Fidel e il Che: le ombre che s’allungano sui figli

Fidel Castro e il Che: icone della Rivoluzione vittoriosa a Cuba il primo gennaio 1959. Il primo, nel bene e nel male, è stato uno dei grandi del Novecento e ha tenuto fermamente le redini di Cuba per quasi cinquant’anni. Ernesto Guevara ha rappresentato l’anima internazionalista della Rivoluzione, il guerrillero heroico che voleva esportarla nei mille Vietnam che avrebbero minato l’imperialismo statunitense. Dopo la sua morte, in Bolivia nel 1967, per i giovani di gran parte del mondo è diventato una sorta di icona pop della ribellione. Entrambi hanno lasciato una grande ombra che si allunga sui figli.

Il recente suicidio, dopo un lungo periodo di depressione seguito alla morte di Fidel, del suo primogenito Fidel Angel, avuto dalla prima moglie Mirta Diaz-Balart e conosciuto nell’isola come “Fidelito”, ha messo in luce i difficili rapporti tra i figli “ufficiali” dello scomparso líder máximo: oltre a Fidelito, i cinque eredi avuti nel matrimonio con la seconda moglie Delia Soto Del Valle: Alexis (55 anni), Alexander (54), Antonio (48), Alejandro (45) e Angel (42). E tra questi e il “clan” del fratello e attuale presidente (fino ad aprile) Raúl Castro. “Non era un padre che si possa definire affettuoso, però (Fidel) Castro manteneva i suoi obblighi di genitore e teneva d’occhio – seppur da una certa distanza – il clan famigliare. Si occupava finanziariamente di tutti i propri figli e si assicurava che avessero opportunità nella loro vita”, scrive Louise Bardach nel libro Without Fidel.

Soprattutto, Fidel ha sempre mantenuto la sua famiglia lontana dalla gestione – e anche dai riflettori – del potere. Così nessuno dei cinque figli ufficiali ha mai avuto opportunità di incarichi direttamente politici. In quanto ai figli naturali, che gli vengono attribuiti come frutto di varie relazioni dopo il divorzio dalla prima moglie – Alina Fernandez, Jorge Angel, Panchita Pupo, Ciro e Fito, tutti ultrasessantenni – va da sé che sono stati tenuti nel cono d’ombra. A differenza del fratello Raúl, il quale ha sempre dato grande spazio alla famiglia: così almeno due figli dell’attuale presidente – Alejandro, colonnello del ministero degli Interni e capo dei servizi di sicurezza e spionaggio dell’isola e Mariela, deputata e direttrice di un centro di educazione sessuale, il Cenesex, che rappresenta l’anima liberal de Paese – sono personaggi politici e potenti.

Punto Cero, Punto zero, è il complesso di case dove viveva Fidel con i propri famigliari, figli e rispettive famiglie. Occupa circa 280.000 metri quadrati nella zona delle ambasciate. Formalmente appartiene ai beni del Consiglio di Stato, ma difficilmente – almeno fino a quando Raúl resterà in vita – sarà alienato alla famiglia. L’attuale presidente si è occupato delle vicende famigliari dei Castro anche quando Fidel era in vita (ma troppo occupato a governare) e, secondo vari analisti, si incarica di assicurare la solvibilità economica dei famigliari del fratello, per evitare che liti e scandali possano inquinarne l’immagine postuma. Ma dalla morte di Fidel circolano voci su una disputa tra gli eredi dei fratelli Castro sul controllo di questo complesso di edifici e terreni.

Il più noto del clan famigliare del líder máximo è Antonio Castro Soto del Valle (nato nel 1969). Chirurgo ortopedico di professione, è conosciuto per i suoi rapporti con la pelota (baseball), lo sport più popolare dell’isola, essendo vicepresidente della Federación Cubana de Béisbol e dal 2015 anche ambasciatore della Confederazione mondiale di baseball e softball. Ma i suoi interessi sportivi non si limitano alla pelota e vanno dalla pesca al golf, sport quest’ultimo non certo proletario. Tanto da suscitare un scalpore la sua vittoria nel 2013 al campionato internazionale di Golf Montecristo a Varadero. Ancor più chiaccherata è la sua propensione per le vacanze di lusso, come quella in un complesso turistico in Turchia, quando un paio di anni fa un reporter fu malmenato dai guardaespaldas del terzogenito di Fidel che ne difendevano la privacy.

