STP, così si cambia per restare (ancora) vivi

Di fronte a ben due tragiche perdite in meno di due anni, gli Stone Temple Pilots, band esplosa in piena era Grunge nei 90’s, si sono guadagnati loro malgrado l’aggettivo di band “resiliente”. Dopo la scomparsa per overdose di Scott Weiland e la successiva morte di Chester Bennington ex frontman dei Linkin Park, che ha militato negli STP nel 2013-2015, in pochi si sarebbero sorpresi se avessero deciso di appendere le cinghie delle loro chitarre al chiodo. E invece tornano in studio e pubblicano il settimo album dal titolo omonimo. La loro resilienza, infatti, si è dimostrata di acciaio e dopo lunga ricerca, hanno optato per una soluzione da 21º secolo: sostituire il loro cantante defunto con un ex concorrente di X Factor, come già fatto dagli INXS con Jd Fortune e dai Queen con Adam Lambert. Gli STP hanno reclutato Jeff Gutt, che non si sforza neppure di cantare à la Weiland, tanto la somiglianza è notevole (ascoltare Finest hour o Roll me under). Speravano di trovare un cantante che portasse in alto la bandiera degli STP, hanno trovato il loro uomo.

“Dopo la crisi non temiamo gli schiaffi dei fan”

Le crisi personali e di gruppo, la passione di ieri e il compromesso di oggi, l’età che avanza e il desiderio che non muore. Il viaggio come cura, la ricerca e l’incisione di un nuovo album – il decimo di una lunga carriera – come antidoto. Fare un disco, in fondo, non significa dare un’esistenza all’irrealtà generata dalle proprie illusioni? Ma è anche un circolo vizioso dal quale si rischia di non uscire indenni.

E questo, Pau, alias Paolo Bruni, frontman di una delle band italiane più longeve sulla piazza, i Negrita, lo sa bene: “Prima di iniziare a lavorare a Desert Yacht Club ho avuto una crisi personale che è coincisa con quella che aveva colpito la band. Per la prima volta abbiamo rischiato anche noi di scioglierci. Siamo in pista dal ’94, credo sia umano che ci siano alti e bassi, ma finché riusciremo a trovare l’antidoto giusto, ci avrete ancora tra i piedi”. Scrivere è da sempre la cura giusta: “Confesso di aver avuto problemi nello scrivere canzoni, non mi sono mai sentito adeguato. Stavolta, però, con questo mood, è stato diverso. Ho scritto molto velocemente, perché parlare di certi argomenti (Scritto sulla pelle, Voglio stare bene, No problem) in una sorta di autoanalisi, ha reso tutto più semplice”.

Avere ancora una lunga strada davanti da percorrere – il nuovo tour parte il 10 aprile da Bologna – è quel che li fa sentire vivi. Come la scoperta di un’attitudine a cui sono da sempre fedeli. “Ci mettiamo spesso in gioco, anche col rischio di sbagliare (“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” cantano in inglese ne La Rivoluzione è avere 20 anni citando Gandhi). Per noi lo stimolo a ricercare novità è vitale: preferiamo farlo piuttosto che ripetere codici già espressi in altri dischi”.

Ma si sa com’è fatto il pubblico, rimpiange il suono rock-blues delle origini. “Siamo consapevoli che appena esce qualcosa di nuovo entriamo in un tunnel di schiaffi, ma il tempo ci ha dato ragione. Quando pubblicammo Helldorado nel nostro periodo più latino, le critiche ci massacrarono: ci dicevano che avevamo iniziato a far macarene, a far stronzate. Mentre oggi Helldorado secondo il nostro pubblico è l’album migliore che abbiamo mai prodotto”. Le contaminazioni nella musica, così come nella società, sono il nostro destino. Lo stile dei Negrita, infatti, oggi si differenzia da quello del passato per il mix di linguaggi e suoni nelle canzoni: “Fin dall’inizio della lavorazione a Desert Yacht Club, abbiamo creato una playlist su Spotify, dove abbiamo messo brani di comune accordo e poi man mano che passavano le settimane, ognuno aggiungeva pezzi che avevano un link, una melodia, una ritmica o un suono, che potevano avere a che fare col progetto che avevamo disegnato in testa. Con i mezzi contemporanei, c’è la possibilità di ascoltare musica in streaming e di seguire i suggerimenti che le app stesse danno. È così che abbiamo scoperto cose che non avremmo mai ascoltato”. È tutta una questione di ricerca: c’è chi la fa in biblioteca, loro invece la fanno in discoteca.

