Il gas, Assad e la sindrome “arrivano i nostri”

La guerra in Siria è anche guerra d’informazione, e forse più di altre per via della carenza sul terreno di giornalisti e osservatori neutrali in grado di verificare le notizie diffuse dalle parti in conflitto o a esso riconducibili. Notizie spesso fabbricate o falsificate che si rilevano tali solo quando ormai hanno prodotto l’effetto politico o militare desiderato.

È ancora presto per stabilire se la notizia dell’attacco chimico di Douma sia tra queste, ma i precedenti attribuiti in un primo momento al regime di Assad si sono poi rivelati di dubbia paternità se non chiaramente opera dei gruppi ribelli fondamentalisti, come denunciò a suo tempo Carla Del Ponte, ex procuratore capo del tribunale penale internazionale e membro della commissione d’inchiesta Onu sui crimini in Siria. Nel 2013 la mancanza di prove a carico delle forze di Assad per l’attacco di Ghouta, poi confermata da un’inchiesta Onu, convinse Obama a non ordinare la rappresaglia promessa per il superamento di quella che definì la “linea rossa”.

Nel 2017 dopo l’attacco di Khan Sheikun, il più impulsivo Trump lanciò un raid missilistico punitivo nonostante i forti dubbi sulle responsabilità di Assad denunciati da inchieste giornalistiche indipendenti, tra cui quella del premio Pulitzer, Seymour Hersh, e successivamente confermati dallo stesso segretario alla Difesa James Mattis che ammise che “gli Stati Uniti non hanno prove” della colpevolezza delle forze governative siriane.

Tutti questi attacchi con armi chimiche sembrano rispondere a una logica politica che si ripete nel tempo: sono avvenuti sempre dopo che l’amministrazione Usa si è dichiarata indisponibile a intervenire direttamente nel conflitto siriano a fianco dei ribelli e contro Assad. È successo cinque anni fa quando Obama resisteva alle crescenti pressioni interventiste interne e internazionali. È successo nuovamente l’anno scorso (4 aprile 2017) dopo che Trump aveva dichiarato (30 marzo 2017) che rovesciare Assad non era più una priorità per gli Stati Uniti.

Si ripete oggi dopo che Trump ha annunciato (29 marzo 2018) che gli Stati Uniti si ritireranno presto dalla Siria. Secondo fonti ben informate vicine all’intelligence israeliana e americana (Debka) il sospetto è che dietro all’ultimo attacco chimico di Douma vi siano “certi gruppi ribelli che vogliono alzare la temperatura nella speranza che gli Usa mandino rinforzi in Siria invece di ritirarsi come annunciato da Trump”. Tanto più in questa fase del conflitto in cui le forze governative, grazie al sostegno russo e iraniano, stanno di fatto vincendo la guerra contro i ribelli. Sospetto suffragato dalla recente scoperta, ignorata dai mass media occidentali, di una fabbrica di armi chimiche dei ribelli di Jaish al-Islam proprio nell’area della Ghouta orientale, ad Al-Shifuniyah. Va infine soppesata l’attendibilità dell’unica fonte della notizia che, come al solito, sono i Caschi Bianchi: l’organizzazione civile di soccorso fondata dall’ex mercenario inglese James Le Mesurier e finanziata dai governi britannico e americano, la cui neutralità è stata più volte messa in discussione in virtù della sua vicinanza ai gruppi di integralisti islamici anti regime, Al-Nusra in particolare; emblematico il video che ritrae i Caschi Bianchi che festeggiano la conquista di Idlib con i militanti armati del gruppo brandendo le loro bandiere nere. In guerra, la prima vittima è sempre la verità.

Israele e lo spettro dell’Iran: missili oltre la linea rossa

È stata una notte frenetica in Medio Oriente e un’alba ancor più tempestosa. Nelle prime ore del mattino un gruppo di caccia ha penetrato lo spazio aereo libanese, ha trafitto quello siriano e lanciato 8 missili contro Tyas, la più importante base aerea siriana. Sono state distrutte diverse installazioni nella base comunemente chiamata T-4 e la tv siriana ha annunciato almeno 14 morti, gran parte iraniani o miliziani filo-Teheran.

