Sarò qualunquista ma sto benissimo pure senza governo

Da più di un mese l’Italia è senza governo, eppure io mi sento benissimo. Va bene, datemi pure del qualunquista, del provocatore, del cittadino privo di senso civico che non comprende quante risposte ai bisogni degli italiani debba dare un nuovo esecutivo. Avete ragione: è tutto vero. Eppure io non riesco a preoccuparmi.

Tra tre o quattro mesi, chissà. Ma per adesso no. Per ora apprezzo solo il calo verticale di insulti sui social e nei dibattiti politici in tv. La tranquillità (immagino apparente) del presidente Sergio Mattarella nel condurre le consultazioni e la scomparsa dalle pagine dei giornali delle facce di quasi tutti i ministri, ancora in carica solo per gli affari correnti. Mi fa effetto – in questo caso positivo – vedere Matteo Salvini che, a causa della ricerca disperata di un alleato per il centrodestra, posteggia la ruspa in garage e parla come fosse un mediatore delle Nazioni Unite. Non mi dispiace sentire Luigi Di Maio che alla fine ammette un’ovvietà: non tutto nel Pd è da buttare, accanto ai politicanti in quel partito ci sono pure tanti bravi amministratori e un sacco di elettori onesti. E anche se so benissimo quanti fili tiri ancora Matteo Renzi, mi fa piacere che non si faccia vedere in giro e che soprattutto ci risparmi il suo solito fare da “so tutto io”. Silvio Berlusconi poi per una volta mi diverte: terrorizzato dall’eventualità che in maggioranza alla fine si ritrovi chi ha fatto della legalità una bandiera (vedremo poi se ai buoni propositi seguiranno i fatti) accusa i pentastellati di pauperismo, parola ormai desueta come in fondo è desueto lui.

E le aspettative? E i programmi? E le tante promesse elettorali? Per ora, per me, sono domande senza senso. Prima del quattro marzo mi ero identificato alla perfezione con quel 75 per cento di italiani che, secondo un sondaggio Demopolis, non ci credeva. Oggi ci credo ancora meno. Sono un apota (cioè come Giuseppe Prezzolini non me la bevo) e sono contento così. Anzi, una felicità particolare la ricavo dalla lettura mattutina dei quotidiani. Scorro gli articoli di politica e provo lo stesso brivido che mi dà il calciomercato di agosto: mese che per noi interisti è spesso straordinario, visto che per la Gazzetta dello Sport in vista c’è sempre il colpaccio, il top player e lo scudetto sicuro. Non è vero, ma ci credo.

E il Def? E la manovra correttiva che ci chiede l’Europa? E il rischio dell’aumento dell’Iva? Non ci voglio pensare. Io mi godo semplicemente la quiete. Penso ai 518 giorni senza governo del Belgio, ai sei mesi della Germania, ai 208 dell’Olanda e alla Spagna, andata per tre volte alle urne nel giro di 10 mesi prima di far partire un esecutivo di minoranza. Vivido in me è del resto il ricordo degli anni passati. Quelli in cui un governo ammucchiata bisognava farlo per forza perché c’erano in ballo le riforme (oggi se qualcuno ne parla ancora rischia l’incolumità personale), il semestre europeo o un altro imprescindibile appuntamento. Superato il quale era chiaro che tutto era come prima, o peggio di prima.

Certo, pure io, come la maggioranza dei miei concittadini, voglio il cambiamento. Ma col tempo ho imparato ad apprezzare quel poco che c’è.

Carpe diem, dicevano i latini. Sì, una carpa al giorno, come dicevamo noi al liceo, è questa la soluzione. Assaporo l’attimo e faccio finta che non sia fuggente.

Dalle ruspe alla fidanzata che stira le camicie: metamorfosi non ti temo

Non c’è bisogno di tornare alle Metamorfosi di Ovidio, la vecchia cara mitologia dove qualcuno, specie se dio, prima o poi diventava qualcun altro incasinando la trama. E nemmeno di svegliarsi scarrafoni come il Gregor Samsa di Kafka. Non c’è bisogno di arrivare a tanto, basta vedere la signora Isoardi che stira le camicie di Salvini: in poche settimane siamo passati dall’uomo-felpa all’uomo camicia-stirata, ogni epoca ha le metamorfosi che si merita.

