Marche, torna il terremoto. Danni anche alle “casette”

La terra è tornata a tremare nelle Marche, paura nel Maceratese. All’apice di uno sciame sismico, partito almeno un paio di mesi fa, ieri mattina alle 5:11 una frustata di magnitudo Richter 4.6 ha scosso le aree interne della provincia di Macerata. A rimorchio, in sequenza, almeno altre due scosse di assestamento attorno al 3-3.5. Epicentro a Muccia, piccolo centro a una manciata di chilometri dal comune più grande del comprensorio, Camerino. Danni a un campanile del 600, già interessato dal terremoto del 2016, e a diverse abitazioni dei centri limitrofi, ma soprattutto ad alcune “casette”, le Sae (Soluzioni abitative di emergenza). Ironia della sorte, le conseguenze hanno interessato solo 3 delle 208 Sae di Pieve Torina, altro Comune nell’area dell’epicentro, a pochi chilometri da Muccia: “In una casetta sono crollati i mobili della cucina – racconta una residente di Pieve Torina, Roberta Cioli –, in un’altra il distacco del termosifone ha prodotto una crepa e poi c’è il muretto di contenimento in pietra che ha ceduto. Nulla di terribile per fortuna. I tecnici sono intervenuti subito, già di prima mattina, per sistemare tutti i danni e fare una manutenzione generale al resto delle Sae. Perché solo a Pieve Torina? Forse è un caso e basta”. La corsa delle ditte manutentrici per sistemare i guasti la dice lunga sulla tensione. Le amministrazioni, dal governo fino alla sfera municipale, non vogliono più rischiare brutte figure: “Le Sae hanno tenuto”, ha commentato il commissario alla ricostruzione Paola De Micheli. Il governatore delle Marche, Luca Ceriscioli, ha annunciato l’imminente proroga dello stato di emergenza e i tempi della ricostruzione slittano. Paura anche a Camerino dove il sindaco, Gianluca Pasqui, attacca: “Alla luce delle nuove scosse, è necessario rivedere il cratere e dividerlo in base al livello del danno, considerando i reali bisogni dei vari Comuni. Dentro non ci possono stare 138 Comuni, tutti allo stesso modo”.

Drammatica beffa per sei famiglie di Pieve Torina. La domenica di Pasqua era stato un giorno di festa. A un anno e mezzo dalle scosse distruttive tra il 26 e il 30 ottobre 2016, dopo aver vissuto in emergenza, il Comune aveva dato loro le chiavi per una casa “normale”: “Coronavamo un sogno e avevamo riunito tutta la nostra famiglia. Il trasloco era stato duro, i mobili e gli oggetti della vecchia casa portati lì. Neppure dieci giorni e tutto è stato spazzato via, di nuovo. Sfollati-bis, ecco cosa siamo. Adesso ci attende una casetta di legno, del cemento non vogliamo più saperne nulla”. Luca e Daniela Esposto gestiscono il bar di Pieve Torina e assieme ai genitori, a una nonna e alla figlia di lei, sono scappati all’alba, dopo la scossa che ha riportato indietro le lancette della paura. Come loro altre cinque famiglie, di nuovo punto e a capo, stanche, distrutte. Una ventina di nuovi sfollati affronteranno altri mesi e anni di precarietà.

Gatti (Finpiemonte): “Non è mia la firma sui bonifici milionari”

Le firme per disporre i bonifici non sarebbero le sue. Così Fabrizio Gatti, ex presidente di Finpiemonte, finanziaria della Regione, ha risposto al gip ieri in carcere. Non ha scritto lui il suo nome e il suo cognome sui documenti per trasferire sei milioni di euro dal conto svizzero della società a quelli delle aziende legate a Pio Piccini e Massimo Pichetti, arrestati venerdì mattina come lui. I tre sono indagati per peculato aggravato. Oltre ai bonifici, si sospetta che Gatti abbia disposto l’investimento di 45 milioni di euro in un fondo ad alto rischio in una banca svizzera. Per questo ieri, su proposta del M5s e centrodestra, al Consiglio regionale è stata stabilito l’avvio di un’indagine conoscitiva sui controlli interni alla finanziaria. Intanto si aspetta la relazione degli ispettori della Banca d’Italia: “Non siamo in grado di prevedere cosa dirà – ha detto il presidente Sergio Chiamparino -, ma abbiamo alcune settimane per fare sì che Finpiemonte resti uno strumento per il sistema economico piemontese”.

