Il 1° maggio Salvini se ne va a Nizza con Marine Le Pen

Matteo Salvininon abbandona le vecchie abitudini. Il leader del Carroccio indosserà la sua mise classica, e sarà al fianco di Marine Le Pen, presidente del Rassemblement National – una volta Front National – il 1° maggio a Nizza, anche se la sua presenza, sul manifesto dell’evento, è data come ‘da confermare’. Il punto è che sembrava avesse voltato pagina: prima cancellando le parole Padania e Nord dal simbolo della sua lista, perché “l’obiettivo dei leghisti salviniani diventa la pacifica trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale attraverso metodi democratici ed elettorali”. Poi passando da politico rissoso, sempre sul piede di guerra quando si tratta di migranti, barconi ed espulsioni, a politico responsabile, che dialoga e dice cose come “gli italiani non sono solo quelli di pelle bianca. Anche gli immigrati regolari sono cittadini italiani”. Il duo nazionalista sarà protagonista di un comizio comune per sottolineare “l’affermazione di un identico impegno per la difesa dell’identità e della sovranità delle nazioni”. Lo ha annunciato ieri il MENL, Movimento Europa delle nazioni e delle libertà.

“Il governo coi 5 Stelle non si può fare ma almeno costruiamo un dialogo”

“Penso che dobbiamo analizzare non quello che è successo il 4 marzo, ma quello che è accaduto negli ultimi 10 anni. Il problema non è stato solo Renzi, ma una serie di classi dirigenti, che ci hanno portato a perdere nel 2008, a non vincere nel 2013 e a perdere adesso. Il partito è al lumicino. Sono rimaste le macerie di politiche, di voti e di bilanci”. Daniele Viotti, europarlamentare piemontese del Pd, ex civatiano, unito civilmente col regista Daniele Salaris, sabato è stato tra i protagonisti della manifestazione “Sinistra anno zero” col giovane vicepresidente dello Svimez, Peppe Provenzano, e un gruppo di dirigenti più o meno “storici”: Emanuele Macaluso, Ugo Sposetti, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo…

Cos’è “Sinistra anno zero”?

Una brancat d’amis, un gruppo di amici, come si direbbe dalle mie parti. Con gente non solo del Pd, ma anche di Articolo 1-Mdp, della società civile.

Lei o Provenzano vi candidate segretari?

Ma no! Si tratta di una cosa orizzontale, nata per provare a costruire un’idea di sinistra completamente nuova.

Come?

La cosa principale è ridisegnare il modello di welfare europeo. Tre parole d’ordine: un mercato del lavoro che privilegi i contratti a tempo indeterminato e non precari; il problema casa; il potenziamento del Reddito di inclusione. La parola futuro oggi è vuota. Il problema è il presente.

Il Jobs act va cancellato?

No, si dovrebbe aggiustare. L’articolo 18 è un feticcio, serve una risposta concreta rispetto alla stabilizzazione del lavoro.

Il Pd si deve sdoppiare?

Assolutamente no. Io sono stato per 24 anni nei partiti di sinistra, sempre in minoranza, tranne quando Fassino decise di entrare nel Pd. Non torno indietro.

Serve un congresso subito?

Serve un lungo periodo di ricostruzione anche dei rapporti umani che non può passare da un congresso lampo.

Martina (che era da voi sabato) può essere il segretario che guida questo percorso?

Martina può andare bene se garantisce che questo si può fare. Serve almeno un anno per ricostruire la piattaforma politica che decida chi rappresentiamo.

Provenzano ha attaccato Lotti, chiedendosi che curriculum abbia.

Condivido molto la questione del curriculum: aver preso in giro il tesoriere M5s che ha la terza media lo trovo odioso.

Lei sarebbe d’accordo a un governo Pd-Cinque Stelle?

Non credo ci siano le condizioni. Io sento ancora le ferite sulla pelle del tradimento del M5S sulla legge Cirinnà, quando all’ultimo minuto non votarono la stepchild adoption. Senza nulla togliere ai nostri problemi interni.

Va bene la linea di Renzi?

Dal sostenere un governo coi 5 Stelle all’Aventino ce ne sono di opzioni. Ci sono 3 o 4 priorità da cui possiamo partire. Non credo che quella di Di Maio sia un’apertura vera, ma ciò non ci deve impedire di discutere. È un’opposizione inutile anche a noi, se non diciamo quali sono i punti di differenza. Se convinciamo M5S che il reddito di cittadinanza non si può fare, ma si può ampliare la base che ha diritto al Rei, sarà un nostro successo.