Lo sconvolgimento regionale continua e Israele, che non ha intenzione di restare ai margini, ha deciso di assumere un ruolo più attivo negli eventi in corso. Mentre la tv siriana ieri mattina accusava gli Stati Uniti del raid sulla base siriana, la Russia direttamente coinvolta al fianco del presidente Assad, ha puntato il dito contro Israele. Sono stati caccia con la Stella di David a colpire – per la terza volta in tre anni – la base di Tyas bucando le difese aeree libanesi a sud della città di Jounieh per poi sorvolare la valle della Bekaa fino all’obiettivo. Secondo versione russa dell’accaduto, 5 degli 8 missili sono stati intercettati dalle batterie antiaeree siriane. Israele oppone il suo abituale no comment sull’accaduto ma la conferma stavolta viene dagli Usa: il Pentagono è stato avvertito dagli israeliani nell’imminenza del raid. Nei sette anni di guerra civile siriana, Israele ha resistito al tentativo di coinvolgimento diretto ma ha stabilito delle “linee rosse” che intende rispettare. Ha annunciato che avrebbe contrastato in ogni modo il passaggio di armi sofisticate dalla Siria agli Hezbollah libanesi. E da allora circa un centinaio di attacchi con caccia e droni sono stati compiuti contro convogli e depositi di armi in Siria. Poi l’anno scorso il premier Benjamin Netanyahu ha tracciato un’altra “linea rossa”: il radicamento degli iraniani in Siria.

Questo ha già portato a uno scontro diretto nei cieli siriani a febbraio, con un caccia israeliano e un drone iraniano abbattuti in quel frangente.

Molti elementi sono contemporaneamente in movimento. L’attacco chimico denunciato dai ribelli su Duma (su cui non ci ancora sono evidenti prove), le vittorie dell’esercito di Assad contro i ribelli, la crescente influenza russo-iraniana in Siria e i chiari segnali del prossimo disengagement americano dal conflitto. Turchia, Russia e Iran la scorsa settimana ad Ankara hanno trovato un’intesa sulle sfere d’influenza in Siria di fronte alle vittorie di Assad.

Nonostante il lessico aggressivo – ieri ha annunciato “novità importanti entro 24-48 ore”, anche per non perdere la faccia come gli hanno fatto notare i democratici – Trump non si sta comportando diversamente dal suo precedessore Obama. Esattamente un anno fa ordinò un attacco missilistico (una cinquantina di missili Tomahawk) su una base militare siriana in risposta all’attacco chimico in Siria sulla cittadina di Khan Sheikhoun. Poi l’interesse del presidente è via via scemato. Se gli Usa dovessero colpire, Mosca – che sia schiera a fianco di Damasco nel denunciare l’attacco chimico a Douma come un provocazione – stavolta sarebbe costretta a far salire i toni, avviando una pericolosa escalation.

Gran parte di ciò che è stato deciso al vertice di Ankara è motivo di preoccupazione in Israele. Specie per la presenza iraniana in Siria che adesso si sposterà sulle colline del Golan, il prossimo fronte della guerra civile siriana. Proprio sul confine con Israele. Sviluppi che potrebbero accelerare gli sforzi israeliani per contrastare la presenza iraniana, come minaccia il premier Netanyahu dall’anno scorso e portare a uno scontro diretto dagli esiti imprevedibili. La “linea rossa” di Israele, specie lì lungo la frontiera a nord, si sta facendo sempre più sottile.

Mail Box

 

I partiti sconfitti si prendano le loro responsabilità

Vorrei poter intitolare questo mio pensiero “Oggi le comiche”. È veramente comico sentire i rappresentanti dei partiti politici minori, cioè i trombati dagli italiani: non è stato ancora recepito da questi signori che la maggior parte degli italiani ha lanciato un segnale ben preciso pregandoli di andare finalmente a cercarsi un lavoro onesto, se ci riescono?

È comico sentirli tutti all’unisono riempirsi la bocca con la fatidica frase: “Chi ha vinto si deve prendere la responsabilità di trovare le soluzioni per questo Paese”. Ma scusate signori, si fa per dire, ma in tutti questi anni che la responsabilità l’avevate voi, come mai non l’avete messa in pratica?