“Il metal detector suona e ti vedi a Guantanamo”

Pubblichiamo di seguito qualche “momento di trascurabile ansia” estratto dal libro “Stiamo calmi” del comico Saverio Raimondo, in libreria in questi giorni.

 

Sono al ristorante o in un negozio, ed è giunto il momento di pagare. “Pago bancomat”, dico porgendogli la carta.

Loro la infilano nel Pos, schiacciano qualche tasto e poi passano a me l’apparecchio per digitare il pin. E in quell’istante tutta la mia vita mi scorre velocissima davanti agli occhi, come stessi affogando; mentre un brivido mi scende lungo la schiena fino al midollo spinale. Ma io non so se quest’ansia che provo ogni volta che devo digitare il mio pin è il timore di una momentanea amnesia o di non avere i soldi sul conto.

Abbiamo appena fatto l’amore, e il vento fresco di una notte di fine estate entra dalla finestra aperta della camera da letto e accarezza i nostri corpi abbracciati, rilassati e nudi. Un attimo prima di addormentarsi, lei mi sussurra dolcemente qualcosa all’orecchio, ma io capisco “biopsia”.

Quando vado al bagno a casa d’altri, e non c’è la chiave.

In aeroporto, ai controlli, mi svuoto le tasche, mi tolgo l’orologio, sfilo la cintura dai pantaloni, pur non indossando mai catene né bracciali mi passo comunque una mano sui polsi e sul collo per controllare che non ci sia niente, è da una settimana che faccio una dieta priva di ferro, niente spinaci, per presentarmi a questo momento privo di metalli anche nel sangue, per sicurezza mi tolgo pure le scarpe, passo sotto al metal detector, e suona.

Guantanamo.

Una telefonata nel cuore della notte. “È morto qualcuno!” pensi. E invece ti vogliono solo vendere qualcosa. Nel cuore della notte.

Quando ti compare un nuovo neo lì dove prima non c’era.

Sono al ristorante, e sul menu c’è il mio piatto preferito, proprio lì in quel ristorante dove lo fanno buonissimo, ci sono venuto apposta. Allora lo ordino tutto contento, poi arriva, è squisito, e mentre lo mangio penso a quanto mi farà male, al colesterolo, al fatto che non faccio attività fisica e ingrasserò, mi verrà un tumore e avrà i tuoi occhi.

Quando su WhatsApp compare sta scrivendo… e tu sei all’1%.

Una volta sono sceso dalla metropolitana diverse fermate prima della mia perché nel frattempo era salito un giovane dall’aspetto mediorientale con uno zaino. Avevo resistito per un paio di fermate, fissandolo; ma quando ha tirato fuori anche lo smartphone non c’ho visto più.

Il pensiero di morire senza aver prima cancellato la cronologia dal computer.