È d’accordo con l’idea che circola nel Pd che bisogna uscire dal Pse e fare delle liste con Macron?

È una sciocchezza. Da Bruxelles a Ventimiglia non c’è un solo fatto che dimostri l’europeismo di Macron. Ci siamo iscritti al Pse 4 anni fa e non abbiamo portato una sola idea, non fosse altro perché non partecipavamo alle riunioni. Un conto è ragionare su eventuali alleanze post-elettorali, un conto sciogliere un partito per un innamoramento fugace verso Macron. Sono le voglie di Gozi. E poi Macron è uno che ha fatto un percorso apolitico e apartitico.

Non è la politica del futuro?

Il rassemblement intorno a un leader può essere la politica del presente, non del futuro. Quando usciremo da questa marea populista di destra e di sinistra nella quale ci siamo infilati tutti, torneranno a esserci partiti in cui i valori, gli ideali, la prospettiva politica e la partecipazione ridiventeranno protagonisti.

Per ripartire sarebbe bene che Renzi uscisse dal Pd?

Io spero che rimanga. In questo partito bisogna imparare a stare in minoranza come in maggioranza. Renzi è stato capace di fare la minoranza e non la maggioranza, gli altri, a partire da quelli che se ne sono andati, di fare la maggioranza ma non la minoranza.

Franceschini “vede” un esecutivo ampio, ma il Pd resta fermo

“Io credo che non basti assistere a quello che avviene. Va contrastata l’ipotesi di un governo Lega e 5 Stelle. Dobbiamo evitare che accada per il bene del Paese”. E dunque “la prima fase, con la direzione che ha dato la linea dell’opposizione, penso sia stata giusta, ma siamo entrati in una seconda fase, in cui il Pd può e deve condizionare il quadro politico. Non sto proponendo un governo con M5S o di entrare in un governo Di Maio”. Dario Franceschini fa un altro passo avanti nell’opposizione alla linea scelta da Matteo Renzi. E così ieri all’assemblea dei gruppi parlamentari del Pd al Nazareno lancia la sua proposta: “I 4 punti indicati da Martina sono un modo per riprendere il protagonismo del Pd: siccome si è visto che non sono riusciti a formare un governo, perché non sviluppare noi un’iniziativa? Anche perché non c’è solo la possibilità di andare al governo, si può graduare l’opposizione a secondo del numero dei punti condivisi”.

I punti in questione sono quelli illustrati dallo stesso Reggente al Colle: taglio del costo del lavoro e reddito di inclusione; controllo della finanza pubblica; gestione del fenomeno migratorio; rafforzamento del quadro internazionale. Ma la strada indicata dal ministro della Cultura – che poi guarda a un cosiddetto governo istituzionale, senza Di Maio premier e sulla base di un programma – ha una possibilità concreta di riuscita? Almeno per adesso non pare.

Tanto per cominciare per le “solite” divisioni interne al Pd. Alla riunione di ieri Matteo Renzi non si è presentato. “Per non condizionare la discussione”, ha fatto sapere. Ufficialmente interverrà all’Assemblea del 21, ma intanto ha mandato Matteo Orfini a blindare la (sua) linea: “Il M5S e la Lega pari sono. Il Pd è alternativo tanto ai Cinquestelle quanto al Carroccio, non soltanto per l’idea di democrazia, ma anche per i programmi e per cultura politica. Collaborare con loro porterebbe inevitabilmente a snaturare il Pd quindi noi non possiamo che stare all’opposizione”.

La riunione è andata avanti così, in linea con il dibattito interno logorante che agita il Pd dal 4 marzo. Con Andrea Orlando che ha definito “probabile” il ritorno alle urne, perché M5S non può fare il governo con Berlusconi e Salvini non può mollare l’ex Cavaliere e Andrea Marcucci che ha ribadito: “È impossibile un governo con il M5S, tutto ci divide da loro”.