Leandro Corradino

 

Renzi non si rende conto degli errori che ha commesso

Nella lettera di Adriano Celentano a Renzi, pubblicata su Il Fatto di ieri, il grande artista, e lo dico senza ironia, commette un grave errore. Renzi non si renderà mai conto dei suoi “errori” perchè per lui errori non sono, ma semplicemente degli infortuni di percorso verso l’egemonia di quello che dovrebbe diventare il “suo” partito. L’aver sostanzialmente cancellato lo statuto dei lavoratori, l’aver preferito Marchionne ai lavoratori e ai sindacati, l’aver tentato di stravolgere la Costituzione, l’aver trasformato in forma aziendale la scuola e la sanità pubbliche, tolto tasse ai ricchi (Imu sulla prima casa), elargito bonus a pioggia e altro ancora, non possono essere considerati errori, ma lucida politica di affossamento della sinistra per un consenso a destra.

Non dimentichiamo che la prima cosa che Renzi ha fatto da segretario del Partito democratico è stata la “riabilitazione” del pregiudicato Berlusconi e con lui ha stipulato il “patto del Nazareno”. Forse Celentano dovrebbe usare il suo indiscutibile “carisma” per consigliare a Renzi di assentarsi “realmente” dalla politica attiva.

Guido Moressa

 

L’abolizione del Senato metterebbe tutti d’accordo

Quale migliore occasione per fare qualcosa di utile per gli italiani? Si tratta di proporre in Parlamento la cancellazione del Senato, già provata un paio di volte ma sempre disattesa. Una proposta di questo tipo sarebbe condivisa dalla maggior parte del popolo italiano e chi la dovesse proporre coraggiosamente acquisirebbe consenso per sé e per il suo partito. Chi invece avrebbe la sfrontatezza di opporsi perderebbe consenso. La cosa andrebbe motivata: innanzitutto con il grande risparmio. Non mi si venga a dire, come in passato, che il risparmio è piccolo. Se si pensa a tutto l’indotto che l’eliminazione del Senato farebbe risparmiare si arriva a cifre molto alte, soprattutto se si pensa ai tempi ridotti per le decisioni parlamentari. Ovviamente senza la complicata proposta dei rappresentanti regionali voluta da Matteo Renzi.

Con l’eliminazione del Senato si potrebbero proporre altre utili riduzioni: quella del Cnel, già proposta col referendum del 4 dicembre 2017, l’accorpamento dei sistemi pensionistici sotto un unico ente, che sarebbe l’Inps, e l’accorpamento di altri enti statali superiori. La proposta della cancellazione del Senato può essere fatta con maggioranza costituzionale al Parlamento, ma se questo non bastasse anche con nuovo referendum, questa volta non legato al nome di alcuno, ma semplicemente in omaggio al Parlamento italiano.

Enrico Trovati

 

Il Movimento al governo ma non a tutti i costi

Nessuno ha voglia di nascondere la realtà in cui stiamo vivendo, a livello politico, perché i numeri che sono usciti dalle elezioni politiche del 4 marzo sono generati da una legge elettorale fatta apposta per porre difficoltà. Il M5S sta cercando di creare un consenso su proposte che i partiti difficilmente accetteranno di condividere. Capisco gli sforzi di un ottimo leader come Luigi Di Maio e anche i contorsionismi del parlare a politici che si sono resi corresponsabili dei disastri attuali, in tanti anni di governi di questo paese. Però teniamo conto che esiste un elettorato che ha votato con percentuali altissime il Movimento e spinge perché vada al governo, ma non a tutti costi.

Una volta saggiata la grettezza delle forze in campo, consiglierei al Movimento di non insistere su questa linea. Dovrebbero fermarsi e dichiarare apertamente al paese che gli altri non intendono fare un esecutivo di vero cambiamento con loro e alle loro condizioni. Andare di nuovo a votare non è un problema per il M5S, le difficoltà ci saranno per chi è in irrimediabile declino.

Maurizio Maccagnano

Immigrazione. Contro i luoghi comuni basta guardare che succede alle frontiere

 

