow Up nel 1966, che comunque ricorda con affetto.

Oggi dame Vanessa è su altri “lidi”, quelli emergenziali dei bambini rifugiati, memore dei suoi traumi infantili da “dislocata” per fuggire dai bombardamenti su Londra nel 1940. Ma chi la immagini attivista di primo pelo si sbaglia: “Prima di tutto non sono un’attivista ma una testimone” sottolinea in un buon italiano, e poi è sufficiente vederla negli anni ’50 in filmati d’archivio quale volontaria per i profughi ungheresi catapultati in Gran Bretagna. Se questa è la sua prima regia, Redgrave già da anni produce col figlio Carlo Nero (avuto dall’attuale marito Franco) documentari a sfondo umanitario, non a caso da un trentennio è ambasciatrice dell’Unicef e ha avuto per questo film il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) che la tiene in grande considerazione e infatti sarà la portavoce per il Sud Europa Carlotta Sami a introdurla sabato sera a Perugia al Festival del Giornalismo dove presenterà Sea Sorrow; il doc uscirà nelle sale il 20 giugno in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato. “Chi si rifiuta di accogliere e soccorrere questi derelitti trasgredisce la legge, niente di più evidente” chiosa l’attrice. “Perché sia la Convenzione europea dei Diritti umani del 1950 che la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989 sono legislazioni obbligatorie e vincolanti per tutte le nazioni, a meno che una non chieda una revoca ufficiale. Quindi chi non le osserva è contro legge”.

Eppure la situazione sta precipitando e Redgrave non se ne capacita, e attribuisce alla politica “un atteggiamento criminale. Certo, non tutti i Paesi si comportano allo stesso modo verso questi disperati, ma sempre più nazioni europee sono indifferenti se non egoiste”. Colpa delle nuove destre? “Semmai delle vecchie sinistre che non hanno fatto né stanno facendo nulla di veramente sociale, di democratico, di umanitario. Io oggi conto più sulla coscienza individuale che non quella politica, perché ho incontrato eserciti di volontari e anime generose verso la causa”. Per l’attrice pluripremiata serve partire dai più piccoli: “Educarli a scuola, farli incontrare con i loro coetanei rifugiati, non privarli della realtà per quanto dura possa essere”.

E per gli adulti incollati al web farli tornare al Bardo, proprio come lei, che ha persino desunto da La tempesta il titolo Sea Sorrow. “Immaginate di vedere degli stranieri derelitti con bambini in spalla arrancare verso i porti e le coste. Se foste voi banditi dal vostro re, dov’è che andreste? Quale Stato vi darebbe rifugio? Ovunque vi trovereste a essere degli stranieri. Vi piacerebbe trovare una nazione d’indole così barbara che vi scacci come cani, quasi non foste figli e opera di Dio? Che ne pensereste di essere trattati così?”. Sono queste alcune delle parole attribuite a Shakespeare dal manoscritto del dramma teatrale Sir Thomas More sul finire del XVII secolo. Vanessa Redgrave le commenta commossa: “Shakespeare sentiva la verità in maniera profonda, e sapeva comunicarla. E io provo a farlo attraverso di lui. Lui ci dà il coraggio e la capacità di una comprensione migliore, ecco perché parla da sempre a gente di ogni paese. Un’anima di grandezza illimitata, eterna”.

Compagni che sbagliano: Corbyn censurato dalla sinistra ebraica

Il Labour israeliano taglia i ponti con Jeremy Corbyn per il suo presunto antisemitismo. Avi Gabbai, leader della sinistra israeliana e probabile candidato premier dell’alleanza di centro sinistra alle prossime elezioni, ha annunciato che non intende più avere rapporti diretti con il capo del Labour britannico.