Quando in tv parte la sigla di Chi l’ha visto? e ti sale l’ansietta. Allora ti metti sul divano con lo stesso atteggiamento con cui si seguono i quiz in tv, cioè speri di “indovinare”, di riconoscere dalle foto uno degli scomparsi, così da poter chiamare in diretta e dire “Sì, l’ho visto io, stamattina, alla fermata dell’autobus! Ho vinto?!”. Poi ti lasci rapire dalle storie inquietanti della gente scomparsa, con quelle musiche tensive e quel montaggio così destabilizzante, e ipnotizzato da tutti quei volti, quei giorni e quelle ore, quei segni particolari, cominci ad avere delle allucinazioni e ti sembra di vedere in video anche la tua foto, di scoprire di essere scomparso, che i tuoi genitori sono lì in studio che ti stanno cercando e fanno un appello in tv perché tu sia di ritorno o chi ha visto qualcosa parli; e tu sei a casa pure mezzo in mutande e vorresti chiamare in trasmissione e dire “Guardate che sono qui a casa pure mezzo in mutande”, ma sarebbe la tua parola contro la loro, e in effetti hanno ragione, anche tu ti senti scomparso, non sai bene come dimostrare di esserci, è come se ti mancassero le prove di essere, allora cominci a sudare freddo, sei paralizzato dalla situazione e precipiti nella paranoia. E tutta quest’ansia metafisica per colpa della musica di Chi l’ha visto?. Peggio c’è solo la musichetta di Paperissima Sprint, con quei filmati amatoriali di bambini che cadono dal seggiolone, sciatori che vanno contro un albero e motociclisti dentro un fosso, e tutti che guardandoli ridono come scemi mentre tu pensi “Quel motociclista è su una sedia a rotelle, lo sciatore è in coma, il bambino è morto”.

Il mondo là fuori è pieno di pericoli, di gente stronza che invece che soccorrerti ti filma, e di gente ancora più stronza che manco filma, ride solo.

Ancora incidenti sul lavoro: un morto e due feriti gravi

È morto dopo due mesi di agonia. Mentre altri due lavoratori hanno subito gravi ferite sul posto di lavoro. Un operaio di Gela (Caltanissetta), E.S., di 49 anni, è morto in ospedale dopo essere rimasto vittima due mesi fa di un incidente sul lavoro verificatosi a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria. L’uomo, caposquadra di una impresa metalmeccanica, nell’infortunio sul lavoro aveva perso la gamba sinistra mentre lavorava alla costruzione di un metanodotto. La vittima, due figli, era stato investito dall’esplosione di un compressore. Sempre ieri, un operaio di 64 anni è stato investito da bitume bollente nella raffineria Viscolube di Pieve Fissiraga nel lodignano. L’uomo è finito in ospedale a Milano per le ustioni sul 30% del corpo. Mentre a poco più di una settimana dalla tragedia alla Ecb Company di Treviglio (Bergamo) e nel giorno dei funerali dei due operai morti per lo scoppio di Pasqua, si è verificato un altro infortunio in un’azienda di Lurano (Bergamo): un operaio di 51 anni è rimasto gravemente ferito per la caduta di un rotolo di ferro. L’uomo stava manovrando con un mezzo meccanico dei rotoli di ferro. Uno di questi si sarebbe ribaltato, finendogli addosso, schiacciandogli una sua gamba.

La Consob contesta l’aumento di capitale di Saipem

Nuova tegola per Saipem. La Consob ha avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti degli amministratori e del dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili in occasione dell’aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro chiuso all’inizio del 2016. Secondo gli uffici della Commissione il prospetto non sarebbe stato idoneo a permettere agli investitori di formarsi “un fondato giudizio sulla situazione patrimoniale e finanziaria, sui risultati economici e sulle prospettive dell’emittente” con riguardo ad alcuni elementi della documentazione. In Borsa il titolo ha chiuso in calo dell’1,88% a 3,08 euro. L’iter sanzionatorio è stato notificato dalla Consob venerdì scorso – all’indomani dell’annuncio di Cdp ed Eni sulla lista per il rinnovo del cda – e comunicato da Saipem nella serata di domenica. Tra i destinatari della contestazione, che rischiano una multa fino a 500 mila euro, figurano l’ad Stefano Cao, riconfermato per un altro triennio nella lista dei soci pubblici, e il presidente Paolo Andrea Colombo, che verrà invece sostituito da Francesco Caio. Saipem ha ribadito l’”assoluta correttezza” dell’operato dei suoi vertici.