In quanto a mimetismo e travestitismo d’occasione, comunque, lo spettacolo è interessante, più antropologicamente che politicamente, ma insomma. Salvini si sforza di uscire dal ghetto bellicoso del guidatore di ruspe per sembrare istituzionale, con tutti i dettagli esilaranti di chi cerca di mettersi in panni non suoi. Ma attenzione a non ridere troppo, perché il messaggio dice molto (a parte la concezione della donna a vapore, ovvio): vero che si passa dal look contadino alla camicia, ma vero anche che gliela stira la fidanzata, mica come Silvio che probabilmente se le faceva stirare da una scuola di samba in topless. La signora Isoardi che stira le camicie di Salvini è l’equivalente della canottiera di Bossi, un’ostentazione di normalità popolare: vivo come voi, non ho domestici (a parte la fidanzata, ri-ovvio).

La metamorfosi di Salvini è dunque incompiuta, o in fase di precisazione, ma intanto può poggiare solidamente su una metamorfosi della narrazione che lo ha portato al successo (il suo successo, cioè battere Berlusconi nel centrodestra). Mentre la scena politica macina soprattutto indiscrezioni e retroscena (traduco: nessuno ci capisce ancora un cazzo), le cronache languono. Il grido emergenziale per l’immigrazione incontrollata si è placato, persino la cronaca nera sembra aver tirato un po’ il freno a mano. Di colpo, vengono meno le urla para-inferocite delle moltitudini (nove-undici persone) dietro una transenna che dicono “Ha stato il negro”, “Ha stato il zinghero”. Di colpo la signora che si allunga per urlare nel microfono dell’inviato che suo cugino ha subito due furti in casa è messa in sonno, forse anestetizzata e riposta in un magazzino, in attesa della prossima occasione.

Il tam-tam dei media sui media (è come il cinema sul cinema, un genere a parte) dice che le due voci più xenofobe e allarmiste delle tivù Mediaset (Belpietro e Del Debbio) perderanno la loro tribuna, un po’ perché Silvio li ritiene responsabili di aver portato acqua a Salvini, un po’ perché la missione è compiuta: lo spavento diffuso a piene mani può essere richiamato indietro come un cane.

Quella della destra non è l’unica metamorfosi in corso, ovvio. Lenta e dolorosa appare quella del Pd: l’idea che dal bozzolo ormai incartapecorito del renzismo nasca una nuova farfalla è suggestiva, ma decisamente naïf. E poi ci sarebbe la metamorfosi sua, di Renzi Matteo, che pensa, secondo molti, a fare da sé in un processo di macronizzazione che ancora non gli riesce, sarà il clima.

Quanto ai Cinque Stelle, la loro metamorfosi pare finora la più riuscita: dicono dopo le elezioni cose ancora vagamente simili a quelle che dicevano prima delle elezioni ed è già un record, ma la loro mutazione era iniziata per tempo, con molto anticipo, nel passaggio dai vaffanculo alla mise da statista, in cravatta e sorriso stampato anche nella vasca da bagno. Non è merito loro, probabilmente, ma demerito e strafalcione di chi ha passato anni a descriverli come aborigeni con l’anello al naso e la sveglia al collo, tutti microchip e scie chimiche, mentre ora possono vantare una assoluta, persino scialba e monocorde, normalità, appena increspata da qualche caratterista che dà colore alla scena.

Per gli appassionati di metamorfosi, comunque, è solo l’inizio. Un altro mesetto di sudoku quirinalizio ci darà qualche elemento in più, stiamo pronti.

Il caso Lula è diverso da quello di B.

Quello di Luiz Inácio Lula, il popolarissimo ex presidente socialista del Brasile ora in carcere per un’accusa di corruzione tutta da provare e probabilmente, con ciò, impedito a partecipare alle prossime elezioni presidenziali brasiliane, non è un caso giudiziario, è un caso politico (come non è un caso giudiziario ma politico quello del presidente indipendentista catalano Puigdemont costretto a riparare all’estero per cercare di sfuggire a un mandato di arresto del governo di Madrid).