Un intervento dopo l’altro, la discussione è stata accesa. Gli “aperturisti” possono incassare il bicchiere mezzo pieno del fatto che interrogarsi su un modo per entrare in gioco non è più un tabù. Ma al netto di questo, non c’è nessuna vera novità. Nessuna conta, nessun cambio radicale di linea politica. Anche perché al momento il Pd appare marginale e irrilevante nei fatti. Lo dice Lorenzo Guerini, registrando Porta a Porta, mentre l’incontro è in corso. “Dario vuole che il Pd parli, dialoghi, ma per me non ci sono le condizioni”.

Quel che è certo è che i Democratici sono concentrati sulla loro dinamica interna. La posizione di Renzi in questo caso è affidata a Marco Di Maio, giovane deputato alla seconda legislatura, uno dei pochi che è riuscito a vincere un collegio, quello di Forlì: “Congresso e primarie subito”, dice ai gruppi. L’ex segretario avrebbe il vantaggio di conservare la gestione del Pd. Anche perché il progetto sarebbe quello di non eleggere nessun traghettatore, ma di andare avanti con i pieni poteri al presidente, Matteo Orfini. È l’ipotesi sulla quale stanno lavorando i renziani. Tutta da verificare con i numeri: l’Assemblea può o eleggere un segretario o dare il via al congresso. Se ci fossero due ipotesi contrapposte, si dovrebbe votare.

I Dem navigano a vista. Martina, che ieri comunque ha chiuso a Di Maio, ha riconvocato i gruppi dopo il secondo giro di consultazioni. Si vedrà.

Regge l’accordo 5Stelle-Lega B. si nasconde dietro Carfagna

Magari il Pd sarà pure “il primo interlocutore” del Movimento 5 Stelle, come dice Luigi Di Maio, eppure ogni volta che si tratta non di interloquire, ma di prendere una decisione, l’unico asse dei grillini è quello col centrodestra e, più precisamente, con la Lega. È successo di nuovo ieri pomeriggio con la costituzione della commissione Speciale della Camera, quella che deve esaminare i provvedimenti in arrivo dal governo in attesa che la crisi politica si sblocchi e possano costituirsi le normali commissioni parlamentari: per prassi quella poltrona viene attribuita al presidente uscente della commissione Bilancio, nel nostro caso Francesco Boccia del Pd. Così fu a Montecitorio nel 2013, quando fu eletto Giancarlo Giorgetti della Lega. Stavolta niente da fare: al Senato 5 Stelle e centrodestra hanno eletto il grillino Vito Crimi, alla Camera domani mattina eleggeranno – di nuovo – il leghista Giancarlo Giorgetti (o comunque il nome indicato dal Carroccio). L’accordo è stato chiuso ieri pomeriggio ed ha avuto l’avallo anche di Forza Italia per bocca della capogruppo Mariastella Gelmini.

La decisione è particolarmente significativa anche per il profilo di Boccia: apprezzato dai deputati del Movimento della sua ex commissione e membro della corrente di Michele Emiliano, cioè l’unica fronda interna tra i democratici a tifare per un accordo tra Cinque Stelle e Pd. Se il capo politico grillino, Casaleggio e tutti gli altri volevano aprire una faglia all’interno del gruppo dem era l’occasione perfetta: e invece Di Maio – nonostante il tentativo di alcuni eletti di “spingere” Boccia – ha deciso di tenersi buoni la Lega e il centrodestra. Il suo asse privilegiato è con loro.

Tradotto: nei fatti il Movimento non crede all’accordo di governo col Pd, un po’ di più a quello con la Lega. Certo, quest’ultimo presenta “il problema Silvio Berlusconi”: un accordo con lui “non posso digerirlo”, ha detto ieri Luigi Di Maio intervistato dal Fatto Quotidiano. Com’è noto la strategia del segretario leghista Matteo Salvini, non si sa quanto concordata col collega 5 Stelle, è nascondere in qualche modo la presenza dell’ex Cavaliere, costringerlo – con tutte le garanzie del caso, a partire da quelle sulle aziende – a un onorevole pensionamento. Difficile che il quasi 82enne Berlusconi si faccia da parte così facilmente, ma anche il tempo chiede il suo tributo.