Quando vedo in tv pubblicità con quelle pletore di ragazzini e adulti africani che non sanno nemmeno procurarsi l’acqua, ho paura. Paura per chi l’acqua, la filosofia e la scienza se l’è fatte da solo, senza nessun aiuto, passando per le piu assurde e tragiche vicissitudini che la Storia ricordi. Ho paura delle masse di immigrati che non sanno far niente e pretendono da noi ciò che ci è costato millenni di sforzi e patimenti. Con poteri che volevano impedirceli. E partoriscono 12-18 figli per fattrice senza aver di che mantenerli, ma intanto ci siamo noi per farlo. E per questo noi non ci permettiamo piu di un figlio per coppia. Se va bene. Ho paura della bontà di chi è così propenso a regalare ciò che a tanti di noi è costato sacrificio e profitta di esser nato qui, per aver diritto di regalare ciò che non è di tutti ma solo di chi lo ha guadagnato. E di chi è prodigo di consigli ma non aiuta materialmente e anzi ha banche sempre immischiate negli affari piu sporchi. Ho anche paura di confusione fra leggi e religioni che ci porterebbero indietro di tanti secoli. E noi, che siamo anche governati così malamente dovremmo sempre dare, dare e retrocedere nella nostra terra perché la “solidarietà” vorrebbe vederci rinunciare all’indispensabile per darlo a chi non ha fatto nulla. Con tante chiacchiere, ideologie, buoni sentimenti e così poca partecipazione ai lavori. Ora aspetto qualche buon argomento che mi dia torto e mi spieghi il gran vantaggio che si ha nel dare.

Radames Baldini

 

Caro Radames Baldini, la sua lettera avrebbe dovuto essere pubblicata in prima pagina e sotto un titolo di apertura capace di comunicare l’importanza dell’evento: l’esistenza di un mondo che nessuno di noi conosce, che non assomiglia a nulla di ciò che, del mondo povero ci è stato raccontato, sia dai radical chic che vorrebbero salvare in mare esseri umani che lei considera inutili, sia dai salviniani che li vogliono solo “rimpatriare”. Lei infatti esordisce dicendo che ha paura (sentimento purtroppo legittimo, dati i tempi, i terroristi e le mafie) e poi fa seguire un elenco che stupirebbe anche Orbán, se non fosse travolto dalla sua vittoria xenofoba. Lei vede masse di immigrati che non sanno far niente “e pretendono da noi” ciò che a noi è costato millenni. Dove si realizza questa pretesa? Alla stazione centrale di Milano dove vengono caricati dalla polizia a cavallo o davanti alla stazione di Como, dove prevalgono le botte e lo spintonaggio di donne e bambini sotto la pioggia? O sono troppo pretenziosi a Ventimiglia da quando è loro proibito di passare il confine, ma è vietato, sul versante italiano, di chiedere un bicchiere d’acqua per i bambini? Contro la paura va bene ritrovare qualcuno di loro congelato sopra un vagone del Brennero o è meglio morire di parto al confine ghiacciato tra Italia e Francia, sotto lo sguardo tranquillo della Guardia forestale di un grande Paese civile? Ma lei ha visto anche l’espropriazione solidale, e per forza ha paura. È un nuovo fenomeno da denunciare al mondo: si tolgono ai cittadini beni conquistati con millenni di sacrifici per donarli a casaccio a scansafatiche pericolosi e inutili.

Potrebbe raccontarci di più di questo nuovo fenomeno? Chi si occupa di un compito così crudele, Carabinieri o Polizia? Sequestrano le tue cose più care direttamente in casa e le distribuiscono dalle finestre? Lei dice “aspetto qualche buon argomento che mi dia torto”. Si rassegni, è una sfida invincibile. Contro la realtà totalmente inventata e febbrilmente creduta non c’è rimedio.

Furio Colombo

Povero Borges nel trash show tra Insinna e Renzi

Jorge Luis Borges! chi era costui? Il nome del grande scrittore argentino è improvvisamente risuonato in un giro d’onore mediatico (telegiornali, siti, quotidiani, periodici) durante le esequie di Fabrizio Frizzi. Ormai ogni occasione è buona per mettersi in luce. C’è chi, come Michelle Hunziker, viene lapidata perché non ha fatto un selfie con il suo dolore, e chi viene osannato come Flavio Insinna perché nel corso dei funerali ha letto “la meravigliosa poesia di Borges” intitolata “Amicizia”: “Non posso evitare la tua sofferenza/ Non sei né sopra né sotto né in mezzo/ Non sei né in testa né alla fine della lista…”. Basta leggere due versi a caso della “meravigliosa poesia di Borges” per accorgersi che non è meravigliosa, non è di Borges e non è nemmeno poesia. Qui al massimo siamo tra Venditti e Toquinho, mentre Borges è l’autore coltissimo della vertigine data dall’infinito e dalla menzogna (“gli specchi e la copula sono abominevoli perché moltiplicano il numero degli uomini”; e anche delle poesie, a questo punto). Eppure “la meravigliosa poesia di Borges” (che non è di Borges) l’aveva già letta Matteo Renzi a Buenos Aires durante una lectio magistralis (con relativa patacca magistralis). Quali morali trarre da tale irresistibile fake poem? Più di una, a scelta. Che nessuno legge Borges. Che tutti, borgesianamente, fingono di leggerlo. Che tutti si sentono autorizzati a giudicare ciò che ignorano. Che Insinna è il Renzi della Tv. Che Renzi è l’Insinna della politica.