“È mia responsabilità prendere atto dell’ostilità che hai dimostrato verso la comunità ebraica e le dichiarazioni e i comportamenti antisemiti che hai consentito” ha scritto Gabbai in una lettera indirizzata a Corbyn, accusandolo di aver espresso “Odio aperto verso le politiche del governo dello stato di Israele, molte delle quali riguardano la sicurezza dei nostri cittadini e dei nostri soldati”. Censura ad personam, che non intende compromettere i rapporti fra le due formazioni politiche, ma mette in ulteriore difficoltà Corbyn, da settimane al centro di critiche sempre più condivise anche all’interno del suo partito. Ed è significativo che la sospensione dei rapporti cada proprio nella ricorrenza, in Israele, del Giorno della Memoria del’Olocausto. Le relazioni fra i due partiti hanno iniziato a deteriorarsi immediatamente dopo l’elezione di Corbyn a segretario, nel 2015, raggiungendo un punto critico nel 2016, quando l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone aveva dichiarato che, prima di “impazzire e sterminare 6 milioni di ebrei, Hitler era stato un sostenitore del Sionismo”. Il Labour israeliano aveva chiesto invano a Corbyn di sanzionare Livingstone e lo aveva invitato a Gerusalemme a visitare lo Yed Vashem, il Museo della Memoria dell’olocausto: invito declinato. Nelle ultime settimane, il rapporto fra Corbyn e le comunità ebraiche britanniche si è fatto piú teso. Il 26 marzo, in una lettera aperta, il Board of Deputies of British Jews e il Jewish Leadership Council – due associazioni fra le più rappresentative degli ebrei nel Regno Unito – avevano accusato Corbyn di non essere in grado “di prendere sul serio l’antisemitismo nel suo partito, perché ha una ideologia di sinistra così estremista da renderlo istintivamente ostile alla comunità ebraiche”. Lui si è scusato per “le sofferenze causate da isole di antisemitismo nel Labour”, e ha promesso di intervenire, ma non è apparso convincente. Alcune centinaia di persone hanno protestato davanti al quartier generale del partito a Westminster. Secondo Datapoll, il 51% degli elettori pensa che il Labour abbia un problema di antisemitismo.

One shot, one kill: Israele e il filmato del disonore

La clip girata con un telefonino attraverso un binocolo dura pochi secondi. L’obiettivo segue un gruppetto di palestinesi nei pressi della Barriera di Gaza. Ce n’è uno distante dagli altri con la maglietta rosa. “Ce l’hai nel mirino?”, chiede una voce in ebraico. “Si, cioè no. Il tiro è impedito da un filo (spinato)”, risponde il cecchino. “E Adesso?” Chiede ancora il comandante della squadra. “Ora si, ce l’ho”. “Allora spara”. Un istante dopo la figura inquadrata si accascia mentre altri palestinesi arrivano per soccorrerlo, la sua gamba sanguina abbondantemente.

Nel video si sentono urla di giubilo dei soldati israeliani e le congratulazioni, “wow, che tiro”, “hai preso quel figlio …”. Conversazioni che spesso avvengono nelle radio militari in zone di guerra, ma in genere l’obiettivo in questione impugna un AK47, sta per sparare con un mortaio o attivando una bomba.

In questo caso l’obiettivo era inerme, era disarmato e non aveva un atteggiamento aggressivo. Il filmato girato nel dicembre dello scorso anno durante incidenti nella zona di Kissufim è stato postato da un deputato arabo della Knesset. Adesso – con il clima incandescente a Gaza e i 40 morti palestinesi in due venerdì di protesta sul confine – compare in tutti i notiziari tv, accende dibattiti in Parlamento con la scesa in campo di ministri e generali. Con il governo schierato compatto con il suo ministro della Difesa, Avigdor Lieberman e quello dell’Istruzione Naftaly Bennett. Anche il ministro della Pubblica sicurezza, Gilad Erdan ha difeso i soldati. “Prendere una situazione dal campo di battaglia, quando i soldati sono sotto stress, mentre vengono lanciati ordigni esplosivi e qualcuno tenta di infiltrarsi al confine, non è corretto, non si possono giudicare dalle poltrone di casa a Tel Aviv”.

Di parere nettamente opposto Jamal Zahalka della Joint List, la Lista Araba che siede nel Parlamento israeliano con 12 deputati. “Il video – dice al telefono – indica la regola: i cecchini israeliani uccidono manifestanti palestinesi disarmati a sangue freddo che partecipano a una protesta non violenta”.

“Non c’è da meravigliarsi che i soldati agiscano in questo modo – aggiunge – quando ministri, i media e l’opinione pubblica si uniscono alle celebrazioni e allegria per l’uccisione di massa dei palestinesi”.

Il nocciolo della questione resta la leadership politica di Israele, quelli che danno il tono, tramandano gli ordini, decidono le regole di ingaggio e che condividono – anche se lo negano – la responsabilità insieme ai governanti di Gaza di Hamas, per gli orrori che passano nella vita quotidiana della popolazione della Striscia. Diversi leader – in particolare il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo ministro della Difesa Avigdor Lieberman – hanno fatto tutto il possibile per minare l’esercito e le sue regole di ingaggio glorificando e abbracciando Elor Azaria, il soldato condannato a una pena irrisoria da una Corte marziale dopo essere stato filmato mentre uccideva a sangue freddo un terrorista palestinese, ferito a Hebron due anni fa.

