“Stipendi” Coni anche ai capi regionali

Un altro stipendio mascherato per i dirigenti del Coni. Stavolta addirittura per quelli regionali. Giovanni Malagò si è inventato un modo di elargire ai colonnelli sul territorio una paghetta mensile, a spese dello Stato e in barba alle regole. Guai a parlare di compenso, perché la legge è chiara e non lo permette. Allora il rimborso diventa forfettizzato e senza nemmeno le ricevute: per alcuni pochi spiccioli, ma per chi è a capo delle Regioni più importanti si superano i mille euro al mese, quasi duemila in Lombardia. Uno stipendio, appunto. A cui si aggiunge l’auto di servizio.

Fino a ieri, per queste cariche onorifiche era previsto solo un rimborso a piè di lista, prevalentemente di tipo chilometrico, che però da qualche tempo stava sfuggendo di mano: tra spese un po’ gonfiate e non sempre verificate, nel 2016 se ne sono andati addirittura 373 mila euro. Così si è deciso di intervenire, ma la toppa rischia di essere peggiore del buco.

Formalmente nella delibera si parla sempre di “rimborso onnicomprensivo”, ma la cifra è fissa e per riscuoterla basta un’auto-rendicontazione ogni tre mesi: assomiglia tanto a un compenso, e, trattandosi di un rimborso, potrebbe essere addirittura esentasse. Tra i beneficiari, nomi più o meno noti: 23 mila euro al n. 1 della Lombardia, Oreste Perri, 15 mila al Lazio per Riccardo Viola (figlio di Dino, storico presidente giallorosso), 13 mila al Veneto, 12 mila per l’ex sindacalista Cisl Sergio D’Antoni (che ora è capo del Coni Sicilia, e da membro della giunta ha pure votato) e lo schermidore Salvatore Sanzo in Toscana (già retribuito come segretario della FederCanoa); e giù a scalare sulla base di vari criteri fino ai 2mila della Valle d’Aosta. In più, visto che avanzavano in magazzino, tutti avranno in dotazione una Toyota (sponsor ufficiale Coni).

L’operazione è simile a quella che nel 2013 ha istituito l’indennità di 36 mila euro annui per i presidenti federali (con risultati non proprio esaltanti: grazie a trucchetti vari sono sempre di più quelli che riescono ad aggirare il tetto). Con una differenza, però, e non da poco: allora il Coni aveva ricevuto l’ok del ministero dell’Economia, stavolta ha agito in autonomia. E proprio questo ha scatenato i malumori interni: c’è persino chi si è rifiutato di partecipare alla votazione, ritenendo il provvedimento illegittimo. Lo statuto del Coni, infatti, sottolinea la gratuità delle cariche, e la legge di riferimento vieta esplicitamente i rimborsi forfettari. Il rischio di una bocciatura è dietro l’angolo, non è escluso che la delibera venga rivista. Intanto per farla passare Malagò ci ha messo la faccia, e un parere dell’ufficio legale sulla “compatibilità” del nuovo sistema: al Coni sono convinti che le cifre in ballo bastino a giustificarlo, e in effetti a bilancio si passerà dai 373 mila euro spesi nel 2016 a 169 mila, praticamente la metà. “Risparmiamo, nessuno potrà dirci nulla”. Ma se l’obiettivo era solo questo, forse sarebbe bastato andare a controllare le ricevute, invece che creare un nuovo stipendio. Pardon, si dice rimborso.

C’era tritolo a Limbadi “I clan ci perseguitano”

Era imbottita di tritolo la Ford Fiesta che lunedì è esplosa a Limbadi e ha ucciso l’ex rappresentante di medicinali Matteo Vinci. Gli investigatori non hanno dubbi: “L’obiettivo di chi ha preparato l’autobomba non era solo quello di uccidere, ma soprattutto mandare messaggi”.