“Non replico a Feltri: si commenta da solo”

Non replicherò al legittimo contrattacco di Vittorio Feltri. Perché non l’ho letto. Non per disprezzo, ma per non farmi ulteriormente del male.

Ho letto invece, sempre su Libero, di cui Feltri è direttore, Filippo Facci che afferma di essere antropologicamente superiore a chiunque voti i Cinque Stelle. Non è il caso di prenderlo troppo sul serio. Proprio Feltri, evidentemente in un periodo di maggior lucidità, ha scritto su costui parole definitive: “Non pubblicare un articolo di Facci non è censura: è fargli un favore”. E questo è tutto.

Sangue infetto: paghino anche i farmaceutici

La Corte europea di Strasburgo ha condannato l’Italia a risarcire con 20 milioni circa, danni e morti di cittadini curati con sangue ed emoderivati infetti che hanno trasmesso Aids, epatiti e altre malattie virali. Una vera strage di Stato che si è consumata in tutto il mondo, ma soprattutto Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna e Romania, che ha causato da 20 a 30 mila morti. Più di quanti ne abbia fatto il terrorismo delle varie epoche. Vittime incolpevoli, emofilici, talassemici, e altri malati, che per vivere avevano bisogno di trasfusioni di sangue o derivati del plasma.

Tra di loro, migliaia di bambini morti di Aids. Nella storia moderna non si era mai verificato che un farmaco somministrato per curare una malattia, avesse fatto più morti della malattia che avrebbe dovuto curare. Si poteva evitare? Certo che si poteva: fin dalla comparsa dell’Aids, medici, industrie farmaceutiche, associazioni dei malati, erano stati allertati. Tutti si voltarono dall’altra parte perchè “l’oro rosso” rendeva miliardi di dollari. Le industrie farmaceutiche italiane ed estere, producevano gli emoderivati con sangue di donatori mercenari importato dagli Stati Uniti, dalla Germania, da alcuni paesi dell’Est europeo, come la Romania, e africani. Chi, vendeva il sangue e quanto ne vendeva? Erano poveri, emarginati delle periferie urbane, tossicodipendenti, carcerati, che vendevano fino a 50 litri all’anno di plasma, estratto col metodo della plasmaferesi, direttamente dalle vene. Persone spesso malate o malnutrite, esposte alle infezioni virali.

Il plasma veniva mescolato in pools di migliaia di donazioni e poi inviato alle industrie per la produzione di emoderivati. Era sufficiente un solo caso di infezione per infettare tutto il pool. Dopo la prima conferenza stampa in Consiglio regionale nel 1987, insieme a Emilio Molinari e Bruno Ambrosi, si scatenò l’inferno: medici famosi, assessori ignoranti e in mala fede, industriali squali, continuavano a sostenere che avevamo fatto allarmismo e che i prodotti erano sicuri.

Purtroppo al coro si è associata l’Associazione Amici della fondazione dell’emofilia (Comitato lombardo) che il 20-2-87 ci inviò una lettera nella quale lamentava “le conseguenze gravissime e i danni che simili notizie possono causare agli emofilici”. L’industria, in modo diverso, pagava tutti.

Nel mio libro di prossima uscita, quando non sapevo nemmeno che il problema fosse all’attenzione della Corte europea, ho scritto un capitolo che si intitola “Sangue sporco”. L’Italia condannata: finalmente una buona notizia. La Corte europea ha fatto meglio della magistratura italiana che dopo 20 anni di processi non ha ancora fatto giustizia.

La condanna, sarebbe più giusta, se per la loro parte di responsabilità, pagassero anche le industrie farmaceutiche.

