Ma mi faccia il piacere

W la squola. “BUONA PASCQUA A TUTTI” (Roberto Caon, deputato FI, Twitter, citato da www.nonleggerlo.it, 31.3). E poi dicono che 5Stelle e Forza Italia sono incompatibili.

I moderati/1. “M5S nuoce alla salute. Grillini morbo incurabile. Vanno eliminati senza tanti complimenti” (F.F., Libero, 7.4). Urge vaccino pentavalente.

I moderati/2. “… i due si dovevano commissionare (o commissariare?, ndr) a vicenda… Nell’aspetto e nelle posture, Danilo Toninelli ricorda, più che l’homo sapiens, un pan troglodytes, nota razza di scimpanzè che in natura, a differenza sua, non porta gli occhiali… Potremmo essere governati (Dio ci scampi) da scimmioni che ragionano politicamente per ‘razze’ e ritengono la nostra inferiore”. (Alessandro Sallusti, il Giornale, 7.4). Molto meglio le vacche dei bei tempi. E gli eterni somari.

Sallustius Asinus. “Quei due homus grillino a Porta a Porta” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 7.4). Forse voleva dire “homo grillinus”, o al plurale “homines grillini”. Vedi sopra.

Lo stratega. “La nostra strategia funziona: vediamo se quei due sono veri leader” (Matteo Renzi, ex segretario Pd, La Stampa, 7.4). È la stessa strategia consigliata in caso di attacco di un orso: fingersi morti. Solo che qui non si tratta di finzione.

Governo di scopo. “No anche da Strasburgo: nessuna sospensione della pena. Non si contano più i no che continua a incassare Marcello Dell’Utri” (il Giornale, 6.4). “Scopelliti si costituisce: è in carcere. È la maledizione dei governator. È già successo a Del Turco, Galan, la Lorenzetti e Totò Cuffaro. Tantissimi indagati, da Vendola fino a Formigoni” (ibidem). “In cella l’ex capo (vicino al Pd) della finanziaria piemontese Finpiemonte. Ammanchi per 6 milioni” (Corriere della sera, 7.4). “‘Votatemi e vi farò lavorare’. Lega, due arresti in Sicilia. Indagati i due commissari del partito” (Repubblica, 5.4). “Catania, Mister Preferenze Pd è accusato di brogli” (il Fatto quotidiano, 8.4). Ancora un paio e il governo lo fanno loro. Nell’ora d’aria.

Idee chiare. “Poi certo, se Renzi insiste a parlare di chi deve fare il segretario, una proposta ce l’ho: Giulio Coniglio, almeno avremo l’interesse delle bambine e dei bambini” (Virginio Merola, sindaco Pd di Bologna, Repubblica, 7.4). Peccato che non votino.

Bravo Merlo. “Di Maio avanza dentro il Quirinale come il modello antropologico del populismo addomesticato di governo, il sobrio cappellano della rabbia italiana, con il cantore ed esegeta Travaglio, un duro ma facile alle cotte di potere, ‘un surrogato’ che si traveste da Benedetto Croce e re-incarna la vecchia maschera italiana del giornalista picchiatore di regime ma… rivoluzionario” (Francesco Merlo, Repubblica, 6.4). Parola di uno che ha leccato pressochè tutti i governi degli ultimi vent’anni, meritandosi una “consulenza” da 240 mila euro dalla Rai renziana. Ma lui non è facile alle cotte di potere. Lui è il cotto del potere, anzi il bollito.

Uno come. “… il pm siciliano Nino Di Matteo, quello che l’altro giorno ripeteva che ‘Berlusconi ha sovvenzionato per anni la mafia’. E la sola idea che M5S possa governare insieme al Caimano, a uno come Di Matteo, fa orrore” (Mario Ajello, Messaggero, 7.4). Un’opinione condivisa dalla Cassazione.

Ucci ucci. “Anche con un secondo round la linea Pd resterà quella dell’opposizione” (Andrea Marcucci, capogruppo Pd al Senato, La Stampa, 3.4). In mancanza di un governo, l’opposizione è ovviamente contro il Pd.

Il buttafuori. “Che ci faccia un uomo con le idee di Michele Emiliano in un partito come il Pd è incomprensibile. Tra l’altro è un magistrato” (Corrado Augias, Repubblica, 3.4). Già: che ci fa nel Pd uno che non vuole allearsi con B. e, per giunta, anziché indagato o pregiudicato, è magistrato? Aprire subito un’indagine.

SuperCazzola. “Lega e 5 Stelle hanno vinto: io ho 77 anni e spero di non finire in un campo di concentramento. Mi restano tre opzioni: clandestinità, fuga all’estero, eutanasia” (Giuliano Cazzola, ex deputato FI, L’Aria che tira, La7, 28.3). Poi ha optato per Dimartedì.

Nobili intenti. “Luciano Nobili, il neodeputato ha riunito politici e società civile in un ristorante del centro alla vigilia del suo debutto in Parlamento: ha spiegato che dovremmo costituirci in un’associazione, una rete, una modalità che tenga insieme quelli che vogliono stare con Matteo” (Repubblica, 24.3). Potrebbe chiamarla “Meno male che Matteo c’è” o “Matteo ci manchi”, versando la Siae alla Pascale.

Il titolo del mese. “La Casellati nella sua Padova: ‘Per voi ci sarò sempre’” (Corriere della sera, 27.3). Li ha minacciati.

Il silenzio di Mark Felt, l’uomo che (parlando) fece cadere Nixon

Gola profonda, chi era costui? No, non Linda Lovelace, ma la fonte anonima del Watergate, lo scandalo che costrinse alle dimissioni il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon nel 1973. L’identità di quell’ineffabile whistleblower la conosciamo ormai da quasi tredici anni, era il luglio 2005 quando via Vanity Fair la svelò egli stesso: per oltre sei lustri i giornalisti del Washington Post Carl Bernstein e Bob Woodward avevano mantenuto il segreto, e analogamente Mark Felt aka Deep Throat. All’epoca era il vicedirettore dell’Fbi, il Federal Bureau of Investigation guidato dal leggendario e/o famigerato John Edgar Hoover.

Un uomo macchina, un soldato, un uomo del fare e vieppiù del sapere, Felt, che era arrivato in alto ma non in cima. Un G-Man perfetto, irreprensibile, intransigente, che quando viene convocato – siamo agli sgoccioli del primo mandato di Nixon – da alcuni uomini dello staff presidenziale non smobilita dalla fedeltà a Hoover: alla Casa Bianca volevano la testa del capo, il vice non offrì la lama. Al contrario, minacciando felpato, ricordò come quando un uomo è “visto con una donna, non sua moglie” oppure “con un uomo, non sua moglie” tutto venisse diligentemente annotato a uso e consumo di Hoover e del suo sterminato archivio. Nondimeno, vuole rassicurare i tirapiedi di Nixon: “Tutti i vostri segreti sono al sicuro con noi”. Ma chi è davvero Felt? Un bulletto, un Machiavelli in polo, un gangster col distintivo? Macché, a dar retta al regista Peter Landesman, già dietro la macchina da presa del sottovalutato Parkland sull’assassinio di JFK, Mark è l’uomo che ha tirato giù la Casa Bianca, titolo originale da noi tramutato in The Silent Man, dal 12 aprile in sala. Fatto salvo che la White House è ancora in piedi, e a essere abbattuto fu il solo Nixon, il film pecca presumibilmente di agiografia. Scrive Landesman, Felt si trova “ad affrontare il dilemma morale di un uomo educato a difendere la verità e la giustizia e alla fine sceglie di sacrificare tutto quello che conosce e rappresenta in virtù di una vocazione superiore. Mark è diventato per me l’incarnazione dell’eroe”, ma conta solo lo strike realizzato o anche lo spin del tiro? Che cosa spinse Felt, nonostante il pressante invito a chiudere tutto nel giro di 48 ore, a indagare fino in fondo sull’effrazione del Watergate: amore di verità o volontà di vendetta, giacché alla morte di Hoover Nixon gli preferì per la successione l’inesperto ma devoto L. Patrick Gray (Marton Csokas)?

A nutrire il dubbio contribuisce la buona prova di Liam Neeson, capace di dare a Felt voltaggio morale e persistente ambiguità: al netto di nomi e carnet, nonostante nomi e ruolini, da Diane Lane che ne interpreta la moglie a Csokas, Tom Sizemore e Tony Goldwin, gli altri ruoli non hanno agio psicologico. Purtroppo, nonostante la contiguità temporale e tematica, The Silent Man si affratella al recente The Post di Steven Spielberg e al primigenio Tutti gli uomini del presidente, di cui è solo all’apparenza un controcampo, ma si risolve in un ligio e però sterile compitino. Nondimeno, questa ricostruzione ha l’ineludibile pregio, ancorché fortuna, di sovrascrivere il presente: mettete al posto del Watergate il Russiagate, Donald J. Trump a quello di Nixon, il licenziato direttore del Bureau James Comey in guisa di Felt, ed ecco che assonanze, simmetrie, sospetti prendono il campo. Con un interrogativo esiziale: stavolta è tanto rumore per nulla o l’ennesimo, per dirla con Simon & Garfunkel, sound of silence?

 

La malattia di un amore assoluto. Come un incesto

“Sei la mia bambina, crocchetta. Sei tutto per il tuo vecchio, e non ti lascerò mai, mai andare via”. Considerato il miglior esordio di narrativa americana nel 2017 per il New York Times, Mio Assoluto Amore di Gabriel Tallent verrà pubblicato martedì prossimo per Rizzoli ed è in corso di traduzione in 27 Paesi. Parliamo di un romanzo vischioso, cupo, d’una forza brillante. Narra un amore incestuoso ambientato nella provincia americana, una passione violenta di un padre per la propria figlia quattordicenne. Al centro della scena c’è una casa di legno che sta cadendo a pezzi, piena di tacche di coltello e fori di proiettile, invasa dalla vegetazione che infesta, dai topi che corrono sul pavimento e leccano le padelle sporche di notte.

Non è l’America della Grande Depressione ma quella attuale. Siamo in California. Sul tavolo una distesa di bottiglie di birra vuote, fucili, caricatori e libri di filosofia. Martin è un mancato filosofo che sta crescendo sua figlia Julia o Turtle (ma per lui sarà sempre “crocchetta”) come una selvaggia. Lei va malissimo a scuola, non ha amiche, ha una pistola Sig Sauer nella fondina e un coltello “Kershaw Zero Tolerance con il gancio rimosso” sempre addosso. Cammina a piedi nudi nella foresta, spara come un cecchino, e uccide le bestie con gusto. Le sa scuoiare. Martin ama Turtle. Turtle ama Martin. Lei rappresenta il suo “assoluto amore”. Lui la possiede di notte, le sussurra di un mondo impazzito che avvelena i fiumi mentre il corpo della figlia è illuminato dalla luna piena. A scuola lo sanno che qualcosa non va, ci sono tutti i segnali (“misoginia, isolamento, circospezione”) ma Turtle non apre bocca. Sì, il nucleo pulsante di questo libro è l’amore. Un tipo di amore violento e malato, una passione oscura che corrode e lacera, corrompendo la giovane mente di Turtle. E sì, ci sono molte scene che mozzeranno il fiato del lettore. Il sesso incestuoso innanzitutto (“Turtle pensa: fallo, voglio che tu lo faccia”) e quei diversi momenti di violenza lucida che Tallent scrive senza mai tirarsi indietro, non voltando mai lo sguardo, lasciando andare la scrittura, senza proteggerci dagli spigoli. Finché l’equilibrio si spezza, una notte. Martin è sospettoso, sa che Turtle è adolescente e potrebbe innamorarsi di un altro uomo. Irrompe nella stanza e scopre la maglietta di Jacob, un compagno di scuola, sporca di sudore e fango. Lei l’ha nascosta, è il suo tesoro. Lui brucia quel tessuto con sdegno e poi la picchia selvaggiamente, abbatte l’attizzatoio sul suo corpo, la fa sussultare per il dolore (“tu sei mia”). E umiliandola ancora, le dice “non mi interessa se ti viene addosso un camion del cazzo. Tu cadi in piedi”. Sì, perché Martin sta crescendo questa figlia come se fosse un addestramento. Per questo non gli importa nulla se sia in grado di fare uno spelling o se sappia coniugare i verbi, perché il mondo è “un relitto agonizzante, stuprato e marcio”.

E visto che Martin è pur sempre un filosofo mancato, nonostante abbia l’anima in cancrena, riassume tutto in un pensiero di una bellezza folgorante: “Devi arrenderti alla morte prima di cominciare, e accettare la tua vita come uno stato di grazia, e allora, solo allora, sarai abbastanza brava”. Jacob, invece, è un adolescente imberbe. Parla speditamente ma si perde nel bosco, intelligente ma inesperto di vita. Se Turtle è la natura, Jacob è la città. E Martin non può che essere un cataclisma che porta solo morte. In questo scenario cupo fatto di violenza e sottomissione, Jacob apre uno squarcio con il sorriso e la puzza del suo sudore acre: può esistere un futuro diverso per lei? Turtle ha diritto d’essere felice? Forse in alcuni momenti avrete voglia di lasciar perdere e leggere qualcos’altro ma Tallent non è mai morboso e questa storia di caduta e riscatto è narrata con una prosa infestante come una radice che avvolge le fondamenta di una casa, sino a stritolarla. Se avete scelto di leggere un solo libro quest’anno, dev’essere questo.

“Eduardo multava i ritardi Corbucci pensava al cibo Io dissi no a De Crescenzo”

I maccheroni con Eduardo De Filippo, a casa sua e cucinati da lui (“era bravissimo”); i bombolotti mangiati di nascosto in una roulotte con Sergio Corbucci e Bud Spencer durante le riprese di un film (“la produzione non capiva e protestava”); o il gateau di patate da portare ai compagni in lotta, le torte preparate in casa per racimolare qualche lira e pagare l’affitto di una comune a Roma, frequentata da chiunque (“le persone dormivano anche nella vasca da bagno”). Con Marisa Laurito il cibo è storia, condivisione, solidarietà, psicanalisi e analisi (“da come uno sta a tavola comprendo tantissimo del suo carattere”), cultura e confronto. Da sempre. E poi “nella mia vita tutto quello che ho fortemente voluto, l’ho ottenuto”.

A partire da?

Recitare. Una decisione presa quando avevo otto anni.

Si ricorda l’attimo?

Ero nella mia stanzetta dei giochi, le trecce lunghissime; a un certo punto mi guardo allo specchio, mi tiro su i capelli e all’improvviso mi dico: “Farò l’attrice”. Quindi mi travesto, e vado da mamma: “Ti piaccio?”. “Cambiati, sembri una cocotte”.

Famiglia comunista.

Più che altro mio padre, uomo tosto, un dittatore: con lui ho lottato tanto, secondo le sue leggi una ragazza seria dopo le cinque del pomeriggio non poteva uscire di casa; oggi lo ringrazio per la disciplina trasmessa.

Era così severo?

In casa neanche si sorrideva: mi svegliavo, andavo a scuola, tornavo, quindi il pranzo, subito a studiare e appena finito venivo spedita nella sezione del Partito comunista per insegnare agli operai.

Nessun attimo di tregua.

La sezione era al piano inferiore di casa nostra.

Gli operai…

Meravigliosi, persone modeste ed educate, mi aspettavano e prendevano appunti. Solo che fumavano tantissimo, per me l’immagine del Pci è legata alla sigaretta accesa.

Papà operaio…

Lavorava alle Fs, ogni mattina si alzava alle cinque e per uno stipendio bassissimo, l’Unità come unica fonte di informazione, la solidarietà e la lotta politica un mantra talmente inculcato da farmi cucinare degli enormi gateau di patate da portare ai compagni che occupavano le scuole.

Con suo padre alcun diritto di replica.

Impossibile discutere, infatti la mia fortuna è stata quella di compiere 21 anni esattamente il giorno in cui Eduardo (De Filippo, ndr) mi ha offerto di entrare nella sua compagnia.

Anche De Filippo viene descritto come un uomo dal carattere complicato.

Mio padre e lui erano molto simili, stesso imprinting. A teatro non si respirava, c’era il silenzio, un rigore totale, come fossimo in chiesa; multe a raffica e per tutto.

Come, multe?

E certo, gogna e multa e per ogni sfumatura: per aver urlato dietro le quinte, o essere entrata in scena al momento sbagliato, magari un ritardo sull’orario di lavoro…

Senza deroghe.

Eduardo era temutissimo, eravamo obbligati ad assistere a tutte le prove, noi seduti in circolo e in silenzio ad ammirare il genio mentre spiegava la parte, le giuste intonazioni, i movimenti. E non potevamo sgarrare di una virgola, e quando emetteva questo suono – una sorta di fischio –, ti dovevi spaventare, perché stava incazzato nero.

E quindi…

Scattava il fugone prima dell’esplosione emotiva. Se poi uno azzardava la frase “direttore sto malissimo, oggi non me la sento”, lui non alzava lo sguardo e con il suo tono rispondeva: “Prima vai in scena, e poi puoi anche morire”. Senza pietà. Lo spettacolo doveva sempre andare avanti, e lui stesso è salito sul palco e ha iniziato il secondo atto di una commedia, nonostante avesse poco prima ricevuto la notizia della morte della figlia Luisella.

Certe regole ancora sono parte della sua vita?

Questo rigore è talmente dentro di me da non prevedere “l’oggi no”: sono andata in scena pure con una colica e avvelenamento da cibo. Vomitavo. Non importava e non importa, e ho capito che quando hai un tirante, puoi superare tutto.

Mollare, mai.

Ho visto Isa Danieli recitare il pomeriggio, quando la mattina si era rotta un braccio… Vicino al camerino Eduardo manteneva sempre una scrivania con sopra un registro sul quale ognuno doveva scrivere giorno e ora di quando arrivava e andava via.

Timbravate il cartellino.

Se lo spettacolo non girava bene, le prove potevano durare fino alle sei del mattino, poi due ore di sonno, doccia e si ricominciava. Ah, erano proibite le storie d’amore dentro la compagnia, le beghe sentimentali alteravano il lavoro; una volta due attori sono stati cacciati perché pizzicati mentre amoreggiavano.

Decisione giusta?

Sì. Per un anno sono stata in scena con due fidanzati: una tragedia, un litigio continuo.

Quanto tempo ha lavorato con De Filippo?

Sei anni, poi ho partecipato alle sue prime commedie a colori, fino a quando Sergio Corbucci mi ha chiamata per un ruolo da protagonista in un film; vi lascio immaginare la reazione di Eduardo alla notizia del mio abbandono.

Sacrilegio.

Mi ascoltò, poi gelido disse: “Volete fare il cinema? Allora andate”.

Con il “voi”…

Tipico di quando era furioso: lasciava in tasca il “tu”.

Cucinava per lui?

No, era lui a invitarci a casa sua a Posillipo, ed era sempre lui a mettersi ai fornelli, ovviamente ricette napoletane: in cucina manteneva lo stesso rigore del teatro, poi a tavola si scioglieva, narrava storie personali e della città, o magari recitava pezzi di Viviani.

Non era in competizione con Viviani?

Non avvertiva gelosie o invidie. Quando andò a vedere Proietti in A me gli occhi please, alla fine dello spettacolo gli strinse la mano: “Finalmente ho un erede”.

Lei è d’accordo?

Con Gigi siamo molto amici e da anni lo invito a portare in scena Eduardo, anzi il mio sogno e recitare con lui in Filumena Marturano; solo che è terrorizzato, teme la pronuncia napoletana (scoppia a ridere, ndr) e poi è cagadubbi e pigro.

Torniamo a Corbucci…

Come potevo rifiutare? Era un ruolo da protagonista accanto a Manfredi e Tognazzi, e scelta dopo un provino di quattro ore.

Da De Filippo a Corbucci…

Altro mondo, con Sergio era una passeggiata, mi diceva sempre: “Ti rendi conto? Ci pagano per giocare”. Però era un grande professionista, sul set si trottava.

Corbucci è celebre anche per le lunghe pause pranzo…

In Pari e dispari giravamo a Miami, finivo sempre prima degli altri, così correvo nella roulotte di Carlo Pedersoli (Bud Spencer, ndr) per cucinare. Alle 13 Sergio comunicava alla troupe: “Scusate, abbiamo bisogno di un’ora per studiare”.

Studiare i bucatini.

No, i bombolotti alla matriciana, una cofana tanta di pasta da dividere in tre: io, Sergio e Carlo, con del buon vino, mentre Terence Hill restava fuori, non partecipava, lui era già ascetico; poi verso le 14 gli statunitensi ci bussavano alla porta per sollecitarci a tornare sul set, e Sergio rispondeva: “Stiamo provando!”; io e Carlo ridevamo, dalla roulotte usciva un profumo inconfondibile.

Si divertiva…

Uhhh… Un giorno arriva un capo tribù dei pellerossa e Sergio per salutarlo alza la mano: “Augh!”. Il tizio lo haguardato con gli occhi spaesati, come a dire: che dice?

Il film è doppiato in italiano…

E recitato in inglese, senza che lo sapessi parlare. Al colloquio per la parte, a un certo punto il produttore mi chiede: “Do you speak english?” E io imperturbabile: “Of course” (certo, ndr).

E poi?

Alla seconda domanda in inglese sparo un mirabolante “oh my god” (o mio dio, ndr) e fingo di svenire. Corbucci era d’accordo sulla strategia da adottare.

Ha raccontato di una comune a Roma, con Castellitto trattato da benestante del gruppo.

Sergio aveva il posto fisso all’Atac, quindi uno stipendio reale, rispetto a noi un lusso; e poi possedeva una macchina scassata, con la quale mi veniva a prendere, andavamo al cinema; mi riaccompagnava e alla fine sognava: “Voglio diventare come Al Pacino”. E io: buonanotte…

Così poveri?

Non avevamo una lira! Mi inventavo di tutto pur di pagare l’affitto, per un periodo la cucina è diventata una pasticceria: preparavo torte che poi vendevamo; o prendevo la chitarra e cantavo per i ristoranti di via Veneto. Casa era aperta a tutti, specialmente ad attori come noi in difficoltà economica; c’era gente che dormiva nella vasca da bagno. Spesso passava Massimo Ranieri, ma lui era già famoso.

Il cinema nel cinema.

Vivevamo in una strada particolare, un condensato di “ciak”, speranze e certezze acquisite: oltre a noi c’erano Eleonora Giorgi, Marco Bellocchio, lo stesso Corbucci…

Chi frequentava casa?

Chiunque, ricordo Benigni, in quel periodo in teatro con il suo Mario Cioni; ero pazza di lui. Insieme abbiamo ridipinto le pareti di nero.

Se Eduardo è stato la guida per il teatro, nel cinema chi?

In questo caso in primis devo ringraziare Manfredi, mi ha insegnato ogni segreto: dal primo piano a come si muovono le camere; era un professionista anche troppo preciso, l’esatto opposto di Tognazzi: Ugo non aveva né regole, né padroni, arrivava quando voleva, se ne andava allo stesso modo, non studiava eppure gli veniva tutto in maniera naturale.

Ha assaggiato la cucina di Tognazzi?

’Na schifezza, amava i piatti colorati, tipo il “risotto rosa”.

Manfredi era così tanto sensibile verso le donne?

Quella oramai è storia: Nino era veramente fissato, una passione smodata.

Tra i suoi più cari amici spesso cita De Crescenzo…

La prima volta l’ho incontrato da Manfredi: entro in casa e lui era davanti alla vetrata, vestito di blu, bellissimo; bello in modo esagerato. Corteggiava tutte le donne, compresa me… mentre Arbore mai.

Come ha osato?

Ancora lo rinfaccio. L’altro giorno Renzo mi guarda e poi se ne esce: “Ho visto un tuo film, avevi delle gambe bellissime”. “Ah, e te ne accorgi solo adesso!”.

Invece De Crescenzo…

Ci ha provato e per fortuna non ho ceduto. Non so il motivo della mia ritrosia.

Per fortuna…

Troppo sciupafemmine, le donne erano in fila per lui, ma almeno è nata un’amicizia straordinaria: Luciano e Renzo sono come la mia famiglia, dei punti fermi. In particolare Luciano non mi ha mai abbandonata, sempre al mio fianco e in ogni situazione.

Chi è De Crescenzo?

Un genio e non l’hanno capito: lui ha portato la cultura alla massa, esattamente l’opposto di quanto realizzato dal Partito comunista. I suoi libri sono tradotti in 42 lingue, in Grecia i testi sono materia di studio nelle scuole.

Lei ha lavorato con Boncompagni.

Altro genio, molto differente da Arbore: Renzo creava, anche in modo esagerato, mentre Gianni era bravo a togliere e pigro. E poi Bonco ha inventato il primo piano televisivo, basta solo questo per qualificare la sua enorme eredità.

Con Boncompagni ha fatto molta tv…

Mi mandava in diretta con un’unica indicazione: “Improvvisa”. Basta. Arrivavo a gestire quaranta minuti più altri quaranta al cruciverbone di Domenica in senza nulla di scritto, da sola. Ah, stessa cosa a Quelli della notte.

Anche lì improvvisazione pura?

Eccome, è Renzo ad avermi spronato a buttarmi, e basandosi sul nostro cazzeggio a cena.

Boncompagni era fissato con gli scherzi.

A Domenica in abbiamo organizzato un finto svenimento in diretta, e lo sapevamo solo noi due, scoppiò l’inferno, con il direttore di produzione nel panico, Gianni che puntava la telecamera in alto, io non mi riprendevo, il parapiglia in studio.

Di quel gruppo, a chi è rimasta legata?

Molto a Roberto D’Agostino, ancora ci frequentiamo.

Solo uomini…

Ne ho conosciuti e frequentati di straordinari, come Banderas, Celentano, Monicelli, e un po’ della loro polvere magica ti resta inevitabilmente addosso.

Napoli per lei.

La mia storia. Quando vivevo nella comune, un periodo scattò l’allarme generale: si diceva che era imminente un terremoto e sarebbe sprofondata. Così corro in camera e riempio la valigia, bussano alla porta, apro, era Franco Javarone. “Dove vai?”. E io: “A Napoli, arriva il terremoto e sprofonda”. “Ma io vengo da lì”. Silenzio. Si ferma, e poi: “So’ un omme e merda, torno lì con te”.

Ma suo padre alla fine ha apprezzato il successo?

Rassegnato, e quando ha compiuto 80 anni ha sentenziato: “Non sei stanca di questa vita da zingara?”. Per lui ho organizzato un matrimonio finto…

Una sceneggiata?

Convivevo con un uomo e papà non sopportava questa situazione. Complice mia madre e mio fratello ho deciso di simulare, senza dire la verità a nessuno. Quindi amici. Regali. Parenti. Casa con i fiori. Al momento di andare in chiesa mamma ha finto un malore ed è svenuta, e io: “Se in chiesa non viene lei, non voglio nessuno”. Con il mio compagno siamo usciti, abbiamo atteso un po’, ci siamo infilati due anelli e siamo rientrati. Applausi e brindisi. Mio padre è morto senza sapere la verità.

Cosa vorrebbe vedere scritto su un’enciclopedia alla voce “Marisa Laurito”?

Nella sua vita ha tentato di fare l’artista…

(Ore 14, dalla cucina di casa Laurito il profumo non mente: “La pasta è cotta, a tavola”. Menu: fettuccine con il ragù toscano, carne al forno e purè. “C’è anche l’insalata, ma non la mangia mai nessuno”. L’arte anche in tavola).

 

La lama di ghiaccio di Tonya: il triplo axel e la lotta di classe

La vicenda di Tonya Harding e Nancy Kerrigan – appena resuscitata dal film interpretato da una sensazionale Margot Robbie – all’epoca dei fatti conobbe straordinaria popolarità, soprattutto in America, perché suffragava con perfetto tempismo una tesi che all’avvento clintoniano andava per la maggiore: la constatazione che nella nazione si fosse generata una nuova classe sociale, ovvero un sottoproletariato selvaggio, vagabondo e, a intermittenza, perfino dotato di un qualche potere di acquisto –  comunque un prodotto residuale e lazzaronesco della vecchia lower class –, che ne tradiva usi, credenze e costumi. La battezzarono white trash, il popolo dei peggiori suburbia e dei trailer park, ad alto tasso alcolico e farmacologico, con occupazioni incerte, zero cultura, molta violenza e tanto desiderio di possedere.

Ebbene, l’epico scontro tra Tonya e Nancy, fino al brutto epilogo e agli scandalosi sviluppi, raccontava proprio questo: il faccia a faccia senza esclusione di colpi tra un’America middle class perbenista e alla American Graffiti e questa emergente wild America insoddisfatta e aggressiva, senza ritegno e decenza. Il terreno del confronto era erano le evoluzioni del pattinaggio artistico sulla pista del ghiaccio, territorio familiare per buona parte degli americani degli Stati settentrionali, quanto i campetti di pallone per noi e i nostri figli. La Barbie Nancy e la monella Tonya, all’imbocco degli anni 90, erano acerrime rivali e il pubblico andava pazzo per questa sfida. Secondo gli esperti, Tonya era leggermente superiore all’avversaria e c’erano figure che sul ghiaccio solo lei sapeva interpretare, ma Nancy piaceva di più: agli sponsor che la corteggiavano, con sommo dispiacere dell’altra, alle giurie, sempre pronte a strizzarle l’occhio (mentre si dimostravano arcigne e inflessibili con Tonya), e anche alla maggioranza degli spettatori, deliziati dal suo dolce sorriso e dai suoi eleganti completini, a cui la Harding contrapponeva le tragiche creazioni cucite da lei stessa o da sua madre. Già, la mamma di Tonya: altro personaggio che il pubblico imparò a conoscere e disprezzare. Lavona Golden, un po’ sciroccata, col debole per ogni genere di trasgressione e una brutta fama di picchiatrice in famiglia. E però Tonya sapeva rimontare il palese distacco sociale, il gap nella popolarità apparentemente incolmabile, pattinando con un coraggio e una grinta che Nancy nemmeno si sognava.

La rivalità aumentava: alle Olimpiadi di Albertville del ’92 la Kerrigan arriva terza, la Harding quarta, dopo che solo un anno prima i campionati nazionali se li era aggiudicati lei eseguendo, prima americana a riuscirci il leggendario triplo axel, figurazione riservata agli angeli e alle super-eroine. Quando cominciano i testa a testa per la qualificazione alle Olimpiadi Invernali, di Lillehammer ’94, la competizione però travalica e si trasforma in crimine puro. A tramare è un gruppo di tipi poco raccomandabili, l’entourage maschile della Harding: l’ex consorte Jeff Gillooly, la guardia del corpo Shawn Eckhardt e Shane Stant, il complice assoldato per aggredire Nancy Kerrigan allo scopo di farla fuori dal confronto con Tonya e dai guadagni che ne dipendevano. Al termine di un allenamento sulla pista di Detroit, Stant con un randello colpisce Nancy al ginocchio, per farle male davvero. Colpevoli e moventi vengono identificati rapidamente, ma da subito rimane confusa la posizione di Tonya: mandante, complice, o lei stessa vittima del progetto delinquenziale dei suoi associati? Mentre il pubblico dei talk show si appassiona, la situazione precipita. Entrambe le pattinatrici partecipano alle Olimpiadi, la ristabilita Nancy approdando a un brillante 2° posto, mentre il brutto anatroccolo Tonya incappa nel laccio slacciato di uno scarpino, che compromette la performance, a dispetto del nuovo triplo axel eseguito.

Intanto la faccenda, ormai seguita parossisticamente dai rotocalchi, si è spostata nell’aula del tribunale: gli uomini di Tonya finiscono tutti condannati e lei, svergognata, viene espulsa dalla federazione e segnata a dito come incarnazione della perfidia moderna, simbolo dell’insorgente decadenza morale americana. Il finale somiglia alla morale di una favola: per Tonya l’unico modo di sbarcare il lunario diventa quello di trasformarsi in pugilessa professionista, incassando cazzotti e mettendo a frutto la sua indole da ragazzaccia di strada. Il suo nome ormai è il sinonimo di quella “spazzatura bianca” che il paese sta producendo dagli interstizi molli del suo capitalismo ad alta pressione. Per lei saranno anni di anonimato e rimpianti, fino alla parziale rivincita di questo film, che almeno le restituisce un’anima, un cuore e un talento. All’epoca invece gli americani se ne dimenticarono rapidamente, una volta spolpato l’osso dello scandalo. Già ne era spuntato uno ancora più succulento: Lorena Bobbitt aveva tagliato il pene al marito con un coltello da cucina. Gli States si crogiuolavano nei nuovi orrori. E il baraccone di OJ Simpson già aveva acceso le luci per la sua grande rappresentazione.

Puigdemont: “L’indipendenza non è l’unica via. Madrid dialoghi”

È l’indipendenza l’unica soluzione possibile? No, è la nostra proposta, noi siamo disposti ad ascoltare, ma l’altra parte non ne ha nessuna”, ha detto ieri Carles Puigdemont nella conferenza stampa a Berlino, chiedendo a Madrid una “soluzione politica” e non giudiziaria della crisi con la Catalogna. “Quando faccio appelli al dialogo, ormai da molto tempo, metto come condizione che non vi siano condizioni così si permette a ciascuna parte di andare al tavolo con le proprie posizioni per andare dove il dialogo può portare”.

Intanto a Barcellona il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha di nuovo proposto come presidente della Generalitat Jordi Sanchez, il numero due di JxCat, che è detenuto con l’accusa di ribellione.

Orban sulla Ue predica male e razzola bene

Le urne della “democrazia illiberale” d’Europa verranno aperte oggi, ma il difensore della “patria bianca e cristiana” ha già vinto le elezioni di Budapest. Orban verrà riconfermato per il 3° mandato consecutivo, diventerà di nuovo primo ministro d’Ungheria, ma è già il leader di tutta l’Europa orientale.

I nemici della sua campagna elettorale sono stati i soliti: migranti, ong, Unione europea, George Soros. Nei manifesti elettorali di Fidezs il magnate “ebreo che organizza l’invasione islamica d’Europa” abbraccia in fotomontaggio gli avversari politici del premier: tutti insieme, cesoie alla mano, tagliano la recinzione del confine ungherese. “Ci sono due strade: quella del governo nazionale e non diventeremo un paese per migranti, quella delle persone di Soros e l’Ungheria diventerà un paese per migranti” ha scandito Orban, avverso all’Unione europea, ma non ai suoi fondi.

La nebbia degli scandali che si addensa sulla sua cerchia è cominciata con l’Olaf, ufficio anti-frode europeo, per alcuni dei 35 progetti che hanno ricevuto miliardi di finanziamenti da Bruxelles: 17 contratti dal 2013 al 2015 sono finiti alla Elios Innovativ Zrt, società che aveva tra i suoi proprietari Istvan Tiborcz, marito della figlia di Orban. L’ufficio ora rivuole indietro il 4% dei fondi stanziati: sono soldi “frodati o mal spesi”, per casi di “collusione, sospetti di conflitto di interessi, progetti dai costi gonfiati”.

Nei resort di Keszthely sul lago Balaton, dove andavano a riposarsi gli apparatchik sovietici, oggi si concentrano profitti capitalizzati in investimenti degli Orban. I miliardi che il governo ungherese ha stanziato per il turismo entro il 2030 sono 3, di questi 1,4 sono per Balaton. I soldi arrivano dalle tasse dei cittadini e per il 40% dai finanziamenti dell’Unione, ma le mani sulle proprietà nella zona sono dell’amico d’infanzia del premier, Lorinc Meszaros, e ancora del marito di Rahel Orban, suo genero.

Fuori dai confini magiari filospinati, gli interessi dell’élite cresciuta durante il governo Fidesz arrivano fino nei conti offshore del ministro Lajos Kosa, al centro dell’ultimo scandalo finanziario di Budapest per riciclaggio massivo di denaro sporco. Lo scoop è del giornale Magyar Nemzet, galassia mediatica di Lajos Simicska, oligarca ora in esilio. Membro del partito Fidesz dalla sua fondazione, Simicska era l’uomo grigio dietro le quinte durante l’ascesa politica dell’amico Viktor. Dopo un litigio, ha cominciato a sostenere l’estrema destra, che ha fatto della lotta alla corruzione governativa il suo cavallo di troia in campagna elettorale.

A destra di Orban rimane Gabor Vona, a capo di Jobbik, a sinistra rimane il socialista Gergely Karacsony e la sua sentenza: “Orban non governa, regna”. In mezzo un’opposizione divisa in 23 partiti, elettori senza una contro-narrativa forte, una retorica anti-migrazione che rimarrà anche dopo le urne. Le indagini contro l’élite invece forse no.

Condannato 2 volte, senza “pistola fumante”

Per cosa è stato condannato?
A partire dal 2016, a Lula è stato contestato il reato di corruzione e riciclaggio di denaro. Le indagini vertono sul Lava Jato, vasta operazione anti-corruzione iniziata nel marzo 2014 dal magistrato Sergio Moro. Nel luglio 2017, l’ex presidente è stato condannato in 1° grado a 9 anni e mezzo di reclusione per aver accettato tangenti per 3,7 milioni di reais (oltre 1 milione di dollari) da parte della ditta di costruzioni Oas. La società gli avrebbe regalato una villa per ottenere contratti da parte della compagnia petrolifera pubblica Petrobras. L’ex presidente è rimasto libero in attesa dell’appello, svolto a gennaio. La sentenza di 2° grado ha confermato la condanna ed esteso la pena a 12 anni.

Ci sono altre accuse contro di lui?

Gli vengono contestati anche i reati di traffico d’influenza e ostruzione della giustizia. Nel 2015 la Procura generale ha aperto un’inchiesta in cui si ipotizza che Lula, non più presidente, avrebbe esercitato tra 2011 e 2014 pressioni sul suo successore Dilma Rousseff in favore del gruppo industriale Odebrecht. Il colosso con interessi che spaziano dall’alimentare al petrolio, avrebbe così ottenuto commesse milionarie all’estero, finanziate anche dalla Brazilian Development Bank (Bndes), controllata dal governo. Nel marzo 2016, il tentativo della Rousseff di nominare Lula capo dello staff, dandogli così l’immunità, fu bloccato da un giudice di Corte suprema. In seguito, il procuratore generale Rodrigo Janot ha accusato entrambi di ostruzione della giustizia.

Corruzione: dov’è la pistola fumante?

Le prove in base alle quali è stato condannato rimangono oggetto di discussione. Da un lato la bontà dell’impianto accusatorio messo in campo dal giudice Sergio Moro, mentre Lula si è sempre proclamato innocente e denunciato una persecuzione giudiziaria; osservatori terzi sottolineano la mancanza di evidenze che possano documentare il passaggio dell’appartamento di lusso da Oas a Lula. L’accusa, fanno notare, si basa interamente sulla testimonianza di José Aldemário Pinheiro, ex dirigente della società di costruzioni, arrestato e divenuto collaboratore di giustizia.

Anche se in prigione, Lula potrebbe ancora candidarsi?

La legge impedisce ai condannati in appello di correre per incarichi pubblici per almeno 8 anni. Nel caso in cui l’ex presidente provasse ugualmente a presentarsi per le elezioni di ottobre, la decisione finale sull’ammissibilità della candidatura spetterebbe al Tribunal Superior Eleitoral.

“Congiura delle élite per far fuori il leader che unisce il Paese”

Siamo di fronte a un colpo di Stato bianco preventivo. Di solito non amo parlare di congiure, qui però mi pare evidente. Si vuole mettere fuori gioco il probabile vincitore delle prossime elezioni”. Fausto Bertinotti, ex leader di Rifondazione comunista ed ex presidente della Camera, guarda alla condanna dell’ex presidente brasiliano Lula a 12 anni di carcere e al suo arresto con amarezza, sgomento e rabbia.

Bertinotti, lei è stato molto vicino ai movimenti di sinistra in Sudamerica. Che sta succedendo in Brasile?

Quello che vedo è un uso politico della magistratura che diventa il braccio armato di classi dirigenti che lavorano per un esito reazionario della crisi in Brasile, in un momento di grandi tensioni nel continente sudamericano. E si pensa di ottenerlo mettendo fuori gioco il leader che ha interpretato la rinascita di quel Paese e che i sondaggi danno all’80%. È un’operazione politica clamorosa che non si arrende nemmeno davanti alle reazioni popolari. Basti ascoltare le parole del leader del Movimento dei Sem Terra, Joao Pedro Stedile, per capire il sentimento di molti brasiliani. Stedile, critico in passato con Lula, ora è al suo fianco di fronte all’ingiustizia.

Chi vuole far fuori Lula?

Ci troviamo di fronte a una convergenza degli interessi di punti apicali dello Stato e dell’economia che si uniscono per impedire una riconciliazione tra il governo e il popolo che Lula incarna. Con la complicità della magistratura usata per impedire il voto popolare. Addirittura si dice che Lula potrebbe restare in carcere fino alle elezioni e poi essere liberato. Più di così…

Che rapporto ha lei con l’ex presidente brasiliano?

Lo conobbi ai tempi del mio impegno nel sindacato. Di lui però ricordo il discorso che tenne nel 2002 al social forum di Porto Alegre poco prima della sua elezione a presidente. Disse: “Alla fine del mio mandato vorrei che ogni brasiliano possa mangiare almeno una volta al giorno”. Qualche tempo dopo davanti al Fondo monetario internazionale disse esattamente la stessa cosa. Questa è la cifra della persona.

Al di là della condanna, secondo lei è giusto candidarsi per la terza volta alla presidenza?

La sua candidatura nasce da una spinta popolare che suona come una rivincita rispetto a quello che sta accadendo. Gli uomini e le donne che lo sostengono sono la garanzia che non stiamo assistendo a un fenomeno leaderistico. Lula ha anticipato in qualche modo i movimenti populisti. Ma attenzione: dico populista non in senso peronista o denigratorio, ma descrittivo. Un fenomeno che fa dello scontro tra il popolo e le élite, del basso verso l’alto, un elemento distintivo, più che tra destra e sinistra.

Lula, Chavez (deceduto nel 2013), Morales sono stati tre protagonisti di sinistra nella recente storia sudamericana. Quella stagione è finita?

No, direi che si sta trasformando. I tre hanno avuto caratteristiche e storie troppo diverse tra loro: la tradizione indigena nel caso di Morales, quella operaia in Lula. Diciamo che li accomuna il vento di cambiamento che ha spirato per oltre un quindicennio in America Latina.

Lula è stato un leader sindacale prima di diventare un leader politico. Ci rivede un po’ della sua storia?

Troppa grazia, Sant’Antonio. No, non vedo alcun parallelismo, anche perché noi non abbiamo mai vinto con le percentuali di Lula. Battute a parte, mi limito a dire che un’esperienza sindacale o sociale forte per un leader di sinistra può essere molto utile perché insegna a capire le ragioni del conflitto e ad avere una radicalità di contenuti che ne traccia anche la vita politica.