È l’ennesimo tentativo, di ispirazione americana, già riuscito con Dilma Rousseff, di spazzar via una volta per tutte la rivoluzione “chavista” dal Sudamerica. Di quella rivoluzione sopravvivono Evo Morales in Bolivia e, per ora, Nicolàs Maduro in Venezuela. Diciamo per ora perché col Venezuela è in atto il consueto giochetto: prima si stringe il Paese in una morsa economica, poi si fomentano rivolte popolari e si enfatizzano le repressioni del governo dando loro grande risalto sulla stampa internazionale anche se sono lontanissime da quelle del nostro alleato Nato, la Turchia, o da quelle di un nostro altro alleato, anche se non sta nella Nato, il generale tagliagole egiziano Abd al-Fattah al-Sisi. Con la Serbia di Slobodan Milosevic che era rimasto l’ultimo Paese socialista in Europa, il giochetto fu solo un poco diverso: prima si armò l’indipendentismo albanese-kosovaro e poi si decise che fra le ragioni di questo indipendentismo e quelle della Serbia a mantenere l’integrità del proprio territorio esistevano solo le prime. E ci furono i 72 giorni di bombardamenti su una grande e colta Capitale europea come Belgrado. Il socialismo non ha diritto di esistere nel mondo globalizzato. E non parliamo del comunismo, vedi Corea del Nord. Solo le Democrazie hanno diritto di esistere e se gli avversari sono di natura diversa da quella socialista si va ancor più per le spicce: li si elimina “manu militari” come è avvenuto in Afghanistan (2001), in Somalia (2006/2007), in Libia (2011). Il prossimo sarà il Venezuela di Maduro.

Ma torniamo a Lula. La sinistra italiana, svegliatasi per un attimo dal suo decennale torpore, si è schierata a favore di Lula con un documento firmato da alcuni dei suoi più importanti esponenti, da Prodi a D’Alema alla Camusso a Bersani, a Epifani. Nello stesso senso si era espresso pochi giorni fa, proprio sul Fatto, un ritrovato Fausto Bertinotti. Fa piacere che la sinistra italiana, come chiedeva Nanni Moretti, ricominci a dire, se non a fare, cose di sinistra.

Naturalmente non poteva mancare, in Italia, il tentativo di equiparare il caso Lula con quello di Silvio Berlusconi: l’eliminazione dell’avversario politico per via giudiziaria. Ci ha pensato per primo Paolo Mieli con un lungo editoriale sul Corriere della Sera (10.4). A parer mio i due casi, quello di Lula e quello di Berlusconi, non sono paragonabili. Berlusconi non è un sospettato, è stato condannato in via definitiva da un tribunale della Repubblica e definito “delinquente naturale”. Si è salvato da accuse molto più gravi di una pur grave evasione fiscale (corruzione di magistrati, di testimoni, compravendita, con denaro, di parlamentari) grazie a nove prescrizioni e a leggi ad personam emanate quando era presidente del Consiglio. È stato degradato da quel Parlamento di cui tutti, a cominciare da Paolo Mieli, ci enfatizzano la centralità in una democrazia. Ma nell’articolo di Mieli c’è pure un sottotesto: quello di delegittimare definitivamente anche le inchieste di Mani Pulite che sono state l’ultimo tentativo di richiamare anche la classe dirigente del nostro Paese a rispondere a quelle leggi che noi tutti siamo tenuti a rispettare. Tentativo fallito. Ora ci riprovano i Cinque Stelle. Ma tutti noi abbiamo assistito e assistiamo al fuoco di portata contro questo Movimento che ha come suo valore fondante il ripristino della legalità.

