Ipocondria, la malattia di sentirsi malato

“Se un medico è bravo”, diceva Vittorio Gassman, “prima o poi qualcosa te lo trova”. Dietro l’irresistibile battuta si cela la consapevolezza micidiale dell’ipocondriaco: non importa quanti progressi compia la medicina; la malattia, come la tartaruga con Achille, sarà sempre un passo avanti, amando nascondersi nei sintomi apparentemente più trascurabili della faticosa vita biologica. L’ipocondriaco – che si chiama così perché un tempo si riteneva che soffrisse agli “ipocondri”, organi che si credeva siti sotto l’addome tra fegato e milza, dove si accumula la “bile nera” responsabile della “melanconia” – è, al contrario della persona normale, qualcuno che conosce questa verità.

Quasi tutti i grandi geni melanconici del passato erano ipocondriaci: Schubert, Chopin, Liszt, Rossini, Molière (che sulle sue manie ha costruito Il malato immaginario); ipocondriaco con tendenza all’avvelenamento era Mozart; patofobico era Charlie Chaplin; germofobo era il poeta Majakovskij: sigillava le finestre, toccava le maniglie solo con un fazzoletto, temeva un raffreddore più della morte (a cui invece ricorse come estrema soluzione). Il pittore Pontormo per undici anni visse chiuso nel cantiere del coro di San Lorenzo, solo e febbrile: faceva bollire nello stesso barile in cui mischiava i colori anche 50 uova, che mangiava in un giorno, redigendo un Diario allucinatorio in cui registrava maniacalmente tutte le variazioni delle sue funzioni corporali. Freud, che curava i pazienti dalle “nevrosi d’ansia”, soffriva di cardiofobia, cioè aveva costantemente paura di morire di infarto.

Oggi l’ipocondriaco è quanto mai solo; la medicalizzazione pop della vita quotidiana, lungi dal rassicurarlo, lo sfida incessantemente. Gli spot che pubblicizzano farmaci da banco anche per il più lieve malessere non fanno che confermargli che c’è una parte del mondo che si cura, sostenuta dalla medicina ufficiale; e una parte, in cui lui si trova, per la quale non esiste rimedio perché non esiste diagnosi. La furia diagnostica che lo spinge a sottoporsi a esami su esami (in ciò aiutato da medici che preferiscono prescrivere analisi costose e invasive piuttosto che impegnarsi in una conoscenza complessiva del paziente, fondamentalmente per mettersi al riparo da eventuali cause giudiziarie) non lo rasserena; anzi, l’esito negativo lo terrorizza e lo convince vieppiù di avere qualcosa di raro e di grave.

Secondo gli psicoterapeuti Alessandro Bartoletti e Giorgio Nardone, che hanno appena pubblicato La paura delle malattie. Psicoterapia Breve Strategica dell’Ipocondria (Ponte alle Grazie), l’ossessione dell’ipocondriaco consiste nella tendenza a dare una “interpretazione catastrofica” alle proprie sensazioni corporee. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, l’ipocondriaco non inventa niente. Ha davvero i malesseri che accusa. Si tratta di dolori, disturbi, sintomi che possono essere innocui, e nella maggior parte dei casi lo sono, oppure no. È la coscienza dell’“oppure no” a caratterizzare il patofobico e a condurlo a comportamenti compulsivi o fobici (paura dell’attività fisica o dei luoghi affollati).

Gli autori chiamano questa tendenza “ricerca algica”, una specie di rincorsa del dolore; l’ipocondriaco “tende costantemente l’orecchio” alle sue sensazioni, sollecita il sintomo, lo “socializza” con amici e parenti, in una ipervigilanza sfiancante che lo debilita e nella maggior parte dei casi finisce per renderlo davvero malato (lo stress riduce le difese immunitarie). Dal personale al collettivo: dalle epidemie ipocondriache come quelle per la Sars o per la cosiddetta Sindrome della mucca pazza alla patologia della cybercondria, o ipocondria digitale, caratterizzata dalla compulsione a cercare su Internet la diagnosi al proprio male.