Messaggi agli abitanti del paesino, in modo che capiscano il destino di chi dice no alla famiglia Mancuso. Ma anche alla magistratura che, negli ultimi mesi, sta eseguendo numerosi arresti di ’ndranghetisti nella provincia di Vibo Valentia. Se il bersaglio fosse stato solo Matteo Vinci e suo padre Francesco (gravemente ferito e adesso ricoverato all’ospedale di Palermo), sarebbero bastati due colpi di fucile e “archiviare” il caso come uno dei tanti omicidi che, da anni insanguinano, il territorio in mano a una delle più pericolose cosche calabresi.

Non è stato così: dalla scelta dell’esplosivo alla dinamica dell’agguato, la sensazione è che la bomba abbia il sapore di un attentato terroristico-mafioso. Chi ha agito, infatti, ha utilizzato il tritolo, l’ha collegato con un innesco e i carabinieri adesso stanno verificando se è stato utilizzato un telecomando a distanza o un timer. Nella notte sono state eseguite numerose perquisizioni. I carabinieri hanno arrestato il settantunenne Domenico Di Grillo, marito di Rosaria Mancuso che, proprio con la famiglia Vinci, da anni si scontra per questioni di vicinato. L’uomo è stato trovato in possesso di un fucile smontato in più parti ed è stato fermato per detenzione illegale di armi.

A puntare il dito contro Di Grillo e Rosaria Mancuso, parente dei boss di Limbadi, è la madre di Matteo, Rosaria Scarpulla: “Sono sicura che sono stati loro ad ucciderlo. È dal 1993 che sono iniziati questi soprusi. Volevano la nostra terra”.

Nel 2014 i carabinieri hanno arrestato i componenti dei due nuclei familiari per una rissa avvenuta nel terreno dei Vinci. In manette era finito anche Matteo Vinci: “Loro dicono che era una rissa – si sfoga la madre mentre è al fianco di Laura, la fidanzata di Matteo – ma io vi dico che abbiamo subito un agguato. Ci hanno massacrati e ci hanno arrestati. In Tribunale, noi eravamo in gabbia e loro seduti sul banco che ci guardavano con alterigia. Noi chiediamo giustizia per Matteo. La nostra vita continuerà com’era. Non possiamo abbandonare. Non finirà e sappiamo pure che andrà male. Per me i Mancuso non sono nessuno, gente ignorante. Se quel pezzo di terra è mio, è mio”.

Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, sta seguendo da vicino l’inchiesta: “Ce la metteremo tutta per risolvere il caso il prima possibile”. Il magistrato antimafia non si sbilancia ma è certo che chi ha piazzato l’ordigno “ha calcolato l’impatto che un’autobomba avrebbe avuto sull’opinione pubblica. Ma dal mio punto di vista ha fatto un errore. Vibo è una provincia ad altissima densità mafiosa. Per questo ho potenziato i magistrati. Adesso ci sono tre pm che indagano sui Mancuso. Al momento non faccio ipotesi”.

L’avvocato Giuseppe De Pace, che assiste la famiglia Vinci, sostiene che “non è un fatto di cronaca. È un fatto terroristico mafioso. La strage di Limbadi entra nella carne viva, popolare, della collettività: perché una famiglia mite, sobria, anonima, nella quale oggettivamente tutti ci identifichiamo, è stata massacrata dalla violenza mafiosa. Una semplice famiglia di modesti lavoratori cercava, aggrappandosi alla giustizia, di difendere i propri pochi beni dalla famelica aggressività mafiosa: una condotta di lesa maestà che un quisque de populo, agli occhi di certi ‘circoli’, non può osare di mettere in atto”. Il legale si rivolge al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al ministro dell’Interno Marco Minniti: “Devono dare segnali forti contro il potere e il sistema mafioso”. E per questo, “chiedo si celebrino a Limbadi i funerali di Stato”.