Tim, Assogestioni apre la strada a Elliott

L’Assogestioni non ha presentato la sua lista di candidati per l’assemblea del 4 maggio prossimo convocata per l’elezione del nuovo consiglio d’amministrazione. Il termine scadeva ieri e l’associazione dei fondi comuni d’investimento ha comunicato che il Comitato dei Gestori “ha valutato all’unanimità di non depositare una lista di candidati”. Nel duello in corso tra i francesi di Vivendi e il fondo Elliott per il controllo di Telecom la mossa di Assogestioni sposta gli equilibri a favore degli americani, che godono dell’appoggio esplicito del governo. Il futuro delle telecomunicazioni italiane è in gioco in una partita finanziaria tecnicamente molto complicata. Elliott ha chiesto di mettere all’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile la revoca e sostituzione di sei consiglieri eletti da Vivendi, compreso il presidente Arnaud de Puyfontaine. Sullo sfondo la proposta di cambiare le strategie come piace al governo: scorporo della rete e sua fusione con la nuova rete in fibra ottica promossa da Enel e Cassa Depositi e Prestiti. Vivendi ha reagito su due fronti. Ha contestato la legittimità della proposta di Elliott e nello stesso tempo ha fatto dimettere la maggioranza dei 15 consiglieri causando la decadenza dell’intero consiglio, per la sostituzione del quale è stata convocata l’assemblea dei 4 maggio. Se il duello giuridico sull’ordine del giorno del 24 aprile vedrà la vittoria di Elliott si apre la possibilità che in quella data effettivamente vengano sostituiti i sei consiglieri e a quel punto non ci sia più ragione di tenere l’assemblea del 4 maggio. In caso contrario i due contendenti si conteranno nella seconda assemblea.

Vivendi ha il 24 per cento di Telecom Italia, mentre Elliott ha comunicato ieri di aver raggiunto una quota dell’8,8 per cento, alla quale si aggiungono opzioni di acquisto che portano la partecipazione potenziale al 13,73 per cento. Se Assogestioni avesse presentato la sua lista, avrebbe attratto molti voti dei fondi comuni che normalmente si presentano in assemblea con pacchetti azionari pari a circa il 30 per cento. Alto sarebbe stato il rischio per Elliott di rimanere a bocca asciutta: prendono consiglieri solo le due liste più votate, e Assogestioni di norma presenta solo cinque nomi, cioè la quota garantita alla minoranza, cosicché Vivendi prenderebbe dieci posti in consiglio anche andando sotto nella votazione.

Il passo indietro di Assogestioni spiana dunque la strada a Elliott, che ha preannunciato una lista “piena” (dieci nomi), e che comunque vadano le cose dal 4 maggio in poi sarà nel cda di Telecom con almeno cinque consiglieri. Se però i fondi comuni si lasceranno massicciamente convincere a votare per Elliott i francesi guidati da Vincent Bollorè perderebbero il controllo di Tim, per la gioia del governo italiano.

Facebook va al Congresso per provare a salvarsi

L’ammissione di colpa, la seconda nel giro di un paio di settimane, è iniziata a circolare ieri pomeriggio: uno stralcio del discorso che Mark Zuckerberg, il fondatore e ad di Facebook, terrà oggi di fronte alle Commissioni Giustizia e Commercio del Senato Usa e poi domani alla Camera, prima delle domande. Già il solo annuncio dell’audizione ieri ha fatto guadagnare il titolo in Borsa (+1,7%) e oggi la speranza è che vada ancora meglio: Mark Zuckerberg ammetterà di non aver avuto “una visione ampia” della responsabilità di Facebook sugli utenti e le loro informazioni personali, quelle che sono finite al centro dello scandalo legato a Cambridge Analytica e ai dati di milioni di americani usati per le campagne elettorali americane. “Non è sufficiente connettere le persone – si legge nelle parti del testo diffuse ieri – : dobbiamo essere certi che i collegamenti siano positivi. Non è sufficiente dare alle persone il controllo delle loro informazioni, dobbiamo essere certi che i nostri sviluppatori le stiano anche proteggendo: non abbiamo solo la responsabilità di creare strumenti, ma dobbiamo essere anche certi che vengano usati nel modo corretto”.

Ammetterà di voler collaborare con il governo sulle indagini relative alle interferenze russe del 2016, sosterrà di essere intenzionato a portare avanti un processo di cambiamento già iniziato e che richiederà tempo. Ribadirà di voler mettere la sicurezza degli utenti prima di tutto e tutti, soprattutto prima degli inserzionisti e delle pubblicità. Con quale modello di business, però, non è ancora chiaro. Nelle stesse ore, Facebook fa anche sapere di aver sospeso dalla piattaforma una società sospettata di aver raccolto e condiviso dati degli utenti per profilarli e condividerli con altri. A segnalarlo l’emittente Cnbc: la piattaforma si chiama CubeYou e si sarebbe servita di quiz, anche attraverso una applicazione “per ricerche accademiche non-profit”. Quiz comuni e molto diffusi sul social, come “You Are What You Like (Sei quello che ti piace). Secondo Cnbc, la società avrebbe venduto dati raccolti da ricercatori che lavoravano al centro di psicometria (Psychometrics Center) della Cambridge University. La reazione dell’Università di Cambridge è stata quasi un moto di spocchia: ha detto che non ha collaborato con Cubeyou. “La nostra relazione non era commerciale e non sono stati scambiati commissioni o progetti legati a clienti – ha riferito –. Sfortunatamente i collaboratori dell’università qualche volta esagerano i loro legami per guadagnare prestigio per i loro lavori accademici”.

L’Ad di CubeYou è un italiano, Federico Treu. Lui stesso racconta, nel 2015 sul sito eastwest.eu, la genesi della società e la sua trasformazione. Nata per offrire tour virtuali dei locali di Milano associati a Google Street View, per evitare il fallimento si è trasformata in un’azienda per la profilazione online. “Dopo due anni di sviluppo io e mio fratello ci siamo ritrovati con due prodotti validi in mano – racconta Treu – Uno strumento per la gestione dei social media e una piattaforma di profilazione per raccogliere informazioni sui clienti direttamente dai social media”. I due fratelli si separano. “Io ho preso in mano il progetto di profilazione sotto l’etichetta Cubeyou e Gianluca ha fondato Social Bullguard per la vendita del suo servizio di gestione dei social media”. Quest’ultima si assicura clienti come BMW, Poste Italiane e Vodafone, mentre Cubeyou si dedica a ricerca e sviluppo. “Abbiamo siglato un accordo con l’Università di Cambridge che ha portato il trattamento dei dati social a un nuovo livello e abbiamo sfruttato sistemi di Intelligenza Artificiale per trasformare le interazioni online in predittori di comportamenti di acquisto – concludeva Treu – Il nostro obiettivo è scardinare la vecchia industria di ricerche di mercato e i suoi antiquati metodi di sondaggio introducendo una nuova tecnologia di ricerca basata su intelligenza artificiale e big data dai social media”.

Oggi Treu sostiene che l’azienda ha lavorato con la Cambridge University solo dal dicembre 2013 al maggio 2015 e che non avrebbe più accesso ai dati di chi ha fatto il quiz dal giugno 2015. Ha anche precisato che sul sito di YouAreWhatYouLike.com veniva specificato che i dati raccolti potevano essere usati anche per fini commerciali e dati a terze parti. Secondo Cnbc, i termini di servizio visibili agli utenti di Facebook che installavano la app Apply Magic Sauce parlavano però di “accesso solo per scopi di ricerca”. In attesa di verifica, Facebook ha preferito sospenderla. Non è il momento di rischiare.