La stessa amministrazione di Netanyahu – prima di sapere cosa è realmente accaduto – si è schierata in difesa dei soldati del video. L’Idf ha annunciato solo ieri pomeriggio di aver aperto un inchiesta sull’accaduto, il cecchino è stato interrogato e rilasciato. Ora gli investigatori militari stanno cercando di identificare l’autore del video e di capire come questo sia finito nel telegiornale della sera. “Il cecchino merita una medaglia, il fotografo (il soldato che ha registrato la clip) merita una corte marziale”, ha detto Lieberman.

“L’Idf è l’esercito con uno degli standard morali più alti del mondo”, ha voluto precisare ancora il ministro. Restano oscuri i principi con i quali viene compilata questa singolare classifica. L’amministrazione Netanyahu è stata avvertita ripetutamente e per anni – dai vari capi di Stato maggiore che si sono succeduti – che l’esercito non dispone di adeguati mezzi non letali per il controllo antisommossa e non ha barriere sufficienti per i manifestanti che cercano di attraversare il confine con Israele. Ma il premier ha preferito investire le risorse del governo altrove.

Gli ordini per l’uso di munizioni vere includevano non solo “danni fisici alle infrastrutture sulla barriera di sicurezza e penetrazione nel territorio dello stato di Israele”, ma anche l’identificazione del potenziale bersaglio come “incitatore centrale” – armato o meno. Se essere un “incitatore centrale” è motivo di pena capitale – ha scritto ieri il quotidiano Haaretz, “Netanyahu e il suo gabinetto dovrebbero tenere le loro riunioni settimanali nel braccio della morte”.

La leader madrilena e il suo master “fasullo”: tutti contro, tranne Rajoy

Un nuovo scandalo mette in subbuglio la politica spagnola: l’acquisizione, si cui vi sono molti dubbi, di un master da parte del presidente della Comunità di Madrid, Cristina Cifuentes.

Tutto comincia il 21 marzo, quando il quotidiano digitale El Diaro pubblica una esclusiva con cui denuncia che Cifuentes ottenne il titolo di master in economia nel luglio 2012 all’Università Rey Juan Carlos, con un punteggio fasullo.

Col passare del tempo, le notizie si fanno sempre più scomode: la sua immatricolazione è avvenuta tre mesi dopo l’inizio delle lezioni, cui non è mai andata pur trattandosi di un corso che prevedeva le presenze, e non c’è traccia della tesina conclusiva. Il 4 aprile Cifuentes è costretta a presentarsi all’assemblea di Madrid: conferma di avere ottenuto il master correttamente. Il rettore dell’università, Javier Ramo cerca di minimizzare l’accaduto, parla di disguidi amministrativi, fino a quando non è costretto ad aprire un’indagine interna. Il caso passa nelle mani della magistratura. Due professoresse denunciano che le loro firme sui documenti universitari sono state falsificate. Laura Nuño, vicedirettore dell’Istituto che gestiva il master preso da Cifuentes, si è dimessa. Il direttore del master è il professor Enrique Álvarez Conde, alto funzionario con Rajoy – attuale primo ministro – nel primo governo Aznar. Il Psoe ha annunciato la presentazione di una mozione di censura, appoggiata da Podemos, per ottenere le sue dimissioni. Associazioni di studenti in un esposto alla procura hanno chiesto che si indaghi su una possibile falsificazione del titolo.

Il PP, in una sua assise nazionale, ha invece assicurato tutto il suo sostegno alla sua esponente e il primo ministro Rajoy vuole essere libero di decidere i tempi dell’eventuale passo indietro della sua protetta, che era fra le favorite per succedergli alla guida del partito. Sullo sfondo, gli ultimi sondaggi la cui tendenza mostra un Partido Popular in caduta libera e la nuova destra di Ciudadanos in ascesa.

Sul fronte degli indipendentisti catalani, il candidato presidente della Catalogna Jordi Sanchez, detenuto a Madrid da quasi sei mesi, ha chiesto ieri al gip del tribunale supremo spagnolo di essere scarcerato per poter presentare venerdì in Parlament il suo programma di governo e sottoporsi all’elezione. Sanchez, accusato di ribellione, era già stato candidato in marzo ma il gip Pablo Llarena aveva vietato la sua partecipazione al voto.