Secondo Mieli i princìpi sono princìpi e non possono essere scalfiti. Anche per noi e lo abbiamo scritto mille volte. Peccato che questi princìpi non solo non sono stati semplicemente scalfiti ma sfondati, in Italia, per altrettali mille volte. Basta pensare a tutte le leggi liberticide, antidemocratiche, totalitarie di cui è zeppo il nostro Codice penale. E se guardiamo allo scenario internazionale vediamo che nel 1992 tutte le democrazie occidentali, compresa la nostra, hanno appoggiato il colpo di Stato contro il Fis che aveva vinto le prime elezioni libere in Algeria e più recentemente hanno appoggiato, anzi esaltato, l’ancor più grave colpo di Stato di Al Sisi contro i Fratelli Musulmani che avevano vinto le prime elezioni libere in Egitto. La democrazia vale quindi solo quando vinciamo noi o i nostri “amici”. E anche l’inviolabilità dei princìpi. È anche per questo che Paolo Mieli e tutti i Mieli che popolano il nostro Paese non hanno, ai nostri occhi, alcuna credibilità. Sia quando parlano di Lula, sia quando parlano dell’eterna vittima Silvio Berlusconi.

Mail box

 

Con numeri diversi alle urne Salvini avrebbe accettato il Pd?

Salvini in modo coerente, non aderendo all’invito di Di Maio, non rompe la coalizione di centrodestra. Sarebbe stato lo stesso se i numeri alle elezioni avessero consentito un matrimonio tra Forza Italia e il Pd?

Pasquale Mirante

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo pubblicato ieri dal titolo “Violenza sulle donne, fondi a pioggia anche alle suore”, precisiamo quanto segue: “L’ultimo decreto di riparto di fondi in favore delle Regioni per l’apertura dei nuovi centri antiviolenza e case rifugio, nonché per potenziamento di quelli esistenti, così come previsto dall’art.5 bis della legge 119 del 2013 sul cosiddetto femminicidio, è stato adottato dal Governo il primo dicembre 2017. Si tratta di circa 13 milioni di euro stanziati nell’anno 2017 che le Regioni dovranno utilizzare entro l’esercizio finanziario 2019. Pertanto, la copertura finanziaria in favore di strutture che svolgono un così importante ruolo nell’assistenza alle donne vittime di violenza può ritenersi allo stato attuale assicurata. Tuttavia, proprio in considerazione della gravità del fenomeno della violenza maschile contro le donne, il governo, nell’ultima legge di bilancio, ha triplicato i fondi stanziati per le case rifugio e i centri antiviolenza, passati dai circa 13 milioni di euro nel 2017 ai circa 33 milioni nel 2018. Si tratta di fondi reali la cui ripartizione, stante il meccanismo previsto dall’art.5 bis della legge sul femminicidio, dovrà passare al vaglio della Conferenza Stato-Regioni. Compito, questo, che dovrebbe svolgere il nuovo esecutivo. Nel caso in cui la situazione di transizione politica dovesse protrarsi, l’attuale governo in carica per gli affari correnti provvederà ad avviare l’iter di riparto dei fondi stanziati dalla legge di bilancio per il 2018. Questi, così come i circa 20 milioni di euro del bando di concorso antiviolenza indetto nel mese di luglio del 2017 dal Dipartimento per le Pari Opportunità, non possono in alcun modo ritenersi “fondi a pioggia”. Si è infatti inteso agire secondo l’art.5 della Convenzione di Istanbul che impegna l’Italia a precisi obblighi, in un contesto di politiche integrate volte a garantire un approccio globale ed efficace nel contrasto alla violenza di genere. È sulla base di questi principi che il Dipartimento per le Pari Opportunità ha messo a bando, nel 2017, sei linee di intervento di cui una, richiesta esplicitamente dall’art.13 della stessa Convenzione, per la realizzazione di campagne di comunicazione, educazione, attività cultuali, artistiche e sportive, per promuovere cambiamenti nei comportamenti socio-culturali, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini. Solo con la partecipazione di tutti, associazioni, scuole, istituti e quanti sono in grado di incidere sul contesto educativo, culturale e sociale, potremo realizzare iniziative strutturali e sistematiche, che non siano limitate al solo 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza, o a qualche altro evento isolato.

Dipartimento Pari Opportunità

 

Siamo contenti di sapere che, anche qualora lo stallo rispetto alla formazione del nuovo governo dovesse prolungarsi, le Regioni riceveranno comunque il riparto loro destinato. Per il resto il Dipartimento conferma quanto da noi scritto.

Si. D’O. e A. G.