Nel tribunale dei big tech è “tutti contro Zuckerberg”

È fondamentale che Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, prenda sul serio l’ondata di criticismo che si sta diffondendo in tutto il mondo contro il social network. Dalle istituzioni agli utenti, è qualcosa che non può essere ignorato. Dicono questo le parole di Jack Ma, l’uomo più ricco della Cina e il fondatore del multimiliardario sito di eCommerce Alibaba, estorte dalle domande dei giornalisti durante ilBoao Forum for Asia. Vorrebbe evitare di parlarne, ma alla fine cede. “È il momento di sistemare i problemi – dice -. È il momento di prenderli sul serio. E penso che saranno risolti”. Chi parla ha ben chiaro il problema: l’ondata di repulsione e l’attacco alla reputazione potrebbe colpire anche il business di Alibaba da un momento all’altro. La velocità con cui si cresce nell’online può essere la stessa con cui si muore. Online, la reputazione è tutto. “Non dovremmo uccidere la compagnia a causa di questi problemi – ha detto Ma –, Facebook 15 anni fa non si aspettava di crescere così tanto. Sono venuti fuori tutti i problemi che non poteva prevedere”.

La posizione più interessante da osservare dopo lo scandalo Cambridge Analytica (con il quale si è scoperto che i dati di milioni di utenti raccolti su Facebook erano non solo trasmessi ad aziende terze rispetto a chi era autorizzato a prenderle ma anche usati per cercare di influenzare le elezioni) è quella dei ‘grandi della Terra’, i grandi del web, nell’accezione odierna. Grandi economicamente: imperi costruiti sull’idea dell’innovazione e del digitale a tutti i costi. Multinazionali che si sono ingrossate con Internet e le tecnologie e che si esprimono contro o a favore di Zuckerberg a seconda delle analogie tra il loro business e quelle del fondatore del social di Menlo Park.

Prima di Jack Ma, il Ceo di Apple, Tim Cook, in un’intervista a Msnbc e Recode ha ad esempio virtualmente ‘schiaffeggiato’ Zuckerberg: “Cosa farei se fossi al posto di Mark Zuckerberg? – ha detto – Non sarei finito in questa situazione”. Un’operazione d’immagine non da poco. A ridosso dello scandalo Cook ne ha approfittato per rinforzare l’immagine della propria azienda e dei suoi prodotti notoriamente inviolabili. “Potremmo fare un sacco di soldi se monetizzassimo i nostri clienti, se i nostri clienti fossero il nostro prodotto. Abbiamo scelto di non farlo. La privacy per noi è un diritto umano, una libertà civile”. Posizione sostenuta, ieri, anche dal co-fondatore di Apple, Steve Wozniak: “Ogni giorno – ha detto in una mail inviata a Usa Today – gli utenti forniscono a Facebook dettagli della loro vita e con questo Facebook fa un sacco di soldi dalla pubblicità. I profitti si basano tutti sulle informazioni degli utenti ma agli utenti non va niente”. Ha poi aggiunto che preferirebbe pagare per Facebook piuttosto che lasciare che la pubblicità sfrutti le sue informazioni personali. Gratuità contro pagamento: quando la polemica scandita dalla cronaca si sarà placata resterà l’unico dibattito aperto, su cui già da tempo ci si interroga. Tanto che lo stesso Zuckerberg, nel rispondere a Cook ha sottolineato la differenza tra i loro modelli di business. “Se vuoi creare un servizio che non sia solo per i ricchi devi avere qualcosa che le persone possono permettersi. Penso che sia importante non avere tutti la sindrome di Stoccolma e lasciare che le aziende che lavorano duramente per farti pagare di più ti convincano che in realtà si preoccupino di te mi sembra ridicolo”.