Lady Mara, femme fatale che uccide sempre con garbo

Con quegli occhi costantemente sgranati sul mondo, quasi che tutto ciò che vede e sente la stupisca oltremodo, Mara Carfagna attraversa la politica italiana da quindici anni o giù di lì. All’inizio della sua attività di parlamentare veniva presa a emblema di non meritocrazia, ma la neo vicepresidente della Camera è col tempo cresciuta. Ha studiato e si è strutturata. Poche sere fa era a Porta a Porta, giustamente osservata con palese obnubilazione estetica da Bruno Vespa: ascoltandola, prendevi nuovamente atto di come Lady Mara sia ormai assai scaltra e smaliziata. Ovviamente non è condivisibile quasi mai, ma questo è normale: neanche i parlamentari di Forza Italia si condividono da soli, consci (se intelligenti) di difendere posizioni improponibili. Mara Carfagna, auto-propostasi (scrive Dagospia) coordinatrice nazionale di Forza Italia, ha oggi il compito di distruggere con garbo i 5 Stelle, sperando che Salvini aspetti qualche anno – e non qualche settimana – per staccarsi da quel che resta di Silvio. Per questo Lady Mara, con quel fascino da femme fatale che nei film in bianco e nero ti uccide con garbo e senza sensi di colpa, cannoneggia con agio Di Maio: “Il suo partito è arrivato secondo, dietro alla coalizione di centrodestra e non ha i numeri per governare da solo. Difficile quindi che possa essere lui il premier. Sicuramente non lo sarà fintanto che avallerà questo bullismo politico dell’‘io o niente’, un metodo fondato sulla sopraffazione di un partito sugli altri”. Oppure: “Anche quest’ultimo tentativo del Movimento 5 Stelle di blandire un solo pezzo del centrodestra e di dividere la coalizione che ha vinto le elezioni è stato respinto al mittente. È l’ennesimo buco nell’acqua di una strategia fallimentare, irresponsabile, che puzza di Prima Repubblica”.

Lady Mara mixa parole a caso un po’ autonomamente e un po’ attingendo al Bignami del Perfetto Brunetta, ma il cocktail di frasi fatte e luoghi comuni tiene. Gli esordi vallettistico-televisivi della Carfagna sono noti a tutti, come lo è il chiacchiericcio becero che l’ha riguardata a inizio Duemila. Nata a Salerno nel 1975. Miss Cinema e sesta a Miss Italia nel 1997. In tivù con Frizzi e Mengacci. Icona sexy su Maxim e Max. Nel 2007 Berlusconi dice di lei: “Se non fossi già sposato, la sposerei immediatamente”. Veronica Lario chiede le scuse ufficiali. Eletta deputata per la prima volta nel 2006. Ministro per le Pari opportunità del governo Berlusconi IV. Sarebbe stata ministro della Pubblica Istruzione in questa legislatura, qualora il centrodestra avesse vinto le elezioni. Madre della legge sullo stalking. Nel 2008 si reinventa epigona della Merlin: “La prostituzione mi fa rabbrividire. Mi fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo”. Le risponde a tono Carla Corso, una delle fondatrici del Comitato dei diritti delle prostitute: “La signora ha usato il suo corpo per arrivare dove è arrivata, facendo calendari. Basta aprire Internet per vedere le sue grazie”. Successivamente, dopo aver detto a inizio carriera frasi mediamente orride sull’omosessualità (“Non c’è nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali visto che costituzionalmente sono sterili”), porta avanti iniziative contro l’omofobia con Luxuria. Gli anni passano e lei cresce: si inabissa quando deve, riemerge quando serve. Furba e intelligente, benché nei contenuti assai spesso respingente. Rapportata a una renziana qualsiasi, Lady Mara pare quasi Rosa Luxemburg. A conferma di come Renzi sia in tutto la brutta copia di Berlusconi: anche nella selezione della “nuova” classe dirigente.

Alleanze impossibili, ora si cambi la legge

La peggiore legge elettorale di sempre sta manifestando i suoi perversi effetti rendendo estremamente improbabile la formazione del governo. Ciò era facilmente prevedibile e il “Coordinamento per la democrazia costituzionale” lo aveva prontamente denunziato anche con la manifestazione del 24 ottobre 2017 innanzi al Senato diretta, in particolare, contro l’abuso dei voti di fiducia posti dal governo per “strozzare” ogni possibilità di discussione, pur doverosa, nell’iter di approvazione di una legge elettorale.