Lotti, Tiziano e le soffiate a Consip Matteo Renzi interrogato dai pm

La Procura di Roma ha sentito nell’ambito dell’inchiesta Consip, come persona informata sui fatti, Matteo Renzi. L’interrogatorio si è tenuto nel massimo riserbo giovedì scorso. L’ex premier è estraneo all’inchiesta, che annovera tra gli indagati persone a lui molto vicine, come suo padre Tiziano (accusato di traffico di influenze illecite) e il ministro dello Sport, Luca Lotti (indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento). Sul contenuto dell’interrogatorio le bocche sono cucite, ma secondo indiscrezioni, le domande dei pm Paolo Ielo e Mario Palazzi – presenti durante l’audizione insieme al procuratore capo Giuseppe Pignatone – avrebbero riguardato il capitolo fuga di notizie.

Il ruolo del ministro confermato da Marroni

In questo filone di indagine sono accusati, con Lotti, anche i generali Tullio Del Sette ed Emanuele Saltalamacchia. A tirarli in ballo è stato l’ex Ad di Consip, Luigi Marroni.

Il 20 dicembre 2016, ai pm partenopei (l’indagine poi è passata a Roma per competenza) che chiedevano perché avesse fatto togliere le cimici dal proprio ufficio, Marroni spiega: “Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (presidente della fiorentina Publiacqua, ora indagato per favoreggiamento, ndr), dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Ferrara a detta di Marroni, gli disse di averlo saputo da Del Sette. Versione che Ferrara non conferma e verrà indagato per false informazioni ai pm. Il manager ha ribadito queste accuse, anche se con alcune precisazioni, nei successivi interrogatori. Come pure ha fatto lo scorso 29 marzo, quando c’è stato il confronto con Lotti, il quale invece nega ogni coinvolgimento. Una settimana dopo, è stato convocato Matteo Renzi.

Matteo intercettato: “Devi dire la verità”

Ma nell’inchiesta Consip, le fughe di notizie si intrecciano, come pure i personaggi. Indagato eccellente è Tiziano Renzi, padre dell’ex premier, accusato con il suo amico Carlo Russo di traffico di influenze. Secondo l’impostazione iniziale ci sarebbe stato un accordo tra Russo e l’imprenditore campano Alfredo Romeo che prevedeva il pagamento di 30 mila euro al mese per Tiziano Renzi e 5 mila ogni due mesi per Russo, da parte di Romeo. In cambio di pressioni sui vertici Consip. Non ci sono prove di passaggi di denaro e il sospetto degli investigatori è che Russo abbia millantato. Interrogato il 3 marzo 2017, il padre dell’ex premier ha negato di aver preso soldi. I magistrati romani però ritengono che un incontro tra lui e Romeo possa essere avvenuto intorno al 16 luglio 2015 in un bar di Firenze, anche se sono convinti che non abbia a che vedere con il presunto accordo di cui parlava l’imprenditore con Russo.

Anche Matteo Renzi, in una telefonata, intercettata il 2 marzo 2017 – il giorno prima dell’interrogatorio di Tiziano a Roma – chiede al padre se ha incontrato Romeo. Quella mattina Repubblica intervista l’ex tesoriere Pd Campania, Alfredo Mazzei, che dice di aver saputo di una cena tra Romeo, Tiziano Renzi e Russo in una “bettola romana” (circostanza non verificata). Matteo chiede al padre se è vero. I carabinieri nel brogliaccio annotano: “Tiziano dice di no e che le cene se le ricorda ma i bar no”. Il padre quindi cerca di ricordare: “Quando lui ha fatto il ricevimento al Four Season c’erano una serie di imprenditori ma c’era anche la madre Lalla (Laura Bovoli, madre di Matteo, ndr) e siamo andati via subito”. Il riferimento potrebbe essere a un convegno al Four Season con esponenti del mondo delle imprese durante le primarie di fine 2012. “Non dire che c’era mamma – interrompe Matteo – altrimenti interrogano anche lei”. Poi l’ex premier aggiunge: “Tu devi dire la verità in quanto in passato la verità non l’hai detta a Luca”, dove Luca potrebbe essere Lotti. Per i magistrati questa telefonata non è penalmente rilevante, tanto che non sarebbe stata oggetto dell’audizione di Matteo Renzi.