Non parla Google, impegnato a rimbalzare le accuse mosse a Youtube e alla sua gestione dei dati: ieri 20 studi legali hanno fatto sapere di aver sporto un reclamo alla Federal trade commission, l’antitrust Usa, per la raccolta di informazioni commerciali sui bambini e i loro gusti tramite Youtube. Non parla Amazon, con il capo Jeff Bezos impegnato a respingere la sempre maggiore pressione proveniente dal presidente Usa, Donald Trump. Non parla Uber, che di dati trafugati e diffusi ha un’esperienza approfondita dopo i leak dei mesi scorsi (dati rubati a circa 57 milioni di utenti in tutto il mondo). Parla, invece, Elon Musk: il fondatore di Tesla nelle settimane scorse ha cancellato le pagine Facebook delle sue aziende, Space X e Tesla, e ha per primo sposato la causa del boicottaggio al social network. Una piccola vittoria per uno tra i pochi che da anni prova a mettere un freno all’eccessivo tecno-entusiasmo e a mettere in guardia sulle conseguenze legate all’intelligenza artificiale (che si nutre appunto di dati e informazioni). A luglio si era scontrato con lo stesso Zuckerberg che aveva bollato le parole di Musk come “superficiali e irresponsabili”. Musk, con la sua solita irriverenza aveva risposto via Twitter: “Ne ho parlato con Mark. La sua comprensione dell’argomento è limitata”. Oggi, forse, sta avendo la sua piccola vendetta.

Cari autocrati dell’Est unitevi: più poteri a uno meno diritti per tutti

Nei Paesi dell’ex blocco comunista fino alle estreme propaggini orientali dell’Europa, si moltiplicano e si fortificano le figure autoritarie che voto alla mano stanno cambiando la natura del potere democratico ridisegnato dopo la caduta dell’Unione sovietica.

 

Viktor Orbán

Ungheria

La Costituzione post-comunista del 1989 viene riscritta già nel 2010 con Fidesz al potere. L’11 marzo 2013, il Parlamento approva decisivi emendamenti alla legge fondamentale. Fortemente ridimensionato il ruolo della Corte costituzionale, che non potrà più bocciare leggi approvate con maggioranza parlamentare di 2/3. Restrizioni sulle libertà civili, come le pene per i senzatetto che dormono in uno spazio pubblico, il sostegno alla famiglia tradizionale (contro quella omosessuale), o il monopolio dell’informazione da parte dei media di Stato in campagna elettorale. L’allora presidente della Commissione Ue Barroso parlò di “preoccupazioni per lo Stato di diritto”, anche se Bruxelles non ha sanzionato Budapest né allora, né con la successiva commissione Juncker.

 

Vladimir Putin
Russia

Le principali riforme alla Costituzione post-sovietica del 1993 risalgono al 2008 l’allora presidente (oggi premier) Medvedev fece approvare l’estensione del mandato presidenziale da 4 a 6 anni e di quello della Duma (la camera bassa, elettiva, che compone il Parlamento federale) da 4 a 5 anni. La proposta fu approvata in tempi strettissimi, suscitando perplessità da opposizione e parte dei media. Eletto presidente per due mandati (2000 e 2004), Putin ha formalmente rispettato il dettato costituzionale che vieta 3 incarichi presidenziali consecutivi, lasciando appunto a Medvedev la carica nel 2008. Tornato nel 2012 con mandato a 6 anni e riconfermato da poco, Putin nega per ora di volere una nuova riforma costituzionale in modo da poter restare al Cremlino a vita.

 

Mateus Morawicki
Polonia

La Ue a febbraio ha attivato contro Varsavia l’articolo 7 sul Trattato dell’Unione: la procedura, che potrebbe portare anche alla sospensione del diritto di voto in Consiglio Ue, è motivata dalle riforma del sistema giudiziario, che rappresenta “un attacco allo Stato di diritto e ai valori europei”. Con l’arrivo al governo nel 2015 del partito nazionalista Diritto e Giustizia (Pis) guidato da Jaroslaw Kaczynski, il governo dell’allora premier Beata Szydlo ha limitato i poteri della Corte costituzionale. Ignorando le manifestazioni di piazza, i richiami del capo dello Stato Andrej Duda e quelli di Bruxelles, e con al governo il nuovo premier Mateus Morawicki, il Parlamento ha varato una norma che sottopone Corte suprema e Consiglio nazionale della magistratura al potere di nomina del ministro della Giustizia. Perché Varsavia venga sanzionata dall’Ue, è necessaria l’unanimità: Budapest ha già fatto sapere che difenderà l’alleato.