A pranzo ieri ad Arcore coi figli e i vertici di Mediaset (un partito nel partito), il fu Caimano ha discusso anche della riorganizzazione di Forza Italia: l’esito alla fine dovrebbe essere la nomina di Mara Carfagna coordinatore e nuova immagine pubblica del partito, un nome su cui ha convenuto non solo il Cerchio Magico del fu Caimano (Niccolò Ghedini, Licia Ronzulli, etc), ma pure Antonio Tajani, uno dei nomi su cui Berlusconi punta per rifare il partito e di cui s’è parlato per il ruolo di vicepresidente di Forza Italia (come fu Giulio Tremonti anni fa). Lei, la vicepresidente della Camera, parla già da leader: “Siamo disponibili a confrontarci con chiunque, ma non accettiamo veti da nessuno”. L’agenzia Adnkronos, infine, riporta la possibilità di un incarico anche per Giorgio Mulè, l’ex direttore di Panorama arrivato in Parlamento in quota Marina Berlusconi.

Segnali che qualcosa si muove in un quadro politico che sembra bloccato, ma non abbastanza da far stare tranquillo il Quirinale che s’appresta, da domani, al secondo giro di consultazioni. Stavolta, se la richiesta è quella di concedere altro tempo per lasciar maturare la situazione, Sergio Mattarella si aspetta che i due principali attori di questa rappresentazione – Salvini e Di Maio – parlino chiaramente negli incontri alla Sala alla Vetrata. Se invece, fanno sapere fonti del Colle, partiti e movimenti continuassero a fare come se non fosse già passato un mese dal voto, il capo dello Stato non potrebbe che prenderne atto e, lunedì o martedì, dichiararsi pubblicamente preoccupato per lo stallo politico e affidare a una personalità terza (stante l’indisponibilità dei leader politici) un primo “mandato esplorativo”, cioè il compito di appurare se esiste la possibilità di formare una maggioranza in questo Parlamento: la presidente del Senato, nel caso, è di certo un nome più possibile del collega della Camera.

Non è detto che Di Maio e Salvini siano contrari a questa soluzione: d’altronde può essere un altro modo di prendere tempo.

Slegàteli

Fra i tanti luoghi comuni che circolano sulle intese di governo possibili e/o impossibili, uno dei più ripetuti è questo: il programma dei 5Stelle è molto più simile a quello della Lega che a quello del Pd. Sarà vero? Vediamo i punti principali.

Tasse. La Lega, come il resto del centrodestra, ha puntato tutto in campagna elettorale sulla “flat tax”: la tassa piatta con un’unica aliquota al posto di “scaglioni, detrazioni, deduzioni e bonus”: ferma restando la “no tax area” per i redditi fino a 7 mila euro e la clausola di salvaguardia per quelli fino a 15mila (lì resta il sistema attuale), chi guadagna di più dovrebbe inizialmente pagare un’aliquota unica del 23%, che poi via via dovrebbe scendere fino al 15%. Il che ovviamente, a parte le questioni di equità e progressività, aprirebbe una voragine di decine di miliardi nelle casse dell’erario. I 5Stelle contestano radicalmente la flat tax (Di Maio l’ha chiamata “flop tax” e definita “una follia”, per giunta “incostituzionale”). E propongono “una drastica riduzione dell’Irap e del cuneo fiscale” (le tasse sul lavoro) e un nuovo sistema Irpef con tre aliquote: 23% per i redditi fino a 28 mila euro, 37 fino a 100 mila e 42 per tutti gli altri (no tax area fino a 10 mila euro, che salgono a 26 mila in caso di figli a carico). Una proposta molto vicina a quella del Pd: cuneo fiscale ridotto di un punto all’anno (dal 33 al 29% in quattro anni), Ires dal 24% al 22, detrazioni mensili alle famiglie con figli a carico (240 euro per minorenni, 80 per under 26). Qui l’intesa più semplice è fra M5S e Pd.

Lavoro. Il Pd (almeno quello renziano) insiste col suo fallimentare Jobs Act, ma vorrebbe aggiungervi un salario minimo garantito per tutti i lavoratori di entità imprecisata. La Lega ne ha parlato, ma non l’ha scritto nel programma. Il M5S prevede una retribuzione minima del “20-30% sopra la soglia di povertà”: un migliaio di euro al mese per chi lavora full time. Lega e Pd (renziano) sono pro voucher e anti-articolo 18. I 5Stelle sono anti-voucher e pro articolo 18. FI se ne infischia: poche righe molto vaghe su tutta la materia. Qui l’intesa più semplice è fra Pd e Lega.

Povertà. Il Pd vuole raddoppiare da 1,8 a 3,6 miliardi l’anno l’investimento per il Reddito di inclusione (Rei) varato da Gentiloni: ora ammonta a 297 euro mensili a famiglia e riguarda 300 mila persone. Il M5S chiede il reddito di cittadinanza, che costerebbe 15 miliardi l’anno e darebbe 780 euro mensili a 8 milioni di disoccupati o lavoratori sotto i 7.200 euro annui. Il centrodestra tutto considera misure del genere “assistenzialismo”.

Qui l’accordo più agevole è fra 5Stelle e Pd.

Pensioni. Il Pd difende la legge Fornero e insiste sui presunti correttivi del prestito pensionistico e dell’Ape per chi vuole andare in pensione in anticipo. Invece M5S e centrodestra la contestano. Lega, FdI e FI parlano addirittura di “azzeramento”, senza spiegare dove prenderebbero le decine di miliardi di costi aggiuntivi per lo Stato. Il M5S (e ultimamente anche la Lega, nelle dichiarazioni post-voto) vorrebbe ridurre l’età pensionabile a chi ha maturato 41 anni di contributi (la Lega vuole anche mandare in pensione chi ha raggiunto “quota 100”, come somma di età anagrafica ed età contributiva). È l’unico punto programmatico che vede i 5Stelle più vicini alla Lega che al Pd (sempreché il Pd rimanga a trazione renziana: la sinistra ha tutt’altre idee).

Immigrazione. Checché se ne dica, i programmi di tutti i partiti sono molto simili: revisione della convenzione di Dublino che impone accoglienza e identificazione al Paese Ue di primo approdo; rimpatrio degli irregolari, con nuovi accordi con gli Stati africani ancora scoperti; più fondi per la cooperazione con l’Africa; procedure più rapide per l’esame delle domande di asilo. Tutte proposte già contenute nei provvedimenti del ministro dell’Interno Pd Marco Minniti. Fuorché su un punto, che sorprendentemente vede i 5Stelle più rigorosi del Pd sulle condizioni dei campi di raccolta nei Paesi di provenienza (Libia e non solo): il programma M5S prevede l’espresso “divieto di respingere i migranti in Paesi che non rispettino i diritti umani”. Per il resto, sono tutti d’accordo.

Europa ed euro. La vulgata iscrive 5Stelle e Lega al partito “populista” ed “euroscettico” e Pd e Forza Italia a quello “moderato” ed “europeista”. Ma, a leggere i programmi, la verità è tutt’altra. I 5Stelle hanno abbandonato l’idea di un referendum (peraltro solo consultivo e non vincolante) pro o contro l’uscita dall’Eurozona (sul modello britannico pre-Brexit), ma tengono il punto sull’intenzione di riformare i trattati finanziari per rendere l’area euro più solidale e meno rigida sulle politiche di austerità. Di Maio, al Quirinale, ha persino aggiunto che, in attesa di quel passo, il suo eventuale governo rispetterebbe i vincoli di bilancio europei. La posizione pentastellata somiglia molto a quella del Pd (renziano e non) e di FI, da sempre critici con i trattati che impediscono la crescita e favorevole a una maggiore flessibilità, nell’ottica di un’Eurozona più solidale e meno rigida. L’unico programma euroscettico è quello di Salvini, che sogna di “tornare a un’Europa pre-Maastricht” (niente obblighi finanziari, solo partenariato economico-commerciale), ignorare i vincoli di bilancio per finanziare le costosissime promesse elettorali e addirittura mettere in circolazione i “mini-Bot” come moneta parallela nei rapporti fra Stato e privati. Anche qui l’intesa più semplice è quella fra 5Stelle e Pd (e FI).

Ricapitolando: la sintonia ideale M5S-Lega è una fake news. Chi vuole quel governo se ne inventi un’altra.

Formula E, tutto esaurito per la tappa di Roma

C’è chi la vive come un’opportunità per la città, chi invece pensa che sia un fastidio. Come gli abitanti del quartiere Eur, alle prese con divieti e stravolgimenti della mobilità locale. Comunque la si veda, sabato 14 aprile andrà in scena a Roma la tappa italiana – la prima volta in assoluto – del campionato del mondo di Formula E. Saranno ben 20 le monoposto elettriche a darsi battaglia su un tracciato lungo 2.860 metri pieno di varianti e saliscendi, in cui sono previste 21 curve e che dovrà essere percorso 33 volte dai piloti in gara. Un circuito cittadino, come la maggior parte di quelli scelti dalla Fia per far gareggiare le sportive a batteria.

La ragione è duplice: avvicinare fisicamente la gente a questo tipo di veicoli a zero emissioni e piazzarli nel loro habitat naturale. Ovvero quello urbano, dove più si sente il bisogno di sostenibilità ambientale. Quello di Roma è il settimo appuntamento del mondiale, che inaugura la sua fase europea: prima si sono, infatti, corse le gare di Hong Kong, Marrakech, Santiago del Cile, Città del Messico, Punta del Este (Uruguay) e, dopo quello romano, seguiranno i Gp di Parigi (28 aprile), Berlino (19 maggio) e Zurigo (10 giugno), prima del gran finale negli Stati Uniti a New York, il 14 e 15 luglio.

La Capitale torna così ad ospitare sulle proprie strade una competizione motoristica dopo 67 anni: era, infatti, il 1957 quando si è corso per l’ultima volta il Gran Premio di Roma, sul circuito delle Terme di Caracalla.

Daimler e la questione della Geely da sbrogliare

La premessa necessaria è che Daimler è un’azienda in salute. Nel 2017 ha venduto, considerando tutte le sue divisioni, 3,3 milioni di auto. Fatturato e utili sono in crescita, gli azionisti si fregano le mani e i dipendenti (tedeschi) pure, visto che si porteranno a casa un bonus lordo da 5.700 euro. Il futuro pare sorridere, dunque. Ciò detto, a Stoccarda hanno da gestire una grana non da poco. La recente acquisizione di quasi il 10% delle azioni del gruppo da parte di Geely, di cui abbiamo dato conto nelle settimane passate, è una spada di Damocle sul colosso tedesco. Perché Li Shufu, a capo di Geely, da maggior azionista vuole giustamente avere voce in capitolo sulle scelte.

Nulla di illecito, per carità, e neanche di pericoloso, vista la lungimiranza e le capacità dimostrate in passato nel rilancio di Volvo, anch’esso di proprietà cinese. Solo che la questione Daimler è un tantino più complicata, perché in Cina i tedeschi hanno in piedi da parecchi anni una joint venture con la Baic (Beijing automotive industry holding Co., Ltd.) che, guarda caso, è uno dei concorrenti più agguerriti di Geely. Come gestire una tale (forzata) convivenza? Salomonica la posizione del numero uno di Stoccarda, Dieter Zetsche: “La Cina è il nostro mercato più importante. Coinvolgeremo il nostro maggior azionista nelle discussioni riguardo al suo futuro. Siamo aperti a tutto ciò che aiuti gli interessi di Baic”. Le ultime due frasi potrebbero, molto presto, confliggere.

Sfida sui dazi Usa-Cina – Grande paura per l’auto tedesca

Tra i due litiganti il terzo… rischia grosso: con il risiko dei dazi fra Cina e Usa, l’industria tedesca dell’auto potrebbe essere la più danneggiata. Le prime due economie del mondo, infatti, sono i mercati di riferimento per le multinazionali teutoniche dell’automotive. E ospitano nei loro confini importanti siti di produzione.

In particolare, sono Bmw e Mercedesa rischiare di rimanere attanagliate nell’escalation fra Washington e Pechino, pronte a tassare al 25% numerosi prodotti importati dai rispettivi Paesi (tecnologia, soia, aerei e prodotti chimici): per il 2018 le due case automobilistiche esporteranno dagli Usa alla Cina qualcosa come 115 mila auto, del valore di 7 miliardi di dollari, contingente sostanzioso di un totale di 270 mila veicoli del valore di 11 miliardi di dollari.

La guerra commerciale colpirebbe relativamente le case americane (tranne Tesla, alle prese con bilanci in rosso, che spedisce verso la Grande Muraglia 15 mila unità l’anno), che esportano poche auto in Cina (Ford programmava di portarci la nuova Focus, ma ora chissà), e la tedesca Volkswagen, che assembla quelle vendute nella Repubblica popolare in stabilimenti locali. Mentre Bmw, che possiede il suo impianto più grande a Spartanburg, South Carolina, potrebbe essere azzoppata negli affari così come nella competitività sul mercato cinese.

Delocalizzare la produzione? Costa centinaia di milioni di euro, richiede mesi di tempo e non è compatibile coi piani a lungo termine dei costruttori, che su una fabbrica possono essere anche trentennali. Anche se, nel dubbio, Bmw ha smesso di esportare un best seller come la X3 dagli States alla Cina: quelle che finiscono sul mercato cinese arrivano, infatti, da Rosslyn (in Sudafrica) e da Shenyang (in Cina).

Secondo le stime degli analisti, i dazi potrebbero arrecare alle tasche di Bmw e Mercedes un danno da oltre 1,7 miliardi di dollari. E, come ulteriore spauracchio, Pechino ha paventato la possibilità di alzarli al 50% per le automobili importate dagli Usa, in risposta alle politiche del presidente Trump. Di contro, sono pochissimi i modelli esportati dalla Cina al di là del Pacifico: fra quelle europee c’è la Volvo S60. Tuttavia la prossima generazione del veicolo sarà costruita nello stabilimento di Berkeley County (South Carolina).

Nel frattempo l’amministrazione del tycoon sta valutando di imporre alle case automobilistiche estere il rispetto di limiti sulle emissioni inquinanti più severi rispetto a quelli imposti ai costruttori nazionali (che verranno pure alleggeriti): ciò colpirebbe il Made in Europe, anche se per Trump sarà difficile trovare un appiglio giuridico che non possa essere impugnato in tribunale dalle aziende interessate.

La Procura indaga sulla morte in gara del ciclista Goolaerts

La Procura di Cambrai ha aperto un’inchiesta dopo la morte del 23enne ciclista belga Michael Goolaerts, colpito da un arresto cardiaco durante la Parigi-Roubaix di domenica. “Questa non è un’indagine penale – fa sapere la Procura – ma un’indagine che mira a chiarire le circostanze senza presumere l’esistenza di reati”.

Nei prossimi giorni sarà eseguita l’autopsia sul corpo del ciclista, che correva per il team Verandas Willems-Crelan.

“Secondo i primi elementi – ha precisato ancora la Procura di Cambrai – dovrebbe essere stato il malessere, probabilmente di tipo cardiaco, a causare la caduta, e non viceversa”. Goolaerts, caduto a terra nel tratto in pavè tra Viesly e Briastre, nel nord della Francia, era stato soccorso in strada e rianimato col defibrillatore, prima di essere trasferito all’ospedale di Lilla, dove si è spento qualche ora più tardi.

Harper e Musselwhite, la coppia perfetta

Ecco il secondo capitolo della collaborazione con la leggenda Charlie Musselwhite, dopo Get Up! del 2013. L’intelligenza di Ben Harper – dopo il periodo con i suoi Innocent Criminals – è quella di scegliere di continuare a volare sul blues e sul country lasciando viaggiare l’istinto e la tecnica, andando controcorrente verso le radici del suono abbracciando folk, gospel, rock. Un album senza tempo, una prova d’amore verso il blues con un grande rigore stilistico e una passione talmente genuina da emergere, con rabbia, subito dopo il primo ascolto. Il fuoco brucia e toglie il respiro subito con la prima traccia When I Go, nella quale ogni tassello si rivela magnificamente al suo posto. Immaginate una stanza scarna, illuminata da qualche candela: la cornice adatta per raggiungere il silenzio e la concentrazione sino a centrare il centro dell’ispirazione.

Siamo nel territorio spiritual, ogni traccia sublima speranza e sofferenza senza mai cadere nel manierismo. Harper e Musselwhite esprimono il malessere del nostro tempo, dall’incomunicabilità alla politica contemporanea attraverso le note. Bad Habits è irriverente e giocosa, ruvida e molesta, piacerebbe a Keith Richards e alla sua vecchia passione mai dimenticata del blues. Love And Trust è una ballad country scanzonata e pulsante, Movin’ on è un tuffo negli anni Sessanta ed è la traccia rock per antonomasia. The Bottle Wins Again è pervasa interamente dallo spirito di Johnny Cash e John Lee Hooker, Nothing At All è in assoluto il connubio perfetto tra la voce di Ben e l’armonica di Charlie.

Rispetto a Get Up! in questo disco i due musicisti scendono più in profondità e rielaborano a modo loro le tradizioni e le radici del blues americano aggiungendo un grande pathos.

Il sodalizio si potrà godere anche dal vivo grazie a un tour nei club di tutta Europa: in Italia a Milano il 23 e 24 aprile al Fabrique. Harper sarà da solo l’11 agosto al No Borders Music Festival in Friuli.