Bartoletti e Nardone descrivono gli stratagemmi e le tecniche che adottano coi loro pazienti per dissuaderli dall’essere ipocondriaci (come in una specie di contrappasso dantesco, si tratta di esacerbare il controllo su sé stessi fino a rendere poco remunerativa e molto sfiancante la pratica). Auguriamo a tutti gli ipocondriaci di guarire, ma offriamo loro la nostra letteraria solidarietà: come sapeva bene il grande ipocondriaco-ironico Carlo Emilio Gadda, l’ipocondriaco non solo non è matto, ma può essere al contrario un grande logico, della specie di Amleto. All’estremo limite della ragione, sa che l’ipocondria può coesistere con la malattia vera, e che riconoscere di essere ipocondriaci non immunizza certo dall’ammalarsi.

Consob, “l’anomalia Nava” che imbarazza il Quirinale

Neanche è ufficiale e già la nomina di Mario Nava alla guida della Consob segna un primato negativo: sarà il primo presidente formalmente dipendente di un’altra istituzione (peraltro sovranazionale) nella quarantennale storia dell’Authority che vigila sulla Borsa.

Ieri la Commissione europea ha inviato al governo “prorogato” Gentiloni il provvedimento con cui autorizza il “distacco” per tre anni alla Consob di Nava, che a Bruxelles guida la direzione per il monitoraggio del sistema finanziario. Il provvedimento è stato girato al Quirinale: tocca infatti a Sergio Mattarella firmare il decreto di nomina. È l’ultimo passaggio di un procedimento che si è inceppato per via dell’imbarazzo creato da una situazione inedita, imbarazzo che ora aleggia sul Colle più alto.

Nava è stato designato dal governo il 22 dicembre scorso, ma dopo quasi quattro mesi non è ancora in carica. Il Consiglio dei ministri ci ha messo due mesi per conferirgli l’incarico, il 22 febbraio scorso. Nel mentre c’è stata una lunga discussione giuridica tra gli uffici di Palazzo Chigi e quelli della Commissione. Il motivo è proprio la richiesta di Nava a Bruxelles di essere posto in “distacco” e non in aspettativa dal suo incarico. La differenza è rilevante. Nel primo caso resta infatti il sostanziale rapporto di dipendenza con l’amministrazione di origine, la direzione Vigilanza del sistema finanziario e gestione delle crisi della Commissione. In questo modo durante il mandato in Italia Nava non perderebbe gli scatti di anzianità (cioè l’avanzamento di carriera) e di stipendio dei funzionari europei. Non solo. Lo stipendio versato da Consob (240 mila euro lordi annui) beneficerebbe dei vantaggi fiscali riservati al personale europeo. A complicare la cosa c’è poi l’aspetto più surreale: il distacco di cui usufruirà Nava, anche – si vocifera – in base alle sue richieste, è di soli tre anni, nonostante il mandato alla guida di Consob sia di 7 anni. In questo caso, dopo un triennio si troverebbe nella situazione di dover scegliere se mettersi in aspettativa o tornare subito a Bruxelles, magari in tempo per rientrare nella periodica tornata di nomine ai vertici delle direzioni generali. Non proprio un segnale di fiducia nell’Autorità di vigilanza italiana.

Nava, laureato alla Bocconi, già consulente di Romano Prodi e Mario Monti nella loro parentesi europea, ha fatto tutta la sua carriera all’interno dell’esecutivo comunitario, ma nella storia della Consob una situazione del genere non si era mai verificata. E mette il Quirinale nella spiacevole posizione di dover decidere se è ammissibile che il presidente dell’Autorità che vigila sulla Borsa possa esercitare a pieno il suo mandato in distacco, per di più temporaneo, da un’altra istituzione. Che, sottolineatura meno banale di quanto sembri, è in questo caso sovranazionale.

