Un altro stipendio mascherato per i dirigenti del Coni. Stavolta addirittura per quelli regionali. Giovanni Malagò si è inventato un modo di elargire ai colonnelli sul territorio una paghetta mensile, a spese dello Stato e in barba alle regole. Guai a parlare di compenso, perché la legge è chiara e non lo permette. Allora il rimborso diventa forfettizzato e senza nemmeno le ricevute: per alcuni pochi spiccioli, ma per chi è a capo delle Regioni più importanti si superano i mille euro al mese, quasi duemila in Lombardia. Uno stipendio, appunto. A cui si aggiunge l’auto di servizio.
Fino a ieri, per queste cariche onorifiche era previsto solo un rimborso a piè di lista, prevalentemente di tipo chilometrico, che però da qualche tempo stava sfuggendo di mano: tra spese un po’ gonfiate e non sempre verificate, nel 2016 se ne sono andati addirittura 373 mila euro. Così si è deciso di intervenire, ma la toppa rischia di essere peggiore del buco.
Formalmente nella delibera si parla sempre di “rimborso onnicomprensivo”, ma la cifra è fissa e per riscuoterla basta un’auto-rendicontazione ogni tre mesi: assomiglia tanto a un compenso, e, trattandosi di un rimborso, potrebbe essere addirittura esentasse. Tra i beneficiari, nomi più o meno noti: 23 mila euro al n. 1 della Lombardia, Oreste Perri, 15 mila al Lazio per Riccardo Viola (figlio di Dino, storico presidente giallorosso), 13 mila al Veneto, 12 mila per l’ex sindacalista Cisl Sergio D’Antoni (che ora è capo del Coni Sicilia, e da membro della giunta ha pure votato) e lo schermidore Salvatore Sanzo in Toscana (già retribuito come segretario della FederCanoa); e giù a scalare sulla base di vari criteri fino ai 2mila della Valle d’Aosta. In più, visto che avanzavano in magazzino, tutti avranno in dotazione una Toyota (sponsor ufficiale Coni).
L’operazione è simile a quella che nel 2013 ha istituito l’indennità di 36 mila euro annui per i presidenti federali (con risultati non proprio esaltanti: grazie a trucchetti vari sono sempre di più quelli che riescono ad aggirare il tetto). Con una differenza, però, e non da poco: allora il Coni aveva ricevuto l’ok del ministero dell’Economia, stavolta ha agito in autonomia. E proprio questo ha scatenato i malumori interni: c’è persino chi si è rifiutato di partecipare alla votazione, ritenendo il provvedimento illegittimo. Lo statuto del Coni, infatti, sottolinea la gratuità delle cariche, e la legge di riferimento vieta esplicitamente i rimborsi forfettari. Il rischio di una bocciatura è dietro l’angolo, non è escluso che la delibera venga rivista. Intanto per farla passare Malagò ci ha messo la faccia, e un parere dell’ufficio legale sulla “compatibilità” del nuovo sistema: al Coni sono convinti che le cifre in ballo bastino a giustificarlo, e in effetti a bilancio si passerà dai 373 mila euro spesi nel 2016 a 169 mila, praticamente la metà. “Risparmiamo, nessuno potrà dirci nulla”. Ma se l’obiettivo era solo questo, forse sarebbe bastato andare a controllare le ricevute, invece che creare un nuovo stipendio. Pardon, si dice rimborso.