Trafficavano migranti dalla Tunisia all’Italia: 13 fermi in Sicilia

La Guardia di finanzadi Palermo ha fermato ieri tredici persone, accusate di essere coinvolte in una rete di traffico di migranti dal Nord Africa all’Italia. All’interno del gruppo criminale, secondo la Procura, ci sarebbero anche persone con orientamenti tipici dell’islamismo radicale di natura jihadista. “L’associazione, capeggiata da pericolosi pregiudicati tunisini – spiegano gli inquirenti – operava prevalentemente mediante trasporti veloci, per i quali utilizzava gommoni carenati con potenti motori fuoribordo ed esperti scafisti, nel braccio di mare tra la provincia tunisina di Nabeul e quella di Trapani, consentendo agli immigrati clandestini di raggiungere le coste italiane in poco meno di quattro ore”. Ogni viaggio, secondo la Procura di Palermo, fruttava all’organizzazione – composta da tunisini, italiani e marocchini – tra i 3mila e i 5mila euro per ogni persona imbarcata (di solito erano tra le dieci e le quindici) e prevedeva anche il trasporto di sigarette di contrabbando, destinate al mercato nero italiano.

Tim, la lista di Elliott contro Vivendi (che farà ricorso)

Elliott presenta la lista del cda con cui sfiderà Vivendi per il controllo di Tim: una rosa di 10 nomi a cui si potrà attingere nel caso in cui Elliott “sfrattasse” Vivendi e Amos Genish decidesse di lasciare l’incarico di ad. La lista, che sfiderà quella di Vivendi nell’assemblea del 4 maggio, si apre con l’ex numero uno dell’Enel Fulvio Conti, destinato all’incarico di presidente e include il braccio destro di Marchionne in Fca, Alfredo Altavilla, il commissario di Alitalia Luigi Gubitosi (possibile ad), Massimo Ferrari, cfo di Salini, l’ex responsabile di Facebook in Europa, Paola Bonomo, l’ex ad di Alitalia, Rocco Sabelli, il banchiere Dante Roscini, l’ex top banker di Bnp, Paola Giannotti de Ponti, l’ex responsabile di Nokia in Europa, Maria Elena Cappello, e Lucia Morselli, consigliere di Snam su indicazione della Cdp. Intanto il fondo Usa ha criticato la mossa con cui il cda di Tim, a maggioranza, ha deciso di impugnare la decisione dei sindaci di integrare l’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile con la richiesta di Elliott di revocare sei uomini dei francesi. La parola passa al tribunale. Ieri sono continuati gli acquisti in Borsa di Cdp e di Elliott, che ora ha l’8,8% di Tim. Con il fondo Usa sono schierati tutti i proxy advisor e Assogestioni.

Fq Millennium: Calabrò e gli incontri con Marina B.

Giovanni Calabrò, alias “il Marchese del Grillo”, come l’ha ribattezzato la Procura di Busto Arsizio nelle indagini sul crac Algol-Azzurra Air “aderisce alla ricostruzione della signora Berlusconi confermando la casualità dell’incontro a Montecarlo”, come si legge in una nota. Calabrò, forse per galanteria, evita di specificare se si sia trattato di un solo incontro o di 3 o 4 serate passate in letizia in un locale del Principato, come aveva dichiarato nella sua intervista al mensile Fq Millennium. Che, uscita in edicola sabato aveva provocato una nota di casa Fininvest con cui Marina Berlusconi, ha riconosciuto di aver incontrato Calabrò di cui ha subito ricordato, seppure a distanza di “parecchi anni”, un “unico breve incontro casuale”, mentre era “in compagnia del marito in un locale pubblico di Montecarlo.” Silenzio, invece, da Berlusconi padre che, come dichiarato ancora da Calabrò, avrebbe fatto ricorso ai servigi del “marchese” per riallacciare i rapporti con il presidente turco Erdogan. E pure dal governatore della Liguria, Giovanni Toti, che in una conversazione con Fq Millennium aveva derubricato a conoscenza l’amicizia – a suo tempo ostentata – con il controverso imprenditore calabrese condannato in via definitiva per la bancarotta Algol. Nella sua breve nota Calabrò tiene poi a ribadire di non aver “mai avuto rapporti con quel ramo della famiglia” pesantemente coinvolto in vicende di ’ndrangheta e non contesta nulla della ricostruzione delle sue vicende – giudiziarie e non – fatta dal nostro mensile, a partire dal valore del nichel che ha dato a pegno al Comune di Roma a garanzia di un debito da 38 milioni. Nichel che è stato anche venduto a caro prezzo a un imprenditore vicentino dei rifiuti che a causa delle sue brame speculative ha finito con il perdere l’azienda.