 

Andrej Babis
Repubblica Ceca

Al nazionalista ed euroscettico capo di Stato Milos Zeman, si è affiancato il miliardario Andrej Babis. Il suo partito Ano è risultato primo nel voto di ottobre, ma nonostante abbia ricevuto l’incarico, il governo Babis è ancora in cerca di una maggioranza. Il Babis-pensiero è contenuto nel suo best-seller, in cui progetta di eliminare il Senato, introdurre un sistema fortemente maggioritario ed eliminare le autorità regionali e locali. Una riforma in linea con la sua idea di “gestire il Paese” come un’azienda”, che rischia secondo molti osservatori, di minare la democrazia rappresentativa.

“Orbán senza avversari, gli piace vincere facile”

“La vittoria di Orbán è stata travolgente, molto più di quanto ci aspettavamo”. Da Budapest, Istvan Hagedus non nasconde la sua delusione. Hagedus è presidente dell’istituto di ricerca Hungarian Europe Society, ma è stato membro di Fidesz e deputato al parlamento ungherese, fino a uscirne nel 1994 in disaccordo con colui che sarebbe diventato il teorico della “democrazia illiberale”.

Merito del premier, riconfermato per la terza volta consecutiva, o colpa anche dell’opposizione?

Dopo la vittoria contro Fidesz alle Comunali lo scorso mese con un candidato unitario, si respirava un po’ di ottimismo. Poi però il fronte unitario si è diviso e soprattutto, non è riuscito a contrastare la propaganda del governo sul tema della migrazione. Non è stato concesso nessuno spazio per spiegare agli elettori qual è realmente la situazione.

A partire dal 2010, Orbán ha limitato la libertà di stampa. Quali sono invece i principali cambiamenti alla Costituzione?

A livello simbolico, Orbán ha voluto cambiare una parte del preambolo in modo da cancellare la responsabilità del governo ungherese dopo l’invasione della Germania nazista. Più concretamente, la Corte costituzionale è stata ridimensionata nel peso e nella composizione, dato che ormai la maggior parte dei suoi membri sono esponenti di Fidesz. Inoltre, ha ridotto il numero del parlamentari di quasi la metà dei membri.

Antonio Villafranca, coordinatore del programma Europa dell’Ispi di Milano ritiene che ‘Orbán ci abbia abituato a una visione strumentale dello Stato di diritto’. Anche lei vede questo rischio?

Temo che ci saranno restrizioni ancora più forti nei confronti dei media. Non so che tipo di ulteriori modifiche il premier potrebbe fare, nessuno può dirlo al momento. Però si potrebbe ipotizzare, a esempio, una trasformazione del suo ruolo in quello di presidente con più poteri, in modo da poter restare in carica più a lungo.

E per quanto riguarda la legge anti-Soros, per limitare o addirittura bloccare l’azione delle ong?

Il provvedimento non è ancora stato approvato in via definitiva. Possiamo prevedere che, quando arriverà in parlamento a maggio, la versione finale sarà ancora più dura. A quel punto, l’Europa dovrebbe intervenire.

Ma l’Unione europea sembra immobile. Non pensa che l’appartenenza di Fidesz alla prima famiglia politica europea – quella dei Popolari (Ppe) di cui fa parte Angela Merkel, come anche Silvio Berlusconi –, rappresenti per Orbán una garanzia?

Evidentemente il ruolo del Ppe nelle istituzione dell’Unione è cruciale. Se Orbán dovesse promuovere nuove riforme contro i principi dello Stato di diritto e la democrazia, mi auguro che l’Ue cambi atteggiamento e possa isolare il governo di Budapest.