 

Nell’articolo apparso ieri “Fondi violenza sulle donne soldi a tutti tranne ai centri” viene citata anche la nostra Istituzione, annoverata – sicuramente a causa della denominazione di “Opera Pia” – tra gli “enti cattolici”.

Ringraziamo per la citazione, tuttavia erronea, perché ci fornisce l’occasione per mettere a conoscenza un sempre più ampio numero di persone sulle attività che l’Asilo Savoia, che è invece una Istituzione pubblica a tutti gli effetti, svolge in ambito sociale e educativo, in stretta collaborazione con Regione Lazio e Comune di Roma, grazie alle risorse finanziarie ricavate dalla gestione del proprio patrimonio.

Entrando nello specifico del progetto presentato al dipartimento delle Pari Opportunità, tale proposta è stata elaborata e verrà realizzata dall’Asilo Savoia insieme ad altri qualificati soggetti, tra cui in particolare l’Associazione Volontarie del Telefono Rosa, con cui l’Asilo Savoia ha già in essere una proficua collaborazione, e si avvale del partenariato gratuito di Regione Lazio e Roma Capitale. Il progetto, di durata pari a 18 mesi, prevede una serie articolata di attività di prevenzione e contrasto degli stereotipi, delle discriminazioni e della violenza di genere nello sport di base sia a livello giovanile che rispetto agli operatori del settore, ed impegna anche risorse finanziarie proprie dell’Asilo Savoia.

L’impegno di Asilo Savoia contro la violenza delle donne non è improvvisato o legato all’opportunità dell’avviso pubblico in questione, ma rappresenta una precisa volontà dell’Istituzione. Nel corso degli ultimi anni, infatti, oltre a specifiche campagne di sensibilizzazione e raccolte fondi in favore di Telefono Rosa, abbiamo impegnato fondi del nostro bilancio per sostenere i centri di ascolto ed intervento per donne vittime di violenza a Sezze, in collaborazione con le Associazioni “Centro Donna Lilith ONLUS” e “S.A.R.A.H.”.

Massimiliano Monnanni Presidente Opera Pia Asilo Savoia

Ludopatia. “Io, malato e lasciato solo dallo Stato che dovrebbe aiutarmi”

Vi scrivo queste righe un po’ per disperazione, un po’ per sfogo. Sono un ragazzo di 42 anni che vive a Petrosino, in provincia di Trapani. Ho una bella famiglia con moglie e due bambini piccoli, sono un agente di commercio. Ho un grande problema: sono un giocatore patologico e ho paura di non riuscire a uscirne. Ma la paura più grande è quella di perdere la mia famiglia, la mia vita. Ho pensato anche al suicidio, ma non credo sia la soluzione, anche perché forse mi manca anche il coraggio. Perché scrivo questa lettera a voi? Perché vorrei che il prossimo governo mettesse fine per sempre a tutto ciò che è gioco d’azzardo illegale. Ormai si scommette ovunque. Ma che Paese è quello in cui si fa leva sulle debolezze delle persone per fare arricchire chi lucra sul gioco? L’Italia è un Paese fondato sul lavoro, invece è stato trasformato in un Paese fondato sul gioco d’azzardo.

Uno Stato che ama il suo popolo lo deve proteggere, altrimenti non è uno Stato. Vorrei che questo messaggio in un modo o nell’altro arrivasse ai nostri politici. Scusate se vi ho disturbato, ma volevo fare qualcosa per me, per i miei figli, ma anche per tutti coloro che sono vittime inconsapevoli di un sistema che ormai è al collasso e rischia di distruggere per sempre il futuro di tante generazioni. Mi vergogno tantissimo di ciò che sono e vorrei cambiare il mio destino.

Vincenzo

 

Non si arrenda. Il primo pensiero, caro Vincenzo, è a lei: non si lasci andare. Capita a tutti noi di cadere, di sbagliare. E se è giusto essere anche severi con se stessi, è però importante sapersi perdonare. Dagli errori si impara. È troppo più grande quello che ha – la famiglia, i figli, la sua vita – dell’errore commesso.