Liguria, Toti dà centinaia di milioni ai privati: dagli amici di Bagnasco all’Humanitas

Le mani dei privati sulla Sanità pubblica ligure. Ora il governatore Giovanni Toti fa sul serio, preparandosi a investire centinaia di milioni per progetti che spalancano le porte ai colossi del settore, che vale quasi il 70% dei bilanci regionali. “Operazioni – denuncia Alice Salvatore, capogruppo M5s in Regione – troppo spesso gestite dall’Azienda regionale Alisa, sottratta al controllo diretto del Consiglio regionale”.

L’ultima notizia, comparsa sul Secolo XIX, è l’avvio dello studio di fattibilità per un ospedale agli Erzelli. Una struttura da 382 posti letto che servirà 330mila cittadini del Ponente genovese. La struttura sarà realizzata e gestita da privati. Si era parlato del gruppo Humanitas. Non solo: saranno ridotte altre strutture pubbliche del Ponente di Genova. Un’operazione sanitaria oppure economica? Il progetto Erzelli era nato come cittadella tecnologica. Un’iniziativa guidata da un imprenditore targato Pd e sostenuta perfino dall’allora presidente Giorgio Napolitano. Poi cominciarono i guai. E i tentativi di puntellare il progetto con soldi pubblici: il conto potrebbe arrivare a 300 milioni, tra università, stazioni e teleferiche. Ora ecco l’ospedale che, sostiene Salvatore, “presenta gravi incognite: mancano i collegamenti e il progetto è stato concepito per un uso diverso. E non è stata ultimata la bonifica del terreno”. Ma gli Erzelli s’hanno da fare anche perché nelle loro casse hanno ottenuto 250 milioni di finanziamenti dalla Carige all’epoca di Giovanni Berneschi. E ora la banca – che tra i nuovi soci conta figure non ostili a Toti – deve rientrare.

Erzelli, ma non solo. La Regione ha deciso di affidare ai privati anche tre ospedali pubblici del Ponente: Cairo Montenotte, Albenga e Bordighera. Per privatizzarli la Regione è disposta a investire 385 milioni in 5 anni. Non finisce qui: “La Regione ha già impegnato 41 milioni per il nuovo Galliera”, racconta Salvatore. È il progetto caro al cardinale Angelo Bagnasco per sostituire lo storico ospedale del centro di Genova. Con molte polemiche: primo, l’investimento pubblico per una struttura guidata da una fondazione presieduta dal cardinale. Poi l’aspetto immobiliare: il progetto prevede centinaia di appartamenti e c’è da definire la destinazione della struttura storica in pieno centro. Se venduta, varrebbe oro. La Corte dei Conti ha avanzato dubbi sulla sostenibilità del progetto. Ancora: c’è l’ospedale di La Spezia costruito dal gruppo Pessina, quello della fu Unità. Toti, durante la campagna elettorale del 2015, criticò il progetto. Poi la sorpresa: alle recenti cene elettorali del centrodestra genovese viene annunciata la presenza dei vertici Pessina. Ecco la sanità di Toti. Che moltiplica i posti letto privati (oggi appena 290). “Mentre la Regione chiede continui efficientamenti al pubblico. Addirittura al Gaslini, eccellenza per la pediatria”, conclude Salvatore. E c’è poi il progetto che rischia di stravolgere i consultori infantili, eccellenza della sanità pubblica ligure. Conclude il M5S: “Intanto si spendono centinaia di milioni per progetti privati”.

Dal Celeste a Bobo, la grande torta della Lombardia

Ci vorrebbe non una pagina di giornale, ma un volumone da Enciclopedia Britannica per raccontare i mille scandali nella sanità scoppiati in Lombardia. Ogni volta il politico di turno promette che sarà l’ultima, assicura che la mela marcia è stata isolata, che il sistema sarà riformato; poi le cronache s’incaricano di smentirlo. Ogni scandalo della sanità, in Lombardia, è sempre il penultimo. Il motivo sta tutto in due cifre, 18 e 75: 18 miliardi di euro all’anno è la spesa pubblica sanitaria in Lombardia, il 75 per cento del bilancio della Regione. Un bottino che fa gola. Ora tocca a quattro primari di due importanti ospedali milanesi. Storia nuova, ma che s’incastra a cannocchiale su storie vecchie, se è vero che la quinta arrestata, il direttore sanitario dell’Ortopedico Paolo Pini, Paola Navone, fu sfiorata da un’inchiesta di una decina di anni fa che riguardava la falsificazioni di cartelle cliniche per ottenere più rimborsi sanitari all’ospedale San Carlo. Quel processo si concluse con l’assoluzione degli imputati, come tanti altri in cui non è stato possibile dimostrare che venivano pagati più soldi di quanto giustificato dalle prestazioni fornite.

La madre di tutti gli scandali è, nel 1997, la macchina messa in piedi da Giuseppe Poggi Longostrevi, medico e proprietario di cliniche private. Aveva assoldato una rete di medici di famiglia che mandavano i loro pazienti nei suoi laboratori, molte volte a chiedere esami inutili, o più costosi di quelli davvero eseguiti, oppure mai realmente forniti. In cambio, ai medici arrivavano un regalino a Natale o un compenso, 50 o 100 mila lire. Ma il suo sistema è costato alla Regione Lombardia almeno 60 miliardi di lire. Per far funzionare questo meccanismo ci voleva un santo in paradiso, o almeno al Pirellone. Era Giancarlo Abelli, braccio “sanitario” del presidente della Regione Roberto Formigoni e poi devoto a Silvio Berlusconi: i magistrati scoprirono che Poggi Longostrevi aveva pagato ad Abelli una mazzetta da 72 milioni di lire, ma lui spiegò che era una consulenza, benché non fatturata, e la storia finì con un processo per false fatture da cui fu assolto. E subito premiato con l’assessorato alla sanità in Lombardia e poi con un posto in Parlamento. Premiati anche i manager “politici” della sanità coinvolti in un vecchio scandalo con epicentro all’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Ma a elencarli tutti, gli scandali sembrano le litanie dei santi: San Carlo, Santa Rita, San Giuseppe, San Raffaele… Se in principio fu Poggi Longostrevi, l’evoluzione della specie arriva, nel 2011, con l’esplosione del sistema Formigoni e gli scandali San Raffaele e Fondazione Maugeri. Arrestato Pierangelo Daccò, mediatore tra il “Celeste” e le strutture sanitarie private “dell’eccellenza lombarda”: beneficate con 250 milioni di soldi pubblici regionali, in cambio di “benefit” (forma postmoderna di tangente) per 70 milioni di euro in viaggi, cene, vacanze, yacht, sconti su una villa in Sardegna. Il fondo è stato toccato con “la clinica degli orrori”, la Santa Rita di Milano, in cui il primario di chirurgia toracica Pier Paolo Brega Massone eseguiva operazioni superflue, inutili o dannose. Arrestato nel 2007, è stato condannato in appello all’ergastolo, per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, per la morte di quattro pazienti e 45 casi di lesioni.

Uscito di scena Formigoni, al Pirellone è arrivato Roberto Maroni che ha subito annunciato una riforma della sanità, realizzata dal suo braccio destro per il settore, Fabio Rizzi, medico e leghista. Bobo non fa in tempo a magnificare la bontà dei suoi cambiamenti che Rizzi viene arrestato. Il 16 febbraio 2016 scattano 21 manette: Operazione Smile, la chiamano, perché stavolta le ruberie hanno a che fare con le cure odontoiatriche e il personaggio più rilevante, accanto al leghista Rizzi padre della nuova riforma che cambia il nome alle Asl in Ats, è l’imprenditrice Maria Paola Canegrati, detta “Lady Dentiera”. Le sue società avevano conquistato il monopolio dei servizi odontoiatrici appaltati in esterno dagli ospedali lombardi e pagati con i soldi della Regione. A finire in carcere, l’anno prima, è stato l’uomo più potente di Forza Italia in Lombardia: Mario Mantovani, console berlusconiano e già vice di Maroni in Regione. Accusa: corruzione e concussione per appalti nella sanità, compresa una gara sul trasporto dei dializzati.

Champagne e borse Vuitton per i chirurghi delle protesi

Consulenze fantasma, quote e parte degli utili di società che fanno business con gli ospedali, royalties sulla vendita di prodotti sanitari. E regali, come una borsa Vuitton e un cesto natalizio da mille euro con champagne e foie gras. Sono le tangenti che fanno ripiombare ancora una volta nello scandalo la sanità della Lombradia. Tangenti in cambio delle quali due primari dell’Istituto ortopedico Pini-Cto, Giorgio Maria Calori e Carmine Cucciniello, la direttrice sanitaria dello stesso ospedale, Paola Navone, e due primari del Galeazzi, Lorenzo Drago e Carlo Luca Romanò, avrebbero favorito l’acquisto da parte di dispositivi ortopedici delle società dell’imprenditore brianzolo Tommaso Brenicci. Questa è la ricostruzione contenuta nelle 240 pagine dell’ordinanza del gip di Milano Teresa De Pascale che ieri ha disposto il loro arresto (l’imprenditore in carcere, gli altri ai domiciliari), descrivendo un “sistema” a cui partecipano medici non solo “corrotti”, ma anche “imprenditorializzati”. Che aprono le corsie agli interessi dell’imprenditore: “Il Pini è l’ospedale più facile del mondo! – dice Brenicci intercettato – non ci sono gare, se sei amico di un chirurgo usi i prodotti che vuole, cioè è tutto libero!”.

I medici arrestati erano per il gip disposti a “svendere la pubblica funzione, per il proprio tornaconto personale, incrementando il proprio guadagno”. Il tutto “spesso anche in dispregio della salute dei pazienti”. Il sistema descritto arriva al Pirellone, con le pressioni sui vertici perché venga firmata una delibera per approvare il progetto Domino e accreditare così il reparto del Pini diretto da Calori come punto di riferimento regionale per le infezioni articolari. Nell’inchiesta coordinata dai pm Letizia Mannella ed Eugenio Fusco (sviluppo di quella che un anno fa aveva portato agli arresti un altro primario del Pini, Norberto Confalonieri), oltre a un altro primario, Bruno Marelli, risulta indagato per favoreggiamento e abuso d’ufficio anche Gustavo Cioppa. Quest’ultimo è l’ex procuratore di Pavia che nel 2015 Roberto Maroni, dopo l’arresto del vice governatore Mario Mantovani, aveva voluto accanto a sé come sottosegretario per occuparsi di sanità e trasparenza. Ma Cioppa, secondo il gip, “è apparso una sorta di referente e portavoce negli ambiti della Regione degli interessi di Calori e, di conseguenza, dei soggetti a lui vicini (pubblici e privati) risultati implicati a tessere la medesima trama affaristica”.

Cioppa, secondo l’ordinanza, è “legato personalmente” a Calori. I due si conoscono, proprio l’ex sottosegretario parla al telefono della cupidigia del primario, in riferimento alla sua richiesta a “una vecchietta” con poche disponibilità (“morta di fame” la chiama): “Le ha fatto una relazione di due pagine e le ha chiesto 1.200 euro (…) Ha detto la vecchietta: ‘posso pagare in due rate?’ (…) ‘allora la perizia gliela farò in due tempi’ (…) come clinico numero uno, come umanità zero spaccato”.