Billi l’autista assessore e la cena con il generale

Ma, come detto, in Consip, le storie si intrecciano. E i legami tra i protagonisti, li racconta ai pm il 3 marzo 2017 Daniele Lorenzini, sindaco di Rignano sull’Arno, paese di Tiziano Renzi.

Lorenzini parla di un incontro in cui “Tiziano mi disse che aveva saputo di essere coinvolto in un’indagine di Napoli che riguardava un ‘soggetto di Napoli’, che lui aveva incontrato una sola volta”, spiegando che lui non c’entrava nulla. “Confermo di avere parlato di tale indagine – dice Lorenzini, sentito come persona informata sui fatti – anche con Roberto Bargilli, che è (era, ndr) un mio assessore”. Bargilli, detto Billi, è l’autista del camper che accompagnò Matteo Renzi per le primarie 2012. Ed è lo stesso che il 7 dicembre 2016 chiama Russo e gli dice: “Scusami ti telefonavo (…) per conto di babbo (…) Mi ha detto di dirti di non chiamarlo e non mandargli messaggi”. Una telefonata che arriva appena due giorni dopo l’inizio delle intercettazioni della Procura di Napoli sul telefonino di Tiziano. “Più che una chiamata era un messaggino, se ben ricordo – ha spiegato Bargilli (non indagato) quando l’intercettazione è finita sui giornali – che mandai su richiesta di Tiziano, perché era stressato da Russo che continuava a cercarlo”.

Ma Lorenzini racconta anche altro: ossia di una cena a casa di Tiziano Renzi, in cui era presente anche Saltalamacchia, il generale coinvolto nel filone di indagine sulla fuga di notizie ricostruita da Luigi Marroni. “Mentre eravamo in giardino – dice Lorenzini – ho sentito Saltalamacchia dire a Tiziano che sarebbe stato meglio per lui non frequentare un soggetto, di cui tuttavia non ho sentito il nome, perché era oggetto di indagine. (…) Ricordo anche che sentii Saltalamacchia dire a Tiziano di non parlare al telefono”. Circostanze che Saltalamacchia avrebbe smentito.

“Un morto ci vuole”: la mafia minaccia il direttore de laspia.it

Il clan catanese dei Capello, su richiesta del boss siracusano Salvatore Giuliano, “stava per organizzare un’eclatante azione omicidiaria” per “eliminare lo scomodo giornalista” Paolo Borrometi (in foto), direttore del sito Laspia.it. Lo scrive il gip del Tribunale di Catania Giuliana Sammartino, che ha disposto l’arresto di quattro persone per un attentato dinamitardo all’auto dell’avvocato Adriana Quattropiani. Nel corso dell’inchiesta, sono emersi particolari relativi alla volontà della mafia di uccidere Borrometi, ritenuto un giornalista scomodo. In una intercettazione telefonica risalente allo scorso febbraio, Giuseppe Vizzini – uno degli arrestati – “alludeva minacciosamente a Borrometi” che “picca n’avi” (“Poco ne ha”). “Vedi, ti ho minacciato di morte. Ormai siamo attaccati da un giornalista, droga, estorsione, mafia, clan, quello, l’altro…”. Ascoltato dalla polizia, Vizzini diceva: “Dobbiamo colpire a quello, bum, a terra! E qua c’è un iocufocu (fuochi d’artificio, ndr)! Come c’era negli anni ’90, in cui non si poteva camminare neanche a piedi… Ogni tanto un murticeddu vedi che serve, c’è bisogno, così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti i mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu…”.

Minniti: “Mai così pochi reati negli ultimi dieci anni”

Nel giorno del 166esimo anniversario dalla fondazione della Polizia, il ministro dell’Interno Marco Minniti e il capo della Polizia Franco Gabrielli hanno rivendicato ieri i successi degli ultimi anni nel contrasto alla criminalità: “Il numero dei reati non è mai stato così basso negli ultimi dieci anni, con una flessione nel 2017 del 4,4% rispetto all’anno precedente”. Il ministro ha anche sottolineato come “dall’attacco a Charlie Hebdo nel gennaio 2015 l’Italia è riuscita a garantire la sicurezza dei suoi cittadini senza comprimerne le libertà”. Dopo aver ribadito il calo degli sbarchi – da luglio scorso sono arrivati quasi centomila migranti in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 – Minniti e Gabrielli hanno comunque precisato di voler tenere la guardia alta in tema di terrorismo. “Non mi sentirete mai dire parole rassicuranti su questo tema, – ha detto il ministro – lo Stato Islamico è stato colpito al cuore, ma non è morto e continua a colpire”. E se fino a qualche mese fa le forze di polizia erano “certe” che l’Isis non avrebbe mai mischiato tra i migranti i suoi combattenti, ora che lo Stato islamico si è dissolto non è più così: “É un’eventualità che c’è – ammette Gabrielli – e che stiamo seguendo con attenzione”.

Renzi e Berlusconi in campagna elettorale si sono dimenticati della corruzione

Parlaredi corruzione paga, almeno in termini di voti. Da un’analisi condotta da Riparte il Futuro, associazione indipendente, monitorando gli account Facebook delle liste che si sono presentate alle elezioni, e dei loro leader, è emerso che le due forze che hanno guadagnato maggiori consensi sono anche quelle che hanno menzionato più spesso il tema “corruzione”. Così è per il Movimento 5 Stelle che sul proprio account ha parlato ben 26 volte di corruzione. La Lega lo ha fatto 11 volte mentre la terza lista che ha citato la corruzione sul social network è stata Liberi e Uguali. Chiudono in pareggio Forza Italia e il Pd che mai hanno menzionato il tema. Per quanto riguarda i leader politici, in campagna elettorale Luigi Di Maio si è riferito alla corruzione ben 16 volte su Facebook, Pietro Grasso 6 volte, Matteo Salvini 2, Matteo Renzi sola una volta, mentre Berlusconi non lo ha mai fatto. Secondo l’associazione che ha promosso una campagna di trasparenza supportata da una petizione cui hanno aderito candidati di tutte le forze politiche per chiedere una legge organica in materia, “gli elettori si sono dimostrati più sensibili al tema di quanto non lo siano stati i partiti e i media”. L’analisi verrà integralmente presentata domani al Festival internazionale del giornalismo di Perugia.

Laboratorio Lazio: temi e poltrone di peso, così Zingaretti governa già col Movimento

Il 4 marzo scorso, i cittadini del Lazio, oltre a scegliere i componenti del nuovo Parlamento, hanno votato anche per la Regione, qui almeno un vincitore chiaro c’è: Nicola Zingaretti del Pd, confermato presidente per un secondo mandato.

Manca però una maggioranza numerica in Consiglio regionale, visto che la polarizzazione del voto su tre schieramenti ha consegnato 25 seggi alla coalizione di centrosinistra (Pd, LeU, +Europa e liste civiche) e 26 alle opposizioni, centrodestra e M5S. E allora da un mese Zingaretti ha iniziato una mediazione con le opposizioni, corredata da un giro di consultazioni con tutti i partiti, per cercare una maggioranza sui singoli temi a ogni voto in aula. La sponda maggiore, finora, è arrivata dal gruppo a 5 Stelle, che da subito si è detto disposto a collaborare – anche se con diverse sfumature tra i 10 consiglieri pentastellati – perché “Zingaretti non è Renzi”. Non è l’accordo, seppur con ruoli invertiti, tra i Dem e il Movimento auspicato ieri dal presidente della Puglia Michele Emiliano per la formazione del nuovo governo, ma sicuramente un laboratorio politico da seguire con attenzione. Soprattutto se Zingaretti decidesse di insistere con la sua candidatura alla segreteria Dem, lanciata cinque giorni dopo le urne sotto il segno della “rigenerazione” del Pd che guardi a un “partito di popolo”. Il governatore del Lazio ha giocato la sua prima mossa con una distribuzione tripartita degli incarichi nel parlamentino regionale: entrambe le vice presidenze dell’aula alle opposizioni, una ai 5 Stelle l’altra a Forza Italia, e poi un posto da segretario anche alla Lega, alla sua prima apparizione in Consiglio.

Il Movimento si è diviso al suo interno, con una votazione accompagnata da polemiche per l’assegnazione del ruolo, ma il risultato di non scontentare nessuna delle forze politiche più numerose è stato ottenuto. Oggi Zingaretti riferirà in aula le sue linee programmatiche, con un discorso che si annuncia improntato al dialogo tra le forze politiche attorno a un’agenda di temi condivisi: dalla sanità, ai rifiuti. Il primo vero banco di prova sarà la votazione del bilancio triennale dell’ente, che attualmente procede in dodicesimi. Quella è l’unica delibera sui cui la maggioranza non può andare sotto, per questo nei singoli capitoli del testo c’è da attendersi anche il finanziamento di progetti cari alle opposizioni.

I 5 Stelle da parte loro non hanno convenienza a fare le barricate in aula. Il contesto politico nazionale impone di aprirsi al dialogo con le altre forze politiche e poi dalla Regione passano alcuni dossier cari anche al Campidoglio guidato da Virginia Raggi, come il rinnovo del piano regionale rifiuti – spesso contestato dalla sindaca – e di quello sull’assetto paesaggistico. Proprio un’intesa su questi due temi potrebbe facilitare il percorso della consiliatura. Il gruppo M5S finora non ha formulato richieste specifiche al governatore ma ha parlato di possibili convergenze sui temi, magari interpellando sulle decisioni più critiche anche la propria base con una consultazione on line. La capogruppo pentastellata Roberta Lombardi ha scelto una linea che prevede di alternare aperture e critiche alla giunta, nella speranza di poter incassare dei risultati su alcuni temi programmatici del Movimento: l’abolizione dei vitalizi anche per gli ex consiglieri regionali e la cessione al Campidoglio di alcune ferrovie regionali già oggi gestite in concessione da Atac. Tutti temi di cui Zingaretti e la stessa Raggi hanno già parlato subito dopo le elezioni.

Certo, il Movimento aspirerebbe anche a un’altra nomina di peso, la presidenza della delicata Commissione Sanità, magari in favore di Davide Barillari, ma qui la partita sembra più complessa. La Regione a fine anno uscirà dal commissariamento dei conti sanitari, dopo 10 anni, e il Pd vuole rivendicare il risultato.

Finiti i tempi austeri, Casellati si fa la corte

Non sarà maestosa come la gondola da “parada” che l’ha accolta in visita a Venezia, ma la squadra di Palazzo Madama del presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, ogni giorno, pardon ogni ora, s’avvicina alle dimensioni di una corte. Questa settimana, la burocrazia senatoriale ha registrato il collaboratore numero 5 di Casellati, si tratta di un consigliere politico.

Per Forza Italia l’epoca è di ristrettezza economica – Silvio Berlusconi s’è dissanguato e ha smesso di staccare assegni milionari – e allora i dipendenti di partito si trasferiscono dalla seconda carica dello Stato. È sempre accaduto. Accade pure stavolta, e pazienza per i tempi morigerati e le buone maniere.

Proprio lunedì, per esempio, la forzista Casellati ha comunicato a otto precari storici di Palazzo Madama – personale tecnico che lavora con contratti di legislatura da vent’anni – che non saranno confermati. Così il presidente può sfruttare altre risorse per altri incarichi. Il portavoce Massimo Perrino – al momento il più esperto del gruppo creato da Casellati – s’affretta a precisare: “Il presidente se ne sta occupando. Non ha deciso”. Ha ragione, perché il reclutamento di Casellati non è finito. Per i bilanci consuntivi sarà presto, ma per i conti interni neanche troppo: con le caselle ancora vacanti di capo della segreteria e capo del gabinetto, figure di solito necessarie, l’ex consigliere laico del Csm supera per proporzioni dello staff l’ex magistrato Pietro Grasso, che l’ha preceduta. Oltre a Perrino, per adesso, assistono il presidente Rita Rubini (segretaria particolare), Teodoro Fortunato (Forza Italia, giri veneti), Claudio Girdeni (candidato con la lista Francesco Storace nel Lazio) e Antonella Iovine (quota Maurizio Gasparri). I forzisti braccano Casellati e temono l’ingaggio – smentito da Palazzo Madama – di Barbara Degani. Chi era costei?

Per il trionfante ritorno a Padova, la città dove abita la rodigina Alberti coniugata Casellati, “un passo indietro” rispetto al presidente – raccontano le cronache locali – c’era la sottosegretaria Degani (Ambiente) con un vestito a fiori e prole per un “quadretto familiare”. A tal proposito, parlando di famiglia, non si può omettere né il rapporto politico e di amicizia fra Degani e Elisabetta Casellati, né il rapporto professionale fra la stessa Degani e Ludovica Casellati.

La sottosegretaria, infatti, ha scelto per l’ufficio stampa la figlia del presidente del Senato, legata dal giugno 2014 al ministero dell’Ambiente da una consulenza – 40.000 euro all’anno – valida finché resiste il governo di Paolo Gentiloni. Il nome di Ludovica, ex Publitalia (cioè Mediaset), editrice e giornalista “verde” col sito Viaggi in bici, rievoca una polemica antica che ha macchiato la carriera dell’avvocato Casellati senza intaccarne l’ascesa nel sistema di Berlusconi. Ludovica Casellati, per un anno, tra il 2005 e il 2006, è stata capo della segreteria del sottosegretario alla Salute, Elisabetta Casellati, cioè la mamma. Così il pettegolezzo di Forza Italia esonda: mica il presidente del Senato può assumere l’amica che ha assunto la figlia? E poi gli episodi spiacevoli non si ripetono. Se non in farsa, chissà.

Casellati è cambiata. Non è più l’agguerrita forzista che difende a oltranza l’ex Cavaliere in televisione, che marcia sul palazzo di giustizia di Milano contro le sentenze, che chiede le dimissioni di Grasso perché ha tutelato l’istituzione nel processo sulla compravendita dei senatori, che corruga la fronte dinanzi ai meriti artistici e scientifici dei senatori a vita Renzo Piano, Carlo Rubbia, Elena Cattaneo, Claudio Abbado. Niente paura. È cambiata.

“La sinistra s’è rifugiata in tv e ora non sa più ascoltare”

Nicola Lagioia è alle prese con gli ultimi preparativi in vista della prossima edizione del Salone del libro di Torino (dal 10 al 14 maggio). Ma oggi non parliamo di editoria, parliamo di politica. E partiamo dalla parola sinistra. “A me sembra che la rappresentanza della sinistra – non solo in Italia, non solo in Europa – sia tremendamente in crisi. E contemporaneamente che i valori storici della sinistra siano più che mai urgenti. Valori sociali, economici, culturali che si sono trovati senza un partito, senza rappresentanza appunto. La forbice tra ricchi e poveri si è allargata in maniera paurosa. L’1% più ricco della popolazione detiene più ricchezza del restante 99%: i valori della sinistra sono necessari, indifferibili. Mettiamola così: se i marxisti sono smarriti, Marx mi sembra vivissimo. Basta guardare come si sta trasformando il mondo dell’economia. Prendiamo un’industria simbolo del XX secolo come la General Motors e un’altra dei giorni nostri, Amazon: dove una impiegava centomila operai, l’altra ne impiega mille. E chissà dove paga le tasse”.

Quali sono le stelle polari della sinistra?

La giustizia sociale e i diritti civili: mi pare che la prima sia stata trascurata. Quando i comportamenti tradiscono i valori, capisci che qualcosa non va. Ricordo ai tempi dell’Università molti “baroni” di sinistra che facevano lavorare per anni gli assistenti gratis. Quando ho mosso i primi passi nell’editoria, mi dicevano “lavora per un tozzo di pane, l’importante è la visibilità”. Lo sfruttamento non è un valore di sinistra, è un pensiero padronale da cui una certa classe dirigente si è fatta contagiare, tradendo i principi che negli ultimi due secoli sono stati l’architrave del progresso umano.

L’alternanza scuola-lavoro…

Ho letto di ragazzini mandati a lavorare gratis nei fast food, rinunciando a ore di lezione… Ho l’impressione che anche qui si alimentino differenze di classe: i figli delle buone scuole vanno ai festival letterari e gli altri a fare le fotocopie. Diciamo che la sinistra non mi ha ancora spiegato perché questo non è sfruttamento. E se non l’ho capito io, che magari non sono intelligentissimo ma i giornali li leggo, forse non l’hanno capito in molti.

Che lezione deve prendere la sinistra dal voto del 4 marzo?

Maurizio Maggiani ha detto che la sinistra ha perso la capacità di ascolto. È vero. E attenzione: non si tratta di essere sordi alle istanze della cosiddetta “pancia del Paese”. Certa sinistra è diventata antropologicamente aristocratica, non riesce a mescolarsi con la gente comune. Metti un senatore Pd in un quartiere popolare: difficile sia in grado di interloquire con le persone che ci vivono. Qualcuno ancora se la cava, ma sono pochi. La sinistra ha rinunciato al radicamento sul territorio in favore dei salotti, televisivi e non. Smettere di esistere nei luoghi e di ascoltare la gente non si traduce solo nel perdere voti: il guaio è che hanno perso l’occasione di capire come pensano, vivono e sognano gli italiani di oggi. Qual è stata la ricchezza della politica del Novecento? Quella di portare molti suoi rappresentanti a immergersi davvero nel Paese. Quando conosci le persone, vuoi fare delle cose per loro: è umano che accada, e a sinistra è accaduto sempre meno.

Lei è di origine pugliese: il governatore Emiliano ha da subito spinto per un dialogo Pd-M5S. Lei che ne pensa?

Il Movimento 5 Stelle fa proprie alcune istanze di giustizia sociale che sono importanti. Ma siccome io sono convinto che abbia ancora molto senso la distinzione destra-sinistra, non capisco come Di Maio sia disposto ad allearsi indistintamente a Pd e Lega, i cui valori (anche solo quelli dichiarati) sono incompatibili.

Adriano Celentano ha invitato Renzi a prendere la bici e andare a parlare con Di Maio.

In democrazia bisogna parlare con tutti. Purché il dialogo sia sincero da entrambe le parti: il famoso streaming del 2013 con Bersani aveva l’aria di uno strumento per umiliare l’avversario.

Il Pd in passato ha addirittura fatto un governo con l’arcinemico Berlusconi.

Forse la posizione del Pd sarà meno confusa dal 21 aprile, dopo l’Assemblea nazionale. Io credo che dovrebbero provare a vedere se ci sono punti di convergenza con i grillini. La posizione aventiniana a me pare puramente tattica: il Pd ha paura, alleandosi con i 5 Stelle, di diventare ancora più marginale. Mi pare che anche i tira e molla di Di Maio con Salvini – e viceversa! – siano ugualmente mosse di posizionamento.

Ultima: che pensa della lettura “parassitaria” del voto del Sud?

Disgustosa e razzista. È stato un voto di protesta: la questione meridionale è stata estromessa dai governi degli ultimi anni, e il divario tra il Nord e il Sud è cresciuto in maniera drammatica. Sono d’accordo con Roberto Saviano che ha più volte denunciato questa mancanza.

Adesso Sergio ha l’asso: Lapo

Ieri all’improvviso il Quirinale ha comunicato: le nuove consultazioni si tengono da giovedì. Panico. Come mai così presto? Si parlava di venerdì o addirittura di sabato. Cos’è successo nella giornata di ieri? Con qualche ora di ritardo abbiamo capito. Con tutta evidenza, il presidente Sergio Mattarella ha saputo dell’offerta “a costo zero, a titolo gratuito” di Lapo Elkann per dare una mano all’Italia. Qui non stiamo parlando del governo, di un mandato esplorativo o di un rischioso pre incarico per cercare consenso in aula. No, qui stiamo parlando del rilancio dell’Italia. Ieri il rampollo della famiglia Agnelli, il fratello che comanda niente a differenza dell’altro Elkann, John, è intervenuto a una tavola rotonda organizzata al suo Garage Italia: “Io amo il nostro Paese, ho su di me il tatuaggio di una bandiera italiana e la parola ‘Italia’ è nelle mie aziende, da Italian Independent a Garage Italia. Se non fosse per mio nonno, per mio bisnonno e per questo Paese, io non avrei ciò che ho. Vorrei ritornare indietro qualcosa e con i miei collaboratori e amici sono pronto a farlo a costo zero, a titolo gratuito. Non mi interessa sapere chi andrà al governo, lo faccio chiunque sia al potere”. Il pensiero, assai articolato, è poco comprensibile. Comunque, Lapo può accendere il navigatore: direzione Quirinale, colle più alto, Roma. Italia, già.