Prima di tutto si rivolga ai centri di recupero per i ludopatici. Ce ne sono di ottimi, si incontra gente che è caduta nello stesso vizio. E si capisce di non essere soli: in Italia i “malati” di ludopatia sono 1,3 milioni, ma solo 12 mila sono in cura.

E poi fate della vostra esperienza una battaglia per cambiare le cose: unitevi, fate sentire la vostra voce. Contro il mondo delle slot che a volte si allea – proprio in Sicilia – con le mafie. Contro certi partiti che hanno amici scomodi tra i signori dell’azzardo legalizzato. E contro lo Stato che per intascare una percentuale sulle giocate dimentica la salute dei propri cittadini. Una follia, perché alla fine il costo sociale ed economico delle slot è molto maggiore degli incassi. Qui si vede la buona politica.

In bocca al lupo, Vincenzo, e ci faccia sapere com’è andata.

Ferruccio Sansa

Consob, Mattarella firma il decreto di nomina di Nava

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato ieri il decreto che nomina Mario Nava nuovo presidente della Consob, l’Autorità che vigila sulla Borsa. Il Quirinale ha così deciso di rompere gli indugi e sciolto i dubbi sulla possibilità che Nava, funzionario della Commissione Europea, potesse ricoprire l’incarico in “distacco” e non in “aspettativa” dalla sua amministrazione di origine. Nel primo caso, infatti, rimarrebbe il sostanziale rapporto di dipendenza con Bruxelles, e in questo modo Nava conserverebbe gli scatti di stipendio e carriera dei funzionari europei (e la loro tassazione del compenso più generosa). Non è mai successo nella storia quarantennale della Consob che il presidente si trovasse in una situazione simile, peraltro non prevista dalla legge istitutiva dell’Authority che impone al presidente di essere messo fuori ruolo dall’ amministrazione di origine (che in questo caso è pure sovranazionale). Il guaio poi è che Bruxelles, in base anche alle richieste di Nava, avrebbe concesso solo 3 anni di distacco, quando il mandato di presidente della Consob dura sette anni. In pratica, dopo un triennio dovrebbe scegliere tra mettersi in aspettativa o tornare a Bruxelles.

Privacy, ecco a chi giova la depenalizzazione italiana

Almeno 19 sentenze in cui è stato applicato l’articolo 167 del codice Privacy, quello che punisce il trattamento illecito dei dati personali (con pene fino a tre anni di reclusione) e che è sparito nella bozza di decreto con cui il governo ha recepito a marzo il nuovo Regolamento europeo sulla Privacy. In pratica, il reato è stato depenalizzato. Al suo posto, solo sanzioni amministrative. L’elenco è di Stefano Aterno, docente di diritto penale dell’informatica alla Luiss. “L’art. 167 – ha scritto invece sul suo sito l’avvocato Giusella Finocchiaro, a capo della commissione che ha elaborato la bozza di decreto – non è stato applicato che in pochissimi procedimenti bagatellari dalle Corti italiane”. Non sembra proprio così.

Nel 2004, ad esempio, un giudice del tribunale di Como ha condannato un uomo a 2 mesi di reclusione (sostituiti con una multa) per aver minacciato una donna con lettere anonime e diffuso i suoi dati (generalità indirizzo, telefono) senza autorizzazione. Aveva aperto a nome della donna un dominio internet e l’aveva iscritta a un sito di messaggi erotici. Nello stesso anno, un ragazzo è stato condannato per aver pubblicato il video dello spogliarello della sua ragazza. Ma ci sono anche casi più grossi. Come Telecom Tiger Team: condanne, patteggiamenti, 70 persone offese, 4 ministeri e la presidenza del Consiglio parte civile. Tiger Team era accusata di aver spiato chi veniva considerato pericoloso per l’azienda attraverso tabulati telefonici, intelligence e intercettazioni. Tra i reati contestati, oltre l’associazione per delinquere e l’accesso abusivo a sistemi informatici, proprio l’articolo 167 “per aver acquisito e comunicato al fine di trarne profitto informazioni… su conti correnti, saldi, giacenze, fidi”. Con le stesse accuse sono stati condannati dal Tribunale di Roma anche diversi investigatori privati.

Enorme,poi, la condanna anche per trattamento illecito dei dati personali nel caso dell’azienda che aveva utilizzato senza consenso e senza informativa 457mila dati personali. Inoltre, l’articolo 167 in questi giorni è contestato nel caso dei fratelli Occhionero (è stata chiesta la condanna a 9 anni di reclusione), accusati di avere spiato per anni personaggi istituzionali e le mail di esponenti politici. “Non proprio una bagatella”, spiega Aterno. Con la depenalizzazione del reato, in caso di violazioni sulla privacy le procure – che procederebbero comunque per altri reati – dovrebbero trasferire gli atti al Garante della Privacy che, senza strumenti investigativi giudiziari, dovrebbe accertare le violazioni e poi, in caso, irrogare le sanzioni. Spesso, però, chi compie il reato o non ha soldi o ne ha di difficilmente aggredibili. Improbabili quindi le sanzioni milionarie. E vale anche per le aziende. “La norma – spiega Aterno – non sembra incompatibile con il regolamento Ue. Potrebbe essere riformulata ma non abrogata”. Chi ha scritto il decreto sostiene che le norme penali non devono essere in contrasto con il principio del cosiddetto ne bis in idem, che vieta un sistema di doppia sanzione e di doppio processo.

“Vero. Ma due sentenze della Corte di giustizia europea (2017 e 2018) hanno sottolineato che il principio vada applicato dal giudice caso per caso e che vada accertato che il fatto sia lo stesso”. Non è un compito del legislatore. Semplificando: due eventi sono comparabili solo se uguali per contenuti e per evoluzione. Il ne bis in idem, poi, sussiste quando la sanzione amministrativa assume natura penale. “Fino ad oggi – spiega Aterno – in Italia i reati privacy che si vogliono abolire hanno previsto sanzioni amministrative collegate a quelle penali e mai si è posto un problema di ne bis in idem. Se non sarà abrogata, la norma potrà continuare ad essere un deterrente efficace”. Sta al legislatore, a questo punto, assumersi la responsabilità politica della scelta.

Il primo ‘processo’ a Facebook

Il primo effetto delle parole di Mark Zuckerberg, cravatta azzurra di fronte al Senato americano ieri (oggi riferirà alla Camera) si avverte in borsa, con il titolo che sale di 3,5 punti per poi chiudere a +4,5 per cento con il rialzo più alto registratosi dall’aprile del 2016 e dopo settimane di crolli a causa del datagate legato a Cambridge Analytica e all’uso politico dei dati sottratti illecitamente a milioni di utenti.

Il 33enne si scusa di nuovo e fornisce molte nuove informazioni in risposta all’interrogatorio dei senatori statunitensi, molte nella forma “sì -no”: ammette l’errore di aver semplicemente creduto alle rassicurazioni di Cambridge Analytica sulla cancellazione dei dati sottratti impropriamente (“Avremmo dovuto controllare”), risottolinea l’intenzione di voler mantenere Facebook gratuita, riferisce che la squadra di Robert Mueller, il procuratore speciale che guida l’inchiesta sul Russiagate, ha sentito dipendenti di Facebook e di aver supportato tecnicamente tutti i partiti sull’uso del social durante le elezioni. Sostiene che il suo non sia un monopolio (“Non ho quell’impressione”), giustifica l’acquisizione di Whatsapp e di Instagram per le loro qualità tecniche e si dice aperto a una regolamentazione su internet “qualora sia una giusta regolamentazione”. Sulle domande più tecniche prende tempo, risponde per quello che ritiene di poter riferire. “Voglio essere sicuro di essere preciso” ripete spesso, rimandando all’intervento dei suoi tecnici. In alcuni casi torna indietro sulle sue dichiarazioni. Quando gli si chiede se Facebook tracci anche i dispositivi, risponde che non ha elementi a sufficienza per dare una risposta esauriente alla domanda, risponde con forza sostenendo che c’è una incomprensione globale sul fatto che il social venda i dati. “Chiediamo agli inserzionisti quale pubblico vogliano raggiungere”. La seduta lascia molti dubbi, i senatori saltano da un argomento all’altro, non c’è coerenza, pochi elementi di novità. Ieri è stato anche il giorno in cui il social network ha lanciato il programma “Data Abuse Bounty” che premierà le persone che conoscono casi in cui un’app della piattaforma raccoglie i dati per venderli, usarli per truffe o per scopi politici.

Le segnalazioni – si legge sul post pubblicato da Facebook – verranno esaminate “il più rapidamente possibile” e se verrà confermato l’abuso di dati, l’app incriminata verrà chiusa, intraprese azioni legali contro la società che vende o acquista i dati e verrà “pagata la persona che ha fatto la segnalazione e avvisati tutti gli utenti interessati”. Intanto, è stato lanciato uno strumento per capire se si è stati colpiti dalla condivisione dei dati (basta digitare “Cambridge” nella barra di ricerca dell’area “Centro Assistenza” di Facebook). Se non si è stati interessati alla fuga di dati, nella pagina apparirà il messaggio: “In base alle nostre informazioni, tu e nessuno dei tuoi amici si sono registrati a This Is Your Digital Life”, l’applicazione che ha fatto scoppiare lo scandalo sulla privacy.

Travolti dal furgone: due morti e tre feriti “Autista sotto coca”

Stavano aspettando di partire per una gita, quando ieri mattina due anziani sono stati uccisi da un furgone che li ha travolti sulla Statale Aurelia, all’altezza di Massa. Altre tre persone sono rimaste ferite. Tra loro ci sono anche una donna ricoverata in prognosi riservata e l’autista del furgone, che è stato arrestato per omicidio stradale, in attesa delle controanalisi del test tossicologico: il primo controllo avrebbe dato esito positivo alla cocaina. Le vittime sono Carmine Rifulli, 81 anni, originario di Sarno (Sa), arrivato in condizioni disperate al pronto soccorso e poi deceduto dopo qualche ora all’ospedale Noa di Massa, ed Enrica Barani, 74 anni, nata a Massa ma residente a Empoli (Firenze), morta sul colpo: per lei sono stati inutili i soccorsi dei sanitari del 118. A investirli è stato un quarantenne originario di Pietrasanta (Lucca), ma residente a Massa, paziente del Sert dell’Azienda sanitaria apuana dal 2000. L’uomo era alla guida di un furgone che trasportava medicinali diretti alle farmacie private della zona di Massa e, secondo i primi accertamenti, stava viaggiando a velocità sostenuta: sull’asfalto non ci sono i segni di frenate ed è probabile che l’uomo si sia accorto dei pedoni solo dopo il violento impatto.

Troppi stranieri, via le panchine. E i padovani restano senza

Ipotenti si azzannano per le poltrone. La gente comune si divide sulle panchine: pensionati contro immigrati. Accade a Padova, dove il Comune per togliere un posto a sedere “a certi stranieri poco raccomandabili” lascia con le chiappe per aria anziani e bambini.

Siamo in via Bettella, dove città e periferia si incontrano. Palazzoni grigi che assediano un parco.

Un gruppo di residenti non sopporta più gli schiamazzi notturni. Parte una lettera per l’Ufficio comunale al Verde: “Togliete quelle panchine così quella gente dovrà andarsene”. Via le panchine, via il disagio.

Così un giorno, raccontano Il Mattino di Padova e il sito Vvox, gli anziani si sono presentati nel loro parco e non hanno trovato dove sedersi. “Proprio ora che arriva la primavera”, si sfoga Roberto che arriva con un mazzo logoro di carte. Dal Comune spiegano: “Le panchine sono state eliminate su richiesta dei residenti, ma le sposteremo altrove”.

Chissà se le panchine torneranno. Ma gli anziani non vogliono perdersi il loro diritto alla primavera. Portano le sedie in strada, si affacciano dai garage. Commentano: “Più polizia, non meno panchine”. Ma la politica ha bisogno di simboli. Stati Uniti e Israele alzano muri. In Veneto c’è chi punta sulle panchine: ai tempi di Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso, si decise di togliere le panchine della città perché ci si sedevano gli immigrati. A Padova l’ex sindaco Massimo Bitonci fece installare dissuasori antibivacco sulla panchine. Vietato sdraiarsi agli immigrati, ma anche ai padovani desiderosi di una pennica a cielo aperto.