La scelta di Nava peraltro espone la decisione al rischio di ricorsi, visto che pare incompatibile con quanto previsto dalla stessa legge che nel 1974 ha istituito la Consob, che a tutela dell’indipendenza dei vertici recita: “I componenti della Commissione non possono esercitare, a pena di decadenza dall’ufficio, alcuna attività professionale, neppure di consulenza, né essere amministratori o dipendenti di enti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura. I dipendenti statali sono collocati fuori ruolo per l’intera durata del mandato”.

Toccherà a Mattarella chiarire come si possa conciliare il distacco chiesto da Nava con l’obbligo di essere posto fuori ruolo dall’amministrazione di origine. Intanto la Consob opera nel limbo della gestione transitoria della commissaria “anziana” Anna Genovese, ma Nava ha già fatto sentire la sua voce da Bruxelles e dal vivo.

Vaccini, in Toscana 116mila inadempienti tra i più giovani

Nonostante nel mese di marzo in Toscana siano sono stati oltre 3.500 i bambini e ragazzi che si sono messi in regola con le vaccinazioni, restano 116.700 gli under 16 ancora non in regola. Sono i dati diffusi ieri dalla Regione, che ha precisato che “tra i ragazzi più grandi, circa un terzo risultano inadempienti perché non hanno fatto la quinta dose di vaccino antipolio, che è stata introdotta solo di recente e si può fare fino a 18 anni, però rientra tra quelle dell’obbligo”.

lntanto a Brescia, come riporta Affaritaliani.it, il Tar ha stabilito che la richiesta di informazioni fatta da due genitori all’Asl di competenza sospende l’obbligo di vaccinazione dei figli. Il Comune di Brescia aveva negato l’accesso all’asilo nido comunale al figlio della coppia perché i genitori non lo avevano vaccinato. I genitori avevano inviato alla scuola la “richiesta di informazioni” inoltrata alla competente Asl, a cui si erano rivolti per chiarimenti relativi ai vaccini proposti, senza però ottenere deroghe dalla scuola. Nella sentenza, depositata lo scorso 5 aprile, il Tar ha dato ragione ai genitori, sancendo che la richiesta di chiarimenti debba sospendere l’obbligo di vaccinazione.

Quasi 2 milioni resi a Corona, ma la casa sarà confiscata

La cattiva notizia per Fabrizio Corona è la confisca della sua casa in zona Moscova a Milano e di 700mila euro, parte del denaro che due anni fa fu trovato nel controsoffitto della sua collaboratrice Francesca Persi. Ma per l’ex re dei paparazzi sono arrivate anche due buone notizie dal provvedimento della Sezione misure di prevenzione del Tribunale: 1,9 milioni sono scampati alla confisca e i giudici hanno deciso di non aggravare la misura della sorveglianza speciale a cui è sottoposto da febbraio, dopo l’uscita da San Vittore. Nel provvedimento si parla infatti di pericolosità sociale “spiccata” solo fino al 2013, l’anno della fuga in auto di Corona verso il Portogallo dopo la condanna per i fotoricatti. Fuga che non gli evita il carcere, da dove esce una prima volta nel 2015 grazie all’affidamento ai servizi sociali. Ma poco più di un anno dopo, nell’ottobre del 2016, vengono trovati 1,7 milioni di euro nel controsoffitto e poi altri 900mila in una banca austriaca. Il denaro viene sequestrato, lui torna in carcere e viene condannato a un anno per frode fiscale. Ieri la restituzione di quanto trovato in Austria e di una parte del denaro nel controsoffitto, mentre il tribunale ha confiscato 700mila euro corrispondenti alle imposte non ancora versate. I giudici hanno infatti considerato quei soldi “guadagnati lecitamente”, riconoscendo in Corona “un’abilità tale da comprendere lo sfruttamento commerciale dello stesso stato detentivo, tramite l’alimentazione di una serie di interviste, servizi tv, presenze sui social, pubblicazione di libri di memorie e avviamento di progetti anche meno convenzionali e più fantasiosi, come il lancio di un prosecco”. Il denaro restituito non andrà direttamente a Corona, ma a due società riconducibili a lui: la Fenice, oggi in liquidazione, e Atena. Confiscata invece la casa, perché intestata fittiziamente a un collaboratore nel tentativo di salvarla dalle conseguenze dei casi giudiziari.

Fondi violenza sulle donne, soldi a tutti tranne ai centri

Nel 2017 in Italia è stata uccisa una donna ogni tre giorni. Migliaia sono state le molestie, le persecuzioni, le aggressioni e le ferite. Quasi sette milioni di donne nel corso della propria vita hanno subito una qualche forma di abuso. E mentre i centri e i rifugi aspettano ancora i fondi del 2018, sono 11 (dei 20 che ha a disposizione) i milioni di euro che il dipartimento per le Pari opportunità ha stanziato per la comunicazione contro la violenza sulle donne. Destinando un milione e 200 mila euro a una decina di enti cattolici. Che, si sa, hanno un canale privilegiato di comunicazione, quantomeno con il Paradiso. Ma che dovrebbero avere fondi propri, non quelli statali.

Nello specifico, 106 mila euro del Bando di concorso del 2017 per la prevenzione e il contrasto alla violenza se li è aggiudicati la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, 125 mila la Congregazione delle suore di San Giovanni Battista e altrettanti il Centro per la Famiglia di Roma fondato da padre Luciano Cupia, insieme alla Casa della Divina Provvidenza di Torino, ai 120 mila destinati alle Acli di Roma, ai 100 mila alla Madonna del Soccorso di Fauglia, in provincia di Pisa, e ancora 125 mila alla Fondazione di Maria di Napoli e dell’Opera Pia Asilo Savoia della Capitale. Più i 120 mila della Fondazione per le Scienze religiose Giovanni XXIII e 35 mila euro al Giardino dei Gentili “del Pontificio Consiglio della Cultura” per il dialogo tra credenti e non credenti. In tutto fanno un milione e 200 mila euro di finanziamenti della cosiddetta “Linea F” per ottemperare per la prima volta alla Convenzione di Istanbul voluta dal Consiglio d’Europa. Non dal Vaticano. Né dal ministero dello Sport o da quello dell’Istruzione, come parrebbe invece continuando a scorrere l’elenco degli Enti aggiudicatari. I fondi per ora sono stati approvati dall’organo interno di verifica (Ubrac), ma devono passare al vaglio della Corte dei Conti. Ai soggetti aggiudicatari sono stati già fatti firmare gli atti di concessione.

Ma torniamo all’elenco. Ci sono progetti che sono stati presentati – e finanziati – ma che forse non vedranno mai la luce. È il caso dell’Istituto per l’Enciclopedia italiana, la Treccani, che si è aggiudicato 175 mila euro per un documentario sulla figura della donna attraverso la storia delle religioni che dovrebbe essere realizzato da Carlo Alberto Pinelli. Dovrebbe perché, oltre alla somma minore concessa dal Dipartimento (erano stati richiesti 250 mila euro), mancano all’appello eventuali altri sponsor privati. Attualmente è stata avanzata una richiesta alla presidenza del Consiglio per capire se accettare o meno il finanziamento, visto che il progetto è molto dispendioso.

Tanti soldi vanno allo sport, che sicuramente è uno strumento di integrazione, ma che si fatica a pensare possa esserne uno di contrasto alla violenza di genere. Ci sono – sempre scorrendo le aggiudicazioni – 42 mila euro assegnati all’Associazione sportiva dilettantistica Sphera di Cadoneghe (Padova) per il progetto “Sulle tue orme”, che riguarda i bambini tra gli 8 e i 10 anni nell’attività di corsa e di danza e prevede la formazione di laureati in scienze motorie. La Robursport è la società di pallavolo di Pesaro, che ha ricevuto il 50% del finanziamento richiesto, cioè 115 mila euro. O il San Lorenzo Rebels Rugby Club di Roma, altri 124 mila euro. O ancora, 175 mila euro vanno all’Associazione italiana calciatori.

A farla da padrone, con un altro milione e 200 mila euro, sono poi scuole e università, dal Socrate di Roma al Perticari di Senigallia, dal Da Vinci di Reggio Calabria al Sersale di Catanzaro, dalla Bicocca di Milano al Salvemini di Bari. In quest’ultimo caso si tratta di un progetto che coinvolge dodici istituti delle province pugliesi e alcune cooperative: verranno realizzati “percorsi emozionali” per i ragazzi (“per imparare a gestire rifiuti e sconfitte”, ci spiega la preside Tina Gesmundo) e corsi di difesa personale. Progetto finanziato con 175 mila euro. Prevenire la violenza formando i cittadini di domani è sicuramente una mossa sensata. Con la “buona scuola” questo compito spetta al Miur, che però – finora – non ha stanziato un euro.

Per questo, a presiedere la commissione giudicatrice dei progetti da finanziare riunitasi il 6 marzo 2018, nominata con decreto del capo dipartimento per le pari Opportunità, Giovanna Boda, il 18 ottobre 2017, è stata Lucrezia Stellacci. Sia Boda, in carica dal 2016, che Stellacci infatti hanno una carriera precedente al ministero dell’Istruzione. La prima è appena tornata alla Direzione Generale per lo studente del Miur dopo esserne stata distaccata due anni fa. Mentre la seconda all’Istruzione è stata già capo dipartimento e consigliere giuridico della sottosegretaria Angela D’Onghia.

Comunicazione sì, centri antiviolenza – per ora – no. Il dipartimento avrebbe dovuto comparire in Conferenza Stato-Regioni per contrattare la ripartizione – che di solito avviene entro marzo – dei fondi stanziati dal piano gestionale del governo per “Azioni per i centri antiviolenza e le case rifugio”, passati da 13.913.303 a 33.913.303 per il 2018 (e aumentati nel triennio fino al 2020). Peccato però che, con il governo in carica solo per gli affari correnti e senza capo Dipartimento, non ci sia il “soggetto politico” che possa andare a discuterne e che quindi quei soldi non saranno ripartiti fino a nuovo governo. A meno che non si presenti la sottosegretaria Maria Elena Boschi in persona.

Sedici verso il processo: “Corruzione negli appalti Rai”

Rischiano di finire a processo in sedici tra ex dirigenti e funzionari Rai e imprenditori, coinvolti nell’inchiesta della Procura di Roma su presunti illeciti nell’affidamento di appalti nel settore televisivo. Tra loro c’è anche David Biancifiore, che in un’intervista si definì “lo Scarface della tv italiana”, proprietario con il fratello Danilo di alcune società specializzate nella fornitura di scenografie e regie mobili. Sono accusati di avere ottenuto lavori e servizi versando ai committenti denaro, buoni benzina ed altre utilità. I reati contestati vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta e riguardano fatti risalenti al periodo tra il 2011 e il 2014. A dare il via alle indagini fu la denuncia di Orietta Pedra, ex dipendente di Biancifiori che ora vive sotto scorta per le minacce ricevute. Tra gli ex uomini Rai che rischiano il processo ci sono Domenico Gabriele Olivieri, già vicedirettore della direzione produzione tv di Roma, Maurizio Ciarnò, ex responsabile dell’unità organizzativa gestione grandi eventi e attività produttive estero e Stefano Montesi, all’epoca responsabile delle strutture riprese esterne del centro di produzione tv della Capitale. Tra le gare su cui indagano i pm c’è anche quella per le forniture del Festival di Sanremo 2013.

“Cronaca no Tav”: quattro mesi per il giornalista

Di fronte alla notizia che varcava la soglia di uno studio di progettazione avrebbe dovuto fermarsi e aspettare, poi farsi riferire tutto da chi c’era o da un comunicato stampa. Il 24 agosto 2012 Davide Falcioni, invece, aveva deciso spontaneamente di seguire la notizia nello studio dove alcuni militanti No Tav erano entrati per una protesta. Per questa ragione ieri è stato condannato a quattro mesi di reclusione, pena sospesa, per violazione di domicilio. “All’inizio mi sono chiesto come fosse possibile finire a processo – racconta lui, 35enne che oggi lavora per Fanpage.it –. Dopo le domande del pubblico ministero all’ultima udienza mi sono convinto che poteva finire male”.

È il 2012 e Falcioni lavora a Parigi per il sito AgoraVox: “Era un anno caldo sul fronte del Tav – ricorda –. Ho scritto articoli e interviste, poi con la redazione ho concordato di andare in valle e vedere da dentro”. Passata la metà di agosto sosta al campeggio dei No Tav: “Seguivo tutto quello che facevano: una passeggiata in Clarea, qualche volantinaggio al mercato di Chiomonte. La cosa più rilevante è stata l’irruzione”. È il 24 agosto e gli uffici sono quelli della Geostudio di Torino. Alcuni mesi dopo, il 29 novembre, sette persone finiscono ai domiciliari e lui scrive un articolo per raccontare ciò che aveva visto: “L’azione si è svolta a volto scoperto, suonando il citofono e facendosi aprire – scriveva –. Una volta entrati, è stato srotolato uno striscione ed accesi un paio di fumogeni rossi. Nessun danno è stato arrecato agli oggetti dello studio. Nessuna minaccia ai dipendenti”.

Nel 2014, quando i protagonisti del gesto sono a processo, Falcioni è chiamato a testimoniare. “Ho detto che ero presente, che sono entrato perché il portone era aperto. Quando ho detto del clima sereno, mettendo in dubbio la tesi dell’irruzione violenta, da testimone sono diventato indagato”. Prima pensa a una bolla di sapone: “Molti mi hanno detto che serviva a far decadere la testimonianza. Poi ho capito che era qualcosa di più”.

Una sorte simile è toccata a Flavia Mosca Goretta, giornalista dell’emittente milanese Radio Popolare, condannata in via definitiva a una sanzione di 100 euro per aver violato un’ordinanza prefettizia e aver varcato una “zona rossa” nel corso di una marcia No Tav; la studentessa Roberta Chiroli condannata in primo grado a due mesi per concorso morale in violenza aggravata e occupazione di terreni perché, mentre preparava la sua tesi di antropologia sul movimento, ha assistito ad alcune manifestazioni; e infine Erri De Luca, assolto dall’accusa di istigazione al sabotaggio.

“I pm si sono rivolti contro persone che non parlavano ai militanti, ma a tutti”, nota Falcioni. Per la Procura il diritto di cronaca non può mettere in discussione l’inviolabilità del domicilio: “Ma io non sono entrato in casa o in un ufficio per frugare o curiosare, ho seguito una notizia che avveniva lì in quel momento”. Per questo ritiene la sentenza un danno al diritto di cronaca. Non solo. Per lui e per il suo difensore Gianluca Vitale se l’articolo avesse riferito delle violenze non sarebbe andata così: “L’accusa ha ritenuto il taglio favorevole ai No Tav, come se fosse un problema. Pure se fosse, il giornalismo è fatto anche di opinioni. E allora diciamo pure che il problema è esprimere un’opinione a sostegno di un movimento”. Federazione nazionale della Stampa italiana e Associazione Stampa Subalpina, fin qui assenti sulla vicenda, solo dopo la condanna hanno parlato di “schiaffo al diritto di cronaca”

Si riapre la lotta anti Tap: feriti davanti al cantiere

È una guerra di posizione. E la trincea è sempre la stessa, da oltre un anno: contrada San Basilio, a Melendugno, in provincia di Lecce. Ieri mattina sono tornati a scontrarsi polizia e manifestanti, lì, a ridosso del cantiere dove sono in corso i lavori per la realizzazione del tratto italiano del gasdotto Tap, che nel 2020 dovrà immettere nella rete nazionale Snam l’oro blu dell’Azerbaijan. Il bilancio è di due contusi tra gli attivisti e di un brigadiere dei carabinieri ferito.

L’ultima volta fu il 9 dicembre scorso: una quarantina di noTap vennero ammanettati e portati in Questura per essere identificati. Un “fermo illegale”, a loro avviso. Sui presunti abusi dei poliziotti la Procura di Lecce ha aperto un’inchiesta. Da allora, i toni si erano abbassati, soprattutto con la rinuncia alla zona rossa, inaccessibile, istituita per un mese dal prefetto Claudio Palomba a protezione del cantiere. La guardia, però, è rimasta alta: ogni giorno un gruppo di manifestanti si ritrova al presidio, a ridosso dell’area occupata dalla multinazionale, per controllare eventuali anomalie. E denuncia il silenzio che è calato sull’opera e i passi ritenuti troppo felpati della magistratura.

Dopo un’attesa durata quattro mesi, è fissata per domani l’udienza per il conferimento degli incarichi agli esperti individuati dal gip Cinzia Vergine per la superperizia richiesta con la formula dell’incidente probatorio. Obiettivo: verificare se hanno ragione i sindaci del territorio e la Regione Puglia a sostenere che al gasdotto va applicata la normativa Seveso sul rischio di incidenti rilevanti e se va rifatta la Valutazione di impatto ambientale, perchè Tap e il tratto Snam (per 55 chilometri, fino a Brindisi) andrebbero considerati come un’unica opera e non due.

Tempi di accertamento che non collimano con quelli dei lavori, che invece procedono giorno e notte, a tamburo battente. È proprio per “rallentarli” che gli attivisti si sono ritrovati all’alba di ieri vicino al cantiere. Appuntamento via Facebook per una “colazione resistente”: si sono frapposti tra i mezzi e la strada, hanno camminato lentamente, “l’unico modo – hanno spiegato – per bloccare il malaffare e la corruzione, vista l’indifferenza e l’immobilismo della Procura e dei politici”.

Una protesta pacifica, con signore e uomini di mezza età assieme ai giovani. Poi il parapiglia. “All’improvviso – hanno raccontato i no Tap – una dirigente delle forze dell’ordine ha esternato quest’ordine: ‘Ora basta, avete rotto il c…, toglieteli di mezzo’. Così la polizia ha caricato chi era lì inerme con braccia all’aria”. Un uomo ha iniziato a sanguinare dopo una manganellata in testa, un altro è stato colpito all’orecchio.

Alle 7.30, i mezzi sono arrivati a destinazione e i lavori sono ripresi. Tap ha diffuso le immagini delle strade che nella notte erano state ostruite con le pietre di muretti a secco divelti. Lo stesso ha fatto la Questura, che ha rimarcato la presenza di chiodi a quattro punte sull’asfalto. Stando alla sua ricostruzione, “venti attivisti hanno opposto resistenza attiva alle forze dell’ordine e usato violenza nei confronti di un carabiniere, atterrato con un forte calcio”. Solo a quel punto si sarebbe resa “indispensabile una lieve carica per allontanare i manifestanti”.

La tensione sale: stasera a Lecce, in occasione della proiezione del documentario sul gasdotto, Mena, realizzato da Maria Cristina Fraddosio, Tap e il fronte istituzionale opposto (Comune e Regione) si ritroveranno faccia a faccia.

La faida delle donne di ’ndrangheta: “Vendicate Salvatore”

“Gli devono scassare la pancia… gli deve venire un tumore… deve campare venti giorni… deve morire. Mpransumatelo viato (incastratelo subito, ndr)”. A parlare è Rosa Inzillo, una delle sette persone arrestate ieri dalla Dda di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta “Black Windows” che sta facendo luce sulla faida delle Preserre, nel Vibonese. Una faida dove, stando all’indagine coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, “protagoniste indiscusse del proposito omicidiario appaiono essere le donne”. Le intercettazioni di Rosa Inzillo e della sorella Viola (pure lei arrestata) sono la dimostrazione plastica del matriarcato in chiave mafiosa.

“Non ce ne sono più maschi buoni”. “Non fate niente”. Le due sorelle aizzano gli uomini della famiglia ad ammazzare Giovanni Nesci per vendicare l’omicidio del fratello Salvatore. Due volte gli Inzillo hanno tentato di ucciderlo e nel secondo agguato è stato ferito anche il fratello down del Nesci. “Questo va tolto per prima dai piedi. Gli devono tagliare i cannarozza. Quando ammazzi a loro due vediamo che cosa fa la legge… e vediamo a chi arrestano … il cazzo per le loro madri”.

La Polizia arresta 3 mafiosi al giorno. I numeri del 2017

Un arresto per mafia (o reati connessi) ogni dieci ore. In media, più di due al giorno. Il dato riguarda il 2017 ed emerge dal rapporto che la Polizia di Stato ha divulgato in vista del suo anniversario: oggi ricorre il 166esimo anno dalla sua fondazione. I 954 arresti per mafia e reati connessi eseguiti dal Servizio centrale operativo (Sco) – guidato dal direttore Alessandro Giuliano, che nel febbraio 2017 ha preso il posto di Renato Cortese – riguardano soltanto le operazioni della Polizia di Stato che, dall’aprile 2016, è guidata da Franco Gabrielli. Come sempre, questo tipo di dati portano a una doppia lettura. Da un lato, la media di un arresto ogni 10 ore, segnala il funzionamento della macchina investigativa e repressiva del Servizio centrale operativo e delle squadre mobili. Dall’altro – a maggior ragione se consideriamo che il dato riguarda la sola Polizia di Stato – il numero di arresti conferma quanto sia pervasiva la mafia. Un dato confermato dall’impressionante numero di attentati registrati nello scorso anno: 214 – in media più d’uno ogni 48 ore – legati alla criminalità organizzata (con 11 arresti). Tra omicidi colposi e volontari, nel 2017 si sono contati ben 243 morti ammazzati, mentre il numero delle violenze sessuali denunciate è 1.877, in media 5 al giorno, delle quali 234 hanno coinvolto dei minori (gli arresti sono stati 516). Cifre, quelle sulle violenze sessuali, che registrano un aumento anche perché finalmente le vittime stanno trovando il coraggio di denunciare.

Il rapporto sul 2017 – di ben 54 pagine – è ricco di cifre suddivise per ogni singolo fenomeno delittuoso. Impossibile elencare ogni dato anche se, sempre avendo in mente il doppio significato di questi dati (la pervasività del crimine ma anche l’incremento di denunce e repressione), bisogna segnalare che nel 2017 si sono registrate 11.727 rapine (32 al giorno di media, 4383 arresti) e 3144 denunce per estorsione ( 927 arresti). I centralini del 113 hanno squillato mediamente mille volte l’ora ogni giorno: 8.7 milioni di chiamate, nel 2017, per un totale di 970mila interventi, 15.977 arresti (su 4 milioni di persone controllate), 35.608 perquisizioni, 33.290 sequestri. Il tutto è stato gestito da 98.485 poliziotti, inclusi 913 dirigenti e 2.309 unità direttive.

In calo l’immigrazione clandestina (del 34 per cento) con 119.369 persone sbarcate nel 2017 a fronte delle 181.436 del 2016. In aumento le pratiche di rimpatrio (21.555) con 6.848 espulsioni (6.200 nel 2016) delle quali 33 (46 nel 2016) legate a “motivi di sicurezza dello Stato” o “contiguità a organizzazioni terroristiche”. E ancora: 26 arresti legati ad ambienti dell’“estremismo di matrice religiosa, segnatamente islamica”.

Anche sul fronte del tifo calcistico si contano decine di arresti: 54,ai quali vanno aggiunti ben 1490 denunciati. Poliziotti impegnati anche nell’ordine pubblico con 11.061 manifestazioni (5 mila di carattere politico). Circa 2 milioni le violazioni del codice stradale.