Chiacchierato risulta anche Alejandro (1971) – laureato in informazione scientifica e archivisti bibliotecari – per la sua propensione a frequentare feste mondane come quella del sigaro Habano di tre anni fa nella quale assieme al fratellastro maggiore, Fidel Castro Diáz-Balart, si fece fotografare con Paris Hilton e Naomi Campbell.

Nel 2009 Alejandro era stato ritratto dal fotografo Michael Dweck che lo inserì nei personaggi del libro Habana Libre (Damiani Editore, 2011) dedicato alla élite dei giovani figli della nomenklatura castrista che si ritrovano in bar, inaugurazioni e sfilate. Come commentò lo scrittore dissidente, Antonio José Ponte: “Castro Soto del Valle si è lasciato ritrarre in nome dei suoi diritti dinastici”.

Negli ultimi anni di vita di Fidel ha raggiunto la notorietà anche il secondogenito, Alexander Soto del Valle (1963). Laureato in ingegneria elettrochimica, Alex, come viene chiamato in famiglia, è diventato il fotografo ufficiale del padre. Grazie al privilegio dell’esclusiva, le sue foto – compresa la più nota con papa Francesco – sono state acquistate e diffuse dalle maggiori agenzie di informazione. Nell’agosto 2017 ha inaugurato un’esposizione di foto dedicata al padre per dimostrare come Fidel fosse “una persona affettuosa e amabile”.

Degli altri due figli si sa poco. Alexis Castro (1962) è ingegnere in telecomunicazioni e vive defilato tra computer e videografica e il fratello minore, Ángel (1974), è ingegnere meccanico, professione che però ha abbandonato per aprire un’officina di auto.

Dei quattro figli viventi di Ernesto Guevara – Hilda Guevara Gadea, avuta dalla prima moglie, l’economista peruviana Hilda Gadea, è morta di cancro nel 1995 – la più nota è la 57enne Alida Guevara March, primogenita del matrimonio del Che con la seconda moglie, la cubana Alida March. Sia la madre, sia i fratelli Camilo e Ernesto, sia la sorella Celia raramente danno interviste e quasi mai compaiono in pubblico in cerimonie ufficiali. Alida, invece, ha assunto un ruolo mediatico di primo piano, soprattutto all’estero, come una sorta di portabandiera della Rivoluzione cubana e delle sue conquiste. Specie nel campo della medicina. È, infatti, medico pediatra e specialista in allergologia ed esercita in un’ospedale dell’Avana. Alida viaggia all’estero per missioni mediche in Venezuela, Angola, Namibia, Algeria. Nonostante non assomigli al padre, è la più impegnata a diffondere e proteggere la memoria del Che riportata nel suo libro Ausencia presencia.

Mantiene, invece, un basso profilo pubblico Camilo, il secondogenito (55 anni). Assieme alla madre si occupa del “Centro studi Che Guevara”, dove sono raccolti discorsi, interventi, scritti e inediti del guerrigliero.

Un profilo pubblico ancor più basso è la caratteristica di Celia Guevara March. Veterinaria, specializzata in mammiferi marini, lavora al Dipartimento salute degli animali all’acquario dell’Avana. Dai fratelli viene descritta come la più “ortodossa” per la sua incondizionata difesa del castrismo. Per questa ragione ha suscitato una sorpresa quando dieci anni fa si presentò al consolato dell’Argentina dell’Avana per reclamare la cittadinanza e il passaporto argentino per diritto paterno. A chi le chiese la ragione della doppia nazionalità, Celia rispose che lo faceva per i figli, perché potessero viaggiare sfuggendo alle –allora – pesanti restrizioni imposte dalla burocrazia castrista. Un privilegio che probabilmente il padre non avrebbe richiesto.

Barba rada e non curata, sguardo e narici inconfondibili, un puro cubano fumante tenuto tra le dita, Ernesto Guevara March, il più giovane ( 52 anni) dei figli, è anche quello che più assomiglia al guerrillero heroico. Dal quale ha ereditato anche l’amore per le moto. “Sempre mi sono piaciute la meccanica, la velocità, le moto e le macchine”, ha dichiarato senza complessi in un’intervista alla Bbc. Per questo Ernesto ha messo in piedi una compagnia turistica che offre tour nell’isola nientemeno che in Harley Davidson, un mito, ma nettamente yankee. La compagnia turistica strizza l’occhio al padre, infatti si chiama Tours La Poderosa, con evidente riferimento alla moto Norton 500 – la “Todopoderosa” – con cui il padre ha percorso tutta l’America del sud (viaggio descritto nel libro I diari della motocicletta).

La Poderosa è un’impresa privata che usa capitali stranieri e lavora con varie compagnie turistiche statali. Ernesto Guevara junior non prova alcun imbarazzo nell’aver messo da parte la laurea in legge e la professione di avvocato per un lavoro che più gli piace. E rende meglio. Nell’intervista alla Bbc ha spiegato che non intende vivere nell’ombra di suo padre. Ma di certo il suo cognome un aiutino gliel’ha dato.

Lula in cella di “buon umore”, fuori è il caos

Ho la sensazione che sabato sia stato un disegno. Non voglio dire con questo che sia stato tutto falso. La gente, incluso me, si è commossa, ma ho sentito che c’era un piano. Una collega ha usato l’interessante espressione, ‘Mandelizar’ (da Nelson Mandela, ndr), per indicare la detenzione di Lula che potrebbe diventare una prigionia politica. Tra un mese, Lula potrebbe uscire di prigione e, a quel punto, sarà veramente lui il candidato alla presidenziali di ottobre”. Sono le parole della giornalista Adriana Marmo al Fatto, poche ore dopo la drammatica, caotica, storica resistenza di Inacio Lula da Silva e il gota della sinistra nella sede del sindacato dei metalmeccanici a São Bernardo do Campo. Lula – grazie ha una spettacolare, inusuale e compatta mobilitazione della sinistra – ha tenuto per 55 ore gli occhi del mondo fissati su di lui e il suo mito, prima di presentarsi alla polizia federale che lo ha condotto a Curitiba, per scontare la condanna di 12 anni per corruzione e riciclaggio. La prima notte in cella per l’ex presidente sarebbe passata bene e lui di “ottimo umore” ha fatto sapere il suo entourage.

La pena è stata inferta dal giudice Sergio Moro, capo del pool di magistrati della Lava Jato, l’inchiesta che indaga lo scandalo di corruzione nell’ambito della società petrolifera statale Petrobras. Nella kermesse politica-giudiziaria di venerdì e sabato, Lula, il Partido dos Trabalhadores (Pt), ma anche il marketing politico, hanno giocato a loro favore le carte dell’arresto dell’ex presidente.

Lula è sì in vetta alle preferenze elettorali, ma il Pt no. Senza l’ex presidente, che concluse il secondo mandato col record di favori popolari, il Pt rischierà d’essere decimato nel voto che prevede anche il rinnovo della Camera.

Nel carismatico discorso tenuto dopo la messa in memoria di Marisa Leticia, la moglie morta un anno fa, Lula ha attaccato e colpevolizzato la magistratura, la stampa, i suoi ex alleati politici. La pungente omelia politica tenuta dal vescovo Angelico Sandalo Bernardino ha avuto effetto anche sui cattolici. Lula ha usato la sua detenzione anche per ricompattare la frammentata sinistra brasiliana, organizzata anche attorno al Psol, il movimento di Marielle Franco, politica e attivista uccisa in una favela con 4 proiettili provenienti da uno stock di munizioni della Polizia federale. Il Psol fu fondato dai radicali del Pt, fuoriusciti quando Lula elesse l’ex presidente mondiale del BankBoston, Henrique Meirelles, alla guida del Banco Central, dopo l’incontro con il presidente Usa Bush. Meirelles è l’ex ministro delle Finanze nel governo Temer, ex perché ha lasciato la carica venerdì per affiliarsi al Mdb, il partito del presidente che lo vorrebbe come vice del candidato favorito di un partito alleato. Meirelles, che rappresenta i mercati finanziari, vuole la presidenza e, forse, non vorrebbe neanche essere il secondo di Joaquin Barbosa, ex ministro del Supremo tribunale federale che potrebbe diventare il primo presidente afro del Brasile. La campagna elettorale per le presidenziali di ottobre è già iniziata.