Del resto, che cosa ci si poteva aspettare da un capo di governo, a un tempo, segretario del partito di maggioranza (e da altri incompetenti politici a lui legati che continuano irresponsabilmente a sostenerlo) che ha portato il suo partito al disastro. Questa legge, malamente e furbescamente congegnata in chiave anti M5S, può, tuttavia, determinare il pericolo di ibride ed equivoche alleanze come quella, pur ritenuta possibile, tra M5S e la Lega e, cioè, tra un “Movimento” basato sui valori dell’onestà, della legalità e della trasparenza e un partito che ha predicato, per anni, una illegittima secessione e manifestato disprezzo per i meridionali (definiti, tra l’altro, “Terun puzzolenti”) per poi, negli ultimi tempi – guidati da un “parolaio” – strumentalmente “cambiare pelle” per catturare i voti del Sud promettendo un’imposta del 15% unica per tutti, irrealizzabile perché contraria ad un preciso precetto costituzionale e perché “scasserebbe” le casse dello Stato senza uno straccio di credibile e seria copertura finanziaria e, comunque, ingiusta perché finirebbe per favorire i percettori di alto reddito. Alleanza innaturale anche perché la Lega fa parte di una coalizione di centro-destra composta anche da FI e FdI (con i quali ha un comune programma e dai quali, per varie ragioni, non può “svicolare”), anche se un primo approccio di tale alleanza ha consentito alla più “sfegatata” sostenitrice di FI di assurgere alla seconda carica dello Stato. Né, sotto diversa angolazione, appare possibile un’alleanza del M5S con il Pd: la sconsiglia il risultato elettorale che ha severamente punito un partito il quale ha dismesso i valori della sinistra e, del resto, il suo ex-segretario, finto dimissionario (già finto rottamatore) persevera nella catena di errori ponendo il divieto anche del solo colloquio con il M5S. Unica alternativa è quella che il capo dello Stato nomini un governo, a termine, composto – oltre che di “veri” economisti (non “banchieri”) che tengano sotto controllo i costi dello Stato – e di costituzionalisti (ve ne sono di eccellenti, sostanzialmente apartitici, da Zagrebelsky a Pace, da Azzariti a Villone) che, in tempi brevi, predispongano un testo di legge elettorale che, in conformità alla Costituzione, restituisca ai cittadini il diritto fondamentale di poter scegliere i propri rappresentanti, vieti le liste bloccate, non consenta scorrette pluricandidature, consenta il voto disgiunto.

Nel frattempo, agli incolti e incompetenti che hanno approvato una pessima legge, palesemente incostituzionale (come le precedenti), si consiglia di presenziare al convegno, organizzato in Roma per il 20 aprile dall’Associazione “Salviamo la Costituzione”, dal titolo “La Costituzione alla prova del 70° anno”, ove avranno così la possibilità di apprendere (se ci riescono) da Pace, Smuraglia, Azzariti, Villone e altri prestigiosi relatori quale è “lo spirito” della Costituzione e quali sono “i diritti costituzionali” in maniera da tentar di capire (ove lo vogliano) in che modo si possano adottare (senza voti di fiducia) leggi elettorali conformi alla Costituzione e rendersi conto, una volta per sempre, che la (vera) democrazia rappresentativa non tollera un Parlamento infarcito, come ancora quello attuale, di “nominati” e “impresentabili”.

Il 5% della nuova Alcoa ai lavoratori e un posto in consiglio

Una associazione di lavoratori dell’ex Alcoa di Portovesme, l’impianto sardo di produzione di alluminio spento quasi sei anni fa, avrà una quota del 5% della nuova società, nata dopo l’acquisizione da parte del gruppo svizzero Sider Alloys, con un posto riservato a un loro rappresentante in Consiglio di sorveglianza. È la novità emersa dal tavolo al ministero e indicata dallo stesso ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda: “Sarà il primo caso in cui i lavoratori partecipano alla gestione dell’azienda”. Una strada nuova che ricalca il modello tedesco, che però non mette d’accordo tutti i sindacati: viene vista come una novità ‘positiva’ dalla Cisl e dalla sua categoria dei metalmeccanici, la Fim. Pronta a dare il benvenuto anche la Uil. Mentre è perplessa la Cgil, secondo cui l’idea di destinare il 5% di Alcoa a una associazione di lavoratori è “problematica”. Un’affermazione, su Twitter del portavoce di Susanna Camusso, Massimo Gibelli, che apre un botta e risposta con lo stesso ministro. “Diverso il discorso per il consiglio di sorveglianza”, che “sarebbe un primo passo verso l’applicazione dell’art.46 della Costituzione”, scrive. Ossia, sul diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende.