La terra è tornata a tremare nelle Marche, paura nel Maceratese. All’apice di uno sciame sismico, partito almeno un paio di mesi fa, ieri mattina alle 5:11 una frustata di magnitudo Richter 4.6 ha scosso le aree interne della provincia di Macerata. A rimorchio, in sequenza, almeno altre due scosse di assestamento attorno al 3-3.5. Epicentro a Muccia, piccolo centro a una manciata di chilometri dal comune più grande del comprensorio, Camerino. Danni a un campanile del 600, già interessato dal terremoto del 2016, e a diverse abitazioni dei centri limitrofi, ma soprattutto ad alcune “casette”, le Sae (Soluzioni abitative di emergenza). Ironia della sorte, le conseguenze hanno interessato solo 3 delle 208 Sae di Pieve Torina, altro Comune nell’area dell’epicentro, a pochi chilometri da Muccia: “In una casetta sono crollati i mobili della cucina – racconta una residente di Pieve Torina, Roberta Cioli –, in un’altra il distacco del termosifone ha prodotto una crepa e poi c’è il muretto di contenimento in pietra che ha ceduto. Nulla di terribile per fortuna. I tecnici sono intervenuti subito, già di prima mattina, per sistemare tutti i danni e fare una manutenzione generale al resto delle Sae. Perché solo a Pieve Torina? Forse è un caso e basta”. La corsa delle ditte manutentrici per sistemare i guasti la dice lunga sulla tensione. Le amministrazioni, dal governo fino alla sfera municipale, non vogliono più rischiare brutte figure: “Le Sae hanno tenuto”, ha commentato il commissario alla ricostruzione Paola De Micheli. Il governatore delle Marche, Luca Ceriscioli, ha annunciato l’imminente proroga dello stato di emergenza e i tempi della ricostruzione slittano. Paura anche a Camerino dove il sindaco, Gianluca Pasqui, attacca: “Alla luce delle nuove scosse, è necessario rivedere il cratere e dividerlo in base al livello del danno, considerando i reali bisogni dei vari Comuni. Dentro non ci possono stare 138 Comuni, tutti allo stesso modo”.
Drammatica beffa per sei famiglie di Pieve Torina. La domenica di Pasqua era stato un giorno di festa. A un anno e mezzo dalle scosse distruttive tra il 26 e il 30 ottobre 2016, dopo aver vissuto in emergenza, il Comune aveva dato loro le chiavi per una casa “normale”: “Coronavamo un sogno e avevamo riunito tutta la nostra famiglia. Il trasloco era stato duro, i mobili e gli oggetti della vecchia casa portati lì. Neppure dieci giorni e tutto è stato spazzato via, di nuovo. Sfollati-bis, ecco cosa siamo. Adesso ci attende una casetta di legno, del cemento non vogliamo più saperne nulla”. Luca e Daniela Esposto gestiscono il bar di Pieve Torina e assieme ai genitori, a una nonna e alla figlia di lei, sono scappati all’alba, dopo la scossa che ha riportato indietro le lancette della paura. Come loro altre cinque famiglie, di nuovo punto e a capo, stanche, distrutte. Una ventina di nuovi sfollati affronteranno altri mesi e anni di precarietà.