L’affluenza-record può giocare un brutto scherzo al favoritissimo Orban

Affluenza record e colpo di scena in Ungheria: il partito di governo Fidesz, secondo le prime previsioni, potrebbe perdere la maggioranza assoluta in parlamento. Per tutto il giorno si sono registrate lunghe code davanti ai seggi, un’affluenza mai vista nel Paese, dove il premier Viktor Orban cerca la riconferma, il terzo mandato consecutivo dal 2010. La grande partecipazione potrebbe essere un segnale di cambiamenti profondi: “O gli elettori hanno dato un supporto forte alla politica anti-immigrazione di Orban o hanno messo fine al suo populismo e al suo regime illiberale”, è il commento di Peter Kreko, direttore dell’istituto Political Capital.

Fino alla chiusura dei seggi, alle 19, circa 5,5 milioni di elettori sono andati alle urne, il 70%, contro il 61,73% del 2014. La forte affluenza si è registrata a Budapest e nelle grandi città ma non in campagna, roccaforte tradizionale per Fidesz. L’opposizione parla di “clima di cambiamento”. “L’affluenza è una critica pesante del regime”, ha detto il capolista socialista Gergely Karacsony.

Circa 1.547 i candidati in lizza per i 199 seggi del parlamento. Secondo gli exit poll, Fidesz ha conservato il primo posto. Il secondo posto sarebbe andato a Jobbik di Gabor Vona, partito conservatore nazionalista, ma non più euroscettico, che ha promesso una lotta contro la corruzione generalizzata attribuita a Orban. A seguire l’alleanza socialista-verde (Mszp-P).

Il premier Orban, attraverso i media pubblici da lui controllati, ha martellato per mesi sul “pericolo mortale” che minaccerebbe gli ungheresi: l’arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall’Ue. “Dobbiamo decidere bene, sbagliando non ci sarà modo di riparare, rischiamo di perdere il nostro Paese, che diventerà un Paese di immigrati”, ha detto ancor oggi dopo aver votato.

Il leader del Jobbik, Gabor Vona, eletto in un collegio uninominale con il 46%, ha ribattuto che l’Ungheria sta diventando piuttosto un Paese di emigrati: più di mezzo milione di ungheresi, in maggioranza giovani, sono emigrati verso altri paesi dell’Ue, negli ultimi anni, non trovando modo di studiare o lavorare in patria, in un regime descritto come sempre più autocratico.

Il gas di Assad fa strage Trump fa la voce grossa

Ieri sera il gruppo di ribelli che si riconosce in Jaish al-Islam – il gruppo islamista finanziato dall’Arabia Saudita – e che cercava di resistere nella Ghouta orientale e nella città di Douma, ha deciso per la resa e l’evacuazione. I suoi miliziani con le loro famiglie potranno dirigersi attraverso un “corridoio concordato” verso Jarabulus, la città controllata dall’opposizione nel nord della Siria. La situazione dei ribelli a Douma, vicino alla capitale Damasco, era terribile già prima del presunto attacco di armi chimiche di sabato. Ma le terribili fotografie delle vittime e l’enorme numero di feriti a causa del misterioso gas hanno mandato un messaggio chiaro ai ribelli: non possono sopravvivere combattendo contro l’esercito siriano.

L’attacco solleva una domanda: perché era così urgente per Assad usare armi chimiche su un fronte in cui la vittoria è imminente e quasi assicurata? Perché Assad adesso può farlo. Il presidente siriano ha capito che il presidente degli Stati Uniti Trump intende ritirare presto le sue forze dalla Siria, entro 6 mesi tutti fuori l’ordine segreto della Casa Bianca, e non c’è nessuno che si frappone sulla sua strada.

La Russia sta dando pieno sostegno militare e diplomatico ad Assad, gli iraniani e il potente gruppo libanese Hezbollah sono dalla sua parte. Non esiste uno Stato che possa fare da contrappeso a Mosca o anche a Teheran nella competizione per il futuro della Siria. Assad sa che è libero di massacrare, uccidere, bombardare e devastare ogni enclave dell’opposizione, grande o piccola. Anche se ha bisogno di usare di nuovo armi chimiche.

Dopo gli annunci di Trump è probabile che il leader siriano pagherà il prezzo sotto forma di qualche missile Tomahawk americano – come avvenne anche sotto la presidenza Obama – per colpire una delle basi militari del regime, ma è anche abbastanza chiaro che gli americani non andranno oltre. Sarà una rappresaglia spuntata e assai costosa in termini di dollari. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non prenderà provvedimenti finché i russi appoggeranno Assad, per il resto la “comunità internazionale” – grazie anche a quanto accade a Gaza – è una definizione che è stata resa priva di significato e peso per quel che riguarda il Medio Oriente.

Assad sta violando l’accordo per la rimozione delle armi non convenzionali dalla Siria che vennero raggiunte tra Obama, Russia e Damasco dopo un attacco chimico su larga scala nel 2013. Adesso il leader siriano scommette sulla sua impunità. Inoltre, l’uso delle armi chimiche può ridurre i combattimenti, non solo nella regione di Douma o nella Ghouta orientale. La prossima fermata per Assad sarà la “pulizia” dei gruppi islamisti che si trovano nel Golan e della regione di Idlib, in una spinta destinata a ripulire interamente la Siria dai ribelli. Le immagini di quelle donne e bambini che schiumano dalla bocca mandano un messaggio chiaro ai ribelli di quelle zone: questo sarà il tuo destino se decidi di combattere il regime.

Il vertice del 4 aprile in Turchia fra Mosca, Ankara e Teheran ha dato un’idea pericolosa del futuro regionale. Questo gruppo è diventato strategico nella definizione del nuovo Medio Oriente e della forma che prenderà. Il gruppo non è coeso e la sua capacità di resistenza è incerta. Gli Stati Uniti stanno per passare la mano. E già emerge una nuova architettura.

Telecom, i fondi con Elliot (e Cdp) contro i francesi

Come previsto,sono partite le grandi manovre anti-Vivendi (l’azionista di controllo francese col 24%) in vista dell’assemblea dei soci di Telecom del 24 aprile. La prima mossa per schierare gli investitori istituzionali (i fondi esteri controllano il 58% del capitale, quelli italiani il 3,7%) arriva da Glass Lewis, società statunitense di consulenza ai gestori internazionali, ed è un esplicito endorsement al Fondo Elliott nella sua battaglia per cambiare il cda e limitare il potere di Vivendi, battaglia che dovrebbe avere il sostegno (simbolicamente rilevante, ma non decisivo alla prossima assemblea) di Cassa depositi e prestiti, che ha annunciato di voler salire fino al 5% dell’ex monopolista pubblica dei telefoni. Motivo/1: forzare la proprietà a scorporare la rete infrastrutturale (Vivendi è contraria, Elliott a favore). Motivo/2: spingere i francesi a più miti consigli anche nella lotta che hanno ingaggiato su Mediaset con Silvio Berlusconi. Oggi, peraltro, scade il termine per presentare le liste per il rinnovo del cda all’assemblea del 4 maggio e l’attuale consiglio – presieduto dal dimissionario Arnaud De Puyfontaine, al suo fianco il vice Franco Bernabè, si riunisce per studiare eventuali contromosse.

Sbagliare è umano, ma risbagliare è da deficienti

Ciao Matteo, non so cosa pensi tu. “Prendo il giornale e leggo che” niente è cambiato. Pare, però, che in politica sia proibito sbagliare. Ma, se è proibito, allora perché tutti dicono che sbagliare è umano? Certo, nessuno è perfetto, questo si sa. Anche se, a dire il vero, ti confesso che, di fronte a un’ascesa così fulminea come quella che hai avuto tu nel diventare Presidente del Consiglio, non potevo immaginare date le circostanze che non avessi anche il dono dell’infallibilità. Eri troppo bello, giovane ed elegante. Quel giorno tutti ti guardavamo come un’improvvisa apparizione che prometteva grandi cambiamenti, tre quarti di Italia davanti ai monitor e dentro ogni monitor c’eri sempre tu.

Il nuovo Presidente del Consiglio che faceva il suo primo discorso agli italiani con la mano in tasca. Un gesto che, anche quello, sembrava darci una certa sicurezza. E io, che nonostante fossi un grillino dei più feroci prima ancora che Grillo nascesse, ti guardavo estasiato. Al punto che stavo per telefonare a Beppe per dirgli “forse oggi è nato il tuo antagonista”. La cosa più emozionante era vedere l’intero Parlamento prostrato ai tuoi piedi mentre le tue parole aleggiavano sicure da un orecchio all’altro di tutti i presenti. Poi, a un certo punto ti sei mosso e, senza neanche andare a dormire, hai cominciato subito a lavorare per il “bene degli italiani”, e lo facevi ininterrottamente. Ovunque andassi era un successo. Ricordo che in una delle tante tappe in Germania ti accolsero con la banda che suonava Azzurro.

Poi… non so cosa è accaduto… da parte tua c’è stato forse qualche errore o un passo falso. Qualcuno ha cominciato a parlare e… non parlava bene, come spesso accade nel mondo politico. Le parole, si sa, a volte feriscono, e ancora di più feriscono quelle di coloro che avrebbero dovuto sostenerti e invece ti hanno abbandonato. Un gesto forte, rispetto a cui non saprei dire se quelli che ti hanno abbandonato avevano ragione o no. A giudicare dai voti che hanno raccolto, sembrerebbe di no. Ciò significa che forse anche tu devi aver sbagliato qualcosa. Altrimenti non sarebbe successo tutto questo casino. Tu eri il Presidente del consiglio e adesso non lo sei più.

L’Italia, oggi, per colpa del PD o tua, è senza un governo mentre il Paese sprofonda. Il 4 marzo, sia tu che il PD siete stati sbaragliati dalla vittoria schiacciante dei Cinque stelle. Con al secondo posto la sorpresa Salvini all’interno di una coalizione che, solo “grazie” a Berlusconi, l’uomo che da anni danno per spacciato, ha potuto realizzare il più alto numero di voti, anche sopra i Cinque stelle. Per cui cosa si fa?…

Certo sbagliare è umano, ma risbagliare potrebbe essere da DEFICIENTI. So che in politica non si usa, perché per i politici l’unico binario percorribile è quello del risentimento. Ma tu forse sei diverso. Perché magari sai anche perdere. E d’altra parte non c’è altro modo per RIVINCERE.

Ecco cosa farei se fossi al tuo posto: prenderei la bicicletta e, da SOLO, andrei a trovare il vincitore del 4 Marzo: Luigi Di Maio. E in religiosa umiltà gli direi: eccomi qui pronto al tuo fianco per guarire l’Italia. Una mossa che spiazzerebbe persino il Papa. Non riesco e non voglio neanche pensare quali benefiche ripercussioni potrebbe avere, anche in campo internazionale, una mossa del genere.

E… non voglio neanche pensare cosa succederebbe se tu non la facessi…

Rom, Mattarella: “Serve integrazione” Salvini: “Rubano…”

A Londra47 anni fa si tenne il primo storico congresso mondiale deelle popolazione Rom, Sinti e Caminanti: “In occasione della Giornata internazionale a loro dedicata desidero rivolgere il mio augurio a tutte le persone che hanno radici nella cultura millenaria di questi popoli antichi, e che ne condividono, oggi, i problemi, le difficoltà, le speranze”, ha scritto in un messaggio in cui il capo dello Stato Sergio Mattarella ha voluto ricordare “il Porrajmos”, l’olocausto subito da quei popoli per mano dei nazisti: “Le convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia ci impegnano a favore dell’inclusione di persone e culture, per assicurare pari opportunità nell’esercizio dei diritti, compresi quelli economici e sociali. La strada dell’integrazione, nel rispetto della libertà di espressione di ciascuna cultura, è il punto di forza della comune vicenda europea”. Meno conciliante, per così dire, Matteo Salvini: “Se molti di loro lavorassero di più e rubassero di meno, se molti di loro mandassero i figli a scuola invece di educarli al furto, sarebbe davvero una festa…”, ha scritto su Twitter. Ne è seguita la prevedibile (e forse cercata) sequela di polemiche social.

Richetti: “Matteo non ritiri le dimissioni”. Bettini: “Se va avanti, meglio dividersi”

Il convitato di pietra è sempre lui: Matteo Renzi, leader sconfitto alle elezioni ma ben saldo negli organismi dirigenti del partito. L’ultima indiscrezione, al limite della fantascienza, è che l’ex premier possa – se richiesto dall’assemblea nazionale del 21 – tornare in carica rinunciando alle dimissioni: “Io penso che al Pd faccia bene un percorso ordinato – dice Matteo Richetti della corrente post-renziana per così dire – Se Renzi dovesse avere un ripensamento, ci sarebbe un elemento di incoerenza che danneggerebbe innanzitutto lui. Si smetta di dire ‘Richetti accusa Renzi’, la realtà è gli voglio talmente bene da suggerirgli di non ripensarci”. All’altro lato dello spettro Goffredo Bettini, già regista del “modello Roma” con Rutelli e Veltroni, dem di rito anti-renziano: “Non c’è stata nessuna vera analisi della sconfitta” e c’è “un segretario sconfitto, che ha dato le dimissioni e continua a voler essere il dominus: se va avanti meglio dividerci”.

Torna Grillo, Di Maio attacca la Lega: “Con B. si condanna all’irrilevanza”

La sua assenza cominciava a pesare e alla fine pure Beppe Grillo è comparso tanto in persona che via selfie sui social network. Il fondatore del MoVimento si è presentato ieri a Ivrea di ritorno da Zurigo, dove sabato era impegnato col suo spettacolo, per benedire gli sforzi di Luigi Di Maio: “Siamo in ottime mani, si sta comportando benissimo”.

Il comico fa la sua apparizione nella cittadina piemontese all’indomani del convegno #Sum02 dedicato all’amico Gianroberto Casaleggio per un pranzo nella villa di famiglia di quest’ultimo a cui partecipa un bel pezzo dello stato maggiore grillino. Ai cronisti consiglia: “Rilassatevi un po’… Andiamo a destra, andiamo a sinistra, sembrate Gianni e Pinotto. Succederà tutto e sarà una cosa meravigliosa, l’Italia è un Paese straordinario”. Questo tutto che deve succedere non è chiaro, forse il primo governo grillino a cui si dedica senza soste il nuovo “capo politico” del Movimento.

Oltre alla reliquia fotografica che lo vede con Grillo e Davide Casaleggio, Di Maio infatti pubblica su Facebook anche un post in cui ribadisce la linea politica del M5S e bastona Matteo Salvini (escludendo un incontro a breve): “Vedo che la Lega ha promesso il cambiamento, ma preferisce tenersi stretto Berlusconi e condannarsi all’irrilevanza. Adesso, per completare l’opera, consiglio a Salvini di chiedere l’incarico e dimostrare come si governa con il 37%. Da noi la grande ammucchiata non avrà un solo voto. Quando Salvini vorrà governare per il bene dell’Italia ci faccia uno squillo, gli diremo se saremo ancora disponibili”. Se la baldanza 5 Stelle sia una mossa tattica o una reale indisponibilità lo dirà il tempo, intanto il leader grillino continua a corteggiare il Pd persino mentre fa campagna elettorale in Val d’Aosta (si vota a maggio): “Le parole di Martina di sabato mi sembrano un passo avanti, aspettiamo le evoluzioni interne del Pd, che vanno rispettate”. E Salvini ha gioco facile nel replicare: “Parla di cambiamento e intanto apre al Pd e a Renzi. Non si può sentire…”.

Il reggente dem, invece, venerdì aveva parlato di “passi avanti” nei toni, sottolineando però “l’ambiguità politica” di un gruppo che offre contemporaneamente un patto di governo a due partiti tra loro inconciliabili. Posizione ribadita ieri sera a Che tempo che fa su Raiuno: “Noi non facciamo da ‘piano B’ ad altre forze. Risolvano gli altri partiti le loro ambiguità di fondo. Se il 4 marzo avessimo avuto un consenso superiore, lo scenario poteva essere un altro, ma dobbiamo fare i conti con quel voto che per noi è stato drammatico”.

Che questo minuetto possa portare a un esecutivo M5S-Pd è quasi impossibile. Le aperture del Pd non sono certo orientate a un’intesa per dare i voti che mancano a Di Maio (questo al netto della contrarietà di Renzi), ma al massimo ad arrivare a qualche lambiccata formula da Prima Repubblica. Matteo Richetti, ieri a In mezz’ora, ha citato ad esempio “un governo del presidente o di scopo”. Particolare secondario: il premier non potrebbe mai essere Di Maio.

Il “vertice inutile” di Arcore per il terzo giro a fine mese

La scena madre, raccontano, è stata questa. Due contro uno. I giovani “Matteo” e “Giorgia” contro l’Ottuagenario “Silvio”. I primi due al terzo: “Caro Berlusconi se andiamo insieme al Quirinale è per evitare quello che è accaduto giovedì scorso: Fratelli d’Italia e Lega in una direzione e tu nell’altra”. Il retropensiero di Matteo Salvini e Giorgia Meloni su B. ieri ad Arcore è stato poi esplicitato così: “Sia chiaro che noi accordi con il Pd non ne facciamo”. Punto.

Arcore, domenica pomeriggio. I tre leader del centrodestra si rivedono per un vertice che poi dalla Lega stroncano in modo netto: “Un vertice inutile”. In ogni caso un vertice sul breve periodo che serve a blindare la delegazione unitaria per giovedì prossimo al Quirinale, al secondo giro di consultazioni del capo dello Stato. E forse sarà il solo Salvini a parlare al termine del colloquio. Queste le uniche certezze.

Gli schemi usciti dalla riunione sono ufficialmente due, destinati però a convergere in uno solo. Nel comunicato congiunto dei tre (stilato da Meloni) si rivendica un “presidente del Consiglio espressione dei partiti di centrodestra” che vada a cercarsi i voti in Parlamento grazie a nuovi Responsabili da convincere uno per uno. In pratica, un governo di minoranza senza numeri certi che difficilmente il presidente Sergio Mattarella potrebbe far partire. Subito dopo però ci ha pensato lo stesso Salvini a chiarire il sentiero da percorrere: la ricerca, cioè, di un’intesa (improbabile) tra centrodestra e Cinquestelle.

Ai pentastellati, già in settimana, il leader della Lega potrebbe offrire un accordo che preveda dieci punti e che comprenda Forza Italia ma non Berlusconi. Ma sul tavolo c’è un’altra condizione indigesta per Luigi Di Maio, a parte il Condannato sbiadito o meno: rinunciare a Palazzo Chigi (imitare quindi il passo indietro di Salvini) e puntare su un nome terzo, un leghista alla Giancarlo Giorgetti tanto per fare un nome.

Insomma l’ennesima missione impossibile che serve solo a guadagnare tempo per arrivare a fine mese, quando si terranno le regionali in Molise (22 aprile) e Friuli Venezia Giulia (29 aprile).

La stroncatura leghista del vertice di ieri, con immediata “correzione” salviniana, si spiega infatti con la sensazione che anche in questo secondo giro di consultazioni non si arriverà a nulla. Non solo: il leader leghista non ha alcuna voglia di bruciarsi con un incarico o pre-incarico che sia per un governo di minoranza. “I voti non si cercano come i funghi”, giusto per liquidare Meloni. Senza dimenticare che in agguato ci sono poi formule pasticciate, o istituzionali, che piacerebbero sì a Berlusconi ma non al Carroccio.

È il solito paradosso dell’unità elettorale e sinora politica del centrodestra. Salvini su una linea, B. su un’altra (e per nulla disposto a fare il secondo) e Meloni a mediare. Andrà avanti così almeno sino a fine mese.

Stando a quello che i tre leader hanno rivelato ai loro fedelissimi: “Se in questo secondo giro non succederà nulla di nuovo, il capo dello Stato ci darà ancora più tempo. Lo stallo durerà altre tre settimane per continuare a trattare e aspettare l’esito delle elezioni regionali in Molise e Friuli”. L’occasione, questa, per Salvini per contarsi e capire se la Lega sta continuando a mangiarsi Forza Italia. Un obiettivo possibile visto che in Friuli Venezia Giulia l’ipersalviniano Massimiliano Fedriga è favoritissimo per la vittoria finale. Solo in quel momento potrebbe verificarsi il fatidico choc o trauma per staccarsi da B. e Forza Italia e sbloccare lo stallo.

Sullo sfondo, comunque, aumentano in maniera costante le probabilità di un voto anticipato in autunno, al più tardi nel 2019 (con quale governo per gli affari correnti è ancora tutto da vedere). Salvini ne parla apertamente ormai e questo non è solo un paletto tattico. Lui e Di Maio sono vincitori “gemelli”: sanno che non possono sacrificare le loro vittorie in formule trasversali o incomprensibili. Ha detto ieri sera il leader della Lega: “Ho voglia finalmente, dopo tanti governi che non rappresentavano niente e nessuno, che ci sia un governo che rappresenti il voto degli italiani. Quindi, non un governo inventato a tavolino”. Altrimenti c’è il voto, appunto.

Doveva essere lunga questa fase e lunga sarà. La fine di aprile sarà solo il primo approdo dello stallo. A meno che da qui a giovedì tra Di Maio e Salvini non accada qualcosa di clamoroso. Ma dopo il vertice di ieri l’ottimismo non è proprio l’umore prevalente nel centrodestra.