La Guardia di finanza conta tra Cioppa e Calori ben 266 contatti telefonici da ottobre 2016 a giugno 2017. Gran parte delle telefonate avviene prima del febbraio del 2016, quando i vertici del Pini ricevono un esposto anonimo dove si parla di forniture illecite e si legge che la direttrice sanitaria aziendale gode di protezioni grazie ai “rapporti personali di confidenza con il medico personale di Berlusconi, Zangrillo”. Quando viene a sapere dell’esposto, Cioppa – scrive il gip – innesca “un vero effetto domino”: informa Calori, che quasi subito incontra Brenicci. Da quel momento in poi gli indagati staranno più attenti al telefono. Del resto tra loro si conoscono tutti. È per esempio Cucciniello a raccontare a Brenicci in una conversazione intercettata di un episodio in cui Calori, definito dal collega “un delinquente vero”, avrebbe cercato di convincere un facoltoso paziente “dell’esistenza di una grave infezione” che, se non curata, avrebbe portato “all’amputazione di un piede”. Il tutto, secondo Cuccineillo, per “manifestare la necessità di procedere ad un’operazione” in una clinica dove Calori “operava privatamente”, anche se l’infezione non c’era.

Cioppa è la persona su cui puntano Calori e Navone per incontrare l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera e il direttore generale del suo assessorato, Giovanni Daverio, entrambi non indagati. E parlare loro del progetto Domino, che verrà approvato a marzo 2017. Di un incontro con loro in Regione, “mentre c’era lì Maroni”, Navone parla con Calori: “Ho detto ‘dottor Daverio, si tratta di siglare una partnership fra noi quattro su un progetto molto carino’. M’ha detto ‘ma se è per così poco perché non me l’hanno detto subito?’. E gli ho detto ‘mi sosterrà?’ e Giulio (per il gip verosimilmente di Gallera, ndr) ha detto ‘lei deve essere sostenuta a prescindere’”.

Navone un anno fa in una puntata di Porta a porta assicurava: “Il piano anticorruzione verrà attuato al Pini al più presto”. È lei però, secondo i pm, a ricevere da Brenicci un cesto di Natale, il pagamento delle spese per partecipare a un paio di congressi e la promessa di uno stage per la figlia. “Si è laureata la mia bambina l’altro ieri, posso dartela gratis”, dice al telefono a Brenicci, che risponde: “Amore, ma con piacere”. L’imprenditore dal 2012 al 2017 ha incassato dal Pini per la vendita dei presidi sanitari circa 3,3 milioni. Alto anche il giro d’affari con il Galeazzi. Qui lavoravano Drago e Romanò, ai quali sarebbero riconducibili, per il 25% a testa, le quote di una delle società di dispositivi medici di Brenicci, la I4 srl.

Tap rifiuta il dibattito. E i No Tap contestano anche Emiliano

Da alleati a nemici. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano è stato contestato ieri dagli attivisti No Tap, a Lecce, durante la presentazione del documentario Mena di M. Cristina Fraddosio sul gasdotto Azerbaijan-Salento. Assenti Tap e Confindustria, come “caldamente“ raccomandato dalla Prefettura dopo gli scontri di lunedì. Le parole del governatore pugliese non sono andate giù a chi crede che l’opera non debba essere fatta né a Melendugno (Lecce) né altrove. Per Emiliano, invece, quel gas serve, “è indispensabile per decarbonizzare l’Ilva”. Resta la contrarietà all’approdo sulla spiaggia di San Foca, la Regione lo vorrebbe a Brindisi. Nei giorni scorsi Emiliano ha incontrato a Roma le autorità azere, chiedendo una riduzione del prezzo del gas. Una trattativa sulle compensazioni ambientali? “La realizzazione di quest’opera non può prescindere dall’abbassamento del prezzo del gas per quello che serve per la decarbonizzazione. Una delle obiezioni degli acquirenti dell’Ilva è che il gas costerebbe troppo. Ma, se stabilissimo una clausola per cui il metano viene sempre assicurato allo stesso prezzo del carbone, non ci sarebbero più scuse“.

“Le scosse ci inseguono, Dio vuole cancellarci. Quasi tutti se ne vanno”

“Ècome se il terremoto ci inseguisse da due anni”, racconta sconsolato Paolo Esposto che, dopo essere stato sfollato con la sua famiglia per due anni, a Pasqua aveva finalmente trovato una casa alle Piane di Pieve Torina, assegnatagli dal Comune, ma dopo la scossa di ieri mattina il tempo sembra essere tornato indietro: casa inagibile, il verdetto emesso al termine del sopralluogo. Magnitudo 4.6, epicentro di nuovo fra Muccia e Pieve Torina nel Maceratese. E la scena si ripete: un forte boato, le pareti che dondolano, il cuore in gola, la paura che dapprima immobilizza e poi, giusto il tempo di infilare una felpa e con il pigiama via di corsa in strada a condividere con gli altri l’esasperazione per un tormento che sembra non avere fine.

Sguardi atterriti. L’incubo negli occhi di Fabrizio Capitani, residente dal 26 ottobre scorso nel villaggio Costafiore di Muccia, a pochi metri dall’epicentro che ieri mattina dopo un primo boato ne ha ascoltato un altro per il crollo dei pensili della sua casetta. “Se ci fosse stato un bimbo lo avrebbe ucciso sul colpo”. Un terremoto, quello di ieri, spiega il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) Carlo Doglioni “legato alla sequenza del 24 agosto 2016” come un filo che non si è mai spezzato e che nessuno sa se e quando si spezzerà perché i terremoti non sono prevedibili. Così l’incubo che sembrava essersi allontanato è tornato a5 impossessarsi delle persone che credevano di avere ritrovato un po’ di pace nelle casette (Sae) consegnate con il contagocce.

Per tutti parla Maria Teresa Nori, portavoce dei terremotati di Castel Sant’Angelo sul Nera, Visso e Ussita e le sue sono parole dense di denuncia: “Non si può continuare a temporeggiare con la messa in sicurezza degli edifici e a tenere in piedi quelli pericolanti che diventano pericolosissimi”. Per Tonino, invece non c’è scampo: “Siamo nelle mani del Padreterno che avrà deciso di cancellarci dalla faccia della terra”, sospira allargando le braccia in segno di resa.

Rabbia, rassegnazione, dolore che si rinnova, disperazione, questi i sentimenti che albergano nelle persone che ieri mattina hanno rivissuto quella sensazione della terra che trema sotto ai piedi. “Non ce la faccio più a sentire in televisione, e per radio: ‘non si sono registrati danni’, grazie, non c’è rimasto più nulla e nulla è stato ricostruito” sbotta Peppe Mariani, ex sindaco di Roccafluvione: “I danni sono al cuore e alla psiche di migliaia di persone che a ogni scossa ripiombano nel terrore. Mentre il Paese sembra guardare colpevolmente inerme alla morte annunciata e voluta di un pezzo importante di esso. Forse neppure il 10% dei residenti è rimasto a vivere qui. Questa nostra terra diventerà un grande parco per turisti che verranno a visitare le rovine come a Pompei”.

Il sindaco di Camerino, Gianluca Pasqui, nel corso del vertice svoltosi a Pieve Torina con il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, il commissario straordinario alla ricostruzione, Paola De Micheli, il presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli e i sindaci del territorio colpito dal sisma ricorda: “Il cratere è qui, tra questi sindaci e queste facce stravolte e stremate. Non si può parlare di 138 comuni tutti allo stesso modo coinvolti, il cratere va diviso in fasce a seconda dei livelli di danno per consentire procedure veloci e semplificate che permettano di continuare a vivere in queste zone”. E se, come ha spiegato Carlo Meletti dell’Ingv il terremoto è dovuto a “parte dell’Appennino che si muove verso l’Adriatico, mentre un’altra parte resta indietro, come se si tirassero due lembi di un lenzuolo fino a strapparlo”, suona incomprensibile la decisione della giunta delle Marche nel dare via libera al mega gasdotto, la Trans Adriatic Pipeline che risalirà l’Italia. Circa 700 chilometri, da Massafra in Puglia a Minerbio (Bologna), attraversando proprio le zone altamente sismiche, Sibillini compresi. L’idea che tubi di gas con una pressione a 75 atmosfere potrebbero esplodere in caso di un sisma di intensità pari a quello dell’ottobre 2016 toglie quel poco di sonno rimasto.